sabato 28 aprile 2012

Storia di Olbia. 3° e ultima parte



Storia di Olbia
di Durdica Bacciu. ultima parte



CAPITOLO V
L’antico porto di Olbia

Le prime notizie su un approdo nella Costa Nord della Sardegna ci vengono fornite da Tolomeo che riferisce di uno scalo marittimo nel Golfo di Cugnana, probabilmente nel litorale di Golfo Aranci, e in ambito romano da Plinio il Vecchio che riferisce di due isole nel quadrante delle coste sarde, Callodes e Heras Lutra, quest’ultima identificata con l’isola di Soffi o Mortorio, situate presso il Golfo di Cugnana.




Queste isole sono sempre state considerate importanti sino dall’antichità perché costituivano il canale d’accesso al sito di Olbia, località ritenuta chiave d’ingresso alla Sardegna dall’età arcaica sino ai giorni nostri. Il Panedda invece non condivide i dati sopra detti precisando anzitutto che un porto deve avere un immediato retroterra e un centro abitato che possa sostenerlo in funzione, e che abbia tutte le strutture per ricevere e consegnare le merci, strutture che sino ad oggi non sono state rilevate, pur se nella costa di Golfo Aranci sono stati rinvenuti diversi materiali di epoca romana, ma nessuna struttura portuale o stradale che potesse collegare il sito di Golfo Aranci con la città di Olbia.
Concludendo il Panedda afferma: “la differenza di gradi constatata in Tolomeo si può spiegare con l’analoga toponomastica odierna…anche oggi la grande insenatura che si apre tra capo Figari e Punta del timone, viene chiamata Golfo di Olbia, comprendendovi anche Golfo Aranci…”.
Di conseguenza, il Panedda, secondo la tradizione tramandata nel toponimo, indica come porto della città romana, l’insenatura dell’ex Idroscalo, baia alla quale tutt’oggi è rimasto il nome di Porto romano, denominazione che porta ancora il quartiere prospiciente. Ma secondo il Panedda non è impensabile che nel periodo punico essa fosse adattata a porto interno dove le navi arrivavano per essere ancorate o semplicemente tirate a secco. Mai però in questa baia furono segnalati resti di banchinaggio sul lato sud dal Tamponi, mentre furono descritte strutture nel tratto poco dopo il bivio della ferrovia Olbia – Golfo Aranci per una lunghezza totale di m 160, realizzate con blocchi quadrangolari di granito. A m 134 dall’inizio della struttura sono stati individuati due moli, uno dei quali arretrato e proporzionalmente più piccolo dell’altro, strutture che vengono indicate dal Panedda come “ …quello che doveva essere, date le proporzioni, il molo principale di tutto il porto”.
Questa interpretazione è stata ormai abbandonata dopo gli studi effettuati dal D’Oriano, che riconosce in questi ruderi i resti di torri e di una apertura, verso il Nord Sardegna, della cinta muraria settentrionale.
La precisa ubicazione del porto di Olbia si è avuta in seguito agli scavi archeologici del lungo mare di via Principe Umberto e via Genova, effettuati in tre fasi successive: nel 1999, nel 2000 e 2001 sempre sotto la direzione di D’Oriano.




Si è potuto chiarire che il porto si estendeva nello specchio di mare antistante il settore centro orientale del centro urbano ad una distanza di circa m 90 dalla cinta muraria orientale e antistante l’inizio di Corso Umberto che dovrebbe coincidere con il decumanus maximus dell’Olbia romana e indicando in quest’area il principale approdo della città antica, non a caso davanti al decumanus maximus. L’area scavata non conserva alcun tipo di stratigrafia archeologica essendo costituita da un fondale di fango plastico interessato da periodici rimescolii dovuti alle dinamiche di tipo continentale e marino, con rimescolamenti di materiale di cronologie e origine diversa: oggetti gettati in acqua perché deteriorati durante il viaggio, perduti durante il carico o scarico della merce, rifiuti urbani giunti in mare per effetto di piogge torrenziali o simili. Il rinvenimento di una statuina in terracotta stile ionico del VI a.C. come anche il ritrovamento di un frammento di collo di brocchetta fenicia del VIII-VII a.C. testimoniano la frequentazione arcaica dell’area, ma il maggior numero di reperti ritrovati è attestata al IV-III a.C. in seguito alla fondazione punica della città; fino al periodo immediatamente precedente l‟età imperiale sono in funzione entrambi i settori, nord e sud, frontali al porto, ma probabilmente il porto meridionale aveva maggior affluenza in base alla quantità di materiale ritrovatovi. Per facilitare gli scavi e gli studi l’area antica portuale è stata suddivisa in due settori (sud-ovest e nord-est), suddivisione che appariva già in antichità attraverso una lingua di terra (dove nella prima età imperiale vi era ubicato un cantiere navale) che separava in due il tratto portuale urbano.






