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giovedì 26 aprile 2018

Archeologia. La presenza qualitativa delle neviere in archeologia comparata. Il frequente ricorso nel passato alla edificazione delle neviere esprime anche il grado di emancipazione del confort dei vari contesti sociali non soltanto italici. Articolo di Alberto Zei


Archeologia. La presenza qualitativa delle neviere in archeologia comparata.
Il frequente ricorso nel passato alla edificazione delle neviere esprime anche il grado di emancipazione del confort dei vari contesti sociali non soltanto italici.
Articolo di Alberto Zei

Passeggiando fra i pendii collinari o montani di parecchie regioni italiane, non è difficile imbattersi in vecchie neviere costituite in singolari costruzioni quasi sempre a pianta circolare con una parte interrata e l'altra in elevato.
È risaputo che le neviere erano architettonicamente costruite in maniera agevole ed efficace per conservare più a lungo possibile la neve che di volta in volta era immagazzinata prima, prelevata poi, per le necessità maggiormente sentite della conservazione di sostanze alimentari più facilmente deteriorabili. Al presente però, poche appaiono curate e restaurate. La maggior parte sono in abbandono, ma continuano a essere testimoni di tempi in cui la vita era molto più dura e molto più a contatto con la natura dalla quale l’uomo ha sempre tentato di fare qualche passo avanti verso il
miglioramento della propria esistenza.
Le neviere infatti, nella recente storia dell’evoluzione rappresentano simbolicamente il concetto che accompagna la progressiva emancipazione  dell’uomo, il quale  esprime sempre più, l’esigenza esistenziale del benessere e del comfort, ormai difficilmente rinunciabili.
Si sono inserite nella scia di questo stesso concetto, compromettendone la credibilità, speculazioni personalizzate a fini diversi. Per queste ragioni di carattere storico e per altre ancora le neviere andrebbero tutelate e valorizzate, ma ciò accade assai di rado.



Intervista con la Prof.ssa Barbara Aterini
La Professoressa Barbara Aterini, docente alla Scuola (ex-facoltà) di Architettura presso l'Ateneo fiorentino e Presidente del Corso di Laurea in Scienze dell’Architettura, fra i molti libri che ha scritto ha dedicato anche a queste strutture un importante volume, dal titolo ‘Le ghiacciaie: architetture dimenticate’. Per saperne di più ci siamo rivolti a lei che cortesemente ci ha concesso l’intervista che qui di seguito pubblichiamo.
Professoressa Aterini, ci può spiegare quale era la funzione delle neviere e in quali contesti sociali sono state costruite?
Occorre intanto fare una precisazione e distinguere fra neviera e ghiacciaia.
La neviera era un anfratto roccioso, o una buca scavata nel terreno, dove veniva ammassata la neve per conservarla almeno fino all’estate; le ghiacciaie, invece, sono delle vere e proprie costruzioni per lo più interrate, ma con una parte che si erge sopra il terreno.
Non possiamo definire un preciso contesto storico-sociale in cui sono state costruite perché l’esigenza di avere il ghiaccio a disposizione in ogni momento dell’anno, non solo per conservare le derrate alimentari, ma anche a scopo terapeutico, è testimoniata fin dall’antichità.
Questa tradizione culturale si è perfezionata e sviluppata tecnologicamente attraverso i secoli, ma l’esigenza primaria di fare uso di ghiaccio, e da qui la necessità di conservarlo, fa parte della storia dell’umanità.
L’uomo, nei secoli, ha costruito vere e proprie architetture atte allo scopo, arrivando ad organizzare il territorio in funzione della raccolta di ghiaccio naturale. Agli inizi del Ventesimo secolo, fino all’avvento dei frigoriferi negli anni Sessanta, esisteva una vera e propria industria del ghiaccio in tutto il mondo; possiamo ricordare la Valle del Reno sulla montagna pistoiese dove, ancora oggi, sono visibili i resti delle ghiacciaie e, dall’altra parte del globo, i magazzini sulle coste dell’America in cui si conservava il ghiaccio che arrivava persino dalla Norvegia.
