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martedì 9 novembre 2021

Archeologia. La produzione e il commercio dell'olio nella Sardegna di epoca romana. Articolo di Attilio Mastino

Archeologia. La produzione e il commercio dell'olio nella Sardegna di epoca romana.

Articolo di Attilio Mastino


                              

L'economia della Sardegna in età romana.

Dopo la conquista romana, la situazione relativa alla produzione, al commercio ed al consumo dell'olio non dové modificarsi di molto, almeno per l'età tardo-repubblicana, anche perché i Romani preferirono mantenere gli orientamenti adottati dalla colonizzazione cartaginese ed inizialmente limitarono l'introduzione di alberi da frutto. Sulle terre dichiarate ager publicus populi Romani e lasciate in precario possesso ai vecchi proprietari si preferì mantenere la produzione di grano, anziché impiantare colture specializzate di olivo e vite. L'agricoltura sarda era finalizzata a partire dall'età cartaginese ad assicurare l'approvvigionamento granario degli eserciti impegnati nei diversi teatri di operazioni; per l'età romana, questa caratteristica fu mantenuta e il «sottosviluppo» dell'economia della Sardegna si andò caratterizzando con la progressiva estensione sul territorio della monocoltura cerealicola, che richiedeva l'impiego di mano d'opera servile. Nascevano delicati problemi giuridici sulla proprietà della terra, che coinvolgevano le popolazioni rurali, con violenze, occupazioni illegali di terre pubbliche, contrasti tra contadini e pastori, immediate esigenze di ripristinare l'ordine con interventi repressivi. Il protezionismo italico limitava enormemente la produzione di olio e di vino nell'Isola; lo stesso Cicerone richiama l'ostilità dei Romani (iustissimi homines) nei confronti della produzione di olio e di olivo nelle province, e ciò già dalla metà del II secolo a.C. L'estensione dei campi abbandonati alla fine del I secolo a.C. raggiungeva in Sardegna secondo Varrone una dimensione notevole in alcune località (forse vicine ad Olbia), anche a causa del brigantaggio. Strabone sostiene che le razzie dei popoli montani (gli

Iolei-Diaghesbei) costituivano, assieme con la malaria, un grave inconveniente che riduceva i vantaggi dei suoli. Altri oneri che limitavano gli investimenti agricoli erano rappresentati dal pagamento di una decima sui prodotti e di vari vectigalia. La situazione dové comunque col tempo modificarsi soprattutto grazie all'attività dei colonizzatori romano-italici ed in conseguenza dell'ampliamento della conquista: fu allora promossa su vasta scala la piantagione di alberi da frutto; si diffusero l'olivicoltura, la viticoltura, la produzione di agrumi. In alcune aree come nella Romania, nel retroterra della colonia di Turris Libisonis, con l'arrivo dei colonizzatori italici, il territorio fu suddiviso in diverse centinaia di piccole parcelle, assegnate in proprietà agli immigrati, interessati all'estensione delle colture specializzate. Proprio grazie all'attività degli immigrati, durante l'età imperiale l'economia sarda appare più florida, in seguito allo sviluppo del colonato ed allo sfruttamento intensivo delle campagne; si andò affermando un'aristocrazia terriera molto ristretta e gelosa dei propri privilegi, che si organizzò attorno a ville rustiche, per quanto prevalessero nell'isola le forme di occupazione del territorio rurale già sperimentate ampiamente nel periodo pre-romano: l'aggregato abitato di piccola e piccolissima entità. Ma le caratteristiche del suolo e del clima, l'assenza di piogge abbondanti, la stagionalità legata all'infierire della malaria, che scoraggiava le immigrazioni soprattutto estive, l'ampiezza delle terre incolte (subseciva), la presenza di terreni silvestri e palustri, le enormi dimensioni assunte dal latifondo, lo sviluppo delle proprietà imperiali gestite da conclucrores, alimentarono un'economia schiavistica, che causò gravi conflitti sociali. Costantino, con l'intento di ridurre l'estensione degli agri rudes e ridare sicurezza alle campagne, decise il trasferimento delle terre di proprietà imperiale dalla conduzione diretta ad una gestione in enfiteusi; ma i vantaggi ottenuti non dovettero essere eccezionali.

Le fonti letterarie.

