lunedì 30 aprile 2012

Nobili Atlantidi, di Paolo Bernardini


Nobili Atlantidi
di Paolo Bernardini


In relazione al convegno di Monte Claro sul tema Atlantide e i nuraghi, vi propongo il primo dei tre interventi di cui riferirò in questo quotidiano. Seguiranno quello di Alfonso Stiglitz sulle "Colonne d'Ercole" e di Mauro Perra su "Grano, granai e pane all'epoca dei nuraghi".

Paolo Bernardini:
Devo all’impegno e all’entusiasmo dell’amico Pierluigi Montalbano, che ringrazio, l’occasione odierna che mi chiama, insieme ad alcuni colleghi, a discutere su “Atlantide e i nuraghi”; poiché il mio contributo replica, con alcune brevi aggiunte, quello presentato a Villanovaforru alcune settimane or sono, debbo innanzitutto precisare, come feci allora, provocando magari una delusione al nostro pubblico, che non è mia intenzione parlare dei rapporti tra la Sardegna e l’Atlantide né delle numerosissime proposte di localizzazione di quest’ultima nel vasto mondo che ci ospita; non ne parlerò affatto per un motivo semplicissimo che voglio subito chiarirvi.
Il problema della localizzazione della terra di Atlantide ha trovato la sua morte definitiva, per manifesta indegnità di accesso nel campo delle riflessioni di storia e di archeologia, nel lontano 1841 attraverso le parole, chiarissime, di Thomas-Henry Martin contenute nella sua Dissertazione sull’Atlantide, parole che oggi voglio ricordarvi: “L’Atlantide non appartiene alla storia degli eventi né alla geografia positiva… essa appartiene a un altro mondo, che non è nell’ambito dello spazio, ma in quello del pensiero”. Per l’esattezza, del pensiero platonico, poiché l’Atlantide è creazione potente del filosofo greco, mito funzionale alla sua concezione filosofica e alle sua utopia politica.
Poiché l’Atlantide è anti-storia, essa non può essere richiamata, neppure attraverso una severa confutazione delle assurdità che in sua difesa sono state scritte e ancora si scrivono, in un discorso in cui si parla di storia e di archeologia; essa non vi appartiene, non vi è mai appartenuta; potrà, se mai, essere studiata e valutata, come è stato fatto ripetutamente e con risultati egregi, nell’ambito di una storia dei miti e delle idee che si sono formate sui miti nel corso dei secoli o nell’ambito delle ideologie politiche che spesso sui miti hanno trovato linfa e vigore.
Desidero invece parlarvi del mito di Atlantide come è stato immaginato da Platone, del suo significato e delle sue moltiplici valenze; desidero parlarvi di una nobile Atlantide, una delle tante e belle nobili menzogne che appartengono alla rivoluzionaria mitologia platonica.
Il concetto che Platone esprime sui miti è netto e categorico: il mito è un discorso falso. Eppure nella mitologia del filosofo, nell’uso che Platone fa di vari racconti fantastici, questo concetto del tutto negativo si attenua e il mito assume un carattere differente: pur restando sempre un discorso falso esso diventa anche un contenitore di elementi di verità. Ma questa verità non appartiene alla storia ma all’etica, alla morale; la verità del mito è allora una nobile menzogna.
La sua nobiltà morale risiede nella sua capacità di coinvolgere l’interesse e l’entusiasmo, di attrarre il coinvolgimento e la partecipazione della comunità dei cittadini verso l’insieme dei valori che costituiscono appunto la tradizione della città; attraverso quelle narrazioni di racconti, in cui come dice il filosofo: “poiché non sappiamo il vero circa gli eventi antichi, cerchiamo di approssimare il più possibile la menzogna alla verità, rendendola in questo modo utile”; e del resto, riflette Platone in un altro passo, “c’è pericolo che i nostri governanti debbano spesso ricorrere alla menzogna e all’inganno nell’interesse dei sudditi”.
Ma in che senso il racconto su Atlantide è una menzogna utile e nobile, una “menzogna di stato”? Attraverso le parole riportate da Crizia che riferisce il resoconto del suo avo Crizia il Vecchio che riporta altre parole, questa volta di Solone, che dai sacerdoti egizi ha appreso la storia antichissima della guerra che Atlantide muove ad Atene, il mito descrive l’Atene di un lontanissimo passato –sono trascorsi novemila anni dalle storie che vengono raccontate –che assomiglia moltissimo, nella sua organizzazione e nelle sue istituzioni, a quella città ideale che Platone disegna nella Repubblica. E’ l’ordinamento di questa bella città, scompartita in filosofi, guerrieri e produttori, che l’Egitto ammira ed imita ed è quest’ordinamento che consente ad Atene di trionfare contro le armate dei ricchi e superbi Atlantidi che vogliono conquistare il mondo.
