<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173</id><updated>2012-02-15T11:36:39.476+01:00</updated><category term='Arte e scultura antica'/><category term='Escursioni'/><category term='cartografia'/><category term='Rassegna Viaggi e Letture'/><category term='Letture'/><category term='Tradizioni popolari'/><category term='Storia'/><category term='eventi - rassegna culturale'/><category term='Ambiente'/><category term='cartografia nautica'/><category term='Storia della Sardegna'/><category term='L&apos;età del Bronzo'/><category term='Archeologia'/><category term='Auguri'/><category term='Navigazione'/><category term='religione'/><category term='Eventi'/><category term='Leggi sui beni archeologici'/><category term='Interviste'/><category term='simbolismo'/><category term='Libri e letture'/><category term='Appello'/><category term='Arte e cultura nel Bronzo in Sardegna'/><category term='Storia della Sardegna - Tharros'/><category term='Scuola'/><category term='antiche guerre'/><category term='Natale'/><category term='Biblioteca Provinciale di Cagliari'/><category term='Tecnologia metallurgica'/><category term='Una classificazione da evitare'/><category term='Lingua sarda'/><category term='Archeologia e navi'/><category term='Miti e leggende'/><category term='Mostre'/><category term='Editoria'/><category term='Storie dei popoli'/><category term='bronzetti'/><category term='Armi antiche'/><category term='società'/><category term='Navi e medicina antica'/><category term='Video'/><category term='Ceramiche'/><category term='curiosità'/><category term='Attualità'/><title type='text'>Quotidiano di storia e archeologia</title><subtitle type='html'>Storia dei popoli, arte, musica e letteratura sono espressioni dell'intelletto umano, il meccanismo più sofisticato presente sulla Terra. Coltiviamo insieme queste passioni e seminiamo il seme della cultura nei nostri figli. Il futuro è ancora da costruire, scegliamo come ci piacerebbe viverlo e proviamo a mettere le fondamenta.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>666</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-1051790014360757605</id><published>2012-02-15T10:08:00.003+01:00</published><updated>2012-02-15T10:18:11.794+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Archeologia: riaffiora l'acropoli del regno dimenticato</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-ze8dlyTYPS8/Tzt4Sv7a2SI/AAAAAAAADRM/Pq6we-p3AZ4/s1600/ittiti.png"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 244px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-ze8dlyTYPS8/Tzt4Sv7a2SI/AAAAAAAADRM/Pq6we-p3AZ4/s400/ittiti.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5709289216120903970" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Scavi italiani nella Cappadocia meridionale&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il rilievo del re di Tuwana a Ivriz (VIII a.C.) &lt;br /&gt;di Rodolfo Calò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;ISTANBUL. Sono in corso nuovissimi scavi archeologici in un mega sito dell'Anatolia destinati a far emergere dal buio della storia un antico regno ricco ma ''dimenticato'', quello di Tuwana, cui verra' anche dedicato un museo a cielo aperto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La segnalazione è stata fatta da Lorenzo d'Alfonso, un archeologo italiano che guida la missione congiunta delle Universita' di Pavia e di New York e che ha fornito dettagli sugli scavi in una conferenza stampa in cui, questo mese, sono stati illustrati a Istanbul i risultati delle missioni archeologiche italiane in Turchia. Questa nuova scoperta dell'archeologia preclassica, da portare avanti nella Cappadocia meridionale, è stata fatta a Kinik Hoyuk, ha detto lo studioso riferendosi ad un sito relativo soprattutto all'inizio del primo millennio avanti Cristo. L'area fa parte pienamente, ha detto ancora d'Alfonso, del regno dimenticato di Tuwana, finora noto attraverso geroglifici e alcune fonti dell'impero assiro ma mai studiato archeologicamente: un sito assolutamente intatto, in cui nessuno ha messo mano cercando di collocarlo storicamente per capire a che civiltà appartenga e che ruolo abbia svolto in questa regione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello di Kinik Hoyuk, ha sottolineato l'archeologo, per dimensioni è fra i siti di maggiori dell'Anatolia preclassica, se si esclude la capitale degli Ittiti: le stime più caute lo inquadrano su 24 ettari ma i topografi ci dicono che potrebbe essere di 81 ettari. A lavorarci è una missione totalmente nuova, avviata congiuntamente solo l'anno scorso dall'Universita' di Pavia e da quella di New York, aperta a collaborazioni con università turche quali Erzurum e Nigde. Il sito era stato lambito da ricognizioni di un paio di colleghi, ma la sua importanza è emersa dalla ricognizione che abbiamo fatto noi, ha detto d'Alfonso ricordando che la Cappadocia meridionale è importante perchè aveva il controllo sulle Porte cilicie, ossia sul passaggio fra Oriente e occidente, e fra l'Europa e l'Asia: insomma uno degli snodi più importanti del mondo in quel periodo e al cui centro si colloca Kinik Koyuk. Quello di Tuwana era un piccolo stato cuscinetto fra il regno di Frigia e l'impero assiro e proprio per questo particolarmente ricco: uno dei grandi temi del nostro studio è legato alla ricchezza culturale di questo regno, ha sottolineato l'archeologo riferendosi soprattutto allo sviluppo dell'alfabeto. In particolare, ha notato d'Alfonso, sono state rinvenute nelle vicinanze tre stele di età del ferro, non in ottimo stato di conservazione ma che dicono molto dell'importanza che doveva avere il sito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La strategia di scavo, ha riferito ancora l'archeologo, è stata guidata da prospezioni geomagnetiche compiute nel 2010 che avevano evidenziato uno stato di conservazione particolarmente significativo della cinta muraria dell'acropoli e di edifici al centro dell'acropoli stessa: mura monumentali scavate per un alzato che per arriva a sei metri e in uno stato di conservazione ottimo (o almeno che non trova facili paragoni all'interno dei siti preclassici dell'Anatolia, in particolare di quella centrale). Delle mura è stato rinvenuto l'intonaco originale e si punta ad un consolidamento in vista di un restauro già a partire da quest'anno. Lo scavo infatti è stato pensato fin dall'inizio per una musealizzazione all'aperto: Kinik Hoyuk, ha sottolineato D'Alfonso, è facilmente accessibile. Il suo punto di forza è quello di essere a 45 minuti dai maggiori centri di attrazione turistica della Cappadocia (e a meno di 2 km da una delle maggiori arterie della regione, a 4 corsie).&lt;br /&gt;Insomma è nel cuore di un circuito turistico fra i più importanti di tutta la Turchia e quindi, ha detto l'archeologo, il governo locale supporta pienamente la missione vedendo, in questa, una grande possibilita' di sviluppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Fonte: ANSAmed&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-1051790014360757605?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/1051790014360757605/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/archeologia-riaffiora-lacropoli-del.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/1051790014360757605'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/1051790014360757605'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/archeologia-riaffiora-lacropoli-del.html' title='Archeologia: riaffiora l&apos;acropoli del regno dimenticato'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-ze8dlyTYPS8/Tzt4Sv7a2SI/AAAAAAAADRM/Pq6we-p3AZ4/s72-c/ittiti.png' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-7758066506719565473</id><published>2012-02-14T10:41:00.002+01:00</published><updated>2012-02-14T10:47:26.474+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Karkemish, dopo cento anni torna alla luce una delle più importanti città ittite</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-D6CoVZSHvMM/Tzotd_yLL6I/AAAAAAAADQ0/89fncEqanXE/s1600/karkemish%2B1.png"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 268px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-D6CoVZSHvMM/Tzotd_yLL6I/AAAAAAAADQ0/89fncEqanXE/s400/karkemish%2B1.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5708925471006863266" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Karkemish, leggendaria città degli Ittiti, costruita su un importante guado dell’alto corso del fiume Eufrate, presso l’attuale confine tra Turchia e Siria, menzionata già nelle tavolette di Ebla del III millennio a.C. e citata persino nella Bibbia, distrutta dagli eserciti assiri di Sargon II nel 717 a.C. e da loro stessi riedificata.&lt;br /&gt;Qui Nabuccodonosor fermò nel 605 a.C. la conquista egiziana, qui fu poi ricostruita dai Romani. Fu scavata per la prima volta dalla missione archeologica del British Museum tra 1911 e 1920 a cui partecipò nientemeno che da T.E. Lawrence (d’Arabia), lo scavo fu presto abbandonato e, in seguito all’indipendenza della Turchia, l’antica città fu dimenticata ed occupata da un sito di interesse militare turco, completamente off-limits per i civili, studiosi compresi.&lt;br /&gt;Da qualche mese il sito è finalmente tornato, dopo quasi 100 anni, ad essere oggetto di studi di una campagna archeologica internazionale italo-turca che è finalizzata alla realizzazione in loco di un parco archeologico, per recuperare l’area alla ricerca e alla fruizione. Le università di Bologna, Istanbul e Gaziantep, infatti, stanno collaborando per tentare di riportare alla luce la plurimillenaria storia di questo sito. E le scoperte non si sono fatte attendere!&lt;br /&gt; &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-ELnU23sjXxw/TzotlC3vpFI/AAAAAAAADRA/M57xUauHi1M/s1600/karkemish%2B2.png"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 302px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-ELnU23sjXxw/TzotlC3vpFI/AAAAAAAADRA/M57xUauHi1M/s400/karkemish%2B2.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5708925592094614610" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Quelle del sito di Karkemish sono infatti rovine imponenti: un’ampia area che copre circa novanta ettari, racchiusa da mura alte fino a venti metri, comprendenti un’acropoli fortificata, una città con palazzi e templi, strade celebrative, una folta e ricca necropoli che ha restituito materiali interessanti.&lt;br /&gt;E’ stata individuata anche la fase archeologica relativa alla distruzione assira del 717 a.C. testimoniata da un metro di spessore di ceneri e resti combusti.&lt;br /&gt;In superficie restano visibili i resti della città romana, ma oggi sappiamo che sotto di essi sono conservate le tracce di tutte le città che furono costruite in questo luogo strategico e meraviglioso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Uno dei ritrovamenti più importati di questa prima campagna di scavi è un monolite di basalto alto 2 metri, completamente ricoperto di iscrizioni incise in geroglifico luvio, una scrittura ideografico-sillabica che cela una lingua di matrice indoeuropea, decifrata dal David Hawkins della British Academy.&lt;br /&gt;La stele, con una dedica regale al dio Sole alato scolpito nella parte superiore del prospetto, è risalente al 980 a.C. ovvero ad un periodo del tutto sconosciuto della storia della città. Si attendono le pubblicazioni degli studi a riguardo.&lt;br /&gt;Il panorama dall’acropoli è mozzafiato e persino la vegetazione locale ha qualcosa di speciale: i botanici hanno infatti individuato qui alcune piante rare, tra cui una specie di pioppo che si riteneva estinta.&lt;br /&gt;Il fascino di oggi doveva essere ancora più intenso cento anni fa. Queste le parole di T. E. Lawrence quando, dovendo partire per la guerra, salutò così Karkemish: “E pensare che, se non fosse per questa follia (la guerra ndr), uno vivrebbe su quella collina sull’ansa dell’Eufrate […] mi domando se torneremo mai a fermarci in qualche luogo e a provare interesse per le cose, come si deve”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fonte: www.archeonews.altervista.org&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-7758066506719565473?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/7758066506719565473/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/karkemish-dopo-cento-anni-torna-alla.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7758066506719565473'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7758066506719565473'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/karkemish-dopo-cento-anni-torna-alla.html' title='Karkemish, dopo cento anni torna alla luce una delle più importanti città ittite'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-D6CoVZSHvMM/Tzotd_yLL6I/AAAAAAAADQ0/89fncEqanXE/s72-c/karkemish%2B1.png' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-7189821274252314066</id><published>2012-02-13T08:45:00.003+01:00</published><updated>2012-02-13T08:53:29.514+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>L'Età del Rame in Sardegna</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TOYggGSM4PI/AAAAAAAAA6o/qAqRb4b9Akk/s1600/el%2Bargar%2B4.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 243px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TOYggGSM4PI/AAAAAAAAA6o/qAqRb4b9Akk/s400/el%2Bargar%2B4.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5541152127340830962" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;L'età del Rame in Sardegna&lt;br /&gt;di Pierluigi Montalbano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nel processo di sviluppo delle comunità protosarde, le miniere hanno indubbiamente esercitato un ruolo primario. Nel Sulcis sono presenti le strutture geologiche più antiche dell'area mediterranea. Fin dal Neolitico, le risorse minerarie della Sardegna erano ambite da popoli già socialmente ed economicamente evoluti che dal nord Africa, dalla penisola iberica, dall’Europa e dalle regioni orientali, avviavano grandi migrazioni e colonizzazioni nel bacino mediterraneo, raggiungendo le estreme regioni occidentali e transitando in Sardegna. La prima grande risorsa geomineraria a essere sfruttata in Sardegna fu l’ossidiana, un composto di lava vitrea di colore nero e notevole durezza, presente nei giacimenti del Monte Arci, nel territorio di Oristano. L'uomo del Neolitico utilizzava l'ossidiana per realizzare armi, utensili e oggetti d'uso comune, indispensabili per le esigenze della propria vita. &lt;br /&gt;        Nel Mediterraneo sono testimoniati appena cinque giacimenti rilevanti di questo prezioso materiale, tutti in isole: Melos (Egeo), Pantelleria, Lipari (Eolie), Palmarola (Ponziane) e Sardegna. Per millenni questa rara materia prima percorse le rotte del Mediterraneo, raggiungendo i mercati dell'Africa settentrionale, dei Balcani, della penisola Italica, dell'Iberia e della Provenza. Solo la successiva scoperta dei primi metalli, rame e stagno, indusse l'uomo ad accantonare progressivamente l'uso delle pietre dure. &lt;br /&gt;        Nel periodo di passaggio dal Neolitico al Bronzo, le armi e gli utensili di rame svolsero un ruolo subordinato in confronto a quelli in pietra, perciò quest'epoca è chiamata Età del Rame, (anche Eneolitico o calcolitico). Gli inizi della metallurgia in Sardegna risalgono al periodo della cultura di Ozieri, evolvendosi nel periodo delle culture di Abealzu, Filigosa e Monte Claro, dove le tracce della lavorazione del rame diventano sempre più frequenti. &lt;br /&gt;       Si producono anche pugnali che vengono colati in forme e induriti a colpi di martello. Fra i corredi tombali della cultura del vaso campaniforme troviamo oggetti realizzati in una lega di rame e arsenico che presentava un maggiore grado di durezza. Il passo successivo, quello cioè di aggiungere al rame alcune parti di stagno per ottenere un bronzo di durezza notevolmente maggiore, ci è noto in Sardegna solo al termine della cultura Bonnannaro, ossia intorno al XVII a.C. A questo periodo sono testimoniate una serie di spade triangolari in rame arsenicato, portate alla luce da Ugas in una tomba di Decimoputzu. &lt;br /&gt;        La prova più antica di una lavorazione locale di minerali di piombo ci è fornita da una ciotola in stile Monte Claro rinvenuta presso Iglesias, aggiustata con graffe di piombo proveniente dai giacimenti di galena situati nei dintorni di Iglesias. (Ugas 2006) &lt;br /&gt;      Funtana Raminosa, la più grande miniera di rame della Sardegna, si trova invece nella valle al confine fra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo. Sul vicino altopiano, a Laconi, si sono rinvenute le prime statue-menhir della Sardegna, sulle quali sono raffigurati pugnali di metallo. Al di sotto della linea della cintola, spicca un doppio pugnale a lame triangolari con impugnatura centrale. Il tridente rappresentato sul petto dei menhir simboleggia una figura umana capovolta: un morto.  L'area di rinvenimento delle statue-menhir di Laconi dista meno di 8 km in linea d'aria dai giacimenti di calcopirite, galena e blenda di Funtana Raminosa, nei monti del Sarcidano, lungo il versante occidentale digradante del massiccio delle Barbagie di Belvì e Seulo.&lt;br /&gt;       Alla cultura di Ozieri appartengono anche un pugnale e alcune verghe di rame, portate alla luce in una capanna di Cuccuru Arrius di Cabras e un paio di anelli d'argento dalla tomba V della necropoli di Pranu Muttedu di Goni. (Atzeni 1981).  La comparsa del metallo e l'inizio della metallurgia si verificò contemporaneamente in Sardegna, in Corsica e in Sicilia dove le prime scorie di rame, ancora aderenti alla parete di un crogiuolo, sono state raccolte nello strato della facies di Diana sull'Acropoli di Lipari. (Thiemme 1980).&lt;br /&gt;         È ragionevole ritenere che anche nelle isole si sia verificato un radicale cambiamento degli equilibri consolidati che segnò il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico. La diffusione del metallo fu la causa della diminuzione di interesse nei confronti dello sfruttamento e della circolazione. &lt;br /&gt;         Alla metà del II Millennio a.C. si arriva alla cultura di Monte Claro che si articola in facies locali: meridionale, oristanese, nuorese e settentrionale. Il patrimonio culturale è ricco ed elaborato, con numerosi insediamenti in grotta e all'aperto, deposizioni in tombe a fossa, a forno, a cista e megalitiche, sempre con rito inumatorio. Lo strumentario di selce e di ossidiana è scarso e l’eccezionale fioritura della facies di Monte Claro  è forse spiegabile con un’economia agricola in ripresa, con un incremento delle attività pastorali e con l’avvio allo sfruttamento delle risorse minerarie dell'isola che inseriscono a pieno titolo la Sardegna nelle rotte di prospezione mediterranea, innescando un processo economico ed evolutivo di vasta portata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'immagine alcuni manufatti in rame della cultura di El Argar. La fonte è all'interno della foto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-7189821274252314066?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/7189821274252314066/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/leta-del-rame-in-sardegna.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7189821274252314066'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7189821274252314066'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/leta-del-rame-in-sardegna.html' title='L&apos;Età del Rame in Sardegna'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TOYggGSM4PI/AAAAAAAAA6o/qAqRb4b9Akk/s72-c/el%2Bargar%2B4.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-6261662283066846703</id><published>2012-02-11T18:29:00.009+01:00</published><updated>2012-02-11T18:42:41.160+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Il sistema Onnis per la determinazione dei clan nuragici</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-mrUjILfew84/Tzam05MRkxI/AAAAAAAADQE/t4sEXsqE6zc/s1600/bc%2Bpiana%2Bdi%2BMacomer.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 283px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-mrUjILfew84/Tzam05MRkxI/AAAAAAAADQE/t4sEXsqE6zc/s400/bc%2Bpiana%2Bdi%2BMacomer.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707933005374395154" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In relazione all'articolo pubblicato il &lt;a href="http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/civilta-nuragicicala-societa-in.html"&gt;9 Febbraio 2012 relativo all'equilibrio cosmico dei nuragici&lt;/a&gt;, allo scopo di fornire ai lettori qualche altro dato sul "Sistema Onnis" relativo all'ubicazione dei clan nuragici, abbiamo pensato di inserire una serie di immagini che mostrano la tipologia di ricerca sul campo operata dallo studioso. Le associazioni, i Comuni, le scuole e i circoli che volessero ospitare un convegno sul tema sono invitati a inviare una mail a pierlu.mont@libero.it&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-Sy1IMCumF_o/TzanBvGt2fI/AAAAAAAADQQ/Y2nosm5LZfU/s1600/Clan%2Bminerario%2Bdi%2BRosas.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 224px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-Sy1IMCumF_o/TzanBvGt2fI/AAAAAAAADQQ/Y2nosm5LZfU/s400/Clan%2Bminerario%2Bdi%2BRosas.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707933226005027314" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-lSNf4PHYDZ0/TzanNmKI8mI/AAAAAAAADQc/hsdQSTMeZDY/s1600/Narcao.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 264px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-lSNf4PHYDZ0/TzanNmKI8mI/AAAAAAAADQc/hsdQSTMeZDY/s400/Narcao.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707933429761897058" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Cliccare sulle immagini per ingrandirle&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-4RK-Qt5f11g/TzanVSbbhMI/AAAAAAAADQo/i1yl9FnQF8Y/s1600/NW%2Bdi%2BSindia.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 264px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-4RK-Qt5f11g/TzanVSbbhMI/AAAAAAAADQo/i1yl9FnQF8Y/s400/NW%2Bdi%2BSindia.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707933561904661698" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Nelle immagini:&lt;br /&gt;La piana di Macomer&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Clan minerario di Rosas&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il territorio di Narcao&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La zona di Sindia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti i diritti sono riservati e le immagini sono coperte da copyright&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-6261662283066846703?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/6261662283066846703/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/il-sistema-onnis-per-la-determinazione.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6261662283066846703'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6261662283066846703'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/il-sistema-onnis-per-la-determinazione.html' title='Il sistema Onnis per la determinazione dei clan nuragici'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-mrUjILfew84/Tzam05MRkxI/AAAAAAAADQE/t4sEXsqE6zc/s72-c/bc%2Bpiana%2Bdi%2BMacomer.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-6038765316041731288</id><published>2012-02-11T08:04:00.003+01:00</published><updated>2012-02-11T08:09:53.799+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Bronze Age - Video: Nuragic civilization</title><content type='html'>Video: A short movie about the Nuragic culture in Sardinia.&lt;br /&gt;Form neolithic times to the onset of the Iron Age, megalthic stones have been in the focus of the early Sardinians. The Nuraghs represent the climax of all megalithic cultures in Europe. The events around the sea peoples and the Shardana are touched upon. This is in close relationship to other affairs in the mediterrean such as the stories of David, the Hebrew and the Philisteans, told by the Bible&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;by MetathronMovies &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;object style="height: 390px; width: 640px"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/cU2bfuFwuzM?version=3&amp;feature=player_detailpage"&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;param name="allowScriptAccess" value="always"&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/cU2bfuFwuzM?version=3&amp;feature=player_detailpage" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowScriptAccess="always" width="640" height="360"&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-6038765316041731288?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/6038765316041731288/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/bronze-age-video-nuragic-civilization.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6038765316041731288'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6038765316041731288'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/bronze-age-video-nuragic-civilization.html' title='Bronze Age - Video: Nuragic civilization'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-5567805849971519067</id><published>2012-02-10T12:25:00.009+01:00</published><updated>2012-02-10T12:38:03.018+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Restituiti dagli USA straordinari reperti archeologici</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-U8JE2CXN42U/TzUAw0dBYYI/AAAAAAAADP4/Qnu-NbmRwLE/s1600/a%2B7.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 302px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-U8JE2CXN42U/TzUAw0dBYYI/AAAAAAAADP4/Qnu-NbmRwLE/s400/a%2B7.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707468941476061570" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Restituiti dagli Usa eccezionali reperti archeologici&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le indagini condotte dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno portato al rimpatrio di alcuni straordinari reperti archeologici appartenenti al patrimonio culturale italiano. Erano stati scavati illegalmente in comprensori italiani e il loro valore commerciale complessivo è stimato in circa 2 milioni di euro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-WzrxAxMuarA/TzUAonpHKjI/AAAAAAAADPs/x0tWK1sTjVc/s1600/a%2B6.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 383px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-WzrxAxMuarA/TzUAonpHKjI/AAAAAAAADPs/x0tWK1sTjVc/s400/a%2B6.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707468800598157874" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra le opere recuperate, vi sono due statue: una è del II sec. d.C. e raffigura la Dea Fortuna. Era stata rubata a Fiumicino nella palazzina ex Opera Nazionale Combattenti il 4 ottobre 1986. L’altra è una statua femminile panneggiata di divinità risalente al I sec. d.C. ed era stata scavata nel Lazio e poi esportata illecitamente all’estero, finendo oggetto di indagini nel contesto del procedimento penale a carico del noto trafficante internazionale Giacomo Medici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le due statue sono state restituite spontaneamente all’Italia, in quanto di provenienza illecita, sulla base delle prove fornite alla società statunitense Humana Inc., che le aveva acquistate in buona fede da una galleria di New York nel 1984 per esporle nella rotonda della sede centrale a Louisville, Kentucky.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-EYDmIZmIMZA/TzUAcnzF84I/AAAAAAAADPg/mDgfQEILlYk/s1600/a%2B4.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 263px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-EYDmIZmIMZA/TzUAcnzF84I/AAAAAAAADPg/mDgfQEILlYk/s400/a%2B4.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707468594481591170" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il Princeton University Art Museum ha invece restituito centosettanta tra reperti archeologici interi e frammentati, tra cui un askos a forma di astragalo, due statuette di donna, di cui una che suona un tamburello e l’altra la lira, un pithos a figure rosse e bianche, raffigurante animali, e 166 frammenti (quattro di un cratere a figure rosse, cinque di rilievi architettonici, un gruppo di 157 elementi architettonici con figure di tori).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal Metropolitan Museum di New York sono arrivati poi quaranta reperti archeologici frammentati riconducibili alla collezione privata di un cittadino americano, deceduto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-ILXaUzR2UYU/TzUATFYOLLI/AAAAAAAADPU/xG5hxnizaUc/s1600/a%2B5.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 270px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-ILXaUzR2UYU/TzUATFYOLLI/AAAAAAAADPU/xG5hxnizaUc/s400/a%2B5.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707468430623255730" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vi sono infine:&lt;br /&gt;Un bronzetto romano del I sec. d. C. conosciuto come la Venere di San Giovanni in Perareto. Rubato tra il 27 e il 28 agosto 1962 nel Museo Civico di Rimini, è stato individuato nei mesi scorsi, nella disponibilità di un gallerista newyorchese che l’ha restituita spontaneamente senza intraprendere un’azione rogatoriale. Tornerà in esposizione a Rimini.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-1AnQVvhF5cA/TzUAH6knZ-I/AAAAAAAADPI/MOjrF7CwMY8/s1600/a%2B3.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 196px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-1AnQVvhF5cA/TzUAH6knZ-I/AAAAAAAADPI/MOjrF7CwMY8/s400/a%2B3.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707468238743889890" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una pergamena antica, costituente un atto notarile del 1603, verosimilmente custodita nell’Archivio di Stato di Bari, di cui si erano perse le tracce sin dagli anni ’60. È stata rinvenuta, nel corso di altre indagini, da personale del Federal Bureau of Investigation (FBI) di Chigago.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-BgX4f-tS6Rc/TzT_7aGhv4I/AAAAAAAADO8/mW1UHjzaLRU/s1600/a%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 302px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-BgX4f-tS6Rc/TzT_7aGhv4I/AAAAAAAADO8/mW1UHjzaLRU/s400/a%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707468023869325186" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un corredo funerario in bronzo, costituito da 2 collane, 5 bracciali, 1 fibula e vari pendagli, tutti di epoca compresa tra l’VIII ed il VII secolo a. C., consegnati spontaneamente, con la collaborazione del Consolato Generale d’Italia in New York, da un apprezzato artista contemporaneo americano. I beni erano stati da questi ricevuti in eredità dal nonno italiano, originario di Offida (Ascoli Piceno) che li aveva trovati arando il suo campo ai piedi di una pianta di olivo, quindi esportati negli USA, già alla fine dell’ottocento, allorché era emigrato, prima ancora dell’entrata in vigore della legge di tutela del patrimonio culturale italiano. La notizia della restituzione, che rappresenta un genuino gesto di rispetto per il popolo italiano, è stata già riportata sulla stampa locale per l’ampia diffusione tra la comunità italo-americana, proprio al fine di invogliare altri discendenti di nostri connazionali, costretti a lasciare l’Italia tanti anni or sono, a riconsegnare gli eventuali oggetti archeologici che i loro antenati portarono con sé oltreoceano.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-8pNIY0qBE-8/TzT_vd7viAI/AAAAAAAADOw/VxIWGTkFSHs/s1600/a%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 281px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-8pNIY0qBE-8/TzT_vd7viAI/AAAAAAAADOw/VxIWGTkFSHs/s400/a%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707467818739402754" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ministero dei Beni Culturali&lt;br /&gt;Fonte: www.ilfattostorico.com&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-5567805849971519067?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/5567805849971519067/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/restituiti-dagli-usa-straordinari.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/5567805849971519067'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/5567805849971519067'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/restituiti-dagli-usa-straordinari.html' title='Restituiti dagli USA straordinari reperti archeologici'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-U8JE2CXN42U/TzUAw0dBYYI/AAAAAAAADP4/Qnu-NbmRwLE/s72-c/a%2B7.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-8497191577612435526</id><published>2012-02-09T09:39:00.010+01:00</published><updated>2012-02-09T10:18:05.380+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Civiltà nuragica...la società in equilibrio cosmico.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-feDWwNz6pGg/TzOLu4eL4nI/AAAAAAAADNo/ZjBj9e4Cz0s/s1600/ip%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 272px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-feDWwNz6pGg/TzOLu4eL4nI/AAAAAAAADNo/ZjBj9e4Cz0s/s400/ip%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707058790357787250" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Dopo un lungo e laborioso lavoro di ricerca, e una ricca documentazione consegnata alla Soprintendenza di Cagliari, l'amico Marcello Onnis, ha deciso di regalare agli appassionati di archeologia della Sardegna un nuovo strumento di indagine che consentirà di "osservare" l'evoluzione dell'antica civiltà sarda da un punto di vista innovativo.&lt;br /&gt;La sintesi oggi pubblicata sarà presto esposta in convegni, arricchita di tutto quel materiale informativo che per ragioni di spazio non può essere fornito in questa sede.&lt;br /&gt;Buona lettura.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Individuazione delle aree archeologiche.&lt;br /&gt;di Marcello Onnis&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Premessa:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Chi scrive è un dilettante non addetto ai lavori che, visti i tangibili risultati ottenuti a tavolino, porta all’attenzione degli Studiosi una nuova e originale ipotesi di studio e d’indagine del patrimonio Nuragico della Sardegna, la cui sperimentazione è riproducibile su buona parte del territorio regionale, ed è basata esclusivamente su dati oggettivi noti.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Ricerca:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Come prima esperienza, si è presa in esame la valle di Seruci nel comune di Gonnesa (CI). Si è utilizzata  una fotocopia della carta IGM con scala 1:25.000 in cui sono stati evidenziati tutti i nuraghi, le tombe, i pozzi, i menhir, ecc. indicati sulla mappa. Successivamente, la carta è stata integrata con i dati degli altri manufatti noti. Verificato che, due o più nuraghi costruiti lungo i bordi della vallata erano reciprocamente visibili, si sono tracciate delle direttrici per unirli in coppia. Il risultato finale è simile a una vecchia ruota di bicicletta. (foto n° 1 Clan di Seruci a Gonnesa ). &lt;br /&gt;Si è definito “punto A“ della direttrice, il nuraghe posto nelle adiacenze dei passi dove potevano transitare i carri, giacché strategici e obbligati dalla naturale conformazione del fondo, mentre si è chiamato “punto B“, quelli contrapposti. Questa convenzione tornerà utile anche in fase di rilevamento e successiva informatizzazione dei dati. L’ordine delle direttrici si è attribuito partendo dal nuraghe più importante per dimensione e/o per annesso villaggio.&lt;br /&gt;In tal modo, le direttrici s’intersecano in un punto che convenzionalmente abbiamo chiamato “Centro”, non coincidente con il centro geometrico dell’area perché, trattandosi di una superficie ondulata con perimetro irregolare, gli estremi delle direttrici non possono distare equamente dal centro.&lt;br /&gt;Durante la definizione delle direttrici, si sono tralasciati temporaneamente i nuraghi singoli.&lt;br /&gt;Partendo da questi, si è tracciata una direttrice passante per il centro, sulla quale, si è concentrata la ricerca di eventuali altri manufatti archeologici a noi sconosciuti. Grazie all’ausilio del programma Wikimapia (www.wikimapia.org), si è potuto verificare che lungo quelle direttrici erano stati già censiti altri nuraghi.&lt;br /&gt;Come contro prova, una volta tracciate le direttrici, si è spostato virtualmente un nuraghe anche di soli 30/40 metri lungo il bordo della vallata. Il risultato è stato che la direttrice non passava più per il “Centro”.&lt;br /&gt;Con l’uso della funzione “3D“ di Google Earth , si apprezzano meglio i risultati ottenuti e si dimostra come tale disposizione collima con l’orografia dei luoghi.&lt;br /&gt;Partendo dai nuraghi edificati nei punti “A”, si sono evidenziate le strade con una matita rossa, ottenendo un tracciato utile anche alla determinazione della rete stradale esistente nel territorio nuragico.&lt;br /&gt;Non sempre la parte “B” della direttrice si trova alla stessa quota del punto “A”, questo può coincidere con la  quota più bassa della stessa vallata. Nel caso in cui si tratti di un nuraghe, il rispetto di tale regola ne vanifica l’ipotesi “d’esclusiva funzione strategica di vedetta militare” e spiegherebbe il motivo per il quale molti nuraghi non sono stati realizzati all’altezza massima del rilievo su cui sono stati edificati. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-3HMKNgryK1k/TzOL7g8IesI/AAAAAAAADN0/t5tFxKvZaRU/s1600/ip%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 270px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-3HMKNgryK1k/TzOL7g8IesI/AAAAAAAADN0/t5tFxKvZaRU/s400/ip%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707059007379241666" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dall’analisi di 14 “Clan” finora accertati, si è riscontrato che nel “Centro” si rilevano prevalentemente dei corsi o sorgenti o pozzi d’acqua. In una buona percentuale dei “Clan” del bacino del Sulcis-Iglesiente, (foto n° 2 Bacino del Sulcis)  il centro coincide con il punto di congiunzione di due affluenti che generano una “Y”. S’ipotizza che fosse considerato come naturale rappresentazione del simbolo di fertilità femminile e luogo in cui verosimilmente si celebravano delle cerimonie dedicate al culto dell’acqua.&lt;br /&gt;In altri casi, come già detto, nel centro sono stati rinvenuti dei siti più interessanti, come una necropoli (Giara di Gesturi) o una probabile Tomba dei Giganti non ancora censita (Sant’Antioco). &lt;br /&gt;Verosimilmente il “Centro” era individuato dal Capo Clan/Sacerdote in sede di occupazione e antropizzazione del territorio e, come avveniva per le civiltà di quell’epoca, si svolgeva un rito di fondazione.&lt;br /&gt;Lo scopo, ipotizzato dallo scrivente, è che per fini propiziatori si volesse determinare un punto in equilibrio cosmico del Clan, il “Centro” appunto, ottenuto dalla neutralizzazione di “forze”(i nuraghi) con “direzioni” opposte tra loro.&lt;br /&gt; A questo punto, è utile ricordare il significato esoterico del termine “Centro“, quale elemento basilare nella maggior parte delle religioni delle antiche popolazioni. Dal sito www.filosofiaelogos.it : &lt;br /&gt;“Il centro è uno dei simboli esoterici fondamentali. Esso rappresenta l’Uno, l’origine di tutte le cose, il principio primo da cui ha inizio la creazione. Il Centro è essenzialmente il Principio: il centro principiale, a partire dal quale tutto ha origine, il punto indiviso, senza dimensione né forma, immagine perfetta dell’Unità primigenia e finale in cui ogni cosa trova inizio e fine, perché tutte le cose ritornano all’energia principale che le ha create, riunendosi alla perfezione assoluta. Il centro è l’Essere puro, l’Assoluto, il Trascendente, diffuso nello spazio-tempo materiale, che altro non è che l’irradiazione dell’Assoluto. Senza tale riferimento naturale, lo spazio-tempo non sarebbe che privazione, vuoto nel caos. Per gli antichi, il cielo non è che un mare, in cui la Stella Polare manifesta il punto primordiale dell’oceano celeste, del quale il mondo è solo una frangia esterna, l’ultima creata”. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-7oGn2VndA2M/TzOMFaUI5gI/AAAAAAAADOA/SWXbxzFO5zk/s1600/ip%2B3.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 323px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-7oGn2VndA2M/TzOMFaUI5gI/AAAAAAAADOA/SWXbxzFO5zk/s400/ip%2B3.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707059177399576066" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L’ipotetica metodologia usata per gli allineamenti, è la seguente: &lt;br /&gt;Stabilito il Centro della vallata da antropizzare, veniva acceso un fuoco alimentato con degli arbusti freschi che sviluppavano un’alta colonna di fumo, questa permetteva l’individuazione del punto anche a grandi distanze, superando l’eventuale scarsa visibilità per una folta vegetazione e/o eventuali dislivelli presenti nella vallata.&lt;br /&gt;Analogamente, veniva acceso un altro fuoco in prossimità del passo più importante del Clan/vallata, sul quale veniva successivamente eretto un nuraghe, ottenendo così due punti in linea tra loro. &lt;br /&gt;Per individuare il terzo punto ci si allontanava dal Centro, seguendo l’allineamento dato dalle due colonne di fumo, fino al raggiungimento del confine posto ai bordi opposti della vallata. In caso di lunghe distanze si accendevano diversi falò lungo l’allineamento dato dai primi due.&lt;br /&gt;Se tale ipotesi di lavoro troverà conferma, non sarà azzardato associare tali “Clan“ con i “Cantoni Nuragici“ ipotizzati dall’esimio Prof. Lilliu. Tale disposizione del territorio, si prestava anche alla funzione di “mandala”.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-jJ1swY98eOc/TzOMSbmGflI/AAAAAAAADOM/SVf9RdG3caI/s1600/ip%2B4.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 279px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-jJ1swY98eOc/TzOMSbmGflI/AAAAAAAADOM/SVf9RdG3caI/s400/ip%2B4.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707059401081650770" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il Capo Tribù o il Sacerdote, postosi al Centro del Clan, avrà certamente riscontrato che, col trascorrere delle stagioni, precisi punti all’orizzonte coincidevano con il solstizio estivo e quello invernale, così come per i cicli lunari. Elementi fondamentali per la corretta gestione dell’attività agraria, pastorale e religiosa dell’intera collettività.&lt;br /&gt;Non è azzardato ritenere che, mentre all’estremo oriente nascevano le “Città Stato” circondate da possenti mura, in Sardegna esistevano già dei Clan che non avevano bisogno di cingere il loro territorio con grosse mura poiché delimitato da Nuraghi/capanne con funzione di “Punti Fiduciali” ante litteram, pacificamente rispettati dai Clan vicini.&lt;br /&gt;Nelle grandi vallate del Sulcis, si sono individuati dei Clan i cui nuraghi partecipano alla contemporanea delimitazione di tre Clan complementari tra loro e le intere vallate, viste sotto tale punto di vista, assumono l’aspetto di un enorme puzzle composto d’aree perfettamente adiacenti tra loro, senza “spazi morti”.&lt;br /&gt;Ciò fa supporre una società gerarchica, organizzata in diverse classi sociali “specializzate” che partecipavano al bene del Clan con persone preposte all’agricoltura, alla pastorizia, alla caccia, alla pesca o alla difesa e così via. Verosimilmente, tutti i membri del Clan partecipavano all’edificazione dei nuraghi, delle tombe e dei pozzi attorno e nel loro territorio, così come, contribuivano al bene comune del medesimo.&lt;br /&gt;Dalle stratigrafie dei nuraghi si è potuto verificare che molti furono edificati su insediamenti preesistenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-lh2JIxaoUWQ/TzOMfmiuvDI/AAAAAAAADOY/EwSW1uB6L8Y/s1600/ip%2B5.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 244px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-lh2JIxaoUWQ/TzOMfmiuvDI/AAAAAAAADOY/EwSW1uB6L8Y/s400/ip%2B5.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707059627358600242" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ciò non spiega, purtroppo, se i Nuragici siano la naturale evoluzione delle popolazioni sarde preesistenti che hanno continuato ad occupare territori in precedenza antropizzati dai loro antenati, oppure se una nuova civiltà occupò le stesse aree. Si ha ragione di credere che il medesimo sistema venne applicato anche in alcune Giare, in funzione della loro conformazione.&lt;br /&gt;Nella Giara di Gesturi, in prossimità del “Centro”, sono state rinvenute delle capanne a base ellittica con annessa necropoli costituita da almeno una decina di tombe litiche a cupola, alcune delle quali a cista. (foto n° 3 tombe a ciste) Inoltre, si è rinvenuto un sistema litico a spalliera che forse poteva essere usato come altare.(foto n° 4 altare)&lt;br /&gt;Come è noto, nella Giara di Gesturi, non sono censiti dei nuraghi edificati all’interno.&lt;br /&gt;Ciò stride fortemente con l’alta densità di nuraghi edificati tutto attorno e sui bordi della stessa Giara.&lt;br /&gt;Si presume che il motivo sia da attribuire al fatto che la Giara, con la sua naturale disposizione in direzione WNW-ESE, fosse considerata come “Zona Sacra” e che, ciò che rappresentava il nuraghe, non fosse compatibile con gli usi praticati nell’interno dell’Area Sacra.&lt;br /&gt;Nell’individuazione delle direttrici della Giara, in alcuni punti B, con l’uso di Google Earth, si sono individuati numerosi resti murari, non indicati nelle carte IGM, che apparentemente fanno supporre a dei resti di capanne e villaggi che senz’altro saranno oggetto di studio più approfondito. (foto n° 5 direttrici Giara di Gesturi). Anche in questa giara i nuraghi sono stati edificati prevalentemente in prossimità degli accessi, evidentemente per controllarne l’ingresso.&lt;br /&gt;La sperimentazione di tale metodologia, applicata a “macchia di leopardo” in campo regionale, ha permesso l’individuazione di altri 15 potenziali “Clan”. Ciò, fa supporre che il metodo fosse applicato in tutta la Sardegna, isole comprese (foto n° 6 Clan Sant’Antioco; foto n°7 probabile Tomba dei Giganti Cannai).&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-lnAP1x2d6Kk/TzOM2p6MudI/AAAAAAAADOk/cE2UMKrklnk/s1600/ip%2B6.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 265px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-lnAP1x2d6Kk/TzOM2p6MudI/AAAAAAAADOk/cE2UMKrklnk/s400/ip%2B6.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5707060023399332306" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Vista la mole di dati che si stanno rilevando, si è predisposto un database per il “Censimento dei Clan Nuragici” che consentirà di fare delle comparazioni tra i diversi “Clan” dell’intero territorio Regionale.&lt;br /&gt;E’ doveroso ringraziare due Studiosi che, da punti di vista differenti, hanno sostenuto lo scrivente, con incoraggiamenti e fondamentali utili consigli, alla prosecuzione di tale ricerca rendendo possibile arrivare alle suddette conclusioni, in rigoroso ordine alfabetico, il Prof. Nicolino De Pasquale e il Dr. Pierluigi Montalbano, ai quali si porgono i più sinceri ringraziamenti.&lt;br /&gt;Marcello Onnis&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;FOTO ALLEGATE:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;foto n° 1 Clan di Seruci a Gonnesa; &lt;br /&gt;foto n° 2 Bacino del Sulcis; &lt;br /&gt;foto n° 3 Tombe a ciste Giara di Gesturi;&lt;br /&gt;foto n° 4 Altare Giara di Gesturi; &lt;br /&gt;foto n° 5 Google Direttrici Giara di Gesturi; &lt;br /&gt;foto n° 6 Google Sant’Antioco&lt;br /&gt;foto n° 7 Probabile tomba dei Giganti c/o Cannai&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti i diritti sono riservati.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-8497191577612435526?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/8497191577612435526/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/civilta-nuragicicala-societa-in.html#comment-form' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/8497191577612435526'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/8497191577612435526'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/civilta-nuragicicala-societa-in.html' title='Civiltà nuragica...la società in equilibrio cosmico.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-feDWwNz6pGg/TzOLu4eL4nI/AAAAAAAADNo/ZjBj9e4Cz0s/s72-c/ip%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-4322540447282564468</id><published>2012-02-08T09:05:00.003+01:00</published><updated>2012-02-08T19:53:02.804+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>La Sardegna nel Mediterraneo del Bronzo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-1HS0PvZa7tk/TzIteqyQvjI/AAAAAAAADNQ/IWmVLz1EJZg/s1600/elmo%2Bmiceneo.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 314px; height: 257px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-1HS0PvZa7tk/TzIteqyQvjI/AAAAAAAADNQ/IWmVLz1EJZg/s400/elmo%2Bmiceneo.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5706673682736266802" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Le relazioni della Sardegna con il Mediterraneo nel Bronzo.&lt;br /&gt;di Pierluigi Montalbano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nel corso dei secoli la civiltà nuragica è cresciuta autonomamente come una solida pianta ben radicata, ma è stata anche il frutto di continui processi evolutivi che in parte sono derivati da elaborazioni interne, in parte sono il riflesso di acquisizioni scaturite dai rapporti con genti d'oltremare. Le fonti letterarie antiche suggeriscono varie aree come luoghi da cui sono partiti gli stimoli per l'origine e lo sviluppo della civiltà nuragica: la regione iberica, quella egea e, più tardi, quella cretese e quella micenea. A giudicare dai dati finora noti, l'architettura sarda dei primi nuraghi non trova riscontro nelle regioni tirreniche. Qui non si conoscono né residenze fortificate, né sepolcri megalitici che possano in qualche modo richiamare la realtà sarda. Tuttavia i contatti attraverso il ponte della Corsica non dovettero mancare nel Bronzo, come suggeriscono le relazioni nell'ambito della ceramica e della metallurgia. Ben diversa è la situazione dei rapporti con la Corsica e le Baleari, come si evince dalle testimonianze dell'architettura. &lt;br /&gt;        Agli albori della civiltà nuragica, Corsica meridionale e Minorca, appaiono legate alla Sardegna da un rapporto speciale e propongono identiche costruzioni megalitiche: nuraghi in Sardegna, torri in Corsica, talajots in Minorca. Più tardi, nel corso del XIII a.C., in Corsica abbiamo edifici con torri circolari a più piani, che mostrano una slanciata volta nella camera. L'aggetto e la tecnica costruttiva regolare dei filari, indicano che la volta della camera di queste costruzioni era di sezione ogivale. Gli strettissimi rapporti con Minorca sono confermati dalla diffusione delle navetas, grandi tombe absidate megalitiche d'uso collettivo, costruite a filari sopra il suolo, che richiamano le tombe di giganti nuragiche. Nel campo dell'architettura sepolcrale della Corsica va osservato che ad un momento coevo a quello in cui si sviluppò in Sardegna la facies di Sant'Iroxi, celebre per le spade triangolari in rame arsenicato, vanno riferite alcune allèes. Abbiamo un'usanza, già documentata in Gallura: inumare i defunti all'interno di piccoli anfratti di roccia granitica, appena adattati artificialmente. Queste grotticelle prendono il nome di tafoni. Questo costume, proprio di comunità pastorali corse, si diffuse in Corsica e in Gallura già nel Neolitico, ancora prima dell'introduzione delle grandi sepolture a circolo e dei sepolcri dolmenici. &lt;br /&gt;        Spostandoci nelle regioni del Mediterraneo orientale, finora non sono state osservate forti somiglianze fra le costruzioni fortificate nuragiche e quelle cretesi e micenee nel periodo compreso tra il XVI e il XIV a.C. Creta non conosce neppure vere e proprie mura di difesa degli abitati, benché il palazzo regio sia costruito in modo tale da controllare almeno gli accessi. Diversamente, a partire dalla fine del XIV a.C., alcuni particolari costruttivi micenei presuppongono esperienze architettoniche note ai maestri sardi: corridoi coperti costruiti su due piani nelle cortine del bastione trilobato di Santu Antine in Torralba, e i corridoi di taglio ogivale dell'Unterburg di Tirinto. Altre affinità stilistiche le abbiamo nel taglio ogivale delle porte delle fortezze micenee che propongono anche il disegno del trilite realizzato con due lastroni laterali sormontati da una architrave, esattamente come in diverse tombe di giganti. Nelle fortezze ittite dello stesso periodo i tagli ogivali fanno la loro comparsa anche nelle porte, non diversamente da Micene e da alcune città del Vicino Oriente.&lt;br /&gt;        Dai confronti ora accennati emerge che i rapporti tra l'architettura nuragica, quella egea e quella ittita erano molto stretti nel XIII-XII a.C., benché nelle fortificazioni dell'est del Mediterraneo permanesse immutata la tradizione delle torri quadrangolari. Viene da domandarsi se nell'arte del costruire le cinte murarie i sardi subirono le più avanzate conoscenze degli architetti stranieri o viceversa. L'adozione della volta ogivale per la copertura delle camere e dei corridoi appare sempre più il prodotto di una trasformazione progressiva, in seno all’architettura palaziale protosarda, avvenuta nell'ambito di continui scambi di esperienze costruttive tra la Sardegna e il mondo Egeo. In queste relazioni la Sardegna, avendo la capacità di elaborare al suo interno, è capace a sua volta di offrire e trasferire altrove idee e uomini. La volta a ogiva, impiegata per verticalizzare le strutture qualche millennio prima dello stile gotico, è sistematicamente utilizzata negli edifici monumentali sardi, siano essi torri, corridoi di tombe e templi. È il risultato dell'adozione di soluzioni tecniche che comportavano il superamento di notevoli difficoltà di natura statica, come quella determinata dalla sovrapposizione di tre camere cupolate. &lt;br /&gt;        Al pari dell'architettura, ma non con le stesse modalità, gli elementi della cultura materiale mobile evidenziano i commerci tra la Sardegna e le altre regioni mediterranee. &lt;br /&gt;        Nel processo di sviluppo delle comunità protosarde, le miniere hanno indubbiamente esercitato un ruolo determinante. Particolarmente nell'Iglesiente, sono presenti strutture geologiche classificate tra le più antiche d'Europa, sicuramente le più antiche dell'area mediterranea; per cui la Sardegna, è considerata una delle regioni più interessanti d'Europa per ricchezza e varietà di minerali. Già dal Neolitico, le risorse minerarie della Sardegna erano oggetto di particolare interesse da parte di diversi popoli già socialmente ed economicamente evoluti che, dalle regioni orientali, avviavano colonizzazioni commerciali nel vasto bacino mediterraneo, raggiungendo le estreme regioni occidentali e toccando anche la Sardegna, cuore delle rotte navali fra oriente e occidente. La prima grande risorsa geomineraria a essere sfruttata in Sardegna fu certamente l’ossidiana, un composto di lava vitrea finissima di colore nero intenso e notevole durezza, presente nei vasti giacimenti del Monte Arci, presso Oristano. L'uomo del Neolitico fece uso dell'ossidiana per realizzare armi, utensili e oggetti d'uso comune, indispensabili per le esigenze della propria vita. &lt;br /&gt;        Nell'intero bacino mediterraneo, erano stati individuati appena cinque giacimenti di una certa rilevanza di questo prezioso materiale, tutti in isole: Melos (Egeo), Pantelleria, Lipari (Eolie), Palmarola (Ponziane) e Sardegna. Per millenni questa rara e preziosa materia prima percorse le più disparate rotte del Mediterraneo, raggiungendo i mercati più lontani dell'Africa settentrionale, dei Balcani, della penisola Italica, dell'Iberia e della Provenza. Solo la successiva scoperta dei primi metalli, rame e stagno, indusse l'uomo ad accantonare progressivamente l'uso delle pietre dure.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'immagine: un elmo esposto al Museo Archeologico&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-4322540447282564468?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/4322540447282564468/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/la-sardegna-nel-mediterraneo-del-bronzo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4322540447282564468'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4322540447282564468'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/la-sardegna-nel-mediterraneo-del-bronzo.html' title='La Sardegna nel Mediterraneo del Bronzo'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-1HS0PvZa7tk/TzIteqyQvjI/AAAAAAAADNQ/IWmVLz1EJZg/s72-c/elmo%2Bmiceneo.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-990843359359050396</id><published>2012-02-06T19:41:00.001+01:00</published><updated>2012-02-06T19:41:57.420+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Le sepolture dei nuragici</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La tomba di giganti di Su Picante a Siniscola&lt;br /&gt;di Paola Mancini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si presenta un estratto dell’articolo di Paola Mancini “La tomba di giganti di Su Picante a Siniscola (Nuoro)” pubblicato su www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2011-215.pdf.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dai litorali delle zone costiere di Capo Comino e Berchida e dalle grotte delle zone montuose vengono le attestazioni più antiche dell’antropizzazione del territorio, risalenti al Neolitico. La maggior parte delle testimonianze è, tuttavia, riconducibile all'età nuragica, quando tutto il territorio è occupato in modo capillare, dall'entroterra al mare. Si individuano villaggi di capanne, tafoni, tombe di giganti, nuraghi a tholos o a corridoio e semplici torri disposte sia sulle alture delle zone interne a dominio delle piane e a distanza del mare, sia su promontori a controllo diretto delle coste.  &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-o0r3yNiKiiY/TYRi4Ns5VEI/AAAAAAAABiA/k2FYmB7nxkU/s1600/Manicini%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 209px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-o0r3yNiKiiY/TYRi4Ns5VEI/AAAAAAAABiA/k2FYmB7nxkU/s400/Manicini%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5585698155736421442" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Sono presenti anche luoghi di culto, in particolare le grotte santuario aperte nei costoni rocciosi. Grazie a un finanziamento della legge regionale 37/1998 il comune di Siniscola ha potuto avviare un progetto di recupero di alcuni siti archeologici. Le attività del cantiere si sono concentrate particolarmente nella tomba di giganti di Su Picante che si erge isolata in un'area di proprietà comunale attualmente adibita a pascolo ovino. Erano visibili nell’area dell’ingresso e nella parte posteriore del tumulo, gli scassi operati con un mezzo meccanico. Il monumento che  può essere inserito tipologicamente tra le tombe di giganti ortostatiche di tradizione dolmenica, si contraddistingue per le evidenti asimmetrie nell'andamento delle sue murature. Il corridoio è stato edificato su un terreno caratterizzato dalla presenza di banchi rocciosi affioranti, dei quali i costruttori hanno dovuto tenere conto nella realizzazione delle parti murarie. La tomba ha una lunghezza di 20, 20 m e il corpo principale ha una larghezza che varia da 8,5 m nella parte antistante a 2,5 m sul fondo. Il corridoio é lungo 9 m, alto 1,5 m e largo 1 m. L'ingresso si restringe fino a 43 cm con lo stipite destro in posizione inclinata verso ovest. Presenta una muratura ottenuta con lastroni infissi a coltello alternati a grandi blocchi disposti a filari ed è chiuso da una lastra sommariamente spianata. La copertura è realizzata con lastre tabulari, alcune delle quali, rinvenute spostate, sono state ricollocate, mentre parti di altre sono state ritrovate sparse nell'area di scavo. Un grande monolito trapezoidale è stato rinvenuto rovesciato davanti all'ingresso. L'esedra, orientata a sud-est, è costituita da due bracci che si dipartono dalla metà degli stipiti, ha una corda di 14,83 m e una freccia di 4,77 m. I lastroni,12 per lato, sono sostenuti da un muretto di piccole pietre disposte a formare delle ali in muratura che raccordano i blocchi. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-HAq5RCSk27I/TYRixLB4gBI/AAAAAAAABh4/WJutcpUObgw/s1600/Mancini%2B3.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 276px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-HAq5RCSk27I/TYRixLB4gBI/AAAAAAAABh4/WJutcpUObgw/s400/Mancini%2B3.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5585698034760056850" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Non è stato trovato alcun elemento che consenta di supporre la presenza della stele centinata che generalmente si ritrova nelle tombe di giganti di tipo ortostatico. L'intera struttura è delimitata dal tumulo costituito da un ammasso di terra e pietre contenuto da una muratura composta, alle spalle dell'esedra, da lastroni infissi a coltello e nel resto da filari di pietre sovrapposte. Pietre di piccolo taglio ricoprivano tutto il tumulo, disposte secondo piani inclinati a facilitare lo scorrimento dell'acqua piovana. Nel tumulo sono stati recuperati pochi frammenti ceramici e qualche scheggia di ossidiana. Il deposito della camera di sepoltura è stato trovato completamente sconvolto, e sono assenti resti ossei, a causa sia della manomissione subita sia per l'acidità del terreno granitico. Al limite dell'esedra sono emersi vari frammenti pertinenti al collo di una brocca, presumibilmente, askoide. Nel complesso i reperti emersi durante lo scavo sono i seguenti: qualche manufatto in ossidiana, il vago di collana in pietra, e frammenti ceramici che consentono di ipotizzare un uso della tomba piuttosto circoscritto. Tra i vasi deposti nelle esedra solo due scodelline sono state rinvenute quasi integre, mentre il resto è stato ritrovato in frammenti. Non sussistono prove che consentono di ipotizzare che possa essere avvenuta una frantumazione intenzionale. Le forme maggiormente rappresentate sono le olle, i tegami, le teglie, seguono le scodelle, gli scodelloni e le tazze basse carenate. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-peME3we_puU/TYRil3ZudjI/AAAAAAAABhw/ojCVt5l6QNQ/s1600/Mancini%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 366px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-peME3we_puU/TYRil3ZudjI/AAAAAAAABhw/ojCVt5l6QNQ/s400/Mancini%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5585697840512792114" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Tutti i vasi sono inornati o decorati con nervature verticali che partono dall'orlo. I tegami e le teglie, tutti privi di decorazione, si presentano con anse a nastro o con prese a lingua impostate sul fondo. Le dimensioni si aggirano prevalentemente tra 19 e 25 cm di diametro. La maggior parte dei materiali trova confronti puntuali con i reperti ritrovati in diversi siti archeologici della Sardegna, per lo più in tombe di giganti di tipo ortostatico. La tomba è stata costruita nella sua interezza e utilizzata in un lasso di tempo piuttosto limitato, ascrivibile, in tutto o in gran parte, alla facies di Sa Turricula.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maggiori informazioni e varie illustrazioni si possono trovare al sito www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2011-215.pdf&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le immagini sono dell'autore&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-990843359359050396?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/990843359359050396/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/le-sepolture-dei-nuragici.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/990843359359050396'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/990843359359050396'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/le-sepolture-dei-nuragici.html' title='Le sepolture dei nuragici'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-o0r3yNiKiiY/TYRi4Ns5VEI/AAAAAAAABiA/k2FYmB7nxkU/s72-c/Manicini%2B2.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-4846830862929631078</id><published>2012-02-05T19:06:00.005+01:00</published><updated>2012-02-05T19:19:10.361+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Avieno: Ora Marittima - dove è Tartesso?</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Interpretazione geografica del poema "ORA MARITTIMA" di Avieno sul territorio intorno al Golfo di Tartesso.&lt;br /&gt;di Sonia Barja&lt;br /&gt;(Traduzione dallo spagnolo di Pierluigi Montalbano)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Scusandomi per la traduzione a braccio, realizzata in mezza mattina e non perfezionata da uno specialista, vi propongo una interessante interpretazione sulla localizzazione della mitica città di Tartesso. (Vorrei puntualizzare che sono convinto della ubicazione in Sardegna di questa mitica città, precisamente a Tharros,...ma gli studiosi più accreditati la cercano nei dintorni di Siviglia in Andalusia).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le notizie storiche più antiche che ci sono arrivate sui colonizzatori della penisola iberica e delle sue coste sono quelle citate da Rufo Festo Avieno, IV d.C, nel suo poema intitolato "Ora Marittima." Il concetto importante dell'opera è che Avieno utilizzò fonti antichissime di autori sconosciuti. La parte che ci concerne proviene da un marinaio marsigliese al quale proprio Avieno confessa di essersi ispirato.  Questa fonte è il "periplo" di un marinaio di Marsiglia (Massalia) del V a.C. cioè, quasi mille anni prima dell'epoca in cui visse e scrisse Avieno. Secondo gli esperti, la fonte di Avieno per la descrizione delle coste andaluse di allora precede di poco la sparizione della mitica Tartesso. Avieno era un nostalgico della cultura antica, in un'epoca nella quale il cristianesimo era già la religione dell'Impero Romano. Essendo già molto vecchio decise di trascrivere, tradurre dal greco al latino e mettere in versi il citato periplo massiliota. Gli antichi marinai praticavano la navigazione di cabotaggio, dovevano imparare a memoria la rotta, gli incidenti costieri più notevoli, capi, isole, promontori, insenature...a partire da uno scritto originale poiché non esistevano carte per la navigazione. Una di queste rotte, o peripli, è quello che segue Avieno per scrivere il suo “Ora Marittima”. Gli studiosi convergono nell’affermare che Avieno fu fedele ai testi originali. Il periplo si riferisce alla rotta di navigazione costiera che passa nel Mediterraneo partendo dalle coste di Bretagna e Cornovaglia, per arrivare fino a Marsiglia. Risultato di quel viaggio fu la narrazione animata e viva dei posti visitati, proponendo in concreto una delle più antiche notizie esistenti sulle coste andaluse e sull'ambiente di Tartessos.  &lt;br /&gt;Benché ci basiamo sui testi di Avieno, per riassumere e non dovere comporre un puzzle complicato di altre prove testuali relative all'ubicazione (che noi attraverso dello studio di mappe geologice e topografiche crediamo concordanti con la complicata evoluzione del fiume Guadalquivir e dei suoi estuari negli ultimi 2500 anni), non ci rifiutiamo di apportare due attestazioni di Strabone che si riferiscono al I a.C. secondo le fonti delle quali questo autore si avvale, cioè quando Tartesso era sparita da almeno 400 anni.  &lt;br /&gt;"E come il fiume ha due sbocchi, dícesi anche che la città di Tartessos, omonima del fiume, fu edificata anticamente nella terra posizionata tra entrambe, essendo chiamata questa regione Tartéside." (Strabone) 3,2.  &lt;br /&gt;"Sembra che in tempi anteriori questi luoghi si chiamavano Betis, Tartessos e Gades, e le isole vicino Eriteia. Così si spiega che Estesícoro, parlando del pastore Gerión dicesse che era nato di fronte all'illustre Eriteia, vicino alle fonti immense di Tartessos, di radici argentee, in un nascondiglio della roccia." (Strabone) Geografia 3,2,11.:  &lt;br /&gt;Rispetto alla prima descrizione, merita il commento che le due fonti (bocche) alle quali si riferisce stavano situate già nella sbarra arenosa del Guadalquivir che separava mare e laguna interna, benché sia anche certo, come vedremo, che le due bocche dello sbocco del Guadalquivir anteriormente ai tempi di Tartessos stavano all'uscita del Lago Ligustino autentico.  &lt;br /&gt;  &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-8t4y1mSOHKc/Ty7GKUFw4uI/AAAAAAAADNE/zC81N-jf2x4/s1600/Tartesso%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 212px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-8t4y1mSOHKc/Ty7GKUFw4uI/AAAAAAAADNE/zC81N-jf2x4/s400/Tartesso%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5705715658418873058" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Mappa di localizzazione generale dell'area della città Tartessos dove si nota il Golfo Tartésico ed il Lago Ligustino. Interpretazione alla Geografia della Ora Marittima&lt;/span&gt;  &lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;La seconda descrizione si riferisce anche a notizie antiche che ci indicano che un re mitologico di Tartessos, Gerión, Caureon o Caureonte nacque di fronte all'isola Eriteia o Eritía che sarebbe con moltissima probabilità l'estesa frangia di terra che va dal fiume Guadaira fino a Cadice, e che dimostra essere un'isola per essere avvolta a est dal fiume Guadalete che quasi confluisce nella sua nascita con il fiume Guadaira. Certamente questa "isola" ha avuto, e ha ancora, una tradizione di bestiame e di tori valorosi. Pertanto se questa interpretazione fosse corretta, questo re pastore mitologico che fu vinto da Ercole o Herakles, Caureón, il cui nome farebbe riferimento a questo re mitologico nato in una grotta. Le "fonti immense del Tartessos, di radici argentee" sono le bocche del suo sbocco e, in seguito, giustificheremo le sue acque "argentee".   &lt;br /&gt;Passiamo ora a commentare il testo di Avieno in quello che si riferisce al percorso completo per il salato Golfo Tartésico, Sinus Tartessii, per la costa da Torre del Fico, a partire da dove crediamo che si trovasse l'isola Cartare, passando per Caura nelle bocche del fiume Tartessos (uscendo dal Lago Ligustino), continuando a costeggiare fino a Sanlucar, alla fine del Golfo, dove si trovava l'isola di Venere, che pensiamo fosse l'Algaida, e arrivando infine a Cadice.  &lt;br /&gt;[...] Dopo si trova l'isola di Cartare ed è una tradizione fondata quella che la dominarono in primo luogo i cempsos, respinti in seguito dalla guerra coi vicini, si sparpagliarono alla ricerca di distinti insediamenti. Si erge dopo la mole del monte Cassio e, partendo dal suo nome, la lingua greca chiamò prima casítero lo stagno. Segue la prominenza di un santuario e, sullo sfondo, la forza di Geronte che porta un antico nome greco, perché la letteratura dice che in passato a partire da lei dio diede il nome a Gerión (Vv 255-264)  &lt;br /&gt;L'isola di Cartare possiamo pensare che in principio fosse un'isola arenosa col suo bordo nord formato da materiale alluvionale antico per la parte dell'oceano e argillosa all'interno tra l'attuale Matalascañas e Torre Carboniera, separata della costa con un braccio di acqua formato dalla corrente di acqua proveniente dal ruscello della Rocina. Ma più che una sola isola potrebbe trattarsi di un'estensione considerabile del delta, abbia chi legge in conto che i greci per descrivere il delta di un fiume si riferivano indistintamente ad un’isola o a più isole, formate dalle alluvioni apportate congiuntamente dal ruscello della Rocina e del Guadiamar. Questa isola o isole sarebbero sommerse da cambiamenti morfologici continui e incerti perché ci sarebbe una lotta costante tra le ondate distruttrici dell'oceano e il sedimento periodico dei citati fiumi. In ogni caso la sua posizione strategica è importante per dominare l'entrata al Golfo, e ciò giustifica la lotta per il suo controllo.  Se, al contrario, l'isola di Cartare fosse la sbarra arenosa dell'Algaida, l'isola formata vicino a Bonaccia, Sanlucar di Barrameda che noi in principio abbiamo proposto come l'isola citata in un paragrafo posteriore come "isola devota a Venere" nel qual caso l'interpretazione di questo cambierebbe all'isola Salmedina, situata più meridionale ma anche esposta al tramonto del sole. Testimonia questa assegnazione all'isola di Cartare come "isola" dei cempsos, paese di stirpe celtica, il fatto di essere un'isola molto antica e di volume considerabile. Posteriormente l'Algaida si unirebbe alla terra per formare un gran tómbolo. Nonostante per il momento propendiamo per l'opzione contraria di Cartare situata nel bordo occidentale del Golfo Tartésico, perché sembra che la Ora Marittima fa il suo percorso nel senso degli aghi dell'orologio, incominciando per l'ovest e finendo nell'est.  &lt;br /&gt;Quindi appare il Monte Cassio, Dorso del Tamburo il cui riferimento allo stagno può doversi alle attività metallurgiche sviluppate in distinti villaggi vicino al citato ruscello, ad esempio Coperta Vecchia, o alla presenza di stagno alluvionale. Di seguito segue un capo dove si trovava un santuario tra Villamanrique e il pascolo di Sotto non lontano dal Braccio della Torre, o piuttosto questo santuario starebbe nella Cascajera. Sullo sfondo si vede la forza di Gerión (Arx Gerontis) che sarebbe il capo di Coria e la sua cittadella disposta come una magnifica sentinella con deposito di sedimenti portati dal fiume sottostante, ma che in certe occasioni ha causato l’abbassamento della sua altezza di 5-7 m rispetto a quel momento che avrebbe circa 30 m sul livello delle acque del mare che domina. Sarebbe Caura il castello che, secondo Schulten, i cartaginesi distrussero prima di attaccare e devastare Tartessos. Caura era l'ultimo vertice del golfo Tartésico nel Cornicione dell'Aljarafe.   &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;Prima di passare ai seguenti versi dobbiamo fare un'osservazione molto importante perché il testo di Avieno mostra un'interpretazione del periplo che mise in versi oltre l’originale, e conseguentemente introdusse un grave errore. In effetti Avieno conosceva Gadir, come si deduce dal testo,  perché scrive riferimenti con sue osservazioni dirette. Avieno fu proconsole della Betico o, con più possibilità, del Nord Africa, quindi personalmente visitò Cadice e i paraggi della sua costa. Per quel motivo Avieno insiste di nuovo sulla confusione tra Gadir, Gades, e Tartessos che era comune tra i romani per le ragioni che abbiamo già segnalato. Questo fatto fa che il testo originale sia inquinato con osservazioni personali di Avieno del IV d.C., quando il paesaggio del golfo era cambiato già totalmente e la sbarra arenosa che chiudeva l'estuario del Guadalquivir era nello stato attuale. Evidentemente questa confusione ha avuto molto peso tanto nell'interpretazione di Schulten come in quella di Gavala. Per il primo la localizzazione di Tartessos stava nella sbarra arenosa di Matalascañas, (che denominò Isola Cartare) che si prolunga fino a Bonaccia, e si trova effettivamente "davanti" a Cadice. Studi geologici recenti hanno dimostrato che la sbarra si andò formando progressivamente, rimanendo infine da nord-ovest a sud-est. Nell'epoca di Tartessos, le dimensioni dell’isola Cartare erano molto ridotte, mentre nell'epoca di Avieno aveva praticamente la disposizione del secolo scorso e lo sbocco del Guadalquivir in Bonaccia è lo stesso di oggi. D'altra parte Gavala interpreta che il fiume Guadalete è il fiume Tartessos e identifica Tartessos con Cadice, come fecero i romani e seguendo la descrizione letterale di Avieno nella sua confusione.  &lt;br /&gt;"Qui si trovano le ampie coste del golfo tartessico e dal fiume Ana, già famoso, fino a questi territori le imbarcazioni hanno un giorno di tragitto. Qui si trova la cittadella di Gadir, poiché nella lingua dei cartaginesi si nominava Gadir riferendosi ad un posto fortificato con mura. Questa stessa città fu denominata prima Tartessos, città importante e ricca in tempi remoti, ora povera, rimpicciolita, esclusa, e infine un semplice campo di rovine. Noi in questi paraggi, eccetto le cerimonie in onore di Ercole, non vedemmo niente degno di ammirazione. Invece, ebbe tale potere, perfino tale prestigio in epoche passate, se diamo credito alla storia che un re arrogante, e il più poderoso di tutti quelli che aveva il paese della Mauritania, molto stimato dall'imperatore Octaviano, Giubba, consegnato sempre allo studio delle lettere e allontanato per il mare che aveva in mezzo, si considerava molto distinto con l'onore del duunvirato nella sua città." (Vv 265-281).  &lt;br /&gt;Il fiume Ana, anteriore stazione del viaggio, è il Guadiana che sbocca in quello che chiama anteriormente Golfo Galattico o dei Celti, perché abitavano le sue coste paesi di questa cultura. Avieno identifica erroneamente Tartessos con Gadir che è anche molto decadente nel suo tempo. Il colto re Giubba II, 50 a.C. - 23 d.C., di Numidia nella provincia romana della Mauritania che possedeva un'importante biblioteca, riconosce lo splendore passato di Tartessos, perché probabilmente aveva letto molti testi antichi, alcuni di origine cartaginese scomparsi.&lt;br /&gt;Di seguito appaiono i versi più interessanti della Ora Marittima nei quali si localizza Tartessos tra le braccia del fiume Guadalquivir che fluisce dal Lago Ligustino. Perciò riproduciamo qui tanto il testo in latino come la sua traduzione.  &lt;br /&gt;"siate insulam Tartessus amnis ex Ligustino lacu per aperta fusus undique adlapsu ligat. neque iste tractu simplici provolvitur unusve sulcat subiacentem caespitem, scelta prega quippe parte eoi luminis infert in agri, preghi bis gemino quoque meridiano civitatis adluit." (Vv 285-290).   &lt;br /&gt; "Ma il fiume Tarteso, fluendo dal lago Ligustino, a campo (?), avvolge un'isola di piena col corso delle sue acque. Non corre avanti per un  alveo unico, né è uno solo a solcare il territorio che è offerto al passo, dunque, in realtà, per la zona in cui rompe la luce dell'alba, si getta in campagne coltivate per tre alvei; in due occasioni, e anche per due tratti, lava il settore meridionale della città". (Vv 285-290)  &lt;br /&gt;Qui si riferisce direttamente il racconto alle bocche del fiume, Tartessus amnis, che circondano la città per il sud, meridiano civitas, situata in un'isola.  Pertanto ci dice che il fiume dal lago Ligustino, ex Ligustino lacu, forma un delta interno dove il fiume si divide in tre braccia verso l'est che attraversano i campi, e a loro volta, logicamente per il sud, avvolgono l'isola dove si trova la città formando due bocche che danno al "Tartesii sinus."  &lt;br /&gt;Di qui si deduce che Tartessos è una città situata in un'isola nello sbocco verso il mare del fiume dello stesso nome. Avieno non cita logicamente la città per il suo nome, dato che anteriormente l'aveva confusa con Cadice, e contemporaneamente i romani confusero anche il Lago Ligustino, Ligustinii lacuus, con l'enorme insenatura che formava il mare nell'estuario del Guadalquivir, Tartesii sinus. La descrizione di Avieno chiaramente, non "corre per un alveo unico, si getta alla campagna coltivata per tre alvei" ci parla della configurazione deltaica dello sbocco. Noi abbiamo identificato l'antico meandro della Merlina come un'orma del paleodelta del Guadalquivir nello "stretto di Coria" e per tale motivo così abbiamo interpretato la mappa raccolta nella figura.&lt;br /&gt;Questo Golfo Tartésico in tempi storici costituì una laguna che si colmava di sedimenti, con una sbarra costiera formata da Sabbie Grasse che continuava a chiuderla. Per la parte interna i depositi alluvionali formerebbero le "Paludi Antiche". Questa laguna che anteriormente  &lt;br /&gt;aveva due bocche, come afferma Strabone, subì un’evoluzione fino a formare le paludi del Guadalquivir che oggi si trovano praticamente disseccate. Oggi il fiume ha un solo alveo ed un solo sbocco. Strabone che non visitò mai questi paraggi, nel suo lavoro Estesícoros, ambientato nel V a.C., è molto rigoroso, non toglie né mette niente, riproduce fedelmente i suoi scritti. Perciò se Eritía fosse un'estesa isola di fronte all'isola di Cadice fino a Due Sorelle, nel suo estremo capo si troverebbe di fronte alle "bocche" del Betis nel suo primitivo sbocco, ma, in una seconda  &lt;br /&gt; opzione, avrebbe dimensioni più ridotte arrivando approssimativamente fino a Trebujena dove si trovava lo sbocco agli inizi del primo millennio, ossia più simile all'attuale.  &lt;br /&gt;"Da parte sua, il monte Argentario si staglia sulla laguna; è così chiamato nell'Antichità per la sua bellezza e perché i suoi pendii brillano per l’abbondanza di stagno. Visto da lontano, irradia ancora più luminosità, quando il sole colpisce col fuoco le altezze delle sue cime. Questo stesso fiume,  &lt;br /&gt;inoltre, trascina nelle sue acque piccole quantità di stagno pesante e trasporta questo pregiato minerale fino alle muraglie. A partire da qui un'estesa regione si allontana dalle acque salate, e forma una pianura nell’entroterra. La razza degli etmaneos l'abita. E dopo, d'altra parte, fino ai terreni coltivabili dei cempsos, si estendono gli ileates su terre fertili; sebbene le zone marittime siano controllate dai cilbicenos." (Vv 291-304).  &lt;br /&gt;Nella laguna che è il lago Ligustino in una parte è configurato a paludi e a ovest con un gran braccio di acqua. Contiene un massiccio che emerge sulle acque e colpisce per la sua lucentezza. La lucentezza dei suoi pendii è attribuita ad un metallo, nella mia opinione, piuttosto che al minerale di  &lt;br /&gt;"stagno", bene potrebbe riferirsi alla galena o all'argento (argentita, in ragione del nome del monte) Argentarius. Potrebbe riferirsi anche a tutti contemporaneamente. Il senso di questo monte è misterioso. In primo luogo bisogna capire se si trova dentro o separato dall'isola e città di Tartessos.  &lt;br /&gt;In secondo luogo qual è l'origine del minerale o del metallo nello stesso? È per caso un tempio nel monte coperto da ferri da stiro argentati? &lt;br /&gt;Esporrò un'ipotesi che incastra perfettamente col testo. &lt;br /&gt;Si tratterebbe di una "isola" o penisola promontorio nella quale si porterebbero a termine lavori di scarico di minerali di stagno e piombo provenienti della Cassitérites lungo le rotte commerciali dei tartesios coi soci liguri. Anche l'argento portato per navigazione di Aznalcollar ed Almaden dall'altro estremo del lago coinvolgerebbe i liguri. Conseguentemente si effettuerebbero lavori di metallurgia. Se questa ipotesi fosse giusta si spiega la denominazione di "lago Ligure" ed in secondo luogo si risolve l'enigma della preminenza di Tartessos nel controllo sulle zone minerarie del nord della provincia di Onuba, Huelva, e Castulo (Linares), tanto lontane della metropoli.  &lt;br /&gt;In effetti per lo sviluppo della metallurgia del bronzo è necessario lo stagno o più concretamente il suo minerale cassiterita, che si importava da Bretagna, Inghilterra, Irlanda e Galizia, questo minerale era portato per i marini tartesios o suoi  soci liguri. Il rame si trova nel bacino del Riotinto, e riveste valore come merce di scambio. Per questo motivo centralizzando e  &lt;br /&gt;monopolizzando il suo uso si domina la metallurgia del bronzo e si spiega l’importanza di Tartessos. Dovrebbe stare in Tartessos il centro metallurgico principale del regno in ragione essenzialmente di tre premesse seguenti:  &lt;br /&gt;1, Tartessos era dove unicamente potrebbero scaricarsi stagno e piombo per dopo essere distribuiti alle fabbriche metallurgiche del resto della regione.  &lt;br /&gt;2, le rotte marine che servivano per l'approvvigionamento di quelle materie prime erano gelosamente protette proprio dalla monarchia tartésica  nella stessa metropoli. Le rotte marine tartésicos-liguri formati sotto l'amministrazione erano conosciute solo dai naviganti locali e questi erano esperti nella difficoltosa navigazione.  &lt;br /&gt;3, la produzione e raffinazione di metalli, vicino alla trasformazione in beni finali nelle vicinanze della metropoli dava alla città un predominio sul mercato. Questo gli permetteva il controllo di prezzi e dell'offerta/domanda tanto di materie prime come di prodotti di oreficeria o  altri già elaborati in tutta l'area di influenza della città. Oltre alla centralizzazione della produzione e/o commercializzazione del bronzo attraverso il controllo sulle materie prime essenziali, altrettanto si deve dire dell'argento il cui commercio era ancora più importante per la monarchia tartésica. Le galene argentifere della zona di Linares, Cástulo, hanno già l'ingrediente piombo in grado di fornire facilmente argento puro, e la metropoli Tartessos aveva il fiume navigabile con una rotta di uscita al mare comoda per il suo commercio.  &lt;br /&gt;Rispetto all'informazione apportata per quei versi, è significativo che il Guadalquivir non può sopportare grandi apporti di minerale o metallo di scarto dei lavori metallurgici che si sviluppano nelle prossimità dalla città. Come nel Monte Casius ebbero archeologicamente posto attività comprovate di metallurgia, nel monte Argentáreo in un posto vicino all'isola di Tartessos l'attività sarebbe di tale grandezza che si produsse un forte inquinamento delle acque e dell'aria. Questi versi ci parlano di lavori metallurgici intorno alla città fino alle sue mura e moli brillanti, grazie alla grande quantità di stagno lavorato.  In seguito la descrizione ci parla dei paesi situati nella sponda sinistra del Guadalquivir. Gli etmaneos collocati su terre salmastre, logicamente perché le sponde del lago Ligustino stavano allora retrocedendo, formando un paesaggio palustre e lasciandosi dietro terre salinizzate nelle paludi del Guadalquivir e nelle sue Isole. Oggigiorno in realtà i fiumi che affluiscono verso il Guadalquivir nel suo margine sinistro hanno acque molto saline (Guadaira) Corbones con diversi ruscelli denominati Salati. Invece nella parte sinistra che porta sul Lago Ligustino, fino a Villanueva del Fiume, ed a partire dallo stesso fiume Tartessos si trovava la fertile pianura del Guadalquivir fino ad arrivare approssimativamente da Cordova.&lt;br /&gt;"la cittadella di Gerente, e dopo il santuario sono separati in mezzo dal mare salato, e tra alte scogliere si ritaglia un'insenatura.Vicino al secondo massiccio sbocca un fiume abbondante. Quindi si erge il monte dei tartesios, coperto di boschi." (Vv 304-309) Questi versi sono difficili da interpretare e possono condurre a una possibile sistemazione dei versi nel testo una volta arrivati a Tartessos, perché si retrocede. Supponiamo che la cittadella di Geronte sia Caura e la punta del Santuario, affezionato a Cerere come pensiamo, sarebbe il Cascajera separatore per il mare. In questo caso tra le scogliere l'ampia insenatura si riferirebbe all'estuario del Riopudio, potendosi accettare anche la traduzione di ampio invece di "abbondante fiume." Supponiamo che il Monte dei Tartesios coperti di boschi di pinete e querce fosse il contorno dell'Alfajafe da Villamanrique ed avrebbe anche  boschi per la sponda destra del golfo di fronte a Coria. La sponda sinistra del golfo ha maggiore altezza fornendo scarpate mentre il bordo contrario  originerebbe spiagge.  &lt;br /&gt;"Subito si trova l'isola Eritía, di estese campagne coltivate e, in tempi passata, bassa giurisdizione punica; in realtà, furono coloni dell'antica Cartagine i primi a stanziarsi. Uno stretto separa Eritía dalla cittadella del continente in solamente cinque stadi" (Vv 310-314) In questi versi c'è un'interpretazione sui punici perché nel IV a.C. non erano ancora arrivati a queste terre. Solamente "cinque stadi separano Eritía dalla cittadella del continente". In questo senso stanno due ipotesi:  &lt;br /&gt;1, supporre che questa isola Eritía fosse il delta del fiume Tartessos all'uscita del lago Ligure. In questo senso altri autori si riferiscono a lei come "isole Eritías" e ricordi Chi legge che per i grigos la designazione di delta si fa come insieme di isole separate da distinte braccia di fiume.  &lt;br /&gt;2, questa isola può supporsi come una parte o tutta la "estesa" regione di campagna coltivata che va da Due Sorelle fino a Porto di Santa María, compresa tra i bacini dei fiumi Guadaira (porto di Irippo e Guadalete), Porto Menesteo e Porto Santamaría.  &lt;br /&gt;In relazione a questa seconda ipotesi di nuovo ci appare la confusione fra Tartessos=Gadir che alterò tutta la comprensione geografica dei romani rispetto al paesaggio invertito col tempo del pianterreno Guadalquivir, dal V a.C. al II a.C. avendo i fiumi Guadaira, con Irippo al suo  &lt;br /&gt;ingresso, e Guadalete, con Porto Menesteo all’altra sua entrata, bacini vicini e alcuni tratti molto ampi potrebbero confonde il navigatore mostrando l’entroterra come un'isola. In ogni caso, questi due bacini, Guadaira e Guadalete, potrebbero comunicare con un canale, ed essere attraversati da merci di contrabbando. Questa ipotesi è concordante con Caura = Forza di Gerión. In ogni modo la  &lt;br /&gt;tradizione situa Eritía di fronte a Cadice, a questo potè contribuire la confusione Tartessos = Cadice che abbiamo commentato. Finalmente la designazione Eritía andrebbe adottandosi esclusivamente per il massiccio Porto di Santamaría - Sherry - Trebujena-Sanlucar, hinterland naturale di Gadir e con popolazione libio-fenicia molto antica che aggirandolo permetteva di arrivare fino al bacino del Guadalquivir attraverso estuari e canali. Questo caso è argomentato da Genaro Chic e appare in qualche mappa araba. È sicuro che l'estremità inferiore di Eritía si trovava di fronte a Cadice,  &lt;br /&gt;perché fu l’hinterland vicino che assicurava a Cadice la sopravvivenza e come tale fu occupato dai punici. Questa isola è considerata una mitica campagna coltivata ricca di bestiame valoroso come racconta il mito di Gerión ed Ercole. Queste considerazioni in ogni modo sono in attesa di  &lt;br /&gt;contrastare con dati geologici. Un'altra possibilità è anche che il taglio trasversale della valle del Guadalquivir - recinti del Guadalete con il canale potesse stare a livello dei Palazzi (estuario del Braccio del Questo).  &lt;br /&gt;Escacena Carrasco sostiene che il capo del Santuario sarebbe il Carambolo, Letti, dove sta il famoso villaggio fenicio e in questo luogo si trovò una  figura della dea Astarte ed effettivamente un tempio dedicato a lei. D'altra parte si pensa che il santuario fenicio di Caura nel Dorso può attribuirsi  &lt;br /&gt;a Baal Saphon per il suo altare a forma di pelle di toro e per l’esistenza di altri manufatti in questo posto. Pensa questo autore che il Dorso di Caura sarebbe così quel Monti Cassio della Ora Marittima, poiché la divinità di Baal Saphon e assimilabile a Cassio. Senza dubitare dell'intepretazione sulle divinità e i relativi santuari, penso che l'assegnazione geografica data a quei due punti non coincide con la descrizione della Ora Marittima ed in particolare con la forza di Geronte situata di fronte al Santuario.  In ogni modo già stiamo girando a Cadice costeggiando l'estremo meridionale del Golfo.   &lt;br /&gt;"Per dove si dà il tramonto del giorno, c'è un'isola devota a Venere del Mare, e nella stessa un tempio di Venere, un eremo in roccia viva ed un oracolo"., Vv  314-317,  &lt;br /&gt;Qui finirebbe il percorso per le coste del golfo Tartésico, supponiamo che questi paraggi possono riferirsi a Sanlucar di Barrameda o a qualche luogo tra questo e Cadice che logicamente non è citata. Si sa che l'Algaida fu in tempi antichi un'isola e che si sono trovati lì resti di un antichissimo  &lt;br /&gt;tempio. L'isola dedicata alla divinità Venere romana, Afrodite greca, si riferirebbe logicamente alla corrispondente divinità tartésica. Un'altra possibilità è che si tratta dell'Isola di Salmedina, più concorde col fatto della natura rocciosa della stessa, dato che l'Algaida è un'isola arenosa.  &lt;br /&gt;Ora bisogna rendere merito a Schulten, per testimoniare il suo enorme lavoro per tirare fuori Tartessos dalla mitologia e mettere le basi di tutta la sua storiografia. La sua scoperta non ebbe successo per mancanza di basi geologice della dinamica fluviale del Guadalquivir e per le confusioni latine della denominazione del Lago Ligustino e l'equazione Cadice = Tartessos. Certamente le interpretazioni che qui si fanno non sono neanche matematiche, ma costituiscono un apporto rilevante per lavori futuri, per la sua consistenza con la cronologia delle descrizioni classiche e con la geologia della zona, asse spazio-tempo. per quel motivo bisogna citare letteralmente le premonitorie parole dello stesso Schulten: "Chi vuole può mettere in relazione i pre-tartesios con "la città dei liguri" che sembra essere stata una predecessora di Tartessos". Per continuare in una nota a piè di pagina: "Estéforos [dice] la città ligustina...vicino a Tartessos dovette stare nel lago ligure che avrebbe potuto prendere il suo nome; questo è verso Coria."&lt;br /&gt;Impressionanti queste parole di Schulten che egli stesso sottolinea nel testo:  "verso Coria"  &lt;br /&gt;È incontrovertibile che se i testi non mentono Tartessos si trovava in un'isola vicino allo sbocco del Guadalquivir e questo stava vicino a Coria. Tartessos occupava dunque una posizione strategica aperta al mare, nel Golfo Tartésico, nel vertice di una feconda valle con zone minerarie nelle sue prossimità a trasformarsi nel "mitico regno dell'antichità" solamente oscurato dalla viltà cartaginese che volle seppellire la sua storia. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Fonte: ARQUEOLOGOS Red Española de Historia y Arqueología&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-4846830862929631078?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/4846830862929631078/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/avieno-ora-marittima-dove-e-tartesso.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4846830862929631078'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4846830862929631078'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/avieno-ora-marittima-dove-e-tartesso.html' title='Avieno: Ora Marittima - dove è Tartesso?'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-8t4y1mSOHKc/Ty7GKUFw4uI/AAAAAAAADNE/zC81N-jf2x4/s72-c/Tartesso%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-122684559192292711</id><published>2012-02-04T12:56:00.001+01:00</published><updated>2012-02-04T12:58:24.957+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Archeologia: Individuato a Itaca il Palazzo di Ulisse.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-UlFOYjA5JXA/TYhWnDJjrgI/AAAAAAAABiw/0eewxJhtNBg/s1600/ulisse.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 331px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-UlFOYjA5JXA/TYhWnDJjrgI/AAAAAAAABiw/0eewxJhtNBg/s400/ulisse.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5586810566613380610" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Scoperto sulla splendida isola greca di Itaca il palazzo del celebre eroe omerico, Ulisse: si tratterebbe della casa dove la moglie Penelope lo aspettò per anni durante la mitica guerra di Troia e le successive avventure. La notizia è stata comunicata dal professor Athanasios Papadopoulos dell’Università di Ioannina, che con la moglie Lisa Papadopoulou Condorli coordina da sedici anni gli scavi sull’isola.&lt;br /&gt;La località dove sorge l’abitazione è Aghios Anastasios (Sant’Anastasio è il nome di una chiesa presente sul sito), luogo suggestivo chiamato dalla popolazione locale “Scuola di Omero”. Sulle due terrazze naturali che gravitano sulla costa scoscesa nacquero in periodi diversi due insediamenti: uno risalente all’età del Bronzo (1300 avanti Cristo circa), l’altro di epoca ellenistica. Tra le strutture databili all’età del Bronzo spiccano una fontana monumentale e alcune tavolette dipinte, confrontabili con i famosi palazzi di Agamennone a Micene e di Nestore a Pilo. È un uso comune, quando si parla di realtà risalenti all’epoca della Guerra di Troia, tra il 1300 e il 1200 avanti Cristo, denominarle convenzionalmente con il nome di personaggi dell’Odissea o dell’Iliade.&lt;br /&gt;In passato si erano già individuati “palazzi di Ulisse” in diverse località dell’isola di Itaca, dando luogo ogni volta a sospetti. La figura di Papadopoulos offre maggiori garanzie, ma alcuni studiosi pensano che ci siano degli elementi da approfondire. Andreas Sotiriou, Soprintendente dell’isola, e Bruno d’Agostino, archeologo dell’Università Orientale di Napoli che abita a Itaca, affermano che in un luogo dove si sono sovrapposte diverse realtà necessiterebbero dati stratigrafici più precisi. Per di più, negli esempi di Micene e di Pilo la struttura del palazzo è definita in un grande cortile racchiuso da numerose stanze, mentre a Itaca non si riesce ancora a cogliere la stessa chiarezza.&lt;br /&gt;Se le prossime campagne di scavo avalleranno l’ipotesi di Papadopoulos, la scoperta del palazzo di Ulisse andrebbe a inserirsi in un periodo felice per l’archeologia ellenica. Infatti, il direttore della Scuola Archeologica Italiana ad Atene, Emanuele Greco, ha segnalato che a Salamina e a Sparta spedizioni diverse stanno indagando costruzioni che sembrano proprio palazzi e che già vengono definiti palazzo di Menelao e palazzo di Aiace. Particolarmente a Sparta, sono state scoperte molte tavolette di un archivio in Lineare B, la scrittura dell’epoca micenea, e pareti affrescate con pitture: circostanze che confermano che quella struttura aveva dignità regale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Immagine da www.settemuse.it&lt;br /&gt;Fonte: Archeorivista&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-122684559192292711?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/122684559192292711/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/scoperto-sulla-splendida-isola-greca-di.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/122684559192292711'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/122684559192292711'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/scoperto-sulla-splendida-isola-greca-di.html' title='Archeologia: Individuato a Itaca il Palazzo di Ulisse.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-UlFOYjA5JXA/TYhWnDJjrgI/AAAAAAAABiw/0eewxJhtNBg/s72-c/ulisse.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-6200464691451637661</id><published>2012-02-03T11:12:00.003+01:00</published><updated>2012-02-03T11:19:49.751+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>STAGE DI ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-RhP2vyBy0As/Tyu0v0VYNxI/AAAAAAAADM4/HED_Tuv3rqQ/s1600/arch.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 354px; height: 229px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-RhP2vyBy0As/Tyu0v0VYNxI/AAAAAAAADM4/HED_Tuv3rqQ/s400/arch.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5704852086590027538" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L’associazione culturale “Archeologia Sperimentale” organizza uno stage di archeologia sperimentale sulle tecnologie dell'uomo della Preistoria.&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;Sabato 17 e domenica 18 marzo 2012 ore 09.00 - 17.00&lt;br /&gt;Lo stage si svolgerà a Prato ed è rivolto ad archeologi, studenti di Scienze Umanistiche e Naturali, insegnanti, operatori museali, guide archeologiche, naturalistiche, ambientali o turistiche, operatori culturali e  semplici appassionati. Tale corso tratta la tecnologia dell'Uomo nella Preistoria.&lt;br /&gt;All'interno di esso verranno affrontati diversi procedimenti&lt;br /&gt;tecnologici dei nostri antenati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Programma&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Riconoscere le materie prime adatte alla scheggiatura (la selce, il diaspro, l'ossidiana, le quarziti...); analizzare le varie tecniche di scheggiatura (diretta, indiretta, pressione e ritocco) e le regole che determinano la scheggiatura, oltre alla prova pratica da parte dei partecipanti.&lt;br /&gt;I partecipanti produrranno sperimentalmente alcuni distacchi per produrre qualche strumento attraverso il ritocco a pressione, che serviranno per realizzare manufatti durante lo stage&lt;br /&gt;Produzione di cordicelle realizzate ritorcendo fibre vegetali, tendini e budella di animali. &lt;br /&gt;Vedremo quali sono gli usi e i vantaggi del fuoco, oltre alle tecniche di accensione (con percussione e frizione), attraverso la dimostrazione e le prove pratiche.&lt;br /&gt;Verrà lavorata la pelle, spiegata la modalità di concia attraverso la dimostrazione e la prova pratica del raschiamento di una pelle.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda i colori minerali, verranno presentati l'ocra e altri ossidi e minerali; si affronterà la loro preparazione e utilizzo, con realizzazione di pennelli, tamponi, e altri strumenti che verranno utilizzati per le diverse tecniche pittoriche (compresa quella a spruzzo).&lt;br /&gt;I partecipanti potranno realizzare una collana utilizzando la steatite e conchiglie fossili e attuali, &lt;br /&gt;Lavorare l'osso; produrre aghi d'osso e con le relative crune.&lt;br /&gt;Infine verranno eseguite prove pratiche di utilizzo di armi come il propulsore e il bolas.&lt;br /&gt;I partecipanti al termine dello stage avranno sperimentato personalmente le varie attività e quindi saranno pronti per svolgere laboratori a terzi sull’accensione del fuoco con le pietre focaie, sulla realizzazione di pitture preistoriche con tecnica a spruzzo, sulla realizzazione di aghi d’osso e monili in conchiglia e steatite per mezzo della levigazione, sulla realizzazione di perforatori e grattatoi in selce, e sulla produzione di cordicelle in fibre vegetali e animali.&lt;br /&gt;Durante lo stage, verranno illustrate norme sulla sicurezza e regole per poter gestire le varie tecnologie ad un pubblico di ragazzi o adulti senza farsi male.&lt;br /&gt;Inoltre potrò fornire materie prime come: pietre focaie, steatite e alabastro per realizzare monili, parti o palchi interi di cervo, ocra rossa o gialla.&lt;br /&gt;Gli oggetti prodotti durante lo stage rimarranno di loro proprietà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il costo delle 2 giornate di stage è di € 250,00, IVA esclusa a persona, escluso vitto e alloggio. La città dove si svolgerà lo stage sarà Prato. Per dormire, a 20 minuti da Prato c'è un B&amp;B a €40 in singola €50 doppia e €60 in tripla con colazione. Il B&amp;B si trova a Quarrata (PT). Chi non è automunito, può approfittare del nostro passaggio fino al luogo in cui si svolgerà lo stage. Se il B&amp;B è al completo, ci sono altri alberghi economici nella zona. I giorni dello stage saranno 17 e 18 marzo 2012, dalle ore 09,00 alle 17. Per chi arriverà il venerdì, possiamo renderci disponibili per il pomeriggio dalle ore 17.00. Possiamo accompagnarvi al B&amp;B con la nostra auto, per chi arriverà in treno a Pistoia o Prato, e riprendervi la mattina del sabato per andare nel luogo dove svolgeremo lo stage. Il pomeriggio del sabato fino a dopo cena restiamo a disposizione dei partecipanti. &lt;br /&gt;I posti sono limitati a circa 7-9 partecipanti. Il pagamento dello stage è da effettuare al momento dell’iscrizione.&lt;br /&gt;Alla fine del corso può essere richiesto l’attestato.&lt;br /&gt;Per informazioni:&lt;br /&gt;www.archeologiasperimentale.it&lt;br /&gt;info@archeologiasperimentale.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-6200464691451637661?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/6200464691451637661/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/stage-di-archeologia-sperimentale.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6200464691451637661'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6200464691451637661'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/stage-di-archeologia-sperimentale.html' title='STAGE DI ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-RhP2vyBy0As/Tyu0v0VYNxI/AAAAAAAADM4/HED_Tuv3rqQ/s72-c/arch.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-7174348786159808669</id><published>2012-02-02T07:20:00.002+01:00</published><updated>2012-02-02T07:24:33.804+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Toscana. dai santuari nuragici ai tumuli etruschi.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-T0J4wd52l5Q/TyosGhL_2wI/AAAAAAAADMs/kGhaELwBY-8/s1600/Navicelle%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 372px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-T0J4wd52l5Q/TyosGhL_2wI/AAAAAAAADMs/kGhaELwBY-8/s400/Navicelle%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5704420368517683970" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Navi di bronzo&lt;br /&gt;di  Valerio Giovannini&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;In Toscana, nell'ambito dell'XI edizione de "Le Notti dell’Archeologia”, che quest'anno ha come tema "Le acque degli Antichi", il museo civico archeologico "Isidoro Falchi" di Vetulonia ha presentato la mostra “Navi di bronzo. Dai Santuari nuragici ai Tumuli etruschi di Vetulonia". &lt;br /&gt;Il tema delle acque (risorsa idrica, spazio e strumento di dialogo commerciale e culturale) è lo sfondo ideale per un'esposizione che si incentra sui contatti fra civiltà ed etnie differenti e sugli scambi intrapresi fra l’etrusca Vetulonia e la Sardegna sin dall’Età del Bronzo. &lt;br /&gt;La mostra indaga in particolare la complessa trama di rapporti fra la fascia costiera peninsulare toscana e la terra dei Sardi per evidenziare e chiarire il ruolo della componente nuragica e il peso della marineria vetuloniese nella distribuzione di oggetti importati e prodotti nei primi secoli dell’Età del Ferro. &lt;br /&gt;Fulcro tematico e perno scenografico dell’esposizione sono le barchette bronzee. "Reperti che - spiega la direttrice del Museo di Vetulonia, Simona Rafanelli - possono a tutti gli effetti essere considerate la prima evidenza che collega la Sardegna nuragica al mare e Vetulonia alla Sardegna e al mare e che rappresentando idealmente una serie di ideogrammi che raccontano la storia incrociata dei due popoli del Mediterraneo”. &lt;br /&gt;Chiave di lettura dell'esposizione sono le categorie ideali del mare, dell’acqua e del vino. A questo alludono infatti le navicelle (tradizionalmente interpretate quali lucerne o brucia profumi, che riproducono imbarcazioni ornate da protomi zoomorfe) e le fiaschette di tipo cipriota (riprodotte in miniatura negli omonimi pendagli bronzei) e le brocchette a collo obliquo e ventre arrotondato (che contenevano la preziosa bevanda, vero e proprio status symbol delle aristocrazie etrusche). C'è poi la classe delle armi e oggetti dell'ornamento personale rappresentati, nella forma simbolica di amuleto, da “faretrine” e bottoni nuragici. Reperti che si intrecciano e convivono all’interno di un itinerario che, per quanto riguarda la distribuzione dei materiali, esula volontariamente da una netta distinzione fra isola e continente. &lt;br /&gt;Il percorso espositivo si ispira al tema più generale dell’eterno flusso e riflusso delle onde del mare, snodandosi attraverso un intricato sistema di realtà e simbolo, di allusioni e rimandi, di importazioni e riproduzioni e guidando il visitatore alla conoscenza di quegli oggetti che rappresentano il lascito materiale di una stretta relazione fra comunità etrusche ed isolane che risale a un’epoca remota e che coniuga gli estremi di un rapporto capace di promuovere dinamiche di sviluppo, crescita e integrazione culturale. &lt;br /&gt;Per sottolineare la particolare dialettica instauratasi fra le città dell’Etruria settentrionale costiera e le principali isole del Tirreno. Al termine del circuito di visita, una sezione specifica è riservata all'unica città etrusca sorta sul mare: Populonia. Su questo tema, in ottobre, è previsto il Convegno di Studi Etruschi e Italici incentrato sui rapporti fra la città sul Golfo di Baratti e la Corsica. &lt;br /&gt;Chiude la mostra il forte segno iconico del Tridente della tomba a Circolo di Vetulonia, per rappresentare una sorta di “passaggio di testimone” del dominio sul mare dalla Sardegna nuragica dell’Età del Bronzo alle città etrusche della costa tirrenica, prima fra tutte Vetulonia. &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Le navicelle nuragiche &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Le ‘barchette’ o ‘navicelle’ sono un prodotto caratteristico della civiltà nuragica e costituiscono un eccezionale documento che ci parla di un vasto mondo di conoscenze: carpenteria navale, rotte, commerci, organizzazione sociale ed economica senza dimenticare la loro valenza quale segno di prestigio e potere che solo può spiegare la conservazione in luoghi ed epoche anche molto lontane, rispetto a quella della fabbricazione. &lt;br /&gt;Questi reperti si ritrovano frequentemente nella penisola in corredi funebri (soprattutto a Vetulonia) e in ripostigli dell’Etruria tirrenica ma anche oltre, nella Campania villanoviana ed in Calabria. &lt;br /&gt;Ognuna di queste navicelle non solo è un’opera di raffinato artigianato artistico e un oggetto prezioso e sacro, ma è anche un racconto e un messaggio che segue schemi e stilemi ricorrenti e dunque perfettamente comprensibili ai contemporanei quanto lo sono per noi sigle e stemmi. &lt;br /&gt;Oggetto di dono tra capi o tra individui eminenti, le navicelle sono simbolo degli scambi commerciali e dei rapporti personali. Ma c’è di più. Esse potrebbero essere il segno dell’acquisizione di costumi esotici, di rituali stranieri da parte delle elites villanoviane per via del prestigio che esse dovevano presentare ai loro occhi. E' questo il caso delle fiaschette, ove testimoniano il costume di assumere bevande di tipo alcolico. &lt;br /&gt;Oggetti caricati di valore simbolico e sacrale che in Sardegna sono presenti esclusivamente in contesti santuariali (pozzi sacri e templi), le navicelle bronzee, in Etruria, provengono da corredi tombali. A testimoniare ancora una volta come le forme di tesaurizzazione fino alla piena età Orientalizzante (VII a.C.) fossero esclusivamente di tipo privatistico. &lt;br /&gt;Sulla base dei dati archeologici e metallurgici e dello studio delle costruzioni navali antiche, la produzione delle barchette nuragiche si colloca all’apogeo della Civiltà Nuragica, nella piena padronanza delle risorse interne ed esterne che hanno determinato la presenza riconosciuta e ‘qualificata’ della Sardegna sulle rotte commerciali del Mediterraneo. &lt;br /&gt;Così come i modellini di nuraghe (frequentissimi in pietra e in bronzo ed in dimensioni da scultoree a miniaturistiche) rappresentano sia il monumento che la comunità che lo aveva prodotto, anche i modellini di nave simboleggiano sia la nave che il gruppo sociale che nei commerci, nella marineria e molto probabilmente anche nella pirateria, traeva il sostentamento per sé e per coloro che restavano a terra. &lt;br /&gt;Il richiamo a terra, costante in Ulisse e nei suoi compagni, che in tutte le traversìe mantenevano il senso della loro identità e la tensione continua al “ritorno”, appare raffigurato, nelle navicelle, dal giogo di buoi, volto sempre verso la poppa come nelle barchette da Meana e dalla Tomba del Duce di Vetulonia, dalla protome bovina a prua, spesso riconoscibile dalle sferette sulla punta delle corna, come in una delle barchette dalla Tomba delle Tre Navicelle, dalle colonnine che rappresentano modellini di nuraghe come nell’‘albero’ di navicella da Furtei, dagli animali terrestri, come le volpi o i cani sulla barchetta da Meana, talvolta composti in scenette di caccia, come i due cani con il cinghiale sulla navicella dalla Tomba del Duce di Vetulonia. &lt;br /&gt;Prezioso documento della signoria nuragica dell’età del bronzo finale (al tempo stesso metallurgica, navale e commerciale) non stupisce infine che in questi oggetti permanesse una forte valenza simbolica anche in epoca avanzata ed in ambito tirrenico, cosa che spiega la lunga tesaurizzazione di questi manufatti anche presso i discendenti (a Vetulonia, che del mondo nuragico ha raccolto le più vive ed importanti tradizioni, finivano come arredo di tombe principesce oppure divenivano offerta sacra in santuari portuali come Gravisca, Capo Colonna, Porto di Ostia). &lt;br /&gt;“D’altra parte – conclude Simona Rafanelli – come si è già osservato, se i primi imperatori romani hanno voluto far risalire ad Enea e a Venere la propria stirpe, perché mai i principi vetuloniesi potevano esitare a richiamare fra i propri avi i mitici guerrieri, navigatori e pirati del Popolo delle Torri?”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-7174348786159808669?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/7174348786159808669/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/toscana-dai-santuari-nuragici-ai-tumuli.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7174348786159808669'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7174348786159808669'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/toscana-dai-santuari-nuragici-ai-tumuli.html' title='Toscana. dai santuari nuragici ai tumuli etruschi.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-T0J4wd52l5Q/TyosGhL_2wI/AAAAAAAADMs/kGhaELwBY-8/s72-c/Navicelle%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-3841741068587715891</id><published>2012-02-01T06:38:00.004+01:00</published><updated>2012-02-01T06:45:46.721+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Scoperto in Siberia il cane più antico</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-N2dBWd60-wc/TyjRLAVTQUI/AAAAAAAADMU/LWxcReW89t4/s1600/cane%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 334px; height: 222px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-N2dBWd60-wc/TyjRLAVTQUI/AAAAAAAADMU/LWxcReW89t4/s400/cane%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5704038915062841666" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Altai: Scoperto il cane addomesticato più antico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ritrovamento del cranio di un cane risalente a circa 33.000 anni fa, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in Siberia, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell’uomo, in questo caso dei cani.&lt;br /&gt;Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in Belgio, questi resti indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani è stata una pratica avviatasi autonomamente in diverse zone geografiche e che ha avuto luogo non nello stesso momento storico, ma in diverse fasi. Questo vuol dire che i migliori amici degli uomini possono avere origini da antenati diversi, contrariamente a quello che invece sostengono le verifiche del DNA fatte sino a oggi.&lt;br /&gt;Secondo quanto affermato da un team di ricercatori dell’Università dell’Arizona, entrambi i cani, ossia quello siberiano e quello belga, sono stati identificati come specie addomesticate in base alle loro caratteristiche morfologiche. Questa affermazione si basa sul fatto che i lupi hanno il muso lungo e sottile, con i denti non ravvicinati, mentre il processo di addomesticazione ha portato (con il passare del tempo) all’accorciamento del muso, all’ampliamento della mandibola e all’avvicinamento dei denti.&lt;br /&gt;Tra l’altro, il cranio ritrovato nelle montagne della Siberia è straordinariamente ben conservato, cosa che ha permesso agli archeologi di poter effettuare delle misurazioni molto accurate e da diverse angolazioni del cranio, dei denti e della mandibola.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-RwnGOaj7qRg/TyjRQJJ-2MI/AAAAAAAADMg/NZhI_oEg8RY/s1600/cane%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 317px; height: 151px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-RwnGOaj7qRg/TyjRQJJ-2MI/AAAAAAAADMg/NZhI_oEg8RY/s400/cane%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5704039003330631874" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;I ricercatori, che hanno utilizzato l’acceleratore dell’Università dell’Arizona per poter arrivare a una datazione precisa del cranio ritrovato in Siberia, hanno anche aggiunto che ci sono prove sufficienti del fatto che si tratti di un animale domestico, anche se la cosa più curiosa è che non sembra essere un possibile antenato dei cani contemporanei.&lt;br /&gt;I resti di questo animale sono stati ubicati, cronologicamente parlando, poco prima dell’ultima glaciazione, ossia quindi tra 26.000 e 19.000 anni fa, quando le distese di ghiaccio avevano raggiunto la loro massima estensione e avevano modificato in modo estremamente drammatico la vita degli esseri umani e degli animali. E sembra che né il lignaggio del cane belga né quello del cane siberiano siano riusciti a sopravvivere a un’era tanto spietata dal punto di vista della qualità della vita.&lt;br /&gt;Senza dubbio, i due crani indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani da parte degli esseri umani è una pratica che si è verificata in diverse occasione nel corso della storia, e in diverse località geografiche: questa affermazione potrebbe voler dire che i cani del giorno d’oggi potrebbero avere diversi avi diversi invece che un unico antenato comune come si ipotizza da più parti.