lunedì 31 gennaio 2011

Il culto del fuoco e altri sincretismi.


Il calendario sardo è disseminato di sagre e feste in tutti i mesi dell’anno. Un certo diradarsi si verifica solo gli ultimi giorni di carnevale e durante la Quaresima; ma con i riti della Settimana Santa riacquistano nuovo impulso.
Le sagre sono ottime occasioni per dare risalto al folclore poiché, oltre a svolgersi nel loro ambiente naturale, assicurano molto spesso la presenza di gruppi in costume che possono così esibirsi nel modo più autentico, favorendo una affascinante presa di contatto con le tradizioni dell’isola.
L’essenza principale di queste sagre è di natura religiosa e a motivarle sono stati voti di singole persone per grazia ricevuta e voti comunitari per la cessazione di pestilenze, carestie, inondazioni, invasioni di cavallette, ma a volte sono state ispirate dal ritrovamento, spesso leggendario, di simulacri. Il loro svolgimento vede sempre un accavallarsi di riti cristiani e componenti pagane che attestano come la religiosità dei sardi, pur essendo profondamente radicata, non sia aliena da reminiscenze di culti primitivi.
Notevole importanza ha il legame tra i miti e le vicende dell’agricoltura, che hanno sempre condizionato l’isola. Questo spiega anche certi riti propiziatori di un buon raccolto, ottenibile da una terra feconda, e rafforza il convincimento che la partecipazione del popolo alle sagre, in passato, non avesse tanto lo scopo di divertirsi ma, come sostiene Salvatore Cambosu, “piuttosto per stordirsi, per nascondere l’ansia e la cupezza nel tumulto e nell’allegria rumorosa”.
A ciò va aggiunta l’esigenza (peraltro sempre viva in ogni popolo) di potersi rivolgere a qualche divinità, che si è espressa in un avvicendarsi di culti i quali, anziché sostituirsi l’uno all’altro cancellando i precedenti, hanno conservato le matrici originarie, ancorché pagane, dando luogo ad un sincretismo non di rado caratterizzato da aspetti di eccezionale fascino.
Fra le migliaia di sagre che si celebrano tutti gli anni, un certo numero ha origini tanto antiche da mostrare non pochi legami con le costumanze dell’età nuragica. La miglior dimostrazione è offerta dai rituali caratteristici del culto fallico, la cui diffusione è confermata dai tanti betili, sparsi nelle campagne. Questo culto si è protratto sino alla fine del Settecento, quando la religione cattolica ha completato la sua penetrazione nell’isola, senza tuttavia riuscire a cancellarlo del tutto. Tant’è che riaffiora sia nei falò (tuvas) di Sant’Antonio Abate e di San Giovanni Battista, sia in certe forme di comparatico stipulato con le canne fresche (cannas friscas), tutti legati anche all’antico culto del fuoco. In Barbagia il culto delle pietre va assai oltre i betili, per coinvolgere perfino le rocce dove la leggenda colloca una qualche impronta della Vergine: un accostamento comprensibile, se si tiene conto che i barbaricini sono rimasti attaccati più a lungo del resto dell’isola alla religione pagana e, quindi, più numerosi sono i suoi intrecci con quella cristiana.
Altrettanto può dirsi per il culto dell’acqua, che attribuisce poteri taumaturgici alle fonti ed alle sorgenti. Lo conferma una tradizione di Capoterra (ma si potrebbero citare molti altri casi) dove i fedeli, dopo aver bevuto l’acqua sorgiva della grotta di Santa Barbara, particolarmente venerata da quella popolazione, deponevano in una sporgenza della roccia una piccola croce ottenuta con due stecchi: ma in quella stessa fonte, in epoca pagana, probabilmente si offrivano doni e si rivolgevano preghiere agli dei. In entrambi i casi, dunque, celebrando riti di purificazione e consacrazione. E una conferma ulteriore è data dalla venerazione per la Madonna d’Itria che, in effetti, trae origine dalla Hodighetria, con cui la Chiesa greca ha definito il culto dell’acqua.
La maggior parte delle sagre risale al periodo della dominazione bizantina. Moltissime, infatti, presentano caratteristiche simili ai rituali ortodossi diffusi in Grecia, nei quali risaltano forme popolari di cerimonie religiose vicine alle rappresentazioni sacre. Queste rappresentazioni, analoghe a quelle dei primi secoli del cristianesimo, hanno assunto il massimo sviluppo fra il VI ed il VII d.C., e cioè quando la Sardegna si trovava sotto il dominio di Bisanzio, dal 533 all’800 d.C.
In quei festeggiamenti dovevano certo rientrare i balli rituali con cui i primi cristiani solennizzavano l’arrivo di un vescovo nella sede della diocesi e che, secondo la prassi del culto greco, si svolgevano all’interno delle chiese, ed il via veniva dato dallo stesso vescovo. Altre caratteristiche consistevano nelle corse di cavalli, nelle gare poetiche, nei banchetti e pernottamenti, anche questi ultimi effettuati dentro le stesse chiese in cui si celebravano i riti religiosi.
Tutte queste usanze non potevano trovare il favore della Chiesa di Roma che, pur accettandone suo malgrado qualcuna, ne ha contrastato altre, in particolare quelle che sembravano rappresentare una profanazione degli edifici di culto. Il sinodo di Sassari del 1552 giunse a sollecitare l’intervento delle autorità civili affinché non permettessero al popolo di recarsi a manifestare la propria devozione, nella speranza che tale divieto evitasse la conseguenza ovvia di ballare, banchettare con pane, carne e vino (usanza, questa, definita variamente sa fitta o su chirriòlu) e pernottare dentro la chiesa.
Altre condanne furono pronunciate dai sinodi di Torres del 1555, 1606 (che allargava la condanna a tutte le forme di festeggiamenti comunitari assimilabili a giochi), 1625 (contro la promiscuità di uomini e donne che dormivano dentro la chiesa), 1644, 1877 (che condannava i commerci, i banchetti ed i pranzi in campagna); di Cagliari del 1651, 1760 (per contrastare i pernottamenti promiscui dentro il tempio), 1886; di Ampurias del 1777. Tuttavia, per eliminare queste usanze sono occorsi molti secoli. È sufficiente ricordare che a Sindia, per la festa di San Demetrio, si sono conservate fino al 1936, e per superarle si è resa necessaria la soppressione dei festeggiamenti, decretata dal vescovo di Bosa. Solo nei primi anni Ottanta è stata riproposta, ma balli e banchetti si sono tenuti fuori dal tempio.
In molte sagre isolane c’è, comunque, qualche elemento religioso-popolare che non può essere attribuito all’influenza bizantina, ma si colloca nel periodo della dominazione aragonese-catalana. Uno fra i più evidenti è sa ramadùra, un termine decisamente sardo che indica il lancio di un insieme di fiori e foglie mentre sfila una processione. In qualche caso, tuttavia, assume un significato assai più ampio: ad esempio, per la festa di San Giacomo apostolo, che si svolge il 25 luglio a Serrenti, s’arromadùra (così è chiamata in loco) comprende anche il taglio ed il trasporto delle canne e frasche per la costruzione di una tettoia sotto cui ballare.
Tuttavia la Chiesa per molti secoli è stata l’unico sostegno contro le avversità, ed alla religione i sardi si sono rivolti con trasporto incondizionato: ne fa fede l’appassionata e gelosa devozione che si è sempre dedicata ai santi, non di rado assurti al ruolo di vessillo della fierezza degli isolani. Non a caso la stragrande maggioranza delle sagre è dedicata alla Vergine ed ai santi.
La storia religiosa della Sardegna inizia tre secoli dopo l’avvento di Roma, ed è proprio questa dominazione ad offrire molti esempi di fede cristiana tanto forte da sfidare il martirio. Così prende l’avvio un'agiografia in cui spiccano i martiri Efisio, Lussorio e Gavino, che nell’isola riscuotono la maggior venerazione, ed i cui interventi miracolosi trovano un terreno tanto fertile da non lasciare spazio a qualunque realistica spiegazione di determinati eventi. Che importa se la flotta francese, nel gennaio del 1793, non riesce a conquistare Cagliari per la tiepida aggressività degli attaccanti e per l’imperizia di chi li guida? Ciò che conta è l’invocazione rivolta dal popolo a Sant’Efisio che così, da legionario romano, diviene il condottiero dei sardi e il salvatore della città.
Non minor devozione si rivolge a Costantino, quantunque mai sia salito all’onore degli altari cristiani ma si tratti di un santo guerriero importato da Bisanzio. Curiosamente in secondo piano, ma non per questo trascurata, è la figura di San Giorgio di Suelli, forse l’unico santo sardo realmente vissuto nell'antichità (di tutti gli altri non si hanno valide documentazioni storiche), al quale sono stati attribuiti tutti o quasi i miracoli del San Giorgio Megalomartire del menologio greco. Ed a questi sono da aggiungere Santa Barbara e Santa Greca, Santa Vitalia e San Gemiliano, Sant’Antioco ed i Santi Cosma e Damiano, San Basilio, Sant’Elena, Santa Giusta e tanti altri che formerebbero un lunghissimo elenco.
La venerazione per la Vergine si esprime attribuendole i nomi più impensati, ad iniziare dalla già ricordata Madonna d’Itria per continuare con Nostra Signora di Bonaria, del Buoncammino, di Monserrato, di Intermontes, di Cracaxia, di Sauccu, della Defensa, del Riscatto, de su Succursu, di Zuradili, per non parlare delle Vergini che assumono il ruolo di pastora o avvocata e trovano la maggior devozione negli ovili e nei rifugi di banditi.
Ma c’è un inno che dimostra con le parole e con l’eccezionale livello musicale quale sia l’intensità del sentimento dei sardi verso la Madre di Cristo. È un’Ave Maria che nulla ha da invidiare ad altre assai più famose. “Deus ti salvet, Maria, chi ses de gràtia pièna: de gràtia ses sa vena e ‘i sa currènte. / Su Deus onnipotènte cun tegus est istàdu: / pro chi t’hat preservàdu immaculàta. / Beneitta et laudàda subra tottus gloriòsa: / mama, fiza e ispòsa de su Segnòre. / Beneìttu su fiòre e fruttu de su sinu: / Gesus, fiòre divìnu, Segnore nostru. / Pregàde a Fizu ‘ostru pro noi peccadòres: / chi tottus sos erròres nos perdònet./ Ei sa gràtia nos donet in vida e in sa morte: / e in sa diciòsa sorte in Paradìsu.” (Dio ti salvi, Maria, che sei piena di grazia: / sei la vena di un torrente di grazia. / Il Dio onnipotente è stato con te: / perché t’ha conservata immacolata. / Benedetta e lodata su tutti gloriosa: / sei Madre, figlia e sposa del Signore. / Benedetto il fiore e frutto del tuo seno: / Gesù, fiore divino, Signore nostro. / Pregate vostro Figlio per noi peccatori: / perché tutti gli errori ci perdoni. / E la grazia ci doni in vita e nella morte: / e nella felice sorte in Paradiso.)
L’organizzazione delle sagre comporta un considerevole impegno; a farvi fronte, come già accennato, è generalmente un comitato con a capo un obriere, o il priore di una confraternita, che viene eletto il giorno della festa e conserva la carica fino alla ricorrenza successiva. A lui spetta l’onore di conservare il vessillo sacro (spesso anche un piccolo simulacro del santo) ed accompagnarlo in ogni altra festa religiosa; ma anche l’onere di provvedere, aiutato dai soci, alla questua indispensabile per recuperare i mezzi occorrenti a realizzare la festa dell’anno seguente. In Gallura i comitati organizzatori si chiamavano soprastàntie ed erano considerati maggiori o minori a seconda dell’entità della somma o del bestiame messo a disposizione.
Va da sé che il ricavato delle questue veniva utilizzato in buona misura per l’acquisto delle vettovaglie indispensabili a rifocillare i pellegrini, che raggiungevano le chiese campestri spesso come scioglimento di voti. Questo tipo di organizzazione esiste ancora oggi, mentre l’usanza dei banchetti e pernottamenti si perpetua nei pressi delle chiese, spesso circondate da modestissime abitazioni (cumbessìas, muristènes, ecc.) dove soggiornano i novenanti.
Questo attaccamento alle proprie radici è sempre più sentito nell’isola. Da molte parti ci si va orientando verso serie indagini sia per realizzare i costumi con la massima possibile fedeltà, sia per organizzare le sagre nella forma più autentica.

