venerdì 30 novembre 2012

Cagliari. Serata dedicata alla Civiltà Nuragica

Serata dedicata alla Civiltà Nuragica


La Società Umanitaria e l'Associazione Riprendiamoci la Sardegna organizzano una serata culturale a Cagliari, dedicata alla Sardegna di 3500 anni fa. Una serie di filmati degli Anni '50 gentilmente offerti dalla Cineteca Sarda, arricchiranno la presentazione dell'ultimo libro di Pierluigi Montalbano: "Sardegna, l'isola dei Nuraghi", Capone Editore, fresco di stampa.
L'appuntamento è per lunedì 3 Dicembre alle ore 20.00, a Cagliari, nella Sala Convegni della Cineteca Sarda, in Viale Trieste 126.
Parteciperanno, oltre l'autore, il fotografo Cristiano Cani e Marcello Onnis, ideatore del "Sistema Onnis" per la determinazione del posizionamento dei nuraghi. Introdurrà la serata Riccardo Laria, presidente dell'Associazione "Riprendiamoci la Sardegna".
Questa la recensione di Felice Laudadio su "La Repubblica":
“Nell’ultima parte del II millennio a.C, in piena età del Bronzo, si sviluppò in Sardegna un particolare tipo di struttura chiamata oggi nuraghe. Il complesso è costituito da torri circolari in forma di tronco di cono, realizzate con pietre di notevoli dimensioni, con camere interne voltate a cupola. Il complesso di Barumini, che fu ingrandito e rinforzato nella prima metà del primo millennio, è il più bello e il più completo esempio di questa straordinaria forma di architettura preistorica.
Il monumento, per le sue caratteristiche, è stato classificato fra le costruzioni megalitiche che fanno parte del patrimonio dell’umanità.
L’Unesco ha riconosciuto nel 1997 i nuraghi “una eccezionale risposta alle condizioni politiche e sociali, con l’uso creativo e innovativo dei materiali e delle tecniche disponibili presso la comunità preistorica dell’isola”.
Sulla tecnica di edificazione, uno scrittore studioso della civiltà nuragica, il sardo Pierluigi Montalbano, ha realizzato una nuova ricerca, pubblicata dall’editore pugliese Capone (Lecce): “Sardegna. L’isola dei nuraghi”, 128 pagine 15 euro.
Simbolo da millenni della grande isola mediterranea, questi edifici maestosi non hanno precedenti nel mondo arcaico. Ci sono, semmai, edifici successivi che li ricordano, dalle fortificazioni di micenee nell’Argolide ai tempi dell’ittita Hattusa, in Asia Minore, alle tombe a tholos dell’Egeo e del Medioriente.

Ovviamente, i nuraghi sono stati costruiti a mano. È una curiosità legittima domandarsi con quale tecnica siano stati edificati, visto che sorsero in epoche primitive. Possenti, alti decine di metri, composti da grandi blocchi poligonali, su vari piani, con corridoi e coperture a ogiva, sono circa ottomila. Lo stato di conservazione è quanto mai vario: si va da una solidità sorprendente, al “desolante abbandono”. I più antichi datano fino a quasi 4 mila anni fa, dopo il 1800 prima di Cristo. I più recenti risalgono all’inizio dell’Età del Ferro, X secolo a.C.. Montalbano ricorda il parere prevalente degli archeologi, secondo i quali i maestri costruttori nuragici hanno adottato una specie di geometria sul campo, priva di cognizioni astratte ma strettamente operativa e indubbiamente efficace. Tutta prassi, niente teorie. Fissando in terra un paletto, tracciavano circonferenze concentriche con una cordicella. Incrociando i cerchi ottenevano le indicazioni geometriche indispensabili. L’autore sardo attribuisce a questa proto-scienza pragmatica il merito di aver fatto compiere un netto progresso alle civiltà remote. “Per realizzare le colossali imprese – ha osservato Montalbano in un articolo recente – occorreva coordinare una serie di capacità contemporaneamente: progettazione architettonica, organizzazione del lavoro, supporto logistico, fornitura dei materiali, amministrazione e perfino una qualche forma di assistenza medica.
Davanti all’impiego di tanti megaliti messi in opera, altre curiosità riguardano la soluzione del problema di trasportare massi ingenti e collocarli ad altezze considerevoli. La teoria più accreditata è quella della rampa: i blocchi venivano trascinati in alto su rampe inclinate realizzate allo scopo. Servivano evidentemente anche misure precise “per realizzare una costruzione equilibrata".
Resta da chiarire la funzione delle opere. Rinviando al volume risposte più articolate, si può sintetizzare in un compito di edifici fortificati con funzioni che variavano secondo le necessità della comunità che li edificava: torri di confine e avvistamento, residenze del capo clan, edifici per la celebrazione di riti civili e religiosi, luoghi nei quali conservare le risorse preziose delle comunità, dalle derrate alimentari ai metalli.
Il testo è diviso tre parti. La prima è dedicata alla storia della Sardegna dal Neolitico al Primo Ferro. La seconda offre 110 foto ad alta definizione e le schede tecniche di 28 nuraghi, l'ultima parte è dedicata all'approfondimento del "Sistema Onnis".

L'ingresso alla serata è libero.

giovedì 29 novembre 2012

Malco, Mazeo e altri eroi guerrieri delle spedizioni di Cartagine

Malco, Mazeo e altri eroi guerrieri delle spedizioni di Cartagine
di Rolando Berretta



Questa volta cercherò di aprire un’altra piccola breccia nella ricostruzione storica riguardante le vicende di Malco.
Come è noto, è solo nell’epitome di Giustino che sono ricordate le vicende. Una recente ricostruzione del prof. Paolo Bernardini, lega la disfatta di Malco con l’invio dell’icona di bronzo di Sardo Macherato (armato di machera; secondo me) a Delfi. Dietro l’invio dell’icona di bronzo (bronzetto), dice l'autorevole studioso, probabilmente c'è la grande vittoria dei Sardi contro Malco, poco prima della Battaglia del Mare Sardo; ogni altra ricostruzione non è possibile.
E qui non sono d’accordo.
Un paio di secoli dopo Giustino, toccò a Paolo Orosio raccontare gli avvenimenti. Orosio ci racconta che ai tempi di Ciro i Cartaginesi furono sconfitti in Sicilia e, in maniera più pesante, in Sardegna. Il comando della spedizione cartaginese era stato affidato a Mazeo, nome persiano. Orosio ci ricorda Mazeo come padre di Cartalone, come lo è Malco per Giustino. Di conseguenza Malco e Mazeo sarebbero lo stesso personaggio.
Questa paternità è sbagliata in Orosio. Mazeo sembrerebbe un persiano ed è poco probabile che si tratti del padre di un sacerdote cartaginese. Mazeo fu sconfitto in Sicilia e in Sardegna, quale bottino poteva mandare a Tiro? Quale poteva essere stato il frutto delle sue vittorie?
Mettiamo da parte Cartalone come figlio di Mazeo e vediamo cosa c’entrano i Persiani in quel periodo.
Noi sappiamo dell’interesse dei Greci sulla Sardegna, tutto ricordato da Erodoto che racconta alcune vicende su Istieo, il tiranno di Mileto. Fu lui a dire a Dario:
"Fammi tornare a casa che la Sardegna te la rendo tributaria io".
Qualcuno, evidentemente, aveva fallito precedentemente. Credo che si riferisse alla spedizione del persiano Mazeo ai tempi di Ciro. Quando il medico Democede, dice sempre Erodoto, fu riaccompagnato a Crotone dai Persiani, questi ultimi non facevano altro che fare carte geografiche e prendere appunti per ordine di Dario.
Diciamo che sono notizie che fanno intuire un certo interesse dei Persiani per le nostre zone. Quindi io lascerei Malco/Imilcone (MLK) operante dal 406 a.C. e Mazeo, con le sue sconfitte, ai tempi di Ciro.
Un ERRORE che si contesta a Erodoto riguarderebbe la paternità dell’Amilcare morto a Imera nel 480.
Erodoto lo indica come figlio di ANNONE e di una siracusana. Passiamo a Diodoro che ci ricorda dell’Amilcare morto a Imera.
Ci ricorda il figlio Giscone esiliato a Selinunte e il nipote Annibale che distrusse Imera e Selinunte per vendicare il padre e il nonno nel 409 a.C. Diodoro ci ricorda che fu onorato a Cartagine come il più grande condottiero che la città avesse mai avuto. Nel 406 Annibale fu rispedito in Sicilia ma, per l’età avanzata, gli fu affiancato Imilcone, anche lui della casata di ANNONE.
E' possibile che si siano sbagliati in due?
Per me questo Imilcone è il Malco ricordato da Giustino: oltre ad avere le stesse consonanti faranno le stesse cose. Intanto Magone è in arrivo.
Ritorniamo alla Battaglia del Mare Sardo ricordata da Erodoto: Tirreni e Cartaginesi contro i Focesi di Alalia. I Focesi ottennero la vittoria cadmea e, con gli speroni ritorni, fecero vela per Reggio. A questo punto del racconto, un traduttore attento, avvisa che la comparsa improvvisa degli Agilliani è fuori luogo. Sembra che ci fosse stato un altro episodio (battaglia) tra gli Agilliani e i Focesi. I due episodi sono stati uniti in maniera poco convincente.
Due righe sui Focesi le ha dedicate Strabone:
"Dice Antioco che presa Focea da Arpago, stratego di Ciro, quelli che poterono imbarcarsi su navi con tutta la famiglia, navigarono sotto la guida di Creontiade prima verso la Corsica e, poi, verso Massalia ma che, respinti, andarono a fondare Elea".
Gli addetti ai lavori, poi, stanno cercando di capire se i Focesi di Marsiglia affiancarono quelli di Alalia. Personalmente sono convinto di no.
L’ultimo gruppo agì in maniera indipendente e dovette abbandonare la zona, mentre i Marsigliesi rimasero. Poi si arriva a far svolgere la Battaglia nel porto di Pyrgi (Cerveteri- Caere). Si sono dimenticati che, in quella zona, i Marsigliesi avevano degli alleati di un certo peso militare: i Romani. Se la Battaglia si fosse svolta in uno dei porti di Caere, i Romani sarebbero intervenuti da terra.
Avessero, inoltre, trovato la minima prova archeologica...nulla, neanche un chiodo in uno dei tre porti di Caere.
Tutte le FONTI concordano sul fatto che i Cartaginesi furono sconfitti su tutti i fronti e che i Focesi concessero pace e trattati. I Romani, come alleati dei Focesi, sono compresi in questi vetusti trattati. Per completare il quadro, nel 525 a.C. arrivò in Africa lo spartano Dorieo, un altra guerra. Cartagine aveva troppi problemi e dovette declinare l’ordine di Cambise: i Persiani stanno conquistando l’Egitto. Cambise non lo dimenticò.
Molte volte le Fonti riportano la voce Tirreni, compreso Erodoto riguardo la Battaglia del Mare Sardo.
I traduttori la girano subito in Etruschi. Non sempre è corretto. Siamo nel 307 a.C. Roma ha domato tutta l’Etruria. Gli Etruschi sono tenuti a rispettare Roma e i suoi alleati, vedi Cartagine. Nel 307 a.C. c’è una flottiglia TIRRENA che corre in aiuto di Siracusa contro Cartagine. Quelle navi non erano sicuramente etrusche e, per la prima volta, gruppi di Tirreni si schierano con Siracusa contro Cartagine.
Altro esempio: Aristotele ci ricorda dei trattati che univano i Cartaginesi con i Tirreni, tanto da renderli un popolo solo. Non possono essere gli Etruschi.
Un altro fatto curioso è riportato dal vescovo Eusebio da Cesarea che ci ricorda un passo di Diodoro andato perso: sulla talassocrazia degli antichi popoli. Sembra che prima della guerra di Troia il primato spettasse ai Lidi. Premesso che i Lidi avevano pochissima dimestichezza con il mare, forse si riferiva agli Etruschi, che ancora non c’erano. O forse si riferiva ai terribili pirati Tirseni? Peccato non avere il passo originale di Diodoro.
Mi domando: come si può arrivare a scrivere sui libri di STORIA che gli Etruschi e i Cartaginesi, dopo aver sconfitto i Focesi, si spartirono la Corsica e la Sardegna?
Come si può arrivare a scrivere che Tiro, nel X a.C. aveva una colonia come dice la Bibbia?