In realtà le tecniche di raccolta ed immagazzinamento del ghiaccio naturale non iniziano in un’area definita, né in un periodo storico ben preciso, ma sono diffuse in tutto il mondo anche se variano da un paese all’altro.
Inizialmente il ghiaccio naturale era raccolto con strumenti semplici, per uso domestico, sul terreno circostante l’abitazione.
Quando nel XIII e XIV secolo, a seguito delle Crociate, nacque una nuova classe sociale che, arricchitasi saccheggiando l’Oriente da cui aveva appreso anche usi e costumi, ricercava uno stile di vita più raffinato, cosa che implicava anche l’uso di neve e ghiaccio per rinfrescarsi nella stagione calda, si cominciarono a costruire ghiacciaie vicino ai castelli o nei parchi delle ville. Così questi edifici, inizialmente molto semplici e funzionali, diventarono manifestazione del prestigio del proprietario e, di conseguenza, subirono un cambiamento della forma esterna che culminò nella ricerca estetica finalizzata a mascherarne la funzione tramite l’aggiunta di elementi ornamentali come padiglioni e chioschi. Nacquero così delle architetture in cui la frivolezza della costruzione che si ergeva sopra il terreno contrastava con la realtà fisica del contenitore, cioè la camera del ghiaccio, completamente interrato.
Con la nascita della borghesia e la ridistribuzione della ricchezza il consumo di ghiaccio naturale cominciò ad interessare maggiori fasce della società, tanto che la produzione lievitò e si sviluppò a livello mondiale. Il ghiaccio naturale diventò un bene di cui ciascun individuo aveva il diritto di godere e questo determinò la nascita di un mercato in espansione, che cresceva anche parallelamente alle riserve di cibo necessarie nelle città e, in seguito, provocò l’affermazione di quell’industria che impiegava tecniche sempre più raffinate per raccogliere, conservare e commerciare questo prodotto.
Allorché, nel XIX secolo, la richiesta di ghiaccio cominciò ad arrivare, oltre che dai ricchi anche da ospedali e laboratori di ricerca universitari, la raccolta venne organizzata sempre più efficacemente. Il ghiaccio cominciò ad essere utilizzato anche per la produzione della birra, della paraffina, delle candele di cera, della nitroglicerina ed anche nei laboratori medici, quindi la raccolta doveva avvenire su vasta scala. Allo scopo venivano scavati appositi laghi artificiali che si riempivano, grazie ad un sistema di canali e chiuse, deviando i corsi d’acqua. Gli operai addetti alla raccolta e all’immagazzinamento dovevano: rompere le lastre di ghiaccio; tirarle fuori dall’acqua; ridurle in blocchi; trasportarle alla ghiacciaia; ed immagazzinarle isolandole.
Le ghiacciaie avevano forme diverse, in genere secondo l’uso e la quantità di ghiaccio che dovevano contenere. Oltre a quelle edificate nelle tenute private, costruzioni seminterrate in muratura, provviste di canali per l’aerazione e per lo smaltimento delle acque residue, esistevano tipologie simili a quelle studiate in Germania appositamente per la lievitazione della birra; per gli ospedali ed i laboratori, invece, venivano sfruttate le cantine adeguatamente coibentate.
In alcuni Paesi, come gli Stati Uniti ed il Canada, non esistevano scantinati per il ghiaccio o costruzioni sotterranee, le ghiacciaie erano una sorta di casette senza finestre, con pareti di legno doppie riempite di segatura o altri materiali isolanti. In genere avevano pianta quadrata, con lato di circa tre metri e mezzo; il pavimento, a tavole di legno, era rialzato per far scorrere via l’acqua di scioglimento. Il soffitto, rimovibile, veniva coperto di segatura; sopra il tetto c’era un’apertura, protetta da un coperchio, che permetteva la ventilazione.
