Gli Shardana, i guerrieri dal cuore ribelle
Articolo di Pierluigi Montalbano
Le prime tracce degli Shardana (SRDN) risalgono al XV secolo a.C. nel Vicino Oriente, dove sono raffigurati nelle tombe dei visir egizi Senmut, Useramon e Rekhmire a Tebe, durante la loro missione diplomatica presso i faraoni Hatshepsut, Thutmosis III e Amenhotep II. L’obiettivo di questa missione era ottenere il permesso di continuare i commerci verso le coste asiatiche, mantenendo al contempo l’indipendenza amministrativa dall'Egitto. Questi ambasciatori delle "Isole nel cuore del Grande Verde" appaiono in processione accanto ai principi di Kephtiu, con la pelle di un caratteristico colorito rosso-bruno, indossando abiti eleganti e trasportando pesanti lingotti di rame in forma di bue. La loro
immagine ricorre anche nei rilievi dei templi ramessidi, dove compaiono armati di vanga a lama triangolare e scudo rotondo, con elmi caratterizzati da corna.Gli Shardana sono menzionati nei documenti egizi, dalla
reggenza di Amenhotep IV (1370 a.C.) al regno di Meremptah (1220 a.C.), e
appaiono in tavolette in cuneiforme datate al 1330 a.C. trovate ad Amarna e
Ugarit, dove sono indicati come mercenari (noti come "vignaioli") al
servizio dei Mitanni durante le guerre di Thutmosis III e Amenhotep II, almeno
fino al 1460 a.C.
Il grande faraone Ramses II li descrisse come
"guerrieri dal cuore ribelle, invincibili sul mare", arruolandoli
come guardie personali nel suo esercito. In cambio del loro servizio,
ricevevano privilegi e terre, tra cui stanziamenti in fortezze e terre fertili
lungo le rive del Nilo, nel Medio Egitto. Dopo la morte di Ramses II, nel 1225
a.C., sotto il regno di Meremptah, il faraone dovette affrontare una serie di
conflitti bellici causati dall'invasione dei cosiddetti "Popoli del
Mare", tra cui gli Shardana. Questi gruppi bellicosi, provenienti dalle
coste greche, dall'Anatolia e dal Nord Africa, devastarono le città costiere e
l'Asia Minore, per poi riversarsi nel Vicino Oriente, conquistando le città
cananee e giungendo fino alla foce del Nilo. Nel 1170 a.C., durante il regno di
Ramses III, gli Shardana si allearono con altre popolazioni nella coalizione
dei "Popoli del Mare" per tentare di conquistare l'Egitto. Nonostante
un'epica battaglia navale nel Delta del Nilo, immortalata nei rilievi di
Medinet Habu, Ramses III riuscì a fermare l'avanzata dei nemici, riuscendo a
mantenere il controllo solo sulle province interne lungo il fiume Nilo.
Dopo questi conflitti, il territorio degli Shardana si
estendeva dalla pianura a est del Giordano e dalla Galilea fino alla fascia
costiera di Asher, a nord di Dor. Alcuni studiosi ritengono che gli Shardana
giunsero in Sardegna alla fine del XII secolo a.C., ma questa teoria è
contrastata dalle evidenze archeologiche. La Sardegna era già saldamente sotto
il controllo dei potenti clan nuragici, e non ci sono tracce di un cambiamento
significativo nelle strutture politiche e sociali che indichino l’arrivo di
conquistatori. Più verosimilmente, gruppi di guerrieri sardi, originariamente
coinvolti come soldati di scorta nelle flotte mercantili che navigavano il
Mediterraneo, avrebbero formato una loro flotta e si sarebbero alleati con
altri popoli bellicosi, come i nordafricani e gli anatolici, per invadere
l'Asia Minore e l'Egitto.
In quel periodo, la Sardegna era popolata da migliaia di
nuraghi, imponenti costruzioni megalitiche, alcune delle quali raggiungevano
altezze di 27 metri e presentavano strutture difensive rafforzate. Le potenti
famiglie nuragiche avevano stretti legami commerciali con i regni orientali,
come testimoniano i frequenti scambi di rame, argento e manufatti cretesi e
micenei ritrovati sull'isola.
Oggi, alcune delle sculture più antiche del Mediterraneo
Occidentale, provenienti dalla necropoli nuragica di Mont’e Prama, immortalano
i guerrieri sardi di quel periodo. Le statue, a grandezza naturale,
rappresentano figure di guerrieri in armatura, con scudo tondo, elmo cornuto e
pettorine simili a quelli degli Shardana raffigurati nei templi egizi. Inoltre,
i bronzetti sardi, risalenti almeno al 900 a.C., ritraggono guerrieri armati,
sacerdoti, divinità, animali e numerose barche miniaturizzate, simboli di una
cultura marinara e bellica evoluta. Queste imbarcazioni, ritrovate in tombe
etrusche, in pozzi sacri e in santuari, sono progettate con una sorprendente
attenzione all’idrodinamica, indicando una profonda conoscenza della nautica
avanzata. Il simbolismo di queste rappresentazioni, legato alle liturgie
nuragiche, continua a suscitare ammirazione per la sua ricchezza e complessità.
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