Immagine del Porto di Cartagine di www.civilizacionesancestrales.blogspot.com

mercoledì 28 novembre 2012

Cagliari: salva la necropoli punica di Tuvixeddu


Cagliari: salva la necropoli di Tuvixeddu
di Saverio Malatesta 


Ogni tanto, nel sempre più desolante panorama dei beni culturali italiani, c’è qualche buona notizia. Il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza che dovrebbe porre definitivamente fine sull’ennesima annosa questione che interessa il patrimonio storico del nostro Paese: accettando il ricorso presentato dalla Regione Sardegna e dall’associazione Italia Nostra, l’organo giudiziario ha confermato i vincoli su una delle aree archeologiche più importanti dell’isola e del Mediterraneo, evitandone la distruzione a favore del solito complesso panoramico residenziale.
Occupando l’omonimo colle e parte del vicino rilievo di Tuvumannu, all’interno della città di Cagliari, quella di Tuvixeddu è la più estesa necropoli fenicio-punica sinora rinvenuta, ed anche una delle più ignorate. Fino agli Anni Ottanta, infatti, la ditta Italcementi gestiva una cava che interessava proprie le suddette alture, causando la distruzione di un numero imprecisato di sepolture; solo tardivamente venne chiusa, e solamente con la giunta regionale presieduta da Renato Soru furono imposti vincoli atti alla sua protezione, in funzione di una futura creazione di un parco archeologico che preservasse tanto le testimonianze storiche, quanto il suggestivo ed aspro paesaggio in cui sono situate. Un accordo tra il Comune di Cagliari, da sempre favorevole alla lottizzazione, e la società costruttrice, aveva portato ad ignorare tali vincoli, ribaditi con forza dall’allora soprintendente, Fausto Martino, che cancellò i nullaosta concessi dall’amministrazione. Contro tale provvedimento si ricorse al Tar del Lazio, che diede ragione ai costruttori: il progetto prevedeva di edificare un complesso di ben 260 mila metri cubi di cemento, in una zona già martoriata da altre deturpazioni simili, come quando, nel 2000, ben quattrocento sepolture furono distrutte, dopo esser state studiate e catalogate, soltanto per costruire le fondazioni di alcuni edifici.
Fortunatamente – ed il fatto che appaia una fortuna indica in quale stato il nostro patrimonio sia ridotto – il Consiglio di Stato ha capovolto la sentenza, esprimendosi a favore della tutela, e ribadendo che un’area già interessata da edificazione non per questo deve essere ulteriormente deturpata da nuove costruzioni: un principio che potrebbe essere applicato anche ad altri siti archeologici e paesaggistici, costantemente minacciati dall’avanzata inarrestabile del cemento. Sembra retorica, ma annualmente, in Italia, ben cinquecento chilometri quadrati di territorio scompaiono sotto il grigio del calcestruzzo.
Questa volta, però, l’orda cementizia è stata, temporaneamente, arrestata. Almeno a Tuvixeddu.

Fonti: http://tg24.sky.it/tag/tg24/tuvixeddu_1.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/11/02/una-colata-di-cemento-assedia-la-necropoli.html

L'immagine dell'area centrale della necropoli di Tuvixeddu, vista dall’alto è tratta da www.Repubblica.it


Per dovere di cronaca aggiungo un articolo che pubblicai qualche mese fa.
La necropoli di Tuvixeddu è la più grande necropoli fenicio-punica ancora esistente. Si estende all'interno della città di Cagliari, su tutto il colle omonimo, ed è compresa fra il rione cresciuto lungo il viale Sant'Avendrace e quello di via Is Maglias.
Il nome tuvixeddu significa “colle dei piccoli fori", dal termine sardo tuvu per "cavità", dovuto proprio alla presenza delle numerose tombe scavate nella roccia calcarea.
Tra il VI ed il III a.C. i Cartaginesi scelsero il colle per seppellirvi i loro morti: tali sepolture erano raggiungibili attraverso un pozzo scavato interamente nella roccia calcarea e profondo dai due metri e mezzo sino a undici metri. All'interno del pozzo una piccola apertura introduceva alla camera funeraria o cella sepolcrale. Le camere funerarie erano finemente decorate, e sono state trovate all'interno anfore altrettanto decorate; inoltre sono state rinvenute delle ampolle dove si mettevano delle essenze profumate. Alle pendici del colle di Tuvixeddu si trova anche una necropoli romana, che si affacciava sulla strada che, all'uscita della città, diventava la a Karalibus Turrem (oggi il viale Sant'Avendrace). La necropoli romana è prevalentemente composta da tombe ad arcosolio e colombari.
Di particolare interesse, tra le tombe puniche, la Tomba dell'Ureo e la Tomba del Combattente, decorate con palme e maschere tuttora ben conservate. Dopo la distruzione della città di Santa Igia intorno al 1200 da parte dei Pisani, i superstiti si stanziarono nell'attuale viale Sant'Avendrace, alle pendici del colle: così buona parte delle case si addossarono a Tuvixeddu, utilizzando ognuna di queste un accesso alle grotte. Ancora oggi, in caso di demolizione delle vecchie case del quartiere spesso si trovano grotte con evidenti segni di uso abitativo (alcune grotte riutilizzate a scopo abitativo si possono vedere dietro al Siotto).
Il colle di Tuvixeddu non venne mai valorizzato, e nel XX secolo divenne la cava di una cementeria dell'Italcementi, che ne ha terminato l'estrazione solamente negli anni ottanta. Così con i lavori di cava molte tombe andarono irrimediabilmente distrutte, anche se ne vennero trovate altre. Inoltre durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale le grotte vennero usate dagli abitanti della zona come rifugi antiaerei, e i più anziani le usarono come abitazioni per non dover correre ogni volta nel colle. Nell'immediato dopoguerra vennero abitate da chi aveva perso la casa durante i bombardamenti. Nel colle della cementeria oggi rimane soltanto la torre per la fabbricazione della calce e un capannone che si trova accanto alla nuova ala della scuola media intitolata al canonico Giovanni Spano.
Vi si vorrebbe realizzare un grande parco archeologico e naturalistico, all'interno del quale è prevista anche la costruzione di un museo che conservi i reperti e la storia del colle, anche se alcune imprese edilizie stanno realizzando numerosi interventi edilizi residenziali nella via Is Maglias, area interessata a ricerca archeologica dopo l'accordo del 2000 fra regione, comune e privati.

Fonte: Archeorivista

martedì 27 novembre 2012

Viaggio nella Storia - Santa Vittoria di Serri.

Viaggio nella Storia - Santa Vittoria di Serri.




Domenica 2 Dicembre la rassegna “Viaggio nella Storia”, organizzata dall’Associazione Tsìppiri, farà tappa al Santuario Nuragico di Santa Vittoria di Serri. La mattina, alle ore 10.30, appuntamento a Serri, direttamente all’agriturismo di Ambrogio, adiacente l’ingresso del sito.
Sarà presentata una relazione sui bronzetti con l’ausilio d’immagini e filmati.
Al termine è prevista la visita guidata al pozzo sacro, al nuraghe a corridoio e al villaggio nuragico con l’annessa piazza dedicata alle feste e al mercato.
Alle 13.00 inizierà il ricco pranzo (a prezzo concordato di 25 Euro) e, come promesso, ci sarà una piacevole novità: in accordo con l'agriturismo, abbiamo deciso di offrire ai partecipanti un pranzo nuragico, con pietanze preparate con gli stessi ingredienti che gli antichi sardi coltivavano e allevavano oltre 3000 anni fa.
Formaggio, maialetto, piselli, uova, asparagi, ricotta, fregola con funghi e alimenti preparati con miele, frutta di stagione, verdure, vino cannonau, acquavite e dolci con noci, mandorle e nocciole. Prelibatezze che ci faranno tornare indietro nel tempo, all’epoca in cui l'uomo e la natura collaboravano.

Appuntamento, come di consueto, a Cagliari, al T-Hotel alle 09.20.
La partecipazione è libera.

Per informazioni e prenotazione inviare una mail di risposta o chiamare il 338.2070515. Visto il limite massimo di 100 posti, si prega di prenotare per tempo.

Cliccando sotto, nelle scritte rosse, si apriranno i video delle precedenti escursioni:

Ussaramanna

Domus De Maria

Nuraghe Arrubiu

Progetto Tsìppiri:
L’Associazione Tsìppiri promuove dal 30 Settembre al 16 Dicembre 2012 in 5 località di interesse archeologico, una serie di appuntamenti domenicali con visite guidate e dibattiti culturali a cura di esperti di archeologia e storia sarda.
L’iniziativa, giunta alla sesta edizione è mirata alla presentazione di un percorso di cultura fra le possibilità di svago. Si vuole suggerire un punto d’incontro tra la frenetica quotidianità della città e l’incantevole tranquillità di una gita domenicale in campagna.
L’offerta si svolge secondo un calendario d’incontri con autori e relatori e visite ai siti.
Si affrontano diversi ambiti tematici: arte, storia e relazioni con altri popoli. I percorsi sono strutturati secondo il territorio visitato e prevedono una sosta gastronomica nelle migliori strutture ricettive agrituristiche della zona. Sarà offerta l’opportunità di rivisitare gli antichi sapori della cucina tradizionale sarda.
L’insieme dei beni archeologici e paesaggistici, uniti alla tradizionale ospitalità dei ristoratori dell’isola, è quanto di più prezioso può offrire la Sardegna ai visitatori, e la sensibilizzazione alla salvaguardia di questo immenso patrimonio è obiettivo da perseguire tenacemente e incessantemente. Alcuni studiosi sardi si mettono a disposizione della comunità e mostrano l’altro aspetto della loro attività: la divulgazione. Troppo spesso le impersonali sale convegni evidenziano la barriera invisibile fra relatori e uditorio, e questa idea nasce proprio dalla ricerca di un contatto informale fra due mondi che vorrebbero incontrarsi ma non riescono a trovare i luoghi idonei. Dopo il successo delle scorse edizioni, si è preferito mantenere immutato il progetto didattico, e il programma degli incontri consentirà ai partecipanti di acquisire le nozioni fondamentali per una corretta lettura del territorio e del patrimonio naturalistico e archeologico dell’isola.
Ogni domenica è suddivisa in convegno-dibattito con gli autori, pranzo in agriturismo e visite guidate nei siti.

lunedì 26 novembre 2012

Tartesso e Tàrsis

Riflessioni sul tema. Interpretazione di alcune fonti storiche romane.
di Rolando Berretta

Tartesso e Tàrsis
di Rolando Berretta

Se si prestasse attenzione alle sole consonanti TRTSS TRSS si capirebbe, subito, che sono due realtà differenti. Consiglierei di lasciare da parte Tartesso, con le sue TRTSS, con Argantonio e tutta la storia che c’è dietro. Occorre concentrarsi esclusivamente sulla biblica città di Tàrsis. Forse il discorso riguarda in maniera diretta la Sardegna. Le notizie su Tàrsis le ricaviamo dalla Bibbia, e una di esse è molto intrigante storicamente:

Isaia 23 (oracolo contro Tiro):

10 "Coltiva la tua terra come il Nilo, figlia di Tarsis; il porto non esiste più".

