Diretto da Pierluigi Montalbano

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lunedì 16 settembre 2013

L’alba della scrittura in Sardegna


Parole di Segni: L’alba della scrittura in Sardegna
di Pierluigi Montalbano


Dal suono al segno
Il cammino dalla parola alla scrittura è un cammino lungo millenni, nel corso dei quali l’uomo ha cercato di fissare la parola fuggevole in qualcosa di duraturo: verba volant, e, deve avere pensato all’inizio, picta manent: nascono inizialmente scritture di tipo pittografico, nelle quali viene riprodotto in disegni il contenuto delle parole: il disegno della casa “scrive” la parola casa.
L’esempio più conosciuto è l’utilizzo dei geroglifici nella scrittura egizia; nella scrittura geroglifica è documentato peraltro anche il valore consonantico dei segni; ad esempio oltre a significare la parola casa il segno grafico può assumere il valore del nesso consonantico cs.

Un simile valore hanno i segni rinvenuti a Serabit el-Khahim, una località del sinai, e perciò detti protosinaitici: derivati dai segni geroglifici, esprimono tuttavia una lingua di tipo semitico, affine al fenicio di epoca storica; si presume abbiano valore acrofonico, indichino cioè il valore della lettera iniziale dell’oggetto descritto; a titolo di esempio, una lettera a forma di “testa” esprimerebbe cioè il valore “t”, una a forma di serpente il valore “s”. L’uso di questi segni grafici risale alla metà del II millennio a.c.
L’adozione della scrittura fenicia si diffonde nell’area siriana-palestinese intorno all’XI-X a.c.: in essa si condensano tutte le sperimentazioni incontrate lungo il percorso; origine pittorica dei segni grafici, valore acrofonico dei simboli, suono esclusivamente consonantico (con l’esclusione dell’alef, prima lettera dell’alfabeto e unica vocale espressa).
Saranno i mercanti fenici a diffondere in tutto il mediterraneo la tecnica scrittoria, anche attraverso la mediazione del mondo greco: già Erodoto nel V a.c. poteva ricordare infatti l’introduzione dell’alfabeto in Grecia attraverso l’adozione delle lettere di origine fenicia.

Contesti supporti testi
L’archeologia per lungo tempo si è interessata principalmente dello studio delle espressioni artistiche delle civiltà classiche; in epoca contemporanea ha spostato e ampliato enormemente il proprio campo d’indagine, occupandosi dello studio (lògos) di tutte le testimonianze delle attività dell’uomo che ci sono pervenute dal mondo antico (archàios), principalmente attraverso lo scavo: vivere e morire, consumare e produrre, costruire, abitare, leggere e scrivere; tutto può lasciare traccia. le epigrafi costituiscono la traccia dell’attività scrittoria nel mondo antico e, alla stregua di tutti i materiali che l’archeologia studia, ricevono dall’analisi del contesto di rinvenimento un’importanza particolare.

domenica 15 settembre 2013

Fenici e Cartaginesi in Sardegna

Fenici e Cartaginesi in Sardegna
di Massimo Pittau.


Quasi sicuramente i Sardi Nuragici ebbero i loro primi contatti col popolo fenicio in Oriente, in occasione delle incursioni che essi fecero coi «Popoli del Mare», e precisamente sia in Fenicia, sia in Cipro, sia infine in Egitto, dove i Fenici erano di casa, dato che erano quasi sempre al servizio dei Faraoni. Quelle incursioni, infatti, che sono avvenute fra i secoli XIII e XII a. C., sono precedenti di circa due secoli ai primi approdi effettuati dai Fenici in Sardegna forse nel secolo XI a. C. È molto probabile dunque che siano stati i Sardi Nuragici a frequentare i Fenici nella Fenicia, assai prima che i Fenici frequentassero i Sardi Nuragici nella Sardegna. Da questa importante circostanza si debbono trarre due logiche e necessarie conseguenze:
1) È molto più ovvio e logico ritenere che i più antichi reperti fenici che sono stati trovati in Sardegna, vi siano stati portati non dai Fenici stessi, bensì dai Sardi al ritorno dai loro viaggi effettuati in Egitto, a Cipro e nella stessa Fenicia.
2) La prima spinta all’arrivo dei Fenici in Sardegna sarà venuta dagli approcci che essi avranno avuto coi Sardi nelle citate zone del vicino Oriente. Si può addirittura ipotizzare con verosimiglianza che siano stati gli stessi Sardi a sollecitare la venuta in Sardegna degli abili e intraprendenti mercanti della Fenicia.
Circa poi gli stanziamenti che i Fenici avrebbero effettuato in Sardegna si impone l’obbligo di respingere un esempio di quella xenomania da cui si sono finora dimostrati affetti non pochi studiosi della Sardegna antica, xenomania che in questo caso si specifica come feniciomania. Essi hanno sostenuto e sostengono la tesi secondo cui i Fenici avrebbero fondato loro «stanziamenti stabili» nell’Isola e avrebbero addirittura fondato città, da cui avrebbero effettuato tentativi riusciti di penetrazione verso l’interno; e avrebbero fatto tutto ciò in opposizione e cioè contro la resistenza degli indigeni, i Sardi Nuragici.
Questa tesi va respinta innanzi tutto per precise e stringenti ragioni di carattere militare, quelle in base alle quali si sa con certezza che una «testa di ponte» mette sempre in grave “crisi tattica” un qualunque esercito la tenti o la effettui. Non si può affatto ipotizzare, dunque, che «teste di ponte» create dai Fenici in Sardegna in opposizione ai Sardi Nuragici si potessero prima mantenere e dopo allargare nel retroterra. E ciò per due concomitanti e insormontabili difficoltà: da una parte l’enorme distanza di mille miglia esistente fra quelle «teste di ponte» e le loro basi logistiche della Fenicia (l’odierno Libano), distanza che avrebbe impedito il necessario continuo rifornimento di uomini, armi, navi e viveri, dall’altra la circostanza che quelle «teste di ponte» sarebbero state effettuate non in una terra più o meno disabitata, bensì in una terra abitata da un popolo, il quale aveva già espresso grandi capacità politiche, militari ed economiche e che proprio in quel torno di secoli aveva raggiunto l’acme della sua potenza. Nel secolo XI a. C. sarebbe stato del tutto facile per i Sardi Nuragici respingere o distruggere le teste di ponte che i Fenici avessero tentato di effettuare nelle coste dell’Isola contro la loro volontà di padroni di casa. E ciò va detto anche nella supposizione che le basi di partenza dei Fenici non fossero propriamente quelle della lontanissima madrepatria, ma fossero le colonie fenicie dell’Africa settentrionale, ad esempio Utica, fondata, secondo la tradizione, nel 1101 a. C.
Con tutto ciò è ovvio che noi non intendiamo affatto negare che i Fenici abbiano effettivamente stabilito nell’Isola alcune «teste di ponte», ma queste avranno avuto esclusivamente il carattere di «stazioni mercantili» od «empori commerciali» e nient’affatto un carattere militare e inoltre esse non saranno state imposte con la forza ai Sardi Nuragici, ma saranno state da questi consentite, autorizzate e controllate. Inoltre, in base a precise testimonianze relative ad altri popoli antichi, c’è anche da supporre che i Fenici pagassero ai Sardi Nuragici tasse e dazi a titolo di licenza commerciale e di affitto per i terreni occupati nell’Isola, così come in seguito i loro connazionali di Cartagine faranno a lungo a favore degli indigeni dell’Africa settentrionale.
A questo proposito ci piace citare il punto di vista di Emidio De Felice, linguista di notevole autorità, conseguita anche in virtù della sua ampia apertura alla problematica storica e culturale dei popoli: «I Fenici (….) non sono presenti in Sardegna come dominatori e conquistatori, ma solo come navigatori e commercianti, in un rapporto non di egemonia o di prevaricazione rispetto ai Sardi Nuragici, ma di parità e di reciproco rispetto: creano approdi per le loro rotte occidentali – che d’altra parte si svolgono prevalentemente lungo le coste dell’Africa -, basi di rifornimento, fondaci; non vi è traccia di fortezze e di grandi complessi fortificati, e non appaiono infatti in Sardegna i toponimi in ‘gdr “muro di difesa, fortificazione” del tipo Gadir, Gades, presenti invece nell’Africa settentrionale e in Iberia».

