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mercoledì 4 luglio 2018

Archeologia. Bitia, l'antica Chia, nella costa sud della Sardegna Articolo di Piero Bartoloni


Archeologia. Bitia, l'antica Chia, nella costa sud della Sardegna
Articolo di Piero Bartoloni

Nel settore nord-orientale del territorio sul quale sorge Bitia, la linea costiera, coincidente con la Punta ‘e su Senzu e con l’attuale isolotto di Su Cardolinu, è molto aspra e scoscesa, poiché dominata da una catena di colline parallele al mare. Poco più a sud-ovest si apre la valle di Chia che si affaccia sul mare con un’ampiezza di circa 1000 metri, interrotta solo per un breve tratto dall’altura ove attualmente sorge la torre spagnola e che verosimilmente accolse il primo fondaco fenicio. Si tratta di una pianura abbastanza recente e di origine palesemente alluvionale, con una estensione di poco più di 200 ettari. Questa pianura in origine costituiva evidentemente un golfo e ancora attualmente è occupata per circa un terzo della sua estensione dallo stagno di Chia e da zone paludose contermini. Questi terreni palustri anticamente avevano certamente una estensione maggiore che, in età fenicia, era probabilmente superiore alla metà dell’intera superficie pianeggiante. Anteriormente rispetto all’epoca fenicia, probabilmente fino alla fine dell’età neolitica, dove oggi è la valle doveva esistere un golfo con un’isola in posizione centrale (fig. 106). Questa era costituita dall’attuale altura della
torre, in seguito captata dai tomboli formati dalle deiezioni del Riu Chia e delle altre fiumare torrentizie che si gettano in questo settore. Agli occhi dei primi naviganti fenici che giunsero
lungo questa costa, l’enclave che in seguito comprese l’impianto urbano si presentò probabilmente come una piana parzialmente occupata da una laguna e interamente circondata da rilievi. 

L’aspetto generale dell’insediamento presentava dunque quei requisiti che risultano pressoché costanti e indispensabili per uno stanziamento commerciale fenicio anche temporaneo: un rilievo isolato e aggettante sul mare, collegato alla terraferma da un percorso facilmente controllabile e difendibile e un fiume almeno in parte navigabile che, oltre al ricovero dei natanti, seguendo il suo corso consentiva di penetrare nel cuore del territorio. L’impianto urbano di Bitia deve aver subito sensibili modificazioni e parziali ampliamenti nel corso dei secoli, senza dubbio in relazione al progressivo mutamento delle condizioni ambientali ed ai repentini accadimenti politici intervenuti con la conquista anche cruenta della Sardegna e quindi della stessa città da parte di Cartagine.
Dunque, il primo insediamento, il cui antico nome era Bytn, vocalizzato in Bitan, come suggerito dalla ben nota iscrizione della fine del II secolo d.C. rinvenuta nel tempio cosiddetto di Bes, dovette sorgere sull’altura della torre. Tuttavia, almeno per il momento non sussistono tracce di strutture di età arcaica, all’infuori di un lembo di muro che emerge sul crinale lungo il versante settentrionale dell’altura e alla cui base vi sono vistose tracce di “ricerche” più o meno clandestine. Sulla sommità dell’altura, come detto, non è conservata traccia di alcuna costruzione antica, al di fuori della torre di età spagnola. Ricerche attuali, condotte nel versante meridionale dell’altura hanno posto in luce strati riferibili ai momenti più antichi della storia dell’insediamento. 

Al rilievo della torre si accedeva attraverso un ampio istmo oggi segnato da una strada campestre edificata in epoca attuale su un argine artificiale di bonifica. L’istmo era delimitato a ovest dallo stagno di Chia e a est da un ulteriore lago costiero, attualmente evidenziato da un’ampia zona palustre situata tra l’altura stessa e la foce del fiume. Su un piccolo dosso in prossimità dell’istmo era ubicato l’edificio templare cosiddetto del dio Bes, che oggi è ricoperto e ricade all’interno di un terreno privato. Nell’area e all’interno del tempio furono rinvenute alcune sepolture di età fenicia, una stipe di età ellenistica, un’importante iscrizione e una statua monumentale del dio Bes (fig. 107), identificato probabilmente con il
dio fenicio Eshmun, a cui il tempio era probabilmente dedicato. Mentre la statua è relativa alla tarda età romana repubblicana, l’iscrizione è di carattere commemorativo e riguarda evidentemente i restauri effettuati nel tempio stesso, forse nel quadro degli interventi effettuati dall’imperatore Caracalla in numerosi edifici sacri della Sardegna, tra i quali ad esempio il santuario di Antas o il tempio di Cuccureddus di Villasimius.