Il profeta Isaia ci ha voluto ricordare, di sfuggita, che Tiro era una colonia di Tarsis. Sappiamo che l’antica città di SUR (scoglio-roccia) è menzionata nella corrispondenza amarniana.
Il re di Tiro, Abi Milki, chiede al faraone Akhenaten un po’ di terra per seppellire i morti e un appezzamento da coltivare. Sull’isola non avevano terra sufficiente. Da ciò si evince che l’isola era abitata da parecchio tempo, visto l’insufficiente spazio vitale.
Altro passo intrigante e riportato in 2 Cronache 9, dove si parla di Salomone:

21 "Infatti il re aveva delle navi che andavano a Tarsis con la gente di Curam; e una volta ogni tre anni venivano le navi da Tarsis, portando oro, argento, avorio, scimmie e pavoni(prodotti non tipicamente sardi)".


Sembrerebbe che Salomone mandasse le sue navi a Tarsis ogni tre anni perché, ogni tre anni, tornavano le navi di Tarsis e portavano oro, argento, avorio scimmie e pavoni. I pavoni, nel 1000 a.C. si prendevano in India. Noi possiamo solo ipotizzare quale giro facessero le navi di Tarsis per arrivare in India.
Sempre Salomone sarà costretto ad allestire una flotta, direttamente sul Mar Rosso, per andare a prendere il legno di Sandalo in India. Cosa era successo a Tàrsis verso il 930 a.C.? E’ il periodo dello smantellamento dei Nuraghi, o sbaglio?
Mentre Tartesso è ricordata per le sue ricchezze Tarsis è famosa per le sue flotte.
Mentre tyros, in greco, significa Formaggio, la città ricordata nei trattati di Polibio è Tyrio.
Adesso espongo una piccola nota grammaticale greca riguardo le consonanti RS.
Nell’antica lingua attica si usava scrivere RS trasformata, poi, dal greco classico in RR. Se gli Attici scrivevano Tirseni, gli altri Greci scrissero, poi, Tirreni. Chiarito il discorso della RS in RR veniamo alla parte che più ci interessa.
THARROS in greco classico significa coraggio, ardimento, fiducia o risoluzione.
THARSOS in antico attico significava esattamente le stesse cose. (Basta un vocabolario).
Anticamente si scriveva senza vocali. Tharsos si scriveva THRSS. Sono le stesse consonanti usate dagli Ebrei per ricordarci la regina dei mari; la regina dei mari di cui Tiro era una colonia. E dire Tirseni è dire Tirso, fiume, e non certo la pianta omonima.

Immagine del Tempio di Salomone di: www.unsolved.altervista.org

domenica 25 novembre 2012

I romani discendono dagli Iliensi? Interpretazione di alcune fonti storiche romane.

Riflessioni su alcune fonti storiche romane.
di Rolando Berretta



Dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), il potere effettivo passò nelle mani dei suoi generali, i Diadochi, che si divisero le sue immense conquiste. La Persia fu suddivisa tra vari satrapi macedoni, tra i quali emerse presto la figura di Seleuco, satrapo di Babilonia. L'impero di Seleuco raggiunse la sua massima estensione nel 281 a.C. quando Lisimaco, signore di Tracia e Asia Minore, fu sconfitto e ucciso alla battaglia di Corupedio; Seleuco inglobò nei suoi possedimenti l'Anatolia e si apprestava a invadere le terre europee di Lisimaco, quando fu assassinato, ormai ottantenne, da un sicario dell'egiziano Tolomeo Cerauno. Sotto Seleuco II (246-226) la crisi proseguì con la sconfitta nella guerra contro Tolomeo III e con la guerra civile contro il proprio fratello Antioco Ierace. Ad Ancyra, nel 235 a.C., Seleuco subì una sconfitta schiacciante e perdette tutta l'Asia Minore fino ai monti del Tauro in favore del fratello e di altri regni della penisola.
Questo racconta Svetonio nella vita di Claudio:
“Liberò gli Iliensi in perpetuo dal pagare i tributi, perciocché i Romani erano discesi da loro”. E prosegue recitando un’epistola antica del Senato e Popolo Romano scritta in greco a Seleuco re, dove “Si promette al predetto re l'amicizia e confederazione del Senato e del Popolo Romano, ogni volta che egli avesse liberato gli Iliensi lor consanguinei e parenti da tutti gli oneri che a lui pagavano”. E ancora… “Cacciò i Giudei di Roma, i quali mossi e persuasi da Cristo ogni giorno mettevano Roma sottosopra”.


Analizzando il passo di Svetonio gli studiosi hanno stabilito che il Re in questione era Seleuco II, e il trattato risalirebbe al 237 a.C. per via dell’ambasceria romana inviata…(?)
Sicuramente Seleuco perse il governo sugli Iliensi nel 235 a.C.
Nel 231 gli Illiri avevano cominciato a espandersi. La pirateria era prassi naturale e ne fecero le spese molti mercanti italiani. Roma mandò due persone ad indagare che non tornarono più a Roma. Sconfitta la regina Teuta, Roma ebbe i primi contatti diplomatici con i Popoli della Grecia: era il 228 a.C. , tutto raccontato da Polibio. Leggendo Livio, nelle guerre contro i Macedoni e contro Antioco, i Romani vennero in contatto con gli Iliensi anatolici. Niente di particolare da segnalare.
Proviamo a rileggere il pezzo di Svetonio con una modifica piccolissima:
Liberò gli Iliensi in perpetuo dal pagare i tributi, perciocché i Romani erano discesi da loro; recitando un’epistola antica del Senato e Popolo romano scritta in greco a Imilcone re, dove si promette al predetto re l'amicizia e confederazione del Senato e del Popolo romano, ogni volta che egli avesse liberato gli Iliensi loro consanguinei e parenti da tutti gli oneri che a lui pagavano.
Noi sappiamo da Livio che tra Roma e Cartagine c’erano vetusti trattati. Se gli addetti ai lavori continuano a negare l’esistenza dei Troiani, gli Iliensi della Sardegna, che non sono certo un’invenzione di Pausania, non si capirà mai che sulle due rive del Tirreno c’era lo stesso Popolo. Roma deteneva l’egemonia su quelli del Lazio mentre Cartagine deteneva l’egemonia su quelli della Sardegna. Se sostituiamo il nome di Seleuco con un nome cartaginese si possono fare nuove ipotesi. Salvo che a Cartagine non ci fosse stato qualche Re di nome Seleuco; vedasi i nomi di Mazeo e Malco.
Adesso passiamo a un celebre passo di Tacito; si parla di Tiberio: siamo nel 19 d.C.
“Ci si occupò anche di bandire i culti egizi e giudaici e si deliberò che quattromila liberti, guastati da quella superstizione (al singolare) e in età idonea, fossero trasferiti nell'isola di Sardegna a combattervi il brigantaggio; se poi fossero morti per l'insalubrità del clima, sarebbe stato poco danno. Gli altri, se non avessero abiurato ai loro riti empi entro un termine fissato, dovevano lasciare l'Italia”.
E’ possibile che nessuno si sia accorto che si tratta di quattromila Cristiani?
Si era Ebrei per diritto di nascita. Gli Ebrei non fanno proseliti. I Giudei erano stati esentati dal servizio militare e avevano potuto mantenere dei Privilegi grazie a Giulio Cesare e ad Agusto. Immagino un legionario giudeo che doveva combattere di sabato, o che facesse un certo giuramento ai Consoli. Per farla breve Tiberio li ha espulsi dall’Italia e Claudio da Roma. Se Tiberio avesse espulso i Giudei dall’Italia non credo ci avrebbero rimesso piede tanto facilmente. Vogliamo parlare di Cristiani e rivedere la data di nascita di Gesù? Vi ricordate il Cesare della moneta dei Vangeli? Non poteva essere una moneta dei Cesari. Una moneta di Caio Giulio Cesare sarebbe stata più idonea.

sabato 24 novembre 2012

Archeologia: il carcere


Santo Stefano, il penitenziario-teatro
di Romano Maria Levante

Se è vero che dalle carceri si misura la civiltà di un popolo, l’archeologia carceraria è storia da rispettare e memoria da valorizzare
Luigi Settembrini, che vi fu rinchiuso per otto anni, scrive che quando vi entrò tra i suoi cinque compagni di cella c’era “un abruzzese di un villaggio presso Teramo, e chiamasi Giovanni”, condannato per complicità in undici omicidi, compiuti dal “signore suo padrone” e dai suoi sgherri, aveva solo bussato alla porta eseguendo l’ordine ricevuto, un superstite dell’eccidio lo denunciò e lui fece i nomi dei colpevoli: sei di loro e il padrone impiccati, “egli con altri dannato all’ergastolo, dove è giunto da pochi mesi”. Questa “ouverture” ci introduce al “teatro” di Santo Stefano.
Ha la forma e la struttura di un vero teatro, la sua planimetria rimpicciolita è perfettamente sovrapponibile a quella del San Carlo di Napoli. I tre ordini di palchi diventano celle poste a semicerchio nella concezione “panottica” tipica del teatro, che assicura visione totale della scena da ogni punto. Me mentre nel teatro la scena è al centro dove convergono gli sguardi dai palchi tutt’intorno, nel carcere è l’opposto, gli sguardi delle sentinelle poste al centro devono potersi diramare verso le celle, tutte sotto continua sorveglianza. Al motivo funzionale di praticità ed efficacia per la vigilanza se ne aggiungeva uno quasi subliminale nella concezione di quell’epoca che per recuperare i detenuti occorreva che le loro menti fossero dominate, e questa struttura lo consentiva.
Il genio italico ha anticipato il trattato che nel 1791 uscì in Inghilterra sulla concezione “panottica” a visione totale del carcere: la progettazione fu dei due principali tecnici dei Borboni, Francesco Caffi ingegnere con Antonio Winspeare maggiore del genio, che avevano partecipato al progetto urbanistico di Ventotene, per il porto, le rampe di accesso e la strada fino al Forte. Il progetto, iniziato nel 1786, si concluse nel 1790 con la costruzione durata 7 anni; nel 1797 fu inaugurato ufficialmente, ma l’utilizzazione iniziò subito con la manodopera carceraria impegnata nei lavori.
Queste sono le prime notizie che ci dà la nostra guida in una visita di due ore che diventa una carrellata su quasi due secoli di storia patria, il carcere è stato chiuso negli anni sessanta dopo le evasioni degli ultimi anni degne di Papillon utilizzate anche come pretesto per estromettere il direttore che aveva ispirato la sua gestione all’umanità e al dettato costituzionale. E’ un vero viaggio nel tempo dove la storia si collega alla sociologia, la politica al costume, nelle parole della guida dalle quali traspare partecipazione personale per quel pezzo di storia d’Italia che mostra anche come da un ordine e una pulizia estrema si può passare a un disordine e un degrado altrettanto estremi.
Ed è una denuncia che ci sentiamo di fare: come viene rispettata e valorizzata l’archeologia industriale – il “Lingotto” di Torino è solo il più evidente di una miriade di esempi – così non si giustifica il colpevole abbandono dell’archeologia carceraria, una struttura che oltre al doveroso rispetto per la storia in essa racchiusa è meritevole, oltre che suscettibile, di valorizzazione sul piano culturale, come altre strutture dismesse, da Procida all’Asinara che non vanno abbandonate.