sabato 14 settembre 2013

Archeologia della Sardegna. A Brunk'e S'Omu di Bannari: dalla pietra al bronzo.

A Brunk'e S'Omu di Bannari: dalla pietra al bronzo.
di Vitale Scanu



Gli scavi del villaggio nuragico di su Brunk’e s’Omu di Bannari (Villa Verde) ci hanno restituito anche vari oggetti in bronzo il quale, come si sa, è una lega di stagno e rame; non sono stai rinvenuti oggetti in pietra levigata, né forni di cottura delle ceramiche, né indizi di attività agricola (coltivazione di cereali), né grandi vani per l’allevamento o la tenuta di bestiame grosso. Una lettura contestuale di questi ritrovamenti ci indica perciò che pur permanendo nelle condizioni del neolitico si è entrati nel periodo dei metalli o del bronzo. Siamo circa al 1500 a.C., più di tremila anni ci separano da quei remotissimi tempi.
“L’elevato tasso di abitabilità” – così qualifica il territorio di Bannari l’archeologo Cornelio Puxeddu, riferendosi alla presenza di tanti nuraghi – è l’esito del forte richiamo offerto dall’ossidiana del monte Arci, largamente diffusa all’interno e fuori dell’isola. Tutta l’attività (estrazione, trasporto, lavorazione, commercio) indotta dalla presenza del prezioso “vetro vulcanico” è rispecchiata in quell’ingegnoso e organico sistema di nuraghi, situati strategicamente a semicerchio nelle prominenze a monitorare e vigilare con un controllo a vista tutta l’economia del comprensorio. La direzione visuale di tutti i nuraghi è centrata sulla vallata (che, grosso modo, ha la forma delle scalinate di un teatro greco), a prova che essi erano funzionali a quanto avveniva nel territorio inquadrato. Il villaggio nuragico col relativo nuraghe, per la sua posizione dominante e la sua vastità, appare quasi il coordinatore, il demiurgo dell'attività sociale di tutta la vallata. Una “maggiore abitabilità” è, contestualmente, sia causa che effetto di una più consistente attività comunitaria.

Oggetti in bronzo, dunque… Dirlo è facile. Ma come si spiega il bronzo a su Brunk’e s’Omu? Bisogna considerare che sul monte Arci non esiste né rame né stagno per confezionare il bronzo, per cui si deve necessariamente pensare ad una importazione da fuori dei reperti in bronzo, da lontano, forse da oltremare. Occorrono pertanto mezzi di trasporto via mare. Si sa che grandi quantità di stagno venivano commerciate dai Fenici, “che conoscevano ogni angolo del Mediterraneo”, come dice Aristotele. I Fenici, abilissimi navigatori e commercianti, con il bagaglio di conoscenze ereditate dalle grandi civiltà assiro-babilonesi della “mezzaluna fertile”, erano come i “vucumprà” della preistoria, veri attori di progresso e diffusori di civiltà, che andavano ad acquistare lo stagno fino alle coste delle Isole britanniche. Ovviamente, per poter spiegare la presenza del bronzo sulla nostra montagna, anche gli abitatori di su Brunk’e s’Omu sono venuti in contatto con i Fenici. A Usellus, a controprova, gli archeologi hanno trovato tracce di frequentazione fenicia in località Motrox’e Bòis. E sono stati sempre loro, quasi certamente, a traghettare in Israele le notizie sulla potenza dei “re di Tarsis (ossia l’odierna Tharros) e delle isole” di cui parla il re Davide (Salmo 72) attorno al X – IX secolo avanti Cristo.
Lo stagno è un minerale raro: in occidente, le miniere sfruttabili per grandi quantità (pensate a quanto ne occorreva per confezionare i bronzetti, le armi, gli oggetti vari e a quanto bronzo hanno rubato i predatori romani come bottino di guerra…), si trovavano quasi esclusivamente in Cornovaglia. In Sardegna, lo stagno arrivava probabilmente, per un primo tratto, via fluviale (Senna, Rodano e rive del Tirreno) e poi via mare in Sardegna. L’ossidiana del monte Arci, trovata lungo le coste della Francia meridionale, è forse la chiave di lettura di questi approvvigiona-menti, che racconta la motivazione e la storia delle navicelle nuragiche.