&lt;br /&gt;Secondo i ricercatori, il fatto più interessante è che solitamente, ed erroneamente, si tende a pensare che l’addomesticamento nei tempi antichi sia stato circoscritto ad animali che, come mucche, pecore e capre, avessero qualche utilità come fonti di cibo o di pelliccia da utilizzare per gli indumenti. I cani, invece, sono stati addomesticati non perché fossero in grado di diventare fornitori di un qualche tipo di “prodotto”, ma come animali da compagnia, di aiuto nella caccia e, non per ultimo, per la maggiore protezione indivuduale in un periodo in cui la vita certo non doveva essere facile. E sono stati addomesticati prima di qualsiasi altro animale simile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fonte: Archeorivista&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-3841741068587715891?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/3841741068587715891/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/scoperto-in-siberia-il-cane-piu-antico.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/3841741068587715891'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/3841741068587715891'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/02/scoperto-in-siberia-il-cane-piu-antico.html' title='Scoperto in Siberia il cane più antico'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-N2dBWd60-wc/TyjRLAVTQUI/AAAAAAAADMU/LWxcReW89t4/s72-c/cane%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-4776429734560299339</id><published>2012-01-31T07:18:00.008+01:00</published><updated>2012-01-31T07:46:43.974+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Eventi'/><title type='text'>Mostre ed eventi della settimana: Navicelle nuragiche, Corso di archeologia e Stele Nora</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-ABTARIGTkpg/TyeIwgfVcSI/AAAAAAAADLk/IPouJCXuFPU/s1600/1%2Bbis.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 180px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-ABTARIGTkpg/TyeIwgfVcSI/AAAAAAAADLk/IPouJCXuFPU/s400/1%2Bbis.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5703677820024484130" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Alcuni eventi dei prossimi giorni: Navicelle nuragiche, Corso di archeologia e Stele Nora.&lt;span style="font-style:italic;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Mostra sulle navicelle nuragiche - Bovolone (VR)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Venerdì scorso si è inaugurata a Bovolone, comune in provincia di Verona, la mostra Sutiles Naves che ha per tema la navigazione nell’età del bronzo e le navicelle della Sardegna nuragica.&lt;br /&gt;L’evento, fortemente voluto  dall’Associazione dei Sardi di Verona sta già riscuotendo un forte consenso tra i  visitatori che hanno apprezzato in particolar modo le ricostruzioni in scala delle barche cucite, realizzate secondo le tecniche utilizzate in antichità dalle carpenterie navali mediterranee e sicuramente anche dalle marinerie nuragiche.&lt;br /&gt;Per dare risalto all’iniziativa il Comune di Bovolone ha messo a disposizione i prestigiosi locali delle Cantine del Vescovo, che ospiteranno i modelli e i pannelli descrittivi fino al primo febbraio.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-83ok9i7N1I0/TyeI6xbNXSI/AAAAAAAADLw/2VGWf-q5SUM/s1600/bovolone.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 322px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-83ok9i7N1I0/TyeI6xbNXSI/AAAAAAAADLw/2VGWf-q5SUM/s400/bovolone.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5703677996369272098" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La realizzazione e l’allestimento sono a cura dell’associazione culturale Archistoria di Sinnai, che ha inviato a Bovolone per la presentazione e per guidare i visitatori nel percorso conoscitivo Gerolamo Exana, membro del direttivo.&lt;br /&gt;All’inaugurazione, oltre al sindaco e alle altre autorità di Bovolone, erano presenti in rappresentanza di Sinnai gli assessori Franco Matta e Massimo Leoni e i presedenti della Federazione Associazioni Sardi in Italia Serafina Maxia e dei Sardi di Verona Maurizio Solinas e Salvatore Pau.&lt;br /&gt;I comuni di Bovolone e Sinnai, gemellati tra loro, hanno patrocinato l’iniziativa che si colloca nell’ambito delle manifestazioni associate all’importante fiera agricola e alla festa del patrono San Biagio.&lt;br /&gt;In fiera è stato inoltre allestito uno stand con i prodotti  enogastronomici sinnaesi.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Corso di Storia e Archeologia - Monserrato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L'Associazione Culturale "Giuseppe Verdi” presenta la prima edizione del Corso di storia e archeologia della Sardegna, un ciclo di sei lezioni condotte da Pierluigi Montalbano che si terranno ogni Giovedì a Monserrato, in Via Traiano 17a, dalle ore 19.00 alle 20.30. &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-8mS3GFRqEk8/TyeKbL7JlYI/AAAAAAAADL8/SWmDCxZjX_I/s1600/locandina%2BMonserrato.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 314px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-8mS3GFRqEk8/TyeKbL7JlYI/AAAAAAAADL8/SWmDCxZjX_I/s400/locandina%2BMonserrato.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5703679652750005634" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Giovedì 2 Febbraio - Dall'ossidiana al rame&lt;br /&gt;Giovedì 9 Febbraio - Domus de Janas e Tombe di Giganti&lt;br /&gt;Giovedì 16 Febbraio - L'alba dei nuraghi&lt;br /&gt;Giovedì 23 Febbraio - Sardi in oriente&lt;br /&gt;Giovedì 1 Marzo - Bronzetti e navicelle: la miniaturizzazione&lt;br /&gt;Al termine del corso è prevista una visita guidata al Museo Archeologico di Cagliari&lt;br /&gt;Per informazioni inviare una email a: pierlu.mont@libero.it o contattare Mariella Spiga, 070570336&lt;br /&gt;Ingresso libero&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Presentazione Stele di Nora - Cagliari&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Salvatore Dedola sarà relatore sulla STELE DI NORA presso la Società degli Operai, via XX Settembre 80, Cagliari.&lt;br /&gt;Dopo aver tradotto integralmente e&lt;br /&gt;commentato la Stele di Nora, da otto anni&lt;br /&gt;Dedola presenta al mondo i risultati&lt;br /&gt;attraverso Internet (www.linguasarda.com) e mediante i&lt;br /&gt;singoli libri di etimologie sardo-semitiche che via via sta&lt;br /&gt;pubblicando.&lt;br /&gt;Considerando l’ovattata eco dell’avvenimento, decisamente&lt;br /&gt;immeritata vista la somma importanza del documento, Dedola ha deciso di&lt;br /&gt;presentare direttamente la Stele a Cagliari, il 1° febbraio in Via XX Settembre 80, alla Società degli Operai, ore 16.45, e di seguito in altri paesi dell’Isola,&lt;br /&gt;nonché in Continente, per consentire una presa di coscienza maggiore&lt;br /&gt;nonché un auspicabile progresso culturale.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-q09cDpuT8TQ/TyeNjKXwEZI/AAAAAAAADMI/0ORxyrR3Wd4/s1600/stele.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 284px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-q09cDpuT8TQ/TyeNjKXwEZI/AAAAAAAADMI/0ORxyrR3Wd4/s400/stele.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5703683088306934162" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La STELE DI NORA è il documento&lt;br /&gt;scritto più antico dell’Occidente, e segna&lt;br /&gt;l’inizio dell’avventura della scrittura in Sardegna. Dalla sua lettura si&lt;br /&gt;evincono e documentano, per via linguistica, diversi tratti della civiltà&lt;br /&gt;sarda intorno al Mille avanti l’Era volgare.&lt;br /&gt;Considerata la somma importanza del documento, dopo la&lt;br /&gt;lettura verrà aperto un dibattito e un reciproco scambio di opinioni. La&lt;br /&gt;lettura sarà ripresa dalla Televisione, cui seguirà la trasmissione&lt;br /&gt;via Internet.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-4776429734560299339?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/4776429734560299339/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/mostre-ed-eventi-della-settimana.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4776429734560299339'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4776429734560299339'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/mostre-ed-eventi-della-settimana.html' title='Mostre ed eventi della settimana: Navicelle nuragiche, Corso di archeologia e Stele Nora'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-ABTARIGTkpg/TyeIwgfVcSI/AAAAAAAADLk/IPouJCXuFPU/s72-c/1%2Bbis.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-1969846983341444737</id><published>2012-01-30T07:31:00.003+01:00</published><updated>2012-01-30T07:40:49.519+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Navigazione'/><title type='text'>Il Paradiso Terrestre scoperto da Cristoforo Colombo - 3° e ultima parte</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Fonte: Pino Cimò,&lt;br /&gt;tratto da: IL NUOVO MONDO: La scoperta dell'America nel racconto dei grandi navigatori italiani del Cinquecento&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Editoriali GIORGIO MONDADORI 1991 - MILANO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo la &lt;a href="http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-paradiso-terrestre-scoperto-da.html"&gt;prima parte sul racconto di Cristoforo Colombo&lt;/a&gt;, e &lt;a href="http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/la.html"&gt;la seconda pubblicata sabato scorso&lt;/a&gt;, ...ecco la 3° e ultima parte. Buona Lettura.&lt;br /&gt;Io ho già detto ciò che ho scoperto di quest'emisfero e della sua conformazione e credo che se oltrepassassi la linea equinoziale (cfr. prima) e raggiungessi la zona più alta, troverei un clima ancora più mite e maggiore diversità nelle stelle e nelle acque. E non perché io creda che sia possibile navigare nel punto più alto né che vi sia acqua o che vi si possa salire ma soltanto perché sono convinto che in quel luogo vi sia il Paradiso Terrestre dove nessuno può arrivare tranne che per volontà divina. Io penso che la terra che ora le Vostre Maestà hanno ordinato di scoprire sia grandissima e che ve ne siano molte altre di cui non si è mai avuto notizia a sud. Io non penso che il Paradiso Terrestre – come è stato scritto - abbia la forma di un'aspra montagna, ma sono convinto che esso sia situato in cima al luogo che ha l'aspetto del picciuolo della pera e che avanzando verso di esso, da lontano, a poco a poco si comincia a salire verso di esso. Credo che, come ho detto, nessuno può salire fino in cima ma che l'acqua sgorghi da quel luogo - benché sia lontanissimo - e finisca per sfociare lì da dove io vengo dando vita a un lago. Questi sono indizi importanti dell'esistenza in quel posto del Paradiso Terrestre perché la località corrisponde all'opinione dei santi e dei sacri teologi. Così pure io reputo che questi indizi siano attendibili perché io non ho mai né letto né udito che una tale quantità di acqua dolce potesse essere così vicina e compenetrata con l'acqua salata. Il fenomeno è reso possibile dal clima mitissimo. Se, poi, l'acqua non dovesse provenire dal Paradiso ci sarebbe da meravigliarsene ancora di più, perché non credo che nel mondo si abbia conoscenza di un fiume così grande e così profondo. Il giorno dopo che uscii dallo Stretto del Drago, che dei due è quello che sta a nord e che io stesso battezzai così, ricorreva la festività della Madonna d'Agosto e io osservai che dall'ora della messa - quando ripresi la navigazione -all'ora di compieta percorsi 65 leghe di quattro miglia ciascuna: eppure il vento non era forte ma piuttosto leggero. Questo conferma la teoria che, da lì andando a sud si sale; andando, invece, a nord - come stavo facendo - si scende. Io sono certo che le acque del mare si spostano da oriente a occidente come i cieli e che quando attraversano questa nona il loro corso è più veloce ed è per questo che asportano una grande quantità di terra. Ed è questa la ragione dell'esistenza di tante isole. Queste a loro volta forniscono la prova del fenomeno di cui sto parlando perché quelle che si estendono trasversalmente, da occidente a oriente, a nord-ovest e a sud-est, sono larghe e basse; quelle invece che sono situate, da nord a sud, a nord-est e a sud-est sono strette perché sono poste in senso contrario agli altri venti di cui ho parlato. In queste terre, grazie al clima mite e al fatto che sono le più alte della terra, nascono cose preziose. È vero che in alcune località le acque sembrano seguire un corso diverso. Ma ciò avviene solo in alcuni punti dove hanno dirimpetto qualche terra e questo crea l'impressione che esse si muovano in direzioni opposte.&lt;br /&gt;Plinio scrive che il mare e la terra formano assieme una sfera e afferma che questo mare Oceano costituisca la maggiore quantità d'acqua e che esso sia rivolto verso il cielo mentre la terra è situata sotto di esso e gli faccia da sostegno. Cielo e mare, poi, sono uniti l'uno all'altro come il frutto ancora non maturo della noce con la spessa cartilagine da cui è avvolto. Il Maestro della Storia Scolastica, dissertando sul libro della Genesi, afferma che le acque sono pochissime perché quando furono create coprivano tutta la terra ma in forma di vapore, simile alla nebbia: dopo che esse si condensarono e si unirono occuparono una superficie assai limitata. S'ti questo è d'accordo Niccolò di Lira. Aristotele sostiene che questo mondo è piccolo e contiene poca acqua e che facilmente si può andare dalla Spagna alle Indie. La tesi è confermata da Averroè, il cui parere è riportato dal cardinale Pietro di Aliaco al quale egli dà così la sua autorevole convalida, come del resto la dà anche a Seneca, il quale è d'accordo con costoro. Egli dice, infatti, che Aristotele ebbe modo di conoscere i segreti del mondo tramite Alessandro Magno e lui stesso tramite Cesare Nerone e Plinio per quanto riguardava i Romani: tutti e tre spesero grandi somme, si servirono di molta gente e fecero grandi sforzi per conoscere i segreti del mondo e diffonderli in mezzo ai popoli.&lt;br /&gt;Il cardinale prende in maggiore considerazione questi ultimi autori più che Tolomeo e gli altri scienziati greci ed arabi. Per avere una conferma di quanto essi dicono in merito alla poca quantità di acqua e alla ristretta parte del mondo da essa coperta, in contrasto con le teorie di Tolomeo e dei suoi seguaci, egli cita il terzo libro di Esdra in cui si afferma che delle sette parti del mondo sei sono asciutte e soltanto una è ricoperta d'acqua. Tale affermazione è anche convalidata dai santi che riconoscono autorevolezza al III e al IV libro di Esdra, come, per esempio, Sant'Agostino e sant’ambrogio che nell’ Exameron dice: “Qui verrà il mio figlio Gesù e morirà il mio figlio Cristo”. Sostengono che Esdra fu profeta e così pure Zacharia, padre di San Giovanni, e il beato Simone, autorità citate da Francesco de Maiorones. Quanto alla parte asciutta della terra, poi,  è dimostrato che essa è ben più grande di quanto volgarmente non si creda. E di questo non ci si deve meravigliare, perché più uno va lontano e più impara. Riprendo ora il discorso relativo alla terra di Grazia e al fiume e al lago che lì trovai. Il lago è talmente ampio che bisognerebbe chiamarlo più mare che lago dato che quando un lago ha un'estensione considerevole lo si denomina mare come nel caso del Mare di Galilea e del Mar Morto. Per quel che riguarda il fiume se esso non proviene dal Paradiso Terrestre non può che avere origine da una terra sconfinata situata a sud e di cui fino a questo momento non si è avuta alcuna notizia. Ma io sono profondamente convinto di aver trovato il Paradiso Terrestre lì dove ho detto e baso questa mia affermazione sugli argomenti e sulle autorità menzionati sopra. Voglia Iddio concedere alle Maestà Vostre vita lunga, salute e pace, di modo che possano continuare questa nobile impresa con cui Nostro Signore riceve un grande servizio, la Spagna cresce molto in grandezza e tutti i Cristiani traggono motivo di consolazione e di allegria perché verrà qui conosciuto e diffuso il nome di Dio. In tutte le terre e in ogni capo dove arrivano le navi delle Vostre Maestà faccio installare una croce, a tutti i popoli con cui entro in contatto notifico l'esistenza e il potere sovrano delle Vostre Maestà in Spagna; spiego ad essi tutto quello che posso sulla nostra Santa Fede e sui dogmi della Santa Madre Chiesa, i cui membri sono sparsi in tutte le parti del mondo; e li istruisco sulla nobiltà e sulla dignità di tutti i cristiani e sulla fede che essi nutrono per la Santa Trinità. E voglia Dio perdonare tutti coloro che si sono opposti e continuano ad opporsi a un'impresa così esimia e quelli che tentarono e tentano ancora di impedire che essa abbia il suo proseguimento senza prendere in considerazione quanta fama e gloria essa comporti in tutto il mondo per le Vostre Maestà. Essi per porla in cattiva luce e per intralciarla non sanno addurre altre giustificazioni che quelle della spesa che l'impresa comporta e il fatto che non furono inviate subito le navi cariche d'oro, senza minimamente tenere conto del poco tempo avuto a disposizione e degli inconvenienti a cui si è andati incontro. Né del resto prendono in considerazione il fatto che in Castiglia, nella casa delle Vostre Maestà, ci sono varie persone che in un anno guadagnano più denaro di quanto se ne spenda in questa impresa; e nemmeno il fatto che mai i regnanti di Spagna hanno conquistato terre fuori dei confini del regno tranne ora che possiedono qui un altro mondo in cui può essere tanto incrementata la nostra Santa Fede e da cui si possono trarre tanti profitti. Benché, infatti, non si siano mandate le navi piene d'oro, sono stati inviati sufficienti campioni di esso e di altri generi di valore per giudicare che in poco tempo se ne avranno molti vantaggi. E, a questo proposito, ci sarebbe da tener presente la grandezza d'animo dei re del Portogallo che da tanto tempo portano avanti l'impresa della Guinea (cfr. prima) e anche quella dell'Africa, pur avendo impiegato in esse la metà della popolazione del regno. E ora il re è più deciso che mai ad andare avanti. Che Nostro Signore si prenda cura di tutto questo e faccia in modo che le Vostre Maestà tengano in considerazione tutto quello che ho scritto: e questo non è neppure la millesima parte di quello che potrei ricordare sulle imprese dei regnanti che si sono dedicati a realizzare conquiste e a mantenerne il possesso. Ho detto tutto questo non perché dubiti della volontà delle Vostre Maestà di proseguire nell'impresa finché esse resteranno in vita. Sono anzi certissimo che le Vostre Maestà manterranno l'impegno che mi espressero un giorno verbalmente quando io ho affrontato l'argomento. Né io ho osservato alcun cambiamento nelle Vostre Maestà: mi preoccupa soltanto quello che ho sentito dire alle persone a cui ho accennato, poiché, per quanto sia piccola, se la goccia continua a cadere sulla pietra finisce per bucarla. Le Vostre Maestà mi risposero, mettendo in mostra la magnanimità che possiedono e che è conosciuta in tutto il mondo, di non dar peso a nessuna di quelle maldicenze perché era loro ferma volontà di portare avanti l'impresa e di appoggiarla anche se ci fosse da ricavarne solo sabbia e pietre, e che, comunque, la spesa che l'impresa comportava era ben modesta dato che si impiegava molto più denaro per cose di molto meno conto. Le Vostre Maestà aggiunsero di ritenere che fosse stato ben utilizzato il denaro speso in passato e così lo sarebbe stato quello utilizzato in futuro perché credevano che in questo modo la nostra Santa Fede si sarebbe diffusa e incrementata e si sarebbero allargati i loro domini. Mi dissero, a conclusione, di non ritenere amici delle Loro Maestà coloro che dicevano male di quest'impresa. Ora mentre alle Vostre Maestà giungerà notizia di queste terre da me recentemente scoperte, in cui io sono profondamente convinto che si trova il Paradiso Terrestre, il governatore compirà una spedizione in quelle terre con tre navi ben equipaggiate per continuare l'esplorazione e scoprire tutto quello che sarà possibile in quella zona. Nel frattempo invierò alle Vostre Maestà questa mia lettera e la mappa della terra di modo che possano decidere quello che bisognerà fare e mi mandino i loro ordini.&lt;br /&gt;Con l'aiuto della Trinità farò in modo che essi vengono eseguiti con ogni cura assicurandomi che le Vostre Maestà siano servite e rimangano soddisfatte. Deo gratias.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Immagine di: http://lanostrastoria.corriere.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-1969846983341444737?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/1969846983341444737/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-paradiso-terrestre-scoperto-da_30.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/1969846983341444737'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/1969846983341444737'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-paradiso-terrestre-scoperto-da_30.html' title='Il Paradiso Terrestre scoperto da Cristoforo Colombo - 3° e ultima parte'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-4541467972350197380</id><published>2012-01-29T11:52:00.003+01:00</published><updated>2012-01-29T11:58:19.710+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Eventi'/><title type='text'>Obiettivo raggiunto: superate le 200.000 visite.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-okPgMOUj-RM/TyUljtBzuAI/AAAAAAAADLY/EE_fiyumrpg/s1600/fuoco.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 384px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-okPgMOUj-RM/TyUljtBzuAI/AAAAAAAADLY/EE_fiyumrpg/s400/fuoco.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5703005798447429634" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Grazie a tutti voi. La passione aumenta e, nei prossimi giorni, inizieranno attività nuove: corso di storia e archeologia a Monserrato, escursione a Santa Vittoria di Serri, incontro con i bambini delle scuole di Margine Rosso, presentazione di libri a Cagliari e...un articolo di archeologia che aprirà nuove prospettive di indagine.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-4541467972350197380?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/4541467972350197380/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/obiettivo-raggiunto-superate-le-200000.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4541467972350197380'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4541467972350197380'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/obiettivo-raggiunto-superate-le-200000.html' title='Obiettivo raggiunto: superate le 200.000 visite.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-okPgMOUj-RM/TyUljtBzuAI/AAAAAAAADLY/EE_fiyumrpg/s72-c/fuoco.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-2736461729951829664</id><published>2012-01-28T15:18:00.004+01:00</published><updated>2012-01-28T15:29:11.680+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Navigazione'/><title type='text'>Il Paradiso Terrestre scoperto da Cristoforo Colombo - 2° parte di 3</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-r1SshbBpz4o/TyQFb8WaKHI/AAAAAAAADLM/AcY3GjiozpM/s1600/colo%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 303px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-r1SshbBpz4o/TyQFb8WaKHI/AAAAAAAADLM/AcY3GjiozpM/s400/colo%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5702689005772613746" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Fonte: Pino Cimò,&lt;br /&gt;tratto da: IL NUOVO MONDO: La scoperta dell'America nel racconto dei grandi navigatori italiani del Cinquecento&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Editoriali GIORGIO MONDADORI 1991 - MILANO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo la &lt;a href="http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-paradiso-terrestre-scoperto-da.html"&gt;prima parte sul racconto di Cristoforo Colombo&lt;/a&gt;...ecco la 2° parte. Buona Lettura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'indomani feci scandagliare il mare dalle barche e scoprii che nel punto meno profondo dell'entrata dello stretto vi erano sei o sette braccia d'acqua e che le correnti continuavano a muoversi entrando e uscendo dallo stretto. Il Signore si compiacque di darmi un vento favorevole e riuscii così a entrare nello stretto dove trovammo mare calmo e prelevando per caso acqua, mentre eravamo in navigazione, ci accorgemmo, con sorpresa, che si trattava di acqua dolce. Procedetti in direzione nord fino a raggiungere una montagna molto alta che distava 104 miglia dall'Arenile. In quel punto vi erano due promontori, uno a est che faceva parte della stessa isola di Trinità e l'altro a ovest che faceva parte della terra da me denominata, come ho detto, di Grazia. Tra i due promontori c'era un canale più stretto di quello della punta dell'Arenile ma anche in esso si notavano correnti e lo stesso tipo di ruggito di acque. Anche l'acqua del mare era dolce. Fino a quel momento io non avevo avuto modo di parlare con gli abitanti di quella terra e avevo un gran desiderio di farlo. Per questa ragione seguii la costa in direzione ovest e più avanzavo più l'acqua che prelevavamo si faceva dolce e piacevole al palato. Dopo aver navigato per un bel po' arrivai in una località in cui la terra sembrava coltivata. Gettai le ancore e mandai a terra le barche. Gli uomini notarono che gli abitanti erano andati via poco tempo prima e che la montagna era piena di scimmie. Tornarono subito indietro. Dato che eravamo davanti a una zona montagnosa immaginai che più ad ovest le terre dovessero essere pianeggianti e quindi popolate. Feci levare le ancore e seguii la costa fino alla punta della montagna. Qui mi fermai alle foci di un fiume. Venne subito molta gente. Mi dissero che essi chiamavano quella terra Paria e che se fossi andato più ad ovest l'avrei trovata più popolata. Presi dunque quattro indigeni con me e navigai in direzione di ponente. Dopo 24 miglia, superata una punta che denominai del Ciottolino, trovai le terre più belle del mondo, e molto popolate. Giunsi in quel posto di mattina, all'ora di terza, e per aver modo di ammirare quel magnifico verde decisi di calare le ancore e d'incontrarmi con quella gente. Alcuni di loro vennero subito con le canoe per invitarmi, in nome del loro re, a scendere a terra. Ma vedendo che non gli davo retta giunsero in moltissimi sulle loro canoe. Molti portavano al collo pezzi di oro e alcuni avevano le braccia adornate con bracciali di perle. Mi rallegrai molto quando vidi le perle e feci di tutto per sapere dove le trovavano. Mi dissero che le trovavano lì stesso e a nord della loro terra. Avrei voluto trattenermi ma i viveri- frumento, vino e carne, ottenuti con tanto stento in Castiglia- che portavo alla gente di qua  si stavano deteriorando del tutto e per questo volevo fare più in fretta che potevo per porli in salvo e non trattenermi per nessuna ragione. Cercai di avere di quelle perle e per questo mandai alcune barche a terra.&lt;br /&gt;Gli indigeni di questa terra sono numerosissimi e tutti di aspetto bello, molto alla mano e con lo stesso tipo di carnagione di quelli visti prima. Gli uomini nostri che scesero a terra li trovarono molto accondiscendenti e tutti li accolsero con rispetto. Essi raccontarono che non appena le barche giunsero a riva si fecero loro incontro due capi con tutta la gente del posto. I due capi, a quanto pare, erano padre e figlio; li portarono in una grandissima casa, costruita a due spioventi e non rotonda come le tende da campo che si usano qui. Nella casa c'erano molti sgabelli, dove li fecero accomodare e dove si sedettero anche loro. E fecero portare pane, frutti di vario tipo, vino rosso e bianco ma non di uva. Probabilmente era vino di frutta, il bianco di un tipo e il rosso di un altro tipo, e ce ne doveva essere anche di mais, che è un seme racchiuso in una spiga a forma di fuso che io ho già portato in Castiglia e che è già molto conosciuto. Sembra che chi ne possedesse la qualità migliore lo portasse per mettersi in mostra e lo distribuisse in segno di grande stima. Gli uomini stavano tutti in un lato della casa e le donne nell'altro lato. Sia gli indigeni sia i nostri soffrirono molto per il fatto di non capirsi: essi chiedevano ai nostri della nostra patria e i nostri ad essi della loro. Terminato il banchetto in casa del vecchio, il capo giovane li condusse nella sua casa e li trattò allo stesso modo. Dopo di che, risaliti sulle barche, tornarono alla nave. E io feci subito levare le ancore perché avevo premura di salvare i viveri che stavano andando a male e che ero riuscito a procurarmi con tanta difficoltà, ma anche per prendermi cura di me: avevo, infatti, gli occhi malati a causa delle lunghe veglie. Sebbene nel viaggio che avevo fatto alla scoperta della terra ferma fossi rimasto per 33 giorni senza chiudere occhio e, successivamente, parecchio tempo privo della vista, mai i miei occhi si erano ammalati e riempiti di sangue e mai mi avevano provocato tanto dolore come ora. &lt;br /&gt;Questa gente, come ho già detto, è tutta di ottima costituzione, di statura alta e di bei lineamenti. Hanno i capelli lisci e li portano molto lunghi. Si coprono la testa con fazzoletti ricamati, così belli che da lontano sembrano di seta, come gli almayzares (cfr. sopra). Legato ai fianchi portano - sia gli uomini che le donne - un fazzoletto più ampio con il quale si coprono. La carnagione di questa gente è la più chiara di tutte quelle che ho visto finora nelle Indie. Tutti portano al collo e alle braccia un qualche tipo di ornamento, secondo l'usanza del paese, e molti portano al collo pezzi d'oro grezzo. Le loro canoe sono più grandi e costruite meglio di quelle in uso qui a Hispaniola, e sono anche più leggere: al centro di ognuna è situato un abitacolo chiuso dove viaggiano i capi e le loro donne. Questa terra la denominai Giardini, perché è un nome appropriato. Feci molti sforzi per sapere dove si procuravano l'oro e tutti mi mostravano una terra a ponente situata di fronte a loro, molto alta ma non distante. Mi raccomandavano, però, di non andare laggiù perché lì mangiavano gli uomini. Mi parve dunque di capire che gli abitanti di quella terra erano Cannibali, come quegli altri. Poi, però, ho pensato che me lo dicessero perché lì c'erano animali feroci. Chiesi pure ad essi dove trovassero le perle e mi fecero segno di nuovo verso il ponente e il nord della terra da loro abitata. Non mi fermai sul posto per appurare la verità su quanto dicevano a causa dei viveri e delle cattive condizioni dei miei occhi, e per il fatto che la nave a bordo della quale mi trovavo non era adatta a tale tipo di manovre d'esplorazione.&lt;br /&gt;Siccome il tempo che ebbero a disposizione fu poco lo trascorsero tutto facendo domande agli indigeni. Tornarono alle navi all'ora del vespro - come ho detto - e immediatamente io levai le ancore e ripresi la navigazione in direzione di ponente. L'indomani continuai per la stessa rotta fino a quando non mi resi conto di avere solo tre braccia di profondità. Pensai, allora, che anche questa fosse un'isola e che avrei potuto uscire dallo stretto puntando verso nord. Stando così le cose mandai avanti in perlustrazione una caravella leggera per verificare se c’era una via d’uscita o se invece la strada era chiusa. L’imbarcazione fece un lungo tragitto e giunse in un grande golfo dentro cui sembrava ce ne fossero altri quattro di grandezza media  e che in uno di questi sfociasse un fiume grandissimo. Gli uomini della caravella constatarono di navigare sempre con cinque braccia di fondo e con acqua dolce in enorme quantità e di qualità eccellente: di acqua così io non ne ho mai bevuta. Quando mi accorsi che non potevo uscire a nord, né andare avanti verso sud o verso ovest, ci rimasi molto male essendo ormai evidente che ero circondato da ogni parte dalla terra. Levai le ancore e tornai indietro per uscire a nord dalla bocca di cui ho parlato e non potei passare dalle popolazioni che avevo visitato perché le correnti mi avevano portato lontano. Dappertutto l'acqua era dolce e limpida e mi portava verso est, spingendomi con forza verso i due stretti di cui ho parlato in precedenza. Ipotizzai, allora, che i filoni di corrente e le masse d'acqua che penetravano ed uscivano da quegli stretti con fragori così forti avevano all'origine lo scontro dell'acqua dolce con quella, salata: la dolce che spingeva l'altra perché non entrasse; e la salata che impediva alla dolce di uscire. E ne trassi la conclusione che là dove oggi ci sono le due bocche una volta, nel remoto passato, ci fosse continuità di terra tra l'isola di Trinità e la terra di Grazia, come le Maestà Vostre potranno osservare nel disegno che allego a questa lettera. Uscii così dallo stretto settentrionale in cui l'acqua dolce era più abbondante di quella salata e quando lo attraversai, portato dalla forza del vento, stando su una delle grandi montagne d'acqua potei appurare che dalla parte interna dell'alveo della corrente l'acqua era dolce; dalla parte esterna, invece, l'acqua era salata. Quando io - venendo dalla Spagna alle Indie - giunsi a 400 miglia a ovest delle Azzorre avvertii un gran mutamento sia nel cielo sia nelle stelle, come pure nella temperatura dell'aria e nelle acque del mare. E a questo fenomeno feci molta attenzione. Osservai che da nord a sud, oltrepassata la distanza di 400 miglia dalle suddette isole, l'ago della bussola che fino a quel punto tende a nord-est, si orienta d'improvviso a nord-ovest una quarta di vento tutta intera. E ciò si verifica mentre ci si avvicina a tale linea, come chi stesse superando un pendio. Trovai pure il mare (il Mare dei Sargassi) completamente pieno di un'erba fatta di rametti di pino e carica di frutti simili a quelli del lentisco. L'erba era così densa che nel mio primo viaggio temetti che si trattasse di una secca e che le navi vi si sarebbero arenate. E il fatto sorprendente è che fino al momento di arrivare a quella linea della stessa erba non se ne trova affatto. Arrivando in quel punto trovai il mare calmo e liscio e benché soffiasse il vento esso non si alzava mai. Inoltre all'interno di questa linea, dal lato di ponente, la temperatura era mite e senza grandi sbalzi sia d'inverno sia d'estate. Stando lì mi accorsi che la stella polare forma un cerchio con un diametro di cinque gradi e quando le Guardie (le due stelle posteriori del quadrilatero dell'Orsa Minore) sono nel braccio destro la stella sta nel suo punto più basso e si va alzando fino a raggiungere il braccio sinistro. È allora a cinque gradi e da questa posizione si abbassa progressivamente fino a tornare al braccio destro. Io dalla Spagna arrivai all'isola di Madera e da lì alle isole Canarie e quindi alle isole di Capo Verde. Da lì proseguii la navigazione in direzione sud fino ad oltrepassare - come ho detto - la linea equinoziale (Equatore). Una volta giunto all'altezza del parallelo della Sierra Leone, in Guinea (cfr. prima), mi imbattei in una temperatura così torrida e in raggi del sole così caldi che temevo di bruciare. E benché fosse venuta la pioggia e il cielo fosse annuvolato restai gravemente preoccupato finché Nostro Signore non si compiacque di mandarmi un buon vento spingendomi a prendere la rotta di ponente, nella convinzione che avvicinandomi alla linea di cui ho parlato sopra, avrei riscontrato il cambiamento di temperatura. E in effetti una volta postomi in corrispondenza di quella linea la temperatura del cielo diventò mite e quanto più io andavo avanti tanto più la temperatura si addolciva. Ma non c'era corrispondenza tra questo fenomeno e la posizione delle stelle. All'imbrunire notai che la stella del Nord era a un'altezza di cinque gradi e le Guardie (cfr. sopra) stavano sopra la mia testa; a mezzanotte, poi, la stella polare era alta dieci gradi e all'alba - quando le Guardie (c.ft. prima) erano ai piedi - a quindici gradi.&lt;br /&gt;Trovai una spiegazione soddisfacente per la quiete del mare ma non per l'erba. E il fenomeno della stella polare mi meravigliò molto. Per varie notti, con molta attenzione, l'osservai con il quadrante ma notavo sempre che il filo e il piombo cadevano nello stesso punto. A mio parere questo è un fenomeno nuovo, e forse altri saranno della mia stessa opinione, perché è strano che in un'area così ristretta ci possa essere tanta differenza nel cielo. Io ho sempre letto che il mondo, terra ed acqua, è di forma sferica. Le autorevoli teorie e le sperimentazioni di Tolomeo e di tutti coloro che scrissero sull'argomento, lo confermano e lo dimostrano sia con le eclissi di luna e le altre verifiche compiute da est a ovest, sia con l'elevazione polare a nord e a sud. Ma dopo aver osservato una irregolarità così grande come quella di cui ho parlato mi sono fatta una mia idea del mondo in base alla quale esso non è rotondo come viene descritto ma ha una forma a pera molto rotonda, tranne che nel punto dove si trova il gambo che costituisce il suo punto più alto. O, detto altrimenti, esso ha la forma di una sfera molto rotonda che, però, su un suo punto ha una specie di capezzolo di donna. Questa parte della sfera è la sua parte più alta e la più vicina al cielo e va collocata sotto la linea equinoziale e, in questo oceano all’estremità dell’oriente ( e per oriente io intendo il punto dove finiscono la terra e le isole). E’ per questa ragione che io ho riferito le motivazioni suddette in merito alla linea che passa, da nord a sud, a 400 miglia  a occidente delle isole Azzorre: a cominciare da tale punto, infatti le navi si alzano dolcemente verso il cielo - spostandosi da lì verso ponente - ed è allora che si gode d'una temperatura più mite e la bussola muta direzione d'un quarto di vento per via di questa dolcezza di clima; più si sposta e più si eleva, più si accentua la declinazione verso nord-ovest. Questa elevazione provoca la variazione del circolo che la stella polare descrive con le Guardie (cfr. prima): quanto più quest'ultime sono vicino alla linea equinoziale (cfr. prima) tanto più si alzano nel cielo e maggiore è la differenza fra le stelle e le orbite da esse tracciate. Tolomeo e gli altri dotti che scrissero su questo mondo pensarono che l'emisfero occidentale fosse sferico come quello in cui essi abitavano. Questo ha il suo centro nell'isola di Arin posta sotto la linea equinoziale (cfr. prima) tra il Golfo d'Arabia e il Golfo di Persia; il circolo passa per il capo San Vincenzo, in Portogallo, dal lato di ponente, e per Cangara (Catigara, nel Cabai) e Seri (il nome dato alla Cina da Tolomeo) dal lato orientale. Per quanto riguarda quest'emisfero non c'è nessuna difficoltà, da parte mia, a ritenere che esso sia rotondo come essi affermano. Ma quest'altro, a mio parere, è come la metà d'una pera ben tonda che abbia il picciolo alto - come ho detto - o come una palla rotonda con sopra un capezzolo di donna. Tolomeo e gli altri che hanno scritto su questo mondo opinarono che era rotondo non sapendo nulla di questa sua parte che era sconosciuta e basandosi solo sull'emisfero in cui essi vivevano e che è certamente - come ho detto e ripeto - sferico. Ma ora che le Maestà Vostre hanno ordinato di navigarlo, di esplorarlo e di scoprirlo, la mia affermazione si dimostra evidentissima. Quando, infatti, durante questo viaggio, io mi trovavo a 20 gradi a nord della linea equinoziale (cfr. prima) ero all'altezza di Hargin e di quelle terre dove la popolazione è nera e il suolo è riarso dal sole. Dopo io passai per le isole di Capo Verde dove la gente è ancora più nera. Quanto più abitano al sud tanto più quelle genti sono di carnagione scura. Cosicché all'altezza in cui io stavo, quella cioè della Sierra Leone, dove la stella polare all'imbrunire si alza di cinque gradi, la popolazione è nera al massimo E quando da lì navigai a occidente il calore era estremo. Ma, oltrepassata la linea di cui ho parlato, la temperatura cominciò ad addolcirsi progressivamente, tanto che quando arrivai all'isola di Trinità, dove la stella polare si alza di nuovo, sul far della sera, di cinque gradi, e anche nella terra di Grazia, trovai un clima mitissimo e la terra e gli alberi verdissimi e belli come in aprile gli orti e i frutteti di Valenza. La popolazione di qui è di statura molto buona e ha la carnagione più bianca di tutte le altre che io ho visto nelle Indie; gli uomini hanno i capelli lunghi e lisci, sono più astuti e più intelligenti, e non sono codardi. In quel momento il sole stava sulla Vergine sia sulle nostre sia sulle loro teste. Tutto ciò ha come spiegazione la mitezza del clima, il quale, a sua volta, è conseguenza del fatto che queste terre sono le più alte del mondo e le più vicine al cielo, come ho detto. E così io mi confermo nella mia idea che il mondo non è perfettamente sferico ma ha l'elemento di diversità di cui ho detto in questo emisfero e precisamente nel punto in cui le Indie s'incontrano con l'oceano e l'estremità di quest'ultimo è situata sotto la linea dell'equinozio (Equatore). Dà una forte consistenza a questa teoria il fatto che il sole, quando fu creato da Dio, comparve nel punto più lontano dell'Oriente (o, almeno, la sua prima luce risplendette qui in Oriente) dove si trova la punta più alta di quest'emisfero. È vero che Aristotele suppose che fosse il polo antartico o la terra ad esso sottostante la parte più alta del mondo e quella più vicina al cielo. Ma altri scienziati espressero opinione contraria e sostennero che, invece, fosse più elevata la terra che sta sotto il polo artico. Da ciò risulta evidente che sia l'uno sia gli altri immaginarono una parte del mondo più alta e più vicina al cielo dell'altra. Nessuno, però, suppose che essa si potesse trovare sotto la linea equinoziale (cfr. prima) e questo per i motivi che ho analizzato sopra. Di ciò non bisogna meravigliarsi perché in questo emisfero non si erano ancora avute notizie certe ma solo vaghe e ipotetiche, giacché nessuno vi si era mai recato né vi era stato inviato a cercarlo fino ad ora, cioè fino a quando le Vostre Maestà ordinarono che esso venisse esploralo e che si scoprissero il mare e la terra. Stabilii che i due stretti, come ho già detto diametralmente opposti da nord a sud, distano l'uno dall'altro 104 miglia e il dato è certo perché ho eseguito la misurazione con il quadrante. Da questi due stretti, a occidente, al golfo di cui ho parlato prima e che io denominai delle Perle c'è una distanza di 68 leghe di quattro miglia, come le calcoliamo in mare. L'acqua esce da questo golfo e si precipita in continuazione e con molta forza verso oriente: lo scontro tra acqua dolce e acqua salata avviene, dunque, in questi due stretti. Nello stretto meridionale, che io denominai della Serpe, osservai che la stella polare all'imbrunire era alta quasi cinque gradi; in quello settentrionale, da me chiamato del Drago, saliva su fino a quasi sette gradi. Osservai pure che il golfo delle Perle è situato a poco meno di 3900 miglia a ovest di quello di Tolomeo: c'è, cioè, una differenza di 70 gradi equinoziali, calcolando per ciascun grado 56 miglia e due terzi. La Sacra Scrittura afferma che Nostro Signore fece il Paradiso Terrestre e vi collocò l'albero della vita da cui scaturisce una sorgente che dà vita ai quattro fiumi principali del mondo: il Gange, in India, il Tigri e l'Eufrate che dividono la catena di montagne, formano la Mesopotamia e scorrono quindi nella Persia e il Nilo che nasce in Etiopia e sbocca in mare ad Alessandria. Io non trovo né ho mai trovato un documento scritto di autore latino o greco in cui venga indicata con certezza la posizione geografica del Paradiso terrestre nel mondo; né l'ho mai visto situato in un mappamondo tranne che sulla base di criteri teorici. C'era chi lo collocava nel luogo in cui nascono le sorgenti del Nilo in Etiopia: ma chi ha percorso tutte quelle terre non vi ha riscontrato né il clima né l'altezza delle terre da cui si potesse dedurre che esso si trovasse in quel punto, né ha trovato indizi del fatto che le acque del diluvio vi fossero arrivate, dato che esse si alzarono al di sopra e così via. Alcuni pagani tentarono di dimostrare con varie argomentazioni che esso si trovava nelle isole Fortunate, che corrispondono alle Canarie ecc.; Sant'Isidoro, Beda, Strabone, il maestro della Storia Scolastica, Sant'Ambrogio e Scoto e tutti i sapienti teologi affermano che il Paradiso Terrestre si trova in Oriente...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domani la 3° e ultima parte&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Immagine di www.kjanicki-sotd.blogspot.com&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-2736461729951829664?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/2736461729951829664/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/la.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/2736461729951829664'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/2736461729951829664'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/la.html' title='Il Paradiso Terrestre scoperto da Cristoforo Colombo - 2° parte di 3'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-r1SshbBpz4o/TyQFb8WaKHI/AAAAAAAADLM/AcY3GjiozpM/s72-c/colo%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-7436651489069169153</id><published>2012-01-27T12:02:00.005+01:00</published><updated>2012-01-27T12:08:39.610+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Navigazione'/><title type='text'>Il Paradiso Terrestre scoperto da Cristoforo Colombo - 1° parte di 3</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-uW5j10JSDT8/TyKFF8i99aI/AAAAAAAADK0/1Y5Z4lKGk1Q/s1600/Col%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 296px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-uW5j10JSDT8/TyKFF8i99aI/AAAAAAAADK0/1Y5Z4lKGk1Q/s400/Col%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5702266415403103650" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Fonte: Pino Cimò,&lt;br /&gt;tratto da:  IL NUOVO MONDO:  La scoperta dell'America nel racconto dei grandi navigatori italiani del Cinquecento&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Editoriali GIORGIO MONDADORI  1991 - MILANO&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La lettera ai Reali di Spagna in cui Colombo annuncia la scoperta - fatta nel corso del suo terzo viaggio transatlantico - della "terraferma" e ipotizza l'esistenza sul suolo sudamericano del Paradiso Terrestre&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hispaniola, settembre-ottobre 1498 Serenissimi, altissimi e potentissimi Principi, Re e Regina, Nostri Signori.&lt;br /&gt;La Santa Trinità indusse le Vostre Maestà a quest'impresa delle Indie e, nella sua infinita bontà, scelse me come ambasciatore. Per questo venni con la mia proposta al vostro reale cospetto di Principi più esimii della Cristianità, molto impegnati nella diffusione della fede. Le persone che esaminarono il progetto lo giudicarono impossibile, dando molta importanza agli interessi materiali e fissando l'attenzione solo su questi. Trascorsi così sei o sette anni in grandi angustie facendo del mio meglio per dimostrare che si poteva rendere un grande servizio a Nostro Signore, divulgando il suo santo nome e la fede cristiana tra tante genti: cosa questa che assicura eccellenza, buona fama e un ricordo imperituro ai grandi Principi. Dovetti, inoltre, affrontare il tema degli aspetti materiali del progetto segnalando gli scritti di molti uomini dotti, degni di fede, che avevano raccontato nelle loro opere che in queste parti del mondo c'erano molte ricchezze. Mi vidi anche costretto ad appellarmi alle affermazioni e alle opinioni espresse da coloro che avevano scritto sul mondo e analizzato la sua conformazione. Finalmente le Vostre Maestà decisero che il progetto fosse realizzato. In questo dimostrarono la grandezza d'animo con cui hanno sempre affrontato le opere di grande importanza. Difatti tutti coloro che avevano esaminato il progetto o che ne avevano sentito parlare l'avevano giudicato un'idea da burla. Hanno fatto eccezione soltanto due monaci (Juan Perez e Antonio de Marchena) che fin dall'inizio, e senza mai tergiversare, l'hanno ritenuto realizzabile. Io, benché mi sentissi angustiato, ero sicurissimo che il progetto sarebbe stato portato a compimento e continuo a nutrire lo stesso tipo di certezza perché non c'è dubbio sul fatto che tutto può risultare illusorio tranne la parola di Dio. Quello che Dio ha detto non può non compiersi. Egli in effetti si è espresso in termini chiarissimi, parlando di queste terre, per bocca del profeta Isaia, in vari punti della Sacra Scrittura affermando che il Suo nome si sarebbe divulgato dappertutto irradiandosi dalla Spagna. Così io intrapresi il viaggio nel nome della Santa Trinità e feci ritorno in breve tempo avendo toccato con mano tutto quanto avevo predetto. Le vostre Maestà mi mandarono una seconda volta e in poco tempo, con l'aiuto della grazia divina, scoprii 1332 miglia di terraferma, nell'estremo oriente, e diedi un nome a 700 isole nuove oltre quelle scoperte nel primo viaggio. Sottomisi Hispaniola, che ha un'estensione più grande di quella della Spagna e che è abitata da una popolazione innumerevole da me tutta sottoposta a tributo. Sorsero, però, voci di maldicenza e di disprezzo per l'impresa iniziata. Mi si accusava di non aver subito inviate le navi cariche d'oro senza tenere in considerazione la limitatezza del tempo avuto a disposizione e gli altri contrattempi a cui ho già accennato. E così, non so se per i miei sbagli o per i trionfi ottenuti, si cominciò a vedere di mal'occhio e a osteggiare, tutto quello che io dicevo o richiedevo. Fu allora che presi la decisione di presentarmi alle Vostre Maestà sia per esternare la mia meraviglia per quanto succedeva sia per dimostrare che la ragione stava tutta dalla mia parte: dissi dei popoli che avevo visto, delle molte anime che si potevano salvare in mezzo a loro, e del fatto che avevo obbligato le genti di Hispaniola a pagare un tributo e a riconoscere le Vostre Maestà per loro Sovrani e Signori. Portai con me un numero sufficiente di campioni dell'oro che si trova in miniera e di pepite molto grandi e di rame: presentai pure una quantità di spezie così grande che non finirei di descriverle e riferii loro dell'enorme quantità di legno brasil e di molte altre cose trovate. Ma tutto questo non bastò a certe persone che erano intenzionate a porre in cattiva luce l'impresa e già avevano iniziato a farlo: fu inutile parlare del servizio che si rendeva a Nostro Signore salvando tante anime; né servì dire che la salvezza di tante anime avrebbe costituito per le Vostre Maestà il titolo di grandezza più esimio che sia mai stato acquisito da un principe; non si tenne neanche in conto il fatto che la fatica e le spese dell'impresa non erano destinate solo allo spirituale ma anche agli aspetti materiali e che quindi era prevedibile che, con il passar del tempo, la Spagna ne avrebbe tratto un grande vantaggio. Questo del resto lo si poteva già intuire leggendo le opere di quelli che avevano scritto di queste terre: le indicazioni erano già tanto chiare che non si poteva non prevederne la conclusione. Non servì a niente menzionare ciò che avevano fatto i grandi Principi nel passato per rendersi famosi: Salomone, per esempio, che mandò le sue navi da Gerusalemme fino all'estremità dell'Oriente alla ricerca del monte Sopora, dove le imbarcazioni si trattennero tre anni; Alessandro, che inviò una spedizione all'isola di Trapobana, in India; Nerone Cesare, che fece esplorare il Nilo per capire i motivi che ne provocano la crescita d'estate, quando le piogge scarseggiano; o numerose altre imprese compiute dai Principi, come è di loro competenza. Né ottenni alcun risultato sostenendo di non avere mai letto che i Principi di Pastiglia avessero conquistato terre fuori del loro regno; o dicendo che questo da me scoperto è un mondo diverso da quello che i Romani, i Greci e Alessandro tentarono di conquistare con grandi sforzi e grandi eserciti; o, riferendomi al presente, parlando dei Reali del Portogallo, che ebbero l'ardire di scoprire e di conquistare la Guinea (Africa occidentale) non badando né a spese né alla quantità di gente impiegata, che se uno contasse tutta quella che risiede nel regno si accorgerebbe che metà di essa è morta in Guinea (cfr. sopra). Tuttavia continuarono nell'impresa fino ad ottenerne quello che ora si sa. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-Tx3pdg0QWBw/TyKFSXXOIpI/AAAAAAAADLA/qURc2EqskKM/s1600/Col%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 263px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-Tx3pdg0QWBw/TyKFSXXOIpI/AAAAAAAADLA/qURc2EqskKM/s400/Col%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5702266628760019602" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L'avvio dell'impresa risale a tanto tempo fa ma è solo da poco che essa ha cominciato a dare profitto. Ed essi hanno osato pure fare conquiste in Africa e sostenere le campagne di Ceuta, Tangeri, Arzila e Alcazar, senza interrompere la guerra ai Mori: e tutto questo lo hanno fatto affrontando spese enormi, con il solo obiettivo di realizzare imprese degne solo di Principi: servire Dio e accrescere i propri dominii. Ma più io dicevo più si duplicavano gli sforzi per ridimensionare o porre in cattiva luce l'impresa, senza tenere in conto il fatto che essa avesse suscitato tanta ammirazione; che tutti i Cristiani avessero tessuto le Vostre lodi per aver preso questa iniziativa; e che non ci fosse stata persona importante o da poco che non avesse chiesto di saperne di più a riguardo. Le Vostre Maestà mi risposero ridendosi di tutto ciò e pregandomi di non preoccuparmi di nulla perché non intendevano riconoscere autorità né dare credito a chi diceva male di questa impresa. Partii, in nome della Santissima Trinità, mercoledì 30 maggio dalla città di Sanlúcar. Ero ancora stanco del viaggio dato che, dove speravo di trovar riposo, partendo dalle Indie, mi si era duplicata la sofferenza. Seguendo una rotta insolita mi diressi all'isola di Madera per evitare uno scontro con la flotta francese, che era appostata al capo San Vincenzo. Da Madera proseguii per le Canarie. Da lì partii con una nave e due caravelle: le altre navi le inviai, per la rotta diretta alle Indie, a Hispaniola. Io, da parte mia, puntai a sud con l'intenzione di raggiungere la linea equinoziale (Equatore) e da lì continuare verso ponente fino a quando non mi trovassi con l'isola di Hispaniola a nord. E arrivato alle isole di Capo Verde – nome falso, perché sono talmente aride che io non vi scorsi nulla di verde e la gente è tutta malata, tanto che non osai fermarmi – navigai in direzione di sud-ovest per 480 miglia, cioè per 120 leghe, fino a quando, sul far della sera, ebbi la stella polare a cinque gradi di altezza. Lì il vento mi abbandonò e mi trovai in mezzo a un caldo così torrido che temetti che la nave e la gente prendessero fuoco. La calura provocò improvvisamente una situazione insostenibile: non c'era nessuno che avesse il coraggio di scendere sotto coperta per prendersi cura delle botti e dei viveri. Questo caldo soffocante si protrasse per otto giorni: il primo giorno il cielo era sereno, gli altri sette giorni nuvoloso e piovoso, il che però non ci servì di rimedio. Certo, però, se avessimo avuto il sole del primo giorno non credo che avremmo avuto possibilità di salvarci.&lt;br /&gt;Ricordai che, navigando verso le Indie, ogni volta che oltrepassavo di 400 miglia a ponente le isole Azzorre la temperatura mutava ovunque, sia a nord che a sud; e decisi che se Nostro Signore si fosse compiaciuto di concedermi vento a favore per uscire dalla zona dove mi trovavo, non mi sarei più spinto verso mezzogiorno e neanche sarei tornato indietro: sarei, invece, andato avanti, in direzione di ponente, fino a toccare quella linea con la speranza d'incontrare lo stesso tipo di temperatura di cui avevo beneficiato quando navigavo lungo il parallelo delle Canarie. Nel caso ciò si fosse verificato, allora mi sarei potuto spostare più a sud e proseguire la navigazione. Dopo quegli otto giorni piacque a Dio di darmi buon vento di levante e io mi diressi a ponente senza però osare più di deviare verso sud perché osservai un grandissimo mutamento sia nel cielo sia nelle stelle mentre, invece, la temperatura si mantenne costante. Decisi così di continuare, sempre in direzione di ponente, sulla linea della Sierra Leone con l'intenzione di non mutare rotta fino alla zona dove calcolavo di toccare terra: avrei potuto, in questo modo, rimettere in ordine le navi e, se possibile, rifornirmi di viveri e procurarmi l'acqua di cui avevo bisogno. Diciassette giorni dopo, durante i quali Nostro Signore ci concesse vento favorevole, martedì 31 luglio a mezzogiorno ci apparve la terra che io avevo contato di incontrare il lunedì precedente. Proseguii nella stessa direzione fino all'alba ma poi, per via dell'acqua di cui avevo terminato le scorte, decisi di recarmi alle isole dei Cannibali e presi quella rotta. E dato che la Sua Alta Maestà è stata sempre misericordiosa con me, un marinaio salì per caso sulla vela di gabbia e vide a ponente tre cime di montagna. Recitammo la Salve Regina e altre preghiere e rendemmo tutti molte grazie a Nostro Signore. Abbandonai la rotta nord e navigai verso terra: all'ora di compieta arrivai a un capo che denominai della Galera. L'isola la chiamai Trinità. E lì ci sarebbe stato un buon porto se fosse stato abbastanza fondo e c'erano case, genti e terre bellissime, fertili e verdi come gli orti di Valenza a marzo. Mi dispiacque quando mi accorsi di non potere entrare nel porto e proseguii rapidamente lungo la costa di questa terra in direzione di ponente. Dopo aver percorso 20 miglia trovai una zona di ancoraggio molto buona e mi fermai. L'indomani ripresi la navigazione nella stessa direzione, alla ricerca di un porto dove rimettere in sesto le navi, rifornirmi d'acqua e risistemare le scorte di grano e di viveri che portavo. In quel posto presi soltanto una botte d'acqua e con essa procedetti fino al capo, a est del quale trovai una insenatura ben riparata e dotata di buon fondo. E allora diedi ordine di gettare le ancore, che si rimettessero in ordine le imbarcazioni, si caricasse acqua e legna e che la gente scendesse a terra per riposarsi dopo tutto il tempo che aveva sofferto stando a bordo.Denominai questo capo dell'Arenile, e lì trovammo il terreno tutto segnato con orme di animali con le zampe come le capre: sembrava che ce ne dovessero essere tantissimi, ma ne vedemmo uno solo morto. L'indomani arrivò da est una grande canoa con a bordo 24 uomini, tutti giovani e ben armati di archi, frecce e scudi. Come dicevo erano giovani di buona corporatura e di carnagione non nera, ma più bianca di quella che io fino ad allora avevo avuto occasione di osservare nelle Indie. Erano di bell'aspetto e di robusta corporatura, i capelli lunghi e lisci con un taglio alla castigliana: attorno alla testa portavano un fazzoletto di cotone, disegnato e colorato, che faceva pensare alla almayzare, la cuffia di garza usata dai mori. Qualcuno portava il fazzoletto ai fianchi e si coprivano con esso al posto delle mutande. Quando la canoa si fermò ci parlarono da molto lontano, ma né io né altri riuscivamo a capirli; per questo diedi ordine che facessero loro segno di avvicinarsi. Passarono così due ore: si avvicinavano un po' e poi si allontanavano. Per spingerli ad avvicinarsi io facevo mostrare loro bacinelle e altri oggetti che luccicavano e dopo un bel po' si avvicinarono più di quanto avessero fatto fino ad allora. Io avevo una gran voglia di parlare con loro e non sapevo più che oggetto mostrare per spingerli ad accostarsi a noi. Feci allora andare un tamburino sul castello di poppa perché sonasse mentre alcuni giovani danzavano, credendo che così gli indigeni si sarebbero uniti alla festa. Ma quelli non appena udirono il tamburo e videro i giovani che danzavano, abbandonarono i remi, impugnarono e incoccarono gli archi e, abbracciato ognuno il suo scudo, incominciarono a lanciarci frecce. Quando io feci cessare la musica e la danza e diedi ordine di dar di mano alle balestre gli indigeni si spostarono velocemente verso un'altra caravella, accostandosi alla poppa. Il pilota salì sulla canoa e diede in regalo un berretto e una casacca all'uomo che gli sembrò il loro capo e si mise d'accordo con lui per andare a parlargli sulla spiaggia, dove essi si spostarono subito con la canoa aspettandolo. Ma il pilota non voleva andare all'appuntamento senza la mia autorizzazione e, quando essi lo videro avvicinarsi con la barca alla mia nave, salirono di nuovo sulla canoa e andarono via. Non vedemmo mai più né loro né altri di quell'isola.