lunedì 3 giugno 2019

Archeologia. Il Vino, la Vita e la Morte nella Sardegna Punica. Articolo di Carlo Tronchetti


Archeologia. Il Vino, la Vita e la Morte nella Sardegna Punica.
Articolo di Carlo Tronchetti

Il consumo del vino ed il valore conferito alla bevanda in Sardegna durante il periodo punico differisce totalmente da quello che aveva nel precedente mondo fenicio, e che è stato ben illustrato da Paolo Bernardini, in linea con quello che possiamo chiamare il Mediterraneo delle aristocrazie.
Si va a perdere il valore sacrale che accompagnava l’assunzione della bevanda, con il suo rituale di strumenti particolari, quali il piccolo tripode per triturare le essenze che aromatizzavano il liquido.
Il vino mantiene sempre la sua valenza di bevanda peculiare, che unisce in sè l’aspetto edonistico e quello più oscuro che deriva dall’inebriamento provocato dalla smodatezza nel bere, ma il suo uso diviene generalizzato. Il dettagliato e fondamentale esame del materiale anforico di Cartagine compiuto da B.Bechtold, in particolare, per quel che ci riguarda, per i suoi periodi Middle Punic I e II, mostra chiaramente l’importanza e la mole del traffico di anfore vinarie verso la metropoli africana; la sua veloce disamina della situazione sarda, basata sui materiali editi e notizie ancora inedite, unitamente ad altre recenti pubblicazioni, conferma anche per la Sardegna, sia pure in
misura quantitativamente più ridotta, questa tendenza.
Di estremo interesse è l’osservazione del repertorio formale utilizzato per il consumo del vino durante il V ed il IV sec. a.C., che esaminerò in massima prevalenza sotto il profilo del materiale ceramico di importazione.

E’ già stato notato come l’assortimento del vasellame per bere punico si caratterizzi per l’assenza di anse (figg. 1-2), tranne che negli esemplari che imitano o si ispirano a fogge importate. Gli studi di Bartoloni, generali e di dettaglio e analisi di situazioni locali mostrano come questo aspetto sia generalizzato.
Al contrario nel mondo “classico” sono stati considerati specifici recipienti per l’assunzione del vino i vasi per bere ansati, specificazione che io ritengo possa essere sicuramente valida per l’ambiente in cui è stata proposta, ma che considero non pienamente applicabile quando ci si sposti in un altro e diverso ambito culturale, quale quello del mondo punico e punicizzato d’occidente, come ho già avuto modo di puntualizzare in altra sede. Questo è un fenomeno interessante, perché consente di individuare un approccio al consumo del vino che si configura diverso da quello che troviamo ben attestato in ambito ellenico o fortemente ellenizzato. Altro aspetto rilevante è la marcata diversificazione tra contesti di abitato e contesti funerari. 

Al di là delle differenziazioni che si possono agevolmente evidenziare tra centro e centro della Sardegna punica, aspetto già ben indicato da tempo da Bartoloni, si può notare costante la dissomiglianza della facies dei vasi potori di importazione tra i reperti degli abitati e quelli delle necropoli. Il fenomeno inizia ad apparire nel V secolo, anche se in questi decenni il materiale importato non appare in quantità rilevantissima. Se esaminiamo, ad esempio, Cagliari, possiamo vedere come lo scavo dell’abitato di Via Brenta abbia restituito una buona quantità di forme per bere importate, tra cui skyhpoi attici a figure rosse (fig. 3), da un settore indagato di non grande estensione. Al contrario le centinaia di tombe a camera scavate dall’800 ad oggi non hanno restituito che un unico ed isolato esemplare di skyphos, decorato a figure rosse. Per Sulci, rimanendo ad esaminare i centri in cui sono stati scavati sia settori dell’abitato che della necropoli, possiamo dire che la ceramica attica potoria figurata è in quantità abbastanza ridotta sia nell’abitato che nella necropoli dove appaiono, da vecchi scavi avvenuti poco dopo la metà del novecento, sporadici esemplari (fig. 4) di coppe-skyphoi e mastoidi delle tarde figure nere, e poco più; in concreto gli esemplari potori figurati importati sembrano concentrarsi nella prima metà del V secolo. Al contrario gli skyphoi a vernice nera sono attestati nell’abitato in misura rilevante, ma praticamente del tutto assenti nelle tombe. Per Nora il discorso è parziale, in quanto la necropoli è stata indagata ed edita, ma dell’abitato restano ancora da individuare le stratificazioni di età punica ed abbiamo  fondamentalmente solo pochi materiali residui nelle Unità Stratigrafiche formatesi in epoca romana o successiva. 