Testo tratto dal volume "Le tradizioni popolari della Sardegna" di G. Caredda

domenica 30 gennaio 2011

Il culto dell'acqua


L'acqua nell'antica civiltà sarda.
Le acque lustrali sono state e sono tutt’ora usate in vari ambiti religiosi.
Anche il cristianesimo ha fatto sua l’usanza antica di utilizzare l’acqua per le cerimonie religiose.
L’uso dell’acquasantiera all’ingresso delle chiese ad esempio richiama la presenza di un bacile di trachite all’ingresso di templi,nuraghi e pozzi sacri.
Nella accurata descrizione degli scavi all’interno del santuario nuragico di Serri il Taramelli annotò la presenza di un bacile in trachite appena varcato l’ingresso dal lato sinistro della curia o capanna delle riunioni.
Tale bacile era in tandem con altri reperti dal chiaro carattere cerimoniale-religioso: sempre sul lato sinistro presso il muro ad una distanza di tre metri venne rinvenuta una piccola ara, un cippo e incastrato nel muro un altro bacile rettangolare.
Un altarino elegantemente lavorato fu trovato durante i primi scavi anche nel vestibolo del primo pozzo di Matzanni: testimonianza di un uso sacrale della costruzione.
Un altarino di simile fattura fu trovato anche nel pozzo C, o terzo pozzo, in tempi relativamente recenti. Esso è stato preso dagli scavatori e portato a Villacidro dove si trova tutt’ora presso il museo sacro ex-oratorio, davanti alla chiesa di S. Barbara.
Il pozzo sacro è l’edificio che sembra aver la sua ragione d’essere nel culto delle acque.
In Sardegna esistono tutt’ora molti esempi, più o meno conservati di pozzi sacri risalenti al periodo nuragico.
Nella località Matzanni in territorio di Vallermosa, al confine col comune di Villacidro si trovano tre pozzi sacri a breve distanza l’un dall’altro. Quasi tutti hanno il medesimo schema costruttivo: Il pozzo vero e proprio ricoperto dalla tholos o cupola, il tutto in pietre più o meno lavorate, la scala e l’atrio o vestibolo.
Ogni sezione probabilmente aveva un diverso livello d’accesso e diversità d’uso.
Si distingue il pozzo vero e proprio del diametro che va dai 2 ai 3 metri costruito con perizia specialmente evidente nella copertura realizzata con la tecnica ad aggetto e chiamata tholos dal nome che i greci avevano dato alle costruzioni sarde che richiamavano le loro Tholoi.
Dal fondo del pozzo una scala di 12/13 gradini portava all’atrio pure in pietra ma ricoperto da travi in legno e altri materiali.
Questo locale era lastricato in pietra. Lungo i lati lungo di un muro si trovava un sedile continuo pure in pietra.Dalla descrizione operata da F Sedda risulta che l’ atrio del pozzo C di Matzanni aveva il sedile solo dal lato destro .
Questo locale aveva una sua funzione specifica sempre legata al pozzo e alle acque sacre.Si trovano nei pressi segni di cerimoniali sacri quali aree sacrificali ecc.e al suo interno sono stati rinvenuti oggetti riconducibili ad un uso cerimoniale.
Sempre a Serri nell’atrio si nota ancora un bacile e una canaletta che percorre un lungo tratto e porta all’esterno del vestibolo. In tale spazio erano sistemati gli ex-voto sotto forma di bronzetti. Nell’atrio del pozzo A di Matzanni, come già ricordato fu rinvenuta una piccola ara peraltro scomparsa.
Il Lovisato aveva fatto in tempo ad operare uno schizzo di essa. Il Taramelli se ne era interessato e aveva trovato riscontri di oggetti simili in altre località del mediterraneo orientale.
Quali cerimonie religiose civili o terapeutiche si celebrassero non è dato sapere con precisione:studi e ricerche hanno tentato di dare spiegazioni più o meno convincenti.
Uno dei primi e certamente tra i più importanti è stato Petazzoni che studiò la religione primitiva in Sardegna e dedicò al culto delle acque una parte rilevante della sua opera sull'argomento.
Egli descrisse i due pozzi (il terzo non era ancora stato scoperto)e fece uno schizzo del pozzo A.
La sua interpretazione del culto delle acque è di largo respiro, i parallelismi con altre culture, esempi attuali di comportamenti umani che richiamano tutt’ora le antiche usanze trovano ampio spazio nella sua appassionata trattazione.Invero alcune sue supposizioni sono state superate dalle scoperte e studi successivi.
Secondo lui il pozzo in sé non era una fonte bensì un deposito d’acqua, in alcuni casi addirittura protetta da un coperchio di legno posto in fondo al pozzo.
Che uso si poteva fare di quella acqua così preziosa e sacra?
Le acque dei pozzi sacri avevano un fine terapeutico, magico-religioso e civile, se è lecito operare una tale distinzione riferita a quel tempo.
Antichi autori greci affermano che in Sardegna esistevano delle sorgenti di acqua miracolosa fredda e calda.
Tra Vallermosa e Villasor, in località s’Acqua Cotta esiste tutt’ora una sorgente d’acqua calda utilizzata per secoli a scopo terapeutico e recentemente ceduta ad una società produttrice di acque minerali.
Gli stessi autori riferiscono che quell'acqua aveva benefici effetti sugli occhi.
Altri riferiscono che gli effetti terapeutici si estendevano anche ai dolori alle ossa e ad alleviare altri malanni tra cui i danni provocati dal morso di un insetto particolare che sembra procurasse notevoli disturbi.
Nell’atrio dei pozzi venivano collocati dei bronzetti; la loro presenza sembra strettamente legata alle ceromonie religiose che avevano luogo presso il pozzo.
Essi sono stati anche interpretati come una specie ex-voto.
A Serri è stata trovato il bronzetto che rappresenta una madre che ringrazia per la guarigione del figlio.(A volte confusa con la madre dell’ucciso di Urzulei)
Riguardo alla località di Matzanni il Lovisato dà notizia di ritrovamenti operati dai primi scavatori clandestini:quasi tutto è scomparso eccetto una ciotola di bronzo dorato, una moneta e il famoso bronzetto denominato Barbetta o Offerente che rappresenta secondo l’interpretazione di Lilliu un popolano in atto fare offerte votive alla divinità.
L’intreccio tra religione, medicina,magia e dato fisico è praticamente inscindibile per i nostri protosardi. L’origine dei malanni può essere d’origine divina o dovuta a cause misteriose, certamente note alla divinità che può intervenire in favore dei fedeli che utilizzano l’acqua sacra come mezzo per entrare in contatto con la divinità e ottenere benefici.
La malattia è curata con cerimonie religiose in cui l'acqua ha una parte importante.Non per niente il Petazzoni, citando le scoperte del Lovisato avanza l’ipotesi che le costruzioni circolari, i cui resti sono situati tra i pozzi A e B di Matzanni, fossero ricoveri o dimore per sacerdoti o per fedeli convenuti per pratiche medico-religiose (sul modello di quelle più note del Santuario di S.Vittoria).
Invero altre pratiche magico-religiose avevano luogo probabilmente nei santuari nuragici come la pratica della incubazione.
Il culto delle acque sacre riveste tuttavia un ruolo molto importante con una valenza profonda nel rapporto tra religione e vita sociale: se infatti l’acqua lustrale aveva il potere di guarire gli infermi aveva per contro anche quello di smascherare i colpevoli di vari delitti.
Questo avveniva col rito dell’ordalia.
Il luogo per eccellenza deputato a svolgere questo compito era il pozzo sacro peraltro dedicato ad una divinità (Il Petazzoni indica il Sardus Pater;oggi si propende per altre indicazioni, forse una divinità locale o forse le antichissime divinità primitive naturali).
Questo rito sembra fosse abbastanza comune nell’antichità tra i popoli del Mediterraneo (Sicilia)e in altre parti del mondo antico ( Africa).
Ma l’ordalia sarda ha una sua peculiarità ed è citata più volte dagli antichi scrittori latini e greci.

Fonte: www.matzanni.com

L'immagine de Sa Sedda e Sos Carros è tratta da www.sardegnadigitallibrary.it

sabato 29 gennaio 2011

Monte Claro e Castello San Michele


Italia Nostra, in collaborazione con la circoscrizione n°3, organizza una serie di incontri e passeggiate culturali a tema "Storia dei colli di Monte Claro e San Michele a Cagliari".
La partecipazione è libera e il ciclo di conferenze inizierà Martedì 1 Febbraio alle ore 16.00 nei locali della circoscrizione di Via Montevecchio. Relatore sarà il Prof. Bruno Puggioni che esporrà una relazione intitolata: "geomorfologia, storia e paesaggio dei colli di Cagliari".
Tutti i martedì successivi, sempre alle 16.00, sono previsti appuntamenti culturali e visite guidate. Gli altri relatori saranno: Marcella Serreli, Pierluigi Montalbano, Ciro Angiolino, Rosella Orchis, Michele Pintus, Anna Maria Muscas.

venerdì 28 gennaio 2011

Chieti - La scultura come cosmogonia


Il Guerriero di Capestrano e Il nuovo Guerriero di Paladino: accoppiata vincente
di Romano Maria Levante

