Diretto da Pierluigi Montalbano

Ogni giorno un nuovo articolo divulgativo, a fondo pagina i 10 più visitati e la liberatoria per testi e immagini.

Directed by Pierluigi Montalbano
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sabato 28 febbraio 2015

Archeologia. Dieci luoghi storici distrutti per sempre dal fanatismo dell’uomo

Archeologia. Dieci luoghi storici distrutti per sempre dal fanatismo dell’uomo
di Annalisa Lo Monaco

E’ stato diffuso poche ore fa un terribile filmato, girato nella città di Mosul, l’antica capitale assira Ninive, dove si vede un gruppo di uomini che distrugge opere d’arte che risalgono ad alcuni secoli prima di Cristo, all’apice dello splendore di quella civiltà. Lo scempio é stato perpetrato da seguaci dell’ISIS, sedicente califfato islamico, non nuovo ad azioni di questo tipo. I danni sono incalcolabili, non solo per l’Iraq, ma per il mondo intero. Purtroppo gli esseri umani hanno la capacità di distruggere testimonianze preziose della storia del pianeta, non solo in scenari di guerra, ma anche per vandalismo, stupidità, ignoranza e superficialità.

La pietra di Singapore


Il masso colossale (3 metri di altezza e 3 metri di larghezza), conosciuto come Pietra di Singapore, si trovava alla foce del fiume Singapore, ed era legato a una leggenda del XIV secolo, che raccontava di un uomo forzuto di nome Badang, che avrebbe scagliato la pietra in quel posto. La pietra era ricoperta da un’iscrizione consunta che non potrà mai più essere decifrata, dato che un ingegnere l’ha fatta esplodere nel 1843, mentre costruiva un forte. Uno dei frammenti è stato preservato ed é ora esposto al National Singapore Museum. La pietra aveva 50 linee di iscrizioni in una lingua sconosciuta, che probabilmente era una variante dell’antico giavanese dei secoli tra il decimo e il quattordicesimo. Scoperta nel 1819, la pietra e la zona circostante erano considerata sacre, ma nel 1843 l’esercito britannico, per allargare la foce del fiume e costruire un forte, la fece saltare in aria, e i pezzi furono utilizzati come materiale da costruzione, manto stradale, e una panchina. Anche se alcuni frammenti sono stati salvati, il luogo sacro è stato completamente

venerdì 27 febbraio 2015

Archeologia: Cosa rappresenta il Capovolto nei menhir?

Cosa rappresenta il Capovolto nei menhir?
di Desi Satta



I menhir antropomorfi della Sardegna centrale sono tanto affascinanti da commuovere. Sarà che sono nostri, però mi sono sempre sembrati i più belli del mondo. Di certo sono i più enigmatici.
Una visita al museo di Laconi, dove sono stati raccolti i più rappresentativi per evitare che vengano rubati (sic!), restituisce le immagini di figure e categorie espressive lontane nel tempo e però, data la consuetudine con l’arte della prima metà del secolo scorso, geometria, essenzialità, simbolismo, ci sembra di sentirli particolarmente vicini.
A sentire i più, le statue-steli (o steli-menhir), diffuse in un ampio territorio che abbraccia gran parte dell’Europa occidentale, sarebbero falli di pietra, figure essenziali alle quali, a cavallo dell’eneolitico e dentro il primo bronzo, si cominciano ad aggiungere fattezze umane schematiche. Qualche tratto per il volto, talvolta due seni, le braccia, spesso oggetti simbolici indice di posizione sociale: armi (pugnali, accette, spade, archi) abiti splendidamente lavorati, ornamenti, alabarde, animali.
Se si tralascia per il momento il caso sardo, tutti i dettagli delle statue-steli ritrovate in

giovedì 26 febbraio 2015

Videocorso di archeologia, undicesima lezione: La Civiltà Minoica e la talassocrazia

Videocorso di archeologia, undicesima lezione: La Civiltà Minoica e la talassocrazia
Università di Quartu Sant'Elena
Riprese di Fabrizio Cannas
Relatore Pierluigi Montalbano