Anche il rame è molto raro in Sardegna. Per ottenere la fusione del rame in quantitativi utili, bisogna essere in grado di innalzare le temperature oltre i mille gradi; si deve perciò disporre di forni e fonderie evoluti, e combustibili idonei al raggiungimento e mantenimento delle temperature necessarie, elementi che, nel settore finora scoperto del nostro nuraghe, sembrano del tutto assenti. Il rame presenta caratteristiche di fragilità, che inducevano perciò alla ricerca di nuove soluzioni e alla sperimentazione di altri prodotti per avere oggetti migliori, più resistenti. Si scoprì man mano che, formando delle leghe stagno-rame si potevano avere combinazioni ottimali e oggetti molto più consistenti. Bisognava saper dosare nella miscela lo stagno e il rame liquido; si dovevano possedere elevate nozioni sulle proporzioni per ottenere le leghe, sulla lavorazione e la produzione degli stampi. Ossia, fu scoperto il bronzo. Allora, i casi sono due: o i nostri “compaesani” preistorici hanno prodotto in loco gli oggetti di bronzo ritrovati, sfruttando precise conoscenze e procedimenti già acquisiti, con forni adeguati per le varie lavorazioni ma con materiale acquistato altrove; oppure tali oggetti sono importati già confezionati da altri luoghi, mediante relazioni “commerciali” intercorse con genti lontane. Il che presuppone e implica necessariamente una diffusa attività di contatti con altri popoli mediante contrattazioni di "commercio" e di baratto.

(Foto di Milena Marcinkowska)

venerdì 13 settembre 2013

Quasi decifrata la scrittura più antica del mondo: il proto-elamitico

Quasi decifrata la scrittura più antica del mondo: il proto-elamitico

Tra le grafie ancora da decodificare, la proto-elamitica custodisce le testimonianze più antiche in assoluto. L'antico popolo medio-orientale viveva in una società agricola nella quale a comandare era una famiglia.

Jacob Dahl, membro del Wolfson College e direttore dell’Ancient World Research Cluster, è raggiante:
“Siamo finalmente sul punto di fare un passo avanti nella decifrazione della grafia proto-elamitica, tra tutte le scritture ancora da decifrare la più antica in assoluto”.
Ed effettivamente per un archeologo decodificare la scrittura proto-elamitica è una vera sfida.
Il proto-elamitico si sviluppò intorno al 3000 a.C. e, assieme a quella sumerica, fu una scrittura effimera: durò appena 150 anni da quando comparve nella regione di Elam (antico nome biblico dato al territorio che oggi corrisponde alla parte sud-occidentale dell’Iran).
Poi svanì nel nulla, lasciando ancora oggi tante domande senza risposta. Di questa grafia si sa infatti poco e niente: oscure sono le popolazioni che la utilizzarono, i caratteri e persino la lingua delle iscrizioni.
Oggi si conservano un migliaio di segni di questa antica grafia che si ipotizza fosse logografica. Ma il mistero che la avvolge sta per svanire, grazie a un sistema il cui acronimo RTI (Reflectance Transformation Imaging System) consentirebbe una rilettura dettagliatissima di quegli ambigui segni.
Gli studiosi stanno esaminando le tavolette di argilla custodite all’Ashmolean Museum di Oxford e soprattutto quelle custodite al Louvre e sono riusciti a catturare le immagini a più alta definizione e più particolareggiate mai esistite del prezioso materiale.
Milleduecento segni studiati e ristudiati per dieci lunghi anni, senza conoscere quasi nulla della civiltà proto-elamitica. E ora forse finalmente se ne potranno raccogliere i frutti. Nonostante l’ottimismo, gli stessi scienziati enfatizzano il mistero più assoluto che ancora oggi cela sia l’alfabeto che il linguaggio di questa antica civiltà.
La più importante collezione al mondo di tavolette risalenti al proto-elamitico è custodita a Parigi, al Louvre, e il metodo utilizzato dal team di Oxford consiste nell’inserimento delle tavolette di argilla in un sistema RTI capace di usare 76 luci fotografiche separate per catturare ogni solco e ogni angolo delle preziose tavole.
La tecnica RTI applica metodi fotografici per caratterizzare la superficie e traduce queste informazioni in un’immagine composita digitale che descrive, per ogni pixel, la cromia e la morfologia superficiale del soggetto indagato.
La tecnica ha la capacità di documentare in modo scientifico e inequivocabile il colore e la reale morfologia tridimensionale delle superfici in un unico documento di facile lettura. Successivamente le immagini saranno postate online, per sfruttare al massimo il potere del crowdsourcing nel difficile lavoro di decodificazione.