La cronologia del primo abitato fenicio in ogni caso risale almeno all’ultimo quarto dell’VIII secolo a.C., come è testimoniato tra l’altro da un frammento di anfora etrusca a doppia spirale recuperato fortuitamente nel versante sud-occidentale dell’altura. Alcune strutture murarie sono visibili lungo il lato settentrionale dell’altura, presso il sentiero che si inerpica verso la torre. In particolare, si tratta di un muro forse di terrazzamento costruito con grandi blocchi in arenaria, probabilmente relativo alle fortificazioni che Cartagine dovette costruire anche a Bitia, in concomitanza con quelle che edificò in numerosi centri della Sardegna nella prima parte del IV secolo a.C. Del resto, questa cronologia è indirettamente confermata sia dal materiale edilizio utilizzato per questa muratura che dalla presenza delle tombe puniche riferibili a quel periodo. Per quanto riguarda le strutture riferibili all’età fenicia o a quella punica, null’altro sussiste sulla sommità dell’altura della torre. Probabilmente, proprio la necessità di costruire la torre spagnola ha certamente provocato la demolizione di ogni struttura preesistente, con il reimpiego di una parte dei materiali nella struttura e lo scarico a mare di quelli restanti e inutilizzati. In ogni caso, probabilmente l’insediamento fenicio doveva presentarsi come un agglomerato di piccoli edifici addossati gli uni agli altri, come era comune per questo tipo di abitati. I lembi di edifici che si possono ancora oggi vedere alla radice dell’altura, lungo il versante nord-orientale, sono invece di età romana imperiale ed appartengono verosimilmente al III e al IV secolo d.C. A nord-est dell’altura attualmente occupata dalla torre, i rilievi culminano verso la costa con il già citato promontorio denominato Punta ‘e su Senzu, sul quale sono ancora ben visibili i resti di una torre nuragica. In questo settore la linea costiera è formata da alte dune consolidate e depositate su una base di rocce schistose. L’azione del vento e del mare e l’apertura di alcune cave in età tardo-punica e romana ha provocato la parziale erosione o la scomparsa delle dune, che dunque, nel caso siano molto esposte, risultano precipiti e assai frastagliate. 

