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martedì 8 marzo 2016

Archeologia. Ugarit, l'antica città portuale della Siria che svolgeva il compito di crocevia fra le rotte commerciali fra Europa, Asia, Africa e Mare Mediterraneo.

Archeologia. Ugarit, l'antica città portuale della Siria che svolgeva il compito di crocevia fra le rotte commerciali fra Europa, Asia, Africa e Mare Mediterraneo.
di Francesco Ignazio de Magistris
(Tratto dalla tesi di laurea triennale: "Il ruolo dei mercenari Shardana nella guerra del Tardo Bronzo", Università di Firenze, 1.7.2013)


Fra le città Siriane del secondo millennio, certamente quella conosciuta meglio è la città di Ugarit. Questo fiorente porto mercantile, infatti, al contrario di altre città è stato scavato quasi completamente e il numero di tavolette scritte in alfabeto cuneiforme trovate in edifici pubblici e privati è tale da soddisfare la maggior parte delle aspettative degli studiosi. Ed anche la maggior parte delle informazioni utili per lo sviluppo di questa tesi (comprese le notizie politiche riguardanti la corona) provengono da tavolette degli archivi di palazzo e da una biblioteca che stava fra i due santuari più importanti della città. Quella di Ugarit è la storia di una città sottoposta a interessi più grandi di lei e priva di una vera forza militare per decidere autonomamente del proprio destino. Dei suoi inizi sappiamo poco. Di sicuro, la città era già fiorente e in affari nel XVIII secolo a.C., ma, in mancanza di notizie adeguate, fino agli inizi del XIV secolo ignoriamo anche i nomi dei suoi re. Con le campagne della XVIII dinastia – e in primis quelle di Thutmosis III- l’esercito egiziano si spinse tanto a nord da passare l’Eufrate, costruendo poi delle fortificazioni su entrambe le rive del fiume Eleutero. Nulla però fa pensare che l’esercito del faraone si sia spinto più a nord di Ullaza. Se ne può dedurre, quindi, che Ugarit, negli anni delle conquiste territoriali di Thutmosis III (1459-1426) e di Shaushtatar di Mitanni fosse una città di frontiera stretta fra le potenze del momento. All’inizio del
1400 a.C., e in pieno periodo amarniano, re Ammishtamru I (? -1354) potrebbe essere il capostipite di una nuova dinastia. In quel periodo Ugarit è sicuramente in buoni rapporti con i regnanti del paese del Nilo, ma si discute vivacemente per stabilire a quale categoria di “buon vicinato” fare riferimento: sulla base delle stesse fonti alcuni studiosi –come Liverani- sostengono che Ugarit fosse un vassallo d’Egitto, altri parlano di un’indipendenza completa della città commerciale, di una semplice influenza esterna, o addirittura di una doppia e condivisa influenza di Mitanni ed Egitto. Di sicuro, comunque, sappiamo che le navi egiziane avevano accesso garantito ai porti ugaritici; ma si suppone che durante, la prima parte del quindicesimo secolo a.C., Ugarit sia stata sotto la protezione di Shaushtatar di Mitanni, i cui successori, però, dovettero ritirarsi a nord dell’Eufrate incalzati dagli Hittiti, che accettarono la “spontanea sottomissione di Ugarit”. Infatti quando, qualche momento dopo il periodo amarniano, partì l’offensiva del re Shuppiluliuma I contro la Siria, il re di Ugarit ,Niqmaddu, si trovò preso fra i due fuochi: a sud il paese di Amurru (nell’odierna Siria), nemico storico di Ugarit, a nord, l’avanzata trionfale del re hittita. E questo mentre le truppe egiziane erano bloccate a Biblo. Niqmaddu non poté fare altro che arrendersi ed accordarsi con entrambi, accettando Shuppiluliuma come “grande re” di Ugarit. Il trattato fra loro due, che ci è pervenuto in diverse copie scritte in accadico ed in una versione in ugaritico (PRU 4,37-52), fu conveniente tanto per il regno siriano –che guadagnò il l’area un tempo appartenente al regno di Mukish, incrementando di circa quattro volte il proprio territorio- quanto ovviamente per quello hittita, dato che il tributo che versava ad Hatti indica come fosse il vassallo hittita più ricco della Siria Settentrionale. Non sembra poi che la città abbia avuto a soffrire una qualche occupazione hittita, ed appare chiaro, tanto dai resti archeologici che dalle lettere rinvenute, che abbia continuato ad esercitare il proprio ruolo di polo commerciale. Due figli di Niqmaddu si succedettero sul trono: il primo, Ar-Khalba (1317-1314), regnò per pochissimo tempo (di lui sono attestati solamente sei testi giuridici) fino a che la Siria non si ribellò al dominio hittita. Mursili II dovette riconquistare la città-stato di Ugarit e in questa circostanza la privò delle sue due province più ricche mettendo sul trono un re che considerava a sé più fedele: il secondo figlio di Niqmaddu, Niqmepa (1313-1251). Ciò nonostante, Ugarit rimase al fianco degli hittiti, pur non concedendosi esclusivamente ad essi. I contatti commerciali con l’Egitto, infatti, non furono mai interrotti: c’erano degli egiziani erano residenti ad Ugarit ( si ha notizia di terre date loro dal re) e l’artigianato siriano era tanto apprezzato che i faraoni continuarono a farne richiesta (lo proverebbe anche il ritrovamento di una spada col cartiglio di Merneptah in una casa privata, ragion per cui si è pensato che egli stesso lo avesse commissionato senza però mai riceverlo in consegna). La Ugarit del tredicesimo secolo era una città grande (220 mila metri quadri), popolosa (7600 persone circa, con intorno una popolazione rurale di circa 25000 persone) e ricca (il palazzo -sede del governo e di buona parte dell’industria- era di