Tra le grafie ancora da decodificare, la proto-elamitica custodisce le testimonianze più antiche in assoluto. Oggi le scritture antiche ancora da decifrare si possono dividere in tre categorie: le scritture il cui alfabeto è stato decifrato ma non si conosce la lingua; le scritture il cui alfabeto è incomprensibile ma di cui si conosce la lingua; le scritture con alfabeto e linguaggio sconosciuti.
La sfida della scrittura proto-elamitica è quella di rientrare in quest’ultima categoria e a rendere il lavoro ancor più difficile è il fatto che i testi originali sembrano contenere molti errori.
Ma non si tratta di sbagli commessi da uno scriba distratto, piuttosto della conseguenza della totale assenza di un alfabeto e di una grammatica condivisa da tutti.
A rendere ancora più problematica la decifratura dell’antica lingua concorre anche il fatto che, pur essendo una lingua adottata da popolazioni vicine, gli Elamiti aggiunsero al vocabolario nuovi imperscrutabili simboli. Una delle particolarità della scrittura proto-elamitica è l’inesistenza di figure umane (o anche solo di particolari umani).
Malgrado le difficoltà incontrate da Dahl nel comprendere il significato dei simboli incisi sull’argilla, nel corso del decennio di studi che lo hanno visto impegnato è riuscito a lanciare uno sguardo su quel mondo lontano.
Sebbene infatti non sia ancora stato possibile arrivare a una traduzione integrale delle tavolette, è stato in qualche misura realizzabile interpretarne il senso.
È bene precisare che gli studiosi britannici sono riusciti a comprendere interamente il sistema numerico adottato dagli Elamiti e possono pertanto affermare che non si tratta di scritti poetici, ma più umanamente di registrazioni di proprietà, quantità di raccolti e popolazione.
L’antico popolo medio-orientale viveva in una società agricola nella quale a comandare era una famiglia. Al di sotto di questa si trovava una sorta di middle-class eterogenea e ancora più giù la numerosa classe dei lavoratori, trattati come ‘bestiame con un nome’.
Dalle tavolette si è compreso che i titoli o il nome delle persone più importanti riflettevano il loro status e indicavano il numero di persone che si trovavano socialmente al di sotto. Infine Dahl e il suo team hanno dedotto altre informazioni anche riguardo al regime alimentare dell’epoca.
I potenti avevano a disposizione per la loro alimentazione yogurt, formaggio e miele, ma anche ovini, capre e bovini. Mentre ai lavoratori veniva concessa una dieta a base di orzo e di una specie di birra allungata con acqua. Il loro regime alimentare è stato giudicato dagli studiosi come appena sopra il livello di denutrizione.

Fonte: www.ilnavigatorecurioso.it


giovedì 12 settembre 2013

Olympia, elmi in bronzo conservati nel Museo Archeologico

Olympia, elmi in bronzo conservati nel Museo Archeologico

Gli elmi erano offerti in decima dai partecipanti ai giochi olimpici. Una delle vie principali di Olimpia era fiancheggiata da dodici thesauroi, i templi votivi al cui interno venivano custoditi i tesori delle città che partecipavano ai giochi; vi era inoltre un edificio circolare, il Philippeion, eretto nel IV secolo a.C. in onore di Filippo II re di Macedonia.
I primi scavi effettuati nella città di Olimpia vennero eseguiti da un gruppo di archeologi francesi nel 1829, seguiti poi da un gruppo di tedeschi tra il 1875 ed il 1881, i quali evidenziarono l'esistenza delle piante di molti edifici. Durante gli scavi successivi vennero poi riportate alla luce - oltre alla famosa statua di Ermes col piccolo Dioniso, opera dello scultore Prassitele - diverse altre statue, altari, oggetti votivi in bronzo e in marmo.

Il tempio di Zeus ad Olimpia (città dell’Elide/Peloponneso, a ovest della capitale Pisa) è uno degli esempi più caratteristici dello stile dorico, che nel V secolo a.C. in Grecia aveva ormai raggiunto la piena maturità. La costruzione durò circa 15 anni, dal 472-471 al 456 a.C.; l’architetto Libon di Elide è citato da Pausania come ideatore del progetto.

Il tempio (i verbi sono al presente, ma ovviamente si riferiscono all’aspetto originario del tempio, del quale restano oggi in piedi solo rocchi di alcune colonne) periptero è formato da 6×13 colonne doriche, poggia su una crepidine alta circa 3 metri, i gradini sono davvero alti, l’ultimo misura 0,56 m; l’accesso sul lato principale avviene da una rampa posta centralmente. All’interno si hanno 2 colonne in antis sia nel pronao sia nell’opistodomo. Due file di 7 colonne doriche dividono la cella in tre navate.

L’edificio fu costruito in calcare, con rivestimenti in stucco dipinto di bianco, nero, blu e rosso (in particolare le colonne e i muri della cella erano bianchi; i gocciolatoi e i triglifi erano rossi e azzurri). Le tegole che coprivano il tetto erano in marmo e terminavano sui lati lunghi con protomi leonine; sempre in marmo (pario) sono i frontoni e le metope conservati al Museo di Olimpia.

Oltre alle 51 protomi leonine nelle gronde del tetto (che iniziarono ad essere sostituite già dal IV sec.) il complesso scultoreo del tempio è formato da:

Le 12 metope sui fregi del pronaos e dell’opistodomos con le fatiche di Ercole, eroe della stirpe dorica e fondatore dei giochi olimpici;
Le 21 statue del frontone occidentale;
Le 21 figure del frontone orientale.

Alcune di queste sculture avevano una decorazione policroma e un rivestimento in bronzo ormai perduta. Sia la decorazione delle metope che quella dei frontoni è comunemente attribuita al grande Maestro di Olimpia, le opere sono di altissima qualità inseribili tra le più alte testimonianze dello stile severo.

Foto sopra di Simone JollyDue Onofri
Le altre immagini sono di http://www.antika.it/005541_olimpia-tempio-di-zeus.html

mercoledì 11 settembre 2013

Viaggio nella Storia 8° Edizione: Nuraghe Cuccurada e Nuraghe Losa.

Viaggio nella Storia 8° Edizione

Inizierà Domenica 15 Settembre la 8° edizione di "Viaggio nella Storia", a cura di Pierluigi Montalbano. Saranno promosse una serie di escursioni con visite guidate domenicali in 8 località di interesse archeologico, con docenti di arte, archeologia e storia sarda.
“Viaggi e letture…alle radici dei luoghi e della storia sarda”.
Questo è il titolo dell’iniziativa, giunta alla ottava edizione e mirata alla presentazione di un percorso di cultura fra le possibilità di svago. Si vuole suggerire un punto di incontro tra la frenetica quotidianità della città e la incantevole tranquillità di una gita domenicale in campagna.
L’offerta si svolge secondo un calendario di incontri nei quali si affrontano diversi ambiti tematici: arte, storia e relazioni con altri popoli. I percorsi sono strutturati a seconda del territorio visitato e prevedono una sosta gastronomica nelle migliori strutture ricettive agrituristiche della zona che offriranno l’opportunità di rivisitare gli antichi sapori della cucina tradizionale sarda.
L’insieme dei beni archeologici e paesaggistici, uniti alla tradizionale ospitalità dei ristoratori dell’isola, è quanto di più prezioso può offrire la Sardegna ai visitatori, e la sensibilizzazione alla salvaguardia di questo immenso patrimonio è obiettivo da perseguire tenacemente e incessantemente. Gli studiosi sardi si mettono a disposizione della comunità e mostrano l’altro aspetto della loro attività: la divulgazione. Troppo spesso le impersonali sale convegni evidenziano la barriera invisibile fra relatori e uditorio, e questa mia idea nasce proprio dalla ricerca di un contatto informale fra due mondi che vorrebbero incontrarsi ma non riescono a trovare i luoghi idonei. Spero che il successo della scorsa edizione sia rinnovato, e che i partecipanti provino le stesse emozioni che ho provato io nell’organizzare.
Ogni domenica è suddivisa in convegno-dibattito con gli autori, pranzo in agriturismo e visite guidate nei siti.