Nella lezione odierna analizzeremo le tracce lasciate da gruppi organizzati di commercianti che agì nel Mediterraneo nell'età del Bronzo.
La civiltà minoica si sviluppò a Creta per un millennio, fra la metà del III millennio a.C. e il 1500 a.C. circa. La sua scoperta si deve all’archeologo A. Evans che, agli inizi del Novecento, intraprese scavi a Cnosso e scoprì architetture monumentali e una ricca cultura materiale. Secondo Evans, i minoici giunsero sull’isola da Oriente nel III millennio a.C. quando alcuni gruppi emergenti iniziarono a controllare la vita economica e politica delle comunità, sulla base di contatti e scambi con le popolazioni mediterranee. Nel II millennio a.C. queste élite promossero l’urbanizzazione ed edificarono i primi palazzi (civiltà palaziale), nei quali gestivano le risorse agricole, le attività manifatturiere, gli scambi, la vita religiosa e amministrativa attraverso una struttura burocratica molto semplice. In questa fase si collocano le prime attestazioni dell’uso della scrittura: il cosiddetto geroglifico minoico e una forma arcaica di scrittura denominata lineare A. 
I maggiori centri erano Cnosso, Festos e Mallia, ma vi erano anche siti di dimensioni minori e insediamenti a vocazione portuale, rurale e industriale. Intorno al 1700 a.C. i palazzi subirono una distruzione generalizzata, forse a causa di eventi sismici, ma furono ricostruiti rapidamente. Nel periodo dei secondi palazzi (1700-1450 a.C.), che segnò il periodo più florido della loro civiltà, si assistette a un’intensa urbanizzazione e al controllo del territorio attraverso ville, vere e proprie aziende di gestione amministrativa. Si affermò l’uso della scrittura lineare A su tavoletta d’argilla, su papiro e su pergamena. La civiltà minoica si espanse in tutto l’Egeo e nel Mediterraneo orientale, come testimoniano l’ampia distribuzione della cultura materiale e la creazione di colonie o scali. Dopo il decadimento dovuto all’esplosione del vulcano Santorini nel 1620 a.C. e la conseguente crisi agricola dovuta ad ampi lembi di terra avvelenati dalle ceneri vulcaniche, all'inizio del XV a.C. i palazzi subirono una nuova distruzione connessa con fenomeni naturali o, secondo alcuni, con l’arrivo di gruppi di greci micenei. A Cnosso si affermò una nuova scrittura, la lineare B, atta a esprimere la lingua greca, ma la vita continuò senza cesure fino al 1300 a.C. circa, manifestando una forte influenza greco-micenea in tutte le espressioni culturali: architettura, artigianato e pratiche funerarie. Creta, lentamente, perse il suo ruolo egemone nell’Egeo in favore dei centri micenei continentali. 
Il corso dell'anno accademico 2014/2015 si svolge nell'aula magna dell'Università di Quartu Sant'Elena, ogni martedì alle ore 17.00, in Viale Colombo 169.
Con la collaborazione dell'istituto, del videomaker Fabrizio Cannas e del docente, Pierluigi Montalbano, saranno offerte sul canale Youtube tutte le lezioni di archeologia previste nel programma. L'accesso è libero e gratuito.
I lettori sono invitati a proporre suggerimenti per migliorare la fruibilità o altre caratteristiche.
Se qualcuno fosse interessato a collaborare, ad esempio inserendo i sottotitoli in inglese, sarebbe il benvenuto. Per visionare le lezioni è sufficiente cliccare sui link sotto.
Buon ascolto e buona visione.

11° Lezione: La Civiltà Minoica e la talassocrazia

10° Lezione: Le antiche ceramiche sarde

9° Lezione: I Nuraghi a Tholos

8° Lezione: Architetture funerarie, le Tombe di Giganti


7° Lezione: I nuraghi a corridoio e il Sistema Onnis


6° Lezione: L'alba della Civiltà Nuragica

5° Lezione: Le Domus de Janas e il culto dei defunti


4° Lezione: Dall'età della pietra all'età dei metalli

3° Lezione: Le prime civiltà del Mediterraneo


2° Lezione: scavo, stratigrafia, fonti e materiali



mercoledì 25 febbraio 2015

Archeologia. I Tofet: gli antichi cimiteri per bambini.