&lt;br /&gt;Quando raggiunsi la punta, dell'Arenile mi accorsi che l'isola di Trinità e la terra di Grazia formavano uno stretto di otto miglia da ponente a levante e che per attraversarlo, dirigendosi a nord, si andava incontro ad alcuni filoni di corrente che nello stretto provocavano un forte strepito. Pensai che si trattasse di un banco di secche e di scogli che bloccavano l'entrata dello stretto. Ma i filoni di corrente erano molti e provocavano tutti un gran fragore: sembravano onde del mare che sbattessero contro scogli e s'infrangessero. Gettai le ancore in quella punta dell'Arenile, appena fuori dell'imboccatura dello stretto, e mi accorsi che l'acqua si muoveva, da est a ovest, con la furia del fiume Guadalquivir in piena e in maniera continua, sia di giorno che di notte. Temetti di non potere tornare indietro a causa delle correnti né di potere andare avanti a causa dei fondali bassi. Nel pieno della notte, mentre mi trovavo sul ponte della nave, udii un terribile ruggito che proveniva da sud in direzione della nave: rimasi immobile a guardare e vidi il mare che si alzava da ovest a est, formando una collina alta quanto la nave, e che avanzava lentamente verso di me. Sulla massa d'acqua in movimento c'era una corrente che veniva avanti ruggendo rumorosamente come le correnti di cui ho parlato prima paragonandole a onde che s'infrangono contro scogliere. Rimasi terrorizzato a quella vista: ebbi paura - e ho ancora vivissima nelle mie carni quella sensazione - che le acque infuriate travolgessero la nave prendendola da sotto ma per fortuna esse passarono al largo dell'imbarcazione, raggiunsero l'entrata del canale e vi rimasero a lungo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domani la 2° parte.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-7436651489069169153?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/7436651489069169153/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-paradiso-terrestre-scoperto-da.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7436651489069169153'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7436651489069169153'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-paradiso-terrestre-scoperto-da.html' title='Il Paradiso Terrestre scoperto da Cristoforo Colombo - 1° parte di 3'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-uW5j10JSDT8/TyKFF8i99aI/AAAAAAAADK0/1Y5Z4lKGk1Q/s72-c/Col%2B2.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-7452743207442649958</id><published>2012-01-25T09:32:00.003+01:00</published><updated>2012-01-25T09:37:40.605+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cartografia'/><title type='text'>Cartografia: due parole per capire questa disciplina.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-ZRfURfK2XCs/Tx--uY7555I/AAAAAAAADKE/hWel6mCjiAE/s1600/cart%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 287px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-ZRfURfK2XCs/Tx--uY7555I/AAAAAAAADKE/hWel6mCjiAE/s400/cart%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5701485357451306898" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Cartografia:&lt;br /&gt;di Pierluigi Montalbano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La cartografia è lo studio delle carte geografiche. Oggi siamo nel post-moderno e scambiamo tranquillamente la carta con il territorio. Tutti abbiamo delle rappresentazioni mentali dello spazio: ognuno usa il proprio linguaggio e la carta geografica è l'elaborazione intellettuale della percezione dello spazio restituita attraverso il linguaggio cartografico. Ogni approccio sul territorio passa attraverso le carte geografiche. La definizione di carta geografica è del 1787 da parte dell’intellettuale francese Luigi Lagrange: è una rappresentazione ridotta, approssimata e simbolica della superficie terrestre o di una parte di essa. Siamo arrivati nel tempo a questi risultati: c'è stata un'elaborazione mentale (almeno fin dalle età dei metalli per gli scambi) che ha portato alla rete dei meridiani e paralleli di latitudine e longitudine che riportano determinati luoghi della superficie terrestre nella carta geografica. Le due coordinate di distanza dall'equatore e dal meridiano preso come fondamentale, danno il sistema di lettura di tutte le carte. La cartografia cinese ha introdotto solo nel secolo scorso le coordinate geografiche occidentali, pur conoscendole dal 1500. Alla metà del 1700 l'imperatore incaricò alcuni gesuiti di rappresentare su una carta, alla maniera occidentale, l'impero cinese. Gli archivisti di corte affermarono che era splendida ma avrebbero mantenuto i loro sistemi che sono percettivi e non simbolici. Il linguaggio pittografico cinese è antichissimo e concreto: già i segni distinguevano l'uomo e la donna simboleggiandoli con delle stanghette. C'era un legame stretto fra scritti e raffigurazione pittorica. Solo dal 1912, con il crollo del sistema imperiale, sono  stati introdotti i sistemi cartografici occidentali. &lt;br /&gt;Noi occidentali abbiamo riconosciuto in quello di Tolomeo l'unico sistema scientificamente valido di trasferire il globo terrestre su un piano, anche se ci sono degli errori. Siamo talmente evoluti nelle teorie di rappresentazione dello spazio, che scambiamo la carta con il territorio senza preoccuparci dei problemi. Fin dalla nascita tutti noi possediamo carte mentali e il cartografo propone una sua percezione dello spazio che la collettività riconosce come valida: è una verità cartografica. &lt;br /&gt;Tutte le differenze dello spazio rappresentato nel sistema cartografico sono modificate rispetto alle nostre percezioni e si arriva alla negazione dell'oggetto. La rappresentazione cartografica è una tecnica: la manipolazione dello spazio è possibile solo attraverso un sistema tecnico con dei simboli: ad esempio, qualunque edificio moderno rappresentato in pianta, cioè bidimensionale, perde l'altezza, lo stile e il materiale. La pianta rappresenta solo l'ingombro dell'oggetto, solo in un secondo momento, con un approccio più diretto con l’oggetto stesso, si può verificare il materiale di cui è fatto. &lt;br /&gt;L'umanità ha, da sempre, prima percepito lo spazio, poi lo ha rappresentato sulla carta. Sono stati utilizzati vari metodi; ancora nel 1950 alcune popolazioni del Pacifico rappresentavano le loro isole con foglie e rametti: erano guide per le battute di pesca. Queste rappresentazioni sono state spazzate via dalla prepotenza del mondo occidentale che ha deciso di compiere esperimenti nucleari in quei luoghi. &lt;br /&gt;Sorge un quesito: quando si è verificata la cesura fra percezioni e rappresentazioni simboliche? &lt;br /&gt;La risposta più concreta è: nel diciannovesimo con i cartografi militari. &lt;br /&gt;L'impalcatura delle carte geografiche è Tolemaica, nel 1500 interviene Mercatore, nel 1700 abbiamo le prime “legende” dove il cartografo comunica i simboli per la lettura, nel 1800 i generali dell’esercito di Napoleone utilizzano la rappresentazione cartografica per meglio conquistare i territori e governarli. Strabone, nel I d.C, afferma che la geografia è un potente strumento del potere perché conoscendo usi, costumi ed etnie è più semplice capire i popoli e indirizzare le politiche di governo. &lt;br /&gt;La bandiera simboleggia un popolo, una nazione: consegnare la bandiera significa consegnare un popolo,  ma…consegnare la carta geografica significa consegnare il territorio. Dagli scopi militari si è poi estesa agli altri campi. Il geografo Farinelli afferma giustamente che la scala è l’elemento fondamentale per la rappresentazione del territorio. Il rapporto di riduzione fra percezione e realtà è il mezzo per dimostrare la realtà della rappresentazione simbolica perché mantiene inalterata la distanza: 1:100.000 significa che ogni oggetto nella realtà è distante 100.000 volte rispetto alla carta che deve fornire l'idea dell'aspetto reale, di ciò che è rappresentato: lo stivale per l'Italia, l'ottagono francese, il triangolo per la Sicilia... &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-ABA59ZjHkM8/Tx-_OtVHCZI/AAAAAAAADKQ/CWImY6F7SW8/s1600/cart%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 294px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-ABA59ZjHkM8/Tx-_OtVHCZI/AAAAAAAADKQ/CWImY6F7SW8/s400/cart%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5701485912681548178" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Un altro pilastro fondamentale per la rappresentazione geografica è l'immaginazione, aiutata dai simboli che danno scientificità. Nel passato pittore e cartografo potevano coincidere, ora abbiamo aggiunto parametri scientifici rilevanti: tutto è misurato, ad esempio le previsioni del tempo sono consentite da misurazioni di pressione, temperatura e piovosità. Le misure forniscono il dato quantitativo, danno scientificità alle carte. Nelle carte murali distinguiamo pianure, montagne e mare da vari colori, non c'è la ricerca della scientificità: si tende alla pittura dando la sfumatura di colore che avrebbe naturalmente.&lt;br /&gt;Come abbiamo detto, la cartografia utilizza un linguaggio tecnico che passa attraverso funzioni ben precise, attribuite dal 1802, e si perfeziona dal diciannovesimo secolo. Abbiamo delle rappresentazioni diverse nel tempo: nella fig. 1 abbiamo l'Europa in forma virginis del boemo Bucius, accolta in alcune ristampe della "Cosmografia universale" di Sebastiano Munster, la cui prima edizione è del 1540. Nel collare della catena della signora rappresentata c'è la visione degli edifici della città di Praga. È una allegoria che riflette la situazione geopolitica del mondo del 1500. Carlo V era imperatore di un impero su cui non tramontava mai il sole; le parti più nobili del corpo umano, secondo le allegorie antropomorfiche di moda in quei tempi, sono utilizzate nella rappresentazione cartografica: nel cuore c'è Praga, la testa è la corona di Spagna, la mano destra è l’Italia che ha il globo che rappresenta il mondo spirituale del pontefice, quindi Corsica, Sardegna e Sicilia che sembrano macchie. Un Pegaso alato rappresenta l’Asia, un leone è il Belgio…&lt;br /&gt;Si dava alla cartografia una valenza simbolica che andava ben oltre la realtà: la carta geografica può trasfigurare la realtà con valori simbolici che vanno oltre la materialità.&lt;br /&gt;In un disegno del notaio Antioco Frau, fatto a Cagliari nel 1841, è rappresentata la Giara di Gesturi. Si nota un sistema cartografico percepito percorrendo lo spazio della giara. Essendo un territorio basaltico, circondato da strapiombi, consente ai visitatori la visione di un orizzonte circolare perfetto. L’immagine ha un aspetto arcaico e il testo è in spagnolo, riproduce un atto del 1700 scritto nella lingua che si utilizzava in quel tempo per gli atti notarili. Le annotazioni interne indicano le appartenenze amministrative della giara fatte fare dal comune di Genoni che rivendica l'uso del territorio per il pascolo di cavalli e bovini, contro il comune di Gesturi. L'unica sporgenza del cerchio è una protuberanza, denominata Su Corrazzu, che evidentemente colpisce la percezione del notaio che la disegna. La rappresentazione visiva della morfologia del territorio viene così riprodotta in un disegno realizzato per fini amministrativi.&lt;br /&gt;Oggi si tende a parlare di rappresentazione geografica e non di carta geografica, inoltre, si considerano riduttive le tesi matematiche e astronomiche di Johnson e Lagrange, fatte nel 1700.  &lt;br /&gt;Ogni civiltà ha sempre mostrato la volontà di rappresentare, se non tutto, almeno la parte del mondo nel quale ha vissuto la propria parabola di vita. Non abbiamo rappresentazione di civiltà preistoriche, dei nuragici non abbiamo neanche fonti scritte. Nella fig. 2 c'è una veduta aerea di Stonehenge, un sito inquadrabile nell’età del Rame. Alcuni studiosi vogliono identificarlo in un grande calendario astronomico: i movimenti del sole producono il fatto che il 21 giugno il sole colpisce il centro del sito e arriva ad una pietra (menhir); i raggi poi attraversano il circolo e si dispongono sull'ultima architrave che chiude il circolo nella parte opposta, andando da est verso ovest. Alcuni vedono Stonehenge come la rappresentazione geografico-astronomica di un luogo su un supporto che non è carta ma un territorio. Forse si riferisce ad una rappresentazione spaziale: il posizionamento dei raggi nel corso dell'anno individua le sequenze dei mesi, pare quindi una struttura di orientamento delle attività economiche della società che lo ha costruito. Le rappresentazioni geografiche possono essere anche pittoriche perché rispecchiano lo spazio. Fra coloro che inseriscono Stonehenge come documento primordiale geografico c'è l’americano George Kish, autore nel 1980 di un'opera con le concezioni moderne della carta geografica: affermava la carta come immagine di civiltà, dove civiltà è cultura.&lt;br /&gt;Si rappresenta il territorio non passando attraverso i cardini tolemaici della cartografia occidentale. Ogni società può rappresentare il territorio secondo un suo sistema. Kish distingue due modalità per la costruzione delle carte geografiche: la carta "strumento" che serve alla società che la produce per mantenere la memoria storica dell'immagine ed è utilizzabile per lo sfruttamento delle risorse dello spazio stesso; riguarda soprattutto il tipo topografico delle grandi scale. &lt;br /&gt;Il secondo sistema è la carta "immagine" che prescinde dallo spazio vissuto e abbraccia spazi oltre il conosciuto, la cui esistenza è nota perché qualcuno li ha visti e li ha raccontati. Il cartografo le traduce in rappresentazioni geografiche. È inteso che il prodotto cartografico è sempre frutto dell'immaginazione, ad esempio, nelle carte IGM il simbolo della vite non deriva dalla realtà. Il processo di immaginazione serve a trasfigurare gli elementi rappresentati nella carta. Nelle carte “immagine” della civiltà cristiana è raffigurato spesso il paradiso terrestre; per noi è un'immagine della fantasia perché sappiamo che sulla terra non c'è, ma per definizione il paradiso terrestre dovrebbe essere proprio sulla terra. Anche Colombo risalendo le foci dell’Orinoco, pensò di averlo individuato e ne diede notizia. L'immaginazione elabora immagini immaginabili.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-7452743207442649958?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/7452743207442649958/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/cartografia-due-parole-per-capire.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7452743207442649958'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7452743207442649958'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/cartografia-due-parole-per-capire.html' title='Cartografia: due parole per capire questa disciplina.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-ZRfURfK2XCs/Tx--uY7555I/AAAAAAAADKE/hWel6mCjiAE/s72-c/cart%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-7924947919924558948</id><published>2012-01-24T09:14:00.003+01:00</published><updated>2012-01-24T09:36:38.873+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Tradizioni popolari'/><title type='text'>La medicina tradizionale in Sardegna: Il Malocchio</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-kKq6XILYz1U/Tx5tHNHoroI/AAAAAAAADJ4/9yQQfEX7-lI/s1600/amuleti.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 363px; height: 362px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-kKq6XILYz1U/Tx5tHNHoroI/AAAAAAAADJ4/9yQQfEX7-lI/s400/amuleti.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5701114148845825666" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il Malocchio e i rimedi tradizionali per curarlo.&lt;br /&gt;di Fabrizio e Giovanna&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Questo articolo, scritto il 18 Giugno 2011 dagli amici Fabrizio e Giovanna (redattori del Mulino del Tempo) è il più letto nel blog &lt;a href="http://ilmulinodeltempo.blogspot.com"&gt;"Il Mulino del Tempo"&lt;/a&gt; e ritengo sia interessante proporlo nel quotidiano on line per richiamare l'attenzione dei lettori sulle pratiche legate a ideologie ancora in uso presso le nostre comunità, e diffuso a carattere internazionale con altre denominazioni.&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Malocchio è una pratica malefica che affonda le sue radici nel passato più remoto; le modalità di trasmissione, come lascia intendere la parola, passa dallo sguardo, infatti si dice che gli occhi abbiano la capacità di trasmettere all’esterno le forze nascoste nel corpo. &lt;br /&gt;Si parla di Malocchio anche nella mitologia dei popoli antichi, lo sguardo rabbioso delle donne dell'Illiria poteva uccidere, il gigante Balor delle leggende celtiche poteva addirittura  trasformare il suo unico occhio in un'arma letale e Medusa aveva la capacità di tramutare in pietra chiunque incontrasse il suo sguardo. &lt;br /&gt;Il potere degli occhi viene attribuito soprattutto agli esseri umani sospettati di stregoneria, in particolar modo alle donne. &lt;br /&gt;Secondo la tradizione  alcuni esercitano involontariamente con il semplice atto di posare lo sguardo su un'altra persona. I sintomi del malocchio sono, a livello fisico, mal di testa frequenti senza averne mai sofferto prima e senza una causa patologica, cattivo umore e sindrome depressiva; possono  accadere degli eventi negativi spesso all'interno della famiglia, come ad esempio una immotivato abbandono da parte del partner, un guasto alla macchina o eventi di estrema gravità . &lt;br /&gt;Il Rito Magico contro il Malocchio elimina tale influenza ripulendo l'Aura, riportando il soggetto nello stato psicofisico di prima, cessando immediatamente gli eventi nefasti di cui era vittima .&lt;br /&gt;Esistono diversi modi per proteggersi dal malocchio, nella tradizione popolare troviamo un sistema che consiste nell'inviare un fiore per nove giorni consecutivi alla persona che ci ha fatto il maleficio. Il metodo funziona soltanto se i fiori sono inviati con un sentimento di sincera amicizia.&lt;br /&gt;Il più delle volte il malocchio agisce sulla sfera sessuale: ecco perchè, secondo una vecchia usanza, toccandosi i genitali si viene protetti dal malocchio.  &lt;br /&gt;Nel caso in cui il malocchio sia stato trasmesso, esistono dei riti atti a debellarlo che variano a seconda della regione e della località. &lt;br /&gt;Questi riti possono essere tramandati soltanto in linea femminile, infatti è solo la donna l'unica depositaria del segreto della formula e a lei soltanto spetta esercitare il rito. &lt;br /&gt;Il malocchio in Sardegna assume diverse denominazioni secondo le località, come ocru malu nel nuorese, ogru malu nel logudorese e ogu malu nel campidanese. Esistono interessanti espressioni dialettali anche per designare l’avvenuto maleficio: l’occhio che aggredisce è un occhio cattivo (ogu malu) oppure un occhio che si posa (si ponidi) recando danno, oppure che prende d’occhio (pigai de ogu).  &lt;br /&gt;Malocchio è l’occhio dell’altro, solitamente di chi non fa parte della famiglia e non è quindi legato da vincoli di sangue, che, una volta giunto alla meta, crea una situazione di difficoltà portando via un determinato bene, che può essere la bellezza, la salute o la fortuna, che viene perciò mangiato dal colpo dell’occhio  (manigara de su corpu ‘e soju).&lt;br /&gt;Nei paesi sardi la donna ha la prerogativa di essere sia soggetto che oggetto del malocchio: è colei che è più esposta al rischio del malocchio ma è anche colei che getta il malocchio più potente. È sempre in linea femminile che vengono ereditati gli oggetti magici, gli amuleti, che preservano dal malocchio ed è sempre la donna che gestisce la vita e la morte attraverso la pratica della “medicina dell’occhio”.&lt;br /&gt;La denominazione “medicina dell’occhio” è l’unica che si riscontri in maniera diffusa in tutte le province sarde. &lt;br /&gt;Questa pratica si può apprendere sia in famiglia che da estranei. Per diventare guaritori è necessario essere riconosciuti persone adatte, infatti solo in pochissimi casi il passaggio a tale condizione è avvenuto attraverso prove di verifica o attraverso un vero e proprio rito.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il rito terapeutico sono stati registrati ben ventiquattro modi diversi di esecuzione all’interno dei quali si riscontra la presenza, diversamente combinata, dei seguenti elementi: i “brebus”, preghiere quali il Padre Nostro, l’Ave Maria, la recitazione del Credo, spesso assieme all’uso di grano, acqua, sale, olio, orzo, riso, pietra, corno di muflone, di cervo o di bue, l'occhio di Santa Lucia, il carbone e la carta. Per conseguire la guarigione il rito va ripetuto da un minimo di tre ad un massimo di nove volte. Per la risoluzione dei casi più gravi in genere è previsto l’intervento di tre diversi operatori.&lt;br /&gt;L’altro sistema fondamentale di difesa, quello preventivo, è costituito da tutta una serie di oggetti come gli amuleti e gesti apotropaici destinati ad annullare qualunque possibile influsso malefico proveniente dagli altri.&lt;br /&gt;Tra gli scongiuri rivolti al possibile portatore di malocchio ricordiamo l’uso di sputare per allontanare il male, attestato in Sardegna da un manoscritto anonimo del settecento, toccare un oggetto di ferro, di corno o le parti genitali, bestemmiare al suo passaggio, tirar fuori velocemente la punta della lingua per tre volte, oppure fare le fiche al suo indirizzo a fura (di nascosto), ecc. Il fare sas ficas è usanza diffusa sia fra gli uomini che fra le donne, tale uso era certamente noto anche a Cagliari, dove i vecchi ricordano il detto “Ti dexit comenti sa fica in s’ogu” (ti giova come la fica nell’occhio).&lt;br /&gt;Oltre alle tecniche gestuali nell’isola si è sviluppata tutta una serie di oggetti apotropaici, di tipologia tipicamente mediterranea, che hanno acquisito valori culturali con particolari connotazioni;  le ricerche svolte a tal proposito dimostrano, infatti, che gli amuleti sardi, pur avendo molteplici valenze, sono quasi tutti riconducibili all’ideologia del malocchio.&lt;br /&gt;Purtroppo molti amuleti erano così poveri e deperibili che nessuno ha mai avuto occasione o interesse a conservarli e sono giunti fino a noi solamente attraverso il ricordo dei vecchi; diverso è il discorso riguardante gli amuleti che erano anche oggetti di oreficeria o costituiti da materiali ritenuti in qualche modo preziosi. La maggior parte di essi ha radici precristiane e ha subito un’evoluzione nel tempo; se prima, ad esempio, erano caratterizzati dall’uso di un determinato materiale, in periodi successivi il materiale è cambiato, conservando solo similitudini di forma o colori. Ad es. Sa sabegia, che era inizialmente tonda prevalentemente in pietra nera o in corallo, si è evoluta con l’utilizzazione di materiale non naturale, come il vetro sfaccettato nero o addirittura la pasta di vetro policromo, di sicura importazione, il cui uso può essere stato introdotto sia per la difficoltà di reperire e lavorare il materiale originario, sia per una maggior ricercatezza che il nuovo materiale “esotico” poteva vantare. &lt;br /&gt;È certo tuttavia che sostituendo il materiale, l’amuleto non perdeva né l’eventuale significato simbolico, né la sua funzione apotropaica. L’unica condizione perché l’amuleto agisca è “aver fede”, credere cioè nel suo potere; in alcune zone, infatti, l’efficacia dell’amuleto è data dal fatto che esso debba essere abbrebau, su di esso devono cioè essere stati recitati is brebos le “parole, le preghiere magico-religiose”.&lt;br /&gt;Nota in Sardegna come anti-malocchio per eccellenza, è la pietra nera in gavazzo o giaietto (lignite picea), onice, ossidiana;  tonda, sempre incastonata in prata (cioè in argento, perché si credeva avrebbe perso il suo potere se legata in oro).&lt;br /&gt;La sabegia simboleggia il globo oculare, nella fattispecie l’occhio buono che si  contrappone a quello cattivo attirandone lo sguardo; la sua funzione consiste nel salvare chi ne è munito, spaccandosi al posto del cuore della persona “guardata”.&lt;br /&gt;La terminologia con cui viene identificata è varia e difficilmente localizzabile. Nota come sabegia nel Campidano di Cagliari, se ne è perduta la memoria nel capoluogo, dove deve essere stata però usata, tanto che se ne conservava il ricordo nei primi decenni del secolo scorso. &lt;br /&gt;Con pochissime varianti fonetiche ritroviamo questo termine nella Barbagia dove è invece conosciuta come cocco, nella Gallura, nel Logudoro e ad Orgosolo è invece generalmente noto col nome di pinnadellu, mentre nell’oristanese, a Desulo e nella Barbagia di Belvì viene denominato pinnadeddu.&lt;br /&gt;Tradizionalmente nero, l’amuleto si ritrova talvolta anche rosso, di corallo, specialmente in Gallura e in alcuni paesi barbaricini, dove prende il nome di corradeddu ‘e s’ogu leau (corallino del malocchio) e dove lo si portava appeso alla spalla e ricadente sul braccio, unito a mazzo con altri amuleti sempre di corallo e incastonati in argento. In ogni caso la sabegia mantiene sempre la caratteristica di essere simbolo dell’occhio.&lt;br /&gt;Sa sabegia veniva appesa alle culle, mentre i bambini più grandicelli la portavano generalmente al polso, legata con un fiocchetto verde e veniva loro tradizionalmente regalata dalla nonna o dalla madrina di battesimo.&lt;br /&gt;Le donne invece la esibivano al collo o appesa al corsetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fonte: http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/06/la-medicina-tradizionale-in-sardegna.html&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-7924947919924558948?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/7924947919924558948/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/la-medicina-tradizionale-in-saqrdegna.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7924947919924558948'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7924947919924558948'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/la-medicina-tradizionale-in-saqrdegna.html' title='La medicina tradizionale in Sardegna: Il Malocchio'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-kKq6XILYz1U/Tx5tHNHoroI/AAAAAAAADJ4/9yQQfEX7-lI/s72-c/amuleti.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-4901829309898705397</id><published>2012-01-22T19:15:00.001+01:00</published><updated>2012-01-22T19:18:14.622+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Le chiese sono orientate astronomicamente?</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-yOyj43aRcYM/TVUA4BhRlRI/AAAAAAAABWk/2gwo5ejZyTI/s1600/siligo.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-yOyj43aRcYM/TVUA4BhRlRI/AAAAAAAABWk/2gwo5ejZyTI/s400/siligo.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5572361076421530898" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Le Chiese sono orientate astronomicamente?&lt;br /&gt;di Pierluigi Montalbano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Prima del XII d.C. le Chiese erano edificate secondo i canoni costruttivi e soprattutto di orientamento, stabiliti già nelle Costituzioni Apostoliche redatte nei primi secoli del cristianesimo. Sin dagli albori del cristianesimo era diffusa la tradizione di orientare i templi o più in generale i luoghi di culto verso la direzione cardinale est (Versus Solem Orientem) in quanto per i cristiani la salvezza era collegata alla generica direzione cardinale orientale.Infatti Gesù aveva come simbolo il Sole (Sol justitiae, Sol invictus, Sol salutis) e la direzione est era simbolizzata dalla croce, simbolo della vittoria.Nel Medioevo le chiese erano generalmente progettate a forma di croce, generalmente latina, con l'abside orientato ad est. L'ingresso principale era quindi posizionato sul lato occidentale, in corrispondenza dei piedi della croce in modo che i fedeli entrati nell'edificio camminassero verso oriente simboleggiando l'ascesa di Cristo. La direzione orientale corrisponde a quel segmento di orizzonte locale in cui i corpi celesti sorgono analogamente, dal punto di vista simbolico, alla stella della nascita di Cristo, nota come "la stella dell'est". Le chiese dovevano assolvere agli aspetti puramente liturgici quindi le istruzioni che venivano date agli architetti in fase di progettazione si basavano su tutta una serie di indicazioni tratti dalla simbologia liturgica della religione cristiana. Era poi l'architetto ad impiegare Matematica, Geometria e Astronomia al fine di esprimere simbolicamente la funzione liturgica del culto. Il significato metaforico era notevole infatti la cupola stava sovente a rappresentare la volta del cielo, mentre l'altare simboleggiava la cima della croce di Cristo. L'architetto sfruttava le proprie cognizioni di Astronomia di posizione per ricavare mediante osservazioni, calcoli e costruzioni geometriche la direzione di orientamento più opportuna per verificare le specifiche simboliche richieste dai committenti. L'Astronomia però era solo un mezzo per esprimere le funzioni liturgiche e simboliche del monumento. Le ragioni per cui vennero adottati criteri di orientamento astronomici furono spesso dettate da esigenze mistiche più che reali. Infatti è noto che la Croce di Cristo fu eretta sul monte Calvario in modo da essere rivolta verso ovest, quindi i fedeli in adorazione devono essere rivolti ad est che per antica tradizione è la zona della luce e del bene (pars familiaris) in contrapposizione con la "pars hostilis" che identifica la direzione occidentale. Per tradizione Cristo salì in cielo ad oriente dei discepoli e pare che così facessero anche i Martiri. Sempre secondo la tradizione l'aurora è il simbolo del Sole della Giustizia che si annuncia e anche il Paradiso Terrestre veniva ritenuto, dai primi cristiani, essere genericamente ad oriente. La simbologia solare così direttamente collegata al Cristo richiedeva quindi un'attenta progettazione dei luoghi di culto e della loro disposizione rispetto alle direzioni astronomiche fondamentali. Nelle Costituzioni Apostoliche del IV e V secolo veniva raccomandato ai fedeli di pregare dirigendosi verso l'est e lo stesso celebrante durante l'"Actio Liturgica" doveva parimenti essere rivolto in quella direzione. Come conseguenza di tali prescrizioni, tecnicamente si rese necessario progettare e costruire le chiese orientate con l'abside verso oriente e la porta d'ingresso in direzione occidentale rispetto al baricentro della costruzione. La rigorosità nell'orientamento è un elemento che andò decadendo nel tempo,attraverso i secoli. Siamo in grado, mediante opportune misurazioni e opportuni calcoli di formulare alcune ipotesi possibili sui criteri che anticamente furono connessi con l'edificazione dei primitivi luoghi di culto.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-W2EA3C9scnM/TVUA-eN69ZI/AAAAAAAABWs/jiqJCoKVLQk/s1600/serdiana.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 252px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-W2EA3C9scnM/TVUA-eN69ZI/AAAAAAAABWs/jiqJCoKVLQk/s400/serdiana.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5572361187204199826" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Faccio l’esempio di una Chiesa che si trova nel territorio di Terni, ma questi dati si possono estendere alla maggior parte delle chiese italiane dello stesso periodo. Dai rilievi è stato possibile desumere che l'asse dell'edificio, nella direzione che parte dalla porta d'ingresso e continua verso l'abside, devia di soli 0.2 gradi rispetto alla linea equinoziale rappresentata dalla direzione est-ovest astronomica. Lungo la linea equinoziale è possibile osservare la levata, ad est ed il tramonto,a ovest, del Sole nei giorni dei due equinozi, quello di primavera e quello di autunno, all'orizzonte astronomico locale. Il criterio con cui il luogo di culto fu orientato sembrerebbe quindi essere il "Sol Aequinoctialis" fortemente raccomandato da Gerberto d'Aurillac salito al soglio pontificio, nel 999, con il nome di Papa Silvestro II e ribadito successivamente negli scritti di Guglielmo Dorando da Mende, vescovo del XIII secolo. L'orientamento equinoziale era connessa alla consuetudine di celebrare solennemente il rito di fondazione del luogo sacro all'alba del giorno di Pasqua. Questa direzione potrebbe essere a prima vista correlata con la data della Pasqua che, come è noto, si celebra la domenica più vicina al primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera. Essendo, però la data della Pasqua, mobile rispetto alla data di equinozio a causa della variazione della data di plenilunio rispetto ad esso, l'orientamento in accordo con la posizione del Sole nascente a Pasqua non poteva essere codificata in maniera fissa. Nel caso della chiesa parrocchiale di Terni dobbiamo rilevare che la sua orientazione equinoziale è molto accurata, deviando come già affermato di circa 0.2 gradi rispetto alla direzione dell'est astronomico. L'orizzonte naturale locale, rappresentato dal profilo del paesaggio retrostante la zona absidale, degradante da sud a nord, risulta essere elevato mediamente di una quindicina di gradi rispetto all'orizzonte astronomico locale, rappresentato dalla linea orizzontale ad altezza nulla. Questo fatto implica che il Sole equinoziale poteva essere osservato, dal luogo dove sorge l'edificio sacro, sorgere ad alba inoltrata da dietro il profilo delle montagne, lungo una direzione spostata oltre 10 gradi più a sud rispetto alla linea equinoziale. In poche parole se la chiesa fosse stata orientata adottando il criterio pasquale decritto, avremmo dovuto rilevare che il suo asse sarebbe stato orientato verso un punto dell'orizzonte posto rilevantemente più a sud rispetto a quanto misurato. Questa differenza è tale da rendere improbabile l'applicazione a Terni di un criterio di orientamento basato sul punto di levata del Sole pasquale. Oltre alla direzione della levata del Sole nel giorno della resurrezione di Cristo esistono anche altri significati mistici che la Chiesa antica collegò alla direzione equinoziale. Infatti tale direzione può essere correlata anche con la data della ricorrenza dell'Incarnazione (o Annunciazione) festeggiata il 25 Marzo, che fino al Concilio di Nicea (325 d.C.), presieduto dall'imperatore romano Costantino, era ritenuto erroneamente essere la data dell'equinozio di primavera, in accordo con il calendario giuliano allora accettato dalla Chiesa; dal punto di vista astronomico la data del 25 Marzo era corretta al tempo di Giulio Cesare. Nel 1172, anno in cui il Comune di Terni risulta espressamente documentato, la data giuliana dell'equinozio di primavera cadde il 13 Marzo, nel 1452, anno in cui è citata la "nuova" chiesa, il giorno 11 del mese e solo dopo la riforma si passò per decreto papale nuovamente al 21 Marzo. Sui calendari e gli almanacchi però l'equinozio era indicato al giorno 21 per cui la posizione del punto di levata del Sole all'orizzonte astronomico locale all'alba di quel giorno risultava sensibilmente spostata verso nord rispetto al vero punto relativo alla levata equinoziale. Le chiese che venivano orientate sulla base del punto di levata del Sole nel giorno dell'equinozio previsto dagli almanacchi mostrano un sensibile errore rispetto alla direzione equinoziale vera, proprio a causa dell'errore tra l'equinozio vero e la data riportata sugli almanacchi. Eseguendo gli opportuni calcoli ci accorgiamo che questo non può essere il caso della chiesa di Terni in quanto se il criterio di orientamento fosse stato quello descritto, l'asse del luogo sacro dovrebbe essere orientato consistentemente più a sud di quanto rilevato sperimentalmente. Un'altra ipotesi degna di interesse potrebbe essere quella di esaminare non l'equinozio di primavera, ma quello d'autunno, il quale, nel 1172 cadeva il 16 Settembre, mentre nel 1452, il 14 dello stesso mese. L'idea della correlazione con l'equinozio d'autunno deriva dalla dedicazione della chiesa, a S.Michele Arcangelo. Il giorno dedicato a S.Michele Arcangelo variò di molto durante i secoli passati e le date in cui la sua festa fu celebrata furono: il 7 Aprile, il 8 Maggio, il 6 Giugno, il 5 Agosto, il 9 Settembre, il 29 Settembre, il 8 novembre e il 8 Dicembre. Le date del calendario Gregoriano, in corrispondenza delle quali i due santi sono venerati,sono rispettivamente il 29 Settembre (S.Michele) e il 19 Marzo (S.Giuseppe). Nelle tradizioni popolari la celebrazione di questi due santi possiede una valenza astronomica di natura equinoziale. Infatti le date indicate sono prossime a quelle degli Equinozi rispettivamente di autunno e di primavera. La ricorrenza di S.Michele Arcangelo è consistentemente lontana dalla data effettiva dell'equinozio d'autunno, soprattutto nei tempio antichi, quindi la deviazione che potremmo aspettarci per l'asse della chiesa rispetto alla direzione equinoziale astronomica nel caso fosse stata orientata sul punto di levata del Sole nel giorno di S.Michele, è enorme superando i 20 gradi verso sud nel caso che l'orizzonte di riferimento fosse stato il profilo delle montagne poste ad est, ma ancora oltre 10 gradi se la linea di riferimento fosse stato l'orizzonte astronomico locale. La conseguenza è che la chiesa di Terni non verifica neppure il criterio che prevede che l'orientamento sia avvenuto in accordo con il Sole nascente a S.Michele Arcangelo. Rimane quindi solamente la possibilità che l'orientamento sia avvenuto in epoca antica sulla base di una metodologia geometrico-astronomica basata sull'impiego di metodi gnomonici, cioè sullo studio del moto dell'ombra proiettata da un palo verticale (Gnomone) illuminato dal Sole durante la giornata, con il fine ultimo di determinare nel modo più accurato possibile la direzione est-ovest astronomica, corrispondente al punto teorico di levata del Sole equinoziale, senza prendere in esame il punto effettivo di prima visibilità del Sole nascente all'orizzonte fisico locale.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-PDIpm1Csbs4/TVY4QXPkLlI/AAAAAAAABW0/Grr7JmHJFro/s1600/chiesa.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-PDIpm1Csbs4/TVY4QXPkLlI/AAAAAAAABW0/Grr7JmHJFro/s400/chiesa.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5572703442685931090" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L'orientamento rigoroso di una costruzione lungo la direzione equinoziale era durante il Medioevo, dal punto di vista operativo,un problema di non facile soluzione. Inizialmente era necessario disporre di una semplice, ma efficiente strumentazione atta ad individuare la direzione cercata, in secondo luogo era richiesta l'applicazione di un procedura di lavoro, basata su semplici ed elementari cognizioni di Astronomia di posizione, ma capace di condurre a risultati corretti e terzo erano richieste una o più persone esperte e capaci di portare a termine l'operazione in maniera sufficientemente accurata. Le metodologie più moderna disponibile durante il Medioevo e il Rinascimento sono quanto riportato sul "De Geometria" di Gerberto d'Aurillac oppure nel "De Architettura" di Vitruvio o nel "De limitibus constituendi" di Igino il Gromatico o addirittura nella "Naturalis Historia" di Plinio il Vecchio e le necessarie conoscenze astronomiche erano per lo più bagaglio culturale degli esponenti del clero. La strumentazione più semplice per determinare le orientazioni equinoziali era rappresentata da un semplice bastone piantato verticalmente nel terreno, uno gnomone, che illuminato dal Sole proiettava la sua ombra in direzione esattamente opposta a quella del Sole.Il moto dell'ombra quindi era esattamente simile a meno di un fattore di scala dipendente dalla lunghezza dell'asta, al moto apparente del Sole sulla sfera celeste, ma nella direzione opposta. Il metodo, probabilmente il più preciso disponibile a quei tempi era quello del "Cerchio Indiano" che e' descritto da Vitruvio (De Architettura, I,6,6), ma di cui si hanno notizie già dai papiri egiziani e dai documenti provenienti dall'India antica, da cui la sua particolare denominazione.Il metodo risulta applicabile qualsiasi giorno dell'anno. Fissato lo gnomone verticale si segnava alla mattina la posizione raggiunta dall'estremità dell'ombra. Successivamente si tracciava una circonferenza centrata nel piede dello gnomone e passante per il punto segnato sul terreno, poi si attendeva,durante il pomeriggio, il momento in cui l'ombra lambiva nuovamente il cerchio e si segnava sulla circonferenza il punto ottenuto. La linea passante per i due punti sulla circonferenza rappresentava la direzione equinoziale cercata. Un metodo sostanzialmente simile, ma un po' più complesso è descritto nell'ultimo capitolo della "Geometria" di Gerberto da Reims (Caput XCIV, "Alia ratio meridianum describendi"). Questo metodo richiedeva la misura di tre ombre qualsiasi dello stesso gnomone durante la giornata e il calcolo dei rapporti tra le loro lunghezze. Poiché i calcoli, anche i più banali, erano a quei tempi difficili a causa dell'abitudine di usare i numeri romani, Gerberto suggerisce l'uso di una tavola di moltiplicazioni precalcolate. Dopo qualche calcolo si perveniva alla determinazione della direzione della linea meridiana la cui perpendicolare è l'equinoziale cercata. Rimane ora un ultimo importante quesito, quello relativo all'epoca in cui presumibilmente questo rito potrebbe essere avvenuto. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-aPnI7_osdt4/TVY4Xr688ZI/AAAAAAAABW8/Fx7oOkhjtoE/s1600/chiesa%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 298px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-aPnI7_osdt4/TVY4Xr688ZI/AAAAAAAABW8/Fx7oOkhjtoE/s400/chiesa%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5572703568495702418" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La risposta è difficile da formulare, ma sicuramente il 1452 rappresenta il limite più recente per l'epoca del rito di fondazione.La caratteristica accuratamente equinoziale dell'orientamento della costruzione potrebbe suggerire l'esistenza di una costruzione precedente fondata durante un periodo appena successivo alle prescrizioni di Dorando da Mende, quindi tra il 1200 e il 1300, epoca in cui le orientazioni equinoziali risultano essere molto frequenti. E' possibile anche ipotizzare qualcosa di più antico,edificato qualche tempo dopo le indicazioni di Silvestro II relativamente all'orientamento equinoziale delle chiese, ma in questo caso il primo edificio di culto potrebbe essere stato edificato grosso modo tra il 1000 e il 1200, epoca quest'ultima in accordo con il periodo di governo comunale di Terni. Guglielmo Dorando da Mende, a proposito dell'orientamento delle chiese, scrisse:&lt;br /&gt;&lt;...Debet quoque (ecclesia) sic fundari, ut caput inspiciat versus Orientem... videlicet versum ortum solis, ad denotandum, quod ecclesia quae in terris militat, temperare se debet aequanimiter in prosperis, et in adversis; et not versus solstitialem, ut faciunt quidam&gt;&gt;,&lt;br /&gt;Il passo è tratto dall'edizione del 1584 del "Rationale Divinorum Officiorum", pubblicata a Lione. Uno dei proverbi più comuni recita: “San Michele porta il candeliere (dal cielo) e S. Giuseppe lo riporta indietro”. Il riferimento al Sole equinoziale e alla sua luce è evidente. Infatti il significato di San Michele che porta il candeliere è che nel periodo della sua celebrazione (Equinozio di Autunno) il Sole si avvia a tramontare sempre più presto in quanto la sua altezza apparente sull'orizzonte, quando transita al meridiano, diminuisce sempre più fino ad arrivare al suo valore minimo in corrispondenza del solstizio di inverno presso il quale si celebra la festa solstiziale cristiana per eccellenza: il Natale.Durante il periodo successivo alla festa di S. Michele Arcangelo quindi era necessario accendere il lume sempre più presto la sera a causa della progressiva riduzione delle ore di luce diurna. Il significato di San Giuseppe che riporta il candeliere indietro è esattamente quello opposto dal punto di vista astronomico. In prossimità dell'equinozio di primavera il Sole sale, ad ogni giorno che passa, sempre più in alto nel cielo quando a mezzodì transita al meridiano locale e di conseguenza l'ora del tramonto ritarda sempre più fino a raggiungere il suo massimo nel giorno del solstizio d'estate. La ripartizione stagionale basata sugli equinozi e sui solstizi è testimoniata anche da un altro proverbio relativo a S. Michele Arcangelo che recita: “Se San Michele Arcangelo si bagna le ali (ossia se piove il 29 Settembre, festa di S. Michele Arcangelo) allora pioverà fino a Natale”. In questo caso la piovosità della stagione viene predetta dalla festa equinoziale autunnale (S. Michele) fino a quella solstiziale invernale (Natale) che scandiscono nella tradizione popolare la ripartizione stagionale, a fini agricolo,dell'anno solare tropico. Infatti la ripartizione stagionale astronomica che prevede che le stagioni vadano da un solstizio al successivo equinozio e viceversa, alla latitudine della valle ternana non descrive bene l'andamento stagionale climatico locale, quindi la tradizione popolare preferiva associare alle ricorrenze dei santi durante il corso dell'anno la pianificazione delle pratiche agricole tenendo anche presente l'andamento della fasi della Luna.&lt;br /&gt;Immagine della Chiesa bizantina di Mesumundu, Siligo, è di Wikipedia&lt;br /&gt;Immagine della Chiesa di Santa Maria di Sibiola, Serdiana, è di sardegnacultura.it&lt;br /&gt;L'immagine della chiesa di San Lorenzo di Rebeccusono, Bonorva, è di sardegnacultura.it&lt;br /&gt;L'immagine della chiesa di Sant'Antioco di Bisarcio è di http://www.flickr.com/people/antonio_romano_liscia/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-4901829309898705397?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/4901829309898705397/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/le-chiese-sono-orientate.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4901829309898705397'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4901829309898705397'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/le-chiese-sono-orientate.html' title='Le chiese sono orientate astronomicamente?'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-yOyj43aRcYM/TVUA4BhRlRI/AAAAAAAABWk/2gwo5ejZyTI/s72-c/siligo.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-2573143167301315964</id><published>2012-01-20T09:10:00.003+01:00</published><updated>2012-01-20T09:25:32.859+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Sant'Imbenia (Alghero) -  La trasformazione della società nuragica.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-D0D7AbSgGN0/Txkk8AM-pmI/AAAAAAAADJU/gFqX49aToco/s1600/rend%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 335px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-D0D7AbSgGN0/Txkk8AM-pmI/AAAAAAAADJU/gFqX49aToco/s400/rend%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699627416679261794" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Marco Rendeli&lt;br /&gt;Riflessioni da Sant’Imbenia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;I risultati della nuova stagione di scavi nell’abitato nuragico di Sant’Imbenia stimolano una serie di riflessioni sulla organizzazione economica sociale che riguarda non solamente il sito ma anche il suo territorio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con questa breve nota si vuole proporre una riflessione su di un tema non nuovo nel panorama della ricerca archeologica in Sardegna, quello della trasformazione che occorre nella società isolana tra età del Bronzo finale ed età del Ferro e delle conseguenze dirette e indirette che esso lascerebbe presupporre. La nuova stagione di scavi iniziata nel 2008 nel villaggio nuragico di Sant’Imbenia&lt;br /&gt;ha prodotto una serie di dati nuovi e, a mio avviso, importanti che potranno influenzare la maniera nella quale leggere e interpretare i dati per una fase che dalla fine del X giunge fino almeno al VII, se non VI  a.C. La messa in luce di uno spazio collettivo centrale che calamita attorno a sé una serie di ambienti chiusi e spazi aperti, appare ai miei occhi la punta di un iceberg sotto la quale sono da leggere una serie di eventi che potrebbero aver modificato in maniera sostanziale l’organizzazione, i modelli di produzione e, in generale, la società in questa parte della Sardegna. Il dato archeologico più eclatante a mio parere risiede nella programmazione di quello che potremmo definire un vero e proprio intervento urbanistico che si compie nel villaggio a un dato momento della sua storia: esso coinvolge, riteniamo con tutta evidenza, una serie di più antiche abitazioni che vengono abbattute, pesantemente modificate o entrano a far parte di strutture edilizie complesse a più vani. In questa fase si passa dalla presenza di un’edilizia di tipo circolare, generalmente monovano, a una complessa nella quale vi sono soluzioni differenti. Infatti alcune parti di antiche abitazioni vengono rimodulate nel senso che una parte delle loro murature diventano rettilinee, c’è una grande attenzione alla definizione degli stipiti degli ingressi, si realizzano progetti all’interno dei quali si prevede un’alternanza di vani chiusi e di ambienti aperti. Non appare quindi casuale che all’interno della porzione di villaggio finora scavata risulti presente, nella sua autonomia edilizia, una sola capanna circolare (la cd. “capanna dei ripostigli”): anch’essa però, da quel che si può leggere nei diari di scavo e da quel che si interpreta a un’analisi dei paramenti murari interni, ha subito una profonda ristrutturazione. Infatti l’odierno accesso alla capanna, da sud, non era quello originario: una tamponatura ben visibile sul paramento murario interno induce a ritenere che esso fosse posto a nord. Questa trasformazione può aver avuto luogo nel momento in cui si rialza di quasi un metro la pavimentazione inserendo all’interno della capanna uno spesso strato di terra che livella e funge da livellamento e preparazione per il pavimento in lastrine che vi verrà poi realizzato  sopra: questo strato di livellamento è quello che ha restituito importanti frammenti di materiale di importazione greca e fenicia che possono collocarsi cronologicamente fra la fine del IX e la prima metà dell’VIII a.C. (la coppa in fine ware, la coppa a semicerchi pendenti, la coppa a uccelli e la coppa a chevrons). La ragione per quale si modifica in maniera così sostanziale questo ambiente, a prescindere da un evento traumatico che può avere interessato la capanna e che non possiamo escludere a priori (incendio, crollo parziale), potrebbe essere stata dettata da ragioni differenti: non appare casuale infatti il fatto che l’apertura più antica desse direttamente sull’andito che a oggi rappresenta l’unico accesso diretto, in entrata e in uscita, dello spazio aperto collettivo. Dunque, pur se limitrofa alla piazza, la cosiddetta capanna dei ripostigli acquisisce una diversa “raion d’etre”, che al momento appare ancora sfuggente, ma che la rende come struttura viva all’interno del nuovo piano urbanistico. Dalla pianta si può comprendere bene come tutto il progetto abbia come punto centrale lo spazio aperto e come questa parte del villaggio sia stata pesantemente modificata rispetto a delle possibili fasi precedenti: tale sensazione si rafforza se consideriamo la pianta elaborata sulla scorta delle indagini geoelettriche condotte da P. Johnson. Sembra infatti che tutto il complesso sia recintato da un muro lungo il quale, nei pressi dell’angolo nord occidentale, sembra aprirsi un accesso. Manca al momento una chiara definizione dell’area recintata nella zona orientale e quindi appare difficile comprendere se questa “recinzione” inglobasse totalmente o parzialmente la cosiddetta “capanna delle riunioni” parzialmente venuta alla luce e poi ricoperta nel corso della prima stagione di scavi nel sito. A questa domanda non è possibile dare oggi una risposta non per carenza della ricerca ma per una sua oggettiva impossibilità alla conduzione: infatti, nonostante l’importanza del sito e il grande impegno, in primis di F. Lo Schiavo, che la Soprintendenza per i beni archeologici delle province di Sassari e Nuoro ha profuso per questo sito, esso giace in una proprietà privata dove è difficile poter pianificare una serie di interventi, anche non distruttivi come indagini magnetiche o geo-elettriche, a largo spettro. Quel che però possiamo evincere dalle indagini svolte fino a oggi da P. Johnson è che l’abitato non si ferma alla zona scavata: verso nord, infatti, indagini magnetiche e geo-elettriche hanno messo in evidenza la presenza di un certo numero di altre strutture sepolte sotto il campo da calcetto: esse giungono fin quasi alla strada che conduce verso Capo Caccia e sono interrotte dalla presenza di una sorta di canale circolare: dato il tipo di indagini non possiamo ipotizzare e stabilire una relazione diretta fra canale e abitato. Quando potremo indagare sul campo di calcetto vedremo se questa relazione può esistere e se il canale possa essere considerato al contempo un’opera coeva alla fase di vita dell’abitato realizzata per bonificare il sito dalla troppa presenza d’acqua e un limite fisico allo sviluppo dell’insediamento, almeno in questo settore di Sant’Imbenia. Quel che appare assodato, comunque, è che l’insediamento copriva un’area più ampia rispetto a quella determinata dal raggio definito dalla prima stagione delle ricerche: se il nuraghe è posto in posizione centrale rispetto all’abitato e se il canale ne definisce un limite fisico la dimensione si aggirerebbe attorno ai 3 ettari. Dunque un altro elemento di novità assieme alla constatazione che questo programma urbanistico interessa solamente una parte dell’abitato, forse non casualmente proprio quel settore più vicino al nuraghe nella sua parte rivolta al territorio piuttosto che verso il mare. Se la lettura del villaggio che fino a ora è stata ipotizzata può apparire verisimile, potremmo iniziare a trarre una serie di riflessioni che di questa trasformazione possono essere considerate parte e conseguenza. Il primo riflesso riguarda proprio l’aspetto urbanistico del programma: la creazione di quel che ai nostri occhi appare uno spazio aperto collettivo, possibilmente destinato allo scambio sia all’interno di un “sistema locale” sia con mercanti giunti nel golfo di Porto Conte, implica un processo di alienazione di spazi che potremmo precedentemente considerare privati a favore della creazione di un’area “collettiva”. Questo dato, a nostro modo di vedere, appare di una certa importanza poiché inserisce, all’interno di un villaggio fatto di capanne o di abitazioni a più vani, un’area aperta con chiare connotazioni pubbliche. Un’area dunque alienata all’abitato che viene destinata dalla collettività alle attività di scambio e commercio intendendo con esso non solamente quello “internazionale” ma anche, e forse soprattutto, quello interno. Il secondo riflesso e la seconda implicazione a questo ragionamento riguarda la realtà economica e sociale del villaggio e del territorio: potremmo infatti ipotizzare che una presenza continuata e costante di mercanti che con le loro navi arrivano a Porto Conte possa essere stata il detonatore di profondi cambiamenti anche nella maniera di concepire la produzione sia all’interno del villaggio, sia in quello che potremmo definire un’area vasta, ossia il territorio di riferimento. Esso offre risorse che possono essere utili per queste forme di scambio e che rendono appetibile una sosta: come ha ben messo in risalto F. Lo Schiavo questa parte della Nurra era certamente nota da molto tempo ai mercanti che venivano da Oriente, soprattutto per le sue capacità minerarie: rispetto al passato la fase di IX-VIII secolo a.C. appare diversa rispetto alle precedenti in quanto mostra un più alto grado di coinvolgimento e di partecipazione delle componenti locali con una serie di conseguenze occorse anche a livello sociale. Infatti il reciproco interesse a sviluppare forme di scambio, in un orizzonte che appare comunque essere precedente le prime strutturazioni coloniali nell’isola, comporta da parte della componente indigena una sensibile trasformazione dei “modi di produzione”, necessaria questa per rispondere in maniera soddisfacente alla domanda dei mercanti. I mutamenti occorsi possono essere visibili in almeno due sfere di azione: quello relativo al materiale metallico semilavorato e lavorato, quello della produzione vinicola. Il primo si è reso ancor più evidente dalla scoperta di un terzo ripostiglio di panelle di rame e di oggetti in bronzo negli scavi 2010 che si aggiunge agli altri due rinvenuti nella capanna dei ripostigli: si tratta, se sommiamo i rinvenimenti, di più di un quintale di materiale metallico riposto in contenitori anforici adattati per l’uso o di uno ziro. Si potrà discutere a lungo su una funzione “attiva” o “passiva” di questi ripostigli, ma il dato che ci pare debba essere sottolineato è quello di una forte accumulazione di materiale metallico, soprattutto semilavorato, presente all’interno di una parte dell’abitato che per sua forma di organizzazione appare fortemente vocata allo scambio. In una prospettiva futura è nostra intenzione procedere all’analisi archeometrica di questi lingotti che permetta di definire le possibili compatibilità con le emergenze minerarie locali o altrimenti a forme di scambio di minerali con altre parti del Mediterraneo. Da questo punto di vista si può proporre, nel quadro di relazioni che si sviluppano con altri settori del Mediterraneo, il recupero di almeno due documenti che potrebbero essere rappresentativi di quella sfera del dono che si accompagnava alla transazione commerciale: i due bronzetti di produzione levantina rivenuti al nuraghe Flumenelongu e presso Olmedo vanno ascritti al fenomeno di vitalità economica che non si ferma nel golfo di Porto Conte ma investe una parte più vasta del territorio, tanto ampia quanto almeno le possibili fonti di approvvigionamento delle risorse metalliche, Argentiera, Calabona, Canaglia. Essi infatti potrebbero essere la testimonianza che i protagonisti dei rapporti con i mercanti all’interno della “zona commerciale” di Sant’Imbenia provengono dai centri produttivi del territorio, nei quali si attua una forma di redistribuzione degli oggetti scambiati. In almeno altri due settori della produzione possiamo vedere e ipotizzare queste forme di trasformazione che coinvolgono il centro e il territorio: la produzione vinicola e l’artigianato ceramico a essa connesso. Fortemente interfacciate fra loro, queste due attività offrono un quadro di novità importante: non appare un caso, infatti, che a partire dalla seconda metà del IX a.C. l’attestazione di contenitori da trasporto, riconosciuti con la denominazione di “anfore di Sant’Imbenia”, si riscontri in diverse aree del Mediterraneo centro occidentale. Queste anfore si accompagnano spesso con un contenitore di medio-piccole dimensioni, le brocche askoidi, la cui irradiazione nel Mediterraneo appare al momento anche più ampia. Con il progresso delle scoperte e degli studi mi pare che si possa affermare che le due forme possano essere considerate in certo modo complementari quasi a formare un set del bere di matrice isolana. Brocche askoidi e, soprattutto, anfore di ispirazione levantina sono la spia evidente del mutamento dei tempi soprattutto per quel che riguarda le compagini locali: esse infatti segnano il passaggio a un modo di produzione che, dalla sussistenza, prevede la realizzazione di cospicue eccedenze che servono a soddisfare la domanda proveniente dai mercanti. Ciò presuppone anche una trasformazione nel senso di una specializzazione nella produzione di contenitori ceramici per rispondere a una domanda che non è più quella legata alla sussistenza quanto piuttosto impone la creazione di contenitori legati alle eccedenze per soddisfare lo scambio. Il vino sardo, e in questo caso particolare quello della Nurra meridionale, si attesta nella Spagna meridionale, a Cartagine, in Etruria settentrionale. L’area algherese, con tutte le componenti “politiche” che hanno intrapreso questo percorso di trasformazione, entra appieno in una serie di circuiti commerciali che prendono forma e sostanza in una fase che comunque appare precedente le prime strutturazioni coloniali levantine sull’isola: riecheggiando il titolo di una fortunata mostra del 1999 che riguardava le presenze greche in Campania in una fase precedente l’istallazione a Pitecusa, queste frequentazioni e correnti commerciali connesse fanno parte di una storia che potremmo definire “prima di Sulki”. Essa ha come protagonista la componente locale che risponde con trasformazioni importanti nei suoi assetti organizzativi, economici e sociali interni a quella società o a quelle comunità, e che coincide con quei fenomeni pionieristicamente denominati già molto tempo orsono da G. Lilliu come propri dell’aristocrazia e che sottintendevano una complessità organizzativa e sociale. Rispetto a quelle indicazioni oggi possiamo aggiungere nuovi tasselli alle realtà isolane: essi rappresentano parti di società complesse, ben strutturate e forti, con un patrimonio simbolico del passato che si riverbera nel presente: sbaglieremmo, forse, a interpretare questa fase come l’inizio di un lungo declino, di un ripiegamento in se stesse delle società sarde o, ancor peggio, del loro “imbarbarimento” conseguente al contatto e allo scambio con i mercanti che solcano il Mediterraneo in questa fase. Le società della Sardegna a partire dall’età del Ferro, al contrario, esprimono una spinta propulsiva al cambiamento e alla trasformazione iniziando, ai nostri occhi, una non breve stagione di coscienza delle proprie capacità e della propria forza, del controllo dei mezzi e dei prodotti, della propria capacità di concepire forme di organizzazione più complesse e articolate rispetto al passato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fonte: L’Africa romana XIX, Sassari 2010&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-2573143167301315964?