Santo Stefano, racconta la guida, potrebbe divenire un grande museo sull’evoluzione dei diritti umani. In aggiunta potrebbero esservi ospitati laboratori di ricerca, la piccola isola è una riserva naturale dove si possono rivitalizzare le colture. Al termine della visita, l’accompagnatore ci mostra grandi fotografie di quando il penitenziario era in attività, veramente “ordine e pulizia estrema” almeno esteriore, muri bianchi con le arcate in vista e la disposizione degli altri blocchi oltre al ferro di cavallo del carcere simili a quelle residenze coloniali viste in molti film di ambiente esotico.
E non abbiamo ancora parlato dello spettacolo incantevole che si gode dello sperone su cui si vede “grandeggiare l’ergastolo, che per la sua figura quasi circolare sembra da lungi un’immensa forma di cacio posta su l’erba”, scriveva Luigi Settembrini raccontando minuziosamente il suo approdo nel 1851: ”Per scendere sull’isola si deve saltare su uno scoglio coperto d’alga e sdrucciolevole. Cominciando a salire per una stradetta erta e scabrosa”.
Segue la descrizione di un’isola che non c’è più, non soltanto nel negativo del penitenziario ora chiuso e in rovina, ma neppure nel positivo delle coltivazioni, tornata com’è allo stato di abbandono preesistente al carcere: “Sino a pochi anni addietro l’isola era tutta selvaggia ed aspra; ora è coltivata, tranne una ghirlanda intorno, dove tra gli sterpi e le erbacce pascono le capre pendenti dalle rocce, sotto di cui si rompe il mare e spumeggia. Su la parte più larga e piana del monte sorge l’ergastolo”, scrive sempre Settembrini.
Avevano diversi approdi – dice la guida Salvatore – il Marinella per i velieri e le barche che portavano merci, e il n. 4 per i detenuti e persone con merci alla rinfusa. Poi tre di emergenza, un porticciolo non agibile, la “vasca azzurra” nella roccia vulcanica, l’“approdo del burrone”.
L’arrivo nel penitenziario
Ci guardiamo intorno, cerchiamo di immedesimarci nell’arrivo dei condannati, la scena che si presentava loro è la stessa a parte il colore del muro, oggi annerito: “Il gran muro esterno dipinto di bianco e senza finestre, è sparso ordinatamente di macchiette nere, che sono buchi a guisa di strettissime feritoie, che danno luogo solo al trapasso dell’aria”.
Il condannato non poteva godere dello spettacolo della natura, e noi che abbiamo di fronte la bellezza del mare e la nera sagoma del penitenziario possiamo apprezzare le parole di Settembrini: “Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno”.
Quindi la descrizione degli edifici dopo la “terribile porta”: un casolare sulle rovine della Villa Giulia di Santo Stefano, dependance della grande Villa Giulia che a Ventotene divenne quasi un carcere a sua volta, o meglio un luogo di espiazione per le imperatrici cadute in disgrazia in un vero paradiso della natura; un recinto con le croci del “cimitero dei condannati”; la “casetta del tavernaio divenuto coltivatore dell’isola”; e poi, “un edificio quadrangolare sta innanzi l’ergastolo, e ad esso è unito dal lato posteriore”.
Due torrette agli angoli, cinque finestre e la porta di ingresso con la sentinella, dove non c’è scritto “perdete ogni speranza o voi che entrate”, non sono degni neppure di questo, ci si rivolge alla società affermando che “finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo Stato e la proprietà”, e lo si fa in latino: “Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus”. Commenta amaramente Settembrini: “Parole non lette o non capite dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato politico e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, fra gente perduta, alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere gran fede in Dio e nella virtù per non disperarsi”.
Poi un cortile quadrilatero circondato dalle abitazioni dei sorveglianti, con magazzino, forno e taverna: Settembrini descrive il personale, oltre al comandante, ufficiale di marina e al suo aiutante detto “comite”, “pochi caporali, e bastevole numero di aguzzini; un altro ufficiale comanda un drappello di soldati, i quali guardano l’esterno. Vi sono anche due preti, due medici,un chirurgo e tre loro aiutanti; v’è il provveditore e il tavernaio”. Un microcosmo che si è profondamente modificato nel tempo, ma di cui è illuminante riscoprire la consistenza nella fase storica iniziale.
La descrizione dell’ingresso nel carcere si fa incalzante: gli “aguzzini coi loro fieri ceffi” perquisiscono e tolgono la catena ai condannati all’ergastolo, la controllano ai condannati ai ferri, poi la registrazione e le prescrizioni del comandante “dopo averti biecamente squadrato da capo a piè”, se si violano “vi sono le battiture e la segreta”. Si attraversa un secondo androne, un custode apre il cancello sul ponte levatoio che fa superare il muro con la palizzata e il fossato, “varchi il ponte ed eccoti nell’ergastolo. Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi,che sono i tre piani delle celle dei condannati; immagina che in luogo del palcoscenico vi sia un gran muro…che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edificio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro; e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie volte ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edificio”.
Abbiamo voluto descrivere l’impressione provata entrando nel complesso con le parole di Settembrini nelle quali l’ansia e l’angoscia non celano lo stupore. Lo stesso devono aver provato, pur se si sono aggiunte costruzioni e si sono modificati gli accessi, i detenuti delle epoche successive, in particolare i politici dinanzi all’iscrizione all’ingresso e alla spettacolare scenografia dell’anfiteatro carcerario di forma teatrale.
C’erano 99 celle, 33 per ognuno dei tre piani, tutte per gli ergastolani tranne metà delle celle del primo piano per “un centinaio di condannati ai ferri -scrive Settembrini – nell’altra metà del primo piano i più discoli, nel secondo i meno tristi, nel terzo quelli che han dato prova di essere rassegnati”, il pensiero va alle tre cantiche dantesche. In alto “una loggia scoperta che gira innanzi tutte le celle”, invece dei trentatre archi di ciascuno dei due piani inferiori; nel terzo piano le undici ultime celle sono per l’infermeria “e queste sole invece di buchi esterni hanno finestrelle ferrate, dalle quali si può vedere un po’ di verde e la vicina Ventotene, hanno invetriate e pareti bianchi”.

Un paradiso che Settembrini dopo essere stato all’inferno poté sperimentare descrivendo in modo straordinario ciò che vedeva, fino a scrutare il mare in attesa del vapore che “deve il giorno prefisso comparire da Capo Circiello, accostarsi a Ventotene. Se viene da altra parte non possiamo vederlo”, questo nel progetto della fuga non avvenuta, la liberazione avverrà in modo altrettanto romanzesco.
E’ il momento di entrare nell’anfiteatro, all’interno dello spettacolare ferro di cavallo; prima occorre superare l’ingresso dov’era la recinzione con il ponte levatoio che veniva alzato un’ora prima del tramonto dando la sensazione del totale isolamento, “un’isola nell’isola”, la definisce Settembrini che aggiunge: “Quando è abbassato sempre aspetti e sempre speri, alzato non più aspetti né speri”.
E non è soltanto la prima impressione, se l’8 febbraio 1955, dopo quattro anni di reclusione, scriveva: “Oh come mi ha trasfigurato l’ergastolo! Alle pene fisiche mi sono già abituato: alle pene morali non mi abituerò giammai, soccomberò sì ma combatterò sempre, mi difenderò sempre il cuore, che è la mia rocca, la mia inespugnabile fortezza. Oh povera mente, povero cuore mio, quanti nemici assaltano l’uno e l’altra! Mi viene a piangere quando riguardo me stesso, e miro la mia mentale e morale . No, no, non mi vincerete: io combatterò sino all’ultimo , finché mi palpiterà il cuore. Oh tremendo ergastolo! Oh angoscioso ergastolo che mi squarci tutte le fibre della vita. Oh, mi si spezzasse il petto, e la finissi una volta per sempre!”. Disperazione che supera ogni qualvolta si ripresenta in un percorso psicologico e umano esemplare e illuminante.
In ogni cella erano rinchiusi da 6 a10 ergastolani, negli 11 metri quadrati e anche meno di superficie dovevano restarci per l’intera giornata, a parte l’ora d’aria nella quale potevano vedere soltanto il cielo e non l’esterno. Quindi le 99 celle contenevano 900-1000 detenuti che potevano cucinare all’interno della cella con le fornacette, la conseguenza era un denso fumo nero che la particolare struttura riversava tutto all’interno rendendo l’aria irrespirabile, ci torneremo.
La finestra con le sbarre si trovava sopra la porta e non c’era, quindi, circolazione d’aria. Soltanto una parte delle celle all’ultimo piano aveva l’apertura sull’altra parete, ma era in alto e a bocca di lupo per cui non si poteva vedere l’esterno; quelle dell’infermeria, con la vista sull’esterno verso Ventotene erano l’eccezione, e abbiamo detto che Settembrini vi soggiornò per un breve periodo.
La decisione del 1786 di progettare un carcere per portarvi la “parte marcia della società” deriva anche dalla sua conformazione vulcanica con le coste scoscese, facile da controllare. La struttura “panottica” faceva il resto, con una torretta al centro dove c’è anche una piccola cappella. Nell’avancorpo gli ambienti per la guarnigione militare, la costruzione originale senza aggiunte è in rosa, vivevano in locali così ristretti che la condizione dei custodi non era molto diversa da quella dei detenuti. Già con il Regno delle due Sicilie si provvide ad ampliare alcune strutture per renderle meno invivibili.

Ma fu con il Regno d’Italia che si concessero maggiori spazi a tutti e le condizioni di vita divennero meno severe, gli agenti di custodia potevano anche recarsi a Ventotene, dove peraltro non c’erano particolari diversivi. Furono fatti numerosi lavori edili, che vengono descritti uno ad uno dalla guida Salvatore, ma si tratta di aggiunte e modifiche a una struttura che resta la stessa. In particolare garitte per le sentinelle, prima c’era l’anomalia che i sorveglianti dovevano stare all’addiaccio mentre i detenuti erano al coperto in celle prima comuni poi dimezzate e singole.
Con la Repubblica italiana negli anni ’50 si compie un vero balzo in avanti, arriva un direttore così illuminato da fornire il carcere di servizi ricreativi che non c’erano neppure a Ventotene: una sala cinema, poi anche una sala Tv, un campo di calcio, fino alla pista per go kart. L’approvvigionamento di acqua con navi cisterna era così regolare e abbondante che paradossalmente da Ventotene ci si rivolgeva spesso a Santo Stefano.
Nel 1931 la struttura fu data in enfiteusi a due famiglie di contadini con la relativa casa colonica: si produceva per l’autoconsumo anche con il lavoro dei detenuti, la manodopera carceraria a basso costo rendeva economica la produzione; ora non é più così, già prima della definitiva chiusura del carcere i quasi 30 ettari dell’isola sono tornati incolti, destino del resto comune a tanta parte delle nostre campagne. Si parla di una richiesta di 22 milioni di euro, rimasta senza seguito, l’handicap è la mancanza di sorgenti d’acqua e anche un eventuale dissalatore richiederebbe di rifare il sistema idrico a costi proibitivi; quando l’isola era in attività sopperiva con una-due navi cisterna al giorno e con due grandi cisterne che raccoglievano l’acqua piovana.
La visita prosegue nelle strutture esterne all’anfiteatro, vediamo dov’era lo spaccio e dove le visite dei familiari, la chiesetta e la cupoletta. Si stringe il cuore nel vedere l’orto botanico divenuto un intrico di vegetazione selvaggia e il campo di calcio irriconoscibile per le erbacce che lo hanno invaso, si distingue per gli alti muri che lo circondano, immaginiamo avesse fatto la gioia dei detenuti. Poi il cimitero che guarda verso Ventotene, ci sono 47 tombe con le salme non richieste dalle famiglie, certo nel passato meno vicino non avveniva mai, spesso ai carcerati non restava nessuno e comunque la traslazione era difficile e costosa.

Fonte di immagini e testo: Archeorivista

venerdì 23 novembre 2012

Archeologia. Notizie varie dal Web.

Cimitero romano nel Somerset



Un cimitero romano, con diverse sepolture, è stato ritrovato durante i lavori per una nuova rete idrica nel Somerset. Tra gli scheletri ritrovati, ve n'è uno, contenuto in una bara, parzialmente conservato con il suo contenitore funebre.
Il cimitero più che a un centro abitato sembra essere associato a una villa e potrebbe essere, pertanto, il luogo dell'ultimo riposo di un proprietario terriero e della sua famiglia. I resti sono orientati nord-sud, con la testa a nord, una pratica di sepoltura pre-cristiana.
I reperti ritrovati nelle sepolture comprendono circa 9.000 pezzi tra ceramiche e spille, oltre ad una moneta di Costantino il Grande e a un perno di età romana.