Al Museo Archeologico nazionale d’Abruzzo, Villa Frigerj di Chieti, dal 26 gennaio 2011, in permanenza, “Al di là del tempo. Mimmo Paladino e Il Guerriero di Capestrano: la nuova sala”; al Palazzo De Mayo, sempre a Chieti, apertura dal 26 gennaio al 30 aprile 2011 della mostra “Mimmo Paladino e Il nuovo Guerriero.
Il “Guerriero” è forse la più importante scultura arcaica preclassica europea e di certo la maggiore d’Abruzzo, la sua nuova collocazione è una sorta di installazione di un artista contemporaneo, che per di più vi si è ispirato per la sua scultura Il nuovo Guerriero esposta con altre sculture in un percorso che da Villa Frigerj approda a Palazzo De Mayo. Lo storico palazzo è in fase di avanzata e radicale ristrutturazione per ospitarvi, oltre alle Fondazione bancaria Carichieti, una annessa struttura polivalente con biblioteche e spazi idonei a mostre d’arte e incontri letterari, conferenze e presentazioni, anche manifestazioni musicali: iniziative che animeranno la città a cura della Fondazione.
La presentazione dell’iniziativa è avvenuta il 24 gennaio 2011 nella sede dell’Associazione Civita, organizzatrice di mostre ed eventi culturali, a Roma all’ultimo piano di Palazzetto Venezia, nella sala conferenze contigua con la splendida terrazza che si affaccia sul Vittoriano. Il presidente della Fondazione chietina Mario Di Nisio – sponsor della nuova sala espositiva al Museo oltre che protagonista della mostra nella propria sede – ha parlato dei nuovi spazi del Palazzo De Mayo dove, oltre alla mostra di Mimmo Paladino, a lavori ultimati prima dell’estate potranno svolgersi iniziative per ravvivare stabilmente la vita culturale nel centro storico.
Cinzia Dal Maso, la giornalista che ha moderato l’incontro, ha commentato l’evento, aggiungendo un’interessante considerazione concernente gli accessi ai siti archeologici spesso posti a livello inferiore interrompendo la continuità e rendendoli staccati e avulsi, come a Roma a Torre Argentina per non parlare del Foro Romano: sono dislivelli che andrebbero rimossi per la necessaria continuità tra antico e moderno

L’iniziativa sul Guerriero di Capestrano presentata dal soprintendente Pessina
Andrea Pessina, soprintendente per i beni archeologici dell’Abruzzo e Gabriele Simongini, curatore, hanno illustrato l’evento, anzi i due eventi paralleli e correlati, arte antichissima e contemporanea a braccetto.
Il primo evento è la nuova collocazione del “Guerriero” realizzata mediante l’ingegno di un maestro della scultura contemporanea che ha “disegnato” e realizzato un ambiente in grado di valorizzare le straordinarie qualità dell’opera ponendola “al di là del tempo”. Il significato di queste parole lo si comprende dall’illustrazione del lavoro fatto da un artista per il quale l’opera era divenuta una sorta di “ossessione”. Che lo ha portato a realizzare Il nuovo Guerriero per ricreare il fascino del Guerriero antico, e questo è il secondo evento, la mostra che comprende quest’opera e le sue sculture precedenti. La nuova sala con la preziosa opera del VI a.C. e “Il nuovo Guerriero” del terzo millennio vengono presentati insieme e sono esposto al pubblico in contemporanea, sia pure in due siti diversi, entrambi nel centro storico di Chieti, anche per l’inamovibilità del “Guerriero”: un “gigante dai piedi di argilla” molto delicato.
Ma ascoltiamo il soprintendente Pessina, mentre ricorda la genesi dell’iniziativa: l’idea gli venne quando notò l’intensa passione dello scultore per quell’opera dell’antichità che non meritava di restare confinata tra i reperti archeologici, anche se preziosi, ma abbisognava di un proprio spazio vitale che ne mettesse in luce tutto il significato. Anche perché non si tratta di un’opera isolata ma fa parte di una serie di statue giunte mutile, mentre il “Guerriero” è pervenuto miracolosamente integro ed è stato considerato l’incarnazione delle virtù italiche; al punto da essere esposto come tale nella mostra a Bruxelles nel 1938, quattro anni dopo il ritrovamento, con un guerriero mussoliniano che scaglia la lancia in puro stile littorio.

Faceva parte di una struttura funeraria isolata, e “non raffigurava tanto un personaggio reale quanto un concetto, anche attraverso un sistema di segni con le codifiche di allora”. C’è maggiore attenzione alle armi che alla fisionomia, erano i segni dell’autorità e del prestigio nel comando militare e nella magistratura.
Il precedente allestimento lo vedeva affiancato alle altre sculture mutile, secondo la tecnica espositiva tradizionale. E brillano gli occhi al soprintendente quando racconta l’idea suggeritagli dal modo suggestivo con cui lo scultore Paladino gli parlava della sua “magnifica ossessione” per il ”Guerriero”; e dal modo con cui lo guardava, preso dai suoi pregi estetici persistenti e attuali, non dal fatto che è un prezioso reperto storico. Lo sguardo dell’artista coglieva dei contenuti riposti, che andavano messi in evidenza con un adeguato allestimento espositivo, da qui l’idea di costruire una scenografia adeguata intorno alla statua.
Ma c’è di più: l’“ossessione” di Paladino lo porta a concepire Il nuovo Guerriero che possa dialogare con il primo recependone i motivi salienti in chiave attuale con una tecnica e un messaggio aggiornati al mondo contemporaneo. Di qui l’inedito risultato di far cadere lo steccato tra arte antica e contemporanea con un testimonial d’eccezione dell’arte antica e una sua reincarnazione nel contemporaneo, per ora in un breve percorso tra il Museo e la vicina sede della mostra, ma in prospettiva, accenna il soprintendente, l’idea potrebbe riguardare lo spazio espositivo dei musei e dei siti archeologici facendovi entrare la contemporaneità per superarne l’isolamento e valorizzare la bellezza dell’arte, che non è solo reperto.
Vittorio Sgarbi ricorda spesso, aggiungiamo, che l’arte è sempre contemporanea se è vera arte perché mantiene nel tempo intatti i valori di forma e di contenuto. Perché allora non farla convivere con le espressioni contemporanee che nella forma e nel contenuto abbiano gli stessi valori permanenti? C’è anche un motivo pratico, verrebbero rivitalizzati siti e musei archeologici che, soprattutto nei piccoli centri, soffrono di una sindrome di isolamento ed emarginazione da contrastare con idee innovative.
Tornando al “Guerriero”, Pessina ha sottolineato che Paladino “si è tenuto a distanza dall’opera senza contaminarla ma creando l’atmosfera più adatta per accoglierla”; e ha mostrato l’ombra proiettata sul muro, con il caratteristico copricapo a dargli quasi un’aureola di santità ingrandita dalla prospettiva, in una proiezione particolarmente suggestiva. Ha creato così la “suspence” per la descrizione di cosa si è fatto, e perché viene definito “al di là del tempo”, di certo non soltanto perché risale al VI a.C.
Il curatore Simongini fa vivere in anteprima l’atmosfera intorno al “Guerriero”
Gabriele Simongini - curatore degli eventi presentati, il nuovo spazio espositivo del “Guerriero” e la mostra ad esso collegata – parte dal rapporto tra archeologia ed arte contemporanea perché lo scultore Paladino riconduce tutta la sua scultura a quell’opera antichissima, tanto che in una sua mostra a Firenze avrebbe voluto chiederlo in prestito come testimone muto, ma era una missione impossibile; invece ”il sogno nato dalla sua ossessione si è potuto realizzare perché è spuntata una stella cometa, il nuovo soprintendente che pensò subito a fargli creare uno spazio permanente del tutto inedito intorno al ‘Guerriero’”.
Paladino si è avvicinato “con discrezione e misura” al “Guerriero”, ribadisce Simongini, e fa avvicinare anche il visitatore con la stessa cura, in una progressione che nasce nell’antisala con una rete di legami che portano all’opera in modo graduale; i collegamenti poi si trasmettono al “Nuovo Guerriero” esposto nell’altro spazio a Palazzo De Mayo. Restando nel Museo, le altre sculture mutile dell’epoca e l‘ambiente tutt’intorno lo introducono senza sovrapporsi ad esso creando l’atmosfera “al di là del tempo”.

In che modo? La sala all’associazione Civita pende dalle labbra del curatore come se stesse per decifrare un antico manoscritto, e in parte ci sono elementi del genere. L’innovazione principale è stata nella forma dell’ambiente in cui è collocato, da rettangolare è stata trasformata in ellittica in base al criterio che “il capolavoro archeologico genera lo spazio circostante”. E questo con un’operazione quasi fantascientifica che viene così descritta: “Al centro di quest’opera totale, fatta di spazi architettonici, graffiti ed illuminazione ad hoc, e che forse in futuro potrebbe perfino accogliere la musica, sta sempre e comunque il Guerriero di Capestrano la cui assoluta ed emblematica potenza geometrica è stata ribadita da Paladino con una mirabile intuizione spaziale: applicando la proporzione aurea, il cerchio del copricapo con il suo modulo di 65 cm. genera un’ellissoide (il cui asse principale è 13 volte il modulo,mentre l’altro equivale a circa sette volte e mezzo) che dà forma curva alla sala, spazio fluido, continuo, sospeso, senza angoli”. Cioè “al di là del tempo” che è scandito e misurato da svolte e cesure, laddove qui tutto è invece smussato.
Ma non per questo c’è lo spaesamento atemporale, il “Guerriero” è messo a suo agio, per così dire, con il colore della sua epoca nel pavimento e nelle pareti. Si è cercata la stessa pietra locale calcarea di cui è fatta la statua, la si è macinata per produrre il materiale utilizzato per pavimento e pareti in due tonalità: Il collegamento e la derivazione dell’ambiente, dunque, oltre all’aspetto architettonico riguardano anche quello cromatico: “come per la forma e lo spazio anche per il colore è il ‘Guerriero’ a generare l’ambiente”.
E poi nell’ “anticamera” ci sono i “compagni del Guerriero”, come la “Dama di Capestrano”, rinvenuta con lui. Siamo al culmine dell’arte arcaica che dopo la stele figurativa fatta soprattutto di incisioni e pochi rilievi approda alla statuaria a tutto tondo del “Guerriero”; l’ulteriore sviluppo sarà l’affidare i messaggi non più ai simboli del rango ma alle iscrizioni come nella “stele a erma di Penna Sant’Andrea”. Un percorso artistico non influenzato dall’arte greca ma forse da quella etrusca su una base originaria locale , in proposito vengono ricordate le “stele garganiche” come segno di primigenia e di identità da cui nasce il “Guerriero”.