Archeologia. I Tofet: Gli antichi cimiteri per bambini
di Piero Bartoloni




(Ringrazio la studiosa Cinzia Bruscagli per la collaborazione nella stesura di questo articolo).


I problemi riguardanti il tofet, toponimo di origine biblica assurto a nome generico per indicare un santuario peculiare della civiltà fenicia e punica, sembravano ormai sopiti o, meglio, abbastanza condivisi nell’ambito del mondo degli studi, anche se sussistono due linee di tendenza, l’una incline a respingere l’ipotesi del sacrificio umano dei bambini, l’altra ad accettarla. A far tornare il problema alla ribalta dell’ambiente scientifico hanno contribuito decisamente alcuni recenti contributi di Schwartz, Houghton, Macchiarelli e Bondioli, direttore delle Scienze di Antropologia del Museo Pigorini, dedicato alle analisi dei resti scheletrici degli infanti rinvenuti nel tofet di Cartagine. Nel testo dal titolo “Adoratori di Moloch”, gli autori hanno sostenuto l’assunto dell’inesistenza del sacrificio umano. Ciò ha provocato una immediata risposta di Maria Giulia Amadasi che, invece, ha caldeggiato l’esistenza del sacrificio cruento dei piccoli Fenici e Cartaginesi sostenendo che, mentre per il tofet di Cartagine si sono contati circa venti bambini incinerati all’anno, per Mozia invece ne sono stati calcolati non più di uno o due all’anno. A mio avviso, il numero proposto è fortemente approssimativo, poiché non tiene conto né della cronologia delle urne, ne dal fatto che sia l’area del tofet di Cartagine che di quello di

martedì 24 febbraio 2015

Misteriosa mummia di un monaco buddista celata all'interno di una statua di Buddha

Misteriosa mummia di un monaco buddista celata all'interno di una statua di Buddha

Ciò che appare come una statua tradizionale di Buddha, risalente al 1100 d.C. circa, ha rivelato essere di più. Una TAC, eseguita da un'equipe del Medical Centre Meandro di Amersfoort, in Olanda, ha messo in luce che l'antica reliquia avvolge i resti mummificati di un maestro buddista, conosciuto come Liuquan della Meditazione della Scuola cinese. Il team di esperti condotto da Erik Bruijin, esperto di arte e di cultura buddista presso il Museo di Rotterdam, ha visionato le analisi e ha scoperto che gli organi del monaco furono manipolati prima della mummificazione.

I ricercatori erano coscienti del fatto che la statua fosse un sarcofago contenente resti umani, ma ciò che li ha sorpresi, dopo la tomografia computerizzata e l'endoscopia, è stato che prima della mummificazione gli organi interni furono sostituiti da dei rotoli di carta con scritte in cinese. Dopo la scannerizzazione la mummia verrà trasportata a Budapest, dove sarà esposta al Museo di Storia Naturale Ungherese fino a Maggio. Secondo il quotidiano che riporta la notizia (International Business Times), alcuni buddisti sono convinti che mummie come quella del maestro Liuquan non siano davvero morte, quanto piuttosto in uno stato avanzato di meditazione.

La storia della mummia di Liuquan ricorda quella della mummia del monaco ritrovato a Gennaio, mummificato in Mongolia nella posizione del loto, della quale riferimmo lo scorso 4 Febbraio su questo quotidiano.

lunedì 23 febbraio 2015

Erodoto e Piramide di Cheope: tempi e metodi di costruzione svelati in un recente studio

Erodoto e Piramide di Cheope: tempi e metodi di costruzione svelati in un recente studio