Considerazioni simili possono portarsi per Tharros, i cui dati contestuali editi delle tombe conservate nel British Museum appaiono largamente incoerenti, sussistendo la più che ragionevole e verosimile ipotesi che si tratti di contesti creati ad arte al momento della vendita al Museo londinese nel XIX secolo. Anche a Tharros le stratificazioni pertinenti alla città punica sono ancora da individuare, scavare e pubblicare, tranne che nel caso del tophet, un sito particolare con reperti particolari, che esulano dalla casistica esaminata in questo lavoro. Si può riscontrare, a livello di considerazioni generali sull’intera Sardegna, che il vasellame di importazione è attestato in misura abbastanza ridotta e l’unica preferenza percepibile è quella rivolta ai piccoli contenitori di olio profumato, lekythoi e soprattutto lekythoi ariballiche che sono la forma maggiormente attestata, soprattutto nella seconda metà del secolo. Anche le lucerne hanno una buona diffusione, e queste due fogge costituiscono in assoluto la maggioranza della ceramica attica importata. Tra le coppe la prevalenza è data dalle Castulo cups (fig. 5), che, secondo una felice intuizione di Shefton, devono essere intese come principalmente destinate al commercio transmarino e come tali trovano una larghissima diffusione in Sardegna e nella Penisola Iberica. Oltre che i vasi potori si riferiscono al consumo del vino anche i recipienti per versare, le oinochoai. Ma in questo settore i risultati sono sconfortanti. Le oinochoai attiche sono presenti in misura ridottissima: due a Nora ed una a Sulci, tutte da necropoli, ed un frammento dall’abitato cagliaritano, anche se si devono riscontrare imitazioni (fig. 6) nella necropoli di Tuvixeddu a Cagliari. I crateri, rivolti alla preparazione della bevanda, sono altresì conosciuti da pochi frammenti riportabili a questa forma, di area oristanese.

Si può affermare che durante il V secolo non si riesce a percepire l’esistenza nell’isola di un “servito da vino” qualificato da vasellame di importazione. Quando ampliamo l’indagine al IV secolo vediamo che la situazione si modifica parzialmente. Adesso le forme importate presentano una maggiore standardizzazione orientata verso il vasellame da mensa con un numero più ristretto di fogge, attestate in un numero maggiore di esemplari. Questo è un evidente riflesso della produzione attica, che si concentra in massima prevalenza su tale tipologia di forme, ma il mondo punico di Sardegna opera una precisa selezione riguardo al repertorio a disposizione. Il vasellame potorio biansato attestato ad Atene si concentra sugli skyphoi, le bolsal, le coppe-kantharos ed i kantharoi; in Sardegna la forma preferita è senza dubbio la bolsal, seguita dalla outturned rim (fig. 7), e questo possiamo estenderlo anche a Cartagine, dove la coppa ansata è presenta in buon numero e gode di rilevanti produzioni di imitazione. Gli skyphoi, invece, sono attestati in misura largamente minore. Ribadisco anche in questa sede che io considero la coppa attica outturned rim (L. 22) come un vaso polivalente, destinato cioè sia per il consumo di alimenti semiliquidi, che per quelli liquidi, come il vino. Non è fuor di luogo osservare che le diverse città puniche di Sardegna offrono facies
differenziate per quanto riguarda la ceramica da mensa importata, sia come attestazioni numeriche
che come distribuzione tra abitati e necropoli. La recente analisi della discarica che colmava la cisterna US 500 nell’abitato di Sulci ci consente di avere un buon punto di partenza per queste considerazioni, unitamente alle risultanze degli scavi urbani di Cagliari, per le quali, però, per correttezza metodologica, limiteremo le osservazioni ad un singolo contesto analogo a quello di Sulci, e cioè la discarica che riempiva la cisterna 7/618 (figg. 8-9).
Come si percepisce dai grafici, le differenze sono rilevanti. Sulci offre una maggiore varietà di fogge, quattro rispetto alla singola di Cagliari. In assoluto si può dire che la bolsal è la forma maggiormente rappresentata. Se dovessimo, però, allargare la disamina anche alle risultanze degli scavi genericamente dei due abitati, potremmo notare che a Cagliari la coppa L. 22 è maggiormente attestata rispetto alla bolsal (20 rispetto a 15) ed appare anche la forma, assolutamente episodica in Sardegna, della coppa-kantharos, presente in 2 esemplari. Per Sulci, purtroppo, non possediamo ancora un’analisi dettagliata dei ritrovamenti di ceramica attica dello scavo dell’abitato, per cui è impossibile prospettare confronti, proponibili solo, come abbiamo fatto, per i contesti chiusi provenienti dalle due cisterne.  Esaminando le necropoli degli stessi centri, le diversità diventano macroscopiche, dal momento che a Sulci i pur numerosi e ricchi corredi tombali non presentano praticamente materiale di importazione, se non sporadiche lucerne. Il vasellame importato è assente. A Cagliari, invece, è attestato, sia pure in misura ridotta, e converrà confrontare la sua situazione con quella norense, aiutati dal fatto che in entrambi i siti è stato identificato ed edito un eguale numero di
tombe di IV secolo, precisamente diciannove (fig. 10).