Il primo appuntamento si svolgerà il 15 Settembre al Nuraghe Cuccurada di Mogoro e al Nuraghe Losa di Abbasanta.

Domenica 15 Settembre:

Ore 09.00 Partenza da Cagliari, fronte T-Hotel
Ore 10.00 Visita guidata al nuraghe Cuccurada di Mogoro
Ore 11.30 Visita guidata al nuraghe Marinjanu di Uras
Ore 13.30 Pranzo con porchetto arrosto al Nuraghe Losa (costo 15 Euro)
Ore 16.30 Visita guidata al Nuraghe Losa di Abbasanta
Ore 18.00 Presentazione del libro “Sardegna, nursery del Neolitico”

Relatori: Ulisse Piras, Mauro Atzei, Pierluigi Montalbano
Al termine è previsto il dibattito
Partecipazione libera con mezzi propri, si pagano solo gli ingressi ai siti al costo scontato per gruppi.

Informazioni e prenotazioni: pierlu.mont@libero.it 338.2070515
Sito ufficiale degli eventi in rassegna: http://pierluigimontalbano.blogspot.com/

Per la partecipazione è sufficiente inviare una mail a pierlu.mont@libero.it oppure telefonare al numero sulla locandina. Non ci sono costi di partecipazione, solo gli ingressi ai siti e l'eventuale pranzo in ristorante da pagare direttamente in loco.

martedì 10 settembre 2013

Archeologia e materiali metallici. Cipro e il rame.



Cipro e il rame
di Alfonso Stiglitz

Cipro è l’isola del rame per eccellenza, tanto da prenderne anche il nome. I suoi giacimenti sono indubbiamente i maggiori del Mediterraneo. In Sardegna è abbastanza diffuso ma non altrettanto facile da estrarre. A ciò vanno aggiunte le capacità tecniche e, ovviamente, la percezione che di una risorsa si ha. Il fatto che in Sardegna si trovi grande quantità di rame cipriota sottoforma di lingotto ox-hide (a forma di pelle di bue) ci dice che questa risorsa fosse richiesta; bisogna capire se per una minore estraibilità di quello sardo, di una minore capacità tecnica o se, e il che è possibile, quello cipriota fosse ritenuto migliore e, quindi più prestigioso (che poi lo fosse effettivamente o meno è un altro discorso, quello che conta è la percezione che allora se ne aveva).
La provenienza di questo rame da Cipro non è l’unico elemento, perché contemporaneamente troviamo in Sardegna oggetti ciprioti e, soprattutto, strumenti da metallurgo ciprioti. Allo stesso tempo vediamo comparire, nel bronzo finale, in Sardegna nuove tecniche di lavorazione, come la cera persa, che diventa uno degli elementi chiave della metallurgia nuragica. Questo fa pensare ad alcune cose, la prima è la presenza di metallurghi ciprioti, che nei rapidi cambi di situazione storico-politica ed economica nel Mediterraneo occidentale, cercano nuovi mercati per il loro lavoro e lo trovano all’interno di rotte già note da tempo; vedi la presenza di materiali micenei sino nella Spagna e di materiali nuragici sino a Creta. In secondo luogo ci fa pensare a quali fossero i beni dati in cambio dai nuragici che potessero interessare i ciprioti: personalmente, ma non sono il solo, individuo l’argento e lo stagno come beni primari di cui i ciprioti, con la nuova situazione creatasi, avevano bisogno, e forse anche il ferro. L’argento è il ferro sono risorse ampiamente presenti in Sardegna. Per lo stagno il discorso è un po’ più complesso. E’ noto che in Sardegna c’è qualche giacimento di cassiterite (il principale minerale stannifero) ma è in forte discussione l’effettivo utilizzo nell’età del Bronzo. Per il primo Ferro (intorno al IX-VIII a.C.) alcune analisi su dei lingotti di stagno provenienti da un possibile (ma non certo) relitto forse nuragico dalla marina di Arbus, hanno dato una compatibilità con la cassiterite dell’area di Villacidro (analisi di G.M. Ingo), analisi che però non convincono altri studiosi. Una attestazione simile si ha per reperti punici da Tharros. Comunque sia i giacimenti sardi sono poca cosa e non tali da richiamare grande attenzione da parte, ad es., dei ciprioti; e allora? Riteniamo sulla base del complesso quadro dei reperti di importazione trovati in Sardegna e dei reperti sardi trovati in tutto il Mediterraneo occidentale, che la Sardegna nuragica abbia svolto un’azione di mediazione tra i mercati villanoviani e iberici e quelli siciliani e del mediterraneo orientale. In altre parole ipotizziamo che i ciprioti e i levantini in generale abbiano ricevuto, in cambio del rame e degli altri oggetti di prestigio, oltre all’argento anche lo stagno proveniente dai giacimenti, decisamente ricchi, della Toscana (area di Populonia) e dell’Iberia (lingotti di stagno iberico sono stati trovato sulle coste israeliane) e che i nuragici a loro volta ricercavano per i loro prodotti in bronzo. Mentre l’argento è praticamente ignorato dai nuragici e il ferro poco usato. Questo è il quadro sul quale si sta lavorando; un quadro molto complesso, soprattutto per la quantità e la qualità di dati da analizzare.