Il “Guerriero” si trova a casa sua anche per i graffiti che percorrono le pareti: “Non sono perentori come a Napoli dove sono netti e creano spazio, qui sono discreti e illuminati in modo misurato, quindi non interferiscono sull’unico protagonista”. Non potevano essere segni casuali o desunti da preesistenze, si tratta di “una scrittura originaria e insieme immaginaria”, con frecce e utensili, rami e animali, teste e clessidra: si pone in rapporto con iscrizioni paleosabelliche che hanno agito sulla visione di Paladino portandolo a creare una scrittura immaginaria da quella reale, collegata al contesto storico del “Guerriero”.
Qual è, in definitiva, l’immagine che si ricava da una collocazione così studiata e tanto elaborata? E’ stato creato uno “ spazio sacrale, come una cella del tempio antico” al quale si arriva dopo gli spazi introduttivi e preparatori con le statue mutile dell’epoca, i graffiti e quant’altro, quasi un “sancta sanctorum”.
In questo modo si realizza l’idea di Berenson di “educare al gusto del guardare”: e la scultura antica cessa di essere un mero reperto storico di civiltà sepolte e di essere presentata come un documento da archivio che in quanto tale non cattura il visitatore, “non crea l’empatia” dalla quale nasce la suggestione. Si è creata la “dimensione contemplativa sacrale” per recuperarne il valore estetico perenne. Al riguardo al curatore cita Shopenauer secondo cui “si crea l’empatia quando rapito in contemplazione non è l’individuo ma il soggetto puro al di là di tutto, del dolore e anche del tempo”, di qui l’aspetto “sacrale”.Perché questo avvenga occorre che ci sia qualcosa che vale, come lo straordinario “Guerriero”.
Una rapida descrizione del Guerriero di Capestrano
Descriviamolo rapidamente, dopo l’esserci accostati virtualmente e averne colto la proiezione altamente suggestiva dell’ombra sullo schermo sopra al tavolo degli oratori mentre parlava il soprintendente.
Trovato nel 1934 e restaurato frettolosamente anche per la ricordata mostra di Bruxelles, assomma in sé tante qualità come espressione più compiuta dell’arte arcaica preclassica forse europea, comunque un’icona simbolo per l’Abruzzo. Alto più di due metri ed integro, ricavato da un unico blocco di pietra del luogo, a parte il largo caratteristico copricapo incastrato successivamente sulla testa. Varie interpretazioni all’insolita foggia e dimensioni del cappello, considerato anche un elmo o un simbolo del sole, mentre si pensa possa essere il segno del ruolo, forse sacerdotale. La corporatura è forte ma non proprio tipica di un guerriero, e questo confermerebbe l’ipotesi del ruolo rituale anche per la sua collocazione nella necropoli.
D’altra parte, le armi di cui dispone sono tipiche del guerriero, e appaiono definite nei particolari molto di più della figura, cosa che ha un suo significato: due lance sui piastrini ai lati, una spada con elsa a croce sul torace con un coltello, un’ascia a forma di trapezio ad occhio stretta al petto; e poi una corazza a forma di disco sul petto e sulla schiena nei punti vitali, due mitre che pendono dalla cintura a protezione della parte inferiore del corpo. Non solo armi,però, vi sono anche ornamenti e pendenti evidenziati dal colore rosso.
Siamo nell’età del Ferro, si trovava in una necropoli alle sorgenti del Tirino, non si sa se in prossimità di una tomba a tumulo, forse un simbolo di potere militare e aristocratico posto a guardia del luogo funerario, dove peraltro con i corredi vengono di norma esaltati i simboli del rango e del censo nelle singole sepolture
Un’iscrizione verticale in caratteri sudpiceni è stata trascritta così: “ma kupri koram opsùt ani[ni]s rakinel?ìs? pomp? [ùne]i”. E viene interpretata da La Regina come opera dello scultore Aninis, al quale vengono attribuite altre opere arcaiche medio adriatiche, come la statua mutila femminile anch’essa da Capestrano; altra interpretazione è che Aninis sarebbe il committente, il soggetto ritratto il misterioso Pomp della scritta, presunto capo locale ritratto con le insegne del rango. Più che una bottega di scultura, un modello iconografico seguito per una serie di altre opere arcaiche di cui si ha traccia nell’esposizione.
Abbiamo concluso con un enigma concernente il nome dell’autore e del personaggio rappresentato la descrizione del Guerriero di Capestrano. Iniziamo con un enigma quella del “Guerriero”, la reincarnazione in chiave contemporanea della potente figura arcaica realizzata dallo scultore Paladino che ha ideato il nuovo ambiente sacrale per esporre l’opera del VI secolo avanti Cristo. L’enigma sono le tegole che sostituiscono le armi, idea venuta “in progress”perché, dice Simongini, nella realizzazione presso gli specialisti di Faenza, nel bozzetto originario c’era ancora una lancia; intanto vediamo due tegole.
Le tegole sottolineano il valore architettonico e non solo plastico della scultura, nel concetto che l’opera crea architettura, il copricapo è visto come un tetto. E’ un’immagine totemica anch’essa possente, alta metri 2,56. In terracotta perché, dice lo scultore, “questo materiale dalle proprietà elementari e trasformative richiama la forza arcaica della pietra calcarea con cui è stato scolpito il Guerriero di Capestrano”.
“All’ombra della notte dei tempi, un’aureola di futuro” la definisce il curatore riassumendone la genesi. Nasce all’ombra del “Guerriero” proveniente da epoche remote, e conserva il coprIcapo che diventa però un’aureola proiettata in avanti nel tempo. Lo scultore collega così antichità e contemporaneità inquadrando la compenetrazione museale prospettata da Pessina nella propria arte personale, dove c’è l’“ossessione “ di cui abbiamo parlato: “La mia cultura visiva nasce da un’idea di stratificazione, con immagini figurative e non figurative, talvolta anche decorative e minime… Una storia frammentata e ricostruita, una storia di passaggi e di tracce dove un frammento di testa romana si incastra con un blocco di epoca precedente. Poi vengono i longobardi che aggiungono altro ancora e allora tutto diventa un collage di elementi astratti e figurativi, oppure irriconoscibilmente figurativi”. Il collante di tutto questo l’identità del territorio, “nella cultura del meridione, in quelle architetture e in quelle opere fatte di segni necessari e, tuttavia, anonimi”.
Questa sua visione risulta dalle opere esposte nella mostra di cui ”Il nuovo Guerriero” rappresenta il culmine, possiamo dire che svolgano in qualche modo la funzione dei “compagni del Guerriero o comunque dei componenti del “corredo” tipico dell’antichità. Sono tuttavia qualcosa che va ben oltre. Così le 75 piccole sculture in bronzo che incrociano la storia dell’umanità e le vicende epiche di conquiste e difese dei propri territori con il percorso artistico dello scultore, vanno dal 1984 al 2010; e le grandi sculture in bronzo, “Carro”, “Elmo” e “Cavallo”; e come non ricordare il suo monumentale cavallo blu di oltre 4 metri installato nel 2009 all’Anfiteatro del Vittoriale del grande abruzzese Gabriele d’Annunzio?, In più la suggestiva terracotta “Senza Titolo” creata con il celebre Spalletti di cui colpisce la tenerezza della figura.
“Non a caso Paladino, in molte sue sculture – nota Simongini – libera la figura e l’oggetto dalla loro relatività rendendoli ‘eterni’ anche tramite l’accostamento a forme geometriche , cristalline, astratte”. Ancora più direttamente: “Così la singola presenza figurale e oggettuale è isolata dal flusso ininterrotto dei fenomeni e delle apparenze e giace in un’immobile punto di quiete diventando necessaria e inalterabile”. E’ proprio questa la cosmogonia nella scultura e, come si intitola la mostra, “la scultura come cosmogonia”.
Compresenza di figurazione e di astrazione, dunque, come nelle civiltà paleolitiche con l’aspetto naturalistico e razionale insieme a quello astratto e metafisico, uniti in una visione fantasiosa e poetica. Ciò consente di superare il tempo, fissando l’istantanea in un’immagine persistente che si sente perenne. Per questo fino alla realizzazione è esposta ai cambiamenti che nascono dall’imprevisto e dall’intuizione improvvisa sopravvenuta, di qui gli interventi correttivi ”in progress” di cui abbiamo detto; così l’opera compiuta spesso è ben diversa dai molti schizzi preparatori. Del resto stabilità ed evoluzione, forme fisse e mutevoli sono espressioni compresenti alla ricerca di un equilibrio che si realizza nell’opera finita la quale così può collocarsi fuori del tempo pur con echi che vengono sin dal remoto mondo arcaico.
Il curatore lo ha chiamato “novello Giano bifronte con un volto rivolto al passato e l’altro verso il futuro”, che porta “al di là del tempo” e alla “scultura come cosmogonia”. Come mostra “Il nuovo Guerriero”, che ci riporta alle origini ancestrali ma nello stesso tempo ci fa sentire come siano compenetrate nel nostro tempo. Sempre Simongini nota, parafrasando Huberman, che “l’opera di Paladino ‘ha più spesso memoria e avvenire di colui che la guarda’. O, almeno, rappresenta anche una sfida per tutti noi a recuperare parte delle nostre memorie archetipe per immaginare meglio il futuro”. E questo creando “un cortocircuito fra passato, presente e futuro che ricorda il concetto bergoniano di durata”.
Ebbene, Il nuovo Guerriero esprime plasticamente, nella sua maggiore esilità e quindi fragilità rispetto al Guerriero di Capestrano, solido e possente, tutte le incertezze e i timori per un futuro che ci vede inermi e indifesi, disarmati come lo è la sua figura. Ma dà anche la consapevolezza fiduciosa di un futuro che possiamo costruire, fino al tetto, per il quale porta le tegole protettrici, con un’immagine che lo vede anche partecipare alla costruzione del nuovo suggestivo spazio architettonico per il vecchio ”Guerriero”.
Sono due operazioni che si riassumono nel commento finale del curatore Simongini, e ci sembra la conclusione più appropriata a questo tuffo in epoche remote della storia e dell’arte, “al di là del tempo”: “Contemplare il mondo dal punto di vista originario per vivere più profondamente il proprio tempo: di fronte alle sculture di Paladino si ha questa sorprendete rivelazione”.

Fonte: Archeorivista

Archeologi precari

Associazione Archeologi su precariato professionale

L’Associazione Nazionale Archeologi in una nota del Presidente Nazionale, Tsao Cevoli e del Presidente Regionale Ada Preite denuncia che nonostante l’Italia sia il Paese che secondo l'Uneco possiede il maggior patrimonio archeologico e culturale al mondo, l’archeologo è un professionista non riconosciuto e eternamente precario. “Eppure – si legge nella nota - solo grazie al contributo di migliaia di professionisti archeologi, che ogni giorno operano nei cantieri di tutta Italia come liberi professionisti o all’interno di società e cooperative archeologiche, è possibile dare attuazione al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, in osservanza al dettato costituzionale. Tale realtà è dovuta al concorso di più cause, tra le quali: il rigido e atavico sistema organizzativo ministeriale; la totale assenza di un reale ricambio generazionale nella direzione e nell’organico delle Sovrintendenze, spesso prive di figure professionali qualificate in ambito scientifico; la gestione dei Musei, spesso basata su vecchie metodologie che non permettono il rinnovamento e l’accesso di archeologi o di società e cooperative di archeologi qualificati. La costituzione in Italia di un elenco degli archeologi presso il MIBAC, accessibile esclusivamente a persone in possesso di adeguati requisiti di studio e professionali, è tra i progetti più importanti che l’Associazione Nazionale Archeologi porta avanti da anni – si legge nella nota - che, pur consapevole degli ostacoli politici, istituzionali e del mercato del lavoro, è fermamente convita che in tal modo gli archeologi non sarebbero più considerati dei professionisti di Serie B, figure scomode, chiamati a collaborare a lavori già iniziati, ma figure fondamentali per produrre sviluppo culturale ed economico grazie alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio archeologico italiano”.

giovedì 27 gennaio 2011

Carlo Tronchetti presenta gli scavi di Monte Prama



Sabato 29 Gennaio, alle ore 17.30, l'archeologo Carlo Tronchetti presenterà una relazione sugli scavi degli anni Settanta che hanno portato alla luce gli oltre 5000 frammenti attualmente in assemblaggio presso il centro di restauro di Li Punti, conosciuti come "Statue Giganti di Monte Prama". Lo studioso descriverà la storia degli scavi e le sue valutazioni circa il significato simbolico di questa meraviglia dell'archeologia nuragica.
Interverranno alla serata Pierluigi Montalbano, Marcello Cabriolu e Giuseppe Mura, autori di pubblicazioni sulla civiltà nuragica. Coordinatore della serata sarà Paolo Marongiu.
Appuntamento da non perdere presso la Biblioteca Comunale di Decimomannu che, a cadenza quindicinale, continua la sua opera di divulgazione dei lavori di vari autori sull'antica storia della Sardegna.

mercoledì 26 gennaio 2011

Antica scrittura

Lo spillone nuragico con "lettere fenicie"
di Gianfranco Pintore

I lettori più assidui del blog www.gianfrancopintore.blogspot.com ricorderanno le notizie, date dall'amico Mauro Peppino Zedda, del ritrovamento di uno "spillone nuragico" ad Antas di cui parlò Paolo Bernardini in un convegno a Senorbì. Riporto quella che, se non ricordo male, fu la prima.