Turchia preistorica



Recenti indagini archeologiche e geologiche nella Valle di Levent, nella provincia orientale di Malatya, in Turchia, hanno rivelato tracce di vita risalenti al Neolitico.
La Valle di Levent, con i suoi 28 chilometri di lunghezza, è un luogo estremamente interessante per le sue formazioni geologiche. Vi sono grotte grandi e piccole scavate dall'uomo, in cui sono ancora visibili le tracce del passaggio di comunità umane.
Nella Valle vi sono tracce della presenza ittita, romana,selgiuchide e ottomana. Gli archeologi hanno mappato la Valle ed hanno individuato 26 aree di rilevanza geologica e ben 20 villaggi neolitici, dove la gente viveva coltivando piante da frutto, fagioli e ceci.


Antiche tracce dell'uomo in Gran Bretagna




E' stato ritrovato, in Gran Bretagna, un sito di quasi 8000 anni fa, dal quale sono emerse, finora, tre case. Gli archeologi pensano che questo sito possa addirittura far riscrivere la storia del Paese. Il ritrovamento è avvenuto nella località di Meadows Lunt.
Le fondamenta delle tre case ritrovate sono conservate fino a un metro di profondità, insieme a resti di diversi strumenti e tracce di focolari. L'eccezionalità della scoperta sta nel fatto che gli archeologi hanno sempre pensato che, in Gran Bretagna, durante il Mesolitico, gli umani fossero nomadi. A Meadows Lunt, invece, è apparso un insediamento stabile. Nel Mesolitico la Gran Bretagna si era appena separata dal nord Europa ed aveva acquisito l'aspetto di un'isola qual è ora.
Il sito di Meadows Lunt non è ancora stato scavato per intero e gli archeologi si preparano a raccogliere quanti più dati possibili sulla datazione di quanto va emergendo dal terreno. L'impianto delle case si è conservato proprio per il fatto di essere stato praticamente seppellito dal terreno. Molti sono gli oggetti in pietra ritrovati all'interno delle abitazioni, alcuni dei quali si ritiene servissero a conciare le pelli. I reperti sono catalogati in loco e saranno in futuro esposti al Liverpool Museum.

Fonte: Le Nebbie del Tempo.


giovedì 22 novembre 2012

Scrittura del 700 a.C. in un vaso.

Il misterioso vaso di Dueno

Il vaso di Dueno, in bucchero, formato da tre recipienti rotondi conglobati, custodito nel Museo di Stato di Berlino, appartiene alla categoria dei cosiddetti "oggetti parlanti" ed è al centro di studi da più di 130 anni, proprio a causa della scritta che vi è incisa. Si tratta di un'iscrizione piuttosto difficile da interpretare, ordinata da destra verso sinistra, articolata in tre frasi che non presentano spazi tra una parola e l'altra. Finora nessuno è riuscito a trovare il significato definitivo delle misteriose parole incise sul vaso.
A Roma la scrittura fece la sua comparsa nel VII secolo a.C., il periodo in cui è stato prodotto il vaso di Dueno che, pertanto, costituisce una delle attestazioni di scrittura più antica. Non solo, si tratta di un oggetto di pregevole fattura, sicuramente appartenuto ad una persona piuttosto abbiente.
Il vaso venne ritrovato in un deposito votivo sul Quirinale, nel 1880. In merito al suo utilizzo gli studiosi dell'epoca non erano concordi. Nel 1958 Peruzzi attribuì al reperto un uso in ambito sacrale. Peruzzi era un ottimo conoscitore del latino arcaico e diede anche una sua traduzione della scritta che compariva sul vaso: "chi mi rovescia scongiura gli dei affinché fanciulla non ti conceda i suoi favori se non vuoi essere soddisfatto per opera di Tuteria". Nel 1959 un'altra traduzione venne fatta da E. Gjerstad: "che la tua ragazza possa essere amabile con te, non starti vicina se tu non la conquisterai servendoti della assistenza".



Negli anni '60 e '70 Dumezil, grande cultore della religione romana, esaminò attentamente il vaso e, cercando di contestualizzarlo, fornì una nuova traduzione della scritta: "colui che mi manda giura gli dei che se succede che la ragazza non abbia nei tuoi confronti un buon carattere facili rapporti ce ne venga l'obbligo a noi di far sì che l'accordo si stabilisca per voi".
Filippo Coarelli, verso la fine degli anni '80 rifiutò completamente le traduzioni fino a quel momento proposte e ipotizzò che il vaso potesse costituire un'offerta sacra, identificando Tuteria, nome che compariva nella frase del vaso, come una delle tante personificazioni della dea Fortuna, questa volta con caratteristiche ctonie ed erotiche. Quest'ipotesi era ulteriormente confortata dal fatto che il vaso era stato ritrovato nel luogo in cui, anticamente, sorgeva un santuario che, forse, era dedicato alla Tike Euelpis. Coarelli propose che il misterioso reperto poteva essere stato dedicato alla dea Tutela, un aspetto della Fortuna. Il santuario dedicato ad una degli aspetti della Fortuna, la Tike Euelpis, è conosciuto solo attraverso le fonti letterarie, le quali ne attribuiscono la costruzione a Servio Tullio. Del resto proprio il culto in genere della dea Fortuna si collega a Servio Tullio, soprattutto per quanto riguarda la celebrazione dei Matralia, festività annuale che si celebrava nel foro Boario, nel santuario dedicato ad un altro aspetto della Fortuna, santuario che la tradizione vuole essere stato fondato dallo stesso re. Il santuario della Fortuna venerata nei Matrialia aveva il nome di Fortuna Vergine e si trovava accanto al santuario di Mater Matuta. Durante la celebrazione di questa festività, le madri romane raccomandavano a Matuta i figli delle proprie sorelle e, forse, anche i figli dei propri fratelli, celebrando un rito di appartenenza della famiglia ad una particolare gens.



Proprio per questo si pensa che il vaso del Quirinale fosse stato dedicato in ambito cultuale, in un rito connesso a quello matrimoniale poiché attinente al sistema di relazioni che si instaurava con il matrimonio tra la gens del padre e lagens del marito della donna.
Gli anni '90 portarono una nuova proposta di traduzione, da parte del Pennisi: "giura per gli dei chi mi acquista e dice a se stesso: se verso di te ridente non sia la vergine, ma tu con doni nuziali come marito vuoi pattuirla. Dueno mi fece per un degno, e da Dueno indegno non mi terrà". Quest'ultima parte di questa nuova traduzione venne, in seguito, sviluppata in un'altra proposta di interpretazione: "non sia fatto del male a me (è il vaso che parla) e a ciò che è consacrato". Gli studiosi ricordano un passo di Terenzio in cui si narrava di un giovane sposato per imposizione paterna, che si vedeva riconosciuto il diritto di ripudiare la sposa nel caso in cui ella si fosse comportata male e il matrimonio non fosse stato consumato. Qui siamo in ambito giuridico, più che religioso oppure oltre che religioso, essendo il diritto arcaico fortemente influenzato dalla sfera religiosa, alla quale chiedeva, per esempio, in prestito le formule di giuramento.



Il testo del vaso di Dueno pare un giuramento arcaico, una formula cristallizzatasi nel corso dei decenni che, probabilmente, non potrà mai essere tradotta con precisione. Il vaso resta, comunque, la più bella dimostrazione di come, già nel VII secolo a.C., i nostri antenati avevano una tradizione cultuale ben articolata, con i suoi riti sacri, i sacerdoti, le formule da mandare a memoria, i codici.
Osvaldo Sacchi ha proposto, differentemente dal Coarelli, l'ipotesi che il misterioso vaso potesse essere collocato nell'area in cui un tempo sorgeva il tempio del dio Fidius, fondato da Tito Tazio. Questo tempio si trovava, secondo la tradizione, anch'esso sul Quirinale. Fidius era la divinità chepresiedeva ai giuramenti e che in alcuni calendari, stilati nel periodo precedente ai tempi di Cesare, si celebrava il 9 di giugno. In questo caso il dio Fidius e la dea Fides non erano tanto due divinità distinte, quanto espressione dello stesso culto in epoche differenti. Fidius starebbe per filius e Dius Fidius sarebbe da ricollegarsi ad un arcaico Diovis filius(parallelo al greco Dios kouros). Il figlio al quale le fonti antiche si riferivano era Ercole, omologo del sabino Sancus.Ovidio fornisce il nome completo del Dius Fidius, che è: Semo Sancus Dius Fidius. Il suo tempio, appunto, era sul Quirinale ed era considerato antichissimo.
Anticamente, nell'area laziale, prima della diffusione delle tavole matrimoniali, le parti si scambiavano dei pegni sui quali dichiaravano, in forma di promessa, di consentire lo sposalizio individuando anche dei garanti che testimoniassero della promessa fatta. I vasi, oggetti di uso comune, dunque, potevano essere utilizzati con funzione documentale, specialmente in età arcaica.
Se, quindi, non è ancora concorde l'opinione degli studiosi sulla traduzione della scritta sul vaso di Duenos, è però certa la sua attribuzione ad un uso sacrale nell'ambito di un matrimonio tra persone di alto lignaggio e potrebbe essere stato deposto alla fine di un rito matrimoniale in qualità di documento probatoriodell'impegno del padre della sposa. E', in sostanza, una forma di promessa o obbligazione unilaterale.
Il testo dell'iscrizione è il seguente:

IOVESATDEIVOSQOIMEDMITATNEITEDENDOCOSMISVIRCOSIED
ASTEDNOISIOPETOITESIAIPAKARIVOIS
DUENOSMEDFEKEDENMANOMEINOMDUENOINEMEDMAOSTATOD

Fonte: Le Nebbie del Tempo

mercoledì 21 novembre 2012

La "Via del ferro", da oriente a occidente. Percorso marino e percorso terrestre.

Dall’Anatolia all’Etruria e da Spina a Pisa
di Giuseppe Sgubbi



Un gruppo di studiosi toscani guidati dal professor Gianfranco Bracci hanno fatto le dovute ricerche nell’intento di individuare il percorso di due antichissimi tragitti: uno marino (dall’Anatolia all’Etruria) e l’altro terrestre (da Spina a Pisa). Grazie ad un qualificato riscontro giornalistico, il frutto delle loro scoperte è stato fatto conoscere anche al grande pubblico. Vediamo questi tragitti.

Tragitto marino:
VIA DEL FERRO, DALL’ANATOLIA ALL’ETRURIA.
Si tratta di un tragitto datato al XII a.C, che sarebbe stato usato per la prima volta dagli etruschi nell’intento di emigrare verso occidente, alla ricerca di metalli. Il percorso sarebbe: partenza dalla città turca di Badrum, poi con una navigazione di piccolo cabotaggio, coste greche, pugliesi, calabre siciliane, sarde, corse, approdo in Toscana nei pressi di Pisa.