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/2573143167301315964/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/santimbenia-alghero-la-trasformazione.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/2573143167301315964'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/2573143167301315964'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/santimbenia-alghero-la-trasformazione.html' title='Sant&apos;Imbenia (Alghero) -  La trasformazione della società nuragica.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-D0D7AbSgGN0/Txkk8AM-pmI/AAAAAAAADJU/gFqX49aToco/s72-c/rend%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-4854229869172355996</id><published>2012-01-19T18:01:00.002+01:00</published><updated>2012-01-19T18:11:58.544+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Milano - Ritrovate le domande all'oracolo del Fayum - III a.C.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-_azyRGRK_u4/TxhO1J1EZNI/AAAAAAAADJI/C6tw87aioi8/s1600/papiri.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 180px; height: 144px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-_azyRGRK_u4/TxhO1J1EZNI/AAAAAAAADJI/C6tw87aioi8/s400/papiri.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699392003515901138" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;I piccoli papiri ci parlano&lt;br /&gt;di Manuela Campanelli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Le frasi scritte in 300 reperti del III secolo a. C. da poco scoperti. &lt;br /&gt;Ci si rivolgeva al dio per chiarire i sospetti su un furto e invocare la giustizia divina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;I reperti studiati&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Chi mi ha rubato l’abito da sposa? Tizio, Caio o Sempronio? Recitano più o meno così la maggior parte delle frasi scritte nei 300 piccoli papiri risalenti al III secolo a. C., trovati di recente a pochi metri dal tempio appartenente al sito archeologico di Umm-el-Breigat (Tebtynis) nell’oasi del Fayum a 170 km a sud-ovest del Cairo, ai margini del deserto. Per un furto i postulanti si rivolgevano ai sacerdoti affinché il loro dio li aiutasse a far luce sul possibile ladro. Segno che il clero all’epoca aveva ancora tanto potere.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;SENTENZE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Se le pratiche oracolari erano d’uso abituale nell’Egitto del Nuovo Regno (1200 a. C.) quando le sentenze ottenute con il responso di un dio avevano efficacia esecutiva alla pari di quelle emesse dai tribunali ordinari, del tutto insolito è stato scoprire che esistevano ancora in piena epoca ellenistica (300-250 a. C.) quando il potere temporale non aveva lasciato più spazio alla giustizia divina: per infliggere qualsiasi sanzione al reo sarebbe stata sempre necessaria una sentenza emessa dal giudice competente», commenta Claudio Gallazzi, docente di papirologia all’Università degli studi di Milano e direttore della missione archeologica franco-italiana di Umm-el-Breigat, artefice del ritrovamento.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;INTERROGATIVI &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Questi piccoli papiri, scritti nell’85 per cento dei casi in demotico cioè nella lingua egiziana, in molti casi sigillati con argilla e rinvenuti nel pattume dove erano sparpagliati in pochissimi metri quadrati e coperti da sabbia e breccia per non essere recuperati e letti, destano non pochi interrogativi. Uno di questi è il seguente: perché ricorrere all’oracolo per un reato, se il responso del dio non aveva nessuna efficacia per la punizione del colpevole? Gli esperti archeologi hanno dato più di una risposta. Forse per profonda devozione. Forse per evitare lungaggini e costi: se qualcuno aveva solo vaghi sospetti e non certezze, era senz’altro più economico rivolgersi al proprio dio che intraprendere un processo dall’esito incerto. O forse per la soddisfazione di aver segnalato al dio il torto subìto nella speranza che un giorno o l’altro il castigo divino si abbattesse sulla persona che aveva recato l’offesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;RESPONSO &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«A fianco di questi motivi di tipo morale, ce ne può essere stato uno più concreto. Quello che l’opinione pubblica fatta di credenti poteva esercitare una pressione tale sulla persona indicata come colpevole tanto da indurlo ad accettare il verdetto del dio, ad ammettere le proprie responsabilità e a riparare il torto subìto», dice Claudio Gallazzi. Sembra inoltre impensabile che il responso richiesto fosse lasciato al caso. Più verosimilmente i sacerdoti eseguivano una vera e propria indagine per non disattendere la fiducia data loro dai postulanti, qualora il responso dato non fosse stato corretto, e per non vedersi ridurre i proventi derivati dalla compilazione dei biglietti e dalle offerte fatte dai fedeli.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;CONSULTAZIONE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Chi desiderava interrogare il proprio dio su un certo furto presentava infatti al tempio tanti piccoli papiri quanti erano i sospettati e riteneva poi colpevole colui il cui nome era tracciato sul foglietto scelto come risposta del dio. Ritornando dunque alla domanda «chi mi ha rubato l’abito da sposa?», poiché gli indizi cadevano su tre persone, tre erano stati senz’altro i biglietti consegnati ai sacerdoti. Scriverli all’epoca tuttavia costava, perché bisognava pagare uno scrivano. Per risparmiare, molti piccoli papiri recavano al loro interno solo il nome dell’ipotetico ladro invece di sette od otto righe di testo precedute da un’intestazione e seguite da una richiesta conclusiva, alcuni appena una croce e altri nessuna scritta. In quest’ultimo caso i postulanti presentavano al dio un biglietto bianco e un altro (o anche più d’uno) con qualche segno sopra, conferendo a essi significati diversi: a seconda di quale biglietto fosse stato loro restituito, stabilivano da sé quale fosse il responso ottenuto.&lt;br /&gt;Fonte: Corriere della Sera&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-4854229869172355996?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/4854229869172355996/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/milano-ritrovate-le-domande-alloracolo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4854229869172355996'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4854229869172355996'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/milano-ritrovate-le-domande-alloracolo.html' title='Milano - Ritrovate le domande all&apos;oracolo del Fayum - III a.C.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-_azyRGRK_u4/TxhO1J1EZNI/AAAAAAAADJI/C6tw87aioi8/s72-c/papiri.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-3802176019728741668</id><published>2012-01-18T18:32:00.018+01:00</published><updated>2012-01-18T19:00:33.486+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cartografia nautica'/><title type='text'>Cartografia nautica. Juan de la Cosa fu un grande cartografo del passato? Pare proprio di no!</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-u0dhGcRjKvU/TxcFODL3d6I/AAAAAAAADGs/tn16vwFk4GY/s1600/ber%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 217px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-u0dhGcRjKvU/TxcFODL3d6I/AAAAAAAADGs/tn16vwFk4GY/s400/ber%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699029592392038306" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;di Rolando Berretta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Come si affiancano due schemi a base 34 con giri di compasso da 26 (fig.1)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo è il celebre mappamondo di Juan de la Cosa (da Wikipedia)&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Tratto da Rossely: &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-vdA75zAE7bk/TxcFXAHHYlI/AAAAAAAADG4/UuW69_PiHQo/s1600/ber%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 244px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-vdA75zAE7bk/TxcFXAHHYlI/AAAAAAAADG4/UuW69_PiHQo/s400/ber%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699029746185626194" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il 12 giugno 1494 il notaio reale Fernando Perez de Luna andò a bordo di&lt;br /&gt;ogni caravella, assistito da Diego Tristan e Francesco Morales, ambedue residenti a Siviglia, Pedro de Terreros, maestro di casa, e Lopes de Zuniga, scudiero scalco, ambedue ufficiali domestici del “signor Ammiraglio” compilò il suo atto a bordo della “Santa Clara” questo processo verbale prova che gli Indiani hanno dichiarato che la costa si stende ad oltre venti giornate, senza che si sappia dove finisca; che gli uomini di mare, piloti e marinai, avendo consultato le loro carte, e riflettuto prima di rispondere, hanno tutti affermato, sotto giuramento, che non avevano mai né veduto, né sentito dire che un’isola potesse offrire 335 leghe di coste, dall’occidente al levante, senza che si vedesse la fine, e che essi giudicano essere terraferma. Erano nelle caravelle cinquanta uomini di mare, fra i quali piloti rinomati e maestri in cosmografia. Nessuno emise intorno a ciò il minimo dubbio.&lt;br /&gt;L’originale è depositato nell’Archivio delle Indie di Siviglia: leg 5° de patronato real- Documentos diplomaticos num LXXVI &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Juan de la Cosa figura tra i firmatari (si tratta dell’isola di … Cuba)&lt;br /&gt;Iniziamo a mettere a fuoco i due giri di compasso.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-SJOL7gaCVXY/TxcFmCbd2rI/AAAAAAAADHE/TE_hIA6xHVs/s1600/ber%2B3.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 244px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-SJOL7gaCVXY/TxcFmCbd2rI/AAAAAAAADHE/TE_hIA6xHVs/s400/ber%2B3.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699030004505893554" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Stessi giri di compasso ma il mappamondo è stato integrato con altre immagini&lt;br /&gt;per facilitarne la visualizzazione delle masse continentali&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due schemi affiancati da 26 (unità) con secondari da 13 e alcune linee diagonali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con le diagonali possiamo sbizzarrirci&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-8IDGcWRTVIo/TxcFzBC56YI/AAAAAAAADHQ/TmzEtmRtZNg/s1600/ber%2B4.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 258px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-8IDGcWRTVIo/TxcFzBC56YI/AAAAAAAADHQ/TmzEtmRtZNg/s400/ber%2B4.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699030227472738690" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Una volta capito come si impostano due schemi da 26 con secondari da 13&lt;br /&gt;osserviamo come li ha utilizzati Juan de la Cosa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualcosa non va.&lt;br /&gt;I due schemi sono mal accoppiati sull’asse est-ovest: osservare le frecce rosse.&lt;br /&gt;Regolarizzati i due giri di compasso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Juan de la Cosa non sa come si affiancano due schemi con giro di compasso da&lt;br /&gt;26. Ne ha sovrapposto una parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo errore è grave ma… non è il solo errore del CARTOGRAFO (?).&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-en2ExecwSV4/TxcF9VO0C8I/AAAAAAAADHc/DvkOOYlegrg/s1600/ber%2B5.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 241px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-en2ExecwSV4/TxcF9VO0C8I/AAAAAAAADHc/DvkOOYlegrg/s400/ber%2B5.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699030404690086850" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Con la prossima immagine cercherò di dimostrare che il suo è stato un lavoro di&lt;br /&gt;sola copiatura e che non ha molta dimestichezza con le carte in oggetto.&lt;br /&gt;Ha, addirittura, sbagliato la scala del NUOVO MONDO.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-ZeSLfo-QabA/TxcGKqkuLHI/AAAAAAAADHo/wAa3zmu-aAI/s1600/ber%2B6.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 232px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-ZeSLfo-QabA/TxcGKqkuLHI/AAAAAAAADHo/wAa3zmu-aAI/s400/ber%2B6.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699030633757420658" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Lui l’ha impostata con primario da 26 unità e con giro di compasso da 13.&lt;br /&gt;Doveva, invece, impostarla con primario da 13 e secondario da 6,5.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-Mhu8YNlq3Tk/TxcGbdmz-0I/AAAAAAAADH0/IluoHxvabLE/s1600/ber%2B7.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 247px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-Mhu8YNlq3Tk/TxcGbdmz-0I/AAAAAAAADH0/IluoHxvabLE/s400/ber%2B7.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699030922334305090" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Con questa nuova impostazione abbiamo Cuba e Spagnola sotto il Tropico del&lt;br /&gt;Cancro e la loro grandezza è corretta. Si possono confrontare con un moderno&lt;br /&gt;atlante. &lt;br /&gt;Juan de la Cosa queste carte le ha trovate già fatte.&lt;br /&gt;Le ha, solo, assemblate male.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-LH0-Dvvpauc/TxcGkhErDUI/AAAAAAAADIA/O5B062SKm38/s1600/ber%2B8.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 290px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-LH0-Dvvpauc/TxcGkhErDUI/AAAAAAAADIA/O5B062SKm38/s400/ber%2B8.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699031077883678018" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;(inserito schema dell’anconetano Grazioso Benincasa 1468 e di una carta veneziana del 1484)&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-mOD05abggSQ/TxcGsi-0bqI/AAAAAAAADIM/K9Fv2SOvIt0/s1600/ber%2B9.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 284px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-mOD05abggSQ/TxcGsi-0bqI/AAAAAAAADIM/K9Fv2SOvIt0/s400/ber%2B9.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699031215834951330" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Queste sono le giuste proporzioni:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre: da dove ha ricavato il nome Cuba ?&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-DhX_liLOLFQ/TxcG-FPmTOI/AAAAAAAADIk/wgUazojkYW4/s1600/ber%2B10.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 291px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-DhX_liLOLFQ/TxcG-FPmTOI/AAAAAAAADIk/wgUazojkYW4/s400/ber%2B10.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699031517089909986" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Siamo sicuri che la “sua” Spagnola sia un’isola unica ?? Ha disegnato un&lt;br /&gt;bellissimo arcipelago di isole.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcune note storiche.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-o3wbBe76Feo/TxcG04VnQ9I/AAAAAAAADIY/sXgiPVuOZVs/s1600/ber%2B11.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 295px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-o3wbBe76Feo/TxcG04VnQ9I/AAAAAAAADIY/sXgiPVuOZVs/s400/ber%2B11.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699031359006655442" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-oLZX_GdfkbM/TxcHKsRVn0I/AAAAAAAADIw/6Vw040_ZwKs/s1600/ber%2B12.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 320px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-oLZX_GdfkbM/TxcHKsRVn0I/AAAAAAAADIw/6Vw040_ZwKs/s400/ber%2B12.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699031733724618562" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Cristoforo Colombo, dopo il famoso giuramento, trascurò completamente l’isola di&lt;br /&gt;Giovanna, poi Fernandina, poi San Diego, poi Ave Maria Alfa y Omega che sulle&lt;br /&gt;carte figurerà, però, come CUBA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-X22fSYJr1gM/TxcHTP890DI/AAAAAAAADI8/Qil_3v3qC94/s1600/ber%2B13.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 382px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-X22fSYJr1gM/TxcHTP890DI/AAAAAAAADI8/Qil_3v3qC94/s400/ber%2B13.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5699031880741802034" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Nel 1508 Sebastian de Ocampo circumnavigò Cuba e scoprì il magnifico porto&lt;br /&gt;naturale che sarebbe diventato L'Avana. Soltanto nel 1511 Diego de Velázquez venne&lt;br /&gt;incaricato da Diego Colombo, figlio di Cristoforo e allora governatore delle Indie, di esplorare e colonizzare tutta l'isola.&lt;br /&gt;Juan de la Cosa non può aver visto CUBA con Colombo.&lt;br /&gt;L’unico esploratore che passò in quella zona fu un certo Amerigo Vespucci. La&lt;br /&gt;mitica –Lettera al Soderini- ci ricorda i primi due viaggi del Fiorentino per la&lt;br /&gt;Castiglia. I° viaggio: partenza 10-5-1497 rientro 15-10-1498. II° viaggio: partenza&lt;br /&gt;16-5-1499 rientro 8-10-1500. Nel primo viaggio ci ricorda di essere arrivato fino&lt;br /&gt;all’isola di ITI (che non è sicuramente la Spagnola o Haiti). Vespucci dice di aver&lt;br /&gt;percorso 870 leghe, pari a 3.480 miglia che danno 5.150 km. Qualche studioso l’ha&lt;br /&gt;visto toccare le coste del Labrador ( l’isola di Terranova).&lt;br /&gt;Nel secondo viaggio fece una capatina nell’isola di Antiglia (Spagnola); l’isola&lt;br /&gt;scoperta da Colombo anni addietro e vi si fermò 2 mesi e 17 giorni passando tutti i&lt;br /&gt;pericoli che stavano passando gli altri cristiani che stavano con Colombo, forse, per&lt;br /&gt;invidia. (Tralascio completamente la Questione Vespucciana.)&lt;br /&gt;Juan de la Cosa riporterebbe coste e isole che può aver visto, solo, con Vespucci.&lt;br /&gt;Alcuni storici rifiutano la Lettera al Soderini. Il viaggio del 1497 sembra&lt;br /&gt;un’invenzione per togliere a Colombo il merito di aver toccato, per primo, il Nuovo&lt;br /&gt;Mondo; si parla del continente e non delle solite isole. Di contro fanno viaggiare&lt;br /&gt;Juan de la Cosa con Vespucci per giustificare i profili della sua carta. Facendo ciò&lt;br /&gt;rendono ufficiali (concreti) i viaggi del Vespucci. Vespucci non fornisce nomi&lt;br /&gt;riguardo i suoi compagni di viaggio. Vespucci è il comandante delle sue spedizioni.&lt;br /&gt;Questo non viene digerito dai critici.&lt;br /&gt;Morale della favola: Juan de la Cosa elaborò il suo mappamondo durante il suo&lt;br /&gt;viaggio di ritorno con Vespucci; viaggio terminato il giorno 8 ottobre 1500.&lt;br /&gt;Però…&lt;br /&gt;Colombo partì per il III viaggio il 30 maggio del 1498; non c’era Juan de la Cosa.&lt;br /&gt;Da Spagnola, tra il settembre e l’ottobre dello stesso anno, scrisse ai Reali la sua&lt;br /&gt;celebre -Lettera Rarissima-. Si annunciava la scoperta dell’isola di Trinidad, della&lt;br /&gt;Terra di Grazia, della punta dell’Arenile etc etc. Non si parla di carte allegate.&lt;br /&gt;Juan de la Cosa deve averla letta sicuramente ed ha avuto 5 mesi di tempo per&lt;br /&gt;impararla a memoria. Poi sarebbe partito con Vespucci il 16/5/1499. Nell’ottobre del&lt;br /&gt;1500, mentre Colombo rientrava in catene, Juan de la Cosa rientrava con Vespucci.&lt;br /&gt;Gli storici mettono al comando di quest’ultima spedizione Alonzo de Ojeda . Ojeda&lt;br /&gt;e Vespucci si separarono. Ojeda rientò nel giugno del 1500 dopo aver esplorato il&lt;br /&gt;solo Venezuela. Juan de la Cosa, tra novembre e dicembre, mise in essere il suo&lt;br /&gt;celebre mappamondo ? Con le terre visitate e ribattezzate daVespucci.&lt;br /&gt;Non si capisce, bene, solo una cosa: nel celebre mappamondo di Juan de la Cosa&lt;br /&gt;l’isola di Trinidad è finita nella zona del Canadà.&lt;br /&gt;Poi la toponomastica riporta : Illa descubierta por portugal, (è l’isola de vera crux? scoperta da Pedro Alvarez Cabral nel 1500…questa è grossa per chi ha viaggiato&lt;br /&gt;con Vespucci e per la tempestività della scoperta).&lt;br /&gt;Poi abbiamo una località chiamata Gigan e un’altra Y. De Gigan(ti). Vespucci li&lt;br /&gt;descrive benissimo; anche la loro isola. C’è la terra dei frati (di bianco vestiti).&lt;br /&gt;Ucci, ucci, ucci : chi copiava da Vespucci?&lt;br /&gt;Ma che scopo aveva Vespucci di viaggiare con Ojeda nel 1499/1500 ? nessuna fonte&lt;br /&gt;fornisce notizie. Nelle dichiarazioni della –PESQUISA- il Vespucci non figura&lt;br /&gt;nemmeno tra i componenti della spedizione. Gli atti del processo sono sotto gli occhi&lt;br /&gt;di tutti. Se Vespucci avesse viaggiato con Ojeda credo che Colombo non avrebbe&lt;br /&gt;avuto la stima dimostrata verso il Fiorentino (vedasi la lettera al figlio Diego).&lt;br /&gt;Vespucci partì con due navi e rientro con le stesse. Divise gli utili tra i 55 uomini che erano con lui; erano partiti in 57. Per utili si deve intendere la vendita degli indiani.&lt;br /&gt;(Non si capisce i 220 indiani dove li abbia messi; ma un mercante di schiavi&lt;br /&gt;naviga con le navi idonee; non sicuramente le caravelle. Isabella aveva vietato di&lt;br /&gt;fare schiavi tra i suoi sudditi; salvo i cannibali e...Vespucci passò in Portogallo.&lt;br /&gt;C’era da esplorare tutta la zona prima della Raya).&lt;br /&gt;La carta di Juan de la Cosa è il documento più studiato per ricostruire i viaggi di&lt;br /&gt;Colombo, Vespucci, Ojeda, Pinzon e Diego di Lepe. Che Juan de la Cosa fosse in&lt;br /&gt;grado di mettere insieme tutti gli itinerari di detti navigatori, in così breve intervallo di tempo, è impossibile. E questa -Storia- fu scritta da Las Casas che non aveva in simpatia ne Vespucci ne Ojeda.&lt;br /&gt;La questione vespucciana ha attirato storici di fama internazionale.&lt;br /&gt;Si legge: “Nessun dubbio, ad es., che molti elementi registrati in queste carte vi&lt;br /&gt;furono inseriti col deliberato proposito di deformare o mascherare la realtà, per scopi politici. Una volta accertato che tra i procedimenti più in uso, al tempo di Vespucci, v’era anche quello di alterare scientemente distanze e direzioni per non indicare alle potenze rivali la via seguita nelle esplorazioni marittime, non si troverà strano che Bartolomeo Diaz ci abbia lasciato la latitudine del Capo di Buona Speranza con un errore intenzionale di 10° e Juan de La Cosa quello di Giamaica e di Guanahani con uno, non meno intenzionale certo, di 8° e di 15° rispettivamente…“&lt;br /&gt;Su quanto esposto sono in totale disaccordo e invito a riflettere sulle Lettere&lt;br /&gt;Rarissime di Colombo quando, scrivendo ai Reali, poneva Spagnola a 26° nord e&lt;br /&gt;quando segnalava la grandezza di Spagnola e Isabella. Quelle misure e quelle forme&lt;br /&gt;erano, già, sulle carte. Se avesse usato il Quadrante si sarebbe accorto che Isabella e Spagnola erano sotto il Tropico.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-3802176019728741668?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/3802176019728741668/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/cartografia-nautica-juan-de-la-cosa-fu.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/3802176019728741668'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/3802176019728741668'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/cartografia-nautica-juan-de-la-cosa-fu.html' title='Cartografia nautica. Juan de la Cosa fu un grande cartografo del passato? Pare proprio di no!'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-u0dhGcRjKvU/TxcFODL3d6I/AAAAAAAADGs/tn16vwFk4GY/s72-c/ber%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-7546627207065329300</id><published>2012-01-17T15:27:00.002+01:00</published><updated>2012-01-17T15:36:06.025+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>La statuaria di Monte Prama - 2° parte di 2</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-_c16E1xJZYg/TxWHStabkMI/AAAAAAAADGg/G_3LdFGqokQ/s1600/22%2BMPramabusto1.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 308px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-_c16E1xJZYg/TxWHStabkMI/AAAAAAAADGg/G_3LdFGqokQ/s400/22%2BMPramabusto1.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5698609659005079746" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La statuaria di Monte Prama&lt;br /&gt;di Marco Rendeli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La “profezia sul passato”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si potrebbero produrre molti altri esempi pertinenti ad altre civiltà che si affacciano sul Mediterraneo in questa fase per giungere comunque alla conclusione che nel caso di Monte Prama si tratta di un apprestamento tanto singolare quanto anomalo. La peculiarità della forma, fino a oggi descritta, acquisita come dato certo, forse anche un poco scomodo nella sua novità e nella desolante assenza di corredi che potessero essere pari all’eminenza del monumento, deve far riflettere: infatti la scelta di realizzare un siffatto apprestamento funerario risponde evidentemente all’elaborazione di un progetto che ha alle sue spalle un disegno non casuale, quello di un “serpentone” recintato, esito di una scelta che ha un senso compiuto e che, come tale, deve essere riconosciuta e interpretata. In contributi precedenti, anche sulla scorta delle osservazioni di Tronchetti (Tronchetti, 2005; Tronchetti, Van Dommelen, 2005), avevo seppur timidamente espresso una curiosità nei confronti di tale apprestamento e l’avevo attribuito alla volontà di ricreare, riecheggiandolo, un modello del passato: in altre parole la pianta del complesso, quale emerge dal disegno elaborato nel corso dello scavo e pubblicato da Tronchetti, poteva proporre una rivisitazione del modello più noto dell’Età del Bronzo medio e recente, ovvero la tomba dei giganti. Si differenziava in maniera forte e programmatica rispetto al modello per quella volontà di superare una forma di deposizione “comunitaria” a favore di singole deposizioni, di pari dignità e ognuna costituente un contesto chiuso a se stante, inserite in questo singolare disegno. Alcuni amici e colleghi, quando provai a suggerire questo nesso, mostrarono la loro contrarietà con una serie di osservazioni giuste e giustificate: esse riguardavano soprattutto i modelli di riferimento rispetto ai quali, nell’apprestamento di Monte Prama, risultavano assenti elementi importanti. Da quelle discussioni e da quelle giuste critiche avevo tratto la convinzione che fosse conveniente non dare eccessiva importanza al fenomeno. In quella sede però non mi ero reso conto di un fattore importante che avrebbe cambiato completamente l’approccio alla interpretazione: ovvero, se queste opere sono state concepite e realizzate per creare un complesso funerario monumentalizzato (e tutto sembra convergere verso questa interpretazione), anche le tombe, la loro disposizione, il disegno dell’area funeraria rientrano fra quegli elementi che formano il sistema e, come tali, vanno analizzati e interpretati come parte del programma. Oggi direi che di questi elementi non si può proprio fare a meno, non si può prescindere da essi nel momento ricostruttivo e in una visione globale della storia che emerge dal monumento. In questo&lt;br /&gt;senso dovremmo trovare una risposta anche al disegno del complesso che non appare perfettamente rettilineo: pur all’interno di un’area recintata composta da lastre disposte a coltello, la genesi di questo nucleo sepolcrale potrebbe essere ricostruita con una serie di interventi avvenuti in più riprese (ne conterei almeno quattro) con forme di deposizione scaglionate nel corso di alcune generazioni. Questo spiegherebbe anche il numero veramente alto di tombe per quel che potrebbe essere un complesso legato a un’emergente aristocrazia del Sinis. Se questa intuizione coglie nel vero sarà possibile annotare che la gran parte degli elementi che abbiamo riconosciuto come parte di questo sistema semantico, pur essendo declinata al presente, si riferisce con tutta evidenza al passato. Un mondo che non c’è più domina la scena in un sistema complesso: i modelli di nuraghi complessi, le statue con i loro volti e i loro occhi che con evidenza non sono pertinenti a questo mondo ma a un mondo altro (e quindi a un passato remoto in cui ricercare le proprie radici), la forma stessa della necropoli e la sua organizzazione che potrebbero ricollegarsi ancora al passato trasformando il modello della tomba dei giganti (Rendeli, in corso di stampa, a e b). È un passato declinato in tutte le sue forme e che riporta il corso del tempo a un’età più antica, quella non solamente degli avi e delle radici, ma soprattutto a quella nella quale si crede si possa trovare l’origine della casata o della schiatta: tutti gli elementi che compongono questo quadro vengono allontanati dal presente e restituiti a un tempo mitico, e forse anche mitizzato, idealizzato, dove ogni elemento aveva un preciso significato simbolico che costituiva una parte della storia che la committenza crea, elabora e chiede a un artigiano o a una bottega di artigiani di realizzare. Avevano ben ragione Tronchetti e Sirigu (Tronchetti, 2005; Tronchetti, Van Dommelen, 2005; Sirigu, 2007; Pianu, 2008, p. 246) quando sottolineavano la prepotente presenza di antenati protettori che vengono idealizzati attraverso le forme della scultura e fanno riemergere «il mito delle origini» nel quale «le sculture di Monti Prama sembrano aver svolto già in antico la funzione di segni della memoria culturale» (Sirigu, 2007, pp. 44-5). Si può, a mio avviso, compiere un ulteriore passo in avanti mediante la definizione di modelli e di spazi utilizzando a questo punto tutti gli elementi che possono far parte del sistema al fine di disegnare uno spazio nel quale si giustifichi questa preponderanza del passato, ma che contempli anche il presente e il futuro. Questo spazio è dettato dal limite del complesso sepolcrale, dalla tomba 1 alla tomba 33, recintato: il modello è quello della tomba dei giganti nella sua articolazione sub terra ma, a mio modo di ricostruire il complesso, anche supra terram. Infatti le statue, disposte una accanto all’altra con una progressione che potrebbe ricordare un’esedra, potrebbero rispondere a quell’assenza di elemento strutturale che è proprio delle tombe dei giganti. Un’esedra di straordinarie dimensioni, con un’ampiezza delle due ali che si misura in una diretta relazione al numero delle statue, ad oggi 25, ma forse più numerose: si potrebbe ipotizzare anche una sequenza con ai lati i cosiddetti pugilatori e, nella zona centrale, il gruppo di statue che al momento comprende portatori di scudo rotondo, posto davanti al proprio corpo e retto da entrambe le mani, ai due lati e arcieri. In questa ricostruzione il centro della scena è dominato dalle due statue degli arcieri che, a quel che ci è pervenuto, sono le figure meno numerose: non casualmente sono proprio le due figure di arciere, assieme a quelle dei portatori di scudo, ad aver avuto una grande attenzione nella definizione dell’aspetto generale dei corpi, più curati, dell’organizzazione dell’apparato decorativo che si evidenzia nell’abbigliamento, nelle armi d’offesa e di difesa, nei particolari anatomici, dalle trecce alle ciocche dei capelli, alle unghie delle mani. Non sarei sorpreso se alle spalle di questa esedra “umana” si innalzasse un tumulo la cui dimensione potrebbe essere dettata dall’ampiezza dell’esedra: su di essa si deve conformare il disegno e la dislocazione dei gruppi di singole tombe a partire da quelle che potremmo definire “della prima generazione”. Si manterrebbe nel tempo il concetto di area recintata con lastre disposte a coltello, ampliata con successivi inserimenti, fino all’ultimo gruppo&lt;br /&gt;che, per rimanere all’interno delle misure dettate dal complesso, viene costretto a inserirne tre su una seconda fila. Dunque potremmo immaginare un tumulo che accoglie esponenti eminenti di un gruppo familiare allargato per più generazioni e non mi sorprenderei se il disegno delle tombe rispecchiasse anche quel che poteva trovare posto sulla superficie del tumulo: in altre parole se, sul tumulo, alle sue pendici e sulla sommità, trovassero posto i modelli di nuraghi complessi. Essi creerebbero il paesaggio del passato, delle origini mitiche del gruppo che viene sepolto nel complesso monumentale: sarebbe parte integrante della memoria ed elemento caratterizzante dello stesso messaggio al quale si riferiscono le statue, quello di uno spazio definito e consacrato all’interno dei limiti dettati dal tumulo. Potrebbe sembrare un gioco arguto di parole, ma saremmo di fronte a kolossoi che delimitano lo spazio di una tomba di giganti, che difendono uno spazio sacro e definiscono in maniera netta il limite fra quello che, ai nostri occhi, può apparire il kosmos originario, il mondo ordinato degli antenati, e la società dei vivi: da qui, appunto, esce prorompente allo scoperto la profezia sul passato (con la quale si vuole alludere ad alcune straordinarie pagine di Mazzarino, 1965, pp. 29-37) che si contrappone al messaggio del “presente”, dell’attuale, dell’Età del Ferro. Una profezia che declina il passato attraverso il mito degli antenati, di quegli eroi lontani e con un volto stilizzato e sempre identico a se stesso che difendono questo luogo sacro: con esso il mondo “interpretato” nel mito delle origini ha bisogno di una lettura e una interpretazione per divenire storia, la storia. Il passaggio dalla ricostruzione eroica e mitica del passato alla storia avviene attraverso la creazione di un complesso monumentale all’interno del quale vengono ospitate le sepolture di esponenti eminenti di una famiglia allargata non per un solo momento ma per più generazioni, se la nostra interpretazione coglie nel vero. Il complesso monumentale, però, non ha solamente un intento celebrativo del passato e la volontà di una ricerca delle proprie radici: in questo processo infatti il committente, e il gruppo familiare che rappresenta, trova la forma dell’autolegittimazione per l’esercizio di un potere nel presente e per il futuro. Parrebbe riproporsi, seppure in tutt’altro contesto e con diverso ordine di problemi, il senso della “profezia sul passato” che Epimenide cretese, interpretato da Mazzarino, elabora per risolvere i mali di Atene. La rappresentazione del passato mitico, che serve per legittimare il presente e per assicurare il futuro, chiude il sistema semantico del complesso di Monte Prama. Il compimento dell’autolegittimazione del presente si compie nello spazio antistante l’esedra, si lega e collega in maniera forte anche con lo spazio oltre l’esedra, con le statue, il rituale della sepoltura, il disegno della necropoli. In essa il passato, rappresentato dalla forma, trova una declinazione del presente nella definizione di un’organizzazione del complesso per singole sepolture, strettamente connesse fra di loro, e nelle quali i defunti, se non ricordo male, vengono adagiati in posizione che sembra seduta. In questo è il segno del cambiamento, di discontinuità e di  autorappresentazione del singolo (che è parte di una comunità o gruppo), di un personaggio eminente che esce allo scoperto conscio del suo ruolo sociale e del potere che gli è stato conferito dal gruppo che rappresenta. E ciò che lega il passato, in cui credere perché è il proprio mito e la propria storia “rappresentata”, e il presente profondamente “trasformato” riemerge anche nella società all’interno della quale emerge il “responsabile” della committenza: una società trasformata ma che con quei valori che si esprimono nel passato convive, crea un saldissimo legame e in quei valori fermamente crede. Che questa interpretazione del complesso sia solamente un tentativo, come tanti altri presentati in questi anni, di proporre una delle possibili soluzioni al problema del “paesaggio monumentale” che le statue di Monte Prama pongono all’attenzione degli studiosi mi pare scontato ricordarlo: in esso si sono aggiunti alcuni elementi dai quali non si può prescindere nella volontà di legare il complesso statuario a un paesaggio possibile con l’obiettivo di creare un complesso monumentale unico nel panorama della Sardegna e, più in generale, del Mediterraneo. Il risultato si fonda sulla prospettiva di coniugare un sistema semantico complesso in un monumento che potesse essere rappresentativo di un passato e al tempo stessa fungere da fondamento sul quale costruire il presente e offrire una ragionevole prospettiva per il futuro. Ciò ai miei occhi non è frutto di una casualità: fa parte di un disegno che una delle famiglie aristocratiche emergenti del Sinis può mettere in pratica avendo la possibilità di usufruire di forme di techne specializzata nella lavorazione della pietra nella sua monumentalità. Grazie a questa possibilità non cambia la natura o il pensiero dell’aristocrazia, ma essa esce allo scoperto elaborando in forma sintetica il modo di ricostruire la storia attraverso il mito, in questo caso degli antenati, e le radici più profonde della propria società. Il mito si fonda su un universo coerente che è quello delle età precedenti, sulle torri e sui suoi abitanti: un mito che diventa storia del presente, dell’Età del Ferro, poiché tutti questi elementi, benché caduti in disuso o rifunzionalizzati, sono parte integrante e caratterizzano in maniera importante il paesaggio. Il collegamento con il passato offre il senso anche del cambiamento avvenuto e che si sta compiendo nelle società tardo-nuragiche: una trasformazione che modifica l’organizzazione, i modi di vita, le forme economiche, i rapporti sociali. Tale mutamento, a mio modo di vedere, fa uscire la società della Sardegna dell’Età del Ferro da una confusa quanto indeterminata unitarietà ponendo alla nostra attenzione i modi e le differenti declinazioni nelle quali le diverse peer polities rispondono, emergono, escono allo scoperto. Sono peer polities strutturate che possono parlare alla pari con il mondo che le circonda: esse hanno una strutturazione forte, in prospettiva pronta anche a concedere spazi, tangenti al cuore del loro territorio, a mercanti che chiedano di stabilire “teste di ponte” per i loro scambi, governando e controllando il fenomeno. In tutti i casi la società che possiamo definire da questa esperienza nel Sinis è forte, articolata, complessa e propulsiva perché, fra le altre cose, è capace di creare una “profezia sul passato” per autolegittimarsi nel presente e per governare il futuro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-7546627207065329300?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/7546627207065329300/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/la-statuaria-di-monte-prama-2-parte-di.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7546627207065329300'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/7546627207065329300'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/la-statuaria-di-monte-prama-2-parte-di.html' title='La statuaria di Monte Prama - 2° parte di 2'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-_c16E1xJZYg/TxWHStabkMI/AAAAAAAADGg/G_3LdFGqokQ/s72-c/22%2BMPramabusto1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-3556723737464873200</id><published>2012-01-16T12:31:00.005+01:00</published><updated>2012-01-16T12:42:14.689+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>La statuaria di Monte Prama - 1° parte di 2</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-zpYDjCubotw/TxQMPb3OfJI/AAAAAAAADF8/YBCF_WxIGRM/s1600/monte%2Bprama%2Barcieri.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 86px; height: 229px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-zpYDjCubotw/TxQMPb3OfJI/AAAAAAAADF8/YBCF_WxIGRM/s400/monte%2Bprama%2Barcieri.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5698192887847484562" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La statuaria di Monte Prama&lt;br /&gt;di Marco Rendeli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La “profezia sul passato”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Colgo l’occasione offertami dai curatori di questo volume, che ringrazio, per affrontare un quesito spinoso per il quale, seppur suscitando interesse da parte di alcuni studiosi, è difficile poter offrire soluzioni: il problema che sottopongo alla riflessione in questo capitolo è quello della ricostruzione di un monumento distrutto con volontà assolutamente ferma e che non ha lasciato adito a dubbi quale quello a cui vanno ascritte le statue rinvenute a Monte Prama. La scoperta di questo eccezionale complesso e il recente restauro voluto con tenacia e ferma determinazione da Antonietta Boninu hanno riaperto il confronto fra studiosi soprattutto sulla iconografia delle statue, sui confronti con la piccola plastica in bronzo, sulla paternità dell’artigiano che le ha scolpite e soprattutto sulla datazione del complesso. Molto meno sulla collocazione e sulle possibili formule compositive del gruppo statuario: da questo punto di vista si è dibattuto molto sulla relazione del complesso con le tombe sottostanti, nonostante la ferma convinzione di Carlo Tronchetti (il quale ha diretto gli scavi assieme a Ferrarese Ceruti dal 1977 al 1979) che i due eventi non potessero essere scissi (Bernardini, Tronchetti, 1985, p. 229; Tronchetti, 1988, p. 74; 1991, p. 215; 1997, p. 13; 2005, pp. 145-7). Quel che interessa maggiormente in questa sede è cercare di concepire un’ipotesi che tenga conto delle componenti che partecipano alla creazione del complesso: la più importante tra esse è la committenza, che definisce le linee guida e il messaggio per la composizione dell’opera. Trattandosi di una committenza “privata”, ovvero ristretta alla figura di un eminente personaggio, o insieme al gruppo che egli rappresenta e che poi lo deve seppellire, questa si commisura e si interfaccia con una bottega artigianale specializzata nella scultura che ne assume i contenuti, ne definisce una forma che rispecchi i desiderata, ne elabora un progetto rispondente a un sistema già costruito. Sarà sviluppato in altra sede, invece, un altro aspetto del problema: quello del recepimento del messaggio dal momento in cui il complesso è stato portato a compimento. In altre parole, se la sua conoscenza rimane patrimonio mantenuto all’interno della famiglia allargata che lo ha creato, quindi monumento a carattere spiccatamente privato benché diventi un segnale importante nel territorio, o se la sua conoscenza si espanda a superare confini della famiglia allargata per acquisire una notorietà più ampia e diventare portatore di valori differenti rispetto a quelli concepiti nella sfera familiare, per assumere, con altre parole, caratteri collettivi. La costruzione di un programma non è, quindi, la somma di una serie di elementi presenti nel complesso statuario, ma è il prodotto di fattori la cui interpretazione deve essere coerente con tutto il progetto che di per se stesso è portatore di un sistema semantico dal senso compiuto. Da questo punto di vista un’analisi e un’interpretazione di questo tipo condurrebbero all’eliminazione di una serie di suggestioni che rispecchiano forme monumentali estranee alla Sardegna della prima metà del I millennio a.C.: ad esempio, se fosse stabilita una stretta connessione fisica fra tombe e complesso funerario potrebbe essere verisimile un’ipotesi di creazione di una sorta di promenade monumentale. In questo caso sarebbe forte il fascino di modelli orientali: essi potrebbero essere anche desunti dalla formazione di quello che ritengo essere stato l’artefice materiale del complesso, proprio perché essi potrebbero essere stati parte del patrimonio conoscitivo sviluppato dall’artigiano (mi riferisco in questo caso a una figura che conosce la cui origine artistica potrebbe essere collegata alle scuole siro-ittite che operano fra XII e VII secolo nella Siria settentrionale e che sono responsabili di importanti programmi decorativi pertinenti all’edilizia monumentale): esso si concretizza soprattutto nelle realizzazioni in cittadelle siro-ittite con scene processionali fra XI e VIII a.C. (a Carchemish, Zincirli o Hama) (Matthiae, 1997; Mazzoni, 1997a, 1997b, 2000; Mazzoni, Merlo, 2006); altrimenti si può riferire a quelle ben più imponenti che dominano i palazzi assiri fra IX e VIII secolo (Matthiae, 1996, 2009). Si tratta però di modelli distanti da molti punti di vista e non solo spaziali o culturali: una prima considerazione riguarda il fatto che in tutti quei casi ci si riferisce a programmi decorativi creati per rappresentare il pensiero del sovrano in realtà urbane complesse e antiche, con una lunga tradizione alle spalle. In altre parole, essi sono fondamento di un progetto che riguarda la società dei vivi e soprattutto opere che, pur essendo state concepite da una sola persona, assumono un rilievo pubblico e di autorappresentazione del potere. Esiste poi una seconda via che lega il gruppo statuario a uno spazio consacrato di carattere civile piuttosto che funerario, più precisamente un edificio che potrebbe essere un tempio a megaron situato a qualche centinaio di metri di distanza o, in alternativa, da ricostruire nell’area delle tombe. Massimo Pittau, in un suo recente lavoro, propone la ricostruzione di una aedes nella quale i cosiddetti “pugilatori” potrebbero avere la funzione di “colonne-telamoni” (Pittau, 2008, pp. 27-30). &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-Qu2g8-uaMa4/TxQMUMZbI1I/AAAAAAAADGI/aPDoV-c7E9Q/s1600/monte%2Bprama%2Bopliti.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 92px; height: 236px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-Qu2g8-uaMa4/TxQMUMZbI1I/AAAAAAAADGI/aPDoV-c7E9Q/s400/monte%2Bprama%2Bopliti.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5698192969595298642" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Nel primo caso si scioglierebbe il legame fra area funeraria e complesso statuario, legame che sia Tronchetti che Paolo Bernardini ritengono molto forte e che viene avvalorato dal rinvenimento nella tomba 6 di un frammento di scarto di lavorazione di uno scudo: dunque appare difficile sciogliere questo nesso. Nell’altro ci si rivolge a modelli architettonici altri, in questo caso greci o, forse meglio, greco-coloniali (l’Olympeion di Agrigento?), sicuramente molto più tardi rispetto al momento della realizzazione del nostro complesso statuario e comunque fuori da ogni concezione fino a quel momento nota per il mondo nuragico o tardo-nuragico, senza tenere poi in alcuna considerazione problemi di statica e di conformazione delle statue in oggetto. Questo tentativo mi pare l’epilogo di una fase della ricerca, propria degli anni Novanta del secolo appena trascorso, nella quale si cercava di ancorare le nostre statue vuoi alla scultura ellenica, vuoi alle esperienze maturate nell’Italia preromana, con risultati tanto scarsi quanto deludenti. Il problema, come ho già avuto modo di affermare in precedenti contributi, sta nel metodo, ovvero nelle scelte da intraprendere lungo la via attraverso la quale si affronta la lettura di questo contesto (Rendeli, in corso di stampa). In primo luogo va riaffermata l’unicità di questa esperienza non solamente nel contesto isolano ma anche nell’intera area mediterranea: se non si parte da questo punto, che è evidente risultato di un rapporto fra committenza e artigiano o bottega di artigiani, non sarà poi possibile creare un confronto con altri complessi che per altre civiltà del Mediterraneo centro-occidentale nel corso dei primi secoli del I millennio a.C. possono essere state realizzate con modalità del tutto simili a quelle che ipotizziamo per Monte Prama. Non è un caso che lungo la costa tirrenica della penisola la grande statuaria in pietra a tutto tondo sia l’esito di un fenomeno di incontro e di scambio che ha prodotto alcune straordinarie anomalie rispetto al passato (Colonna, Hase, 1984). Con ciò non si vuol dire che precedentemente non siano esistite esperienze nel campo della scultura in Italia come anche in Sardegna (Lilliu, 1981, pp. 187-90; 1997). Si vuole piuttosto porre l’accento sul fatto che queste esperienze sono il frutto di una nuova pagina artistica nella quale i protagonisti risultano diversi (Rendeli, 2007). Ciò che distingue la fase orientalizzante nell’area che da Veio giunge sino a Felsina è una nuova cifra stilistica dei complessi realizzati, una loro collocazione quasi esclusivamente funeraria, la loro relazione a esperienze di breve se non brevissima durata che solamente con grande difficoltà e in pochi casi riescono a creare una scuola che mostri forme di continuità con quelle dei pionieri. E se ormai oggi appare acclarato il collegamento fra queste prime esperienze di grande scultura (antropomorfa e non) e il mondo orientale a Ceri, Veio, Casale Marittimo e Felsina, un poco più tardi a Vetulonia6, è altrettanto evidente come la relazione fra queste prime manifestazioni e la sfera funeraria sia tratto comune non solamente alla penisola italiana, ma anche a gran parte del Mediterraneo, dalla Grecia alla Spagna meridionale, seppure con tempi e modalità differenti. Un tratto comune però si coglie in queste esperienze: laddove le forme di prima statuaria interessino le comunità locali, piuttosto che strutturazioni coloniali “altre”, si riscontra una prevalente ed evidente volontà della comunità indigena di imporre il proprio programma e il proprio pensiero. In altre parole, il tema, la storia, la memoria che scaturisce da questi monumenti è quella dei  committenti: sono loro che rimodulano il loro codice sociale “uscendo allo scoperto” e utilizzando le nuove iconografie portate dagli artigiani (Colonna, 2000, p. 55). Queste si adattano al pensiero del committente e alla natura sociale del messaggio, creano nuovi repertori simbolici che sono evidentemente il frutto di una sintesi fra la “domanda” locale e l’“offerta” artistica dello scultore, reinventando la tradizione nella quale la natura del messaggio rimane sempre e saldamente patrimonio della committenza. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-i_rAS48wQq4/TxQMYyjt0MI/AAAAAAAADGU/o44g24ujLlY/s1600/monte%2Bprama%2Bpugilatori.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 79px; height: 196px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-i_rAS48wQq4/TxQMYyjt0MI/AAAAAAAADGU/o44g24ujLlY/s400/monte%2Bprama%2Bpugilatori.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5698193048558489794" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La situazione che in questi ultimi anni si sta evidenziando per la Sardegna dei primi secoli del I millennio a.C. non è differente rispetto a quella letta e interpretata per la penisola italiana: come avveniva sul versante tirrenico, erano in atto mutamenti sociali e organizzativi profondi e, a mio modo di vedere, endogeni, sostanzialmente dettati non da altri, ma propri di quei cambiamenti che ogni società vitale sviluppa al suo interno. In questa “età della trasformazione” che ha le sue salde radici nella società del tardo Bronzo, le statue di Monte Prama rappresentano la punta di uno dei tanti iceberg che sono ben lungi dall’essere compiutamente conosciuti e interpretati, in Sardegna e in altre parti del Mediterraneo. Tanto più che, a differenza di quanto possiamo osservare nell’area levantina o nel Vicino Oriente, questi fenomeni sono spesso legati saldamente, come già precedentemente affermato, alla sfera funeraria: la spiegazione di questo fenomeno, nell’area egea, nell’Italia tirrenica, nella Spagna meridionale e anche in Sardegna, sta nel fatto che proprio in questa fase, nelle aree appena nominate, si vengono strutturando, in un percorso che appare difficile e tortuoso, nuove forme di organizzazione più articolate e complesse. In questi nuovi modi del vivere assumono un peso determinante le aggregazioni di carattere familiare allargate, nelle quali si riconosce, nel momento in cui escono allo scoperto ed emergono, la presenza di gruppi aristocratici. L’insieme di questi aristocratici, che sono uno dei tratti caratterizzanti delle nuove società complesse, evidenzia una loro forte capacità di autorappresentazione nelle nuove strutturazioni che si vanno formando seppure in tempi e con modalità differenti: il risultato che abbiamo davanti a noi è in quasi tutti i casi quello di evidenze monumentali che apparentemente pertengono alla sfera privata, della famiglia allargata in cui sono concepiti, piuttosto che a scelte di carattere collettivo relative alla società nel suo complesso. Ciò che lega, ad esempio, l’interpretazione della statuaria di Ceri, Veio, Casale Marittimo, Cerveteri, più tardi di Vetulonia e in una fase ancor più recente del complesso residenziale del Murlo, alle prime manifestazioni che possiamo leggere su urne a capanna, nel biconico di Montescudaio o anche nel carrello di Bisenzio, è quella della esaltazione della propria casata che si attua per mezzo di un saldo legame con il passato, con i valori e la storia dei propri antenati. I nuovi personaggi eminenti&lt;br /&gt;escono allo scoperto cercando nella loro storia e nelle loro radici mitiche e mitizzate l’autolegittimazione all’uso del potere che hanno acquisito, alla consapevole autorappresentazione dello stesso. Seguendo questa traccia e cercando di adottare una metodologia rigorosa nella definizione degli elementi che compongono il quadro e della loro possibile composizione, penso che sia possibile compiere ulteriori passi in avanti per la lettura del complesso di Monte Prama e, in conclusione, proporre un’ipotesi ricostruttiva coerente. Il problema è proprio quello del rigore e della consapevolezza che ogni elemento sia parte di un programma dal quale scaturisca un sistema semantico dal senso compiuto: le statue, antropomorfe e non, costituiscono solo una parte di questo, non il tutto. Se così non fosse potremmo giungere a riconoscere e a ipotizzare la presenza di una storia sarda narrata per immagini riconoscibili e interpretabili grazie a racconti “mitici” trasmessi oralmente, non diversamente da quanto mette ben in evidenza Giancarlo Scoditti nell’introduzione alla recente riedizione del volume di Bronisław Malinowski, Argonauti del Pacifico occidentale (Scoditti, 2004, pp. XIII-XVI). In altre parole, riprendendo la felice intuizione di Roberto Sirigu, saremmo di fronte a un complesso di dati che potremmo definire come “memoria culturale” della committenza che si autorappresenta e si autolegittima (Sirigu, 2007, pp. 41-5). Questo limite non porta a ulteriori indicazioni (Rendeli, in corso di stampa, a e b), perché nell’analisi del complesso scultoreo si possono intuire solo alcuni elementi che possono far prefigurare l’esistenza di un paesaggio all’interno del quale collocarlo, ma non recano alcun elemento sull’organizzazione dello stesso. Nei precedenti tentativi di esegesi del complesso, pur avendo notato e messo in evidenza alcune anomalie, non avevo avuto la capacità di pensare che esse avessero la dignità per un loro inserimento nel quadro che tentavo di ricomporre. Solamente una riflessione meno emotiva, più a mente fredda, che si è stratificata in questi ultimi mesi, ha permesso di compiere nuovi piccoli passi che portano a ipotizzare opzioni diverse. Le anomalie presenti nel complesso di Monte Prama sono evidenti, a partire dal dato macroscopico del complesso scultoreo in quanto tale rispetto a un panorama sardo dell’inizio del I millennio a.C., capace di elaborare elementi decorativi coerenti con forme di architettura di carattere sacro e comunque non pertinenti alla riproduzione della figura umana (Lilliu, 1975-77, 1981, 1997; Contu, 1981, 1998; Moravetti, 1990). Un’ulteriore anomalia è rappresentata dal contesto in cui è stato rinvenuto il complesso: è già stata precedentemente riportata la convinzione di Tronchetti che tombe e statue fossero parte di un unico monumento. A tutt’oggi, ovvero a circa 35 anni di distanza dai primi scavi, non si è proceduto all’elaborazione di una pianta del sito completa e dettagliata che riunisse le emergenze delle indagini Bedini e quelle Ferrarese Ceruti- Tronchetti. Da quel che è dato ricostruire mi pare proponibile il fatto che si sia di fronte a un sepolcreto complesso e segmentato in diverse unità, composte da più tombe singole, realizzate in momenti differenti. Non dunque una necropoli, ma solo una parte di essa (un nucleo gentilizio?) che viene  monumentalizzato e deliberatamente disposto in forma di un unico serpentone con trentatre tombe allineate una dietro l’altra e chiuse da una delimitazione di lastre poste di taglio a creare un piccolo recinto che definisce un luogo consacrato 11. Per quanto di scarso numero e poco note siano le tombe di Età del Ferro in Sardegna, siamo di fronte a una modalità di organizzazione di questa unità che appare un unicum nell’isola: per quel che mi è dato sapere, questo tipo di disposizione non ha confronti nella penisola italiana, e più in generale in area mediterranea, in una fase fra X e VII a.C. Una pur sommaria ricerca sui modelli organizzati degli spazi delle comunità dei defunti traendo degli esempi paradigmatici non offre risposte simili a quelle visibili a Monte Prama: potremmo fare riferimento, in ambito ellenico, al complesso di Lefkandi, dove i nuclei di sepolture, che si concentrano sul lato orientale dell’heroon di Toumba, sono disposti in maniera apparentemente casuale (Lefkandi, 1990, 1993, 1996; Popham, 1994); oppure, in un contesto ben diverso, coloniale, all’organizzazione dei family plots della necropoli di San Montano a Pithekoussai, dove nella stratigrafia orizzontale e verticale possiamo cogliere l’entità del gruppo familiare sepolto e le sue declinazioni nel corso del tempo (Ridgway, 1984; Buchner, Ridgway, 1993; Bartoloni, Nizzo, 2005; Nizzo, 2007); oppure nel contesto indigeno di Pontecagnano nella disposizione in gruppi di famiglie allargate, che però non presentano forme di allineamento simili a quelle attestate nel nostro sito (Cozzo, 2003).