Alla scarsità di oliveti in Sardegna e più precisamente nel territorio di Neapolis nell'Oristanese può forse alludere un passo dell'Opus Agriculturae di Palladio, un celebre scrittore di agronomia vissuto tra Gallia e Sardegna nei primi decenni del V secolo; secondo gli ultimi studi di Raimondo Zucca, Palladio doveva possedere vasti appezzamenti di terreno nelle campagne di Neapolis36, Nella sua opera di agronomia, partendo dall'esperienza sarda, Palladio formulava precise istruzioni per quei proprietari, i cui terreni si trovavano in una provincia (forse appunto la Sardegna), che aveva scarsità di oliveti. e che dunque non possedeva olivi in numero sufficiente da cui trarre polloni. Palladio consigliava perciò di realizzare un vivaio, un seminarium, secondo i precetti di Columella: si provincia indiget olivetis et non est unde planta surnatur, seminarium faciendum est. Un vivaio era un riquadro di terreno, dove i rami incisi con la sega erano deposti con un intervallo di un piede e mezzo (45 cm,) l'uno dall'altro. E Palladio precisava che dopo cinque anni si sarebbe ottenuta una pianta robusta (valida planta) da trasferire nel mese di febbraio. L'altro procedimento, quello più comune, consisteva nel sistemare le radici recise dagli olivi, che per lo più si potevano trovare nei boschi o in località deserte, ad un cubito di distanza l'una dall'altra in un vivaio o, a piacere, in un oliveto, aggiungendovi del letame animale: dalle radici di un unico albero, sarebbero nate cosi più piante. Questo passo, in parte oscuro ma prezioso, è stato giustamente connesso con la presenza di terre coltivate da Palladio in territorio neapolitano e con le difficoltà che si dovevano incontrare in una provincia, come la Sardegna, nella quale il numero degli olivi doveva essere alquanto ridotto, proprio a causa del protezionismo dell'età punica e romana. Prima di passare in rassegna un campione, per il momento parziale e limitato, della documentazione relativa alla produzione ed al commercio di olio nella Sardegna antica, va osservato che le ricerche archeologiche di base sono state spesso condotte senza una adeguata conoscenza della complessa problematica relativa all'argomento. Occorrerà partire dalle fonti letterarie, che ci hanno conservato i sistemi per la piantagione degli olivi in età romana ed in particolare la posizione e la distanza delle piante, secondo indicazioni che risalgono al punico Magone ed alla Cartagine del V secolo a.C. e che sono riprese nel De agricultura di Catone, scritto attorno al 160 a.C., nel De re rustica di Columella (I secolo d.C.) e nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (che parla di un intervallo tra le piante fissata da Magone per il Nord America da un massimo di 75 ad un minimo di 45 piedi in terreni magri, secchi e ventilati, intervallo ridotto da Catone per gli oliveti italici tra 30 e 25 piedi). Le indagini archeologiche hanno accertato che nel Nord America si preferiva una distanza tra le piante di 9 metri, con un totale di 144 piante per ettaro. Dobbiamo pensare che per l'epoca della messa a dimora degli olivi, per la scelta del terreno e dell'esposizione, per la delimitazione dell'olivetum (o oletum), ma anche per gli altri lavori, dalla concimazione all'innesto ed alla potatura, dalla raccolta delle olive alla produzione dell'olio e fino alla vendita del prodotto, si seguissero le dettagliatissime istruzioni fornite già nel II secolo a.C. nel De Agricultura di Catone, che dedica particolare attenzione alla distinzione delle diverse varietà, l'olea Conditiva, Radius· maior, Sallentina, Regia, Orcita, Posia, Sergiana, Colminiana, Albiceris e, per i campi più freddi e più magri, la resistente Liciniana. Secondo Catone un buon investimento agricolo poteva fondarsi sull'olivicoltura (elencata al quarto posto dopo il vigneto, l'orto irriguo ed il saliceto), anche se valeva la pena impiantare gli olivi solo in. grandi piantagioni contigue, come appunto le conosciamo nel Nord Africa: qui gli scrittori arabi raccontano che nel momento della conquista musulmana un'unica coltivazione di olivi si estendeva senza interruzione tra Tripoli e Tangeri. Già il Pais aveva osservato che l'assenza di informazioni letterarie specifiche sulla coltura degli olivi in Sardegna non può portare di per sé ad escludere la