Tragitto terrestre:
STRADA ETRUSCA DEI DUE MARI.
Si tratta di un tragitto datato al IV a.C, ricordato nel Periplo del Mediterraneo del portolano greco Scilace di Carianda. Questi, nel corso della descrizione delle spiagge romagnole, in via del tutto eccezionale, cita una direttrice terrestre che da Spina in Adriatico raggiungeva Pisa nel Tirreno. Si tratta della strada extraurbana più antica dell’Europa. Per gli studiosi toscani il tragitto sarebbe: Pisa, Poggio Castiglioni, Monterenzio, Marzabotto, Bologna, Campotto, Spina.
Come si può vedere, si tratta di due tragitti, ma essendo collegati, formavano una unica direttrice, che dalla Turchia arrivava in Romagna.
I temi trattati sono affascinanti ed interessantissimi, infatti sollevano problemi storici non ancora definitivamente irrisolti: migrazione dei popoli, compresa la provenienza degli etruschi, antiche vie dei commerci, ecc.
Considerato che da tempo mi interesso di questi temi, al riguardo ho già dato alle stampe diversi lavori a riguardo, intendo portare un mio modesto contributo.
Premetto anzitutto che le mie ipotesi divergono molto da quelle formulate dagli studiosi toscani, divergenze scaturite da una diversa questione di fondo: per i toscani i primi popoli arrivati in Italia sarebbero arrivati grazie ad una rotta tirrenica, a mio modesto parere invece sarebbero arrivati grazie ad una rotta adriatica. Conseguentemente, pur accettando la partenza dalla Anatolia, il punto terminale sarebbe Pisa e non Spina, cioè Anatolia, Spina, Pisa, e non Anatolia, Pisa, Spina. La differenza, in apparenza formale è invece sostanziale, le motivazioni si potranno trovare nella apposita appendice.
Da questa diversa questione di fondo, scaturiscono visioni storiche che possono mettere in discussione conoscenze della storia italiana credute inconfutabili.
Venendo al tema: considerando Spina tappa intermedia, perciò punto di partenza per la via dei due mari, il tragitto designato dagli studiosi toscani. almeno per quanto riguarda il tratto dai piedi degli Appennini a Spina, deve essere a mio parere rivisto, ed è proprio quello che mi accingo a fare, anzi mi limito a toccare solo questo punto, tutte le altre problematiche saranno trattate in un mio prossimo lavoro che ben presto darò alle stampe dal titolo: Antichissime vicende ambientate in Alto Adriatico ed in Romagna, estratte dalle più antiche storie del mondo.
Vediamo cosa è scritto nel periplo: Gli etruschi con la città greca di Spina, distante 20 stadi dal mare, lungo il fiume Eridano e distante 3 giorni di cammino da una città etrusca sul Tirreno.
Tutti gli studiosi concordano, pur trattandosi di un passo più volte interpolato e perciò di non facile interpretazione, che il portolano ha inteso descrivere l’effettiva esistenza in loco di una importante direttrice che collegava i due mari. I pareri degli studiosi che si sono interessati di questo tragitto non concordano al riguardo della individuazione del possibile antico percorso: per alcuni il tracciato poteva essere Spina, Ravenna, Faenza, Valle del Lamone, Firenze, Pisa. Per altri invece Spina, Bologna, Valle del Reno, Pisa. Già detto ciò che propongono gli studiosi toscani, purtroppo non viene specificato dove sarebbe stata esattamente ubicata la strada che da Spina conduceva a Bologna, hanno lasciato intendere che poteva trattarsi anche di un non ben specificato tragitto fluviale.
A mio parere invece, per una serie di motivi che illustrerò, il tragitto da Spina fino ai piedi degli Appennini doveva corrispondere all’attuale tracciato della via Lunga, una strada ben visibile e per molti tratti ancora percorribile, che dai pressi di Spina, attraversando il territorio di alcuni comuni, Lugo, Bagnara Solarolo e Castel Bolognese, arriva alla via Emilia in corrispondenza della valle del Senio.
Vediamo la ragione per cui mi sembrano poco credibili i tragitti proposti dagli altri studiosi; tragitto Spina Ravenna Faenza, a quei tempi, stiamo parlando del IV a.C, nel tratto Spina-Ravenna sfociavano vari fiumi romagnoli, perciò ben difficilmente in quel tratto poteva esserci una strada ben praticabile, basti pensare che ancora all’epoca dell’Itinerarium Antonini, almeno quattro secoli dopo al periodo che stiamo trattando, un tratto di quel tragitto si faceva solo in barca.
Tragitto Spina Bologna; altrettanto impraticabile cotesto tragitto via terra, in quanto, anche in questo caso, occorreva attraversare alcuni fiumi e vastissime paludi, perciò, escludendo un tragitto fluviale, (nel periplo è chiaro che si intende una strada), anche tale proposta appare insostenibile. Non ha caso, nonostante assidue ricerche, di questa fantomatica strada non è stata trovata nessuna traccia, se veramente fosse esistita, qualcosa si dovrebbe trovare, non può essere scomparsa dal tutto. A mio parere non sarà mai trovata in quanto non è mai esistita.
Vediamo invece il tragitto Spina-Via Emilia, cioè l’attuale tracciato della via Lunga; ove attualmente è tracciata tale via vi è da tempi antichissimi una lingua di terra molto alta, (non ha caso il Santerno fu costretto a deviare a destra verso il Senio, ed il Sillaro non riuscì mai a superare), ebbene tale alta fascia di terreno, esente da alluvioni e sopraelevata rispetto alle paludi, un vero unicum per queste zone, ben presto si prestò ad essere abitata da popolazioni preistoriche, come gli scavi di via Ordiere stanno autorevolmente dimostrando, e ben presto si prestò ad essere usata anche come via di comunicazione terrestre.
A quei tempi, questa era l’unica possibilità per arrivare via terra, fino ai piedi delle colline, poi per attraversare gli Appennini si poteva fare scelte diverse; se si voleva andare nel Lazio, la più comoda era sicuramente la valle del Savio, se invece, come nel nostro caso, si voleva andare verso Pisa, vi era solo l’imbarazzo della scelta, valle Senio, valle Santerno, valle Sillaro.
Le ragioni che ho portato per ipotizzare la Via Lunga come unica possibile direttrice per quei lontani tempi, e le ragioni che ho portato e che porterò per escludere altri possibili tragitti terrestri, mi sembrano validi, ma trovano una probante conferma da una determinante constatazione: i sassi di Spina provengono dalle colline romagnole, se vi fosse stata una direttrice ben praticabile Spina-Bologna, i sassi sarebbero derivati dalle colline bolognesi.
Riassumendo: da antiche fonti greche, (Dionigi di Alicarnasso ed Ellanico di Lesbo), si apprende in maniera inequivocabile che Spina da tempi antichissimi, almeno dal 1500 a.C, era un importantissimo scalo usato da genti Medio Orientali intenzionati ad andare in Toscana o nel Lazio. Questi, dopo aver risalito l’Adriatico, ed arrivati, grazie a questo comodo e breve tragitto terrestre, ai piedi degli Appennini, potevano a loro piacimento usare una delle numerose vallate romagnole che, come i numerosi reperti archeologici dimostrano, risultano essere state tutte da tempi antichissimi continuamente praticate. Naturalmente pure ogni vallata toscana permetteva l’attraversamento in senso inverso, ma dalla Via Emilia a Spina vi era un solo tragitto terrestre praticabile, il tracciato attuale della via Lunga. Niente impedisce di credere che in antico vi fossero varie direttrici fluviali Bologna-Spina, ma fra queste non può esserci quella segnalata dallo Ps Scilace.

APPENDICE:
Come è noto, la descrizione delle coste corrisponde più o meno ad avvisi ai naviganti: possibili approdi, distanze fra gli stessi, popolazioni rivierasche ed altre notizie non solo utili, ma a volte indispensabili per chi si appresta alla navigazione di un mare. Questo è proprio quello che si trova nel Periplo del Mediterraneo ed in qualsiasi altro Periplo.
Scilace di Carianda o chi per lui, era sicuramente a conoscenza che alcune generazioni prima della guerra di Troia, popolazioni orientali, sotto la generica voce Pelasgi, orientati ad andare nei territori centro italici bagnati dal Tirreno, avevano scelto la rotta “adriatica”, perciò, ritenne giustamente opportuno descrive il luogo dell’approdo più comodo per raggiungere la meta.
Il portolano conosceva sicuramente i possibili tragitti fluviali che portavano verso la terra dei Tirreni, ma non ritenne opportuno segnalarli in quanto sapeva che tali tragitti non erano sicuri, infatti potevano variare al seguito di un peggioramento climatico, non solo, tali tragitti potevano essere facilmente usati dagli abitanti del posto, ma non da persone provenienti da altre aree, troppo grande era il rischio di trovarsi impantanati nelle vastissime paludi, perciò giustamente decise di segnalare l’unico, sicuro e da tempo battuto tragitto terrestre, quello appunto che da Spina permetteva facilmente di raggiungere le città tirreniche.
Gli studiosi non sono entrati in tale ottica e conseguentemente hanno grandi dubbi sulla effettiva importanza che il tragitto attualmente segnato dalla via Lunga, ha avuto nei tempi antichi.

Immagine di: www.archart.it

martedì 20 novembre 2012

Viaggio nella Storia: Il Nuraghe Arrubiu. Video e immagini.

Il Nuraghe Arrubiu di Orroli

Si è svolta Domenica 18 Novembre 2012 l’escursione al Nuraghe Arrubiu di Orroli, 3° tappa della manifestazione “Viaggio nella Storia”.


Grazie alla collaborazione con l'amico Giancarlo Musante, realizzatore del bel video della giornata, riusciamo a documentare al meglio l'evento che ha coinvolto oltre 100 partecipanti nonostante il tempo inclemente.
L’iniziativa, giunta alla sesta edizione è mirata alla presentazione di un percorso di cultura fra le possibilità di svago. Si vuole suggerire un punto d’incontro tra la frenetica quotidianità della città e l’incantevole tranquillità di una gita domenicale in campagna.


L’iniziativa si svolge secondo un calendario d’incontri con autori e relatori e visite ai siti.
Si affrontano diversi ambiti tematici: arte, storia e relazioni con altri popoli. I percorsi sono strutturati secondo il territorio visitato e prevedono una sosta gastronomica nelle migliori strutture ricettive agrituristiche della zona. Sarà offerta l’opportunità di rivisitare gli antichi sapori della cucina tradizionale sarda.
L’insieme dei beni archeologici e paesaggistici, uniti alla tradizionale ospitalità dei ristoratori dell’isola, è quanto di più prezioso può offrire la Sardegna ai visitatori, e la sensibilizzazione alla tutela di questo immenso patrimonio è obiettivo da perseguire tenacemente e incessantemente. Alcuni studiosi sardi si mettono a disposizione della comunità e mostrano l’altro aspetto della loro attività: la divulgazione. Troppo spesso le impersonali sale convegni evidenziano la barriera invisibile fra relatori e uditorio, e questa idea nasce proprio dalla ricerca di un contatto informale fra due mondi che vorrebbero incontrarsi, ma non riescono a trovare i luoghi idonei. Dopo il successo delle scorse edizioni, si è preferito mantenere immutato il progetto didattico, e il programma degli incontri consentirà ai partecipanti di acquisire le nozioni fondamentali per una corretta lettura del territorio e del patrimonio naturalistico e archeologico dell’isola.


L’appuntamento al Nuraghe Arrubiu, il maestoso edificio in basalto denominato gigante rosso per il colore caratteristico del basalto della zona, offre un esempio concreto delle capacità architettoniche e organizzative dei costruttori sardi. Analizzando il più grandioso edificio preistorico di tutto l’Occidente, una struttura affascinante e di particolare valenza storico-culturale, distinguiamo immediatamente la sua imponenza e la notevole estensione. Intorno alla torre centrale a 3 piani ci sono altre cinque torri a 2 piani, collegate da potenti muraglioni rettilinei, con un cortile al centro. La cupola è integra, alta quasi 10 m, con un diametro di 5 m. All'interno si aprono 2 nicchie ai lati e una di fronte all'ingresso.


Nel cortile centrale troviamo una banchina, un pozzo e una zona adibita a focolare. Sette ingressi collegano il cortile centrale a tutti gli altri corridori e torri del complesso. All'esterno troviamo un'altra struttura muraria con sette torri e tre cortili, mentre lungo il lato sud sorge un secondo antemurale con cinque torri collegate da possenti murature. Lo scavo ha consentito di identificare altre strutture interessanti: due silos e due grandi capanne non ancora esplorate. Lungo il lato orientale vi sono alcune capanne, una delle quali, molto grande, svolgeva le funzioni di capanna delle riunioni. Il monumento è stato edificato nel XIV a.C. e abbandonato nel IX a.C. La datazione di costruzione è certa, ed è fornita da un alabastron miceneo i cui frammenti sono stati trovati al di sotto del più antico battuto pavimentale sia del cortile che della camera.