La città ideale platonica è in questo modo collocata nello spazio di una nobile menzogna, di una realtà falsa, che ha, come mito fuori della storia, la sua utilità e la sua nobiltà; perché “se è accaduto nell’infinito tempo passato, o anche oggi accade in qualche regione barbarica a noi ignota per la sua lontananza, oppure se accadrà nel futuro che una qualche necessità induca chi eccelle nella filosofia a prendersi cura di una città, allora siamo pronti a sostenere che quando la Musa della filosofia domini lo stato, la costituzione da noi descritta è esistita o esiste o esisterà”. Se è esistita l’Atene primitiva, potrà esistere la città ideale di Platone.
I dialoghi Timeo e Crizia sono stati scritti intorno alla metà del IV sec.a.C.; è il periodo in cui Atene si accinge a superare, politicamente, l’esperienza del trionfante imperialismo marittimo che aveva governato i suoi orizzonti strategici all’indomani della conclusione delle guerre persiane e a ritornare quella città austera e moderata che caratterizza la città ideale di Platone, lontana dalle lusinghe e dai lussi dell’impero marittimo, ma fiera e fiduciosa dei suoi guerrieri di terra, dei suoi opliti.
Atene preistorica, essenziale e rigorosa, incarnazione fintamente storica della ideale Atene della Repubblica platonica, sconfigge un impero vasto e opulento, il regno di Atlantide, che vuole superare le colonne d’Ercole e conquistare il Mediterraneo e le sue genti e che assume i tratti di un impero barbarico, immerso nel fasto e nell’abbondanza di metalli preziosi, fiero della sua architettura ridondante, tracotante nel suo ruolo di potenza egemone del mare, imperialista quanto non mai, fiduciosa della forza della sua flotta.
Comprendiamo adesso a pieno cosa sia veramente Atlantide, descritta analiticamente da Platone con la forza dei numeri e delle quantità: essa è la corruzione dell’opulenta monarchia persiana –e molti suoi caratteri richiamano, anche nello stile erodoteo che Platone imita in modo superbo, i grandi paesaggi dell’Oriente evocati dallo storico di Alicarnasso –ma è anche l’Atene nata dalla politica di Pericle, l’Atene democratica e imperialista padrona dei mari; la contesa tra Atene e Atlantide, raccontata nel linguaggio degli storici –Erodoto e Tucidide –che il filosofo imita per imitare la storia nella sua nobile menzogna –è la guerra tra Atene e la Persia, ma è anche una guerra civile tra due Atene inconciliabili.
Platone, quindi, imita la storia, o meglio, il racconto della storia e i grandi storici greci che la storia raccontano; ma da essi prende forse anche gli spunti “storici” sui quali ricamare la sua Atlantide: che sia la regione del monte Atlante citata da Erodoto sulla terra d’Africa oltre le Colonne o quella isola Atalante, nella Locride Opunzia, che Tucidide ricorda distrutta da un maremoto.
Filosofo, abile manipolatore degli stili dei grandi storici della Grecia, Platone è anche uomo capace di ironia e di sottili rimandi che rivelano la falsità della storia di Atlantide, la collocazione mitica della sua invenzione; perché il racconto è narrato da Solone poeta che si colloca a fianco di Omero e di Esiodo, i più famosi narratori di miti: “Se Solone non avesse fatto della poesia un passatempo ma vi avesse applicato tutte le sue cure come gli altri, se avesse dato forma compiuta a quel racconto che aveva portato con sé dall’Egitto in Grecia, e se le sedizioni e il resto che trovò qui al suo ritorno non lo avessero costretto a trascurare la poesia, né Omero né Esiodo, né alcun altro poeta sarebbe mai stato, a mio parere, più celebre di lui”.
Sconfitta da Atene, l’Atlantide-Atene periclea e democratica soccombe sotto la furia di Poseidone; ma il suo futuro è straordinario e non dipende dal suo inventore, Platone: immagine del male e dell’assoluto negativo per il filosofo greco, essa diventerà utopia positiva, paese meraviglioso, paradiso terrestre, l’isola Bensalem della Nuova Atlantide governata dagli scienziati di Francesco Bacone, su cui ironizzerà Jonathan Swift con la sua Laputa, straordinaria isola volante, città sospesa nel cielo, governata dai saggi occupati in ricerche di altissimo rilievo, come ottenere luce dai cocomeri.
