L’acqua nella civiltà nuragica: un elemento sacro
Articolo di Pierluigi Montalbano
Fin dalla preistoria, l’acqua ha rappresentato per l’uomo molto più di una semplice risorsa naturale: essa è stata simbolo di vita, strumento di purificazione, veicolo del sacro. Nella civiltà nuragica l’acqua assunse un ruolo centrale nei riti religiosi, assumendo un significato magico e spirituale che la rese protagonista di culti e cerimonie. Le cosiddette “acque lustrali”, considerate sacre, erano parte integrante di pratiche terapeutiche e rituali, e la loro sacralità si riflette ancora oggi nella continuità di alcune tradizioni cristiane: basti pensare alle acquasantiere poste all’ingresso delle chiese, che
richiamano simbolicamente i bacili in trachite che un tempo introducevano i templi nuragici, i pozzi sacri e persino i nuraghi stessi.Un esempio emblematico di questa sacralità ci è offerto dal
santuario nuragico di Serri dove cento anni fa l’archeologo Antonio Taramelli,
durante le sue indagini, descrisse con grande precisione la disposizione rituale
degli elementi architettonici: appena oltre l’ingresso della “curia” (la
capanna delle riunioni), sul lato sinistro, era collocato un bacile in
trachite. Accanto si trovavano altri oggetti cerimoniali di grande significato:
una piccola ara, un cippo e un secondo bacile di forma rettangolare,
incastonato nella parete. Questi elementi componevano uno spazio liturgico
dedicato a funzioni sacre legate alla purificazione, alla preghiera e al
ringraziamento.
La stessa importanza rituale si ritrova nel sito di
Matzanni, nel territorio di Vallermosa, dove sorgono ben tre pozzi sacri vicini
tra loro. Negli scavi venne rinvenuto un altarino raffinato nel vestibolo del
primo pozzo, confermando senza dubbio la funzione sacra della struttura. Un
altro altarino simile fu scoperto nel “pozzo C”, oggi è esposto nel museo ex
Oratorio di Villacidro, di fronte alla chiesa di Santa Barbara.
Questi pozzi sacri sono tra le architetture religiose più
rappresentative della civiltà nuragica. Realizzati con grande perizia tecnica,
erano composti da tre parti principali: il pozzo vero e proprio, coperto da una
tholos (una cupola in pietra realizzata con la tecnica ad aggetto), una scala
che scendeva verso la fonte e un atrio o vestibolo, dove si svolgevano le
cerimonie. Ogni sezione aveva un significato preciso e, probabilmente, un
diverso livello di accesso riservato a sacerdoti, iniziati o fedeli.
Il pozzo, dal diametro di quasi 3 metri, era costruito con
grande abilità. La copertura a tholos, simile alle strutture micenee chiamate
“tholoi”, testimonia non solo un notevole avanzamento tecnico, ma anche
possibili connessioni culturali con il mondo mediterraneo orientale. La scala,
composta da 12 gradini, conduceva all’atrio, un ambiente rivestito in pietra e
un tempo coperto da travi in legno. Il pavimento era lastricato e lungo i lati
correva un sedile in pietra.
In questi spazi si svolgevano riti di purificazione,
cerimonie di offerta, preghiere e pratiche terapeutiche. Anche a Serri, l’atrio
conserva un bacile in pietra e una canaletta che attraversa l’ambiente e porta
l’acqua all’esterno. Qui venivano depositati ex voto, tra cui numerosi
bronzetti, piccole statue in bronzo che raffiguravano divinità, offerenti e
scene votive.
Un bronzetto significativo, rinvenuto a Serri, rappresenta
una madre nell’atto di ringraziare per la guarigione del figlio. Spesso confusa
con la madre dell’ucciso di Urzulei, questa figura è invece un’espressione
toccante della fede e della speranza riposte nella divinità delle acque. A
Matzanni, invece, durante i primi scavi, Lovisato documentò il ritrovamento di
alcuni reperti, tra cui una ciotola in bronzo dorato, una moneta e il celebre
bronzetto detto Barbetta. Secondo l’interpretazione di Lilliu, rappresenterebbe
un fedele nell’atto di fare un’offerta votiva, simbolo del profondo legame tra
religione e devozione popolare.
Nonostante la ricchezza dei reperti, le cerimonie
effettivamente svolte in questi luoghi restano in parte sconosciute.
Nell’antichità, i confini tra riti religiosi, pratiche civili e funzioni
terapeutiche erano sfumati. Molti studiosi, a partire da Petazzoni, hanno
cercato di dare una lettura coerente di queste pratiche. Egli fu tra i primi a
interpretare i pozzi nuragici non solo come riserve idriche, ma come veri e
propri luoghi sacri, dove l’acqua era custodita e utilizzata per scopi rituali,
a volte protetta da una copertura in legno posta sul fondo.
Secondo il suo studio, quest’acqua aveva molteplici
funzioni: terapeutiche, religiose, simboliche e civili. Gli antichi autori
greci parlavano di sorgenti miracolose presenti in Sardegna, sia d’acqua fredda
che calda. Un esempio di questa tradizione sopravvive ancora oggi nella
sorgente termale di S’Acqua Cotta, tra Vallermosa e Villasor. Utilizzata fin
dall’antichità per curare malattie della pelle, dolori articolari e disturbi
agli occhi, è oggi gestita da una società che ne imbottiglia l’acqua a scopi
commerciali.
Nel contesto delle pratiche religiose, l’acqua aveva anche
un ruolo giudiziario e sociale. Si credeva potesse rivelare la verità e
smascherare i colpevoli attraverso il rito dell’ordalia. Questo antico
“giudizio divino” avveniva presso il pozzo sacro, luogo consacrato e spesso
associato a una divinità. Petazzoni ipotizzò che si trattasse del Sardus Pater,
ma studi più recenti suggeriscono la presenza di culti più arcaici, legati a
divinità locali o naturali.
Il rito dell’ordalia non era una peculiarità esclusivamente
sarda: lo ritroviamo anche in altre culture del Mediterraneo, come in Sicilia,
e persino in alcune tradizioni africane. Tuttavia, la versione sarda di questo
rito aveva tratti distintivi tali da attirare l’attenzione degli scrittori
antichi greci e latini, che ne lasciarono diverse testimonianze.
Nel complesso, il culto dell’acqua nella civiltà nuragica
rappresenta un esempio affascinante di come la spiritualità antica fosse
profondamente radicata nella natura e nei suoi elementi. L’acqua, simbolo di
vita, purezza, guarigione e verità, divenne il fulcro attorno al quale si
svilupparono architetture, miti e pratiche rituali che ancora oggi parlano di
un popolo che sapeva vedere nel mondo naturale l’immagine del divino.
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