Successivamente, quando la raccolta del ghiaccio divenne una vera e propria industria a livello mondiale, si cominciarono a costruire magazzini sopra-terra, quasi sempre di legno, con tutte le caratteristiche di un edificio industriale. In Norvegia quelli costruiti a partire dal 1850 erano di legno, con pareti doppie riempite di segatura, ma i più grandi erano quelli americani, provvisti di scivoli e, grazie all’invenzione della macchina a vapore, anche di  nastri trasportatori che agevolavano l’immagazzinamento di grandi blocchi.
Dalla seconda metà del XIX secolo, in diverse parti del mondo, lo studio e la sperimentazione di nuove tecniche permisero la produzione di ghiaccio artificiale che cominciò ad entrare in concorrenza con quello naturale, tanto che all’inizio della prima guerra mondiale esistevano già fabbriche di ghiaccio artificiale, sebbene continuasse l’esportazione, in particolare dal Canada, di quello naturale.
L’abbandono definitivo di quest’ultimo avverrà, più tardi, per motivi economici, poiché il ghiaccio artificiale costava meno, ma anche per l’inquinamento delle acque, particolarmente pubblicizzato dai produttori di ghiaccio artificiale in diretta concorrenza.
Con l’avvento dell’elettricità mutarono completamente usanze e comportamenti della gente: nacque l’esigenza di avere il frigorifero in casa e da questo momento l’edificio per conservare il ghiaccio naturale non ebbe più un ruolo. Quindi non si costruirono più ghiacciaie e quelle vecchie restarono inutilizzate, perciò demolite o, nella migliore delle ipotesi, lasciate in abbandono.
Ci può descrivere una ghiacciaia 'tipo'?
Le prime ghiacciaie ricordavano morfologicamente le antiche neviere: erano, infatti, buche scavate nel terreno a forma di tronco di cono rovesciato per contenere gli effetti della naturale erosione del terreno e, una volta riempite di neve, venivano protette dall’aria con strati di foglie. Tale forma fu conservata anche in seguito, quando le pareti laterali ed il fondo cominciarono ad essere realizzati in muratura, per evitare il contatto diretto fra il ghiaccio ed il terreno permeabile all’acqua ed all’aria e, conseguentemente, per limitare la possibilità di scambi termici fra il ghiaccio ed altri fluidi a temperatura più elevata, cosa che avrebbe favorito il processo di scioglimento.
La pianta circolare rappresentava una buona soluzione statica per bilanciare la spinta del terreno sulla superficie laterale della cavità; spinta che se poteva essere considerata trascurabile nei periodi invernali, primaverili ed estivi, perché bilanciata dalla pressione che il ghiaccio esercitava sulle pareti interne, tuttavia nel periodo autunnale, quando la ghiacciaia era vuota ed il terreno più pesante a causa delle ingenti piogge, diventava considerevole ed avrebbe avuto ragione di murature rettilinee e di modesto spessore.
La forma circolare delle ghiacciaie scaricava le spinte centripete del terreno lungo le direttrici, tangenziali alla circonferenza, così lo spessore delle murature non doveva essere superiore ai 60 – 70 cm anche in casi di ghiacciaie con 10 – 15 metri di diametro.
Inoltre la forma tronco-conica permetteva di ridurre al minimo la superficie di contatto fra la massa ghiacciata e le pareti esterne, sulle quali erano esercitati gli scambi termici che erano da limitare il più possibile, per ottenere un’ottimale conservazione del prodotto.
L’inclinazione delle pareti laterali di contenimento favoriva la conservazione, fino alla stagione estiva. Infatti nel periodo primaverile una certa quantità di calore, attraverso lo strato di foglie, attaccava la superficie del ghiaccio e, con l’aumentare dell’insolazione diurna anche la temperatura del terreno si amplificava gradualmente, provocando lo scioglimento della parte superficiale della massa di ghiaccio ma, grazie alla forma tronco-conica del vano lo scioglimento del ghiaccio sul fondo, determinava un abbassamento della massa del ghiaccio tale da riportare sempre la superficie congelata a contatto della parete di contenimento. In tal modo l’architettura assumendo una forma ben definita ottemperava in modo brillante alla funzione di contenitore del ghiaccio.