Nell'immagine un lingotto in rame, del tipo ox-hide, conservato al Museo di Cagliari

lunedì 9 settembre 2013

Bronzetti sardi



Bronzetti Sardi 
di Maurizio Feo




                                                  Nell'immagine: Bronzetti al Museo Archeologico di Cagliari

Oggetti e reperti di rame e bronzo rinvenuti in Sardegna, sono spesso al centro di discussioni. Pareri difformi – talvolta suffragati da “prove” dell’archeologia scientifica – aprono la strada a tesi non proprio ortodosse e a confusione. Si ha talvolta l’impressione che persino alcuni autori non possiedano l’esperienza diretta “sul campo” di che cosa realmente comporti la ricerca, l’estrazione e la fusione dei metalli[1]. Alcuni restano stupiti dell’aspetto simile all’oro che possiede il bronzo “nuovo”, conoscendo soltanto quello ossidato dei reperti. Altri non conoscono i tempi diversi di raffreddamento, necessari ai metalli diversi, dopo la fusione[2]. A prescindere da ciò, di fatto molte domande restano ancora senza una definitiva risposta. Per citarne solo alcune: quale fosse la provenienza degli oggetti di bronzo; quale il tipo di vita delle popolazioni che li producevano; chi organizzava la composizione abbastanza standardizzata e la distribuzione, degli ox-hide ingots[3] attraverso il Mediterraneo e fino alle coste del Mar Nero; in che modo fosse organizzato il commercio parallelo degli oggetti di lusso; quali fossero i navigli…
Non è possibile parlare dei metalli, senza fare un riferimento alle prime attività minerarie dell’uomo e senza formulare almeno un paio di considerazioni di base.
La prima considerazione è che lo scavo minerario è sempre stata un’attività dura e pericolosa: nessuno ci si dedicherebbe se non dietro costrizione, oppure grandi vantaggi economici, materiali o morali[4]. Tito Lucrezio Caro (De Natura Rerum, I sec. a.C.) scrive: “Pensa che là alcuni uomini scendono e scrutano il ferro nascosto, l’oro, le vene d’argento e di piombo; scavano, in abissi chiusi la roccia compatta, nell’ombra umida e respirano aria maligna, il fiato malvagio dell’oro nel suolo, nelle putrescenti miniere. Non si può guardare nel viso questi uomini senza dolore, quando salgono per poco alla luce: se ancora non li hai veduti, n’avrai sentito parlare, come presto periscano e quanta parte della loro vita essi perdano ogni giorno, dentro la terra, in quella fatica sepolta verso cui la miseria li spinge”.

                                                  Nell'immagine: Bronzetto al Museo Archeologico di Cagliari 

Probabilmente, i primi scavi mai effettuati furono volti a trovare quella vena ferrosa scura che si chiama ematite, con strumenti di osso, frantumandola fino a polverizzarla e trasformarla in ocra rossa[5]. Il premio, qui, consisteva forse nell’enorme valore religioso sacrale che – proprio in tutto il mondo – l’antropologia è riuscita a ricostruire per l’ocra, dall’uso rituale che l’uomo antico ha fatto ovunque di questo pigmento…
La seconda considerazione è d’ordine morale: come spesso succede, l’uomo (anche se alcuni negano l’essenza umana a creature pre Homo Sapiens) si sottopone ad un’attività durissima e pericolosa, non per ciò che è strettamente necessario alla propria vita, bensì per un bene astrattamente prezioso, di lusso, se non voluttuario. Ancora oggi, sembra non avere appreso granché dai propri errori.
In ordine cronologico, due tipi di pietra hanno affascinato l’uomo, in seguito: l’ossidiana (vetro vulcanico) e la selce (pietra sedimentaria ricca in silicio). Siamo ormai a circa 10.000 - 8.000 anni fa, l’uomo si è abituato a riconoscere l’aspetto naturale di queste pietre e di altre ancora: è diventato un cercatore, è un geologo arcaico. Apre strade nuove, anche per mare, che percorrerà per lungo tempo… Ma fa anche commercio, sia dei suoi beni di lusso che di strumenti di lavoro, tanto che questi si ritrovati anche a molto più di 200 chilometri dai siti di produzione, attraverso il mare[6]…
Che l’uomo abbia effettuato un bel po’ di sperimentazione, con il fuoco, questo è certo: la pirotecnologia è così progredita attraverso un’enorme quantità di tentativi ed errori. Anche la selce può essere meglio lavorata dopo esposizione al fuoco (100-400°C): questo trattamento produce fili ed utensili meno resistenti, ma riduce lo scarto di lavorazione...
Uno dei primi esperimenti deve essere stato effettuato sul calcare macinato (o su gusci macinati di conchiglie, in sua assenza), ponendone strati alternati a strati di legna (800°C). Questo fa “calcinare” il calcare, che, in seguito mescolato con acqua dà la “calce spenta” (idrossido di calcio).
L’idrossido di calcio è un prodotto instabile e, lasciato riposare, reagisce con il diossido di carbonio e perde vapore acqueo. Ciò che ne risulta è un intonaco, che può servire a chiudere le fessure in un muro (mescolato a sabbia) oppure a realizzare il pavimento di una terrazzatura (mescolato a schegge di calcare). Siamo in epoca ancora precedente alla terracotta: non si utilizzano ancora le argille (alluminosilicati), non si usa ancora il forno del vasaio con le sue elevate temperature, ma i concetti ci sono già tutti, non ci vorrà ancora molta sperimentazione.

domenica 8 settembre 2013

Dedicato alla cultura: se muore il liceo classico...muore il Paese.