Durante il I d.C. risulta essere ancora preferito il settore meridionale dell’area portuale, abbandonato dopo l’età neroniana- vespasianea insieme al cantiere navale presente sulla lingua di terra suddetta. L’abbandono può essere stato causato da una catastrofe naturale, poiché è stato rinvenuto uno strato spesso di fango non distinguibile dal resto dell’interro, ma contenente grosse quantità di materiale appartenente al periodo suddetto compresi i relitti di due navi. Tali relitti, uno rinvenuto nel settore sud e l’altro presso il cantiere navale, possono essere datati per tecnica costruttiva e contesto ceramico all’età neroniana – vespasianea. Il primo costituito da pochi elementi degradati e sconnessi di una piccola imbarcazione, forse utilizzata per la navigazione nel golfo interno di Olbia; il secondo di dimensioni di gran lunga maggiori presenta similitudini con il relitto Laurons 2 ( GASSEND et alii 1984) rinvenuto presso il golfo di Alghero. Allo stesso contesto storico sono attribuibili due parti di alberi di nave ( m. 7,8 x cm. 42 – m. 7,3 x cm. 34 ) e cinque aste da timone di cui tre in buono stato di conservazione. Dal II d.C., in seguito all’abbandono del settore meridionale, l’attività portuale si concentra nel settore settentrionale dell’area delimitata a nord-est da
una diga artificiale, (probabilmente opera dell’epoca), che univa la terraferma all’isola Peddona.
Nel V d.C. si verifica l’affondamento di 10 navi mercantili di m 15-30, avvenuto, secondo gli studi del D’Oriano, sicuramente mentre erano ormeggiate in porto, in quanto i relitti risultavano paralleli tra di loro e perpendicolari alla linea di costa. Esse presentano tecniche costruttive innovative con il ricorso all’unione della tecnica a scafo portante e di quella a scheletro portante, cosi che pur rimanendo tutto lo scafo portante, lo scheletro diventa più coeso in modo da aumentare la robustezza della costruzione. L’affondamento quasi certamente non era dovuto a catastrofe naturale, ma provocato dall’uomo; il porto di Olbia era uno dei più sicuri e riparati del Mediterraneo e comunque, se si fosse verificato un disastroso evento naturale, la posizione dei relitti non sarebbe stata cosi ordinata, mentre la presenza di innumerevoli tratti anneriti tra i reperti, può testimoniare un incendio provocato dall’uomo. Tracce di incendio sono state individuate infatti su alcuni legni vicino alla linea di galleggiamento, sui frammenti di una statua bronzea facente parte del carico e tra il fasciame e le ordinate di diversi relitti.
La cronologia dell’affondamento è stata stabilita in base al materiale ritrovato nel contesto: sigillata africana D forma Hayes 61, 67, lucerne forme Atlante VIII, sigillata grigia forma Rigoir 3, anfore Keay XXV, B-D-E etc, tutte forme già attestate nel IV d.C., ma la datazione viene stabilita nel V d.C. grazie a due termini post quos (come sostenuto dal D’Oriano): il primo è rappresentato da monete rinvenute nel relitto tra il fasciame e le ordinate, quindi sicuramente appartenenti al carico della nave affondata ( per esempio una moneta coniata nel 396 di Teodosio I, certamente circolante nel V d.C. ); il secondo è rappresentato da un passo di Claudio Claudiano ( De Bello Gildonico, XV, 518-9 ), nel quale si testimonia che una parte della flotta da guerra imperiale viene accolta da “Olbia col suo muro lungo il mare”. Pertanto se nel 397, parte della flotta imperiale si trovava nel porto di Olbia, l’affondamento di cui si parla non poteva essere ancora avvenuto, in quanto i relitti avrebbero impedito l‟accesso al porto a navi di medie e grandi dimensioni. In base ai dati sopra elencati, il D’Oriano stabilisce la cronologia dell’affondamento e ne individua la causa antropica, inquadrandola nelle scorrerie dei Vandali, che sotto la guida di Genserico, attaccano la Corsica, la Toscana, la Sardegna, la Campania, e Roma stessa nel 455. Tali attacchi sono dovuti ad una strategia mirata a “una conquista dei granai di Roma, e tagliare i rifornimenti all’ impero romano”. Sempre secondo le considerazioni del D’Oriano, è difficile stabilire chi veramente abbia affondato le navi, se siano stati proprio i Vandali o i difensori per non farle cadere in mano nemica, oppure la loro colata a picco può essere stata causata accidentalmente durante uno scontro armato, nel corso del quale non è totalmente controllabile da parte alcuna quanto accade. Inoltre, se l’attacco è avvenuto dal mare, come mai le navi non si sono allontanate per la stessa via? Causa più probabile la particolare configurazione del golfo o addirittura l’arrivo dei nemici per via terra, dopo essere sbarcati in altri scali vicini, come il Golfo di Cugnana, Porto S. Paolo e così via, ma potrebbero farsi anche tante altre ipotesi. Lo studioso conclude con l’affermazione che un dato certo circa l’affondamento delle navi di cui sopra è rappresentato dal fatto che esso avviene in un momento non più florido della città di Olbia dal punto di vista economico, sociale e amministrativo, tanto che essa non è in grado di rimettere in efficienza il porto con la rimozione dei relitti e quindi di riportare l’unico specchio d’acqua della città alla sua piena attività, da cui per secoli l’intera area urbana ha tratto vita e ricchezza.