Il blocco di ghiaccio era appoggiato su una grata di legno o su strati di foglie ed il drenaggio dell’acqua di scioglimento, oltre che dalla naturale permeabilità delle pareti laterali, era assicurato da un apposito sistema di canali e vespai ricavati sul fondo della ghiacciaia che era più alto nel centro secondo la caratteristica forma a ‘schiena d’asino’.
Nel caso delle ghiacciaie gemelle realizzate nel giardino di Boboli a Firenze, la canalizzazione con tubi di terracotta portava l’acqua fino sotto le sale dei Quartieri Estivi di Palazzo Pitti, garantendone la refrigerazione nei mesi caldi.

All’interno delle ghiacciaie la possibilità di scioglimento, con conseguente perdita di materiale, era ridotta non solo grazie all’inerzia termica della notevole quantità di ghiaccio immagazzinato, ma anche per il discreto isolamento termico fornito dalle foglie e dal terreno, nonché per la protezione dai raggi solari diretti, ottenuta con una copertura ed un’adeguata sistemazione della vegetazione circostante.
Non a caso si costruivano ghiacciaie coperte a cupola e interrate in una collina artificiale sulla cui sommità venivano piantati alberi. Il vano a sezione tronco-conica costituiva la ‘camera del ghiaccio’; in genere vi si accedeva da un corridoio provvisto di almeno due porte consecutive che limitavano l’ingresso all’aria esterna. La porta esterna era orientata verso nord; atri e corridoi di accesso assolvevano la funzione di magazzino per gli alimenti da mantenere al fresco.
Le ghiacciaie a pianta circolare erano caratterizzate, in un primo periodo, da coperture coniche leggere, con struttura portante primaria e secondaria in legno e manto di copertura realizzato con fascine di paglia. Sul colmo, per impedire all’acqua di penetrare, veniva posto un cappuccio di lamiera o un vaso capovolto. L’inclinazione del tetto, superiore ai quarantacinque gradi, favoriva lo scorrimento impedendo anche l’accumulo di grandi strati di neve che ne avrebbero compromessa la stabilità.
Le coperture di questo tipo, però, necessitavano di continua manutenzione a causa della facile deperibilità del manto; perciò, con il passare del tempo, vennero sostituite da cupole in muratura, cosa che favorì spesso la realizzazione di veri e propri capolavori architettonici, come nel caso della ghiacciaia del Convento dei Servi di Maria sul Monte Senario nel comune di Vaglia presso Firenze. La cupola, costruita dopo la metà dell’Ottocento, è doppia e realizzata in mattoni con un’intercapedine che doveva essere riempita da materiale isolante. Quest’architettura con un diametro di circa 14 metri a livello del terreno ed un’altezza totale pari a 21 metri, comprensiva della parte tronco conica che sprofonda nel terreno per oltre 12 metri, è la più grande finora conosciuta. In origine

presentava anche un raffinato apparato decorativo, rivestita all’esterno con filari orizzontali bicromi, alternando tre strati di mattoni con uno di pietra. Sulla sommità della cupola vi era una lanterna. Infatti la scelta di realizzare delle cupole obbedisce sia all’esigenza di creare un vano molto capace che alla necessità di convogliare, tramite un camino di aspirazione sulla sua sommità, l’aria più calda lontano dalla camera del ghiaccio, in modo da poterne prolungare il mantenimento.
Dal XVII secolo le ghiacciaie diventano costruzioni che, all’interno di sistemi ipogei e dislocate nei giardini, creano scenografie amene, in una perfetta armonia fra forma e funzione, fra tecnologia e natura, fra ambiente esterno e clima interno.
Qual è la loro distribuzione nel territorio nazionale, isole comprese?