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domani la 2° e ultima parte&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei disegni le tre tipologie di personaggi rappresentati nelle statue.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-3556723737464873200?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/3556723737464873200/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/la-statuaria-di-monte-prama.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/3556723737464873200'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/3556723737464873200'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/la-statuaria-di-monte-prama.html' title='La statuaria di Monte Prama - 1° parte di 2'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-zpYDjCubotw/TxQMPb3OfJI/AAAAAAAADF8/YBCF_WxIGRM/s72-c/monte%2Bprama%2Barcieri.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-4823369396022996079</id><published>2012-01-15T08:12:00.002+01:00</published><updated>2012-01-15T08:20:39.608+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Minosse e il mondo dei minoici - 2° e ultima parte</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-_G4e11U2MKo/TxBnPkkOTrI/AAAAAAAADDs/5MoVgN-1CBc/s1600/mino%2B1.2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 319px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-_G4e11U2MKo/TxBnPkkOTrI/AAAAAAAADDs/5MoVgN-1CBc/s400/mino%2B1.2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697167045834985138" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;L’ambiguo regno di Minosse: il mare e l’immaginario egeo&lt;br /&gt;di Pietro Militello - Università degli Studi di Catania&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Cliccare sulle immagini per ingrandirle.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fonte: Convegno "Mare, Uomini e Merci nel Mediterraneo Antico" a cura di Bianca Maria Giannattasio&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il Bronzo Tardo: l’età dei palazzi micenei (1400-1200 a.C.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La ricchezza e la varietà del mondo figurato dei primi due secoli dell’Età del Bronzo Tardo viene meno proprio durante la massima espansione della civiltà micenea. In parte ciò è dovuto al declino di alcune tradizioni artigianali, prima fra tutta quella dei vasi in pietra o quella della decorazione in agemina, in parte a modifiche strutturali della imagerie egea. Si opera una selezione dei motivi che porta ad una drastica riduzione del ricchissimo repertorio neopalaziale e ad una sua progressiva astrazione. Anche in questo caso, è possibile però identificare aree e livelli differenti nella circolazione delle immagini. A Creta, il mondo marino appare costantemente raffigurato o accennato nella decorazione dei sarcofagi in terracotta prodotti nell’isola tra il TM IIIA e IIIB. Polpi più o meno stilizzati si allungano lungo la faccia esterna delle larnakes, si annidano tra altre immagini, come carri o scene di caccia, apparentemente senza connessione logica con queste ultime, o si associano a piante di papiro. La libera associazione di elementi floreali e marini ha portato alla suggestiva definizione di “giardino del polpo” (“octopus’s garden”) per questo tipo di scene, rappresentanti forse il mondo elisio, non sappiamo se immaginato oltre il mare o dentro il mare, traslato, forse, di pratiche funerarie dei secoli precedenti nelle quali il cadavere veniva affidato alle acque, oppure adozione di credenze religiose egiziane relative al viaggio del defunto nell’aldilà. In alcuni casi, l’allusione al viaggio è esplicitata da una figura di nave (fig.9). Diverso significato sembrano avere avuto gli stessi animali nei contesti palatini, specialmente nella pittura a fresco. L’esistenza di una tradizione omogenea è dimostrata dalla coerenza dello sviluppo iconografica e dalla collocazione delle pitture, tutte su pavimento. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-xOTk9oZ_peA/TxJ9RtujULI/AAAAAAAADFA/0zMPwWQHwFk/s1600/mino%2B10.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 256px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-xOTk9oZ_peA/TxJ9RtujULI/AAAAAAAADFA/0zMPwWQHwFk/s400/mino%2B10.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697754221863194802" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;All’inizio della serie si colloca il famoso “Dolphin Fresco”, che decorava probabilmente un pavimento di un sacello del Palazzo di Cnosso. Tra delfini dal corpo policromo si muovono piccoli pesci; l’acqua è rappresentata come una serie di linee ondulate. La produzione continua con l’affresco del pavimento dipinto da un sacello da Haghia Triada, databile alla metà del XIV secolo (fig.13), che nella articolazione interna ripropone a Creta, il modello della sala del trono del megaron miceneo in un contesto tuttavia non politico ma religioso, e termina con i polpi e i delfini dipinti nelle sale dei palazzi di Pylos e Tirinto (fig.14). L’associazione tra polpo e delfino è una innovazione introdotta verso il 1400, nella coppa aurea di Dendra, che doveva avere significato simbolico, giacché non ha alcun referente nella realtà. I due animali, infatti, non vivono nello stesso ambiente e non possono essere visti assieme. Animale bentonico il primo, acquattato tra le rocce dei fondali sotto costa, preda dell’uomo per le sue carni prelibate, mammifero pelagico il secondo, visibile mentre salta in mare aperto, in rapporto più di coesistenza che di competizione con l’uomo. Se si riflette sul ruolo preponderante che il polpo sembra avere avuto nella religione cretese, e sulla funzione araldica che invece il delfino assume come emblema delle navi di Thera o delle spade dal Peloponneso, si può suggerire che l’unione tra i due animali assumesse per le élites micenee il significato di fusione tra aspetto religioso e politico, tra tradizione minoica e tradizione elladica. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-DxdLLxZzUro/TxJ9Z5H3doI/AAAAAAAADFM/yiFoaVSQVdg/s1600/mino%2B11121314.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 257px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-DxdLLxZzUro/TxJ9Z5H3doI/AAAAAAAADFM/yiFoaVSQVdg/s400/mino%2B11121314.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697754362361116290" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ad un livello più ampio di circolazione extrapalatina si collocano le scene sulla ceramica dipinta nello stile pittorico. Si tratta di una classe specifica, prodotta verosimilmente in Argolide, che circola in tutto il Mediterraneo orientale, trovando però soprattutto a Cipro uno dei mercati principali. I temi sono prevalentemente terrestri: animali, specialmente buoi, processioni di carri, scene di caccia. Le figure di polpi e pesci, nel complesso numericamente modeste (5,4%) appaiono nella prima fase, 1450-1375 a.C., su evidente influsso dello stile marino. Successivamente, i temi marini si eclissano per circa un secolo per riprendere vigore nella seconda metà del XIII secolo, rappresentando, alla fine del periodo, un buon 30% del repertorio, da una parte con la sempre vitale immagine del cefalopodo tra i cui tentacoli abitano pesci ed uccelli, dall’altra con un cospicuo numero di kalathoi decorati con pesci lungo il bordo, nel quale l’elemento mimetico è evidente: il liquido dentro il vaso doveva rappresentare il mare nel quale nuotano i pesci.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il Bronzo: la fine della civiltà micenea (1200-1000 a.C.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-Ow8bXxzJL3Y/TxJ9h0xUbjI/AAAAAAAADFY/YTnnxX2naS0/s1600/mino%2B1520.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 283px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-Ow8bXxzJL3Y/TxJ9h0xUbjI/AAAAAAAADFY/YTnnxX2naS0/s400/mino%2B1520.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697754498631757362" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La caduta delle cittadelle micenee intorno al 1200 a.C. non segna una cesura se non per la produzione aulica (avori, affreschi, sigilli) che si interrompe bruscamente. Lo stile serrato e lo stile del polpo, nel TE IIIC, fanno di questo animale il tema figurativo più attestato della produzione vascolare (fig.5), dimostrando la vitalità e la forza di una tradizione iconografica che con diverse sfumature semantiche attraversa tutto il secondo millennio. Un cambiamento si ha invece nell’uso del tema della nave. Quasi assente in ambito palatino, esso aveva fatto la sua comparsa nell’ambito della ceramica pittorica nel corso del XIII secolo, intensificandosi verso la fine del secolo e diventando, nel corso del XII, uno dei temi dominanti. Le immagini di navi, in questo scorcio del II millennio a.C., colpiscono non per l’eleganza del tratto, ma per il vigore e la vivacità della rappresentazione e per l’interesse verso la funzione e la struttura della nave, che viene talora sezionata con la tecnica detta a raggi X. In un cratere levanto-elladico da Enkomi (fig.10a), ancora del XIII secolo, due soldati sono sulla tolda, mentre 4 marinai sono indaffarati all’interno dello scafo. In un frammento vascolare da Tragana in Messenia (fig.10b) la costolatura è in evidenza, a prua lo slancio verticale è provvisto alla sommità di un simbolo che ricorda per la sua posizione le navi cicladiche, a poppa un lungo remo funge da timone, la vela è indicata, assieme al sartiame. Di un altro vaso da Kos sono rimasti due rematori (fig.10c) mentre una parete di cratere da Phaistos mostra due marinai affaccendati attorno all’albero di una imbarcazione schematizzata (fig.10f ). La lunga nave ritorna in una anfora da Skyros (fig.10d) e in un vaso dalla Messenia (fig.10e), ma lo stato della cantieristica della fine del II millennio è rappresentato da un graffito trovato a Dramesi, in Beozia (fig.11), in cui appaiono i due tipi di vascello che dovevano circolare nell’Egeo di quel periodo: quello lungo e quello tondo provvisto di chiglia. Il dato nuovo è l’attenzione prestata all’uomo. Non più la nave come entità a sé, ma come luogo di manovra o di battaglia nel quale le proporzioni delle singole figure denunciano la gerarchia sociale di guerrieri, proprietari, marinai, rematori. Le scene di guerra, come quelle su crateri da Kynos (fig.10g), nella loro ingenuità rappresentativa conservano una pallido eco dei grandi cicli pittorici del XVI secolo, come&lt;br /&gt;ha ben sottolineato Borgna; di questi recepiscono in maniera frammentata e incoerente, spesso mal&lt;br /&gt;compresa, tipi iconografici e stilemi che verranno tramandati attraverso i secoli bui per essere riutilizzati, in un ben diverso contesto storico e in un differente sistema semantico, dalla narrativa di età geometrica, primo capitolo di una nuova cultura figurativa (fig.12).&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-K0J4KZL4a1c/TxJ9rsl8AQI/AAAAAAAADFk/nrJt7gGshok/s1600/mino%2B27.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 257px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-K0J4KZL4a1c/TxJ9rsl8AQI/AAAAAAAADFk/nrJt7gGshok/s400/mino%2B27.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697754668235227394" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Conclusione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;La disamina che abbiamo condotto ha tentato di ripercorrere i processi di formazione di un immaginario del mare in area egea, individuando momenti e livelli diversi. Per il mondo cicladico del Bronzo Antico, l’Egeo è la “pianura liquida” nella quale si viaggia. L’attenzione verso il mare come sfondo dell’azione umana costituisce una costante tematica nelle isole, pur nella esiguità delle attestazioni, anche nel Bronzo Medio, con le navi di Egina, fino alla complessa narrativa delle pitture di Thera. Nello stesso periodo, Creta sembra invece ancorata, a livello di immaginario, prevalentemente al suo retroterra agricolo. Ancora nel periodo dei Primi Palazzi, il mare è lo spazio limitato attorno alla costa, area di pesca, in una visione del mondo che percepisce l’Isola come continente autosufficiente, lasciando in una zona d’ombra la sua funzione di snodo delle relazioni del Mediterraneo orientale. È verso la metà del II millennio, corrispondente al periodo dei Secondi Palazzi e delle Tombe a Fossa di Micene, che la formazione di una koiné culturale porta alla creazione di un patrimonio comune di iconografie, ad una circolazione di immagini, probabilmente tramite lo spostamento fisico di artigiani ed botteghe. Attraverso questo patrimonio comune è però possibile individuare specificità regionali nell’approccio verso il mare. L’area minoica predilige quest’ultimo nel suo aspetto simbolico e funerario o come teatro dell’azione mitologica. L’artista cicladico e la sua committenza rivelano invece, nella articolata esposizione del fregio miniaturistico di Thera, una percezione dello spazio circostante molto più dinamica di quella espressa dalla contemporanea iconografia cretese: il viaggio in acqua come mezzo per raggiungere terre note, ma anche regioni lontane e fantastiche, abitate da essere mostruosi, come il grifone. Entrambi i filoni, quello narrativo e quello simbolico, sono attestati nella documentazione materiale delle emergenti dinastie micenee, che dopo la prima fase di formazione, sviluppano l’aspetto simbolico degli animali acquatici, in una direzione differente, tuttavia, rispetto a Creta, più incentrata sul tema della regalità che su quello funerario. La circolazione di uomini che fa seguito alla fine della civiltà palaziale, dopo il 1200, infine porta ad una ridistribuzione delle immagini marine, e soprattutto, navali in tutta l’area dell’Egeo. Caratteristica comune a tutta questa produzione è l’uso di duplice prospettiva: quella ravvicinata, in cui lo spettatore è immerso dentro il mare, e quella distante, a volo d’uccello, in una visione “cartografica” che colloca l’osservatore in un punto di vista elevato, non raggiungibile nella realtà. E’ del tutto assente invece la visione del mare nella sua prospettiva naturale, a terra e da terra, a differenza di quanto avviene per il paesaggio. La conseguenza è, in entrambi i casi, la assenza di quell’atteggiamento descrittivo e di burocratica annotazione di dettagli che si ha invece in analoghe rappresentazioni egiziane, e l’acquisizione di una specificità narrativa tipicamente egea. Se dalla sfera della rappresentazione si passa alla sfera della realtà, i dati appaiono più difficilmente leggibili. È possibile seguire nelle grandi linee lo sviluppo della cantieristica navale egea, soprattutto nel passaggio dalla navigazione a remi a quella a vela, dalla carena angolare a quella tonda, dalle navi a fondo piatto a quelle provviste di chiglia. È chiaro altresì l’affermarsi nel tempo di tipologie diverse, il vascello lungo, destinato alla corsa, quello più tozzo e capiente, destinato al trasporto di merci, fino alle diverse varianti di imbarcazioni da pesca. In questo processo, indubitabile appare, nel Bronzo Antico, la leadership delle marinerie insulari. Più difficile invece l’attribuzione ad un’area o all’altra degli sviluppi successivi, sulla base della sola indicazione iconografica. Una analisi approfondita delle immagini di navi e nel contesto complessivo della produzione minoica e sulla base delle tipologie rappresentate non appare supportare un ruolo primario dell’Isola nello sviluppo delle innovazioni tecniche, e sembra anzi dimostrare una ruolo secondario dell’immaginario marino a Creta in evidente contrasto con la posizione centrale che si è attribuita a Creta nel controllo del mare durante l’età del Bronzo (la cd. Talassocrazia minoica). Ancora più evidente risulta la marginalità dell’iconografia navale in area elladica in rapporto al ruolo dei palazzi micenei in quanto centri di produzione, consumo e scambio. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-dhKhWGjr0_A/TxJ9zSjOd2I/AAAAAAAADFw/2h-BpN95gbA/s1600/mino%2Bultimo.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 245px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-dhKhWGjr0_A/TxJ9zSjOd2I/AAAAAAAADFw/2h-BpN95gbA/s400/mino%2Bultimo.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697754798683486050" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Una soluzione a questa aporia potrebbe essere quella di attribuire alle Cicladi la gestione dei traffici commerciali all’interno dell’Egeo, ed ad altri vettori, ciprioti o levantini, quella dei più vasti contatti con le aree ad Oriente ed ad Occidente dell’Egeo. Ma volere usare le immagini come mezzo per scoprire la realtà storica rivelerebbe un uso ingenuo di questo strumento, vorrebbe dire disconoscere le peculiarità del mondo della figura, il suo ruolo precipuo non tanto come strumento di rappresentazione della realtà, quanto di autorappresentazione di una società. Vorrebbe dire, in altri termini, dimenticare che il rapporto tra immagine e la realtà storica non è sempre isomorfo, ma è soggetto alle deformazioni ideologiche. Non possiamo escludere che il ruolo dei palazzi minoici e di quelli micenei nel controllo delle relazioni commerciali e delle attività marinare sia stato inferiore a quanto finora presupposto, ma non possiamo neanche escludere che l’ ideologia dei palazzi cretesi, sviluppatisi sulla base dello sfruttamento del retroterra agricolo, e quella dei palazzi micenei che ne mutuarono in parte i presupposti culturali, possa avere condizionato l’adozione di iconografie legate allo sviluppo dell’attività commerciale per mare, marginalizzandole o mistificandole sotto l’aspetto simbolico. Qualunque sia la risposta che si voglia dare a questo problema, appare invece più comprensibile il fiorire delle rappresentazioni navali a partire dalla fine del XIII a.C.: oltre a riflettere un intensificarsi dei contatti e dei conflitti in una fase di crisi ed accentuata mobilità all’interno del Mediterraneo orientale, esse rappresenterebbero anche l’affermarsi di una nuova consapevolezza e di una nuova ideologia eroica da parte delle élites emergenti che si apprestavano a sostituire le vecchie gerarchie palatine in dissoluzione nel processo che portò alla trasformazione del qasireu miceneo, autorità locale e gradino inferiore della gerarchia palatina, al basileus greco.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-4823369396022996079?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/4823369396022996079/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-bronzo-tardo-leta-dei-palazzi.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4823369396022996079'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4823369396022996079'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-bronzo-tardo-leta-dei-palazzi.html' title='Minosse e il mondo dei minoici - 2° e ultima parte'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-_G4e11U2MKo/TxBnPkkOTrI/AAAAAAAADDs/5MoVgN-1CBc/s72-c/mino%2B1.2.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-5948024091680423511</id><published>2012-01-13T18:15:00.013+01:00</published><updated>2012-01-15T08:22:34.979+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Minosse e il mondo dei minoici - 1° parte di 2</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-_G4e11U2MKo/TxBnPkkOTrI/AAAAAAAADDs/5MoVgN-1CBc/s1600/mino%2B1.2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 319px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-_G4e11U2MKo/TxBnPkkOTrI/AAAAAAAADDs/5MoVgN-1CBc/s400/mino%2B1.2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697167045834985138" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;L’ambiguo regno di Minosse: il mare e l’immaginario egeo&lt;br /&gt;di Pietro Militello - Università degli Studi di Catania&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Cliccare sulle immagini per ingrandirle.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fonte: Convegno "Mare, Uomini e Merci nel Mediterraneo Antico" a cura di Bianca Maria Giannattasio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La p&lt;a href="http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/minosse-e-il-mondo-dei-minoici-1-parte.html"&gt;rima parte&lt;/a&gt; è stata pubblicata il 14 Gennaio 2012&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il rapporto tra uomo e mare nell’area del Mediterraneo non può essere ricondotto ad una unica cifra, ma si fraziona in una molteplicità di relazioni legate al contesto geografico ed alle strutture sociali, variabili pertanto non solo nello spazio, ma anche nel tempo. In questa prospettiva pluralistica bisognerebbe parlare di tante tradizioni iconografiche, o sistemi iconologici, quante sono le aree ed i periodi. Ancora più opportuno sarebbe parlare di iconografie in continuo divenire che si influenzano reciprocamente e nelle quali i significati si trasformano, decostruendosi e ricomponendosi in contesti culturali differenti, diventando cioè “symbols in action”, pur nella persistenza di alcuni temi di fondo (come il rapporto tra il mondo dell’acqua e la nascita o la vita). Per cogliere la dinamicità di questi simboli proporremo oggi una lettura dell’immaginario marino nella Età del Bronzo egea articolata geograficamente e diacronicamente. Un discorso a parte si impone per le immagini delle navi, sulle quali si è focalizzata l’attenzione degli archeologi fin dalle prime scoperte del mondo egeo. Gli studi, avviati già dai primi anni del Novecento, sono sfociati nei lavori più ampi sulla marineria antica, come quelli di Casson, Johnston e Basch, o in quelli più specifici sulla tecnica navale minoica e micenea I problemi relativi alla tipologia delle navi, ai mezzi di propulsioni o alle tecniche di navigazione hanno assorbito la maggior parte delle energie. I criteri di classificazione sono stati diversi, basati sulla presenza della chiglia, sulla forma della carena o dello scafo (fig.1). Tuttavia, ancora la più recente monografia sull’argomento lascia senza risposta molte delle domande, a causa delle difficoltà di interpretazione delle immagini di imbarcazione per la loro schematicità, per l’impossibilità di verificarne lo sviluppo tridimensionale, per la difficoltà, infine, di distinguere tra rappresentazioni di modelli contemporanei all’artista o di forme desuete, per motivi rituali. Non solo per il limitato tempo a nostra disposizione, dunque, lasceremo fuori dalla nostra discussione gli aspetti più squisitamente tecnici legati alla pratica della navigazione.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-s33qJeBu17I/TxBnZT1ef9I/AAAAAAAADD4/811h2HsrYVc/s1600/mino%2B3.4.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 302px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-s33qJeBu17I/TxBnZT1ef9I/AAAAAAAADD4/811h2HsrYVc/s400/mino%2B3.4.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697167213142638546" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il Bronzo Antico (3500-2000 a.C.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Le più antiche rappresentazioni dell’Età del Bronzo appartengono ad area cicladica. Esse appaiono principalmente in una ventina di manufatti particolari, le cd. “Padelle” prodotte a Syros, verso la metà del III millennio a.C., formate da un disco piatto, ovoidale, a bordo rialzato, con due brevi manici divergenti, di funzione non precisata. La decorazione è quasi sempre costituita da spirali incise, indicanti il mare. Tra il disco e i manici un triangolo bipartito è stato interpretato come una vulva schematizzata. Quando la nave è rappresentata (fig.2) è disposta obliquamente, con un effetto prospettico forse involontario, ed è un vascello lungo, a carena angolare, probabilmente fornito di una chiglia, mosso solo da remi. Un mezzo considerato più adatto alla guerra o alla corsa che al trasporto di un carico. Ad una estremità ricorre spessissimo un simbolo a forma di pesce. La identificazione di questa estremità con la poppa o la prua ha dato adito ad un lungo dibattito mai veramente risolto. Le navi appaiono anche su altri supporti dimostrando il loro radicamento nella cultura popolare. Esse si ritrovano inoltre anche a Creta, su alcuni modelli provenienti da tombe e su alcuni sigilli (fig.15). La carena può essere angolare o arrotondarsi, e l’acqua è talora accennata da una serie di linee spezzate. Nello stesso tempo, tuttavia, cominciano ad essere elaborate in area minoica le immagini dei pesci, che avranno notevole fortuna nel periodo successivo. Si tratta per il momento di iconografie semplici, elementi di motivi decorativi radiali o a girale, rappresentanti una percentuale minima del repertorio antico minoico (4 immagini su 503, lo 0,8%), e dunque difficilmente decodificabili iconologicamente. Essi possono rappresentare il mare, la pesca, o il cibo. Le difficoltà sono ben esemplificate dalla strana associazione in un sigillo prismatico Antico Minoico III (2400-2100 ca.) di Viannos (fig.16) tra la faccia intagliata con symplegma amoroso e quella con tre pesci; Koehl ha interpretato la scena facendo riferimento alla prassi orientale dell’offerta del pesce dopo la consumazione del matrimonio sacro ma ovviamente altre interpretazioni sono possibili.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il Bronzo Medio e l’inizio del Bronzo Tardo: Creta (2100-1450 a.C.)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nel periodo tra il 2100 ed il 1700, la prima esplosione del repertorio figurativo minoico coincide con quei processi di concentrazione del potere che porteranno, verso il 1950, alla nascita dei palazzi cretesi, primo fenomeno palatino dell’Egeo vero e proprio. Raffigurazioni su vasi, intagli su sigilli, modellini e figurine, costituirono i veicoli per la creazione di un vastissimo corpus nel quale l’elemento decorativo costituisce ancora la parte maggioritaria, ma quello figurato vi ha nondimeno un ruolo non secondario. La fonte di ispirazione è prevalentemente il mondo umano e animale, l’ambientazione quella terrestre. L’elemento acquatico vi appare tramite alcune immagini di navi (8 sigilli su 335, il 2,3%) e soprattutto di polpi e pesci (12 su 335, il 3,5%). Le prime hanno alberi e quindi anche vele, ma la carena è ancora, spesso, angolare (fig.17). Il polpo è presente, in una varietà di forma più o meno astratte, nei sigilli e nella ceramica Kamares. I pesci presentano poche notazioni anatomiche che consentano l’identificazione della specie, ma il contesto li collega soprattutto all’attività della pesca. Il carattere prevalentemente economico del rapporto con il mare si riflette nelle associazioni tra pesci e uomini in un paio di sigilli. Il pesce nella rete che si riconosce in un cratere da Festòs, pur nelle stilizzazioni della decorazione Kamares, allude chiaramente a questa risorsa economica la cui importanza è dimostrata anche dall’essere una delle poche attività quotidiane rappresentate. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-tVEaxYgwzq4/TxBngSflcvI/AAAAAAAADEE/sKNsA1Gu5Jw/s1600/mino%2B5.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 307px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-tVEaxYgwzq4/TxBngSflcvI/AAAAAAAADEE/sKNsA1Gu5Jw/s400/mino%2B5.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697167333041468146" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Una terza fonte di ispirazione, oltre alle navi ed ai pesci, è costituita nello stesso periodo dal fondale roccioso, popolato da crostacei, conchiglie e molluschi. In alcuni casi, la resa tridimensionale di questi temi viene realizzata usando matrici plasmate forse sugli animali reali; a Mallia una classe di ceramica a rilievo possiede un ricco repertorio di conchiglie e granchi. Verso il 1700 i palazzi cretesi sono distrutti. La loro ricostruzione (1700-1450) coincide con una vera e propria rivoluzione nell’arte minoica che vede l’affermarsi del cosiddetto naturalismo cretese. Il mondo della natura diventa la fonte primaria di ispirazione, spesso soggetto autonomo e non solo elemento connotativo della azione umana. Nella nuova iconografia che si afferma, il paesaggio marino, in quanto elemento a se stante, non trova posto, a differenza di quanto avviene per il paesaggio di terra o quello di fiume. L’acqua può essere indicata da un numero limitato di icone, quali la linea spezzata o più spesso il reticolo di squame (fig.19). Molto più frequentemente, tuttavia, la sua superficie è semplicemente accennata tramite gli oggetti o gli esseri che vi vivono: navi e pesci. Cominciamo dalle raffigurazioni di vascelli. Il corpus più numeroso proviene dall’ambito sfragistico, dove la resa è spesso schematica e molti esemplari appartengono alla classe dei sigilli “talismanici”. La carena arrotondata dà origine ad una forma a semiluna con una estremità biforcuta o triforcuta, e l’altra spesso configurata a testa di animale. L’albero è sempre presente, e la vela è spesso indicata (fig.20). Nelle migliori rappresentazioni, su sigilli in metallo e spesso in oro, la nave fa parte di una scena complessa, a contenuto narrativo, non sappiamo quanto mitologico o religioso. Così, in un anello aureo da Mochlos (CMS II,3,252) una imbarcazione è guidata da una figura femminile; a bordo è presente un recinto con albero che trova un pendant in una analoga struttura sulla terraferma (fig.21). Lo spazio tra le figure è riempito da simboli diversi, quali gli oggetti oblunghi da cui escono filamenti, che riappaiono in scene di epifania della divinità. Navi configurate guidate da donne appaiono in una serie di sigilli, come una cretula da Haghia Triada (fig.22), una da Chanià (CMS V, S.1A, 138), un sigillo da Makrijalos (CMS V, S.1A, 55) ed uno, più tardo, da Tebe (fig.23). In tutti questi casi l’assenza di alberi e la navigazione a remo, spesso palesemente indicata, sanciscono la natura rituale dell’azione. La donna su nave compare infine in uno dei capolavori dell’oreficeria minoica, il cd. Anello di Minosse, di recente ritrovato (fig.24). Non sappiamo quanto legati al rituale religioso o piuttosto a miti e racconti siano un paio di scene, sempre su sigillo, che rappresentano un uomo ed una donna di fronte ad una nave. Si tratta di un anello d’oro dal porto di Heraklion, conservato ad Oxford, ed uno da Tirinto, proveniente da contesto secondario (figg.25-26). &lt;br /&gt;Alle interpretazioni religiose (matrimonio sacro, epifania della divinità) si sono aggiunte quelle narrative-mitologiche, con i richiami alle figure di Teseo e Arianna o Giasone e Medea. In realtà, la figurina femminile che sovrasta la barca e il tratto di giara che appare all’estremità dell’anello riportano ancora una volta la scena al rituale epifanico, dei quali sembrano una rielaborazione. Ad ambito mitologico bisogna ricondurre probabilmente una singolare impronta su sigillo proveniente dal Palazzo di Cnosso e precisamente dalla cista orientale del Deposito del Tempio (fig.27). Un guerriero sta in piedi presso la prua di una nave dalla chiglia arrotondata, in lotta contro un mostro marino con testa di cane che emerge dalle acque. Una lentoide in sardonica (fig.31), purtroppo senza indicazione di provenienza, raffigura un uomo inginocchiato sulla tolda di una nave con un braccio proteso in avanti, mentre il timoniere, a scala più piccola, regge il remo. Sotto il braccio dell’uomo un uccello, verosimilmente utilizzato per identificare la direzione verso la terraferma. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-k_9t9mf2QdQ/TxBoNfuRvMI/AAAAAAAADEQ/zrSk45B6oMk/s1600/mino%2B6789.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 257px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-k_9t9mf2QdQ/TxBoNfuRvMI/AAAAAAAADEQ/zrSk45B6oMk/s400/mino%2B6789.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697168109686865090" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La scena sembra fare riferimento a storie simili a quelle note dall’epopea di Gilgamesh e dal racconto biblico di Noè, ovvero a pratiche di navigazione in uso presso i marinai egei. Nell’ambito degli animali marini, questo periodo vede il proliferare di immagini di pesci di vario genere, non sempre identificabili, ad eccezione del delfino che acquista una propria autonomia iconografica. Ma è soprattutto il mondo sottomarino che acquista fortuna, dapprima nei vasi in pietra poi nella classe ceramica dello stile marino, ormai alla fine del TM I (1500-1450 a.C.). Il fondale viene individuato grazie ad un ricco patrimonio di motivi che ruotano attorno al tema del corallo e delle alghe, e che sono in parte mutuati dagli stessi stilemi utilizzati per il paesaggio terrestre. Su questo sfondo si muove un ricco campionario di esseri viventi, primo fra tutti il polpo, quindi seppie, stelle marine, conchiglie di triton, argonauti (fig.4). Tale fortuna scaturisce certamente da un generale atteggiamento di attenzione verso il mondo naturale e animale che caratterizza l’età neopalaziale, e anche dalle possibilità formali offerte dai tentacoli della seppia e ancora più del polpo per adattarsi a superfici di forma differente e creare motivi radiali o a spirale. Ma queste considerazioni non debbono mettere in ombra l’aspetto semantico di questi temi, derivato in alcuni casi da caratteristiche specifiche dell’animale, come le capacità rigeneratrici del polpo, e legato, più in generale, alla percezione del mare come fonte di vita e nello stesso tempo altro da sé, come l’elemento pericoloso e invivibile per l’uomo che proprio per questo attribuisce agli esseri che vi abitano una speciale condizione ultraterrena. Questa connotazione religiosa dei temi marini sembra confermata anche dai supporti utilizzati, spesso vasi di uso specificamente cultuale come rhytà, e dai contesti in cui essi appaiono; essa inoltre sembra investire anche la sfera funeraria, se, come è stato proposto, viene utilizzata la sepoltura in acqua. Il legame con la figura femminile ha portato a ipotizzare l’esistenza di una Dea del Mare e della navigazione , ipostasi della grande Dea della Natura, rappresentata ora come Potnia Theron (fig.28), ora con un remo in mano (fig.29), ora riposantesi tra le onde (fig.30). Dobbiamo tuttavia rilevare alcune apparenti contraddizioni. Se è vero che la maggior parte delle scene analizzate rientra in ambito cultuale, esse immagini costituiscono nel complesso una percentuale non rilevante dell’immaginario anche religioso di questo periodo: solo il 2% del repertorio sfragistico e di quello in pietra, ancora meno di quello pittorico. Anche i riferimenti al mare sotto forma di conchiglie o ciottoli depositati nei santuari minoici sono nel complesso minimi, rivelando la marginalità di questa componente nell’azione cultuale. All’interno della più ampia sfera religiosa dobbiamo inoltre distinguere da una parte le immagini legate al mondo subacqueo, capostipiti di una tradizione estremamente vitale fino alla fine dell’Età del Bronzo, dall’altra quelle mitologico-narrative, la cui fortuna cessa invece con la fine della cultura neopalaziale. &lt;br /&gt;Probabilmente, in un momento di sviluppo e di ampliamento delle relazioni internazionali, le élites minoiche avvertirono la necessità di rinnovare ed arricchire il sistema di credenze alla base dell’autorità palatina, e nel fare questo dovettero guardare inevitabilmente all’Egitto e alla Mesopotamia (Dobbiamo ricordare comunque quanto diverso fosse il rapporto con l’acqua per l’Egitto e la Mesopotamia, principalmente legati ai fiumi, e le isole dell’Egeo, circondate dal mare. Se per Gilgamesh l’orizzonte è costituito dalle montagne, e il sole scende oltre le montagne per raggiungere le acque sotterranee attraverso le quali torna ad Oriente, per i Cretesi o i Cicladici l’orizzonte è il mare, ed il sole tramonta e sorge dalle acque.). Parte della mitologia che venne elaborata rimase però un fatto elitario, e non avendo profonde radici nell’immaginario popolare scomparve con la fine dei Secondi Palazzi, avvenuta intorno al 1450, probabilmente per una concomitanza di cause naturali, terremoti, e umane, la conquista di Creta ad opera di Micenei. Il Bronzo Medio e Tardo: Le Cicladi e il Continente (2000-1400 a.C.) La ricchezza iconografica di Creta non ha un corrispettivo né in area cicladica né in area elladica durante gran parte del Bronzo Medio, caratterizzato in entrambe le regioni da un generale declino della produzione figurata. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-37qXUtqLABg/TxBoeGQGukI/AAAAAAAADEc/PfNNgmImcMI/s1600/mino%2B10.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 256px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-37qXUtqLABg/TxBoeGQGukI/AAAAAAAADEc/PfNNgmImcMI/s400/mino%2B10.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697168394907204162" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una eccezione è rappresentata tuttavia da un frammento dipinto da Iolkos, in Tessaglia, e soprattutto da un gruppo di rappresentazioni vascolari da Egina, che raffigurano dei vascelli. Ad Egina le imbarcazioni sono cariche di uomini, in un caso armati di lancia (fig.21), riflesso di una situazione di conflitto e dell’importanza del compito militare della flotta eginetica. Negli esemplari meglio conservati la nave ha carena tonda, probabilmente era priva di chiglia; trasportava 30 o 31 persone, forse rematori, ed era provvista di un ampio timone per contrastare la deriva. Essa doveva essere simile, per Basch, alle piroghe di Douala, in Camerun. Un altro frammento rappresenta un uomo su un pesce31, forse essere divino, forse un personaggio mitico o un orante. Verso la fine del Bronzo Medio e soprattutto all’inizio del Bronzo Tardo si diffonde in ambito vascolare un repertorio figurativo con uccelli, fiori o pesci. Rispetto a Creta le iconografie acquatiche sono in proporzione più numerose e rivelano caratteristiche indipendenti. Mancano i polpi, ma il tema del pescatore ricorre ben due volte, in una pittura da Akrotiri e in un vaso da Melos, e diffuse sono le immagini di delfini e pesci volanti che si trovano oltre che nei vasi, nelle pitture parietali di Kea e di Milos, o nella splendida kymbe ritrovata a Thera. Ma è nella rappresentazione di ampi spazi che il mondo cicladico sopravanza la tradizione cretese. Lo splendido affresco miniaturistico dalla West House di Thera è a tutt’oggi la rappresentazione più complessa ed articolata di un paesaggio con mare. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-ME31mHEZhLM/TxBosqb20yI/AAAAAAAADEo/xa5EOnVCKSs/s1600/mino%2B11121314.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 257px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-ME31mHEZhLM/TxBosqb20yI/AAAAAAAADEo/xa5EOnVCKSs/s400/mino%2B11121314.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697168645138338594" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;Lungo le quattro pareti di una stanza, sopra il livello dell’architrave, correva senza interruzione un fregio alto ca. 24 cm. &lt;br /&gt;La lettura del fregio sembra partire dal lato occidentale, estremamente lacunoso, per proseguire in quello settentrionale, dove si distinguono l’incontro su una collina tra due ambasciate, un tentativo di sbarco sulla costa di un’isola, cui fa seguito una marcia di soldati verso l’interno; il lato orientale conserva un tratto di costa con l’entroterra attraversato da un lungo fiume; il fregio meridionale, meglio conservato, rappresenta una parata navale tra due città collocate in due isole differenti (fig.7). Lasciamo stare da parte il problema generale della interpretazione del dipinto (racconto di avvenimenti storici o mitologici, riflesso di una epica preomerica, rappresentazione di una festività del mare, esaltazione simbolica della potenza marinara di Akrotiri) e concentriamoci sugli espedienti rappresentativi. Il mare è uno spazio bianco, nessun artificio viene utilizzato per imitarne la superficie. Le navi sono raffigurate con notevole realismo: si tratta di semplici barche o di vascelli più grandi a scafo tondo, in alcuni casi provvisti di vela quadra, in altri privi di albero. Sono mosse da pagaie e controllate da un timoniere a poppa. Il capitano o i personaggi più importanti sono spesso rappresentati entro una sorta di portantina (gr. ikrion), che ritorna rappresentata a grandezza naturale nelle pitture della medesima casa, oltre che in un frammento da Micene. Le imbarcazioni, specialmente quelle prive di albero, sono state considerate ora l’espressione della tecnologia navale più avanzata in quel periodo, ora invece solo navi da parata non adatte alla navigazione in alto mare. Gli stessi temi analizzati finora si ritrovano nella documentazione dalle Tombe a Fossa di Micene (XVI a.C.) o dalle tombe a tholos del Peloponneso e della Grecia Centrale (XV a.C.). Cambia tuttavia la proporzione tra i diversi soggetti e il loro significato. Animali acquatici appaiono così su lamine a sbalzo da Micene, ridotti tuttavia a semplice elemento decorativo; il polpo continua a rimanere uno dei soggetti preferiti della ceramica di stile palaziale prodotta a Creta e nel Continente, verosimilmente più per l’idea di prestigio che esso aveva acquisito, che per l’originario significato religioso.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-sZQAbRndsV8/TxBo8L6gQ9I/AAAAAAAADE0/xmlGPoErHDQ/s1600/mino%2B1520.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 283px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-sZQAbRndsV8/TxBo8L6gQ9I/AAAAAAAADE0/xmlGPoErHDQ/s400/mino%2B1520.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5697168911823291346" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una maggiore pregnanza semantica dovevano avere gli excerpta delle grandi rappresentazioni che si ritrovano su spade ageminate da Vaphiò (naufrago), e le immagini di delfini su quelle di Pharai e Prosymna. Una vera e propria replica delle grandi scene narrative si ha invece in due manufatti, purtroppo in parte frammentari. Si tratta di due frammenti da Epidauro, sempre pertinenti ad un rhytòn, ma questa volta in pietra (fig.8), con scena di sbarco, e di un rhytòn in argento dalla Tomba a Fossa V di Micene, con scena di attacco ad una città. Gli stilemi e le convenzioni iconografiche sono molto simili tra di loro, ed è uguale il tipo di supporto, il rhytòn, un vaso forato destinato alle libagioni, che è spesso decorato da temi marini. Le rappresentazioni di Epidauro e Micene potrebbero rimandare alla funzione del vaso, all’idea di manipolazione di un liquido, ma potrebbero anche essere legate alla funzione del rituale, destinato forse, in questo caso, ad auspici in rapporto con missioni belliche. Si spiegherebbe allora il legame tra gli affreschi della West House e i vasi micenei: essi sarebbero il riflesso di una fase di espansione per mare, un momento di intensi rapporti, talora commerciali, talora conflittuali, con regioni diverse, non sappiamo se collocate all’interno del medesimo mare Egeo o all’esterno di esso. In questa prospettiva, la singolare immagine di un cavallo sopra o accanto ad una nave conservata in una cretula dallo strato di distruzione dell’ultima fase del palazzo di Cnosso potrebbe alludere, più che a Poseidon o alla Potnia Ippia, al trasporto dei guerrieri micenei alla conquista di Creta (fig.32).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-5948024091680423511?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/5948024091680423511/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/minosse-e-il-mondo-dei-minoici-1-parte.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/5948024091680423511'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/5948024091680423511'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/minosse-e-il-mondo-dei-minoici-1-parte.html' title='Minosse e il mondo dei minoici - 1° parte di 2'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-_G4e11U2MKo/TxBnPkkOTrI/AAAAAAAADDs/5MoVgN-1CBc/s72-c/mino%2B1.2.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-4761887192338432680</id><published>2012-01-12T09:09:00.005+01:00</published><updated>2012-01-12T09:48:45.541+01:00</updated><title type='text'>Ciao Roberto.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-SSdnPY7yMJ4/Tw6ZWaTq8lI/AAAAAAAADDg/i2WNF3Bcy2Y/s1600/Nora%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 251px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-SSdnPY7yMJ4/Tw6ZWaTq8lI/AAAAAAAADDg/i2WNF3Bcy2Y/s400/Nora%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5696659188968256082" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dopo aver lottato contro un male incurabile, è scomparso ieri sera a Cagliari il professor Roberto Coroneo, preside della facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo cittadino.&lt;br /&gt;Coroneo era nato nel 1958 nel capoluogo isolano, dove si era poi formato umanamente e intellettualmente. Maturità classica al liceo Siotto nel 1977, laurea in Lettere e filosofia nel 1986,  proprio a Cagliari il preside aveva conquistato tutte le tappe della sua carriera accademica, sempre dedicata alla storia dell’arte medievale, di cui nel 2009 era diventato professore ordinario.Ricca la bibliografia. Dai titoli si intuisce che ha spaziato nei vari aspetti del Medioevo: da “La cattedrale di Oristano” (2008) a “Sardegna preromanica e romanica” (2004), da “Scultura mediobizantina in Sardegna” alle “Chiese romaniche in Sardegna”. Ma ha avuto molti contatti anche fuori dall’Isola, con la Corsica, la Spagna e più di recente la Turchia, dove aveva cominciato ad indirizzare i suoi studenti e ricercatori. Roberto Coroneo, oltre ad essere un eccellente insegnante, quasi a sorprendere i colleghi più anziani, era un ottimo preside con particolari capacità diplomatiche e organizzative. Garbato nei modi, sempre disponibile, ma fermo nelle sue scelte. A Lettere aveva varato una serie di iniziative, seminari e legami col mondo del lavoro avviando un processo di rinnovamento.&lt;br /&gt;I funerali si svolgeranno domani pomeriggio a Sarroch, alle 15.30 nella Chiesa di Santa Vittoria.&lt;br /&gt;Nell'immagine il professor Coroneo racconta le vicende dei Monaci Vittorini in Sardegna.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-4761887192338432680?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/4761887192338432680/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/ciao-roberto.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4761887192338432680'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/4761887192338432680'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/ciao-roberto.html' title='Ciao Roberto.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-SSdnPY7yMJ4/Tw6ZWaTq8lI/AAAAAAAADDg/i2WNF3Bcy2Y/s72-c/Nora%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-543165345214255710</id><published>2012-01-11T20:46:00.000+01:00</published><updated>2012-01-11T20:47:00.113+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Stonehendge a Sant'Antioco...in Sardegna.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNuXMr88TLI/AAAAAAAAA2I/ZjEfyvddJ8I/s1600/alba%2Bdell%2527equinozio%2Bd%2527autunno%2B2009%2Bvista%2Bdal%2Bcorridoio%2Best%2Bdel%2Bcromlech%2B%2528circa%2B90-%25C2%25A6%2Brispetto%2Bal%2Bnord%2529.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 224px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNuXMr88TLI/AAAAAAAAA2I/ZjEfyvddJ8I/s400/alba%2Bdell%2527equinozio%2Bd%2527autunno%2B2009%2Bvista%2Bdal%2Bcorridoio%2Best%2Bdel%2Bcromlech%2B%2528circa%2B90-%25C2%25A6%2Brispetto%2Bal%2Bnord%2529.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5538186410994715826" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Un titolo inflazionato per un monumento finora unico in Sardegna&lt;br /&gt;di Marcello Cabriolu&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel cuore dell’Isola di Sant’Antioco è possibile visitare un cromlech, un antichissimo osservatorio astronomico, finora rinvenuto solo in Gran Bretagna,  segnale di come l’uomo preistorico sardo osservava attentamente la volta celeste e teneva il computo del tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che la Sardegna fosse la culla di un’antica civiltà, quella nuragica, è risaputo. Che il territorio pulluli letteralmente di strutture preistoriche lo si può facilmente intuire osservando qualsiasi scorcio o paesaggio di quella che anticamente veniva definita “Argyrofleps nesos”. Nonostante molti sardi “inciampino” uscendo di casa in un monumento, le ricerche archeologiche in Sardegna sono ben lungi dalla piena consapevolezza storica dei processi che hanno caratterizzato l’era moderna.  Tali processi, di cui si ha testimonianza fin da epoca remota, hanno regalato e continuano a regalare, agli appassionati della cultura sarda, emozioni e stralci di un passato dove l’ingegno umano cercava di imporsi sulla natura o meglio cercava di misurarla e coglierne i benefici. Nell’Isola di Sant’Antioco, nel sud ovest sardo, dove la presenza umana neolitica può vantare le più antiche frequentazioni, alcuni gruppi umani ebbero delle intuizioni sulla periodicità delle stagioni. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNuXSaSj0cI/AAAAAAAAA2Q/Zucnz_pW3wE/s1600/cromlech%2B-%2Bvista%2Bgenerale.JPG"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNuXSaSj0cI/AAAAAAAAA2Q/Zucnz_pW3wE/s400/cromlech%2B-%2Bvista%2Bgenerale.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5538186509332763074" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;“Su Surcitanu”, l’uomo di cultura San Ciriaco forse legato al “suergiu” - come chiamano il sughero da queste parti - conobbe e sfruttò le risorse naturali presenti sul territorio dell’allora penisola sulcitana. &lt;br /&gt;Già perché attorno al periodo in questione - la facies neolitica di San Ciriaco appunto (4000 – 3200 a.C.) - quando l’uomo locale iniziò a creare capanne con zoccolo litico e tetto con ramatura di ginepro e frasche, poggiate su basamenti rocciosi sistemati sugli altipiani, il territorio dell’arcipelago sulcitano era ancora una penisola della Sardegna, solcato da due fiumi preistorici, il Riu Makkarba e il Riu Santu Milanu. In un’epoca di grandi cambiamenti quali l’edificazione di capanne con copertura a corbellatura e la creazione delle prime Domus de Janas monocellulari, si attesta un gruppo umano che tende verso la sedentarietà e attua una fase importantissima della propria evoluzione: la rivoluzione neolitica. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNvlOf7zr6I/AAAAAAAAA2w/qdO4DzGRHO0/s1600/1%2B.%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 344px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNvlOf7zr6I/AAAAAAAAA2w/qdO4DzGRHO0/s400/1%2B.%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5538272204035436450" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Attraverso l’esperienza diretta o la diffusione delle tecniche, “Surcitanu”, l’uomo preistorico locale, si trasforma da cacciatore-raccoglitore a agricoltore-allevatore, vive le stagioni, semina, irriga, raccoglie, pascola il bestiame. In questo momento particolare l’uomo sente l’esigenza di contare il tempo, di regolare lo scorrere delle lune e dei soli, anche perché intuisce che dal loro susseguirsi e dall’alternarsi delle stagioni, dipenda la sua vita e il suo sostentamento. &lt;br /&gt;Elementi vitali e istinto di sopravvivenza, questi sono gli stimoli ‘scientifici’ che muovono l’animo umano a creare un osservatorio astronomico o meglio definibile “Cromlech” oppure “henge”, se detto all’inglese. Sopra un basamento conosciuto come Sa Corona ‘e Marrocusu (178 mt. s.l.m), zona centrale dell’Isola, a poche centinaia di metri da un menhir conosciuto come Sa Perd’e s’Omini, viene eretto il circolo o, meglio definibile stonehenge – cerchio di pietre. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNuXkshseKI/AAAAAAAAA2g/nUWycqGW3r0/s1600/mire%2Bcelesti.jpg.png"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 302px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNuXkshseKI/AAAAAAAAA2g/nUWycqGW3r0/s400/mire%2Bcelesti.jpg.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5538186823465728162" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Più che di un unico cerchio, si tratta di più anelli concentrici, realizzati con macigni di andesite basaltica e materiale vitrofirico - ecco perché sarebbe meglio definirlo “Cromlech”- orientati secondo punti astronomici precisi. La forma ovale della struttura evidenzia un corridoio che conduce ad un macigno, centrale nell’insieme e probabile punto di osservazione, evidenziante il nord geografico. La funzione osservatoria si sviluppa inoltre verso i quadranti est. In particolare, dal macigno centrale si dipartono a raggiera dei corridoi aperti in corrispondenza rispettivamente delle albe, del solstizio d’estate, degli equinozi di primavera e autunno e del solstizio d’inverno. Il fattore curioso è che resa la planimetria del monumento, questa coincida perfettamente con quella dei megaliti stanti nella piana di Salisbury nell’England meridionale. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNuXtL0sXSI/AAAAAAAAA2o/jMjW4-ExQnQ/s1600/un%2Bnuovo%2Brinvenimento%2Bil%2Bcromlech%2B-%2Bde%2BBurruccellu-un%2Bvero%2Bgigante.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 152px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNuXtL0sXSI/AAAAAAAAA2o/jMjW4-ExQnQ/s400/un%2Bnuovo%2Brinvenimento%2Bil%2Bcromlech%2B-%2Bde%2BBurruccellu-un%2Bvero%2Bgigante.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5538186969305865506" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La struttura che si conserva ancora integra e semisommersa dalla macchia, è capace ancora di assolvere alla sua funzione primaria ovvero di contare il tempo che scorre. “Surcitanu” – il nostro uomo preistorico – avrà perciò avuto dei riferimenti temporali relativi alla semina ovvero quando l’alba si sarebbe spostata verso sud oppure relativi alla mietitura quando cioè il sole si sposta verso nord.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TN2cTzbPTSI/AAAAAAAAA3g/y7qtqdMOnW4/s1600/marcello%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 241px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TN2cTzbPTSI/AAAAAAAAA3g/y7qtqdMOnW4/s400/marcello%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5538754980771482914" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Con l’osservazione della luna l’uomo preistorico avrebbe tenuto il conto della gestazione degli animali allevati e quindi la riproduzione, senza contare la raccolta di prodotti ottenuti dalla macchia mediterranea, tali che in osservanza delle tradizioni popolari, vedono la raccolta legata alla fase di luna crescente. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TN2eGEkt2GI/AAAAAAAAA3o/Rn6gRVAuajc/s1600/marcello%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 241px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TN2eGEkt2GI/AAAAAAAAA3o/Rn6gRVAuajc/s400/marcello%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5538756943879723106" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ultima ma non meno importante è la funzione riproduttiva dell’essere umano stesso che adesso, nonostante seimila anni di progresso e tecnologia, sembra non volersi scindere da quelle fasi lunari che l’uomo preistorico avidamente controllava e misurava, forse anche nell’attesa di intuirne le vicende future.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;per visitare il monumento  scrivete a Marcello Cabriolu:&lt;br /&gt;info@santantioco.info&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TN2eUU_-1AI/AAAAAAAAA3w/D5KuJ9A8Fy0/s1600/marcello%2B3.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 241px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TN2eUU_-1AI/AAAAAAAAA3w/D5KuJ9A8Fy0/s400/marcello%2B3.