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giovedì 8 gennaio 2026

L’acqua nella civiltà nuragica: un elemento sacro. Articolo di Pierluigi Montalbano

 L’acqua nella civiltà nuragica: un elemento sacro

Articolo di Pierluigi Montalbano



Fin dalla preistoria, l’acqua ha rappresentato per l’uomo molto più di una semplice risorsa naturale: essa è stata simbolo di vita, strumento di purificazione, veicolo del sacro. Nella civiltà nuragica l’acqua assunse un ruolo centrale nei riti religiosi, assumendo un significato magico e spirituale che la rese protagonista di culti e cerimonie. Le cosiddette “acque lustrali”, considerate sacre, erano parte integrante di pratiche terapeutiche e rituali, e la loro sacralità si riflette ancora oggi nella continuità di alcune tradizioni cristiane: basti pensare alle acquasantiere poste all’ingresso delle chiese, che

richiamano simbolicamente i bacili in trachite che un tempo introducevano i templi nuragici, i pozzi sacri e persino i nuraghi stessi.

Un esempio emblematico di questa sacralità ci è offerto dal santuario nuragico di Serri dove cento anni fa l’archeologo Antonio Taramelli, durante le sue indagini, descrisse con grande precisione la disposizione rituale degli elementi architettonici: appena oltre l’ingresso della “curia” (la capanna delle riunioni), sul lato sinistro, era collocato un bacile in trachite. Accanto si trovavano altri oggetti cerimoniali di grande significato: una piccola ara, un cippo e un secondo bacile di forma rettangolare, incastonato nella parete. Questi elementi componevano uno spazio liturgico dedicato a funzioni sacre legate alla purificazione, alla preghiera e al ringraziamento.

La stessa importanza rituale si ritrova nel sito di Matzanni, nel territorio di Vallermosa, dove sorgono ben tre pozzi sacri vicini tra loro. Negli scavi venne rinvenuto un altarino raffinato nel vestibolo del primo pozzo, confermando senza dubbio la funzione sacra della struttura. Un altro altarino simile fu scoperto nel “pozzo C”, oggi è esposto nel museo ex Oratorio di Villacidro, di fronte alla chiesa di Santa Barbara.

Questi pozzi sacri sono tra le architetture religiose più rappresentative della civiltà nuragica. Realizzati con grande perizia tecnica, erano composti da tre parti principali: il pozzo vero e proprio, coperto da una tholos (una cupola in pietra realizzata con la tecnica ad aggetto), una scala che scendeva verso la fonte e un atrio o vestibolo, dove si svolgevano le cerimonie. Ogni sezione aveva un significato preciso e, probabilmente, un diverso livello di accesso riservato a sacerdoti, iniziati o fedeli.



Il pozzo, dal diametro di quasi 3 metri, era costruito con grande abilità. La copertura a tholos, simile alle strutture micenee chiamate “tholoi”, testimonia non solo un notevole avanzamento tecnico, ma anche possibili connessioni culturali con il mondo mediterraneo orientale. La scala, composta da 12 gradini, conduceva all’atrio, un ambiente rivestito in pietra e un tempo coperto da travi in legno. Il pavimento era lastricato e lungo i lati correva un sedile in pietra.

In questi spazi si svolgevano riti di purificazione, cerimonie di offerta, preghiere e pratiche terapeutiche. Anche a Serri, l’atrio conserva un bacile in pietra e una canaletta che attraversa l’ambiente e porta l’acqua all’esterno. Qui venivano depositati ex voto, tra cui numerosi bronzetti, piccole statue in bronzo che raffiguravano divinità, offerenti e scene votive.

Un bronzetto significativo, rinvenuto a Serri, rappresenta una madre nell’atto di ringraziare per la guarigione del figlio. Spesso confusa con la madre dell’ucciso di Urzulei, questa figura è invece un’espressione toccante della fede e della speranza riposte nella divinità delle acque. A Matzanni, invece, durante i primi scavi, Lovisato documentò il ritrovamento di alcuni reperti, tra cui una ciotola in bronzo dorato, una moneta e il celebre bronzetto detto Barbetta. Secondo l’interpretazione di Lilliu, rappresenterebbe un fedele nell’atto di fare un’offerta votiva, simbolo del profondo legame tra religione e devozione popolare.

Nonostante la ricchezza dei reperti, le cerimonie effettivamente svolte in questi luoghi restano in parte sconosciute. Nell’antichità, i confini tra riti religiosi, pratiche civili e funzioni terapeutiche erano sfumati. Molti studiosi, a partire da Petazzoni, hanno cercato di dare una lettura coerente di queste pratiche. Egli fu tra i primi a interpretare i pozzi nuragici non solo come riserve idriche, ma come veri e propri luoghi sacri, dove l’acqua era custodita e utilizzata per scopi rituali, a volte protetta da una copertura in legno posta sul fondo.

 


Secondo il suo studio, quest’acqua aveva molteplici funzioni: terapeutiche, religiose, simboliche e civili. Gli antichi autori greci parlavano di sorgenti miracolose presenti in Sardegna, sia d’acqua fredda che calda. Un esempio di questa tradizione sopravvive ancora oggi nella sorgente termale di S’Acqua Cotta, tra Vallermosa e Villasor. Utilizzata fin dall’antichità per curare malattie della pelle, dolori articolari e disturbi agli occhi, è oggi gestita da una società che ne imbottiglia l’acqua a scopi commerciali.

Nel contesto delle pratiche religiose, l’acqua aveva anche un ruolo giudiziario e sociale. Si credeva potesse rivelare la verità e smascherare i colpevoli attraverso il rito dell’ordalia. Questo antico “giudizio divino” avveniva presso il pozzo sacro, luogo consacrato e spesso associato a una divinità. Petazzoni ipotizzò che si trattasse del Sardus Pater, ma studi più recenti suggeriscono la presenza di culti più arcaici, legati a divinità locali o naturali.

Il rito dell’ordalia non era una peculiarità esclusivamente sarda: lo ritroviamo anche in altre culture del Mediterraneo, come in Sicilia, e persino in alcune tradizioni africane. Tuttavia, la versione sarda di questo rito aveva tratti distintivi tali da attirare l’attenzione degli scrittori antichi greci e latini, che ne lasciarono diverse testimonianze.

Nel complesso, il culto dell’acqua nella civiltà nuragica rappresenta un esempio affascinante di come la spiritualità antica fosse profondamente radicata nella natura e nei suoi elementi. L’acqua, simbolo di vita, purezza, guarigione e verità, divenne il fulcro attorno al quale si svilupparono architetture, miti e pratiche rituali che ancora oggi parlano di un popolo che sapeva vedere nel mondo naturale l’immagine del divino.

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