Attualmente se ne conoscono moltissime, ma devo dire che il loro numero è destinato ad aumentare. Spesso mi capita di scoprirne di sconosciute ai più. Ciò che resta di queste costruzioni, riadattate ad altri scopi, come nel caso della caratteristica ghiacciaia sull’isola Madre del lago Maggiore, nella provincia di Verbania. La costruzione, nascosta fra il verde perenne di alberi ad alto fusto e siepi, è in pietra locale sormontata da una cupola che presenta la copertura di scaglie lapidee. È stata sicuramente a servizio della villa fino all’avvento dei frigoriferi. Circa vent’anni fa era possibile ammirarla in tutta la sua profondità e si vedeva bene il pavimento ‘a schiena d’asino’ con il canale laterale scavato per allontanare le acque di fusione. Purtroppo, come spesso accade, è stata riempita fino a livello del terreno e il nuovo pavimento di cemento l’ha ridotta a semplice ripostiglio di attrezzi per il giardinaggio.
Ghiacciaie e neviere, o ciò che ne rimane, si trovano in tutta Italia, anzi Europa, e le loro caratteristiche tipologiche, legate alla conservazione di neve e ghiaccio, sono ancora oggi ben riconoscibili.
A che epoca risalgono le neviere più antiche e, in genere, per quanto tempo sono rimaste in uso?
Le prime notizie sull’uso del ghiaccio risalgono a circa 2000 anni a. C. quando in Mesopotamia esistevano una casa per il ghiaccio nella città di Ur ed una ghiacciaia reale sul fiume Eufrate, come rivela il chimico e storico olandese R. J. Forbes (1900–1973), professore di storia della scienza e della tecnologia all'Università di Amsterdam. Il clima della regione mesopotamica era, infatti, caratterizzato da notevoli sbalzi climatici e, soprattutto nella zona fra Turchia e Siria, gli inverni particolarmente rigidi portavano abbondanti precipitazioni nevose.
Altre notizie derivano da una spedizione archeologica francese che all’inizio del XX secolo ha portato alla luce le rovine di Mari, città che circa 4000 anni fa era una delle più importanti nella terra tra i due fiumi e fu distrutta dal re babilonese Hammurabi nel 1757 a.C. Alcune tavolette ritrovate negli scavi illustrano la costruzione di ghiacciaie, che nei caratteri cuneiformi sono dette ‘bit shuripim’ cioè ‘case per il ghiaccio’. Queste erano costruzioni realizzate in mattoni crudi, sorrette da travature lignee e dotate di condotti che assicuravano il deflusso dell’acqua di scioglimento.
Nell’antico Egitto in alcuni documenti della XIX dinastia si trova la parola ‘neve’ riferita, in particolare, alla conservazione dei cibi. Sembra che si facesse uso della neve importata dalla Siria, dove erano soliti raccoglierla ed immagazzinarla in apposite buche. Nel 1040 d.C. nella cucina del Sultano del Cairo arrivavano, ogni giorno, 14 cammelli carichi di neve; a tale scopo era stato persino istituito un servizio rapido fra Siria ed Egitto con stazioni intermedie di riposo.
Altre notizie sulle origini della raccolta del ghiaccio naturale ci portano nei paesi asiatici; pare che in Cina si raccogliesse ed immagazzinasse il ghiaccio già un millennio prima di Cristo, un’attività che doveva essere strettamente connessa alla religiosità, visto che nel libro ‘Shin Ching’ si narra di cerimonie religiose legate alla rimessa ed alla levata del ghiaccio. Di ciò si trova traccia anche nella poesia cinese del XI sec. a.C. ed è noto anche che in estate si cercava di raffreddare le stanze del palazzo imperiale mettendo del ghiaccio nelle cantine sottostanti e facendo salire l’aria fresca con dei grandi ventagli.
Dalle scoperte archeologiche sappiamo che, alla fine del III secolo d.C., esistevano nel Turkestan cinese dei magazzini per conservare il ghiaccio. Nel 1845 c’erano ancora in tutto il Paese capanne (12,8x18,28 m, alte 11 m) per conservare il ghiaccio che veniva raccolto sul terreno circostante, spianato e riempito di acqua allo scopo, lo stesso terreno che nell’estate permetteva la coltivazione del riso.