Materiale ritrovato durante lo scavo
La classe ceramica più frequente e significativa è rappresentata dalla sigillata africana D, con frammenti di medie e grandi dimensioni, sono stati individuati 5 diversi tipi di impasto, differenti per cottura, colore, inclusi, vernice, brillantezza e spessore. I dati che emergono dallo studio della ceramica confermano la cronologia dell’affondamento dei relitti durante il V d.C., precisamente tra il 420 e il 450. La presenza di questo tipo di ceramica evidenziano una continuità nei rapporti con l‟Africa, che però vengono a mancare nei decenni seguenti, come può testimoniare la scomparsa della sigillata africana C e le ceramiche africane da cucina e, intorno al VI d.C., la scomparsa definitiva della sigillata D. Oltre a questi tipi di ceramica, sono stati recuperati migliaia di oggetti attinenti alla vita quotidiana e alla attività portuale, come ad esempio anelli, lucerne, statuette di divinità, un brucia profumi a forma di pigna, una collana di pasta vitrea, vasi con fregi e decori, anfore, strumenti di lavoro, pesi, monete, un askòs per liquidi di pregio a forma di tonno, una coppa a rilievo con scene di battaglia tra Greci e Barbari, un bicchiere con corsa di quadrighe nel Circo Massimo in pasta vitrea, una matrice fittile con scene di trionfo, crani umani e tantissime ossa animali (ovini, caprini e suini).
Oggetti di culto individuati nel porto
Tra l’enorme quantità di reperti rinvenuti nello scavo del porto, D’Oriano cita gli oggetti di culto finora individuati : una statuetta fittile di Afrodite, una conchiglia e una ancora in miniatura di piombo con foro di affissione, una statuetta acefala di Osiride in steatite, un frammento di collanina ionica in argilla, un frammento di statuetta Sarda Ceres, un ciondolo fallico di terracotta, un matrice fittile con scena di trionfo, alcuni vasi in miniatura, tutti reperti di età romana e una testa femminile fittile tardo-arcaica in stile ionico. Tutti gli elementi provengono dal settore Nord dello scavo e molto probabilmente sono giunti casualmente da terra, come afferma sempre il D’Oriano; infatti è difficile che si tratti di materiale perduto dalle navi o eliminato in quanto deteriorato, se si considera l’atteggiamento di cura, di rispetto e spesso di superstizione che i romani, e in particolare i marinai, mostravano nei confronti degli oggetti di culto. Pertanto, è da ritenersi probabile la provenienza di questi oggetti da un luogo sacro non lontano dall’area portuale, dedicato ad una divinità femminile individuata nella figura di Afrodite – Venere – Iside – Ashtart il cui culto è presente in genere nei centri portuali e tra la gente di mare che invoca Afrodite come protettrice della navigazione (Euploia). A sostegno di questa tesi possono essere citati la statua della stessa dea, la conchiglia di piombo, l’ancora in piombo con due tacche orizzontali e un segno a forma di V (Venus? segno presente su vari ceppi d’ancora) e l’identificazione di Iside in Venere. Che in questa area vi fosse un culto religioso risulta da testimonianze del 1647 riportate da contemporanei documenti e nel 1848 attraverso una Mappa De Candia, che riferiscono dell’esistenza di due chiese gemelle dette “di mare” dedicate a S. Maria e S. Antonio Abate. La vicinanza tra le due chiese extra-urbane, che non rispecchia le tecniche urbanistiche medievale e post-medievale sarde mentre ben si adatta a quelle classiche, può dimostrare l’esistenza nella stessa area di luoghi di culto più antichi, di età romana, punica e arcaica ( ritrovamento della testa fittile nello scavo); ma il culto può addirittura risalire all’VIII-VII a.C., all’epoca della prima frequentazione fenicia e greca del sito urbano, alla quale si può ricondurre il santuario di Melqart – Herakles - Iolao.







