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giovedì 28 giugno 2018

Archeologia. Per una nuova interpretazione del sito prenuragico di Monte Baranta a Olmedo (SS). Riflessioni di Gustavo Bernardino


Archeologia. Per una nuova interpretazione del sito prenuragico di Monte Baranta a Olmedo (SS).
Riflessioni di Gustavo Bernardino

Sulla natura funzionale del sito archeologico di Monte Baranta esistono contrapposte interpretazioni, come nel caso, forse più eclatante di un articolo del 20/06/2006 (Apparso sulla rivista Maymone) in cui gli autori Sandro Angei, Gigi Sanna e Stefano Sanna,  contestano i risultati di uno studio realizzato da Alberto Moravetti. Mentre quest’ultimo privilegia l'aspetto difensivo/militare del complesso megalitico, i tre autori, appassionati di storia sarda, prediligono quello religioso/astronomico. Con questo lavoro s’intende proporre una terza ipotesi che risulta essere la somma delle altre due e consente una lettura più completa del complesso.  
Partendo dall’analisi del nome, che ancora oggi appare misterioso, ci troviamo di fronte alla esigenza di capirne il significato,  da chi per primo e perché è stato usato?
La soluzione potrebbe apparire semplice, infatti BARANTA in lingua sarda significa quaranta ma perché chiamare un monte con un numero? Sembrerebbe bizzarro, eppure è proprio così ma dietro al numero c'è un
altro significato ben più importante.  
Andando a cercare nei testi giusti, si può venire a capo dei tanti misteri che ancora circondano i nostri monumenti più belli, maestosi e caratteristici di un periodo della nostra storia affascinante: l'epoca Nuragica.
Molte volte gli accadimenti della vita, nascono da circostanze fortuite che non si possono attribuire che alla casualità. In questo caso, la casualità è stata la partecipazione ad un seminario.
Qualche mese fa, Pierluigi Montalbano fondatore dell’Associazione culturale Honebu, ha organizzato un seminario in occasione del quale il prof. Andrea Deplano ha illustrato il risultato di un suo lavoro riguardante il “Canto a tenore” materia nella quale, grazie ai suoi studi, è diventato un’autorità assoluta. Il prof. Deplano è riuscito a tradurre (con l'aiuto del glottologo Salvatore Dedola) la parte di un canto di Dorgali, che dopo la traduzione risulta essere un inno ad una divinità.