Nel 1970 a Pechino, intorno alla Città Proibita, si raccoglieva ancora il ghiaccio per immagazzinarlo in cantine ai piedi delle mura.
Nel IX e X secolo d.C. in Giappone si conservava la neve in apposite buche (30 x 20 m, profonde 10 m) situate su un pendio, in modo tale da poterla raccogliere e immagazzinare facilmente, e vicino ad un fiume, per un facile smaltimento dell’acqua di scioglimento ed un agevole trasporto via fiume.
L’uso del ghiaccio è testimoniato anche in India dal XVI sec. d.C., così come nell’altopiano centrale dell’Iran dove, nel XV secolo, erano già in uso le ghiacciaie, costruzioni imponenti e particolari: un pozzo scavato nel terreno e coperto con una cupola. Alcune di queste avevano un diametro interno di 9 o anche 15 metri; la più grande conosciuta aveva una altezza di 16 metri. Il materiale usato, mattoni di argilla cruda, era però friabile e
richiedeva, quindi, molta manutenzione. Per ovviare al problema alcune di queste architetture esternamente erano a gradoni, come nel caso della ghiacciaia di Za Farine.

Accanto alla ghiacciaia si trovava sempre un laghetto dove avveniva la raccolta del ghiaccio; a Yazd accanto a questo (9x90 m) era stato realizzato un muro della stessa lunghezza ed alto 9 metri come protezione dai raggi solari. Come di consuetudine in tutto il mondo, il bacino poco profondo veniva riempito, nelle notti di gelo, deviando il vicino corso d’acqua; il ghiaccio doveva essere raccolto ed immagazzinato nell’imponente ghiacciaia prima dell’alba. Intorno al 1977 erano in uso ancora una trentina di queste case per il ghiaccio.
Greci e Romani usavano neve e ghiaccio come si deduce non solo dalle suppellettili giunte fino a noi, ma anche dalla letteratura. Infatti lo scrittore greco Plutarco (46-127 d. C.) e il filosofo romano Seneca (4 a.C-65 d.C.) citano dei depositi sotterranei ‘dove l’inverno era perenne e si conservavano neve e ghiaccio’.
Il consumo era notevole, nonostante i medici greci non fossero favorevoli all’uso di bevande ghiacciate e già Ippocrate (459-377 a.C.) avvertiva che gli sbalzi di temperatura erano dannosi per l’organismo, cosa affermata anche dal filosofo Aristotele (384–322 a.C.). Dalla letteratura sappiamo che Alessandro il Grande, una volta conquistata la città di Petra in Palestina, fece scavare 30 buche che furono poi riempite di neve e protette con dei rami. La neve veniva usata per raffreddare le bevande, ma anche per conservare i cibi; infatti in un libro di ricette di un certo Apicius Coelius, gastronomo durante il regno dell’imperatore Tiberio (14-37 d.C.), si parla di cibi “surgelati”. Inoltre neve e ghiaccio erano usati per la ‘frigidaria’, cioè per i bagni di acqua fredda alle terme, e per lavarsi le mani prima di mangiare, come scrive Petronio, nel suo Satyricon, alla corte di Nerone (54-68 d.C.). I medici romani erano in parte d’accordo con i colleghi greci nel dire che il ghiaccio faceva male, però Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) racconta che il famoso medico greco Asclepiade era soprannominato ‘frigida danda’ cioè ‘colui che prescrive il freddo’, perché ai suoi pazienti di Roma e di Pompei prescriveva di bere vino ghiacciato.
In epoca più tarda l’imperatore Eliogabalo (218-222 d.C.) faceva ammassare la neve accanto alla sua residenza estiva perché l’aria intorno fosse più fresca.
Nella letteratura troviamo addirittura considerazioni sul prezzo della neve, come in Marziale (40-102 d.C.) e Plinio il Giovane (61-113 d.C.).