Il più intricato enigma legato al complesso mondo dell'Antico Egitto potrebbe essere prossimo a una soluzione, grazie alle ricerche di Diego Baratono, studioso di egittologia attivo all'Università di Torino, riguardo la costruzione della grande piramide di Cheope e di quelle attigue di Chefren e Micerino, sulla piana di Giza, nella periferia occidentale del Cairo.
Il luminare torinese è riuscito, con appropriati rilevamenti sul terreno, a provare l'esistenza all'epoca della costruzione delle tre piramidi (IV Dinastia, attorno al 2550 a. C.) di un terrapieno, da lui denominato “terzo livello della piana di Giza” una sorta di altura posta sopra il piano calpestato, che costituì il livello d'appoggio delle piramidi e dunque la base di lavoro, dove gli operai trasportarono i blocchi per la futura struttura. Gli enormi blocchi furono innalzati sulla sommità del terrapieno mediante l'utilizzo di slitte e di traversine in legno, capaci di far scorrere massi di elevato tonnellaggio e da lì furono prima calati "in situ" e poi sistemati con traiettoria sempre più orizzontale.
Una volta che la nuova costruzione raggiunse il livello del terrapieno, gli ingegneri egizi iniziarono a dar corpo all'imponente camera mortuaria e ai condotti, quasi tutti ad essa collegati; la piramide di Cheope fu poi completata utilizzando la camera del re come base d'appoggio per la parte terminale e per il ‘pyramidion': in questa fase finale gli operai verosimilmente utilizzarono le strutture sottostanti come punto d'appoggio per innalzare il materiale utilizzato per il vertice: in questa non agevole operazione si utilizzò un sistema di carrucole, che scorreva su un fianco della parte già eretta, ultimato solo alla fine.
Le più recenti campagne di scavo, verificate anche con prospezioni in altri siti, testimoniano come la scelta del terreno su cui erigere una piramide di notevoli dimensioni, fosse determinata

domenica 22 febbraio 2015

Archeologia in Sardegna. Monte Sirai, storia di un sito di 3000 anni fa

Archeologia in Sardegna. Monte Sirai, storia di un sito di 3000 anni fa
di Piero Bartoloni



La città di Monte Sirai si pone come strumento fondamentale ai fini di una maggiore conoscenza della civiltà fenicia e punica poiché il centro abitato, completo in ogni sua fondamentale componente, è privo di sovrapposizioni più tarde. Dopo il suo abbandono, avvenuto per motivi
non facilmente spiegabili attorno al 100 a.C., nulla è venuto a sconvolgere o a mutare in modo sia pure minimo la struttura del luogo.
L'insediamento di Monte Sirai è composto di tre grandi settori, che sono i fulcri scientifici e turistici dell'antico centro. Il principale è costituito dall'abitato, che occupa la parte meridionale della collina. Nella collina settentrionale è invece situato il tofet: è questo il luogo sacro nel quale erano sepolti con particolari riti i corpi bruciati dei bambini nati morti o defunti in tenera età. L'ultimo settore è costituito dalle due necropoli, collocate nella valle che separa l'abitato dal tofet. Si tratta di una necropoli fenicia a incinerazione, della quale ormai sono visibili unicamente delle fossette scavate nel piano di tufo, e una necropoli punica a inumazione, formate da tombe sotterranee, tutte visitabili.
Il centro di Monte Sirai nasce come abitato civile attorno al 740 a.C. e risulta particolarmente importante perché è situato lungo la via costiera, alla confluenza con la valle del Cixerri che conduce al Campidano. La sua fondazione come città si deve probabilmente ai Fenici di Sulcis o forse a quelli di un insediamento anonimo presso l'attuale Portoscuso. In ogni caso, da ciò scaturisce più che evidente la necessità, e anzi l'obbligo, di un'analisi globale del territorio che tenga conto di tutte le componenti storiche che parteciparono alla nascita, alla crescita e alle vicende della civiltà nella regione sulcitana. Pertanto, questa deve essere sempre considerata

sabato 21 febbraio 2015

Le scoperte dell'archeologia che hanno segnato il 2014

Le scoperte dell'archeologia che hanno segnato il 2014
Antiche città, monumenti funebri e piccoli tesori della vita comune, trovati anche in Italia

Il 2014 è stato un anno di grandi scoperte e ritrovamenti epocali, gli studiosi di archeologia hanno portato alla luce veri tesori di inestimabile valore, dalla Cina al Messico, dalla Gran Bretagna all'Egitto, dalla Grecia all'Italia, la loro opera costante è stata premiata con reperti unici al mondo.