La cosa fondamentale per capire il senso di questa narrazione è che la lingua utilizzata per la traduzione è il sumerico/accadico. Dunque esiste la possibilità di dimostrare la presenza di popolazioni mesopotamiche nella nostra terra anche grazie all'utilizzo della loro lingua e quindi non resta che individuare altre prove per certificare la validità della tesi.
La curiosità, dopo aver appreso questa notizia, è stata tale da indurre a cercare nuovi indizi per stabilire ulteriori collegamenti con “La mezzaluna fertile”.
30 40 100 91 sembrerebbe a prima vista una banale quaterna da giocare al Lotto, ma guardata con attenzione si capisce che gli ultimi due numeri non sono proponibili per il Lotto. In realtà, questa sequenza numerica viene utilizzata per stabilire il ritmo musicale de “Su ballu torrau”.
Dietro i numeri,  però, si nasconde un'altra verità. Ciascuno di loro, infatti, cela un segreto che ora è forse possibile decifrare. Così come hanno fatto Deplano e Dedola per il canto facendo riferimento alla lingua sumerico/accadica, per capire il vero significato della sequenza numerica, è necessario introdursi nei meandri della storia di quelle popolazioni per carpirne i segreti delle loro usanze culturali e religiose.
Meno male che esistono gli esperti e gli studiosi che permettono, attraverso i loro lavori di ricerca, di venire a capo dei problemi.
Il prof. Luigi Cagni, che di sumerologia si intendeva assai, aiuta a capire buona parte della sequenza.
Infatti, leggendo una delle sue tante opere (La religione Mesopotamica in “Storia delle religioni” di G. Filoramo “Enciclopedia del sapere” pag. 132) si scopre che il numero 40 corrisponde alla divinità Enki/Ea (dio DELL'ACQUA) mentre il numero 30 corrisponde al dio Sin (dio della Luna), da altre fonti apprendiamo invece che il numero 100 rappresenta i ME le regole divine (i comandamenti) ed infine il 91 rappresenta il tempio (la ziqqurat “Torre di Babele” aveva, infatti, una base quadrata di 91 metri di lato). Si tratta quindi di una sequenza di carattere religioso e conseguentemente il ballo doveva essere di corredo ad un rito sacro.
In effetti, per i Sumeri “....i simboli più astratti della divinità erano i numeri. Anu(m) il dio sommo era il numero 60, ossia il numero più alto del sistema sessagesimale mesopotamico; Enlil era il 50 ecc. Con il simbolo numerico comunemente usato nei testi al posto del nome proprio del dio, costituente pertanto un vero logogramma- veniva assegnato alla divinità un preciso rango nella gerarchia divina.  (tratto dalla stessa opera)
Ma in lingua sarda il numero 40 come detto, si dice baranta.
Allora può esserci un collegamento tra il nome del sito e i Sumeri?
Prima di tutto, occorre chiedersi se esistano prove, archeologicamente documentate, di reperti di provenienza mesopotamica.
La risposta non può che essere positiva vista la presenza di un reperto dell'importanza notevole come quello della ziqqurat di Monte d'Accoddi ed inoltre i bronzi di Sardara, i toponimi SINnai, SINdia, SINiscola, Uta (UT), Samassi (Šhamaš Dio Sole), Uri, l'antroponimo FARA (la città famosa per gli archivi amministrativi )ecc. A ciò è da aggiungersi, ma in modo necessariamente dubitativo,  il sito archeologico di Monte Baranta, che presenta elementi costruttivi “… totalmente differenti da quelli riscontrati in altri monumenti del luogo...” (Alberto Moravetti “Il complesso prenuragico di Monte Baranta) . Questi elementi sono, forse, più compatibili con le costruzioni megalitiche mesopotamiche? E' possibile che la civiltà nuragica sia nata a seguito dell'integrazione avvenuta tra popolazioni provenienti dal Mediterraneo orientale e quelle autoctone? Non è certamente facile rispondere ma di sicuro esistono alcuni presupposti che consentono di ritenere plausibile una risposta  affermativa.

Il Monte Baranta dunque sarebbe un luogo sacro, un tempio dedicato al dio dell'acqua. L'importanza di questo elemento, che in effetti è presente in abbondanza nell'area, con il Rio Sardino–Su Mattone a carattere permanente ed il Rio Medadu più stagionale, era rilevante per la sopravvivenza degli abitanti e degli animali. Anche i nomi di questi corsi d'acqua farebbero pensare alla lingua sumero/accadica, ma qui entriamo nel campo della glottologia..
Per quale motivo una popolazione avrebbe dovuto destinare risorse ingenti per la costruzione di un tempio, la realizzazione di un abitato di così grande rilevanza, con uno scopo difensivo in un'area apparentemente insignificante, lontana dalla costa e senza un evidente valore economico? La risposta è estremamente facile se si pensa al valore che avevano allora i metalli. Certo valevano l'oro e l'argento perché si potevano realizzare monili e altri oggetti che consentivano ai possessori di ostentare ricchezza e appartenenza alle classi sociali più alte, ma valevano molto anche il rame col quale si producevano le armi e con esse si conquistavano i territori e si sottomettevano intere popolazioni ed altri minerali.
I minerali quindi, potrebbero essere l'origine della nascita di Monte Baranta.

Tutta la vasta area che parte dalla costa con il porto Argentiera, fino a Osilo con i suoi importanti minerali tra i quali il quarzo Ametista, la si può considerare un'area di indubbio interesse per le popolazioni che cercavano i minerali come fonte di commercio. Quindi è ancor più evidente l'importanza dell'acqua che serviva in quantità notevole, soprattutto per il lavaggio del minerale per cui è comprensibile la sua divinizzazione con il numero 40 ovvero ENKI/EA.  
C'è da aggiungere, alla luce delle considerazioni fatte e delle novità emerse, che appare verosimile che il villaggio nuragico di S. Caterina dentro l'abitato di Uri, possa essere stato edificato ed abitato da genti provenienti dalla città di Ur (da cui il nome Uri) proprio in funzione della ricchezza di minerali pregiati della zona.    

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