Come si vede bene, a livello quantitativo assoluto esiste una marcata distinzione tra le due necropoli, con Cagliari che praticamente ha un quinto dei vasi di Nora. Da notare, anche, l’attestazione a Nora di skyphoi in un numero ridottissimo di esemplari, del tutto assenti a Cagliari. Ma se esaminiamo i medesimi reperti dal punto di vista percentuale interno, le cose cambiano (fig. 11).
Difatti la forbice tra Nora e Cagliari si riduce notevolmente ed il rapporto tra bolsal e coppe L. 22 è abbastanza simile, anche se Nora sembra privilegiare, sia pur di poco, la prima forma rispetto all’altra, come mostra in modo più evidente il grafico successivo (fig. 12). Un altro fattore che si evidenzia con l’esame del vasellame importato nelle necropoli è che non esiste una combinazione di forme che possa essere intesa come costituente un “servizio per bere”. Mancano in assoluto le forme per versare. L’oinochoe attica di IV secolo maggiormente diffusa, denominata chous (shape 3 Sparkes-Talcott), è totalmente assente. Come, del pari, è assente il cratere, destinato a mescolare il vino con l’acqua, da dispensare successivamente ai convitati. Un piccolo quadro riepilogativo consentirà di riassumere brevemente le attestazioni di vasellame potorio importato nei tre centri presi in esame: Cagliari, Nora e Sulci, sia negli abitati che nelle necropoli (fig. 13). E’ agevole da questa sinossi osservare come il trend delle importazioni del vasellame potorio da mensa sia orientato con una precisa selezione che esclude pressochè totalmente alcune forme prodotte ad Atene, come i kantharoi, e le fogge connesse con il consumo del vino destinate a presentare e servire la bevanda. Bevanda che comunque, abbiamo visto, veniva consumata, sia con vasi importati che locali, che anche di imitazione o derivazione dalle forme importate. Queste in Sardegna si limitano alla outturned rim (fig. 14), con una vastissima serie di produzioni che si addentrano ampiamente nel secolo successivo. A Cartagine (fig. 15) e nell’area gaditana è agevolmente percepibile il medesimo fenomeno, riscontrabile anche nelle Baleari, ma possiamo apprezzare anche una rilevante produzione locale di bolsal (figg. 16-17). I materiali attici provenienti dai recenti scavi del Decumanus Maximus della metropoli africana eccellentemente editi dalla Bechtold, indicano una prevalenza minima delle outturned rim rispetto alle bolsal, con gli skyphoi in netta minoranza, ma solo nella produzione a vernice nera. Se prendiamo in esame i vasi figurati, gli skyphoi saltano prepotentemente in testa, con l’attestazione di esemplari del Pittore Fat-Boy, mentre sempre a figure rosse abbiamo una coppa del Gruppo di Vienna 116. La Sardegna brilla per l’assenza di vasi potori figurati di IV sec. a.C.: solo sporadiche coppe del Gruppo di Vienna 116 da Sulci, Tharros e Terralba. Mancano gli skyphoi del Pittore Fat-Boy ed anche i crateri del Tirso Nero, ampiamente diffusi, invece, nella penisola iberica e molto ben attestati nel relitto di El Sec.
Come ho già rilevato in altra sede, indubbiamente la Sardegna punica non offre una particolare attenzione alla ceramica figurata e questo, a mio avviso, è un portato anche del fatto che il consumo comunitario del vino non riveste un significato peculiare. Ciò è ben percepibile dall’esame degli abitati, come si è visto, ed ancor più risalta dalla disamina delle necropoli. Difatti la composizione del corredo funerario è un atto di precisa selezione dei materiali che lo compongono, in ragione del risalto da dare allo status del defunto, attraverso gli aspetti ed i momenti topici ed eclatanti della sua figura come individuo sociale. Con ogni evidenza il consumo comunitario del vino non rientra tra questi aspetti e questi momenti.
Ho creduto di trovare un spiegazione al riguardo, come già proposto in altra sede, nell’analisi dedicata da Domenico Musti al simposio. Dopo il periodo arcaico lo studioso nota come il simposio si indirizzi verso una pratica sostanzialmente intellettuale di conversazioni filosofiche e morali di impronta socratica e platonica. Il fenomeno è quindi strettamente connesso ad una fase ben determinata della cultura ellenica. Così, invece, palesemente, non è per il mondo punico di Sardegna, dove mi sentirei di proporre che la mancata valenza ideologica del servito per bere sia determinata dalla diversa concezione del banchetto nei due dissimili ambienti culturali.

Nessun commento:

Posta un commento