A sud-ovest della suddetta punta si allunga nel mare l’isolotto di Su Cardolinu (il fungo), oggi collegato alla terraferma tramite una lingua di sabbia stagionale, ma che in epoca fenicia costituiva probabilmente un piccolo promontorio diviso dalla linea di costa tramite una bassa sella formata da una duna consolidata. Attualmente il promontorio è divenuto un isolotto poiché risulta completamente separato dalla costa tramite un’ampia depressione sabbiosa, talvolta obliterata dal mare. Questa depressione è stata causata probabilmente da una cava di arenaria attiva in età tardo-punica e romana. L’isola di Su Cardolinu rappresenta l’estremo lembo nord-orientale dell’insediamento fenicio e ha ospitato in età arcaica il tofet della città, mentre in epoca successiva, ben dopo la conquista cartaginese della Sardegna, e, probabilmente non anteriormente alla prima metà del IV secolo a.C., vi fu eretto un santuario nel quale era evidentemente procrastinato il ricordo del precedente luogo sacro. Il temenos coincideva con l’area stessa dell’isolotto; un muro in blocchi di arenaria, che costituiva probabilmente il peribolos dell’area al cui interno sorgeva il santuario di età punica, appare eretto sulle pendici nord-occidentali dell’isolotto e separa il santuario dal succitato istmo sabbioso. Un varco si apre circa a metà della struttura, probabilmente l’antico ingresso al santuario. Il tofet non ha reso strutture di età arcaica all’infuori di una ampia e rozza platea, sistemata in modo approssimativo con schegge di roccia schistosa. Attorno a questa sorta di podio e sempre relative a questo periodo, erano numerose urne al tornio e di impasto. Quelle al tornio, in numero assai ridotto sia nel tofet che nella necropoli, sono del tipo consueto per le cooking-pots del periodo, con orlo obliquo a mandorla e con una sola ansa. 
Quelle di impasto, invece, più numerose, pur arieggiando la forma delle precedenti, sono generalmente dotate di un duplice falso versatoio opposto all’ansa. Si tratta di recipienti da fuoco utilizzati in questo caso come contenitori di ossa, come è accaduto in tutti i santuari simili. La loro forma, sia pure in dimensioni minori, è ricordata da alcuni esemplari fuori contesto provenienti dalla necropoli. Le urne, alcune delle quali semplicemente ricoperte di terriccio, erano sistemate nelle ampie crepe della roccia schistosa che compone l’isolotto. Altre erano conservate in una piccola cista litica. La copertura delle urne era garantita da piatti di tipo arcaico, ombelicati con piede umbonato, utilizzati in funzione di coperchi. Dall’indagine sono emersi pochi altri oggetti, tra i quali sono notevoli due piccole brocche piriformi, che contribuiscono a datare il complesso nel periodo compreso tra l’ultimo quarto del VII e la seconda metà del VI secolo a.C. Al pari del muro del temenos, due basamenti di diversa ampiezza, sono relativi al successivo periodo punico e come detto, a giudicare dall’arenaria utilizzata come materiale edilizio, plausibilmente non sono anteriori al IV secolo a.C. Su questi basamenti probabilmente dovevano essere erette due edicole sacre, simili come aspetto e dimensioni a quella rinvenuta a Nora, presso il santuario di Eshmun-Esculapio di Sa Punta ’e su Coloru. Sulla sommità dell’isolotto, circa a quota 14 s.l.m., come accennato, vi è una sorta di ampia spianata di età arcaica, denominata Edificio C, rozzamente sistemata con zeppe di pietra, attorno alla quale erano collocate le urne citate più sopra. Per quanto riguarda la situazione antropica precedente all’arrivo e all’insediamento delle popolazioni vicino orientali, oltre al nuraghe della Punta ‘e su Senzu, tutta la piana che faceva corona allo stagno era dominata da altre torri nuragiche, talvolta anche complesse. L’accesso alla valle, in prossimità del bivio dell’antica strada da Nora per Tegulae era controllato dal nuraghe complesso Su Para ‘e Perda, mentre la parte ovest della piana era coperta dal nuraghe Spartivento, collocato sulla tanca (collina) omonima. 