1. I pantaloni più antichi del mondo

Gli archeologi hanno rinvenuto, nella regione autonoma cinese dello Xinjiang, due mummie identificate come due sciamani maschi sulla quarantina con indosso i pantaloni fatti di pelliccia animale. Hanno 3300 anni e sono i pantaloni più antichi al mondo. I pantaloni sarebbero stati inventati proprio dai nomadi che vivevano nella zona per poterli utilizzare per andare a cavallo. In passato pantaloni simili erano stati trovati in questa regione a Nord della Cina, ma si trattava di un modello più semplice senza il cavallo che univa le due gambe.



2. Due città scoperte in Messico
Nascoste tra le foreste del Messico, intorno a Chactun nello Yucatan, ci sono i resti di due città Maya con tanto di piramidi, piazze, palazzi e spazi per il gioco della palla. Sono state chiamate Lagunita e Tamchén. La scoperta ha premiato la tenacia di Ivan Sprajc, professore associato presso l'Accademia Slovena delle Scienze e delle Arti, e il suo team. Le strutture urbane risalirebbero al periodo tardo classico della civiltà Maya, tra il 600 e il 900 d.C.


3. Antica città sommersa in Cina

Shi Cheng, la Città dei Leoni, sarebbe l'antica città scoperta a una profondità che

venerdì 20 febbraio 2015

Archeologia. Una scoperta rivela che Roma è più antica di almeno due secoli.

Archeologia. Una scoperta rivela che Roma è più antica di almeno due secoli.

Alcuni scavi eseguiti nel Lapis Niger, un santuario di pietra nera nel Foro Romano, hanno portato alla luce manufatti di ceramica, cereali e un muro realizzato con la pietra calcarea di tufo. L'esame del materiale ceramico recuperato ha permesso di datare la struttura muraria all’inizio del IX a.C. I nuovi dati anticipano di almeno due secoli la data tradizionale della fondazione di Roma.
Come dice il testo di una famosa canzone dei Morcheeba, «Rome wasn’t built in a day», e infatti è almeno di due secoli più antica di quanto si pensasse. Secondo la tradizione, l’antica città di Roma fu fondata il 21 aprile dell’anno 753 a.C. da Romolo, gemello di Remo e figlio del dio Marte e di Rea Silvia. Ma alla luce di una nuova scoperta fatta da un gruppo di archeologi, alle 2767 candeline ne dovranno essere aggiunte almeno 200. Nuovi scavi eseguiti all’interno del Foro Romano hanno portato alla luce i resti di un muro che secondo gli archeologi risale al 900 a.C., suggerendo che la Città Eterna esisteva già da 200 anni rispetto alla data tradizionale della sua fondazione. Utilizzando una tecnologia di ultima generazione, gli archeologi italiani hanno portato alla luce il muro di tufo e alcuni frammenti di ceramica e cereali, nel corso dello scavo del Lapis Niger, un santuario in pietra nera che ha preceduto l’impero romano di diversi secoli.
“L’esame del materiale ceramico recuperato ci ha permesso di datare cronologicamente la struttura murario tra il X secolo e l’inizio dell’IX secolo a.C.”, spiega al Telegraph la dottoressa Patrizia Fortuni, archeologo della Soprintendenza ai Beni Culturali di Roma e direttore del progetto di ricerca. “Così, anticipa la data tradizionale della fondazione di Roma” Il Lapis niger (“pietra nera” in lingua latina) è un sito archeologico collocato nell’area del Foro romano a Roma, sul luogo dei comizi a poca distanza dalla Curia Iulia. Il suo nome deriva dal fatto che anticamente era stato coperto da lastre di marmo nero, con risvolti sinistri legati a leggende circa la tomba profanata di Romolo. L’area venne sepolta e recinta nella tarda età repubblicana, coperta da un pavimento di marmo nero e considerata un luogo funesto, a causa della profanazione della sepoltura che avevano causato i Galli durante il saccheggio del 390 a.C. Gli archeologi italiani hanno cominciato a lavorare sul sito nel 2009, utilizzando fotografie storiche, immagini e studi lasciati da archeologi come Giacomo Boni, il quale ha guidato gli scavi del Foro Romano dal 1899 fino alla sua morte avvenuta nel 1925. Dalle immagini di Boni, la dottoressa Fortuni e il suo team hanno creato una ricostruzione digitale 3D del luogo e utilizzando scanner laser e fotografie ad alta risoluzione, sono riusciti a individuare l’esatta ubicazione del muro sepolto che viene descritto come la prima struttura realizzata nel luogo sacro. Dunque, il vecchio detto che Roma non fu costruita in un solo giorno è vero. Gli studiosi pensano che la città abbia avuto inizio con un piccolo insediamento, ampliandosi poi nel corso dei secoli.
Prove archeologiche suggeriscono che gruppi umani potrebbero avere occupato il monte Palatino, una delle zone più antiche della città, già nel X a.C. Il muro potrebbe essere una delle prime strutture architettoniche della città, dal quale poi si è sviluppato il resto dell’area urbana.