Perché se muore il liceo classico muore il paese
di Giorgio Israel


Un boom d’iscritti ai test d’ingresso al Politecnico di Milano e un declino delle iscrizioni ai licei, in particolar modo al liceo classico. Ottima è la prima tendenza, perché la rivalutazione delle professioni tecnologiche è essenziale per un paese in via di declino industriale; pessima però è la seconda tendenza: la sciagurata diatriba tra le due culture danneggia entrambe. Nella furia di distinguerle, le scienze vengono separate dalla cultura e pensate come mere abilità pratiche, predicando che solo ciò che ha un’utilità diretta vale qualcosa.
Da un lato un boom d’iscritti ai test d’ingresso al Politecnico di Milano e una propensione per le lauree di ingegneria o direttamente correlate a una professione definita; dall’altro, un declino delle iscrizioni ai licei, in particolar modo al liceo classico. Alcuni commenti salutano questi dati come espressione di una tendenza positiva verso la “laurea utile”, verso l’abbandono delle propensioni “generaliste”, verso una preparazione corrispondente alle figure richieste dalle aziende. A noi sembra invece che la valutazione vada divisa: ottima è la prima tendenza, perché la rivalutazione delle professioni ingegneristiche e tecnologiche anche a livello della formazione professionale, è essenziale per un paese in via di declino industriale; pessima è la seconda tendenza per motivi che dovrebbe essere superfluo dire. Come può un paese che possiede più della metà dei beni culturali, artistici, architettonici del mondo non preoccuparsi di coltivare un ceto di persone di altissima competenza capace di valorizzare quel patrimonio che, se non altro, ha un enorme potenziale economico? Si badi bene: non si tratta solo della necessità di formare un esercito di archeologi, di restauratori, di persone all’altezza di gestire musei e l’immenso, quando degradato e depredato, patrimonio librario del paese. Si tratta di non disperdere la memoria dell’identità storico-culturale italiana. Come è possibile pensare che il patrimonio culturale del paese possa essere preservato se quasi nessuno conosce più neanche i nomi degli architetti, dei pittori, dei letterati, degli scienziati che l’hanno costruito e finisce col considerarlo un irriconoscibile ciarpame? Il disprezzo dell’umanesimo (anche sul fronte della cultura scientifica!) è la via per il sicuro declino. Ci potremmo fermare qui, ma c’è di peggio. La cultura italiana è stata largamente influenzata dagli assurdi pregiudizi crociani contro le scienze fisico-matematiche e naturali considerate come un cumulo di pseudo-concetti ed è giusto che tale nefasta influenza venga definitivamente superata. Ma la via per superarla non è certamente quella di esibire un disprezzo per la cultura definita (anche di recente in un articolo di stampa dedicata a questi) come “debole”, quasi che filosofia, letteratura, scienze umane in generale fossero soltanto chiacchiere vacue incapaci di costruire conoscenza e di stimolare abilità pratiche. La sciagurata diatriba tra le due culture danneggia entrambe. Nella furia di distinguerle, le scienze vengono separate dalla cultura e pensate come mere abilità pratiche, predicando che solo ciò che ha un’utilità diretta vale qualcosa. Non a caso stiamo perdendo il senso della parola “ricerca”, ormai sinonimo di “innovazione tecnologica”. Invece, lo straordinario successo della scienza occidentale è stato fondare la tecnica sulla scienza, creando la “tecnologia”. Tutte le grandi scoperte scientifiche che hanno cambiato il volto del mondo – a partire dal computer digitale – sono frutto di idee teoriche, fondate sulla “scienza di base”. Un grande ingegnere come Leonardo da Vinci ammoniva: «Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza. Quelli che s’innamoran di pratica senza scienza son come ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada». Oggi questo è più vero di ieri. Giorni fa un illustre ingegnere osservava che nel contesto odierno, sempre più complesso e ricco di interrelazioni, servono persone di formazione vasta e aperta, in breve di formazione umanistica, che spesso solo il liceo classico può dare. L’innovazione tecnologica richiede una cultura vasta capace di attingere ai campi più disparati, altro che specializzazione. Mi ha profondamente colpito l’osservazione che ho sentito da diversi ingegneri che le automobili di oggi sono, in fondo, ancora “bricolage” del modello originario, mentre occorrerebbe ripensarne uno nuovo non soltanto in termini tecnici stretti, ma tenendo conto del senso del “trasporto” nella realtà economico-sociale di oggi. Come può farlo questo chi non sappia di economia, di sociologia, di storia? In un’università tecnologica francese mi raccontarono: «Un’importante ditta automobilistica ci chiede come migliorare una difficoltà di carburazione. Un ricercatore elabora un modello e conclude che occorre aumentare di tot millimetri il diametro di un tubo. Cosa di veramente nuovo può venire da questo?». È comprensibile che le imprese abbiano fretta e desiderino un sistema dell’istruzione funzionale alle formazione di addetti. Ma ciò può portare solo al disastro. Nè vale produrre l’esempio di paesi che imboccano questa via: qui il mal comune non è mezzo gaudio. Tanto meno può esserlo in un paese che non solo possiede gran parte del patrimonio culturale e artistico mondiale, ma ha una grande tradizione: aver saputo sintetizzare con successo, dal periodo postunitario, visione umanistica, scientifica e tecnologica. Di tale sintesi è stata espressione l’ingegneria italiana, costellata di grandi personalità che non erano solo “pratici” di prim’ordine, ma scienziati e umanisti. Tale fu Luigi Cremona, matematico puro, fondatore della Scuola di Ingegneria e ministro dell’istruzione. Tale fu Francesco Brioschi. Tale fu Vilfredo Pareto ingegnere ferroviario, imprenditore, e grande teorico dell’economia e della sociologia. Scienziato umanista fu il creatore della plastica Giulio Natta (diplomato in un liceo classico). Questa è la tradizione cui riallacciarsi, invece di credere che sia un progresso distruggere la formazione umanistica classica, proprio mentre viene riscoperta in paesi privi delle nostre tradizioni. Abbiamo bisogno di persone di ampia formazione e capaci di scelte autonome, e non di polli di batteria formati per una sola funzione che, col procedere tumultuoso della tecnologia, potrebbe diventare obsoleta nel giro di poco tempo. Per formare persone del genere serve anche il liceo classico. Chi gioisce per il suo declino ride mentre è segato il ramo su cui sta seduto.

Articolo apparso su Il Mattino e Il Messaggero, 25 agosto 2013

http://www.roars.it/online/perche-se-muore-il-liceo-classico-muore-il-paese/

sabato 7 settembre 2013

Archeologia e cartografia: Mercatore, Tolomeo e il Grande Verde.