E si svilupperà nei tempi e fino ad oggi quella sindrome di Atlantide di cui ho deciso di non parlare, e che scorre dietro di me in immagini di pura fantasia, contenute ai due estremi dal richiamo di Goya al sonno della ragione che genera mostri e dalla nave dei folli di Bosch; quella paranoica ricerca di un luogo reale e realmente esistito, quell’isola che non c’è che ha fatto e fa innumerevoli vittime, nobili e meno nobili.
Lo sviluppo storico del mito atlantideo, come dicevo all’inizio, appartiene alla storia delle idee, delle utopie politiche, dei movimenti degli Stati, degli obiettivi nazionalistici e indipendentisti; ne parla egregiamente il grande Pierre Vidal-Naquet nel suo denso libro del 2005, riportando un’amplissima e seria bibliografia attraverso la quale, chi ne fosse interessato, potrà trovare ampi spazi di approfondimento e di riflessione.
Di questo itinerario voglio soltanto ricordare quello a noi più tragicamente prossimo, legato al sorgere in Germania del nazismo e della follia hitleriana, quando l’Atlantide è ingoiata in quel mostruoso calderone di occultismo, storia antidiluviana, concezioni del cosmo, saggezza magica e arianesimo che doveva produrre, nella mente distorta dei suoi seguaci, una nuova età e una nuova razza, trionfatrice sui gretti detriti e impacci culturali giudeo-cristiani. Dalle derive razziste della Thule Gesellschaft, associazione occultista e teosofica ariana che Hitler e Himmler trasformeranno in partito politico di massa, alle concezioni allucinanti della terra cava, dell’eterna lotta tra il ghiaccio e il fuoco, Atlantide e la terra di Thule si incontrano ripetutamente; la favola platonica diventerà quella mitica isola del Settentrione, sede di una civiltà perfetta e superumana, l’inevitabile precipizio in cui sprofonda periodicamente l’ideologia della destra radicale.
La pura razza degli Atlantidi, corrotta dal contatto con razze inferiori, subisce la catastrofe; pochi sopravvissuti di quel popolo daranno origine alla superiore razza “ariana”, cui spetta il compito di rinnovare i fasti atlantidei; cosa abbia portato all’Europa questa insana missione è noto a tutti e certamente amplifica di mille e mille volte l’immagine di Atlantide pensata da Platone, quella di un impero del male.
In un recente e bel lavoro titolato “Sardegna ariana” l’amico Alfonso Stiglitz ha ripercorso, con serietà e ironia, le vicende del pensiero razzista di stampo fascista che, tra il 1938 e il 1943, ha tentato di inquinare la storia e l’archeologia della Sardegna; fortunatamente, si deve concludere con l’autore, con scarsi risultati e poco spessore. Eppure, vengono da quelle esperienze alcuni spunti che, proprio perché non elaborati criticamente, ritornano in modo significativo, e direi preoccupante, nei discorsi attuali che da più parti si fanno, anche da parte di chi sicuramente non professa nessun razzismo e nessun fascismo, intorno all’identità sarda e che rimettono in causa la civiltà nuragica, Atlantide e i Sherden (che per tutti, in modo lessicalmente scorretto, sono diventati i Shardana): in questi tre termini, percepiti e letti in modo del tutto antistorico, si colgono infatti elementi fondativi di presunti valori identitari e insieme caratteri di conoscenza superiore, di superiorità intellettuale e tecnica, di supremazia morale ed etnica.
In questo panorama rientrano anche i numerosi proclami e esternazioni sulla scrittura degli antichi sardi; non voglio qui tornare su un argomento, per il quale, e dopo un mio ironico richiamo a protoscritture di invenzione, dal protougaritico al protochissachè, peraltro altrettanto di fantasia della scrittura che si pretende ora rivelata, vengo ripetutamente e metodicamente insultato in vari blog presenti sulla rete; la prossimità alla Pasqua, appena trascorsa, mi spinge ad auspicare per i miei acerrimi avversari la benedizione divina e che soprattutto il Signore restituisca loro il senno.
Ma voglio tornare in conclusione all’Atlantide di Platone e al filosofo che l’ha concepita per farmi e per fare a tutti voi un augurio che è anche una speranza. Platone ha fatto un sogno e l’ha scolpito per sempre nella sua filosofia; non facciamo di questo sogno un incubo ricorrente nutrito di razzismo, ignoranza e inciviltà.
Immagine di: expianetadidio.blogspot.com

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