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5538757188807218178" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Immagini, dall'alto verso il basso:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1 alba dell'equinozio d'autunno 2009 vista dal corridoio est del cromlech (circa 90-¦ rispetto al nord)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2 cromlech - vista generale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3 la planimetria del circolo megalitico "CORONA DE MARROCCUSU" si sottolinea la perfetta similitudine con il Cerchio di Sarsen - di Stonehenge&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4 mire celesti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5 un nuovo rinvenimento il cromlech de "Burruccellu", un vero gigante&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6 corridoio visto faccia a sud e spalle a nord&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7 alba del sostizio estivo osservata dal punto B&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;8 vista generale scattata da SSE&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-543165345214255710?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/543165345214255710/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/stonehendge-santantiocoin-sardegna.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/543165345214255710'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/543165345214255710'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/stonehendge-santantiocoin-sardegna.html' title='Stonehendge a Sant&apos;Antioco...in Sardegna.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TNuXMr88TLI/AAAAAAAAA2I/ZjEfyvddJ8I/s72-c/alba%2Bdell%2527equinozio%2Bd%2527autunno%2B2009%2Bvista%2Bdal%2Bcorridoio%2Best%2Bdel%2Bcromlech%2B%2528circa%2B90-%25C2%25A6%2Brispetto%2Bal%2Bnord%2529.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-6306332530887503956</id><published>2012-01-10T15:36:00.001+01:00</published><updated>2012-01-10T15:47:22.507+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Il consumo di maiale nella Sardegna Antica.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-5bR-XTV2dm4/TwxPZ3RpTUI/AAAAAAAADDU/5aChc55Bbgo/s1600/maiale.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 287px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-5bR-XTV2dm4/TwxPZ3RpTUI/AAAAAAAADDU/5aChc55Bbgo/s400/maiale.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5696014934470118722" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Il maiale presso le comunità fenicie e puniche di Sardegna: leggi, tabù e&lt;br /&gt;consuetudini alimentari tra culture a contatto&lt;br /&gt;di Lorenza Campanella e José Á. Zamora&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Premessa&lt;br /&gt;“Eat not this flesh”. “Non mangerai di questa carne”. Con queste parole Frederick J. Simoons, nel lontano 1961, affrontava, in un volume di grande successo, il tema dei divieti alimentari. L’argomento, sviluppato nel fervore degli studi antropologici dell’epoca, sarà nuovamente oggetto di studi e ispirerà nuovi contributi monografici, anche di natura metodologica, concettuale e storica, tra i quali si ricorda ad esempio “Purity and Danger. An Analysis of the Concepts of Pollution and Taboo” pubblicato da Mary Douglas nel 1966.&lt;br /&gt;L’interesse di alcune scuole antropologiche per il tema delle abitudini alimentari, come il cosiddetto “materialismo culturale”, al quale appartiene il noto contributo “Good to Eat. Riddles of Food and Culture”, edito da Marvin Harris nel 1985 e tradotto pochi anni dopo in Italia come “Buono da mangiare. Enigmi del gusto e consuetudini alimentari”, ha in seguito ingrandito e arricchito l’influsso antropologico sulle scienze storiche interessate agli studi sull’alimentazione (un campo di lavoro progressivamente consolidato e tuttora di grande vigore). Nel tentare di fornire una spiegazione ad alcuni dei più diffusi tabù, come quello relativo alla consumazione della carne di cane nella cultura occidentale, e soprattutto ai più conosciuti tra i divieti storici, come quelli gravanti sulla carne suina o bovina in alcune religioni, i contributi nati in questo ambiente&lt;br /&gt;storiografico approdavano, tuttavia, a conclusioni spesso assai diverse. Va per altro detto che la specificità di questo tipo di studi applicati a realtà storiche antiche, unitamente alle peculiarità e difficoltà di alcuni di questi casi storici e al peso di certe idee e interpretazioni ereditate, hanno anche favorito lo sviluppo di ulteriori interpretazioni della documentazione disponibile non sempre chiaramente fondate.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Obiettivi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Fino a poco tempo fa il convincimento dell’esistenza tra i Fenici di una proibizione gravante sul consumo dei suini era talmente radicata negli studi da condizionare persino la ricerca stessa. Un esempio lampante è rappresentato dallo scavo dei relitti punici individuati a largo di Marsala, a bordo dei quali furono rinvenuti, com’è noto, consistenti resti faunistici tra cui alcuni maiali. Non ammettendo che i Fenici potessero cibarsi di carne di maiale, da parte di alcuni vennero avanzate ipotesi - a dire il vero piuttosto stravaganti ma ancora largamente diffuse nelle pubblicazioni divulgative e nei siti web - che prevedevano l’uso dei maiali come “strumentazione di bordo”, usati cioè nell’individuazione della terraferma oppure come “segnalatori acustici” durante la navigazione notturna o infine come indicatori dell’approssimarsi di tempeste. Il nostro lavoro si propone quindi di accertare l’esistenza di divieti o proibizioni e di rivedere le circostanze storiche che possono spiegarli o giustificarli. Successivamente si cercherà di valutare la loro applicabilità alla situazione dei diversi nuclei fenici nel vasto panorama cronologico-areale nel quale si dispone di testimonianze, contrapponendo le aree vicino-orientali, nelle quali la tradizionale cultura alimentare fenicia si è costituita, agli ambienti occidentali, ed in particolare la Sardegna, dove il forzato adattamento a nuove realtà ecologiche, demografiche e produttive nonché l’azione combinata di fenomeni di sostrato e adstrato sembra avere, come vedremo, condizionato il comportamento alimentare dei coloni. &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Allevamento e consumo del maiale in Fenicia e nel Vicino-Oriente: le fonti classiche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Gli autori classici, incuriositi dalle abitudini alimentari delle popolazioni “barbare”, non perdono occasione di far notare costumi alimentari che risultano loro bizzarri, com’è il caso del mancato consumo, e addirittura del rifiuto, della carne suina, rifiuto che estendono anche alla zona fenicia. In realtà le notizie, isolate, vengono da fonti classiche piuttosto tarde. La principale e più esplicita&lt;br /&gt;testimonianza è contenuta in Erodiano, storico nativo di Antiochia di Siria vissuto tra il II e il III d.C. Nella sua narrazione del regno di Eliogabalo è contenuta la citazione che ci interessa e che appare piuttosto affidabile. “(Eliogabalo) gettava tra la folla ogni specie di animale domestico eccetto i maiali, da cui si asteneva, secondo la legge fenicia” (HDN., V, 6, 9). La traduzione non deve però ingannarci: il testo greco parla di nomoi, cioè non necessariamente leggi, ma anche consuetudini, costumi culturali, come rendono – con un altro tipo di ambiguità – altre traduzioni. C’era quindi la consapevolezza dell’esistenza di un’abitudine alimentare chiamata proprio “fenicia” (da un autore orientale) che non prevedeva il consumo del maiale. Una seconda testimonianza, ancora più tarda, è fornita da Porfirio (232 - 304 d.C.), anche lui di origini orientali, forse nativo della stessa Tiro. Al filosofo neoplatonico si deve la seguente informazione: “I Fenici e i Giudei se ne astenevano perché non se ne trovava [il maiale] assolutamente in quei luoghi, [...] né in Cipro né in Fenicia era offerto agli dei questo animale, poiché in quei luoghi mancava” (PORPH., Abst., I, 14).&lt;br /&gt;Porfirio antepone quindi l’inesistenza di suini in area fenicia ed ebrea alla consuetudine di questi popoli di non mangiarli, anticipando così, in un certo modo, moderne convinzioni proprie degli antropologi materialisti.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Allevamento e consumo del maiale nel Levante: le fonti bibliche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nelle fonti classiche descritte si profila quindi l’esistenza di una consuetudine a non cibarsi di carne di maiale; tuttavia per risalire all’origine del divieto bisogna ricorrere alle fonti bibliche. Il rifiuto della carne di maiale diventa un fatto identitario e rappresenta una delle più note proibizioni del Deuteronomio, cioè della legge sacra dell’intera comunità giudaica (almeno sin da epoca postesilica). Senza voler entrare nello specifico va ricordato come questa azione normativa fu prodotta per rispondere a precise necessità ideologico-identitarie del gruppo in un determinato momento storico, comunque tardo, ed è il risultato di una progressiva costruzione culturale dovuta, secondo alcuni, a fattori di natura economicoambientale.  I tabù alimentari ebrei, per la loro notorietà, sono stati uno dei primi casi storici ad essere affrontati con criteri moderni. Dopo qualche prima, e polemica, spiegazione igienico-sanitaria (la trichinosi come base dell’astinenza dal consumo del maiale), le spiegazioni fornite dal materialismo culturale sono state senz’altro le principali protagoniste, dalla metà del secolo scorso in poi.&lt;br /&gt;Ad ogni modo ciò che ci interessa sottolineare è che:&lt;br /&gt;- non vi sono elementi che permettano di postulare l’esistenza tra i Fenici di tabù alimentari così forti e legati a necessità collettive o identitarie (anche perché una vera identità collettiva i Fenici non l’hanno mai avuta);&lt;br /&gt;- e anche ammettendo che tra i Fenici ci fosse stato un tabù simile a quello ebraico, questo non può immaginarsi immutabile e legato continuativamente ad una fantomatica identità alimentare fenicia.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Allevamento e consumo del maiale in Fenicia e nel Vicino-Oriente: le fonti epigrafiche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Le fonti epigrafiche forniscono abbondanti testimonianze della presenza del maiale (sia selvatico sia domestico) nei diversi territori del Vicino Oriente. L’animale figura nelle liste lessicali sumere sin dai periodi più antichi e sembra che l’allevamento suino rivestisse un ruolo non marginale nelle economie sudmesopotamiche. L’esistenza della pratica dell’allevamento destinato al consumo di carne e grassi emerge da diversi corpora documentari: i testi mesopotamici del III millennio a.C., quelli della colonia mercantile assira di Kanish all’inizio del II millennio (lo strutto compare spesso; l’allevamento dei maiali è attuato dalle popolazioni locali, anatoliche) o ancora i testi siriani e mesopotamici di epoca paleo-babilonese (In Siria e nell’alta Mesopotamia è attestato soprattutto l’allevamento istituzionale, specializzato, su grande scala; a sud i documenti riflettono invece un allevamento e un consumo diffuso tra tutti gli strati sociali). Alla fine del secondo millennio l’allevamento e il consumo sono attestati sia nell’alta sia nella bassa Mesopotamia, e anche nella zona assira, così come nei testi hittiti e micenei. Nel I millennio a.C., i riferimenti al maiale nelle fonti scritte mesopotamiche sembrano diminuire, ma comunque ci sono. La costa siro-palestinese sembra mostrare invece un panorama contrastante con il resto dell’area vicino-orientale. Alla fine del II millennio a.C. nelle fonti alfabetiche ugaritiche il maiale (domestico e selvatico) è attestato in alcune tavolette amministrative, ma solo come antroponimo. L’assenza di maiali nella documentazione economica sembra segnalare l’effettiva assenza dell’animale nei normali processi produttivi, commerciali e di consumo e quindi la sua esclusione dall’alimentazione quotidiana. Le fonti epigrafiche fenicie forniscono unicamente un argomento ex silentio: maiale e cinghiale non sembrano mai comparire nei testi fenici conservati. La natura della documentazione impone cautela: sono infatti pochi i testi quotidiani, riflesso di transazioni economiche e di attività produttive, nei quali ci si potrebbe aspettare la comparsa del maiale (e nei quali la sua assenza sarebbe molto più indicativa). Non ci sono nemmeno dei veri testi mitologici dove, per lo meno, sarebbe stato possibile interpretare quest’assenza o presenza in modo più articolato. Tuttavia, vista l’esistenza d’iscrizioni votive (che talora indicano la natura delle offerte alle divinità) e di qualche “tariffa” sacrificale, l’assenza del maiale in questi contesti sacri non sembra un semplice caso. In sintesi, le fonti epigrafiche fenicie non mostrano alcun cambiamento importante rispetto alle fonti testuali levantine anteriori, confermando forse l’assenza di una consistente pratica di allevamento e di un consumo regolare della carne suina tra i Fenici orientali e lasciando aperto il caso dei Fenici occidentali.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Allevamento e consumo del maiale in Fenicia e nel Vicino-Oriente: le fonti archeologiche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Passando ai dati archeologici, un diffuso allevamento del maiale nel Vicino Oriente, agevolato dall’esistenza di numerose aree ecologicamente favorevoli, è provato dai resti di suini (Va tenuto presente che non è sempre agevole distinguere tra la specie selvatica e quella domestica), attestati sin dal Neolitico. Nell’area levantina meridionale le stratigrafie archeologiche attestano la presenza di maiali fino alla metà del II millennio a.C. per poi scomparire alla fine dello stesso periodo. Sembra che in tutta questa zona ci sia stato un abbandono, probabilmente progressivo, dell’allevamento suino con una lenta scomparsa del maiale che non fu comunque mai totale. Va osservato che questo fenomeno non si produsse con un ipotetico arrivo dirompente, agli inizi dell’Età del Ferro, di nuove genti connotate da una diversa cultura anche alimentare, ma ha luogo progressivamente lungo fasi cronologiche anteriori. A Ugarit oltre alla presenza, sin da epoca preistorica, di diverse raffigurazioni di cinghiali e di oggetti elaborati con le loro ossa, sono attestati resti di suini dalle fasi più antiche sino alla fine del Tardo Bronzo. Questi, recanti spesso segni di macellazione e destinati quindi al consumo, sembrano tutti corrispondere alla specie selvatica, senza esemplari d’allevamento. Sembra quindi che il mancato sviluppo produttivo non fosse dovuto ad un rifiuto culturale verso il consumo della carne suina, dato che quella di cinghiale veniva mangiata.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Allevamento e consumo del maiale nel contesto fenicio: la formazione di una consuetudine alimentare&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Occorre ora indagare i motivi per i quali il maiale, un animale estremamente adatto all’allevamento e al consumo umano (ottimo produttore di alimenti proteici, efficace trasformatore di risorse – persino di quelle non consumate dall’uomo e considerate dei rifiuti –, prolifico e di crescita veloce, altamente vantaggioso per il consumo e con sottoprodotti utili ad altri scopi, senza specifici rischi sanitari. Mentre in passato si tendeva a spiegare le leggi Deuteronimiche relative al consumo di carne suina in chiave igienico – sanitaria, come protezione contro la trichinosi, le attuali conoscenze hanno posto in rilievo che il parassita che provoca la malattia non è esclusivo del maiale: per evitarlo è sufficiente non mangiare carne troppo cruda e anche la carne non cotta di altri animali è potenzialmente pericolosa), sia potuto diventare sconveniente da allevare e, conseguentemente, da mangiare nel territorio fenicio orientale. La semplice (pre)esistenza di motivazioni di tipo ideologico non è sufficiente a fornire una spiegazione, così come non lo sono generiche spiegazioni fondate su fatti ambientali (visto che il maiale - animale proprio delle zone umide, boscose e ben irrigate - poteva trovare queste stesse condizioni anche in area levantina). Parimenti non sembra convincente una spiegazione esclusivamente fondata sullo stanziamento di gruppi con una diversa cultura alimentare basata sul consumo dei ruminanti (o sulla influenza di questi stessi gruppi sulle popolazioni già insediate). Più condivisibili appaiono le spiegazioni avanzate dai “materialisti culturali” che sottolineando i fattori economici (integrati a considerazioni socio-demografiche ed ecologiche) hanno individuato le circostanze per le quali l’allevamento del maiale avrebbe comportato uno sforzo produttivo svantaggioso. In effetti, a differenza dei ruminanti che si nutrono di vegetali a crescita spontanea e ricchi in cellulosa indigeribile per l’uomo, l’alimentazione dei suini entra in diretta concorrenza con quella dell’uomo: nel processo di allevamento l’uomo deve destinare allo scopo una parte della sua produzione agricola oltre che rifornirli di acqua e di ambienti chiusi e riparati dal sole. In sintesi: l’allevamento dei suini può rivelarsi costoso e a volte problematico. Inoltre, a differenza di quello bovino od ovicaprino, è un allevamento esclusivamente finalizzato al consumo delle carni: infatti pur potendo fornire qualche utile sottoprodotto come il cuoio, non fornisce né latticini, né lana, né forza-lavoro. Per tali motivi, cambiamenti (sociali, demografici, ecologici) e crisi recessive potevano portare alla cessazione del suo allevamento. Una analoga linea interpretativa può essere proposta per la Fenicia dove nel corso del II millennio&lt;br /&gt;a.C. l’animale potrebbe essere progressivamente scomparso dalla cultura alimentare e aver ricevuto più forti connotazioni negative in seguito agli accadimenti avvenuti tra il Tardo Bronzo e gli inizi della Età del Ferro. In effetti, come abbiamo potuto osservare, le fonti archeologiche e testuali indicano concordemente una progressiva diminuzione dell’allevamento suino nel corso del Tardo Bronzo, sino alla sua definitiva scomparsa. In questa fase però non deve ancora essersi affermato un pregiudizio culturale nei confronti della carne suina poiché il cinghiale viene invece cacciato e mangiato. Si tratta comunque di una attività elitaria che favorisce lo sviluppo di una specifica valenza ideologica correlata al consumo della carne suina. D’altra parte è un fatto che, già nella tarda Età del Bronzo, l’allevamento dei suini non è promosso né dalle istituzioni (cioè, fondamentalmente, i palazzi) né dalla popolazione in generale. La produzione di carne di maiale era, verosimilmente, troppo esigente per un allevamento su scala ridotta gestito da semplici contadini che, con l’ampliamento delle zone di coltivazione e la scomparsa dei boschi vicini agli insediamenti costieri, non avrebbero potuto nutrire gli animali in modo semi-selvatico sfruttando le risorse ambientali né tanto meno sarebbero stati in grado di destinare allo scopo parte della propria produzione agricola. Analogamente poco conveniente poteva risultare un allevamento su scala maggiore gestito dai centri palatini sia per il fatto che sottraeva alimenti di base al meccanismo di centralizzazione/redistribuzione sia perché esigeva manodopera (di acquisizione problematica) per poi fornire in definitiva, un prodotto estremamente specializzato. Da ciò è possibile ipotizzare lo sviluppo e l’affermazione di un’ideologia, tra quelle preesistenti, che rimarcasse le caratteristiche negative dell’animale e fondasse la sua assenza tra i prodotti in uso da questi gruppi umani.&lt;br /&gt;Il consumo del maiale presso le comunità fenicie e puniche in Sardegna&lt;br /&gt;Affrontiamo a questo punto il caso concreto del consumo in una specifica area dell’Occidente mediterraneo, la Sardegna, oggetto dell’interesse di questa sessione. L’incremento delle analisi archeozoologiche condotte su resti faunistici provenienti da siti fenici e punici dell’isola ha recentemente contribuito a creare un quadro piuttosto ben documentato delle abitudini alimentari nelle comunità fenicie e puniche dell’isola. Lo studio dell’archeofauna nei contesti descritti può altresì essere utilmente confrontato con i dati desumibili dai contesti nuragici. L’allevamento del suino in Sardegna, oggi fiorente e recentemente potenziato in seguito al riconoscimento ufficiale di una “razza suina sarda”, ha radici molto antiche che risalgono certamente all’età Neolitica. Anche in seguito, nel corso dell’Eneolitico fino alla piena età del Ferro, i maiali sono costantemente compresi nelle tre principali specie domestiche allevate nell’isola, accanto ai bovini e agli ovicaprini. Interessanti sono ad esempio i dati restituiti da Monte d’Accodi, dove i suini sono tra gli animali maggiormente usati nei sacrifici, insieme agli ovicaprini e ai bovini. L’utilizzo alimentare delle vittime sacrificali è reso perspicuo dalla diffusa presenza di segni di macellazione sui resti faunistici. In Età Nuragica la specie prevalente è generalmente quella degli ovicaprini seguita dai bovini che occasionalmente possono essere la specie dominante. I suini sono comunque sempre ben attestati. Notevole è la forte predominanza di suini che si registra nel sito nuragico di Sant’Imbenia, dove i maiali raggiungono il 39%, seguiti dagli ovicaprini (34%) e dai bovini (17%). Con l’arrivo dei coloni fenici il panorama delle attestazioni non appare significativamente  modificato. Negli insediamenti fenici e punici i suini sono generalmente ben attestati, anche se di norma - ancora una volta - sono quantitativamente inferiori ai bovini (Bos taurus) e agli ovicaprini (Ovis / Capra). Così ad esempio nella Tharros di VI e V a.C. i suini costituiscono il 14% dei resti faunistici, preceduti quantitativamente dai bovini (43%) e dagli ovini (39%). Nell’area dell’abitato di Sant’Antioco il materiale rinvenuto all’interno di una cisterna defunzionalizzata e utilizzata, a partire dall’età punica, come immondezzaio, i suini rappresentano il 18% del totale dell’archeofauna, mentre i frammenti attribuiti ad ovicaprini raggiungono il 41% e quelli pertinenti ai bovini il 26%. Nello stesso insediamento l’indagine del vano IIf ha restituito per l’età fenicia una presenza assai abbondante di suini (37%), quasi pari a quella di ovini (38%), mentre i bovini sono quantitativamente inferiori (18%); nella successiva età punica la quantità di ovini si accresce notevolmente (55%) ma i suini (22%) sono comunque ben presenti e superiori ai bovini (11%). Peculiare, e di grande interesse, è il quadro fornito dai siti più interni dell’area sulcitana dove l’attività venatoria, in età fenicia, continua ad avere una rilevanza notevole, addirittura superiore all’allevamento e dove l’allevamento suino appare largamente praticato. Nell’abitato di Monte Sirai, una unità domestica databile tra la fine del VII e il VI a.C. ha restituito una quantità davvero consistente di cervi (48%), certamente cacciati per la loro importanza nell’industria della lavorazione dell’osso e del corno, ma anche utilizzati nell’alimentazione. Le curve di mortalità mostrano infatti una grande variabilità di morte e l’uccisione di numerosi animali giovani non ancora utilizzabili per lo sfruttamento dei palchi. Tra le specie allevate predominavano invece i maiali (21%) e gli ovicaprini (20%) mentre trascurabile era l’apporto dei bovini (8%). Una situazione simile è quella attestata nella vicina fortezza fenicia collocata a ridosso dell’antemurale del Nuraghe Sirai, 1 km a sud-est di Monte Sirai, dove l’analisi dei resti faunistici contenuti&lt;br /&gt;all’interno di unità stratigrafiche databili tra l’ultimo quarto del VII sec. a.C. e l’inizio del VI a.C. ha rilevato come il maiale fosse la specie maggiormente consumata, rappresentando il 36% dei frammenti, seguita dal cervo (32%). Tra i suini sono largamente prevalenti i maiali, con un numero minimo di 27 individui, sui cinghiali, che assommano a 5 individui. Osservando le curve di mortalità nei campioni esaminati si nota che quelle dei cinghiali sono tipici dell’attività venatoria, nella quale si predilige l’abbattimento di animali adulti (di età superiore ai due anni e mezzo) in grado di fornire maggiori quantità di carne, pelle e grasso rispetto agli esemplari più giovani. La curva di mortalità dei maiali è invece del tutto caratteristica delle attività di allevamento nelle quali alcuni animali sono lasciati in vita sino ai 2-3 anni di età (per essere abbattuti quando la resa della carne è massima), pochissimi individui arrivano fino ai 4 anni e sono evidentemente ritenuti utili a fini riproduttivi mentre la maggior parte degli esemplari sono uccisi molto giovani, entro il primo anno di età, per evitare inutili sovraffollamenti. La curva di mortalità dei suini che si registra nel sito del Nuraghe Sirai non solo testimonia con certezza lo svolgimento di un’attività di allevamento ma indica anche che questo era assai prolifico. Nel sito è inoltre presente, sebbene in misura minore, l’allevamento bovino e ovicaprino. Gli animali erano tendenzialmente abbattuti in età avanzata quando la resa della carne era massima ma soprattutto quando gli animali avevano pienamente svolto il loro utilizzo primario che era quello dei lavori agricoli, per i bovini, e della produzione di lana e latticini, per gli ovini. I dati riportati mostrano come in questa zona più interna del quadrante sud-occidentale dell’isola, intensivamente popolata dai Fenici che sin dalle prime fasi si mostrano interessati ad uno sfruttamento delle risorse territoriali attraverso la fondazione di diversi centri a distanza ravvicinata, i maiali non solo erano allevati ma costituivano la principale fonte di approvvigionamento di carne. Una plausibile spiegazione potrebbe essere trovata nell’habitat profondamente diverso rispetto ad oggi, ricco di acqua e interessato da una rigogliosa vegetazione boschiva (testimoniata ad esempio dalla consistente quantità di resti faunistici riconducibili a cervi) particolarmente adatta all’allevamento dei suini. Una situazione non dissimile si registra anche negli insediamenti della Penisola Iberica dove il maiale era consumato sia negli abitati fenici e punici sia in quelli indigeni. Di norma, come in Sardegna, i suini seguono quantitativamente gli ovicaprini e gli ovini con qualche eccezione come il caso dell’insediamento indigeno di Acinipo dove i suini sono quantitativamente molto ben attestati forse proprio a causa delle condizioni ambientali della Serrania de Ronda che, analogamente all’area sulcitana, erano particolarmente idonee all’allevamento dei suini.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Conclusioni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;In conclusione mentre le fonti testuali ed archeologiche ci spingono ad accettare l’esistenza, tra i Fenici della madrepatria, di un abbandono dell’uso alimentare dei suini, nessuna di queste stesse fonti ci deve indurre ad interpretare tale privazione in termini di legge o proibizione. Soprattutto va escluso che potesse esistere in tutta la Fenicia, sin dall’inizio e nel corso dell’intera età fenicia, un tabù rigidamente codificato, consustanziale alla realtà culturale fenicia e come tale inamovibile e diffuso con gli stessi Fenici. Per quanto lacunosa possa essere la documentazione epigrafica e frammentaria quella archeologica, ci sembra che un dato emerga in modo evidente: nel corso dell’imponente espansione fenicia verso l’Occidente ogni territorio in cui i Fenici si stabilirono deve diventare un caso di studio specifico e ogni singolo caso deve essere studiato e compreso alla luce dell’interazione tra i Fenici e le popolazioni che da tempo occupavano le aree colonizzate. In particolare in Sardegna, come pure nella Penisola Iberica, il contatto tra le genti fenicie e quelle indigene ha portato a rimodellare in entrambi i gruppi la propria cultura alimentare senz’altro a beneficio di entrambi i nuclei. In proposito il pensiero va necessariamente ai dati più recenti riguardo alla diffusione del consumo di vino resinato tra le genti autoctone. Pertanto, nei luoghi in cui l’allevamento e il consumo del maiale costituivano una tradizione alimentare produttiva ed efficace, verosimilmente anche in virtù delle caratteristiche geografico-ambientali, il consumo e l’allevamento, per lo meno a lungo termine, presero piede anche tra i coloni. Se nella cultura alimentare dei migranti Fenici preesisteva qualche tabù (e se, come supponiamo, questo tabù non fu loro ideologicamente necessario e tanto meno legalmente regolato) questa interazione dovette eliminarlo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Lorenza Campanella&lt;br /&gt;Università degli Studi della Tuscia, Dipartimento di Scienze del Mondo Antico&lt;br /&gt;José Á. Zamora&lt;br /&gt;Centro de Ciencias Humanas y Sociales Consejo Superior de Investigaciones Científicas, Madrid&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fonte: Bollettino di Archeologia. Tratto da: Congresso internazionale di Archeologia Classica dedicato alle culture del Mediterraneo antico – Roma 2008&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-6306332530887503956?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/6306332530887503956/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-consumo-di-maiale-nella-sardegna.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6306332530887503956'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6306332530887503956'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/il-consumo-di-maiale-nella-sardegna.html' title='Il consumo di maiale nella Sardegna Antica.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-5bR-XTV2dm4/TwxPZ3RpTUI/AAAAAAAADDU/5aChc55Bbgo/s72-c/maiale.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-1167369026052956914</id><published>2012-01-09T11:55:00.004+01:00</published><updated>2012-01-09T12:07:36.528+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='cartografia'/><title type='text'>Eratostene e carte geografiche.</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Eratostene, genio o furbetto?&lt;br /&gt;di Rolando Berretta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Eratostene di Cirene l’ha sparata proprio grossa. &lt;br /&gt;Il giorno del Solstizio d’estate si era trovato a Sjene, (Aswan o Assuan dove c’è la diga), città sul Tropico a 24° nord, ed aveva osservato come i raggi solari cadessero dritti dritti dentro un pozzo. Lo stesso giorno del solstizio, ad Alessandria, notò che l’ombra di un palo dava un angolo di 7,2° o di 7°12’.  Alessandria d’Egitto è posta a 31,2° o 31°12’.  Calcoli perfetti ma, leggermente, anacronistici. Come è noto il pianeta Terra gira intorno al Sole con una certa inclinazione. Oggi l’inclinazione è di 23° 27’.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-b2Wta8LdTbU/TwrJqku1WpI/AAAAAAAADCY/3fC0L-3X0sE/s1600/ber%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 294px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-b2Wta8LdTbU/TwrJqku1WpI/AAAAAAAADCY/3fC0L-3X0sE/s400/ber%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5695586412015213202" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;C’è stato un periodo che il Tropico cadeva esattamente a 24° ma non era, sicuramente, il periodo di Eratostene.  &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-iCFHUJbs4TY/TwrJ0xBLb5I/AAAAAAAADCk/xF_3I1Fx9PU/s1600/ber%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 294px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-iCFHUJbs4TY/TwrJ0xBLb5I/AAAAAAAADCk/xF_3I1Fx9PU/s400/ber%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5695586587112075154" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ai tempi di Eratostene il Tropico, o l’inclinazione della Terra, era a 23°43’; se veramente avesse effettuato la misura – storica- avrebbe avuto un’ombra di 7° 29’.  Il tropico a 24° lo abbiamo avuto nel lontano 2.700 aC circa. Era il Periodo che nella piana di Gyza si costruivano le Piramidi e che un palo piantato avrebbe dato un’ombra di 6° secchi pari a 1/60 della circonferenza terrestre. Quindi? Non basta. Eratostene da la distanza tra Sjene ed Alessandria che era di 5.000 stadi. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-d2YXCegYvVM/TwrKAX0-XSI/AAAAAAAADCw/TJu5TjnMhKg/s1600/ber%2B3.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 174px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-d2YXCegYvVM/TwrKAX0-XSI/AAAAAAAADCw/TJu5TjnMhKg/s400/ber%2B3.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5695586786508430626" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Se prendiamo una barchetta e discendiamo il Nilo, partendo da Aswan e arriviamo ad Alessandria, percorriamo giusti giusti 1.000 km pari a 5.000 stadi alessandrini; 1 stadio alessandrino è di 200 metri.                        Oggi viene portato avanti uno strano discorso:&lt;br /&gt;hanno preso la distanza, in linea d’aria, tra Sjene ed Alessandria e l’hanno divisa per 5.000 ed hanno tirato fuori lo -stadio egiziano-. (Vedere la wikipedia.)&lt;br /&gt;Piccola nota: se una persona, che il giorno del solstizio d’estate si trovasse a sud del Tropico del Cancro e si mettesse ad osservare la posizione del Sole a mezzogiorno, noterebbe che lo stesso è a settentrione.  Bisognerà aspettare Amerigo Vespucci per tale segnalazione.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-cY-N-AqKyWI/TwrKJPEF1SI/AAAAAAAADC8/pfhjGShyOFQ/s1600/ber%2B4.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 292px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-cY-N-AqKyWI/TwrKJPEF1SI/AAAAAAAADC8/pfhjGShyOFQ/s400/ber%2B4.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5695586938774738210" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho aggiunto un altro grafico per evidenziare a quale latitudine nord, o sud, cadono perpendicolari i raggi del Sole, a mezzogiorno, durante l’anno. Con l’ausilio di tabelle, già predisposte, bastava misurare l’altezza del Sole a mezzogiorno con un quadrante. Si aggiungevano i gradi come da tabella e, con una semplice somma, si determinava la latitudine. Cristoforo Colombo utilizzava la Polare di notte. Vespucci ha misurato buona parte del continente americano. Vespucci conosceva bene Dante Alighieri e ne ricorda un passo:&lt;br /&gt;     &lt;br /&gt; I° capitolo Purgatorio&lt;br /&gt;Io mi volsi a man destra e posi mente&lt;br /&gt;allo altro polo e viddi quattro stelle&lt;br /&gt;non viste mai fuor ch’alla prima gente;&lt;br /&gt;godeva pareva il ciel di loro fiammelle:&lt;br /&gt;o settentrionale vedovo sito&lt;br /&gt;poi che privato sei di mirar quelle &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-P_XB7dBjjq8/TwrKUvubtdI/AAAAAAAADDI/wZOEPhykDuA/s1600/ber%2B5.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 249px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-P_XB7dBjjq8/TwrKUvubtdI/AAAAAAAADDI/wZOEPhykDuA/s400/ber%2B5.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5695587136520828370" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Non solo conosceva Dante Alighieri; ci ha lasciato anche un bel disegno delle stelle in oggetto e ci informa che brillavano come la stella Canopo: il timone della nave (costellazione) Argo che, dalle nostre parti, non si vede assolutamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Colombo, arrivato vicino alla zona torrida, racconta:&lt;br /&gt;“-…sul far della sera, ebbi la stella polare a cinque gradi di altezza. Lì il vento mi abbandonò e mi trovai in mezzo a un caldo così torrido che temetti che la nave e la gente prendessero fuoco. La calura provocò improvvisamente una situazione insostenibile: non c'era nessuno che avesse il coraggio di scendere sotto coperta per prendersi cura delle botti e dei viveri. Questo caldo soffocante si protrasse per otto giorni: il primo giorno il cielo era sereno, gli altri sette giorni nuvoloso e piovoso, il che però non ci servì di rimedio. Certo, però, se avessimo avuto il sole del primo giorno non credo che avremmo avuto possibilità di salvarci…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vespucci, di contro, racconta:&lt;br /&gt;“- Parmi, magnifico Lorenzo, che la maggior parte dei filosofi in questo mio viaggio sia reprobata, che dicono che dentro della zona torrida non si può abitare a causa del gran calore; e io ho trovato in questo mio viaggio essere il contrario, che l’aria è più fresca e temperata in quella regione che fuori di essa, e che è tanta la gente che dentro di essa vi abita e che di numero sono molti di più di quelli che fuori di essa abitano… che è certo che più vale la pratica che la teoria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto questo per dire:  Eratostene e Colombo vengono osannati e riveriti in tutti i testi. Amerigo Vespucci è presentato come un profittatore; una mezza calzetta. Non è proprio così.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-1167369026052956914?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/1167369026052956914/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/eratostene-e-carte-geografiche.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/1167369026052956914'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/1167369026052956914'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/eratostene-e-carte-geografiche.html' title='Eratostene e carte geografiche.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-b2Wta8LdTbU/TwrJqku1WpI/AAAAAAAADCY/3fC0L-3X0sE/s72-c/ber%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-2936796714355241934</id><published>2012-01-08T08:51:00.003+01:00</published><updated>2012-01-08T08:53:34.866+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Preistoria della Sicilia</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La preistoria siciliana: necropoli, abitanti, alimentazione al Museo Salinas di Palermo.&lt;br /&gt;di Romano Maria Levante&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;Questa ricostruzione è basata sulle notizie contenute nell’aureo libretto “Le storie della preistoria al museo Salinas” a cura del museo stesso per la Regione siciliana, che colma la lacuna delle modalità espositive tradizionali – i copiosi reperti sono allineati e identificati soltanto con le etichette – in attesa che la ristrutturazione in atto nell’edificio valorizzi meglio la ricchezza dei reperti esplicitando contesto e percorso storico.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTk3-wbQ7dI/AAAAAAAABRk/oobsKYWSDq8/s1600/sicilia%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 294px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTk3-wbQ7dI/AAAAAAAABRk/oobsKYWSDq8/s400/sicilia%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5564540365883633106" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il contenuto delle 34 vetrine espositive può essere inizialmente riassunto in ordine a tre aspetti significativi: con la fauna l’uomo preistorico doveva confrontarsi fin dalla sua comparsa sulla terra, ad essa era collegata l’arte primitiva, per questo definita “arte animalistica” in quanto espressa attraverso graffiti e dipinti rupestri nelle grotte dov’erano le prime abitazioni, mentre gli ornamenti ne accompagnano la storia fin dalle epoche più remote, a partire dai ciottoli levigati e dai denti o conchiglie forati e collegati in collane. Questi aspetti saranno più chiari una volta inquadrati nelle necropoli, massima fonte dei reperti, negli abitanti, in particolare della “Conca d’Oro”, e nell’alimentazione, una molla per l’evoluzione della tecnologia e più in generale dei sistemi di vita.&lt;br /&gt;Necropoli e riti funerari nella preistoria siciliana&lt;br /&gt;Le necropoli siciliane sono numerose e ricche di reperti, vanno dal Paleolitico all’Età del Ferro e consentono, quindi, di avere una visione molto ampia: dalle forme più semplici a quelle più complesse di sepoltura, con una molteplicità di riti e di consuetudini che variano non soltanto in base al periodo considerato ma anche al sito archeologico dove sono avvenuti i rinvenimenti.&lt;br /&gt;Si tratta di una constatazione importante tenendo conto che le sepolture sono una testimonianza non solo dei rituali funebri, ma soprattutto della vita dell’epoca perché la tomba era considerata dai parenti una seconda casa in quanto, secondo la loro credenza religiosa, dopo la morte il defunto continuava a vivere nell’aldilà, e ciò spiega il ritrovamento all’interno delle tombe di corredi funerari costituiti da gioielli, utensili e offerte alimentari. Così Rosaria Di Salvo introduce la sua accurata ricognizione delle “Sepolture e riti funerari nella Sicilia preistorica” ricomponendo in una visione d’insieme i tanti reperti esposti nelle vetrine con le sole etichette e senza commenti.&lt;br /&gt;Da quanto predisposto per il mondo ultraterreno abbiamo conosciuto tante cose sul mondo terreno, perché i rituali funerari servivano a mettere i due mondi in comunicazione, e per questo nei corredi del defunto veniva collocato quanto faceva parte della sua vita e della sua epoca.&lt;br /&gt;Ma oltre a tali elementi, dai resti pervenuti si sono avute notizie antropologiche a largo raggio, fino a stato di salute e alimentazione, attività lavorativa e condizioni ambientali. Troviamo tombe a inumazione e a incenerimento, primarie e secondarie, individuali e multiple; la posizione dei defunti distesa o rannicchiata, con gambe flesse o in un altro assetto; i resti da inumazione nella loro consunzione naturale o di colore rosso se cosparsi di ocra secondo un rito anche purificatorio; i resti da incenerimento in cromatismi diversi a seconda della temperatura di cremazione, e se inferiore a quella di polverizzazione lasciando notevoli frammenti con deformazioni e alterazioni, comunque idonei ad un’analisi osteologia al pari di quelli delle tombe a incenerimento.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTk4IDExUnI/AAAAAAAABRs/f16EPGeH1B4/s1600/sicilia%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 218px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTk4IDExUnI/AAAAAAAABRs/f16EPGeH1B4/s400/sicilia%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5564540525508383346" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Nello scorrere delle ere preistoriche si nota un’evoluzione dei corredi funerari parallela a quella della vita reale: dai più semplici costituiti da ciottoli disegnati e da utensili di selce, alle prime collane di conchiglie degli abitanti nelle grotte, ai primi lavori in terracotta nel Neolitico per passare a corredi sempre più elaborati nel Bronzo, che diventano ricchi e preziosi nel Ferro e quindi in epoca storica. Diciamo in genere “corredo del defunto”, composto come è noto dal corredo personale, con oggetti e ornamenti che riflettono le sue condizioni sociali e la sua attività, cui si aggiungono i resti delle offerte rituali nel culto funerario. Quindi utensili a lato del corpo, in selce e osso, legno e terracotta; gioielli fatti di conchiglie forate, bracciali e pendenti, orecchini e ciondoli in osso e avorio, i più antichi in pietra; perfino il cibo per l’alimentazione. Non bisogna dimenticare che in alcune nostre tradizioni, pur di credenti nella fede cattolica, rimaste almeno fino all’ultimo dopoguerra, nella sepoltura venivano poste monete per pagare il viaggio nell’oltretomba, oltre ad oggetti della vita del defunto che lo avrebbero accompagnato nell’al di là.&lt;br /&gt;Una rapida carrellata nei molteplici siti archeologici siciliani, in aggiunta a quanto anticipato, ci fa scoprire i primi resti umani del Paleolitico, intorno a 35 mila anni fa, nel Riparo di Fontana Nova, vicino a Marina di Ragusa, in frammenti che non hanno consentito analisi significative; mentre hanno dato risultati quelle eseguite sui resti rinvenuti nella zona della Grotta di San Teodoro ad Acquedolci, Ragusa, risalenti a 14.000 anni fa: 4 uomini e 3 donne in posizione supina di decubito, arti distesi, fosse di forma rettangolare in uno strato di ocra, ciottoli levigati, lame e punteruoli in selce, perfino denti di cervo forati per collane primordiali.&lt;br /&gt;Il passaggio al Mesolitico, documentato dalle sepolture della Grotta d’Oriente a Favignana, Trapani, mostra nelle fosse coperte da pietre i resti di un individuo maschile con un ciottolo e una lama, un grattatoio di selce e 11 conchiglie forate all’altezza dello sterno appartenenti a una collana; 8 conchiglie nella vicina tomba di una donna sono poste all’altezza delle clavicole, con 3 ciottoli rotondi e un punteruolo; i resti della donna hanno gli arti in posizione inconsueta.&lt;br /&gt;Il Mesolitico nella Grotta dell’Uzzo – la più consistente, ma c’è anche la Grotta della Molara, a Palermo – rivela diverse forme tombali, da ovali a quadrate, i corpi sotto le pietre in posizione supina, rannicchiati con le gambe flesse per entrare nel vano ristretto e le braccia lungo il corpo; anche qui ciottoli levigati, selci lavorate, ossi a forma di punteruolo e ancora ornamenti fatti di conchiglie e denti di cervo forati; in più resti di cibo. Il tutto in 13 corpi, 6 di sesso maschile, 4 femminile e 3 bambini, un quadro esauriente dell’epoca alla quale risale la grotta.&lt;br /&gt;ndando avanti nel tempo, nel Neolitico il passaggio dalla vita nomade a quella stanziale si riflette anche nel fatto che la Grotta del Monte Kronio, Agrigento - nella quale sono stati trovati pochi resti femminili – era un luogo di raduno, forse per riti collegati a fenomeni di origine termale; più cospicui i ritrovamenti nella Trincea fossato di Stretto Partanna, con i frammenti scomposti di resti di 7 individui, da incinerazione incompleta e sepoltura secondaria, V-VI millennio a.C.&lt;br /&gt;I siti dell’Eneolitico sono numerosi, le tombe sono poste soprattutto in grotte naturali non più utilizzate come abitazioni essendosi costituiti i villaggi, e anche in piccole grotte artificiali. Dato che la tomba viene ormai concepita come l’abitazione dello scomparso, non è più una fossa singola ma diventa collettiva per i membri della famiglia, nella forma a forno con pozzetto di accesso. Così nella necropoli di Piano Vento a Montechiaro, Agrigento, sono stati trovati circa 50 corpi sepolti con l’uso di cospargerli di ocra rossa, adottata per ridurre le esalazioni e purificarli; e resti di animali sacrificati nei riti funerari, con pasti documentati dai frammenti di vasellame che veniva spezzato. Significative, per altro verso, le tombe di Roccazzo a Mazara del Vallo, Trapani, riunite in corrispondenza dei nuclei di capanne, a forma cilindrica con pozzetto; singole o doppie con corredi collegati al censo del defunto che comprendevano, oltre ai ciottoli e agli utensili di selci, a punte di freccia e conchiglie forate, anche vasi decorati, ciotole e olle grigie o rosse per l’ocra.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTqPw6pND5I/AAAAAAAABR0/wssgtfHOVVE/s1600/sicilia%2B4.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 345px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTqPw6pND5I/AAAAAAAABR0/wssgtfHOVVE/s400/sicilia%2B4.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5564918360108240786" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Con l’Età del Bronzo, i flussi migratori portarono nuove abitudini anche nelle sepolture, a Lipari sono state rinvenute urne cinerarie con 30 tombe a incinerazione anche se l’inumazione resta prevalente, con tombe individuali e collettive. Il sito di Castelluccio esprime una cultura che si diffuse e troviamo almeno in 8 località tra cui Castelluccio di Noto: villaggi con capanne circolari e il focolare al centro, una comunità stanziale dedita all’allevamento, agricoltura e artigianato, tombe per lo più collettive scavate nei pendii con chiusure decorate; anche monumentali come quella del “principe” scavata nella roccia con camera funeraria retta da pilastri. Corredi variamente assortiti o assenti, elementi di terracotta a forma di corni oltre ai consueti di selce e osso, conchiglie e denti.&lt;br /&gt;La necropoli di Marcita, a Castelvetrano, Trapani, con oltre 100 individui di entrambi i sessi e di diverse età, mostra soggetti anche di altra etnia e ricchi corredi, mentre in quella dei Sesi a Pantelleria troviamo oggetti litici su ossidiana e di terracotta per mensa, articoli ornamentali e resti ovini e caprini. Una struttura particolare si nota nella necropoli di Thapsos, Siracusa, con una cella fornita di vestibolo accessibile da un pozzetto, un corridoio e nicchie radiali; nei corredi anche vasi in ceramica importati da Cipro, Malta e da Micene, e oggetti in bronzo; addirittura tracce di oro in collane, e articoli ornamentali in pasta di vetro colorata, ambra e avorio.&lt;br /&gt;La struttura si evolve ancora con tombe ad alveare scavate sulle pareti rocciose nelle necropoli di Pantelica, Dessueri e Caltagirone, con piccole celle circolari o grandi camere che introducevano a celle multiple per 4-5 soggetti della stessa famiglia: nei corredi coltelli e armi, nonché oggetti di ornamento come fibule e specchi, anelli e collane in bronzo, in relazione alla posizione e al censo.&lt;br /&gt;Nell’Età del Ferro, dal IX al VI a.C., le tombe, poste sui fianchi delle alture vicino ai villaggi, sono inserite in ampie camere funerarie chiuse da un muro o una porta, il corpo non più in posizione rannicchiata ma disteso con sopra e intorno gli elementi del corredo. A Polizzello di Mussomeli, Caltanissetta, in circa 100 tombe ricavate sui fianchi della montagna in cavità naturali, sono stati trovati parecchi reperti: nelle tombe di adulti molte ossa di bovini, essendo il bue animale sacro, in quelle per bambini solo ossa di ovini e caprini di giovane età, evidentemente per associarla alla loro. I corredi sono sempre più ricchi, esprimono le condizioni di vita del defunto e lo stadio evolutivo raggiunto, ormai elevato.&lt;br /&gt;Gli abitanti preistorici della Conca d’oro in Sicilia&lt;br /&gt;Questa zona, dove sorge Palermo, risulta abitata sin dalla preistoria ben prima dei fenici e romani, arabi e normanni: precisamente dal Paleolitico non in modo stanziale ma con il nomadismo della caccia. Le grotte che si trovano sulle alture circostanti favorivano questi insediamenti per sostare, provvedere alle attività quotidiane e poi per le sepolture; non sono nascoste, si vedono dalla piana e proprio questo ha fatto sì che la gran parte dei reperti venissero dispersi nel tempo. Sono stati trovati anche resti ossei di elefanti e ippopotami chiamati ossa dei Giganti e dei Ciclopi, lo raccontano la citata Rosaria di Salvo e Vittoria Schimmenti ricostruendo come vivevano “Gli antichi abitanti della Conca d’Oro” nella stessa pubblicazione del Museo Salinas. Nella Grotta delle Incisioni dell’Addaura e dell’Antro nero o dei Bovidi ci sono graffiti parietali, così nella Grotta Niscemi e in altre, dove sono stati rinvenuti resti di animali, bue e cinghiale, cervo e cavallo ”idruntino”, nonché gusci di molluschi.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTqP5FvG2vI/AAAAAAAABR8/hyk0lJFPofs/s1600/sicilia%2B5.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 297px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTqP5FvG2vI/AAAAAAAABR8/hyk0lJFPofs/s400/sicilia%2B5.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5564918500524743410" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Nella Grotta della Molara, in una zona interna, si vedono i segni del passaggio dal Paleolitico al Mesolitico allorché fu utilizzata per le sepolture. Dagli scheletri rinvenuti – con crani tipo Cromagnon – si è ricostruito l’uso dei denti come terza mano per trattenere fibre vegetali, corde, bastoni, utensili, oltre che per assumere cibi crudi; anche nella Grotta di San Ciro le ossa ritenute dei Giganti e insieme selci che attestano l’abitazione degli uomini preistorici. Evolvono i modi di vita nel Neolitico, quando si trasferiscono nei villaggi pur mantenendo contatti con le grotte dove oltre alle sepolture porteranno gli animali di allevamento e affineranno gli utensili.&lt;br /&gt;Con l’Età del Rame si diffondono i villaggi nella Conca d’Oro, con le rispettive necropoli che attraverso i corredi funerari hanno fornito molti elementi sul tipo di vita. Nei villaggi tra Partanna e Mondello – in quest’ultimo trovate 12 capanne – oltre alla caccia sul Monte Pellegrino si praticava la pesca; nelle tombe sul monte si sono rinvenute ceramiche e utensili di pietra che fanno pensare a una primordiale industria litica. A Boccadifalco, oltre a selci, ossidiana e vasi di vario tipo sono stati trovati un anello di rame e una collana; analogamente nella contrada Sant’Isidoro.  Si è potuta ricostruire la fisognomica degli antichi abitanti; rispetto a quelli delle ere precedenti i loro tratti somatici si addolciscono, la corporatura si fa più armoniosa; tra i due sessi c’è differenza nella conformazione delle ossa e nell’altezza media, le donne 152 centimetri, dieci in meno degli uomini.&lt;br /&gt;Interessante il processo di gracilizzazione che segue la civilizzazione e la vita stanziale in condizioni ambientali sfavorevoli con diffusione soprattutto di artrosi alle articolazioni. Sembra inoltre che il loro carattere fosse pacifico, data l’assenza di segni di morte violenta: c’è solo un caso di lesione traumatica ossea però rimarginata, quindi non letale. Colpisce l’osservazione che sorgevano villaggi marinari dove oggi è Via Roma, al centro di Palermo, e il mare giungeva dov’è ora la vicina Via Maqueda, addirittura vi attraccavano le imbarcazioni per la pesca.&lt;br /&gt;Nel Bronzo  il progresso è testimoniato da una fiasca decorata rinvenuta nel Riparo della Moarda, ma non si sono trovati reperti ceramici della cosiddetta cultura della Conca d’Oro e non se ne conoscono le ragioni. Dov’è oggi l’aeroporto c’era il sopra citato villaggio preistorico di Boccadifalco, di cui sono state rinvenute soltanto 7 capanne.&lt;br /&gt;Il trovarsi nel centro cittadino, con Via Roma e Via Maqueda, fa capire quanti reperti siano andati perduti nell’urbanizzazione distruttiva, soprattutto negli anni in cui non si prestava attenzione ai ritrovamenti e comunque si tendeva a non segnalarli per evitare onerosi fermi nell’attività edilizia.&lt;br /&gt;Elementi aggiuntivi su come vivevano li fornisce Vittoria Schimmenti nel suo “A tavola con gli antenati”; abbiamo parlato direttamente con la studiosa nella nostra visita al Museo e l’abbiamo sentita animata da passione per le ricostruzioni preistoriche che trovano nell’apposita Sezione del Museo Salinas un ricchissimo materiale, forse meno conosciuto e apprezzato di come meriterebbe.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTtUt8QMzPI/AAAAAAAABSE/hgWAWQFU-CU/s1600/sicilia%2B3.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 288px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTtUt8QMzPI/AAAAAAAABSE/hgWAWQFU-CU/s400/sicilia%2B3.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5565134912791301362" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;In effetti attraverso la tavola si ricostruisce l’intera giornata, tutta impegnata nel procurarsi il cibo anche con utensili la cui preparazione impegnava essa stessa il resto del tempo. Dopo Tucidide troviamo altre due citazioni classiche, questa volta ad opera della Schimmenti, su come si alimentavano gli antichi. Lucrezio Caro nel I a.C. scriveva: “I primitivi si cibavano solo con quello che la terra dava spontaneamente”.  E, dato che siamo in Sicilia, ecco Diodoro Siculo due secoli dopo: “I primitivi andavano per le selve e vivevano solo di erbe, di radici e di frutti; vivevano nudi, senza casa e senza fuoco”.&lt;br /&gt;La raccolta spontanea di alimenti da consumare crudi riguardava i frutti della quercia e del corbezzolo, del mirto e della vite selvatica, dell’ulivo selvatico e dell’alloro, del carrubo e del fico; vengono citate anche bacche e radici, germogli e bulbi di fiori e foglie. La carne procurata con la caccia rappresentava il 20% di una dieta molto vegetariana, proveniva dal bue e dal cavallo della antica specie “hudruntinus”, dal cinghiale e dal cervo; forse anche da uccelli come quaglia e pernice. Oltre a carne, interiora e grasso per alimentarsi, si recuperavano i denti, specie del cervo per ornamenti, le corna e le ossa per gli utensili, e soprattutto la pelliccia per proteggersi dal freddo. Le condizioni con cui si alimentavano svilupparono gli enzimi e i muscoli mandibolari, ma si logoravano i denti anche perché usati come una terza mano per usi più pesanti della masticazione.&lt;br /&gt;Cambiò molto quando fu possibile utilizzare il fuoco per cuocere i cibi oltre che per riscaldarsi e per difendersi dalle fiere; aumentò l’impegno per procurarsi la legna da ardere e si costruirono spiedi e utensili rudimentali con diversi materiali per spolpare gli animali e tagliare la carne. Addirittura le lame erano inserite in supporti di legno e venivano predisposte con bordi dai tagli diversi per meglio lacerare la carne. Usavano arpioni, fiocine e selci piantate su bastoni per infilzare la preda; per lo più pesci lungo gli scogli, nel Mesolitico dentici e murene, cefali e orate; c’era anche la raccolta di molluschi e crostacei e nelle zone interne di lumache. Nei reperti della Grotta dell’Uzzo, le analisi paleonutrizionali hanno accertato la prevalenza di alimenti marini e di vegetali, e il consumo di frutti come fichi, carrube e datteri i cui zuccheri creavano carie rilevate nei denti.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTtU2zxuwCI/AAAAAAAABSM/2ispCXx8wCA/s1600/sicilia%2B6.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 269px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTtU2zxuwCI/AAAAAAAABSM/2ispCXx8wCA/s400/sicilia%2B6.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5565135065134841890" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Nel Neolitico, con la ceramica si potevano cuocere sul fuoco anche i vegetali, non solo la carne negli spiedi: di qui lo sviluppo di recipienti, vasi e vasellame fino a brocche e bicchieri per i liquidi. Non si ricorre più alle forme naturali di conchiglie e ossa cave, si preparano cucchiai in legno e terracotta. E siamo alla rivoluzione neolitica che cambia le abitudini alimentari con l’abbandono del nomadismo per l’agricoltura e l’allevamento degli animali, in particolare buoi e capre, cavalli e pecore: infatti, avere una produzione stabile e programmata consentiva di variare la dieta, aumentare il consumo di carne e utilizzare il latte degli allevamenti che, fatto coagulare, dava il formaggio. A questo punto la caccia veniva praticata meno, come fonte solo accessoria di carne.&lt;br /&gt;Molteplici sono le coltivazioni, dai cereali ai legumi, agli alberi da frutta dei tipi oggi molto noti, come le mele e le pere: si ricorre ad accorgimenti e a nuovi utensili come le macine e i pestelli; il primo pane veniva cotto sulle pietre senza lievito con farine di frumento assolutamente integrali.