Il settore settentrionale era controllato da un’altra torre, denominata Baccu Idda e posta in località Giuanne Battista. Inoltre è possibile, ma ormai non è più verificabile, che un’altro nuraghe sorgesse ove oggi è eretta la torre di guardia di età spagnola. La pianura di Bitia è delimitata a sud-ovest da una strettoia provocata verso sud dalla collina costiera nota con il nome di Monte Cogoni, che taglia anche la linea di costa, e verso nord dalle pendici del Monte Settiballas. Sul primo rilievo sorge un recinto quadrilatero che si è voluto identificare come una fortificazione punica, ma che probabilmente è da riferire a un momento anteriore, collocabile probabilmente in epoca prenuragica. Alle falde del Monte Settiballas invece, nella località  denominata sintomaticamente Sa Bidda Beccia, letteralmente ‘l’abitato vecchio’, esistevano fino a pochi anni or sono consistenti tracce di strutture da riportare ad un abitato rurale forse di età romana imperiale. In questa stessa località tra l’altro era stato individuato un manufatto classificato come edificio, ma che in realtà era un forno figulino di probabile età romana imperiale. Fino al 1965 la fornace era praticamente intatta, mentre già nell’anno successivo il tracciamento della pista in terra battuta che conduceva verso la zona di Malfatano aveva fatto sparire i due bracci dell’ingresso e il praefurnium; attualmente il forno risulta completamente distrutto dal successivo impianto della massicciata stradale asfaltata. Risultano invece inesistenti alcuni nuraghi indicati da Gennaro Pesce nella pianta di Chia da lui fornita nel rapporto di scavo: in particolare non esiste, poiché invece si tratta di un pinnacolo roccioso naturale, la torre anonima e i due nuraghi sottostanti indicati rispettivamente alle quote 176 e 179. Altrettanto inesistente è il nuraghe apparentemente anonimo indicato con la quota 76, poiché in questo caso si tratta dei resti di una villa rustica di età romana imperiale; infine, nella stessa documentazione planimetrica del Pesce non risulta indicato il nuraghe che era ubicato sulla Punta ’e su Senzu. Come accennato più sopra, il monumento più significativo della città è senza dubbio il tempio cosiddetto di Bes. Fu esplorato dal Taramelli, che mise in luce gran parte delle strutture assieme alla statua del dio e a una iscrizione neopunica, relativa ai restauri del tempio effettuati probabilmente sotto l’impero di Caracalla. Successivamente, a opera di Gennaro Pesce, fu messa in luce tutta la zona del tempio, ivi compresa l’area della necropoli fenicia adiacente, nonché la ben nota stipe votiva di età ellenistica relativa al tempio stesso. Il tempio sorgeva su un dosso in prossimità del margine occidentale della sottile lingua di terra che univa l’altura della torre alla costa e che era stata resa più ampia grazie all’arretramento dello stagno avvenuto in seguito alla deviazione del fiume.
L’antico insediamento fenicio è conosciuto soprattutto grazie ai rinvenimenti effettuati nell’area della necropoli. Le sepolture di età fenicia, databili tra la fine del VII e l’ultimo quarto del VI secolo a.C., sono localizzate nella fascia sabbiosa litoranea a ovest del promontorio di Torre di Chia, a sua volta sede dell’abitato di età arcaica. La scoperta dell’area cimiteriale si deve a una violenta mareggiata avvenuta nel 1926 e seguita dall’intervento di Antonio Taramelli, allora Direttore della Soprintendenza alle Antichità. Questo intervento di scavo portò all’individuazione di un lembo della necropoli arcaica a incinerazione e di parte dell’abitato di età romana. Gli scavi, come accennato, proseguirono nei primi anni ’50 grazie a Gennaro Pesce. L’esplorazione sistematica dell’area della necropoli è stata avviata dal 1976. La tipologia delle sepolture attesta la predominanza del rito dell’incinerazione, sia in fossa direttamente scavata nel terreno che in cista litica (figg. 108-109); in percentuali nettamente inferiori è documentata anche la pratica dell’inumazione. I ricchi corredi, caratterizzati dalla presenza di brocche con orlo espanso e bilobate (fig. 110), piatti, oil-bottles, olle stamnoidi e globulari (fig. 111) nonché numerose importazioni prevalentemente etrusche, riflettono gli orizzonti commerciali dell’antico centro, con le numerose forme ceramiche importate attraverso gli scambi commerciali transmarini intrattenuti con le maggiori regioni del Mediterraneo centro-occidentale e, nello specifico, verso le coste nord-africane. Nell’età punica si diffonde in maniera quasi esclusiva la tomba “a cassone” realizzata con grosse pietre disposte lungo il margine delle fosse. In conclusione, si ricava l’impressione che Bitia sia un abitato esiguo e privo di una qualche consistenza piuttosto che un agglomerato urbano degno di questo nome. È chiaro che l’insediamento, nato in condizioni ottimali per l’epoca nella quale è stato fondato, con il proseguire del tempo è stato proprio condizionato da questa situazione, che ne ha impedito l’ampio sviluppo. In definitiva, sembra trattarsi di un centro urbano di modeste dimensioni e di un punto di riferimento per ulteriori piccoli agglomerati sparsi nel territorio, che facevano capo a quello maggiore, posto attorno all’altura della torre. Del resto, la stessa natura del luogo, con una valle non certo ampia e occupata in gran parte da una laguna, non deve aver consentito la nascita di un insediamento cospicuo. La situazione si è ripetuta probabilmente anche in età romana, poiché, oltre alla necropoli, non sussistono abbondanti resti monumentali relativi a quel periodo, se non quelli addossati al versante nord-occidentale dell’altura della torre.

Fonte: https://www.academia.edu/36934582/Bitia_LA_SARDEGNA_FENICIA_E_PUNICA_Corpora_delle_antichit%C3%A0_della_Sardegna_Storia_e_materiali_REGIONE_AUT%C3%92NOMA_DE_SARDIGNA_REGIONE_AUTONOMA_DELLA_SARDEGNA

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