Immagine di www.luniversoeluomo.org
Fonte: www.ilnavigatorecurioso.it

giovedì 19 febbraio 2015

Archeologia: Videocorso, decima lezione: Le ceramiche, dal Neolitico alla civiltà nuragica.

Videocorso di archeologia, decima lezione: Le ceramiche, dal Neolitico alla civiltà nuragica.



Università di Quartu Sant'Elena
Riprese di Fabrizio Cannas
Relatore Pierluigi Montalbano

L'incontro di oggi è dedicato interamente all'esame delle ceramiche utilizzate in Sardegna dal VI millennio a.C. fino al Bronzo Finale, quando i nuragici partecipavano attivamente ai traffici commerciali che si svolgevano nel Mare Mediterraneo. Dalla ceramica cardiale, ottenuta incidendo motivi lineari con il bordo seghettato di una conchiglia, si passa al periodo Bonu Ighinu e alle belle decorazioni della facies Ozieri. Una svolta avviene verso la metà del III millennio a.C. con 'intreccio fra le genti del vaso campaniforme e quelle di Monte Claro. Si chiude con la civiltà nuragica e i contatti con il mondo miceneo.

Il corso dell'anno accademico 2014/2015 si svolge nell'aula magna dell'Università di Quartu Sant'Elena, ogni martedì alle ore 17.00, in Viale Colombo 169.
Con la collaborazione dell'istituto, del videomaker Fabrizio Cannas e del docente, Pierluigi Montalbano, saranno offerte sul canale Youtube tutte le lezioni di archeologia previste nel programma. L'accesso è libero e gratuito.
I lettori sono invitati a proporre suggerimenti per migliorare la fruibilità o altre caratteristiche.
Se qualcuno fosse interessato a collaborare, ad esempio inserendo i sottotitoli in inglese, sarebbe il benvenuto. Per visionare le lezioni è sufficiente cliccare sui link sotto.
Buon ascolto e buona visione.

10° Lezione: Le antiche ceramiche sarde

9° Lezione: I Nuraghi a Tholos

8° Lezione: Architetture funerarie, le Tombe di Giganti

7° Lezione: I nuraghi a corridoio e il Sistema Onnis

6° Lezione: L'alba della Civiltà Nuragica

5° Lezione: Le Domus de Janas e il culto dei defunti


4° Lezione: Dall'età della pietra all'età dei metalli

3° Lezione: Le prime civiltà del Mediterraneo


2° Lezione: scavo, stratigrafia, fonti e materiali

mercoledì 18 febbraio 2015

Archeologia: scoperta la più grande industria di ceramiche greche

Archeologia: scoperta la più grande industria di ceramiche greche
di Renato Sansone