&lt;br /&gt;L’accurata ricognizione della Schimmenti sembra la cronaca di anni molto vicini a noi, parla di zappe di legno per scavare e di falci per mietere, nonché di accette, pur se di pietra levigata, per tagliare gli alberi. Il progresso – anche se si è ancora nella preistoria – incalza; si essiccano i prodotti per non farli deteriorare e si cospargono di sale, scoperto per un’evaporazione casuale di acqua di mare; verrà usato nella concia delle pelli nell’Era dei metalli. Ma siamo ancora nel Neolitico, la pesca si pratica con lenze e reti oltre che con gli arnesi da punta prima indicati; i resti rinvenuti di delfini e perfino di balene non provengono dalla pesca, ma dall’essersi arenati per venire poi recuperati e utilizzati dagli uomini primitivi: i graffiti della Grotta del Genovese, a Levanzo, raffigurano tonni e delfini.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTtU-s9c6bI/AAAAAAAABSU/mSoFOHf81Bc/s1600/sicilia%2B7.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 232px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTtU-s9c6bI/AAAAAAAABSU/mSoFOHf81Bc/s400/sicilia%2B7.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5565135200743909810" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il mare, oltre che mediante la pesca, fornisce alimenti con le importazioni dal Mediterraneo e dall’Oriente di prodotti quali grano e orzo, sconosciuti nel Neolitico, come era sconosciuta la capra.&lt;br /&gt;Con l’Età del Rame divennero più efficienti gli utensili per la coltivazione, l’allevamento e la pesca e, come si è detto, fu abbandonato il nomadismo per la vita nei villaggi; parimenti fu quasi abbandonata la caccia, come provano i resti di animali rinvenuti, quasi solo domestici, Compare l’aratro e il carro con le ruote, tirati dai buoi; con l’orzo si prepara una bevanda alcolica corrispondente all’attuale birra, che ha preceduto cronologicamente il vino; si sviluppa il consumo di legumi e si preparano polente e zuppe di vario tipo. Sembra di descrivere la cucina moderna.&lt;br /&gt;Poi l’ulteriore diversificazione alimentare nel Bronzo, favorita dagli scambi commerciali che oltre ai prodotti portarono nuove colture come vari tipi di alberi da frutta prima sconosciuti.&lt;br /&gt;L’Età del Ferro  vede nascere la coltura della vite e poi la produzione di vino, quindi quella dell’olivo importato dall’Oriente anche qui seguita dalla produzione di olio, entrambe riservate alle classi più elevate. Seguirà l’estrazione di olio anche da mandorle e noci; e dal lino dell’Oriente per la tessitura, dal ricino dell’Egitto e dal sesamo della Mesopotamia; anche i preistorici usavano dunque l’olio di ricino, non certo, si spera, come nel ventennio fascista.  A parte le battute, l’inventiva e la maggiore conoscenza porta a produrre infusi di foglie e frutti con la predisposizione dei recipienti adatti, si arriva già in quest’epoca perfino ai dolci, ricavati dal miele e da particolari frutti secchi.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTtVRM1VkZI/AAAAAAAABSc/nzRsNbDYiOs/s1600/sicilia%2B8.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 363px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTtVRM1VkZI/AAAAAAAABSc/nzRsNbDYiOs/s400/sicilia%2B8.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5565135518537453970" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il ritmo del progresso si fa sempre più incalzante, lo vediamo attraverso l’alimentazione che è il terminale di un insieme di attività legate alla tecnologia e alla conoscenza. Gli utensili vengono continuamente perfezionati e realizzati nei metalli ben più efficaci di ossi e selci; vediamo come opera l’inventiva con gli ami per i polpi. Dall’Asia e dalla Grecia arriva il pollame, che viene allevato anche in Sicilia, come mandorli, noci e noccioli poi diffusi in tutta l’isola. Gli orci e le giare in ceramica si rivelano ideali per la conservazione dei cibi, ottenuta pure essiccandoli e salandoli: questo consente di mantenere provviste anche di carne e pesce. I liquidi vengono conservati in recipienti capaci dove si attinge con tazze provviste di manici: nella nostra infanzia in Abruzzo ricordiamo la “maniera” quadrata e il più piccolo “scommarello” rotondeggiante.&lt;br /&gt;Ormai gli scambi commerciali mettono in contatto con altre usanze ed altri tipi di alimentazione e di preparazione dei cibi, si creano ricette che elaborano e mescolano gli ingredienti. “Ma è soprattutto dall’epoca romana – conclude la Schimmenti il suo excursus preistorico – che il cibo da semplice fonte di sussistenza divenne occasione per banchetti e convivi, si mangia più per soddisfare il gusto e la gola e non per il semplice fabbisogno. E così il necessario diventa superfluo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Fonte Archeorivista&lt;br /&gt;Tutte le immagini, con le didascalie, sono tratte dal citato “Le storie della preistoria al museo Salinas”, Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità Siciliana, dipartimento omonimo. La pubblicazione è a cura del Museo Archeologico “Antonio Salinas”, Palermo, direzione e coordinamento generale di Giuseppina Favara; autori dei capitoli contenenti le immagini, a cui si è fatto riferimento anche nel testo, sono Rosaria Di Salvo e Vittoria Schimmenti.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-2936796714355241934?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/2936796714355241934/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/preistoria-della-sicilia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/2936796714355241934'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/2936796714355241934'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/preistoria-della-sicilia.html' title='Preistoria della Sicilia'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTk3-wbQ7dI/AAAAAAAABRk/oobsKYWSDq8/s72-c/sicilia%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-6172466001963400715</id><published>2012-01-06T11:57:00.004+01:00</published><updated>2012-01-06T12:03:52.306+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Eventi'/><title type='text'>Porto Torres - Presentazione libro: "Antichi Popoli del Mediterraneo".</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-_yqYFnmK6M0/TwbUIyqJ9WI/AAAAAAAADCM/bJYEiBDc7sE/s1600/koin%25C3%25A8.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 280px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-_yqYFnmK6M0/TwbUIyqJ9WI/AAAAAAAADCM/bJYEiBDc7sE/s400/koin%25C3%25A8.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5694472026359199074" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il cagliaritano Pierluigi Montalbano, autore del libro "Antichi Popoli del Mediterraneo", pubblicato da Capone Editore a Novembre 2011, ci offre nel suo studio un'interessante panoramica delle civiltà che sin dal Neolitico si affacciavano sul mare Mediterraneo, dove fra porti naturali e foci dei fiumi avevano maggiore possibilità di sussistenza. Tra i vari focus su cui si concentra l'opera, uno molto significativo é la scomparsa della civiltà Minoica, senza rivali nelle attività marinare, e che scomparve probabilmente ad opera di una catastrofe naturale. Il libro si chiude con un approfondimento di una delle più antiche e misteriose civiltà mediterranee, quelle Nuragica, con una minuziosa descrizione della sua riscoperta attività marinara.&lt;br /&gt;Ad introdurre l'autore sarà Luigi Ruda, animatore dell'Associazione "Sviluppo e Rinascita".&lt;br /&gt;L'appuntamento é previsto sabato 7 gennaio alle ore 17:30 presso la libreria in C.so Vittorio Emanuele 25. La presentazione del libro sarà arricchita dalla proiezione di immagini inedite realizzate al British Museum di Londra e al Museo di Ankara, in Turchia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-6172466001963400715?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/6172466001963400715/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/porto-torres-presentazione-libro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6172466001963400715'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6172466001963400715'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/porto-torres-presentazione-libro.html' title='Porto Torres - Presentazione libro: &quot;Antichi Popoli del Mediterraneo&quot;.'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-_yqYFnmK6M0/TwbUIyqJ9WI/AAAAAAAADCM/bJYEiBDc7sE/s72-c/koin%25C3%25A8.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-6986287123835756324</id><published>2012-01-05T08:37:00.002+01:00</published><updated>2012-01-05T08:44:12.152+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>I Giganti di Monte Prama, di Marco Rendeli</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Monte e Prama: 4875 punti interrogativi &lt;br /&gt;di Marco Rendeli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nonostante il vasto successo che le statue di Monte e Prama hanno riscosso, soprattutto in Sardegna, di esse si sa ben poco. Solamente con l’avvio del restauro voluto da A. Boninu, si è intrapreso un ampio progetto che comprende la pulizia, il restauro e la ricostruzione delle stesse da parte del Centro di Conservazione Archeologica presso il Centro di Restauro Regionale di Li Punti. Tutti i pezzi sono stati portati e assemblati in un unico luogo: si tratta di oltre 4900 frammenti delle dimensioni e delle fogge più varie che restituiscono quello che a oggi è il più grandioso complesso statuario della Sardegna preromana e uno dei più importanti del Mediterraneo. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQBi5SDuZI/AAAAAAAABP0/EBxdx0-W7zQ/s1600/Rendeli%2B1.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 255px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQBi5SDuZI/AAAAAAAABP0/EBxdx0-W7zQ/s400/Rendeli%2B1.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563073138713147794" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;I frammenti furono recuperati in scavi effettuati in località Monte e Prama, nel Sinis settentrionale (Oristano) nel corso degli anni Settanta. La storia delle ricerche è lacunosa, frammentata e si dipana fra interventi estemporanei (scavi Atzori nel 1974, scavi Pau 1977) e indagini programmate (scavi Bedini 1975, scavi Lilliu, Atzeni, Tore gennaio 1977, scavi Ferrarese Ceruti-Tronchetti 1977-1979). Delle indagini condotte da A. Bedini in un settore limitato del sepolcreto è imminente la pubblicazione di un preliminare: di esse si sa che sono tombe a cista con pareti litiche con una forma successiva di monumentalizzazione, ovvero di copertura formata da lastroni; gli scavi Lilliu, Atzeni, Tore sono confluiti in un importante contributo di G. Lilliu; degli scavi condotti in maniera impeccabile da Tronchetti e dalla Ferrarese Ceruti fra il 1977 e il 1979 si ha un’ampia documentazione (TRONCHETTI 2005 con bibliografia precedente). Il sito si disloca quasi al centro di un distretto ricchissimo di presenze protostoriche (nuraghi, pozzi sacri, luoghi di culto) di civiltà nuragica, la cui vita si scagliona dal Bronzo recente fino alla piena età del Ferro. Dalle relazioni di scavo pubblicate da Tronchetti si rileva che i frammenti furono rinvenuti in un unico contesto coerente che obliterava una serie di tombe a pozzetto con lastre di chiusura litiche disposte a formare un unico “serpentone” recintato da altre lastre di calcare (fig. 3). Queste tombe, in numero di 33, formavano un unico contesto di personaggi maschili e femminili, appartenenti a diverse classi d’età (dai 13 ai 50 anni), rinvenuti in posizione seduta uno per singola tomba. Esse risultano apparentemente prive di corredo: pochi frustuli ceramici nelle tombe 1-2 e dalla 24 alla 34. Fanno eccezione la t. 25, dalla quale proviene uno scaraboide databile alla fine dell’VIII a.C., e alcuni vaghi di pasta vitrea pertinenti a collane dalle tombe 24, 27 e 29: questi sono al momento gli unici materiali che possono rappresentare termini utili per comprendere il momento di formazione della necropoli. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQBsntUs0I/AAAAAAAABP8/NviZpeqn54c/s1600/Rendeli%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 347px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQBsntUs0I/AAAAAAAABP8/NviZpeqn54c/s400/Rendeli%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563073305794360130" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Si è discusso, soprattutto in ambito sardo, se tombe e statue potessero appartenere a un unico contesto e potessero essere parte di un unico programma di monumentalizzazione di un’area funeraria: data la contiguità stratigrafica fra lo strato di obliterazione che le conteneva e le stesse tombe, i cui lastroni di chiusura si trovavano a contatto con lo stesso strato di obliterazione, non sarebbe fantasioso poter ritenere che essere potessero essere parte di un unico complesso funerario. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQB7izj2PI/AAAAAAAABQE/9kgqLWJ7AKc/s1600/Rendeli%2B3.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 233px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQB7izj2PI/AAAAAAAABQE/9kgqLWJ7AKc/s400/Rendeli%2B3.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563073562176379122" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Un indizio, sia pur labile, sta anche nel fatto che i lastroni delle tombe a cassa, i lastroni del recinto e le statue sono tutti della medesima pietra cavata a poche centinaia di metri dal sito. Di sicuro, dalle analisi effettuate nel corso del restauro, emerge che le statue fossero state distrutte volutamente, rotte e spezzate con la subbia in determinate parti dei corpi dei guerrieri, e che l’area fosse stata interessata da un incendio le cui tracce si riconoscono in molti dei frammenti pervenutici. La distruzione potrebbe essere avvenuta in una fase anteriore, o coincidente, con la metà del IV a.C. in base frammenti ceramici più recenti rinvenuti nello strato di obliterazione che conteneva i frammenti di statue. Ciò acuisce la difficoltà nel ricostruire la genesi del complesso, ovvero se la realizzazione delle statue fosse contestuale a quella delle tombe, oppure se fosse precedente o successiva: ma ciò crea, a mio modo di vedere, un cortocircuito dal quale è difficile uscire. Forse si può affermare che tombe e statue per una certa fase (più o meno lunga) sono state parte di un medesimo complesso; che le statue con i modelli di nuraghe rappresentavano un segno nel territorio e che questo segno forse era connesso a un sepolcreto; che la distruzione avesse comportato l’obliterazione di un complesso visibile e conosciuto in maniera veramente radicale senza peraltro intaccare la sacralità dei defunti. Mi chiedo se chi ha distrutto il complesso monumentale avesse la percezione di trovarsi di fronte alla dualità del monumento sacrario e dell’area funeraria a esso connessa.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQCHglbo5I/AAAAAAAABQM/2tbPMSlRLV8/s1600/Rendeli%2B4.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 222px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQCHglbo5I/AAAAAAAABQM/2tbPMSlRLV8/s400/Rendeli%2B4.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563073767738680210" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Non possiamo essere precisi sui numeri se non nel totale dei frammenti che assommano a poco più di 4900, rispetto ai circa 2000 stimati al momento dello scavo. Un ultimo torso del quale rimane la parte inferiore del corpo non è sicuramente riferibile a un pugilatore, resta il dubbio che possa essere un arciere o un oplita. &lt;br /&gt;La schedatura e l’analisi dei frammenti ha permesso una suddivisione in diverse categorie: statue antropomorfe, modelli di edilizia nuragica e altri tipi di monumento.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQCVXJ_44I/AAAAAAAABQU/6YVDjz4iGb4/s1600/Rendeli%2B5.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 395px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQCVXJ_44I/AAAAAAAABQU/6YVDjz4iGb4/s400/Rendeli%2B5.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563074005725864834" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;Fra quelli pertinenti alla modellistica “miniaturizzata” nuragica sono stati riconosciuti non meno di 7 betili, di 8 modelli di nuraghi complessi (fig. 4), di una ventina di nuraghi monotorri: da questo punto di vista però il computo non appare semplice perché molti degli esemplari monotorre potrebbe essere parte di nuraghi complessi o anche di altro, come si ricava dalla relazione di scavo stilata da Tronchetti. &lt;br /&gt;Al gruppo delle statue antropomorfe fanno riferimento un certo numero di esemplari, a oggi 23: si tratta comunque di un numero minimo effettuato sulla base del calcolo dei busti pervenutici. Tale numero potrebbe lievitare soprattutto se riferito al numero di arti superiori e inferiori presenti: ciò induce a ritenere che il complesso degli oltre 4900 frammenti scoperti e oggi schedati sia ben lungi dall’essere completo e che in aree circostanti potrebbero venire alla luce nuove sacche di obliterazione pertinenti alla distruzione del complesso. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVMj0DXbQI/AAAAAAAABQc/CEyNUI-qZkI/s1600/Rendeli%2B6.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 279px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVMj0DXbQI/AAAAAAAABQc/CEyNUI-qZkI/s400/Rendeli%2B6.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563437092838010114" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;I tipi riconosciuti già nel corso dello scavo sono tre. Il tipo del cosiddetto “pugilatore” (fig. 5a), del quale si annoverano almeno 15 esemplari; quello dell’arciere (fig. 5b), del quale sono pervenuti cinque esemplari, quello dell’oplita (fig. 6) o portatore di scudo rotondo con due esemplari6: per un corretto riconoscimento di questi due ultimi tipi sono in corso ulteriori verifiche dei restauratori ma la differenziazione fra oplita e arciere sta nella presenza della faretra per quest’ultimo. Tutte le statue sono più grandi del naturale con altezze ricostruite che possono arrivare fino ai 2,20 metri di altezza e con strutture corporee differenti fra loro, più snelle o più massicce. Alcune delle statue si differenziano per una diversa resa della parte posteriore, praticamente piatta e priva di schemi decorativi: ciò induce a ulteriori riflessioni sulla loro collocazione nel contesto che al momento rimane puramente congetturale. In alcune delle statue sono state riconosciute tracce di pittura rossa, il che fa ritenere che il complesso potesse essere policromo e di grande effetto visivo: in altre parole questi kolossòi, seguendo la felice definizione di Lilliu, formano un complesso monumentale che, comunque sia, doveva avere un grande effetto scenico se, oltre a tutto, deve essere contestualizzato assieme ai modelli di nuraghe semplice e complesso o ai betili. &lt;br /&gt;Questo, in maniera molto sommaria, il quadro delle presenze. Fin dal primo momento è apparso che la collocazione delle statue nel complesso della produzione artistica della Sardegna dovesse avere un posto di particolare riguardo: molti studiosi hanno appuntato la loro attenzione sul possibile, anzi reale, collegamento fra questi esempi di grande statuaria e la piccola bronzistica antropomorfa rilevando la sostanziale vicinanza fra i tre tipi presenti a Monte Prama e i prodotti del Gruppo Abini (VIII a.C.), secondo la sequenza messa in evidenza da Lilliu, rispetto a quelli più recenti del Gruppo Uta (VII a.C.). &lt;br /&gt;Da questo innegabile collegamento fra i due ambiti artistici hanno preso l’avvio diverse scuole di pensiero: da un lato una tendenza rialzista per quel che concerne la cronologia della produzione di bronzetti (che per molti studiosi deve essere circoscritta al Bronzo Finale con labili appendici al I Ferro): la conseguenza di questa scelta è stata, fra l’altro, di rinchiudere le prospettive di un confronto per le nostre statue con le sole manifestazioni della piccola plastica bronzea e hanno imprigionato il complesso di Monte e Prama in una sorta di torre d’avorio inespugnabile all’interno della quale la circolarità delle argomentazioni ha preso il sopravvento sulla necessità di inserire questa manifestazione all’interno di quelle correnti che percorrono il Mediterraneo fra la fine del II e la prima metà del I millennio a.C. Dall’altro alcuni studiosi hanno cercato di inserire la produzione toreutica in un quadro temporale di più ampio respiro, connettendolo in ciascuna sua fase con manifestazioni artistiche mediterranee. Ciò ha portato alla ricostruzione di contesti solo in parte più recenti, in relazione alle frequentazioni orientali della Sardegna (a partire dall’XI a.C.), alle successive strutturazioni coloniali (a partire dalla metà dell’VIII a.C.), alle forme di contatto e scambio fra indigeni e mercanti orientali: esse possono fornire a nostro avviso il background culturale (dal lato indigeno) e artistico (da parte dei mercanti) nel quale inserire l’esperienza che ha condotto alla realizzazione di questo complesso. &lt;br /&gt;A creare ulteriore motivo di definizione di prodotto artistico e culturale sardo (e solo sardo, endogeno) vi è stato sia il collegamento con la scultura architettonica della seconda parte del Bronzo e del I Ferro (stele, betili e decorazioni delle centinature delle tombe di giganti), sia la difficoltà di poter reperire dei confronti adeguati in altre esperienze di area tirrenica e più in generale mediterranea per le nostre statue: si vedano al riguardo i risultati, invero non soddisfacenti, scaturiti in quella parte dedicata ai comparanda per le statue di Monte Prama edita in 1996 e presi, da allora, come “prova provata” di una difficile collocazione delle statue in una fase recente. &lt;br /&gt;Da quelle esperienze e dalla lucidissima analisi di Lilliu su “La grande statuaria nuragica” che, a oggi, rappresenta il più serio e convincente contributo all’interpretazione di queste statue, diversi passi in avanti sono stati compiuti in diversi settori sia delle relazioni e dei contatti fra culture, sia della ricerca storico artistica in ambiente mediterraneo per i secoli a cavallo fra la fine del II e l’inizio del I millennio a.C. &lt;br /&gt;Da un lato, infatti, si vanno precisando con sempre migliore accuratezza i processi di esplorazione e frequentazione del Mediterraneo centro occidentale da parte di mercanti e pionieri orientali (intendendo con questo termine tutto ciò che si disloca a Oriente della penisola italiana), che precede e segue la strutturazione coloniale greca e fenicia in Italia, per quel che maggiormente interessa in questa sede, in area tirrenica; dall’altro proprio dall’area tirrenica provengono una serie di stimoli a considerare i fenomeni di grande statuaria come il frutto di un contatto, di uno scambio o, ancor meglio, l’esito di un gift trade fra mercanti orientali e popolazioni italiche, in particolare delle nascenti compagini urbane dell’Etruria tirrenica e di area felsinea. In altre parole in area tirrenica si è tentato di ricostruire il percorso, o meglio i percorsi, che hanno portato fra la fine dell’VIII e il VII a.C. alla realizzazione di grande statuaria in pietra (da quella di Ceri e Veio a quella di Casale Marittimo, di Vetulonia, e più in generale alle esperienze della statuaria dell’Etruria centro settentrionale e delle stele felsinee). Dunque la ricostruzione di un processo all’interno del quale appaiono comunque predominanti i desiderata e le volontà della committenza rispetto all’abilità e alla techne portata dagli artigiani (fig. 7). &lt;br /&gt;La ricostruzione di questi processi ha fatto anche compiere ulteriori passi in avanti nella interpretazione dei complessi monumentali, in particolare nel campo dell’elaborazione di complessi artistici (che sottintendono scelte culturali) coerenti, da leggere e interpretare come programmi in una sintonia che si stabilisce fra committente e artigiano: da questo punto di vista le scuole bolognese, perugina, romana, napoletana e salernitana (in stretto ordine geografico) hanno contribuito in maniera determinante alla lettura e alla interpretazione dei complessi monumentali che dal Ferro scandiscono la storia artistica e culturale dell’Italia preromana.  &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVMwhChPtI/AAAAAAAABQk/6WMQKU5of3s/s1600/Rendeli%2B7.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 304px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVMwhChPtI/AAAAAAAABQk/6WMQKU5of3s/s400/Rendeli%2B7.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563437311072485074" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;È proprio nel solco di queste linee programmatiche che vorrei proporre una serie di riflessioni: premetto subito che esse non possono offrire soluzioni ai problemi di cronologia quanto piuttosto si prefiggono di considerare l’aggregazione di statue, modelli di nuraghe, betili e altro all’interno di un unico contesto che nasce in un determinato momento della storia e per determinate ragioni che tenteremo di evincere e inter-pretare in questa sede. &lt;br /&gt;Nel nostro percorso appare necessario operare alcune distinzioni fra diversi livelli di lettura, di analisi e d’interpretazione. Il primo livello è quello che potremmo definire tecnico e della lavorazione della pietra; il secondo potrebbe essere quello del riconoscimento di uno stile che riguarda le statue, della definizione della bottega ovvero dei “cervelli di artigiani” che le concepiscono; il terzo potrebbe essere quello del confronto iconografico dei singoli pezzi; il quarto potrebbe essere quello della ricostruzione di un programma unitario che porta alla realizzazione di tutto il complesso statuario. È bene ricordare fin da questo momento che l’artigiano, o la bottega di artigiani, non occupa in questo caso una posizione dominante rispetto alla committenza nella realizzazione del progetto: al contrario essa appare, ai miei occhi, in certo modo subalterna alla figura dei committenti che dettano e definiscono il racconto di una loro storia attraverso queste statue.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVM9LV2SNI/AAAAAAAABQs/I2asQKuoors/s1600/Rendeli%2B8.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 230px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVM9LV2SNI/AAAAAAAABQs/I2asQKuoors/s400/Rendeli%2B8.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563437528586275026" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Riguardo al primo livello, anche a una prima sommaria osservazione non si può non notare il grande sforzo tecnico prodotto sulle sculture. Esso si può seguire lungo due direttrici: quella della composizione generale delle statue come dei modelli di nuraghe; quella della decorazione, assai spesso calligrafica che definisce particolari delle vesti e delle attrezzature di ciascuna statua. Da questo punto di vista lo strumentario deve essere stato molto ampio con forme di specifica specializzazione che assecondasse lo sforzo di rendere in maniera plastica tanto i corpi (fig. 8), quanto gli attrezzi portati dai guerrieri, tanto le parti accessorie riccamente ornate (fig. 9). Al plasticismo connaturato alla realizzazione dei corpi, al plasticismo calligrafico che connota le chiome e al geometrico rigore che permea le acconciature, gli armamenti e le vesti fa da contraltare uno schematismo esasperato che connota l’elaborazione dei volti di tutte le statue (fig. 10): uno schema netto e ripetitivo, fatto di tagli delle arcate sopraciliari e dei nasi, del taglio di piccole dimensioni e rettilineo della bocca, del bassorilievo per cerchi concentrici degli occhi, quest’ultimo avvenuto attraverso l’uso di cerchi applicati alla superficie e realizzati con una punta secca. Ciò crea un voluto distacco fra volto e resto del corpo rendendo apparentemente chiara la volontà della committenza trasmessa all’artigiano di plasmare figure diverse da quelle reali, quasi che non appartenessero a questo mondo ma a un mondo altro (fig. 11). La vicinanza di questa resa del viso con il bronzetto del demone con quattro occhi e quattro braccia mi ha suggerito di ipotizzare la loro pertinenza a un “mondo altro”. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVNKiaEFXI/AAAAAAAABQ0/28BF3gLIWHA/s1600/Rendeli%2B10.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 227px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVNKiaEFXI/AAAAAAAABQ0/28BF3gLIWHA/s400/Rendeli%2B10.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563437758116271474" /&gt;&lt;/a&gt;   &lt;br /&gt;Quel che si vuole sottolineare in questa sede è la necessità di riconoscere nell’esecutore di tali statue, che sembrano essere il prodotto tecnico di un’unica mente e forse di un’unica mano, un capo artigiano assolutamente specializzato nella grande scultura in pietra, padrone della tecnica scultorea in pietra: da questo punto di vista esiste un divario importante fra la sua techne e quella dei fabbri (o demiurghi) che lavoravano il metallo. &lt;br /&gt;Il precedente excursus sul mondo tirrenico e sul rapporto fra committenza e artigiano rappresenta a mio avviso il punto di partenza anche per cercare di ricostruire il processo che ha portato alla composizione di questo complesso monumentale. Innanzi tutto possiamo ricordare con Morris che nel Mediterraneo tutte le forme di prima grande scultura siano connesse alla sfera funeraria, tanto nel mondo greco, che in quello italico e iberico. Questa peculiarità potrebbe accomunare anche la Sardegna a quelle esperienze. Esiste un’altra caratteristica che potrebbe essere utile per lo svolgimento delle nostre riflessioni: ovvero che la stragrande maggioranza delle esperienze sopra citate fanno riferimento a un rapporto fra committenza locale e artigiani provenienti da mondi “altri”. &lt;br /&gt;Il prodotto che essi elaborano risente in qualche misura delle loro origini ma il messaggio che veicolano è certamente quello della committenza con il portato di tutti i valori sociali e culturali che vogliono esprimere. Da questo punto di vista ciascuna delle esperienze ricordate va annoverata come “momento unico” frutto di un rapporto personale che s’instaura fra la committenza (in quel caso i principes etruschi) e il dono ricevuto di una techne che può essere quella di un vasaio, di uno scultore, di un artigiano dei metalli o dell’avorio. Questo particolare rapporto serve anche a spiegare l’unicità delle realizzazioni, fra loro molto differenti e difficilmente confrontabili, e a gettare luce sulla capacità culturale e sociale della committenza di imporre il proprio messaggio e il proprio programma. &lt;br /&gt;D’altra parte esistono per il complesso in esame delle peculiarità da non sottovalutare: &lt;br /&gt;a) il fatto di concepire e realizzare delle statue litiche di dimensioni maggiori del vero (dei kolossòi) e con immagini antropomorfe mi sembra sia un fattore di assoluta novità nel panorama sardo non diversamente da quanto avviene in altre parti del Mediterraneo; &lt;br /&gt;b) conseguentemente la stessa iconografia mi pare qualcosa di profondamente nuovo nel senso che non mi pare si conoscano figure di arcieri, pugilatori, personaggi armati di scudo rotondo, in una statuaria antropomorfa che per il periodo preso in esame assomma esemplari in numero assai circoscritto. Può Monte Prama avere una collocazione ed essere messo in relazione e confronto con le altre esperienze del Mediterraneo? &lt;br /&gt;Vista in questa luce possiamo comprendere bene come gli sforzi nel corso degli anni Novanta del secolo scorso siano risultati deficitari e come la possibilità di cercare confronti fra queste statue e altri complessi scultorei di area italica o più in generale del Mediterraneo siano stati poveri di risultati. Dall’altra parte diviene anche comprensibile come il repertorio di riferimento non possa che essere quello della piccola plastica in bronzo le cui rappresentazioni, rinvenute in contesti funerari o cultuali, sono portatrici di messaggi e programmi non dissimili da quelli presenti a Monte Prama. Da questo punto di vista va discusso l’annoso problema del rapporto fra grande statuaria e piccola toreutica in bronzo: in altre parole, e con bonaria ironia, esso potrebbe essere racchiuso nella domanda “prima la gallina o prima l’uovo?” Infatti una parte degli studiosi di più stretta matrice protostorica dà per assodato che le esperienze della piccola toreutica bronzea siano alla base e forniscano i modelli per la grande statuaria litica. Alcune voci escono fuori dal coro e se non sbaglio proprio Lilliu, nel suo già ricordato contributo sulla grande statuaria nuragica, ricorda a proposito dei pugilatori che è la grande statuaria in pietra che offre solitamente il prototipo per altre espressioni artistiche di minori dimensioni. Parallelamente il modo di procedere nella lavorazione di una piccola statua di bronzo e quello di una grande statua appare profondamente differente e mi pare difficile poter affermare che un demiurgo della toreutica in bronzo possa essere stato l’artefice anche di una statua litica di dimensioni ben maggiori rispetto al vero. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVNdY8yw6I/AAAAAAAABQ8/gpy8UFUfZOE/s1600/Rendeli%2B12.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 269px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTVNdY8yw6I/AAAAAAAABQ8/gpy8UFUfZOE/s400/Rendeli%2B12.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563438081995096994" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;A prescindere da questa domanda, di risposta peraltro difficile visti i dati a nostra disposizione, si possono riconoscere certamente dei confronti calzanti fra le statue e la piccola bronzistica: l’arciere ritratto nell’atto di scagliare il dardo, a riposo o con l’arco in spalla ha diversi confronti; il guerriero con scudo tondo frontale è anche ben presente nel repertorio della piccola toreutica; il pugilatore è anch’esso attestato fra i bronzetti ma non rientra in categorie pertinenti alla guerra, visto che Lilliu lo classifica come cuoiaio (fig. 12).&lt;br /&gt;Anche per quel che concerne i modelli di nuraghi complessi dal restauro e dalla ricostruzione dei monumenti litici viene fuori una sostanziale omogeneità (che certo non può sorprendere) con modellini in bronzo ben noti alla letteratura: nel caso della scultura in pietra, rispetto agli esemplari in bronzo si nota, casomai, una straordinaria volontà di rendere questi modelli quasi irreali con soluzioni che da un punto di vista ingegneristico e fisico appaiono ai limiti della realtà (fig. 4). &lt;br /&gt;Orbene, questi confronti, particolarmente calzanti per le statue antropomorfe anche nella resa di peculiarità dell’armatura, delle vesti e perfino di particolari anatomici se non possono offrire una risposta alla domanda che prima avevamo posto possono però definire il successo di tipi che sono connessi alla natura militare dei personaggi raffigurati che, in alcuni casi, hanno caratteristiche sovrannaturali come nel cosiddetto demone dai quattro occhi e dalle quattro braccia. Questo dato, seppure non offre una risposta alla domanda prima posta, è importante perché dimostra l’irradiamento di modelli su scala certamente non locale o cantonale ma in buona parte dell’Isola. &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTacxvP_6PI/AAAAAAAABRU/NfOxTGt6gS8/s1600/Rendeli%2B12.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 267px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTacxvP_6PI/AAAAAAAABRU/NfOxTGt6gS8/s400/Rendeli%2B12.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563806767973918962" /&gt;&lt;/a&gt;   &lt;br /&gt;Presi singolarmente i tipi di Monte Prama e quelli rappresentati nei bronzetti potrebbero essere sufficientemente esaustivi se non fossero presenti sulle statue alcune peculiarità che mi hanno fatto sospettare possibili influenze altre: la resa di certe parti anatomiche, certi dettagli delle vesti o dell’armatura, lo stesso tipo di acconciatura dei guerrieri riporta a confronti che legano queste peculiarità al mondo orientale (d’Oriente) soprattutto per quella fase di contatto, scambio e interazione con il mondo ellenico. In essi potrebbero rivelarsi una serie di motivi firma che connoterebbero la bottega che ha lavorato nell’alto Sinis definendo una possibile provenienza degli artisti coinvolti in questo straordinario complesso sperimentale. Questa ricerca è solo all’inizio ma tra i motivi analizzati uno in particolare ha attratto la mia attenzione, una sorta di sciarpa che scende dal petto di uno degli arcieri: il motivo, del tutto particolare e unico nel complesso di Monte Prama, ha un confronto con l’abbigliamento di un personaggio regale presente su di una stele funeraria rinvenuta a Marash (nell’Anatolia sud orientale) che è ascritta a un filone artistico aramaico databile nel corso della seconda metà dell’VIII a.C. (fig. 13). &lt;br /&gt;Ma c’è di più: mi sono spesso chiesto se è giusto operare nel senso di un semplice confronto dei singoli pezzi con singoli pezzi o se invece non si dovesse immaginare piuttosto una scena complessa. Fulvia Lo Schiavo, in un recentissimo contributo sulla navicella nuragica rinvenuta nella Tomba del Duce a Vetulonia, sottolinea la necessità di leggere le figure rappresentate su di essa come un unico contesto, un’unica storia che appartiene all’universo nuragico e che ne esemplifica il suo mondo: questa straordinaria intuizione può essere una guida lungo la quale si può sviluppare l’interpretazione del complesso monumentale di Monte Prama. &lt;br /&gt;Un’idea di queste scene in cui fossero presenti luoghi fortificati, assedianti e assediati è ben presente nei rilievi assiri: anche se a migliaia di chilometri dall’isola e da contesti socialmente e culturalmente lontani rispetto a quelli che possiamo ricostruire in Sardegna, in alcuni rilievi rappresentanti scene di assedio del palazzo di Assurbanipal sono presenti uno accanto all’altro i tre tipi riconosciuti a Monte Prama (fig. 14). Ora se l’arciere e il portatore di scudo rotondo non stupiscono, i rilievi assiri possono portare un contributo importante per il cosiddetto pugilatore: esso infatti rappresenta un particolare personaggio nella tecnica obsidionale al quale era richiesto di creare brecce nelle fortificazioni avversarie portando sopra la testa, tenuto da una delle braccia, uno spesso scudo afflosciato. Dunque la possibilità anche nel caso di Monte Prama di poter riconoscere nei diciotto pugilatori una falange specializzata (che oggi chiameremmo del genio guastatori) per le tecniche di assedio e/o assalto a postazioni fortificate del nemico.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTab6MLuafI/AAAAAAAABRE/RtETL5cu5W0/s1600/Rendeli%2B14.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 290px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTab6MLuafI/AAAAAAAABRE/RtETL5cu5W0/s400/Rendeli%2B14.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563805813667949042" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il confronto con i rilievi del Palazzo di Assurbanipal a Niniveh produce come conseguenza una consapevolezza, ovvero quella di essere di fronte non semplicemente a una serie di singoli oggetti quanto piuttosto a un insieme che deve essere letto in maniera programmaticamente unitaria. L’ambientazione in un contesto funerario ha naturalmente la sua importanza: da questo punto di vista la disposizione delle tombe (in forma di un unico, lungo serpentone) potrebbe fornire lo spunto per un lontano riecheggiamento al passato sia a una struttura ipogeica ma anche al tipo tombale più noto nel corso del Bronzo, ovvero la tomba dei giganti pur nell’assenza di qualsiasi elemento che possa far pensare alla presenza di un’esedra. Il parziale e limitato riuso delle tombe di giganti nel corso dell’età del Ferro non osta a questa ricostruzione che si fonda sulla volontà di un gruppo emergente di esaltare nuovi valori nel solco di una secolare, quanto ben nota, tradizione. In questo caso però se ne differenzia in maniera chiara e programmatica perché non si tratta di un poliandron ma di singole sepolture a cassa accostate una accanto all’altra: questa annotazione può essere di certa importanza perché rappresenta assieme ai betili e ai modelli di nuraghe un collegamento diretto, ma diverso, con il passato, ovvero con il mantenimento di quella identità funeraria che ha accompagnato le sepolture nuragiche dalla media età del Bronzo. La differenza sta proprio nell’emergere di una élite, per riecheggiare le parole di Colonna a proposito del fenomeno delle tombe principesche nell’Italia centrale tirrenica, nelle singole volontà di formare un gruppo coeso. Da ciò può dipendere la volontà di autorappresentare la propria storia familiare, la natura dei propri eroi antenati, che tali sono proprio in virtù di quella sostanziale diversità riscontrata fra corpi e volti delle statue. &lt;br /&gt;Ma potrebbe essere anche qualcosa di più: abbiamo detto, presentando il contesto, che molte delle statue presentavano chiari i segni di bruciatura dovuta a un incendio e di una distruzione volontaria del complesso. Ciò presuppone che esso fosse stato ambientato in un contesto chiuso o semichiuso nel quale fosse presente abbondante legno: a livello di ipotesi, peraltro azzardata, mi pare che all’interno di quelli che vengono chiamati modelli di nuraghe esistano almeno tre pezzi che si differenzino sostanzialmente dagli altri: in primo luogo per dimensioni, sicuramente maggiori (sia del diametro della supposta torre, sia della supposta base del nuraghe); poi perché fra i pochi ad avere al centro del fusto un largo e profondo incavo rettangolare che potrebbe fungere da tenone. In altre parole se rovesciamo il pezzo e lo guardiamo sotto sopra questo si potrebbe trasformare da modello di nuraghe monotorre a fusto e capitello di una possibile colonna, o meglio di tre possibili colonne (fig. 15). Questa ipotesi può trovare un riscontro in una visita compiuta nell’area della necropoli dove, in due ammassi di pietre formatisi probabilmente per lo spietramento del campo coltivato a cereali, ho potuto riconosce almeno altri due possibili rocchi di ipotetiche colonne. &lt;br /&gt;Se questa ipotesi può cogliere nel vero si potrebbe ricostruire una struttura, in parte litica e in parte lignea, che poteva fungere da contenitore e da sfondo della storia narrata attraverso le statue, i betili e i modelli di nuraghe: se possiamo trarre dalla piccola bronzistica delle idee, si potrebbe immaginare una struttura simile a quella del bronzetto di Ittireddu (fig. 15): qui a un modellino di nuraghe complesso si affianca un edificio realizzato in forma di casa-capanna quadrangolare che presenta sul colmo del tetto almeno due statue acroteri ali in forma di volatili (un edificio sacro?). A prescindere dalla possibilità che si tratti di un edificio chiuso, del tipo Ittireddu per intenderci, la presenza di queste colonne potrebbe comunque far pensare a quella struttura coperta a questo punto necessaria per giustificare le tracce di combustione presenti sulle statue e dovute a un incendio. Ciò peraltro impone anche altre riflessioni sulla natura e sulla interpretazione da dare al contesto e sulla storia che potrebbe essere stata narrata con queste statue: infatti un edificio costruito al di sopra dell’area funeraria modifica in maniera determinante la natura stessa del luogo e l’interpretazione degli oggetti: in altre parole quello che può essere definito un complesso statuario che esalta un gruppo aristocratico e gentilizio attraverso la realizzazione di una serie di statue che rappresentano gli antenati protettori (similmente a quanto vediamo attestato in Etruria a Ceri, Cerveteri, Casale Marittimo, Vetulonia e, più tardi, nel palazzo di Murlo) può trasformarsi in qualcosa di diverso perché l’area può aver assunto una natura e una connotazione differente.&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTacSEapEtI/AAAAAAAABRM/-RRfFgx89Bo/s1600/Rendeli%2B15.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 309px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTacSEapEtI/AAAAAAAABRM/-RRfFgx89Bo/s400/Rendeli%2B15.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5563806223899890386" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;La presenza di un edificio, infatti, potrebbe aver trasformato l’area funeraria in un’area cultuale sovrapposta a tombe assumendo quindi una valenza sacra: l’interpretazione del contesto come quella degli antenati del gruppo gentilizio potrebbe assumere una connotazione più alta, dove alla semplice eroizzazione dei defunti potrebbe essersi sovrapposta la volontà di riconoscere in essi gli dei protettori almeno del gruppo aristocratico di pertinenza. Non mi stupirei, sia in virtù del successo delle iconografie presenti, sia del tipo di distruzione compiuto nel corso del IV a.C. (dai cartaginesi?), se quest’area potesse aver assunto, forse anche da una fase antica, significati più alti: ovvero, quello di rendere in forma monumentale la storia sarda, la rappresentazione del kosmos nuragico che si compie per mano di un gruppo gentilizio e aristocratico che vuole rappresentare la sua essenza, la sua natura e che per fare ciò emerge ed esce allo scoperto. &lt;br /&gt;La saga, che non riesco a ricostruire, appartiene a quelle storie di fondazione che percorrono il Mediterraneo nel corso dei millenni, una “storia delle origini mitiche e degli eventi posti in un passato assoluto” ricordati da Assmann nella sua memoria culturale e giustamente ricordati da Sirigu in un suo recente contributo su Monte Prama. Una storia che non appare dissimile da quelle che conosciamo per altre civiltà e per altre regioni del Mediterraneo e che inserisce a pieno titolo in questo contesto la Sardegna con le sue statue di guerrieri, con i suo betili e i suoi modelli di nuraghe, con i suoi edifici sacri. Su questo stesso piano si poneva il pionieristico contributo di G. Lilliu (1975-1977, pp. 142-144) al quale questo piccolo contributo è, immodestamente, dedicato.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Bibliografia&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;AKURGAL E., 1962. The Art of Hittites. London. &lt;br /&gt;Arte 2006. L’arte fenicia e l’arte etrusca. Arte. La grande storia dell’arte, 13. Firenze. &lt;br /&gt;AUBET M.E., 2001. The Phoenicians and the West. Politics, colonies and trade. Cambridge, 2nd edition. &lt;br /&gt;ASCALONE E., 2005. Mesopotamia. Assiri, sumeri e babilonesi. Milano. &lt;br /&gt;BAGELLA S., 2001. Megalitismo funerario nuragico: osservazioni sulle tombe di giganti con stele centinata. In G. SERRELI, D. VACCA (eds.), Aspetti del megalitismo preistorico. Dolianova, 118-124. &lt;br /&gt;BALMUTH M., 1996. Studies in Sardinia Archaeology II: Sardinia in the Mediterranean. Ann Arbor. &lt;br /&gt;BARTOLONI G., 2000. La tomba. In Principi etruschi tra Mediterraneo e Europa (catalogo della mostra, Bologna). Venezia, 165-171. &lt;br /&gt;BERNARDINI P., 1992. La Facies Orientalizzante in Sardegna: Problemi di individuazione e di metodologia. In R.H. TYKOT, T.K. ANDREWS (eds.), Sardinia in the Mediterranean: a Footprint in the Sea. Sheffield, 409. &lt;br /&gt;BERNARDINI P., TRONCHETTI C., 1990. L’effigie. In La civiltà nuragica, Milano (2a edizione), 211-222. &lt;br /&gt;BERNARDINI P., 1993. La Sardegna e i Fenici. Appunti sulla colonizzazione. Rivista di Studi Fenici, 21, 44 ss. &lt;br /&gt;BONFANTE L., 1986. The Etruscan connection. In M.S. BALMUTH (ed.), Studies in Sardinia Archaeology II: Sardinia in the Mediterranean. Ann Arbor, 73-83. &lt;br /&gt;COLONNA G., 2000. L’Orientalizzante in Etruria. In Principi etruschi tra Mediterraneo e Europa (catalogo della mostra, Bologna). Venezia, 55-66. &lt;br /&gt;COLONNA G., VON HASE F., 1986. Alle origini della statuaria etrusca: la tomba delle statue presso Ceri. Studi Etruschi, 52, 13-59. &lt;br /&gt;CONTU E., 1981. L’architettura nuragica. In Ichnussa. La Sardegna dalle origini all’età classica. Milano, 3-176. &lt;br /&gt;LILLIU G., 1956. Sculture della Sardegna nuragica. Cagliari. &lt;br /&gt;LILLIU G., 1975-1977. Dal betilo aniconico alla statuaria nuragica. Studi Sardi, 24, 73-144. &lt;br /&gt;LILLIU G., 1997. La grande statuaria nella Sardegna nuragica, Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei (Me-morie), 34. &lt;br /&gt;LO SCHIAVO F., 1981. Economia e società nell’età dei nuraghi. In Ichnussa. La Sardegna dalle origini all’età classica. 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L’Archeologia sarda negli anni ‘70: problemi di metodo. Il caso delle statue di Monte „e Prama. In Le perle e il filo. A Mario Torelli per i suoi settanta anni. Venosa, 261-274. &lt;br /&gt;RENDELI M., 2007. Gli Etruschi fra Oriente e Occidente. In A. BARBERO (ed.), Storia d’Europa e del Mediterraneo, vol. III. Grecia e Mediterraneo dall’VIII sec. a.C. all’Età delle guerre persiane, a cura di M. Giangiulio. Roma, 227-263. &lt;br /&gt;SASSATELLI G., 2000. Il palazzo. In Principi etruschi tra Mediterraneo ed Europa (catalogo della mostra, Bologna). Venezia, 143-153. &lt;br /&gt;SCIACCA F., 2005. Patere baccellate in bronzo, Oriente, Grecia, Italia in età Orientalizzante. Roma. XVII International Congress of Classical Archaeology, Roma 22-26 Sept. 2008 Session: Testo, immagine, comunicazione: immagine come linguaggio Bollettino di Archeologia on line I 2010/ Volume speciale D / D2 / 7 Reg. Tribunale Roma 05.08.2010 n. 330 ISSN 2039 - 0076 &lt;br /&gt;www.archeologia.beniculturali.it/pages/pubblicazioni.html 72 &lt;br /&gt;SERRA RIDGWAY F., 1986. Nuragic bronzes in the British Museum. In M.S. BALMUTH (ed.), Studies in Sardinia Archaeology II: Sardinia in the Mediterranean. Ann Arbor, 85-101. &lt;br /&gt;SISMONDO RIDGWAY B., 1986. Mediterranean comparanda for the statues from Monte Prama. In M.S. BALMUTH (ed.), Studies in Sardinia Archaeology II: Sardinia in the Mediterranean. Ann Arbor, 61-72. &lt;br /&gt;SIRIGU R., 2007. Le tombe degli eroi nella necropoli di Monti Prama. Archeologia in Sardegna, Darwin Quaderni 1, 40-45. &lt;br /&gt;STRØM I., 1997. Conclusioni. In G. BARTOLONI (ed.), Le necropoli arcaiche di Veio. Giornata di studio in memoria di Massimo Pallottino. Roma, 245-247. &lt;br /&gt;TRONCHETTI C., 1986. Nuragic statuary from Monte Prama. In M.S. BALMUTH (ed.), Studies in Sardinian Archaeology II: Sardinia in the Mediterranean. 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Tribunale Roma 05.08.2010 n. 330 ISSN 2039 - 0076&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-6986287123835756324?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/6986287123835756324/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/i-giganti-di-monte-prama-di-marco.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6986287123835756324'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/9114049080754118173/posts/default/6986287123835756324'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2012/01/i-giganti-di-monte-prama-di-marco.html' title='I Giganti di Monte Prama, di Marco Rendeli'/><author><name>Pierluigi Montalbano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00281002581296200973</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='25' src='http://2.bp.blogspot.com/-VavfdshDUxQ/Tb5zQIUpmcI/AAAAAAAAB7Q/IUKfdRkHo_M/s220/avatar.bmp'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TTQBi5SDuZI/AAAAAAAABP0/EBxdx0-W7zQ/s72-c/Rendeli%2B1.bmp' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-9114049080754118173.post-4053385286133506402</id><published>2012-01-03T09:33:00.001+01:00</published><updated>2012-01-03T09:33:51.673+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Archeologia'/><title type='text'>Architettura nuragica nel contesto mediterraneo.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TSrJY4ZTJzI/AAAAAAAABOc/M_NApa1EQbg/s1600/bighinzones%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 262px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TSrJY4ZTJzI/AAAAAAAABOc/M_NApa1EQbg/s400/bighinzones%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5560478119234840370" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;L’architettura nuragica nel contesto mediterraneo  &lt;br /&gt;di Giovanni Ugas&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul piano formale e funzionale, l’architettura delle residenze fortificate nuragiche è in pieno accordo con i coevi talajots delle Baleari, soprattutto quelli della vicina Nura (Minorca), e ancor più con le torri della Corsica meridionale. Nella penisola iberica diverse fortezze portoghesi come San Pedro e Zambujal con torri a pianta circolare e verosimilmente coperte a tholos sono riferite già alla cultura del vaso campaniforme, ma sono palesemente fuori dalla linea di sviluppo ben documentato, durante il Bronzo Medio e Recente, nelle Baleari, Corsica e Sardegna dai nuraghi, talaiots e torri che si sviluppano gradualmente in forme evolute. I protonuraghi, i più antichi talajots e torri hanno un’unica origine e potrebbero essere scambiati tra loro tanto sono simili. In ambito edilizio, la parentela con le Baleari si estende anche ai sepolcri cosiddetti a naveta che richiamano le tombe di giganti protosarde. Durante il Bronzo recente, sembra sminuire la relazione con Minorca, dove non risulta attestato il tholos ogivale, mentre in Corsica la parentela è ulteriormente rinforzata, benché le torri si presentino in forme più modeste rispetto ai nuraghi. Diverse torri corse evolute sono state restituite correttamente con tholoi ogivali.&lt;br /&gt;È palese che, tra il XVI e il XIII, Minorca e Corsica costituiscono con la Sardegna una sorta di koinè insulare delle torri, una prima Tyrrenìa di cui l’isola dei nuraghi appare l’epicentro politico ed economico. Se nella sua tecnica costruttiva il protonuraghe risente almeno in parte delle esperienze megalitiche occidentali, sul piano formale e funzionale prevalgono gli influssi del mondo egeo ed orientale. Infatti, se si esclude la citata area insulare, in tutto l’Occidente mediterraneo, durante il Bronzo risultano del tutto assenti analoghe residenze fortificate di capi in tecnica megalitica. Qualcosa di analogo riguarda le prime spade sarde a lama larga triangolare di Sant’Iroxi, simili sul piano formale a quelle iberiche di El Argar. Queste armi hanno un’origine occidentale perché derivate dai pugnali sardi e iberici a base semplice arrotondata e lama triangolare degli inizi del Bronzo antico (1900-1800 a.C.)&lt;br /&gt;Tenendo presenti alcune sostanziali differenze tra le fortificazioni sarde e quelle dell’Egeo e del Mediterraneo orientale in genere, dove le torri sono sistematicamente quadrangolari, esaminiamo le analogie che almeno in parte derivano da esperienze comuni, pur nell’ambito di culture con proprie specificità.&lt;br /&gt;È stata già riscontrata l’affinità tra le volte a luce ogivale dei corridoi di alcune cinte murarie megalitiche sarde (corridoio cab della cinta esterna di Su Mulinu-Villanovafranca; gallerie del bastione trilobato di Santu Antine di Torralba), e quelle di simile disegno micenee (galleria nello Steintor di Tirinto) e ittite (gallerie di Hattushas). Sul piano cronologico, l’esempio più antico, databile a fine XV-prima metà XIV, è quello di Su Mulinu, con volta gradonata ad ogiva tronca (piattabandata); a fine XIV-prima metà XIII va ascritto il corridoio ogivale a tessitura poligonale di Hattushas molto simile a quello di Santu Antine, che è riconducibile al pieno XIII, considerando l’impiego sul paramento esterno di conci ben squadrati che anticipano di poco quelli in tecnica isodoma. Verso la fine del XIII a.C. va collocata, infine, la galleria di Tirinto, considerando le pareti verticali alla base e l’ogiva che tende al triangolo, come nel taglio delle porte del Tesoro di Atreo e della Porta dei Leoni di Micene, ma anche in anditi e nicchie del Bronzo recente II sardo (Su Mulinu, Torre F). &lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TSrJkZOcYHI/AAAAAAAABOk/sww0I2IhJ_E/s1600/genna%2Bmaria%2B2.bmp"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 323px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_g2l9aqmE89Q/TSrJkZOcYHI/AAAAAAAABOk/sww0I2IhJ_E/s400/genna%2Bmaria%2B2.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5560478317026238578" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;In questo caso, l’architettura sarda sembra anticipare quella egea e quella anatolica e può averle influenzate. &lt;br /&gt;Ulteriori affinità si colgono nelle porte con anditi a transetto delle fortezze. Anche qui si osserva il taglio ogivale nelle fortificazioni del XIII a.C. della Grecia (Porta dei leoni a Micene; Tirinto) e in Anatolia (Porta del Re, Porta dei Leoni, di Hattusha). Per l’Anatolia vanno richiamate le lunghe postierle di Yerkapu, di Alaka Huyuk e di Buyakkale. Le porte ittite sono precedute da archi ogivali bilitici di grande effetto. Anditi a taglio ogivale con guardiole laterali affrontate sono diffusi in Sardegna negli ingressi delle cinte esterne (esempi: Su Nuraxi, Bronzo tardo I; Su Mulinu, Bronzo tardo II), ma la luce della porta è piuttosto stretta e rettangolare. Esempi di ingressi con andito di taglio ogivale e con due guardiole disposte a transetto nel bastione di su Nuraxi a Barumini e nella cinta esterna di Su Mulinu a Villanovafranca. Eccezionalmente, nell’ingresso al bastione trilobato di Genna Maria a Villanovaforru si osserva un doppio transetto con quattro guardiole, ottenuto grazie anche al rifascio della cortina in cui esso si apre. Talora, il taglio ogivale è proposto anche nell’andito della camera nella torre centrale e sull’ingresso della cinta esterna (Nuraghe Arrubiu).&lt;br /&gt;Questi dati evidenziano ampiamente scambi di esperienze tra l’architettura difensiva sarda e quella egea, almeno a partire dalla fine del XIV a.C., e inducono a pensare che anche maestranze e manovalanze sarde abbiano avuto un ruolo nell’edificazione delle fortificazioni achee, tenendo presente che per costruire le mura megalitiche di Micene (mito di Perseo) e di altre città come Tirinto e Midea, si ricorreva a maestranze straniere, e che ad Atene il muro Pelasgico è attribuito a Tirreni e a Siculi, popolazioni occidentali strettamente in rapporto con i Sardi. Perseo fa venire i Ciclopi per costruire le mura di Micene, dopo il suo scontro con Medusa, regina di Sardegna , Corsica e Tirrenia, figlia di Forcide dio del mare. Nel contempo è possibile che l’architettura sarda abbia subito, a sua volta, influssi dall’edilizia monumentale egea. Valutando la situazione nel complesso, l’ipotesi più plausibile è che siano avvenuti scambi di esperienze reciproche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nelle foto di Sara Montalbano il Bighinzones e l'interno del Genna Maria.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/9114049080754118173-4053385286133506402?l=pierluigimontalbano.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pierluigimontalbano.blogspot.com/feeds/4053385286133506402/comments/default' title='Commenti sul post'/><