Scrive Mauro Peppino il 24 aprile di quest'anno: "il titolo della bellissima relazione di Paolo Bernardini era: "Segni Potenti: la scrittura nella Sardegna Protostorica", ieri l'ho sentito ora ho in mano l'abstract, dove inizia col dire che i primi segni scrittori che appaiono in Sardegna sono quelli del lineare A impressi nei lingotti ox-hide (che lui (anch'io e tanti altri sulla scia della Sandars) vede connessi con l'arrivo in Sardegna degli Sherden.
Cita dunque il sigillo di Sant'Imbenia, la stele di Nora, altre iscrizioni fenicie , dunque alcune lettere impresse in ceramiche nuragiche e conclude con lo spillone dell'età del Ferro (una novità appena uscita da un magazzino in cui era conservato 20 anni!) mostra una iscrizione con segni fenici corrispondenti a K, R (?), M, K. Per Bernadini si tratta di un nome indigeno scritto con alfabeto fenicio.

Ecco, venti anni dopo di ricovero nel magazzino dove il prof. Bernardini lo ha trovato, lo spillone nuragico con scritte in alfabeto fenicio. Ma si tratta davvero di alfabeto fenicio? Io non ho alcuna competenza per dire che così sia o che così non sia. Ho solo il sospetto, per altro ben alimentato, che l'alfabeto fenicio sia il rifugio di quanti giurano che la scrittura comincia in Sardegna con l'arrivo dei fenici. Secondo quanto ha detto l'infelice sottosegretario Giro, invitando ad un atto di fede "come ben esplicitato in tutti i testi scientifici sulla civiltà nuragica, questa non ha mai conosciuto la scrittura". Le cose, come è noto, sono assai meno rassicuranti per i teologi del conosciuto.
Ci sarà pure un epigrafista, che conosca sia l'alfabeto fenicio sia quelli protosinaitico e protocananeo (che mi si dice esistono davvero), capace di confermare o smentire quanto dice il prof Bernardini? So che Gigi Sanna parlerà anche di questo spillone nel suo corso di epigrafia nuragica che comincia sabato a Oristano. Aspetteremo. Ma se nel frattempo qualche altro epigrafista volesse "leggerlo", in accordo o in disaccordo con Bernardini, ci solleverebbe dal sospetto che i latinisti vedono alfabeto latino ovunque e che i fenicisti fanno lo stesso col fenicio. Sono cosciente che anche questo appello cadrà come gli altri nel nulla. Ma lo faccio lo stesso. Non si sa mai che fra i deisti del conosciuto qualcuno cominci a provare un po' di imbarazzo e voglia provare l'ebbrezza dell'eresia.

Fonte: www.gianfrancopintore.blogspot.com

Ho deciso di divulgare anche su questo quotidiano on-line, l'articolo proposto dall'amico giornalista Gianfranco Pintore per vari motivi. Non ultimo quello che mi vede possibilista sull'esistenza di un sistema di scrittura utilizzato dai nuragici, benché la mia visione romantica per l'antica civiltà sarda mi abbia portato spesso ai confini di ciò che può essere accettato utilizzando metodi scientifici per la ricerca. La mia ipotesi è che i sardi che navigarono per commerciare rame, argento, ossidiana, derrate alimentari, armi e manufatti vari, avessero la necessità di comunicare con gli altri intermediari dei commerci, e fosse più comodo utilizzare una scrittura (e una lingua) conosciuta da tutti gli attori interessati agli scambi. Dubito che i sardi avessero la necessità di "inventare" un sistema di comunicazione, ma non escludo a priori questa ipotesi perché la ricerca mi ha insegnato che molto spesso gli antichi padri ragionavano secondo parametri che oggi sarebbero quantomeno inconsueti. Resto dunque in paziente attesa di specialisti che affrontino la questione e stabiliscano se questi segni possono essere attribuiti ad una scuola sarda.

Tsunami in Sardegna?


La Sardegna terra di Atlante: le ipotesi di Sergio Frau al convegno di Milis.
di Mauro Manunza

La Sardegna rischia l'aggressione di maremoti?
Certamente sì, anzi è fra le più esposte delle coste italiane.
La civiltà nuragica potrebbe essere stata assassinata da uno tsunami?
In linea teorica sì, e sarebbe bene trovarne le prove.
Professore ordinario di Geofisica della terra solida all'Università di Bologna, Stefano Tinti è uno "tsumatologo" conosciuto in tutto il mondo. Vicepresidente dell'International Tsunami Commission, coordinatore di progetti di osservazione e studio sugli effetti dei maremoti lungo le coste europee. Nessuna sorpresa che mostri interesse per la storia della Sardegna, soprattutto da quando il giornalista Sergio Frau ha spostato le Colonne d'Ercole dallo stretto di Gibilterra al canale di Sicilia e ipotizzato che l'isola dei nuraghi fosse nel II millennio a.C. quella potenza improvvisamente spazzata via da uno schiaffo di Poseidone: in altre parole, la mitica isola di Atlante. Perciò il geofisico Tinti è stato al centro del convegno organizzato a Milis in apertura della mostra Isola Mito (pannelli fotografici di Francesco Cubeddu, carte geologiche e documentazioni varie) inaugurata nel Palazzo Boyl dal sindaco Antonio Mastino.
Le indicazioni di Tinti danno il via a un progetto di ricerca sulla particolarità indicata da Frau: i nuraghi di Campidano, Sinis, Marmilla, emergono tutti da una sepoltura di fango consolidato e detriti, alcuni riportati alla luce (Barumini), molti altri nascosti. Il professor Tinti spiega che il Mediterraneo ha caratteristiche incentrate sullo scontro della placca africana con quella eurasiatica: i movimenti si sviluppano lungo un fronte est-ovest, dove le coste più “tsunamigeniche” sono quelle algerine, dell'Italia meridionale e greche. Sette anni fa, ad esempio, un piccolo sisma subacqueo al largo dell'Algeria suscitò un maremoto responsabile di seri danni nelle Baleari e lungo le coste francesi e liguri, nonché di ondate particolarmente alte sui litorali ovest della Sardegna. In questo quadro appare evidente il rischio dell'isola, collocata poco sopra la linea sismica Algeria-Calabria.
Ma può un terremoto, o una frattura rocciosa, o un'eruzione nei fondali scatenare un maremoto tanto grave da inondare le aree più basse della nostra isola? Certo, ma molto dipende dalla propagazione delle onde: la recente tragedia a Sumatra è stata causata da ondate di 50 metri. Però, dopo avere provocato danni e lutti, in tempi brevi l'acqua si ritira, senza trasformare un territorio in acquitrino permanente o mutare l'assetto di vaste superfici. Quel che invece è in grado di combinarla grossa è lo tsunami conseguente alla caduta in mare di un asteroide, o una cometa. Un macigno siderale si tuffa alla velocità di 20 chilometri al secondo e solleva una massa d'acqua che si scaraventa sulle coste anche le più lontane.
Stefano Tinti, dunque, immagina la possibilità di un fenomeno del genere definendolo "il grande evento" di oltre 3000 anni fa. Il meteorite precipita non lontano dalle coste sarde creando un improvviso spostamento di massa d'acqua, una grande corrente di onde altissime, un mare alto 300/400 metri che entra nel Campidano e sommerge tutto con una pressione di spinta capace di devastare il territorio fino alle alture che circondano il livello depresso: lì si ferma, dopo avere diviso l'isola. Precisa il professore: non è come l'arrivo di un'alta marea che poi pian piano defluisce e se ne va; piuttosto un'invasione catastrofica, diciamo pure uno schiaffo del mare che travolge i nuragici delle aree basse, demolisce le loro torri e seppellisce tutto sotto una coltre di detriti trascinati assieme a fango, rocce, materiale marino organico e minerale. Un pezzo di mare che resta lì per secoli, distesa d'acqua stesa lungo la valle trasversale che dal golfo di Cagliari si allunga fino alle piane oristanesi. A pensarci, non c'è località del basso e alto Campidano che non abbia almeno il ricordo di su staini: quanti stagni, quante bonifiche in era moderna, quante lagune che ancora fanno parte del paesaggio? Ma per accertare l'ipotesi tsunami si devono scovare i segni dell'aggressione. «Bisogna cercare nel fondo del Campidano. E che cosa c'è devono dircelo i geologi», cui spetta analizzare gli strati con sedimenti marittimi e i segni di un grande flusso turbolento.
Ma ancora non basta. Dopo aver esaminato decine di nuraghi e constatato la differenza tra quelli integri del centro Sardegna e quelli incapsulati nel fango secco in Campidano, il geologo Mario Tozzi (ricercatore del Cnr e noto divulgatore scientifico) afferma la necessità che scendano in campo anche i sedimentologi.
Ecco pronta Lucia Simone, Dipartimento di Scienze della Terra all'Università napoletana Federico II: guarda caso, sta lavorando su depositi marini in Marmilla. Ma è presto per tirar somme. Avverte che in una terra antica come la Sardegna si trovano impronte di ere lontane e di condizioni recenti, e che nel caso nostro i ritrovamenti non devono essere fossili ma forme attuali. Cioè occorre trovare tracce di specie animali ancor oggi viventi. Come dire testimonianze di 3000 anni fa e non di tre milioni. Bisogna scoprire inoltre strutture sedimentarie che documentino il meccanismo di abbandono. Quindi indagini serie sedimentologiche e paleontologiche potrebbero documentare il grande evento di cui parliamo. Dare il via a studi interdisciplinari del genere sarebbe opera meritoria, così come meritoria è la strada aperta da Frau, in quanto ha introdotto un nuovo concetto: quello di archeologia del paesaggio. Questo il parere del professor Dario Seglie, direttore in Piemonte del Centro studi d'arte preistorica, e ambasciatore dell'Unesco. E Attilio Mastino, ordinario di storia romana e rettore dell'Università di Sassari, parte dal punto fermo delle Colonne d'Ercole ricollocate da Frau a est del Mediterraneo orientale, per dare atto che questa rivoluzionaria intuizione ha portato inedite ipotesi e scoperte. Nella direzione del disastroso schiaffo del mare vanno i pareri di altri studiosi che hanno vivacizzato il convegno di Milis e che trovano ora prospettive di concreto sviluppo nella sponsorizzazione, dopo otto anni di dibattiti, della Regione sarda. Attilio Dedoni, presidente commissione Cultura del Consiglio, è convinto che la scienza darà ragione a Frau. La ricerca scientifica, quindi, è praticamente al via. Quanto al giornalista, che ha sempre detto «io ho fatto ipotesi, voi adesso scavate», vede un nuovo passo in favore della sua "Pompei del mare" e ribadisce una sfida oggi più aperta che mai.