circa 19 mila metri quadri), una delle più grandi e ricche del Vicino Oriente Antico, d’opulenza tale che Rib-Adda di Biblo arrivò a cantarne la bellezza addirittura col Faraone. Il re di Ugarit era un principe mercante, “almost a renaissance type of banker-prince” capace di fornire ai propri alleati più oro (ben cinquanta mine) che non uomini, ma anche in grado, se necessario, di schierare più di mille carri in un colpo. Il periodo di pace fra i due imperi rivali di Egitto ed Hatti a seguito della battaglia di Qadesh diede modo ad Ugarit di godere a pieno della sua situazione politica. Il regno, infatti, possedeva molti dei requisiti necessari ad uno sviluppo economico esplosivo: un territorio vasto - anche se non fertilissimo- che produceva grano, olio, vino, lana, e legni pregiati; una lunga zona costiera con almeno tre porti più la baia stessa di Ugarit, e, ovviamente, la favorevolissima posizione, che la portava ad essere il centro degli scambi commerciali dell’epoca. Il fatto che il terreno non fosse poi così fertile rendeva la base agro-pastorale insicura e priva di grossi margini di guadagno, facendo sì che l’economia del paese fosse basata anche sui centri di lavorazione artigianale del palazzo. I settori trainanti erano quello tessile e quello legato alla metallurgia del bronzo, sviluppatasi anche e soprattutto grazie al rame di Cipro. Il tributo al re Hittita conferma questa struttura dell’economia ugaritica, dato che risulta fosse composto anche da tessuti di lana e da attrezzi o armi di bronzo. In ogni caso, la prosperità di Ugarit dipendeva per buona parte non dall’industria, ma dai traffici commerciali. Basterebbe a dimostrarlo il fatto che, durante l’intero secondo millennio a.C., le grandi potenze abbiano combattuto per controllarne le rotte. Ma gli archivi della città ce ne danno ulteriori prove concrete, dando dimostrazione di come i due secoli di dominio hittita abbiano giovato alla città. Favorita dal suo essere punto di incontro fra l’Egeo e il Levante, Ugarit era una città che doveva al commercio gran parte della sua enorme ricchezza: le sue navi visitavano tutte le coste, le sue carovane portavano i beni in tutti i centri maggiori dell’Asia, e grandi compagnie di mercanti egiziani, assiri, ciprioti, cilici, ne occupavano interi quartieri come base dei propri affari. Ugarit aveva navi da carico capaci di trasportare 150 tonnellate di grano. La sua marina doveva essere di proporzioni stupefacenti: è stato infatti ritrovato il testo di un messaggio di un comandante militare della città che chiedeva al re 150 navi di “rinforzo”. Se si presta fede al catalogo delle navi presentato nell’Iliade, nessuna città greca poteva mettere in mare una flotta delle stesse dimensioni. E nella stagione favorevole agli scambi (montagne, steppe e deserti non si attraversano agevolmente tutto l’anno) carovane di asini attraversavano una rete di strade e connessioni guidate da mercanti in veste anche di agenti del governo, che viaggiavano per conto del re. E data la loro importanza per tutte le economie locali, sulle rotte, che passando da Aleppo puntavano su Carchemish -per connettersi alla rete dell’Eufrate verso Babilonia e verso l’Assiria- o si dirigevano verso l’Anatolia centrale attraverso Mukish, si esercitava lo stretto controllo di ognuno degli stati attraversati, fortemente interessati a quei traffici. Sulla fine di Ugarit si è dibattuto a lungo perché, nonostante il fatto che buona parte delle tavolette che ne documentano la storia appartengano agli ultimi cinquant’anni di vita della città, l’unica cosa di cui si può esser certi è il nome dell’ultimo re: siamo infatti in possesso di una lista del tardo tredicesimo secolo che elenca tutti i re ugaritici fino al secondo millennio. L’ultimo nome è quello di “Ammurapi (‘mrpi), che quindi corrisponde probabilmente a quello del re sotto il quale Ugarit è stata distrutta. M. Schaeffer, che ha speso quarant’anni della sua vita a scavare a Ugarit, convinto a lungo che i popoli del mare fossero responsabili della sua distruzione, oggi ha maturato un’idea diversa: pensa, infatti, che Ugarit possa esser scesa a patti con gli invasori -cui potrebbe addirittura essersi alleata in funzione anti-egiziana- dopo averli convinti a ignorare la città. Motivo per cui lo stesso Schaefer propende a credere che la distruzione di Ugarit sia avvenuta per cause naturali, come un terribile terremoto che l’avrebbe rasa al suolo poco tempo dopo l’arrivo dei popoli del mare. Dovrebbe essersi trattato, comunque, di un disastro improvviso e completo, causato anche da un vasto incendio – lo si deduce dallo strato di cenere che ricopriva gran parte dell’area metropolitana – che, pur lasciando il tempo di scappare agli abitanti (gli scavi non hanno riportato alla luce scheletri sulle strade) deve aver finito di rovinare completamente la città. Invece, la professoressa Yon, altro archeologo che ha passato una carriera intera negli scavi a Ugarit, propende per l’idea che la città abbia vissuto terribili combattimenti (lo proverebbero le tante punte di freccia rinvenute fra le rovine) al termine dei quali gli abitanti furono portati via in catene dagli invasori.

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Fonte: Il ruolo dei mercenari Shardana nella guerra del Tardo Bronzo, academia.edu

1 commento:

  1. Chissà...anch'io propenderei per la seconda delle ipotesi, quella avanzata dalla prof.ssa Yon, per intenderci.

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