A Marciana, nell'isola d'Elba, esiste un ipogeo a forma di croce costruito estraendo circa 200 tonnellate di dura roccia granitica. Secondo una funzionaria di soprintendenza tale ipogeo sarebbe una neviera costruita dagli Appiani, Principi di Piombino, e sarebbe simile alla neviera di Masi Torello (Ferrara). Tale ipotesi secondo Lei è accettabile?
Ho avuto la fortuna di poter visitare l’ipogeo in questione e posso affermare, senza ombra di dubbio, che non è e non può essere stata una neviera o una ghiacciaia.
Le ragioni sono molteplici: mancano tutte le caratteristiche necessarie al funzionamento di una neviera, prima fra tutte la circolazione dell’aria. Infatti scendendo dentro l’ipogeo di Marciana se ne avverte subito la mancanza, perciò sarebbe impossibile conservarvi il ghiaccio. Inoltre la sua forma è completamente differente da qualsiasi altra ghiacciaia conosciuta, non solo in Italia ma, potrei dire, nel mondo. Le caratteristiche tipologiche che ho elencato nel mio libro sulle ghiacciaie non sono assolutamente rispettate. Inoltre non esiste un sistema di smaltimento delle acque di fusione.
La neviera di Masi Torello, ubicata nei possedimenti di un antico monastero, rispetta planimetricamente la tipologia della ghiacciaia, interrata in una collina artificiale, a sezione circolare e coperta con cupola, presentando analogie con molte altre ghiacciaie conosciute. È, però, evidente che non ha niente in comune con l’ipogeo di Marciana, né per forma né per geometria. Anche il materiale è molto diverso; infatti questa è stata realizzata in mattoni, mentre l’ipogeo elbano è stato scavato in una roccia granitica.
Nell’ipogeo di Marciana manca del tutto la cosiddetta ‘camera del ghiaccio’ che, in genere, si presenta a pianta circolare e con la parte interrata a sezione tronco-conica.
Una cosa posso dichiarare con convinzione, data l’esperienza in materia: quello di Marciana non è né una ghiacciaia né una neviera. E lo dico a ragion veduta poiché non
solo conosco ed ho rilevato moltissime ghiacciaie, ma, come già detto, ho anche visitato l’ipogeo all’Elba.
Devo dire che non riesco proprio a spiegarmi il tipo di ragionamento della funzionaria della Soprintendenza. Posso capire la difficoltà di chi architetto non è e, quindi, stenta a distinguere tipologicamente una costruzione da un’altra, ma in questo caso è palese che non esiste la benché minima somiglianza fra i due oggetti in questione. Qualsiasi affermazione dovrebbe basarsi sulla conoscenza diretta degli oggetti costruiti, ma soprattutto è necessario, prima di fare riferimenti, mantenere un’onesta scientificità che deriva proprio dalla comprensione di ciò che vediamo.

Vorrei aggiungere soltanto una riflessione sull’ipogeo elbano, considerazione che faccio sulla base di planimetrie viste anche in mano a colleghi archeologi con i quali ho collaborato. Potrei dire, a prima vista, che somiglia molto di più, almeno planimetricamente, ad una tomba etrusca.
Un’ultima considerazione: il materiale lapideo pregiato, tanto difficile da scavare, e così ben levigato, ne sottolinea l’importanza. In altre parole il fatto che sia stata scavata con difficoltà, in una pietra tanto dura e con un immane lavoro, denota la rilevanza della sua funzione religiosa o celebrativa che fosse.

1 commento:

  1. "L'ipogeo di Marciana: tomba gentilizia etrusca, non priva di influssi sardi, scavata nel granito tra il VI e V secolo a.c.". Per chi volesse approfondire, rimando a questo pregevole testo del Prof. Michelangelo Zecchini dal titolo: Gli etruschi negati.
    https://www.academia.edu/31717189/M._ZECCHINI_-GLI_ETRUSCHI_NEGATI.pdf

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