Tratto da un articolo dell'Unione Sarda del 4 Novembre 2010

martedì 25 gennaio 2011

Creta - Il labirinto del Minotauro


Messara, Palazzo di Cnosso
di Dea Ortolani

Negli scavi intrapresi dall’archeologo Arthur Evans nell’isola di Creta tra il 1900 e il 1935, venne alla luce il cosiddetto Palazzo reale del leggendario re Minosse che, secondo lo studioso, confermava anche la presenza del labirinto in cui sarebbe stato rinchiuso il Minotauro, uomo dalla testa di toro nato dall’unione tra la moglie del re, Pasifae, e un toro bianco.
La scoperta che ha attirato per decenni migliaia di turisti curiosi a Cnosso deve essere però rivista.
Secondo gli studi intrapresi l’estate scorsa da un equipe di inglesi e greci, guidati dal Prof. Nicholas Howarth dell’Università di Oxford, il labirinto sarebbe da collocare a Messana, antica capitale romana dell’isola a circa 30 km da Cnosso, in cui si troverebbero una serie di caverne naturali e cunicoli per una lunghezza di cinque chilometri nel quale è facile perdersi.
Purtroppo, come conferma Howarth, le evidenze archeologiche non aiutano alla corretta identificazione del sito anche se le fonti storiche, tra cui Plinio il Vecchio (23 – 79 a.C.), confermerebbero la reale presenza del labirinto a Creta.
Sembra quindi ancora lontana la possibilità di far luce su questo enigma che continuerà ad essere alimentato dalla leggenda e dalla curiosità di migliaia di appassionati.

Fonte: Archeorivista.

lunedì 24 gennaio 2011

Mercato del patrimonio archeologico


Vendere reperti archeologici ai privati: perchè no?
di Giovanni Lattanzi


La domanda mi passa per la testa da tanti anni, ma noto che nessuno in questo paese ha mai seriamente preso in considerazione, non dico l’ipotesi di attuare questa pratica, ma la semplice discussione sul tema, quasi che fosse una “bestemmia” il solo parlarne. Si parla di tutto, di discute dell’impossibile, si argomenta sulle cose più frivole e su questo argomento no? Perchè?

Partiamo da alcuni assunti.
Musei e magazzini
I musei nazionali, soprattutto quelli più storici e anziani, soffrono di una palese inadeguatezza sotto molti punti di vista. Se paragonati agli omologhi stranieri mostrano una distanza siderale in termini di fruibilità e gestione, ma anche di vitalità. Per contro, i loro magazzini sono stracolmi di reperti, per la maggior parte condannati a un sorta di beffardo destino a seguire la scoperta: tornati alla luce dopo secoli sotto terra, illusi di una riconquistata utilità, e riseppelliti nei sotterranei polverosi di qualche deposito. Materiali che, nella maggioranza dei casi, non hanno futuro. La capacità di turnazione nelle vetrine dei musei è minima, per cui è difficile che qualcuno di essi possa un giorno rivedere la luce. Molti di questi materiali, soprattutto i più poveri dal punto di vista scientifico, sono ancora da catalogare e spariscono a centinaia.
Fondi
L’archeologia nazionale, e in generale tutto il mondo dei beni culturali, soffrono di una perenne carenza di fondi, che si aggrava ogni anno per via dei tagli che si accaniscono sempre su questo settore, quasi fosse l’ultima ruota del carro. Comprensibile in un paese ottuso e ignorante, dove dal dopoguerra hanno trionfato i palazzinari e i pirati del soldo facile, gli spendaccioni di stato e i furbi della mazzetta. L’edilizia, l’industria, il commercio muovono fiumi di soldi, l’archeologia no. Dove si muovo fiumi di denaro ci possono essere tangenti, posti di lavoro, appalti; dove c’è micragna no. Ecco perchè la cultura, fatta salva qualche rara isola virtuosa e qualche filibusta dove si è capito che si possono fare tangenti e mazzette anche su musei e cantieri archeologici, langue nella miseria dell’elemosina nazionale.
Reperti
Nei magazzini dei musei ci sono due categorie di reperti, che possiamo classificare in base al loro valore scientifico, ma anche sulla scorta di considerazioni più basse, quasi “antiquarie”, ossia il loro valore materiale, economico per capirci. Vi sono certamente statue, teste, vasi, monete rare, mosaici, ma vi sono anche centinaia di migliaia di “cocci”, ossia frammenti sparsi non ricomponibili, di vasellame frammentato e incompleto, di monete comuni, di mattoni, tegole, lacerti di intonaco. Mi domando: una volta catalogati e studiati questi materiali che valore oggettivo conservano? Un piede di anfora, una volta che è stato accertato dov’era, com’era, come è fatto, quanto è grande, di cosa è fatto, ed è stato disegnato e fotografato, a che serve? È fondamentale per la scienza che resti a impolverarsi in una cassetta nel sotterraneo di un museo o un magazzino? Che differenza farebbe se fosse nella vetrina di una casa privata?
Poi vi sono i “reperti nobili”, quelli che per una serie di motivi sono da considerare rilevanti, antiquariamente parlando si direbbe “di valore”. Vasi, anfore, vetri, statuette, ex voto, lembi di mosaico, porzioni di pitture murali, ma anche teste, parti di statue, elementi architettonici, persino intere statue. A che pro tenerle in magazzino? Nessuno può ammirarle, nessuno può fruirne, chi doveva studiarle dovrebbe già averlo fatto da tempo e se non lo ha fatto è in difetto.
Ovviamente le amministrazioni dovrebbero stilare una lista di beni inalienabili - una lista onesta, ragionata e seria - di quei reperti che sono ritenuti di interesse nazionale e che non possono essere trasferiti a privati.
Vendita
Cosa osta a ipotizzare una svolta “commerciale” a questa situazione di stallo? Ma chiedo di più: cosa impedisce di parlare, e persino di pensare, una soluzione in questo senso? Quale misterioso patto di silenzio avvolge tutti gli addetti al settore e tutti i politici? Immaginiamo che lo stato decida di cambiare rotta: viene resa possibile la vendita dei reperti.
I privati possono acquisire i reperti di minor scarso o comunque minor valore scientifico e oggettivo, mentre quelli più importanti vengono riservati ad acquirenti come aziende, enti e fondazioni. Se un privato, portando in casa propria l’oggetto lo sottrae alla pubblica visione, l’ente, l’azienda o la fondazione, assume invece l’obbligo di renderlo sempre e comunque visibile. Il vincolo della non esportabilità tutela in maniera granitica la permanenza in Italia dei reperti. Per garantire agli studiosi e all’amministrazione la tracciabilità dei reperti è sufficiente una banca dati nella quale viene archiviato l’acquirente, e vengono aggiornati ulteriori successivi trasferimenti.
L’acquirente sottoscrive quindi un documento nel quale accetta delle clausole precise:

* obbligo della tracciabilità, ossia rendere sempre noti e registrare i successivi eventuali passaggi di proprietà, in maniera tale che lo stato sappia in qualsiasi momento dove si trova il reperto
* obbligo della fruibilità, in maniera che uno studioso possa sempre esaminare il reperto qualora ne abbia esigenza
* obbligo della visibilità, ossia riconsegnare temporaneamente il reperto per mostre ed esposizioni
* obbligo della conservazione, garantendo le dovute accortezze per una sua perfetta custodia
* obbligo della rivendita, ossia il riconoscimento del diritto di prelazione allo stato per l’eventuale riacquisto del bene, al prezzo di vendita con gli interessi di legge
Vantaggi
I vantaggi di una simile operazione sono evidenti:

* riduzione del carico di conservazione e custodia per i magazzini e i musei, con relativa riduzione dei costi specifici
* diffusione capillare del patrimonio culturale, che entrerebbe di fatto in migliaia di case, ma soprattutto di uffici, aziende, banche (immaginiamo solo che le grandi banche acquistino reperti da esporre nelle loro filiali e sedi principali. Una teca blindata in una banca non è certamente più sicura e parimenti visibile rispetto a quella di un museo?)
* guadagno in termini banalmente economici per lo stato e soprattutto per i musei che hanno in carico i materiali
Questa soluzione sarebbe inoltre motore di due conseguenze di enorme importanza: la fine dei tombaroli e l'emersione del sommerso.
Da un lato permetterebbe di debellare tombaroli e commercianti clandestini, poiché la possibilità di avere un reperto in maniera legale renderebbe inutile il rischio della via illecita; dall’altro porterebbe alla luce una messe inimmaginabile di reperti: tutti quelli che sono attualmente custoditi clandestinamente nelle abitazioni private.
Immaginiamo infatti che una simile svolta nella gestione del patrimonio culturale sia accompagnata da una sorta di “sanatoria”, parola brutta ma utile. Chi possiede un reperto archeologico detenuto illegalmente potrà regolarizzare la sua posizione svelandone il possesso, autorizzando la soprintendenza a documentarlo e catalogarlo facendolo inserire nella banca dati dei reperti in possesso di privati, versando allo stato una somma, congrua ma non assurda, una sorta di acquisto postumo. Quanti archeologi potrebbero essere assunti per portare a compimento il lavoro di documentazione, studio e archiviazione del patrimonio archeologico privato? Pagati con quali soldi? Con quelli versati dai privati per la regolarizzazione.
Parliamone. Tutto questo è ovviamente solo una ipotesi partorita da un giornalista che si occupa di archeologia da vent’anni, non da una commissione di esperti. Ma mi domando, perchè in Italia non si può parlare di questo? Perchè una simile ipotesi è considerata un tabù?

Fonte: Archeorivista

sabato 22 gennaio 2011

History of Sicily - Preistoria in Sicilia - 3° e ultima parte

L’alimentazione preistorica, filo rosso del progresso
di Romano Maria Levante

Elementi aggiuntivi su come vivevano li fornisce Vittoria Schimmenti nel suo “A tavola con gli antenati”; abbiamo parlato direttamente con la studiosa nella nostra visita al Museo e l’abbiamo sentita animata da passione per le ricostruzioni preistoriche che trovano nell’apposita Sezione del Museo Salinas un ricchissimo materiale, forse meno conosciuto e apprezzato di come meriterebbe.