Esistono tre tecniche costruttive per i nuraghi a tholos, e sono frutto di precise esigenze progettuali:
. poligonale, caratterizzata dall'utilizzo di grandi pietre appena sbozzate disposte a incastro.
. sub-isodoma, nella quale i blocchi sono lavorati, parallelepipedi, disposti in filari regolari.
. isodoma, con conci perfettamente scalpellati a forma di T, a cuneo, perfettamente connessi l'uno all'altro.
Come documentato dall'analisi dei crolli, tutte le parti alte prevedevano l'utilizzo della tecnica isodoma e scarso utilizzo di zeppe. Nelle parti basse la tecnica poligonale consentiva un veloce svolgimento dei lavori con l'utilizzo di grandi pietre appena sbozzate che davano un aspetto chiaroscuro alle mura. La parola tholos descrive un ambiente circolare con cupola formata dal progressivo restringersi dei corsi delle pietre che formano le pareti. Esistono forme semplici e altre complesse, come quelle di Micene, nelle quali il diametro interno è pari all'altezza della cupola, e misura 14 m. Dal punto di vista costruttivo, la realizzazione di una tholos micenea si svolge in una prima fase di preparazione, con lo scavo di un pozzo nel fianco di una collina, capace di ospitare due terzi della camera con la sua muratura. Una seconda fase di costruzione con filari di blocchi disposti ad anelli concentrici aggettanti, e una terza fase di copertura delle parti emergenti con un tumulo.


Misure, proporzioni e tecnica costruttiva delle tholoi nuragiche sono completamente differenti, tanto da non lasciare spazio a similitudini. La tholos più alta è quella del nuraghe Is Paras di Isili, con un diametro di 5 m e un'altezza di 11 m. L'aspetto imponente delle strutture murarie del nuraghe Arrubiu di Orroli colpisce ancora oggi nonostante il crollo delle parti alte: raggiungono i 15 m di altezza e coprono un ettaro di estensione. Gli scavi archeologici hanno recuperato l'anello di chiusura del terrazzo della torre centrale, mostrando conci uniti fra loro da grappe di piombo. Ponendo in relazione il diametro di quest’anello (3,75 m), con il diametro di base della torre (6 m), e seguendo la pendenza del profilo residuo delle pareti, si è calcolata l'altezza originaria della torre, stimandola vicina ai 30 m.
La studiosa Tatiana Cossu, descrivendo la costruzione dell’Arrubiu, scrive: -“scelto il sito dove costruire l’imponente nuraghe secondo esigenze che rispondevano a interessi strategici di controllo dell’importante guado del Flumendosa, progettate le dimensioni dell’edificio e la dislocazione delle varie torri, la roccia del pianoro basaltico è stata tagliata in più parti per trarne materiale da costruzione e per tracciare le prime canalizzazioni per lo scolo e il drenaggio delle acque dagli ambienti interni verso l’esterno. Nella torre centrale sono state trovate tracce dell’attività di cava: la roccia naturale sotto il pavimento della camera centrale conserva i tagli operati per l’estrazione dei blocchi, poi riempiti con un vespaio di pietre sul quale fu steso uno strato di argilla battuta. Nel cortile centrale sono stati accentuati i solchi naturali del basamento roccioso ed è stato scavato un profondo e stretto canale che terminava con una cisterna, con funzione di sifone per il “troppo pieno” e punto di raccolta delle acque meteoriche. Tale accorgimento consentiva alle acque piovane di non ristagnare nell’area del cortile grazie a un razionale sistema di drenaggio”-.



Nel XII a.C., pur non perdendo la sua destinazione d’uso di struttura per il controllo del territorio, questo nuraghe accentua considerevolmente la sua funzione di edificio deputato al controllo delle risorse economiche. Questa seconda fase della vita economica del nuraghe è caratterizzata dal grande sviluppo delle capacità produttive della comunità dell’Arrubiu. Nella prima Età del Ferro, intorno al IX a.C., la comunità si sposta nel vicino villaggio di Su Putzu, divenuto il nuovo centro catalizzatore dell’insediamento. Le parti sommitali del nuraghe crollano ingombrando i cortili con centinaia di blocchi sbozzati o perfettamente scolpiti. Nei primi secoli dopo Cristo, una comunità di contadini rioccupò il nuraghe per costruirvi, regolarizzando i pavimenti sopra i crolli, i laboratori per la produzione del vino e per la lavorazione dei prodotti dell’agricoltura. Questi vani sono stati recentemente smontati e ricostruiti al di fuori del complesso, lungo la ricostruzione moderna del recinto che ospita il sito.

Le foto sono dell'Associazione Tsippiri.
Il video è di Giancarlo Musante

lunedì 19 novembre 2012

Gli indoeuropei nell'antica Cina

Gli indoeuropei nell'antica Cina
di Giovanni Monastra
da «Percorsi», anno III (1999), n. 23

Nel terzo libro del suo famoso Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, pubblicato negli anni cinquanta del secolo scorso, Arthur de Gobineau, descrivendo i flussi migratori dei popoli indoeuropei in Oriente, rileva che "verso l'anno 177 a.C. noi intravediamo numerose nazioni bianche dai capelli biondi o rossi e gli occhi azzurri, acquartierate sulle frontiere occidentali della Cina. Gli scrittori del Celeste Impero ai quali dobbiamo la conoscenza di questo fatto nominano cinque di queste nazioni...Le due più celebri sono gli Yüeh-chi e i Wu-suen. Questi due popoli abitavano a nord dello Hwang-ho, al confine col deserto del Gobi...cosicché il Celeste Impero possedeva, all'interno delle province del sud, nazioni ariane-indù immigrate all'inizio della sua storia" (Nota 1).
Il de Gobineau traeva le sue informazioni dagli studi di Ritter (Erdkunde, Asien) e von Humbolt (Asie centrale), che si basavano sugli annali cinesi della dinastia Han, iniziata nel 206 a.C. Di fatto oggi sappiamo che già nel IV secolo a.C. le documentazioni storiche del Celeste Impero parlavano di popoli biondi, dallo spirito guerriero, presenti nelle zone di confine, in quello che oggi si chiama Turkestan cinese o Xinjiang (Cina occidentale).

A parere del de Gobineau questi fatti indicavano la potenza espansiva e, implicitamente, civilizzatrice, delle popolazioni "bianche". Ma, al di là delle interpretazioni unilaterali e talora inaccettabili dello studioso francese, quasi nessuno prese in considerazione il significato che tale informazione avrebbe potuto rivestire per tracciare una storia della cultura e delle influenze culturali dal profilo meno banale e lineare di quella in voga nell'Ottocento.
Piuttosto si tendeva a essere increduli sulla attendibilità degli annali, in base ai pervicaci pregiudizi eurocentrici, secondo cui i popoli di colore sarebbero bambini fantasiosi, privi di concretezza storica. Inoltre non si poteva verificare la presenza di tali popolazioni "bianche": ammesso che fossero esistite, per quel che se ne sapeva erano da tempo scomparse nel mare delle preponderanti popolazioni gialle circostanti. Quell'area geografica, una volta attraversata dalla "leggendaria via della seta", e ormai da tempo diventata in gran parte deserto, risultava quasi inaccessibile agli europei per cui erano improponibili eventuali studi archeologici seri e approfonditi.
Come sottolinea Colin Renfrew, ben noto per le sue ricerche sulle migrazioni arie, solo agli inizi di questo secolo vi si avventurarono i primi studiosi, in particolare nella depressione di Tarim e in varie aree circostanti (Nota 2). Lì trovarono molti materiali, ben conservati data l'estrema aridità del clima desertico. Si trattava di testi spesso bilingui, scritti in una lingua allora sconosciuta, che però aveva adottato un alfabeto del Nord dell'India, con accanto la versione sanscrita. Il che permise agevolmente di capirla e studiarla. Tale idioma, poi chiamato, forse impropriamente, Tocario, era presente in due forme leggermente differenti, che rivelano "diverse caratteristiche grammaticali che le collegano al gruppo indoeuropeo" (Nota 3). Degno di nota è il fatto che le maggiori somiglianze sono riscontrabili con le lingue celtiche e germaniche, piuttosto che con quelle dei vicini Irani o degli altri Arii giunti in Asia.

A titolo di esempio compariamo alcune parole fondamentali rispettivamente in latino, antico irlandese e tocario: padre si dice pater, athir e pacer, madre mater, mathir e macer, fratello frater, brathir e procer, sorella soror, siur e ser, cane canis, cu e ku (Nota 4). Come curiosità riportiamo un'altra corrispondenza: il numerale tre si dice tres in latino, tri in antico irlandese e tre in tocario.
Le affinità ci sembrano più che evidenti. "La documentazione risale al VII e VIII secolo d.C. e comprende corrispondenza e rendiconti monasteriali... Delle due lingue tocarie la prima, spesso chiamata tocario A, era anche nota da ritrovamenti di testi nelle città di Karashar e Turfan ed è talvolta denominata turfaniano. L'altra, il tocario B, è ampiamente nota da testi trovati a Koucha ed è perciò, in genere, chiamata koucheano" (Nota 5).
Oggi si tende a pensare che tali lingue venivano parlate dai Yüeh-chi (o Yü-chi), il popolo citato negli antichi annali, che ebbe contatti prolungati con il mondo cinese. Questo risulta un punto fondamentale, per lungo tempo non risolto. Infatti sulla nascita della civiltà cinese si sono sempre fronteggiate due opinioni opposte: una, volta a privilegiare un processo del tutto endogeno, senza influenze esterne di altri popoli, l'altra, invece, tesa a evidenziare apporti rilevanti, fondamentali, provenienti da aree culturali molto differenti. La prima posizione è naturalmente quella ufficiale dei cinesi, ma anche di coloro che osteggiano ogni concezione della storia dove possano emergere idee di tipo protocolonialista in chiave occidentale. Infatti gli assertori più convinti della seconda posizione sono sempre stati quegli studiosi (il già citato de Gobineau, ma anche Spengler, Kossinna, Günther, Jettmar, Romualdi, ecc.) sostenitori, seppur in modo talora diverso, del ruolo civilizzatore dei popoli indoeuropei nelle loro migrazioni dalla patria primordiale fin nei lontani paesi a cui dettero un'impronta specifica. Naturalmente in certi casi questi studiosi hanno ritenuto che l'apporto culturale non era stato in grado di "dare forma" a una nuova nazione, dato il ridotto numero dei nuovi venuti rispetto alla popolazione "indigena", ma ciononostante la presenza di una influenza indoeuropea, a loro parere, sarebbe stata sufficiente a imprimere un impulso vivificatore e animatore allo sviluppo dei popoli con cui era venuta a contatto. Questo sarebbe stato il caso dei Tocari con i Cinesi.
Ad esempio, Spengler (Nota 6) rilevò l'importanza centrale della introduzione del carro da guerra indoeuropeo nella evoluzione della società cinese al tempo della dinastia Chou (1111-268 a.C).