Considerazioni finali sul porto
Gli scavi effettuati tra il 1999 e il 2001 nell’attuale lungomare di via Principe Umberto e via Genova, durante i lavori per la realizzazione del tunnel sotto le medesime vie, e precisamente nell’area corrispondente a quella del porto antico, hanno rappresentato l’intervento più importante dell’intera ricerca archeologica della Gallura e uno dei più importanti nella storia dell’archeologia mediterranea, hanno diffuso il nome di Olbia a livello internazionale e hanno consentito il ritrovamento di un’enorme quantità di materiale di ogni genere, da collocarsi cronologicamente dall’VIII a.C. all’Ottocento, parte del quale è ancora in fase di studio.
Sono stati rinvenuti in totale 24 relitti di navi di cui due di epoca neroniana - vespasianea, 16 risalenti al periodo dell’invasione barbarica, 6 di epoca medievale, una straordinaria quantità di reperti che testimoniano 25 secoli di storia della città di Olbia, cosi che tale scoperta archeologica documenta l’importanza dello scalo olbiese nel Mediterraneo, consentendo collocazioni cronologiche più precise degli eventi storici ed una conoscenza più approfondita delle condizioni di vita in questa area della Sardegna e delle sue relazioni con il resto del mondo sino ad allora conosciuto.

CONCLUSIONI
Con il lavoro da me intrapreso mi sono proposta una migliore conoscenza della antica di città di Olbia dove sono arrivata all’età di 8 anni e sono stata fin dall’inizio colpita dalla presenza di numerosi resti antichi e interessata a conoscerne la storia. Forse proprio questa curiosità ha determinato la scelta dell’indirizzo dei miei studi universitari e in particolare del lavoro conclusivo del triennio, in quanto sempre interessata sopratutto all’aspetto architettonico delle città dove Roma ha dominato. Fondata nel IV a.C ad opera dei punici, rimase a lungo con il suo porto la città principale della costa settentrionale sarda, posizione felice dovuta alla sua ubicazione all’interno di una profonda insenatura protetta dai venti che rendeva il suo porto uno dei più attivi centri commerciali rivolti verso la penisola italic, soprattutto durante il dominio romano. La dominazione punica dura poco più di un secolo, durante il quale Olbia eredita strutture e infrastrutture tipicamente puniche: l’impianto urbanistico a pianta ortogonale, il porto antico sito nella stessa area di quello attuale e non nell’area denominata Porto Romano dal Panedda, la cinta muraria con presenza di numerose torri sul lato occidentale e settentrionale, proprio in difesa di attacchi che potevano avvenire da gente indigena e il santuario di Melqart-Ercole situato sul punto più alto dell’antica città (m 13 s.l.m ) nella collina dove sorgeva la chiesa di S. Croce e oggi sorge la chiesa di S. Paolo. Con l’arrivo e la conquista romana, si ha un trapasso indolore del potere dove la vita punica continua ad esistere anche durante la presenza romana e nel corso dell’età tardo republicana e all’inizio di quella imperiale si registrano diversi interventi edilizi, come la costruzione di due templi nei pressi del santuario di Melqart nel I a.C. e tra il I e il II d.C. un muro perimetrale per racchiudere l’area sacra, diminuendo il recinto che fu già punico. Durante questa dominazione l’area e i templi furono consacrati ad Ercole, affiancato a Melqart. Inoltre, si ha la ristrutturazione dell’acquedotto, che portava l’acqua dalle falde del Monte Cabu Abbas sino in città per una lunghezza totale di circa km 3.5, acqua che serviva per il fabbisogno cittadino e per le terme.
Dagli studi sopra riportati, possiamo affermare che Olbia era provvista di due impianti termali, i primi erano divisi in zona chiusa costituita dal Calidarium, dal Tiepidarium e il Frigidarium e dalla zona aperta costituita da diverse vasche collegate ad una centrale molto grande. Questo impianto può essere ricondotto all’età Claudiana o all’inizio di quella neroniana e quindi al I d.C. Il secondo impianto invece scoperto in Via Nanni, potrebbe essere collegato a quello su detto o appartenere ad una domus. Il fatto che ad Olbia sono presenti due terme e testimonianza di nuove opere ampliate o restaurate, può essere collegato al II - III d.C. quando Roma fece un massiccio intervento in tutte le sue colonie sarde, riportando cosi Olbia alla stessa importanza di Nora, Turris Libisonis, Neapolis e Fordongianus. A partire dal IV d.C., iniziano a comparire le prime installazioni di nuove aree funerarie all‟ interno del circuito murario che determinano un processo di crisi nell’antico abitato e nel III – IV d.C. sul rilievo di S. Paolo vi fu una obliterazione di una importante tratto stradale. Nel V d.C. invece con l’arrivo dei Vandali, Olbia conosce definitivamente il suo declino che però non determina l’abbandono definitivo della città, in quanto ci sono tracce di restaurazione i alcune torri poste a settentrione e di una iscrizione su una lastra marmorea che parla di una restituito di una struttura in ruina.


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