In effetti attraverso la tavola si ricostruisce l’intera giornata, tutta impegnata nel procurarsi il cibo anche con utensili la cui preparazione impegnava essa stessa il resto del tempo. Dopo Tucidide troviamo altre due citazioni classiche, questa volta ad opera della Schimmenti, su come si alimentavano gli antichi. Lucrezio Caro nel I a.C. scriveva: “I primitivi si cibavano solo con quello che la terra dava spontaneamente”. E, dato che siamo in Sicilia, ecco Diodoro Siculo due secoli dopo: “I primitivi andavano per le selve e vivevano solo di erbe, di radici e di frutti; vivevano nudi, senza casa e senza fuoco”.
La raccolta spontanea di alimenti da consumare crudi riguardava i frutti della quercia e del corbezzolo, del mirto e della vite selvatica, dell’ulivo selvatico e dell’alloro, del carrubo e del fico; vengono citate anche bacche e radici, germogli e bulbi di fiori e foglie. La carne procurata con la caccia rappresentava il 20% di una dieta molto vegetariana, proveniva dal bue e dal cavallo della antica specie “hudruntinus”, dal cinghiale e dal cervo; forse anche da uccelli come quaglia e pernice. Oltre a carne, interiora e grasso per alimentarsi, si recuperavano i denti, specie del cervo per ornamenti, le corna e le ossa per gli utensili, e soprattutto la pelliccia per proteggersi dal freddo. Le condizioni con cui si alimentavano svilupparono gli enzimi e i muscoli mandibolari, ma si logoravano i denti anche perché usati come una terza mano per usi più pesanti della masticazione.
Cambiò molto quando fu possibile utilizzare il fuoco per cuocere i cibi oltre che per riscaldarsi e per difendersi dalle fiere; aumentò l’impegno per procurarsi la legna da ardere e si costruirono spiedi e utensili rudimentali con diversi materiali per spolpare gli animali e tagliare la carne. Addirittura le lame erano inserite in supporti di legno e venivano predisposte con bordi dai tagli diversi per meglio lacerare la carne. Usavano arpioni, fiocine e selci piantate su bastoni per infilzare la preda; per lo più pesci lungo gli scogli, nel Mesolitico dentici e murene, cefali e orate; c’era anche la raccolta di molluschi e crostacei e nelle zone interne di lumache. Nei reperti della Grotta dell’Uzzo, le analisi paleonutrizionali hanno accertato la prevalenza di alimenti marini e di vegetali, e il consumo di frutti come fichi, carrube e datteri i cui zuccheri creavano carie rilevate nei denti.

Nel Neolitico, con la ceramica si potevano cuocere sul fuoco anche i vegetali, non solo la carne negli spiedi: di qui lo sviluppo di recipienti, vasi e vasellame fino a brocche e bicchieri per i liquidi. Non si ricorre più alle forme naturali di conchiglie e ossa cave, si preparano cucchiai in legno e terracotta. E siamo alla rivoluzione neolitica che cambia le abitudini alimentari con l’abbandono del nomadismo per l’agricoltura e l’allevamento degli animali, in particolare buoi e capre, cavalli e pecore: infatti, avere una produzione stabile e programmata consentiva di variare la dieta, aumentare il consumo di carne e utilizzare il latte degli allevamenti che, fatto coagulare, dava il formaggio. A questo punto la caccia veniva praticata meno, come fonte solo accessoria di carne.
Molteplici sono le coltivazioni, dai cereali ai legumi, agli alberi da frutta dei tipi oggi molto noti, come le mele e le pere: si ricorre ad accorgimenti e a nuovi utensili come le macine e i pestelli; il primo pane veniva cotto sulle pietre senza lievito con farine di frumento assolutamente integrali.
L’accurata ricognizione della Schimmenti sembra la cronaca di anni molto vicini a noi, parla di zappe di legno per scavare e di falci per mietere, nonché di accette, pur se di pietra levigata, per tagliare gli alberi. Il progresso – anche se si è ancora nella preistoria – incalza; si essiccano i prodotti per non farli deteriorare e si cospargono di sale, scoperto per un’evaporazione casuale di acqua di mare; verrà usato nella concia delle pelli nell’Era dei metalli. Ma siamo ancora nel Neolitico, la pesca si pratica con lenze e reti oltre che con gli arnesi da punta prima indicati; i resti rinvenuti di delfini e perfino di balene non provengono dalla pesca, ma dall’essersi arenati per venire poi recuperati e utilizzati dagli uomini primitivi: i graffiti della Grotta del Genovese, a Levanzo, raffigurano tonni e delfini.

Il mare, oltre che mediante la pesca, fornisce alimenti con le importazioni dal Mediterraneo e dall’Oriente di prodotti quali grano e orzo, sconosciuti nel Neolitico, come era sconosciuta la capra.
Con l’Età del Rame divennero più efficienti gli utensili per la coltivazione, l’allevamento e la pesca e, come si è detto, fu abbandonato il nomadismo per la vita nei villaggi; parimenti fu quasi abbandonata la caccia, come provano i resti di animali rinvenuti, quasi solo domestici, Compare l’aratro e il carro con le ruote, tirati dai buoi; con l’orzo si prepara una bevanda alcolica corrispondente all’attuale birra, che ha preceduto cronologicamente il vino; si sviluppa il consumo di legumi e si preparano polente e zuppe di vario tipo. Sembra di descrivere la cucina moderna.
Poi l’ulteriore diversificazione alimentare nel Bronzo, favorita dagli scambi commerciali che oltre ai prodotti portarono nuove colture come vari tipi di alberi da frutta prima sconosciuti.
L’Età del Ferro vede nascere la coltura della vite e poi la produzione di vino, quindi quella dell’olivo importato dall’Oriente anche qui seguita dalla produzione di olio, entrambe riservate alle classi più elevate. Seguirà l’estrazione di olio anche da mandorle e noci; e dal lino dell’Oriente per la tessitura, dal ricino dell’Egitto e dal sesamo della Mesopotamia; anche i preistorici usavano dunque l’olio di ricino, non certo, si spera, come nel ventennio fascista. A parte le battute, l’inventiva e la maggiore conoscenza porta a produrre infusi di foglie e frutti con la predisposizione dei recipienti adatti, si arriva già in quest’epoca perfino ai dolci, ricavati dal miele e da particolari frutti secchi.

Il ritmo del progresso si fa sempre più incalzante, lo vediamo attraverso l’alimentazione che è il terminale di un insieme di attività legate alla tecnologia e alla conoscenza. Gli utensili vengono continuamente perfezionati e realizzati nei metalli ben più efficaci di ossi e selci; vediamo come opera l’inventiva con gli ami per i polpi. Dall’Asia e dalla Grecia arriva il pollame, che viene allevato anche in Sicilia, come mandorli, noci e noccioli poi diffusi in tutta l’isola. Gli orci e le giare in ceramica si rivelano ideali per la conservazione dei cibi, ottenuta pure essiccandoli e salandoli: questo consente di mantenere provviste anche di carne e pesce. I liquidi vengono conservati in recipienti capaci dove si attinge con tazze provviste di manici: nella nostra infanzia in Abruzzo ricordiamo la “maniera” quadrata e il più piccolo “scommarello” rotondeggiante.
Ormai gli scambi commerciali mettono in contatto con altre usanze ed altri tipi di alimentazione e di preparazione dei cibi, si creano ricette che elaborano e mescolano gli ingredienti. “Ma è soprattutto dall’epoca romana – conclude la Schimmenti il suo excursus preistorico – che il cibo da semplice fonte di sussistenza divenne occasione per banchetti e convivi, si mangia più per soddisfare il gusto e la gola e non per il semplice fabbisogno. E così il necessario diventa superfluo”.

Fonte Archeorivista
Tutte le immagini, con le didascalie, sono tratte dal citato “Le storie della preistoria al museo Salinas”, Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità Siciliana, dipartimento omonimo. La pubblicazione è a cura del Museo Archeologico “Antonio Salinas”, Palermo, direzione e coordinamento generale di Giuseppina Favara; autori dei capitoli contenenti le immagini, a cui si è fatto riferimento anche nel testo, sono Rosaria Di Salvo e Vittoria Schimmenti.

History of Sicily - Preistoria in Sicilia - 2° parte di 3

La preistoria siciliana: necropoli, abitanti, alimentazione al Museo Salinas di Palermo.
di Romano Maria Levante

Andando avanti nel tempo, nel Neolitico il passaggio dalla vita nomade a quella stanziale si riflette anche nel fatto che la Grotta del Monte Kronio, Agrigento - nella quale sono stati trovati pochi resti femminili – era un luogo di raduno, forse per riti collegati a fenomeni di origine termale; più cospicui i ritrovamenti nella Trincea fossato di Stretto Partanna, con i frammenti scomposti di resti di 7 individui, da incinerazione incompleta e sepoltura secondaria, V-VI millennio a.C.
I siti dell’Eneolitico sono numerosi, le tombe sono poste soprattutto in grotte naturali non più utilizzate come abitazioni essendosi costituiti i villaggi, e anche in piccole grotte artificiali. Dato che la tomba viene ormai concepita come l’abitazione dello scomparso, non è più una fossa singola ma diventa collettiva per i membri della famiglia, nella forma a forno con pozzetto di accesso. Così nella necropoli di Piano Vento a Montechiaro, Agrigento, sono stati trovati circa 50 corpi sepolti con l’uso di cospargerli di ocra rossa, adottata per ridurre le esalazioni e purificarli; e resti di animali sacrificati nei riti funerari, con pasti documentati dai frammenti di vasellame che veniva spezzato. Significative, per altro verso, le tombe di Roccazzo a Mazara del Vallo, Trapani, riunite in corrispondenza dei nuclei di capanne, a forma cilindrica con pozzetto; singole o doppie con corredi collegati al censo del defunto che comprendevano, oltre ai ciottoli e agli utensili di selci, a punte di freccia e conchiglie forate, anche vasi decorati, ciotole e olle grigie o rosse per l’ocra.

Con l’Età del Bronzo, i flussi migratori portarono nuove abitudini anche nelle sepolture, a Lipari sono state rinvenute urne cinerarie con 30 tombe a incinerazione anche se l’inumazione resta prevalente, con tombe individuali e collettive. Il sito di Castelluccio esprime una cultura che si diffuse e troviamo almeno in 8 località tra cui Castelluccio di Noto: villaggi con capanne circolari e il focolare al centro, una comunità stanziale dedita all’allevamento, agricoltura e artigianato, tombe per lo più collettive scavate nei pendii con chiusure decorate; anche monumentali come quella del “principe” scavata nella roccia con camera funeraria retta da pilastri. Corredi variamente assortiti o assenti, elementi di terracotta a forma di corni oltre ai consueti di selce e osso, conchiglie e denti.
La necropoli di Marcita, a Castelvetrano, Trapani, con oltre 100 individui di entrambi i sessi e di diverse età, mostra soggetti anche di altra etnia e ricchi corredi, mentre in quella dei Sesi a Pantelleria troviamo oggetti litici su ossidiana e di terracotta per mensa, articoli ornamentali e resti ovini e caprini. Una struttura particolare si nota nella necropoli di Thapsos, Siracusa, con una cella fornita di vestibolo accessibile da un pozzetto, un corridoio e nicchie radiali; nei corredi anche vasi in ceramica importati da Cipro, Malta e da Micene, e oggetti in bronzo; addirittura tracce di oro in collane, e articoli ornamentali in pasta di vetro colorata, ambra e avorio.
La struttura si evolve ancora con tombe ad alveare scavate sulle pareti rocciose nelle necropoli di Pantelica, Dessueri e Caltagirone, con piccole celle circolari o grandi camere che introducevano a celle multiple per 4-5 soggetti della stessa famiglia: nei corredi coltelli e armi, nonché oggetti di ornamento come fibule e specchi, anelli e collane in bronzo, in relazione alla posizione e al censo.
Nell’Età del Ferro, dal IX al VI a.C., le tombe, poste sui fianchi delle alture vicino ai villaggi, sono inserite in ampie camere funerarie chiuse da un muro o una porta, il corpo non più in posizione rannicchiata ma disteso con sopra e intorno gli elementi del corredo. A Polizzello di Mussomeli, Caltanissetta, in circa 100 tombe ricavate sui fianchi della montagna in cavità naturali, sono stati trovati parecchi reperti: nelle tombe di adulti molte ossa di bovini, essendo il bue animale sacro, in quelle per bambini solo ossa di ovini e caprini di giovane età, evidentemente per associarla alla loro. I corredi sono sempre più ricchi, esprimono le condizioni di vita del defunto e lo stadio evolutivo raggiunto, ormai elevato.
Gli abitanti preistorici della Conca d’oro in Sicilia
Questa zona, dove sorge Palermo, risulta abitata sin dalla preistoria ben prima dei fenici e romani, arabi e normanni: precisamente dal Paleolitico non in modo stanziale ma con il nomadismo della caccia. Le grotte che si trovano sulle alture circostanti favorivano questi insediamenti per sostare, provvedere alle attività quotidiane e poi per le sepolture; non sono nascoste, si vedono dalla piana e proprio questo ha fatto sì che la gran parte dei reperti venissero dispersi nel tempo. Sono stati trovati anche resti ossei di elefanti e ippopotami chiamati ossa dei Giganti e dei Ciclopi, lo raccontano la citata Rosaria di Salvo e Vittoria Schimmenti ricostruendo come vivevano “Gli antichi abitanti della Conca d’Oro” nella stessa pubblicazione del Museo Salinas. Nella Grotta delle Incisioni dell’Addaura e dell’Antro nero o dei Bovidi ci sono graffiti parietali, così nella Grotta Niscemi e in altre, dove sono stati rinvenuti resti di animali, bue e cinghiale, cervo e cavallo ”idruntino”, nonché gusci di molluschi.