Anche gli studi di Günther sul parallelismo tra la presenza di popoli biondi e la diffusione della cultura indoeuropea in Asia, nonostante siano stati demonizzati, meritano attenzione nelle parti ancora valide. Così pochi amano ricordare che nell'oasi di Turfan, situata nel Turkestan cinese dove vivevano i Tocari, si possono vedere ancora affreschi in cui questo popolo viene raffigurato con tratti nettamente nordeuropei e con i capelli biondi (Nota 8). E' una riconferma della attendibilità degli annali del Celeste Impero.
Non si può, quindi, negare una certa concatenazione degli eventi, per quanto, fino a pochi anni fa mancavano prove più dirette e convincenti di insediamenti indoeuropei molto antichi, nell'area asiatica di cui stiamo parlando, cioè insediamenti avvenuti all'epoca delle grandi migrazioni arie verso Oriente (II millennio a.C.) prima che si manifestassero certi aspetti della civiltà cinese.
Dicevamo, appunto, fino a pochi anni fa, ma...
Nel 1987 Victor Mair, un sinologo della università della Pennsylvania, durante la visita nel museo della città di Ürümqui, capitale della regione autonoma del Xinjiang, vide qualcosa che gli provocò uno shock. Si trattava dei corpi mummificati, per cause naturali, di una famiglia: un uomo, una donna e un bambino di due-tre anni. Si trovavano dentro una teca di vetro. Erano stati rinvenuti nel 1978, nella depressione di Tarim, a sud del Tian Shan (le Montagne Celesti), in particolare nel deserto del Taklimakan (un posto ospitale, a giudicare dal significato del suo nome: "entra e non ne verrai più fuori").
Alcuni anni dopo, Mair dichiarava al redattore del mensile americano Discover: "Ancora oggi sento i brividi pensando a quel primo incontro. I cinesi mi dissero che quei corpi avevano 3.000 anni, ma sembravano essere stati sepolti ieri" (Nota 9). Ma il vero shock venne quando lo studioso guardò da vicino i loro volti. In acuto contrasto con le popolazioni asiatiche, di stirpe cino-mongolica, questi corpi mummificati presentavano degli evidentissimi caratteri somatici di tipo europeo, addirittura nordeuropeo. Infatti Mair notò i loro capelli, ondulati, biondi o rossicci, i nasi lunghi e stretti, l'assenza di occhi a mandorla, le ossa lunghe (la loro struttura longilinea contrastava con quella tarchiata delle popolazioni gialle). Lo stesso colore della pelle, mantenutosi incredibilmente quasi intatto nei millenni, gli appariva quello tipico di una popolazione bianca. L'uomo presentava un fitta barba, carattere del tutto assente tra le popolazioni gialle.
Le tre "mummie" (sarebbe più corretto dire: corpi disidratati dal clima fortemente secco e preservati dalla alta percentuale di sali del terreno che hanno impedito la crescita batterica) costituivano gli esempi rappresentativi di una serie di poco più di un centinaio di individui che i cinesi avevano dissotterrato nelle zone circostanti. Dalle datazioni con il radiocarbonio (Nota 10), eseguite negli anni precedenti dai ricercatori locali, era risultato che questi corpi avevano una età compresa tra i 4000 e i 2300 anni. Quindi ciò induce a pensare che la popolazione di cui erano parte visse e prosperò a lungo in quelle zone, la cui natura nel lontano passato doveva essere più ospitale (sono stati trovati numerosi tronchi secchi di alberi).
Anche il corredo funebre e il vestiario di queste "mummie" è assai interessante. Ad esempio: la presenza di simboli solari, come spirali e svastiche, raffigurate nei finimenti dei cavalli collegano ancora una volta, sotto il profilo culturale, queste genti con gli antichi Arii.
Il materiale usato per i vestiti è la lana, che fu introdotta in Oriente dall'Occidente. Il "popolo delle mummie" conosceva bene l'arte della tessitura: non solo perché sono state trovate molte ruote da telaio, ma anche perché le stoffe rinvenute hanno una eccellente fattura. A testimonianza dei rapporti con il Celeste Impero si può portare poi un dato: la presenza di una piccola componente di seta negli indumenti più recenti (dopo il VI a.C.), evidentemente acquisita dai Cinesi. Gli articoli di vestiario nella maggior parte dei casi dimostrano stretti rapporti con le culture indoeuropee occidentali e includono giacconi ornati e foderati con pelliccia, pantaloni lunghi.
Più rilevante è il ritrovamento, in una tomba, di un frammento di tessuto incredibilmente identico ai "tartans" (Nota 11) celtici trovati in Danimarca e nell'area della cultura di Hallstatt in Austria, sviluppatasi oltre la metà del II millennio a.C., quindi in parte contemporanea alla popolazione "bianca" del Xinjiang. Se si ipotizza che costoro furono i progenitori dei cosiddetti Tocari (o furono i Tocari tout court), questo dato si accorda bene con quanto detto in precedenza circa le similitudini tra la lingua celtica e quella degli Indoeuropei del Turkestan cinese: i due dati si rinforzano a vicenda.
Una ulteriore nota di interesse deriva da un copricapo a punta, con larghe falde, definito scherzosamente "cappello della strega", indossato da una mummia di sesso femminile, risalente a circa 4000 anni fa: è molto simile a certi copricapo usati dagli Sciti, popolo ario di guerrieri della steppa, ma si possono trovare anche raffronti nella cultura iranica (si pensi ai cappelli dei Magi).
Erano agricoltori, come dimostra la presenza di sementi nelle borse e avevano rapporti con popolazioni che vivevano sul mare, dato che sono state trovate numerose conchiglie di molluschi marini.
L'estrema rilevanza di questi reperti ha indotto a eseguire alcuni studi antropologici (principalmente di antropometria classica), condotti da Han Kangxin, dell'Accademia Cinese di Scienze Sociali di Pechino, che hanno confermato quanto già a una prima occhiata risultava evidente: in molti casi le loro proporzioni corporee, dal cranio alla struttura generale dello scheletro, sono incompatibili con qualsiasi popolazione asiatica "gialla", mentre si inseriscono pienamente nei valori consueti degli europei, specie nordici.
Tramite la cosiddetta archeologia genetica, è stato possibile ottenere dati ancora più sofisticati, per chiarire ulteriormente le origini e le parentele di questo popolo misterioso. La tecnica, abbastanza recente, si basa sul raffronto del DNA mitocondriale (Nota 12) di varie popolazioni che si vogliono confrontare per valutare la distanza genetica. Uno dei vantaggi risiede nel fatto che si può analizzare anche il DNA di individui morti da molto tempo, naturalmente stando molto attenti a evitare eventuali contaminazioni derivanti dall'ambiente (es. batteri) e dalla manipolazione dei campioni. L'archeologia genetica risulta, quindi, utile per creare un collegamento, a livello molecolare, tra l'antropologia fisica e la genetica delle popolazioni.
I primi test, eseguiti dal ricercatore italiano Paolo Francalacci dell'Università di Sassari, hanno ulteriormente confermato l'appartenenza degli individui analizzati alle popolazioni del ceppo indoeuropeo, in quanto il DNA mitocondriale, estratto e tipizzato, è risultato appartenente ad un aplogruppo frequente in Europa (apl. H) e praticamente assente nelle popolazioni mongoliche (Nota 13). Purtroppo le autorità di Pechino hanno permesso di analizzare solo pochi campioni per cui rimane ancora molto da studiare, ammesso che ciò sarà possibile in futuro.
Da ultimo va notato come gli attuali abitanti del Turkestan cinese, gli Uyghuri, mostrano dei caratteri somatici misti, dove i tratti europoidi si uniscono a quelli asiatici, secondo quanto ci si potrebbe aspettare da una situazione dove stirpi assai diverse si sono incrociate formando un nuovo popolo. Non a caso le autorità di Pechino temono che la dimostrazione dell'esistenza di ceppi "bianchi" tra i fondatori dell'etnia uyghura porti al rafforzamento della loro identità culturale e allo sviluppo ulteriore delle già presenti aspirazioni indipendentistiche, violentemente anticinesi. E questo contribuisce a spiegare certi comportamenti di aperto boicottaggio verso le ricerche condotte da Mair e dai suoi collaboratori.
In conclusione ci sembra evidente che l'ampiezza, la solidità e la coerenza dei dati ottenuti supporta l'intuizione di quegli studiosi, a lungo ignorati, che avevano avanzato l'ipotesi di un contributo esterno alla formazione della civiltà cinese, contributo dovuto a stirpi arie alle quali, dopo la scoperta delle "mummie", si tende a far risalire l'introduzione diretta, e non mediata, del bronzo e di altre importanti acquisizioni nella Cina arcaica.
Ad esempio, Edward Pulleyblank ha sottolineato di recente che "esistono segni indubbi di importazioni dall'Occidente: grano e orzo, per quel che riguarda le coltivazioni di cereali, e, ancor più di rilievo, il carro trainato dai cavalli... sembra molto probabile che uno stimolo, proveniente da Occidente, abbia svolto una funzione importante nella nascita dell'età del bronzo in Cina" (Nota 14). Naturalmente tutto ciò non toglie originalità alla grande cultura del Celeste Impero, ma evidenzia alcuni aspetti fondamentali della sua genesi e del suo sviluppo, riconoscendo il giusto ruolo giocato dagli antichi migratori provenienti dall'Europa.

Note
Le immagini sono tratte dalla rivista "Discover", 15/04/1994.
1- Arthur de Gobineau, Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, Rizzoli, Milano 1997, p. 443.
2- Colin Renfrew, Archeologia e linguaggio, Laterza, Bari 1989, p. 77.
3- ivi, p. 79.
4- I cinesi, per indicare il cane, usano il termine kuan, quasi unica parola della loro lingua simile alla nostra, a causa di una evidente introduzione del cane domestico nella loro società da parte di popolazioni indoeuropee, che hanno lasciato una traccia di questa trasmissione nel nome dell'animale. Non va dimenticato che in Danimarca si ha notizia del cane fin dal Mesolitico.
5- Colin Renfrew, Archeologia ecc.cit., pp. 78-9.
6- Osvald Spengler, Reden und Aufsätze, Monaco 1937, p. 151.Altri studiosi, come Hans Günther, già diversi decenni addietro avevano avanzato alcune ipotesi ben articolate e supportate con dati di un certo rilievo, attribuendo a queste penetrazioni di popoli indoeuropei l'introduzione dell'agricoltura fra le tribù nomadi dell'Asia Centrale alla metà del II millennio e mostrando come l'agricoltura si espanse nell'Asia centrale parallelamente al diffondersi di popolazioni di stirpe nordica.
La stessa introduzione del bronzo in Cina sembrò riconducibile alle invasioni indoeuropee, tanto da far supporre che agli inizi della storia cinese sia da porre un'invasione del popolo dei carri da guerra, cioè di un popolo proveniente dal lontano Occidente. Va detto che i sinologi oggi riconoscono l'estrema importanza della lavorazione e del commercio del bronzo nello sviluppo della società nell'antica Cina (Nota 7). Altrettanta importanza viene riconosciuta, ormai da più parti, alla introduzione di certe tecniche agricole e del carro trainato dai cavalli.
7- Jacques Gernet, La Cina Antica, Luni, Milano 1994, pp. 33-4.
8- Luigi Luca Cavalli-Sforza, Geni, Popoli e Lingue, Adelphi, Milano 1996, p. 156.
9- Discover, 15, 4, 1994, p. 68.
10- Il metodo del radiocarbonio (14C) si basa sul fatto che in ogni organismo vivente, oltre al normale atomo di carbonio (12C), si trova anche una certa quantità del suo isotopo, il radiocarbonio, che decade in modo costante diventando un isotopo dell'azoto. Mentre il rapporto tra 14C e 12C rimane stabile quando l'organismo è in vita, ciò non avviene più alla sua morte in quanto si osserva un decadimento costante che comporta la progressiva scomparsa del radiocarbonio che si dimezza ogni 5730 anni. Quindi in un campione è sufficiente conoscere il rapporto tra i due isotopi per poter calcolare gli anni intercorsi dalla morte dell'organismo. Un limite del metodo consiste nel fatto che non può essere usato per reperti che hanno più di 70000 anni.
11- Archaeology, Marzo 1995, pp. 28-35. Il "tartan" è la tipica stoffa dei plaid scozzesi. Per un approfondimento dei vari aspetti legati alla tessitura e al vestiario di questo popolo rimandiamo a un eccellente ed esaustivo testo, ricco di comparazioni con le aree europee: Elizabeth Wayland Barber, The Mummies of Ürümchi, W. W. Norton & Company, Inc., New York, 1999.
12- I mitocondri sono organuli presenti nelle cellule degli eucarioti (dai funghi ai mammiferi), talora anche a decine di migliaia. Solo queste strutture, a parte il nucleo cellulare, contengono il DNA, molecola-base della trasmissione ereditaria, ma il loro DNA è molto più piccolo di quello nucleare (200000 volte più corto): serve unicamente per la sintesi di proteine necessarie a questi organuli. Va comunque ricordato che al momento della fecondazione sembra che solo la madre trasmetta i mitocondri alla prole.
13- Journal of Indo-European Studies, 23, 3 & 4, 1995, pp. 385-398. 14- International Rewiew of Chinese Linguistics, I, 1, 1998, p. 12. Vedi anche: Elizabeth Wayland Barber, The Mummies of Ürümchi, cit..