Archeologia e cartografia: Mercatore, Tolomeo e il Grande Verde.
di Rolando Berretta


Per Tolomeo, e i suoi contemporanei, quello che chiamiamo Mar Rosso era definito Golfo Arabico. Alla fine del Golfo Arabico, ricorda Diodoro Siculo III 40, dove il Golfo subisce una contrazione e inizia una curvatura verso le regioni dell’Arabia, il mare ha un aspetto lagunare e il colore prevalente è il VERDE. Ciò è dovuto alla grande quantità di alghe che si notano nella trasparenza dell’acqua. La parte più stretta di quel mare era idonea solo alla navigazione a remi. Navi appesantite da carichi notevoli, come per il trasporto di elefanti, avevano problemi perché il fondale misurava 3 orgie, una misura di lunghezza della Grecia e dell’Egitto equivalente a circa 177,6 cm, pari a due braccia distese. Dopo lo Stretto iniziava il Mar Rosso, identificato fino al Golfo Persico, nel quale terminavano i fiumi della Babilonia.

Se si osserva l’Atlante Catalano (del 1.370) si notano le Azzorre, Madera, le isole Saluage (che, per me, sono le Antille) e le Canarie. Sull’Equatore ci sono le tre isole di San Tommaso, Sant’Antonio e Malabo. Mancherebbero le isole di Capo Verde. Curiosamente la zona del Golfo Persico mostra numerose isole. Genovesi e Veneziani avevano già navigato nelle coste Atlantiche e dell’Africa, alla ricerca della via delle Indie. Che cosa può essere successo?
Anticamente usavano carte con il SUD in alto. C’era anche il mare Verde di Diodoro sicuramente. Al momento di girare le carte è successo qualcosa, forse hanno girato le sole terre e riordinato l’Europa e l’Africa lasciando il mare e le isole da sistemare. Il Mare Verde ha dato il nome a Capo Verde (DAKAR) che, di verde, ha ben poco. Le isole, invece, sono rimaste nel Golfo Arabico.
Poi… partirono i Portoghesi, con navi (e piloti) veneziani e genovesi e riscoprirono, LORO, tutte le isole Atlantiche. Le isole del Capo Verde furono riscoperte. Il mare pieno di alghe è rimasto sulle carte ma era segnalato, sicuramente, in qualche maniera. E così partì Colombo.
(dalla lettera rarissima del III viaggio…. Stampata):
“Quando io - venendo dalla Spagna alle Indie - giunsi a 400 miglia a ovest delle Azzorre avvertii un gran mutamento sia nel cielo sia nelle stelle, come pure nella temperatura dell'aria e nelle acque del mare. E a questo fenomeno feci molta attenzione. Osservai che da nord a sud, oltrepassata la distanza di 400 miglia dalle suddette isole, l'ago della bussola che fino a quel punto tende a nord-est, si orienta d'improvviso a nord-ovest una quarta di vento tutta intera. E ciò si verifica mentre ci si avvicina a tale linea, come chi stesse superando un pendio. Trovai pure il mare completamente pieno di un'erba fatta di rametti di pino e carica di frutti simili a quelli del lentisco. L'erba era così densa che nel mio primo viaggio temetti che si trattasse di una secca e che le navi vi si sarebbero arenate. E il fatto sorprendente è che fino al momento di arrivare a quella linea della stessa erba non se ne trova affatto. Arrivando in quel punto trovai il mare calmo e liscio e benché soffiasse il vento esso non si alzava mai. Inoltre all'interno di questa linea, dal lato di ponente, la temperatura era mite e senza grandi sbalzi sia d'inverno sia d'estate. Stando lì mi accorsi che la stella polare forma un cerchio con un diametro di cinque gradi e quando le Guardie sono nel braccio destro la stella sta nel suo punto più basso e si va alzando fino a raggiungere il braccio sinistro. È allora a cinque gradi e da questa posizione si abbassa progressivamente fino a tornare al braccio destro. Io dalla Spagna arrivai all'isola di Madera e da lì alle isole Canarie e quindi alle isole di Capo Verde. Da lì proseguii la navigazione in direzione sud fino a oltrepassare - come ho detto - la linea equinoziale (Equatore). Una volta giunto all'altezza del parallelo della Sierra Leone, in Guinea, mi imbattei in una temperatura così torrida e in raggi del sole così caldi che temevo di bruciare. E benché fosse venuta la pioggia e il cielo fosse annuvolato restai gravemente preoccupato finché Nostro Signore non si compiacque di mandarmi un buon vento spingendomi a prendere la rotta di ponente, nella convinzione che avvicinandomi alla linea di cui ho parlato sopra, avrei riscontrato il cambiamento di temperatura. E in effetti una volta postomi in corrispondenza di quella linea la temperatura del cielo diventò mite e quanto più io andavo avanti tanto più la temperatura si addolciva. Ma non c'era corrispondenza tra questo fenomeno e la posizione delle stelle”

Conoscete qualche altro Grande Navigatore che si è imbattuto nei SARGASSI?
Su questa parte di LETTERA ci sarebbe TANTO da discutere, fino alle tre alte cime da cui prende nome l’isola di Trinidad.
Tutto questo per dire che per il MITICO GRANDE MARE VERDE una spiegazione ci sarebbe.
Anche per gli Shardana in Egitto:

Basterebbe trovare materiale NURAGICO in qualche tomba egiziana.
(il cartiglio recita: CANNONAU; con il determinativo: Tre bottiglie)

Su questo Blog è riportata la Lettera Rarissima; vedasi l’articolo in data 27 gennaio 2012.

Per i viaggi dei Genovesi e Veneziani vedere:
BIBLIOTECA RARA. LETTERE AUTOGRAFE con un discorso di CESARE CORRENTI su COLOMBO. Milano, G.Daelli e Comp. Editori, 1863

Dissertazioni STORICHE APOLOGETICHE CRITICHE delle SARDE ANTICHITA’
Scritte dall’Abate MATTEO MADAO 1792 CAGLIARI nella REALE SPAMPERIA


Inoltre:
In questo Blog ho proposto due pezzi in data 25 febbraio e 5 marzo 2013. La III parte, troppo noiosa, e incomprensibile, fu cestinata da Pierluigi. Venne, anche, la IV parte. Le trovate nel Blog:
IL MULINO DEL TEMPO (vedere sulla sinistra).

Credo che Gerardo Mercatore, il grande tipografo, andrebbe spiegato in maniera DIVERSA.