Nella Grotta della Molara, in una zona interna, si vedono i segni del passaggio dal Paleolitico al Mesolitico allorché fu utilizzata per le sepolture. Dagli scheletri rinvenuti – con crani tipo Cromagnon – si è ricostruito l’uso dei denti come terza mano per trattenere fibre vegetali, corde, bastoni, utensili, oltre che per assumere cibi crudi; anche nella Grotta di San Ciro le ossa ritenute dei Giganti e insieme selci che attestano l’abitazione degli uomini preistorici. Evolvono i modi di vita nel Neolitico, quando si trasferiscono nei villaggi pur mantenendo contatti con le grotte dove oltre alle sepolture porteranno gli animali di allevamento e affineranno gli utensili.
Con l’Età del Rame si diffondono i villaggi nella Conca d’Oro, con le rispettive necropoli che attraverso i corredi funerari hanno fornito molti elementi sul tipo di vita. Nei villaggi tra Partanna e Mondello – in quest’ultimo trovate 12 capanne – oltre alla caccia sul Monte Pellegrino si praticava la pesca; nelle tombe sul monte si sono rinvenute ceramiche e utensili di pietra che fanno pensare a una primordiale industria litica. A Boccadifalco, oltre a selci, ossidiana e vasi di vario tipo sono stati trovati un anello di rame e una collana; analogamente nella contrada Sant’Isidoro. Si è potuta ricostruire la fisognomica degli antichi abitanti; rispetto a quelli delle ere precedenti i loro tratti somatici si addolciscono, la corporatura si fa più armoniosa; tra i due sessi c’è differenza nella conformazione delle ossa e nell’altezza media, le donne 152 centimetri, dieci in meno degli uomini.
Interessante il processo di gracilizzazione che segue la civilizzazione e la vita stanziale in condizioni ambientali sfavorevoli con diffusione soprattutto di artrosi alle articolazioni. Sembra inoltre che il loro carattere fosse pacifico, data l’assenza di segni di morte violenta: c’è solo un caso di lesione traumatica ossea però rimarginata, quindi non letale. Colpisce l’osservazione che sorgevano villaggi marinari dove oggi è Via Roma, al centro di Palermo, e il mare giungeva dov’è ora la vicina Via Maqueda, addirittura vi attraccavano le imbarcazioni per la pesca.
Nel Bronzo il progresso è testimoniato da una fiasca decorata rinvenuta nel Riparo della Moarda, ma non si sono trovati reperti ceramici della cosiddetta cultura della Conca d’Oro e non se ne conoscono le ragioni. Dov’è oggi l’aeroporto c’era il sopra citato villaggio preistorico di Boccadifalco, di cui sono state rinvenute soltanto 7 capanne.
Il trovarsi nel centro cittadino, con Via Roma e Via Maqueda, fa capire quanti reperti siano andati perduti nell’urbanizzazione distruttiva, soprattutto negli anni in cui non si prestava attenzione ai ritrovamenti e comunque si tendeva a non segnalarli per evitare onerosi fermi nell’attività edilizia.

...domani la 3° parte

venerdì 21 gennaio 2011

History of Sicily - Preistoria in Sicilia - 1° parte di 3

La preistoria siciliana: necropoli, abitanti, alimentazione al Museo Salinas di Palermo.
di Romano Maria Levante

Questa ricostruzione è basata sulle notizie contenute nell’aureo libretto “Le storie della preistoria al museo Salinas” a cura del museo stesso per la Regione siciliana, che colma la lacuna delle modalità espositive tradizionali – i copiosi reperti sono allineati e identificati soltanto con le etichette – in attesa che la ristrutturazione in atto nell’edificio valorizzi meglio la ricchezza dei reperti esplicitando contesto e percorso storico.

Il contenuto delle 34 vetrine espositive può essere inizialmente riassunto in ordine a tre aspetti significativi: con la fauna l’uomo preistorico doveva confrontarsi fin dalla sua comparsa sulla terra, ad essa era collegata l’arte primitiva, per questo definita “arte animalistica” in quanto espressa attraverso graffiti e dipinti rupestri nelle grotte dov’erano le prime abitazioni, mentre gli ornamenti ne accompagnano la storia fin dalle epoche più remote, a partire dai ciottoli levigati e dai denti o conchiglie forati e collegati in collane. Questi aspetti saranno più chiari una volta inquadrati nelle necropoli, massima fonte dei reperti, negli abitanti, in particolare della “Conca d’Oro”, e nell’alimentazione, una molla per l’evoluzione della tecnologia e più in generale dei sistemi di vita.
Necropoli e riti funerari nella preistoria siciliana
Le necropoli siciliane sono numerose e ricche di reperti, vanno dal Paleolitico all’Età del Ferro e consentono, quindi, di avere una visione molto ampia: dalle forme più semplici a quelle più complesse di sepoltura, con una molteplicità di riti e di consuetudini che variano non soltanto in base al periodo considerato ma anche al sito archeologico dove sono avvenuti i rinvenimenti.
Si tratta di una constatazione importante tenendo conto che le sepolture sono una testimonianza non solo dei rituali funebri, ma soprattutto della vita dell’epoca perché la tomba era considerata dai parenti una seconda casa in quanto, secondo la loro credenza religiosa, dopo la morte il defunto continuava a vivere nell’aldilà, e ciò spiega il ritrovamento all’interno delle tombe di corredi funerari costituiti da gioielli, utensili e offerte alimentari. Così Rosaria Di Salvo introduce la sua accurata ricognizione delle “Sepolture e riti funerari nella Sicilia preistorica” ricomponendo in una visione d’insieme i tanti reperti esposti nelle vetrine con le sole etichette e senza commenti.
Da quanto predisposto per il mondo ultraterreno abbiamo conosciuto tante cose sul mondo terreno, perché i rituali funerari servivano a mettere i due mondi in comunicazione, e per questo nei corredi del defunto veniva collocato quanto faceva parte della sua vita e della sua epoca.
Ma oltre a tali elementi, dai resti pervenuti si sono avute notizie antropologiche a largo raggio, fino a stato di salute e alimentazione, attività lavorativa e condizioni ambientali. Troviamo tombe a inumazione e a incenerimento, primarie e secondarie, individuali e multiple; la posizione dei defunti distesa o rannicchiata, con gambe flesse o in un altro assetto; i resti da inumazione nella loro consunzione naturale o di colore rosso se cosparsi di ocra secondo un rito anche purificatorio; i resti da incenerimento in cromatismi diversi a seconda della temperatura di cremazione, e se inferiore a quella di polverizzazione lasciando notevoli frammenti con deformazioni e alterazioni, comunque idonei ad un’analisi osteologia al pari di quelli delle tombe a incenerimento.

Nello scorrere delle ere preistoriche si nota un’evoluzione dei corredi funerari parallela a quella della vita reale: dai più semplici costituiti da ciottoli disegnati e da utensili di selce, alle prime collane di conchiglie degli abitanti nelle grotte, ai primi lavori in terracotta nel Neolitico per passare a corredi sempre più elaborati nel Bronzo, che diventano ricchi e preziosi nel Ferro e quindi in epoca storica. Diciamo in genere “corredo del defunto”, composto come è noto dal corredo personale, con oggetti e ornamenti che riflettono le sue condizioni sociali e la sua attività, cui si aggiungono i resti delle offerte rituali nel culto funerario. Quindi utensili a lato del corpo, in selce e osso, legno e terracotta; gioielli fatti di conchiglie forate, bracciali e pendenti, orecchini e ciondoli in osso e avorio, i più antichi in pietra; perfino il cibo per l’alimentazione. Non bisogna dimenticare che in alcune nostre tradizioni, pur di credenti nella fede cattolica, rimaste almeno fino all’ultimo dopoguerra, nella sepoltura venivano poste monete per pagare il viaggio nell’oltretomba, oltre ad oggetti della vita del defunto che lo avrebbero accompagnato nell’al di là.
Una rapida carrellata nei molteplici siti archeologici siciliani, in aggiunta a quanto anticipato, ci fa scoprire i primi resti umani del Paleolitico, intorno a 35 mila anni fa, nel Riparo di Fontana Nova, vicino a Marina di Ragusa, in frammenti che non hanno consentito analisi significative; mentre hanno dato risultati quelle eseguite sui resti rinvenuti nella zona della Grotta di San Teodoro ad Acquedolci, Ragusa, risalenti a 14.000 anni fa: 4 uomini e 3 donne in posizione supina di decubito, arti distesi, fosse di forma rettangolare in uno strato di ocra, ciottoli levigati, lame e punteruoli in selce, perfino denti di cervo forati per collane primordiali.
Il passaggio al Mesolitico, documentato dalle sepolture della Grotta d’Oriente a Favignana, Trapani, mostra nelle fosse coperte da pietre i resti di un individuo maschile con un ciottolo e una lama, un grattatoio di selce e 11 conchiglie forate all’altezza dello sterno appartenenti a una collana; 8 conchiglie nella vicina tomba di una donna sono poste all’altezza delle clavicole, con 3 ciottoli rotondi e un punteruolo; i resti della donna hanno gli arti in posizione inconsueta.
Il Mesolitico nella Grotta dell’Uzzo – la più consistente, ma c’è anche la Grotta della Molara, a Palermo – rivela diverse forme tombali, da ovali a quadrate, i corpi sotto le pietre in posizione supina, rannicchiati con le gambe flesse per entrare nel vano ristretto e le braccia lungo il corpo; anche qui ciottoli levigati, selci lavorate, ossi a forma di punteruolo e ancora ornamenti fatti di conchiglie e denti di cervo forati; in più resti di cibo. Il tutto in 13 corpi, 6 di sesso maschile, 4 femminile e 3 bambini, un quadro esauriente dell’epoca alla quale risale la grotta.

...domani la 2° parte

Fonte: Archeorivista