presenza di oliveti, dal momento che viceversa «in molte parti dell'Isola abbondano robusti olivastri, che potrebbero essere pianta indigena». A parte i toponimi Ogliastra ed Oliena ed altri toponimi analoghi, che risalgono con tutta probabilità ad età romana«, Raimondo Zucca ha giustamente richiamato le indagini, effettuate all'inizio del secolo dall'agronomo E. Benetti nel territorio dell'antica città di Neapolis, che segnalando la disposizione regolare di un nutrito gruppo di oleastri inframmezzati ad olivastri in una collina terrazzata nel territorio di S. Antonio di Santadi, a breve distanza dalla laguna di Marceddì, ha pensato ad una «degenerazione degli olivi romani, con drupe forse del tipo Pasca : più precisamente si può ipotizzare che senza le cure colturali e soprattutto in mancanza del periodico spollonamento, il gentile, innestato su un piede selvatico, si sia potuto poco a poco devitalizzare e uno o più polloni del ceppo selvatico della pianta abbia potuto prendere il sopravvento; in tal modo gli olivi sono tornati ad essere degli olivastri. Quest'attestazione, che ci potrebbe portare nuovamente all'antico territorio di Neapolis, dove come si è detto l'agronomo Palladio possedeva delle terre (ma più a Nord, verso Santa Giusta, credo in regione Paddari), è stata utilizzata da R. Zucca per confermare la «limitata incidenza di tale coltura specializzata, il cui areale parrebbe ristretto nel tempo e nello spazio,., come dimostrerebbe l'importazione su larga scala dell'olio africano ed iberico destinato per l'illuminazione o per l'igiene personale, ma soprattutto per l'alimentazione. C'è stato viceversa chi, come Giampiero Pianu, constatando una ipotetica «scarsità di importazioni olearie in età imperiale», ha sostenuto un'ampia diffusione in Sardegna della pratica dell'olivicultura, anche sulla base del ritrovamento di fondi di torchi. Una tale interpretazione contrasta con la posizione tradizionale, già sostenuta dal Rostotvzeff (per il quale non esistevano oliveti e vigneti in Sardegna fino al tardo periodo imperiale) e con gli studi più recenti, ad iniziare da quelli di Françoise Villedieu, per la quale si può forse parlare nella Sardegna settentrionale ed in particolare a Turris Libisonis di un'esclusione totale di produzione locale di olio, dato che per alcune derrate alimentari di base (compreso l'olio e le olive) si dové fare ricorso ad altre regioni dell'impero. Del resto, per quanto siano improponibili paragoni diretti, «non si può fare a meno di notare che alcune coltivazioni come quelle dell'olivo erano praticamente assenti nel Nord Sardegna fino a due secoli fa». Appare preferibile oggi assumere su questo problema una posizione intermedia: come si avrà modo di osservare più oltre, solo di recente l'indagine archeologica ha consentito di definire le dimensioni, veramente consistenti, delle importazioni di anfore olearie in Sardegna; del resto appare al momento impossibile escludere l'esistenza di ampie aree destinate all'olivicoltura nell'isola, anche perché le indagini paleo-botaniche fin qui effettuate sono rarissime; si è comunque osservato che conosciamo olivi (non oleastri) ancora vitali come quello di Alghero che risalgono ad oltre duemila anni fa. Può comunque affermarsi fin d'ora che non esistono prove, né letterarie né archeologiche, per sostenere l'esportazione dell'olio prodotto in Sardegna. L'olio e le olive non compaiono tra le merci che pagano la tassa doganale del 6% all'ingresso del territorio di Karales, come risulta dalla nota tariffa di Donori (frammentaria) datata alla fine del VI secolo, durante il regno dell'imperatore Maurizio: le merci citate (introdotte prevalentemente dalla campagna sarda) sono il grano, le palme, il bestiame, la carne, i buoi, i legumi, il vino, gli uccelli, ecc. Per quanto poco possa valere, si osservi che è noto l'uso di utilizzare foglie di olivo come motivo decorativo su alcuni mosaici di età imperiale di Tharros e di Turris Libisonis. L'immagine dell'olivo ricorre ripetutamente sulle monete romane di età repubblicana e di età imperiale rinvenute in Sardegna.

Fonte: In: Atzori, Mario; Vodret, Antonio Olio sacro e profano: tradizioni olearie in Sardegna e Corsica, Sassari, EDES Editrice Democratica Sarda. p. 60-76



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