Ha ottanta fornaci, si estende su un’area di 1.250 metri quadrati, nella valle del Cottone, ha una lunghezza di 80 metri ed è l’industria di produzione di terrecotte e ceramiche più grande del mondo antico mai ritrovata quella che il team dell’Istituto archeologico germanico di Roma e dell’Università’ di Bonn, guidato dal professor Martin Bentz, ha studiato nelle ultime cinque settimane attraverso scavi svolti all’interno del parco archeologico di Selinunte. L’importante notizia archeologica è stata resa nota in occasione dell’ultimo giorno di scavi che in estate si ripetono ormai puntualmente dal 2010 e che grazie a finanziamenti dell’Istituto germanico di Roma potranno andare avanti per altri due anni. Gli archeologi, che quest’anno hanno utilizzato anche il georadar per le loro indagini, hanno scavato tre sezioni dell’area che hanno permesso di ricostruire il quartiere industriale dell’antica colonia greca. Il materiale riportato alla luce negli ultimi anni è stato datato al V a.C. Verosimilmente la fornace più grande serviva per la produzione di tegole in terracotta e le altre più piccole per realizzare vasi, statue e altro materiale. Già lo scorso anno

martedì 17 febbraio 2015

I sardi di epoca nuragica nel Mediterraneo

I sardi di epoca nuragica nel Mediterraneo
di Massimo Pittau



L'ipotesi delle torri nuragiche come “castelli” e “fortezze” per 50 anni ha impedito che in Sardegna si intravedesse una sia pure pallida idea di che cosa sia stata effettivamente la “civiltà nuragica”; e ciò si deve affermare tanto rispetto alla sua caratteristica interna o civile e culturale, quanto rispetto a una sua eventuale politica esterna di espansione fuori dell'isola.

lunedì 16 febbraio 2015

Archeologia. Sardegna, un'isola meticcia: geografia di una frontiera.

Un'isola meticcia: Geografia di una frontiera
di Alfonso Stiglitz























D(is) m(anibus)/ Urseti Nispeni/ni coniugi / b(ene) m(e)r(enti) / f(ecit) (fig. 1).

In un qualche anno del I d.C. nella piana del Tirso tra Borore e Macomer (Sardegna centro-occidentale) sullo sfondo dei contrafforti dell’altopiano degli Iliensi, Urseti affidò l’amata coniuge, Nispeni, agli Dei Mani.
L’epitaffio, per la sua collocazione geografica e per l’onomastica, ci mostra le tante sfaccettature che i termini “confini” e “frontiera” possono assumere, se li si usa in un’accezione che non si limiti, come troppo spesso avviene, all’ambito fisico ma si estenda al complesso dei significati, comprendendo quello che, superando la visione etnica, possiamo indicare come incontro tra culture. Una testimonianza, quella del cippo in questione, che vuole segnare la presa di distanza netta dalla visione marcatamente dualista di una Sardegna divisa tra una Romània civilizzata, alfabetizzata, planiziale e una Barbària analfabeta, resistente e montanara, l’un contro l’altra armate, fino alla presa di potere della superiore civiltà romana, come gli antichi autori coloniali ci hanno tramandato. Uno scontro di civiltà nel quale a soccombere furono quei “Sardi”, ovviamente pelliti, barbari (anzi barbaricini), che abitavano in caverne, non seminavano le terre seminabili e depredavano gli altri (Strabone V, 2, 7), vivendo “senza pensieri e travagli, contenti dei cibi semplici” (Diod. Sic., V, 15, 5), secondo lo strumentario del bravo etnologo colonialista che isola alcuni caratteri stereotipati. Una visione nella quale i protagonisti della straordinaria civiltà nuragica sarebbero stati travolti dall’abbrutimento psicofisico trasformandosi nei barbari abitanti le caverne e nella quale la plurisecolare presenza fenicia sarebbe scomparsa nel nulla. Il dibattito in Sardegna può trovare

domenica 15 febbraio 2015

Archeologia. Antenati e “defunti illustri” in Sardegna nell’età punica.

Archeologia. Antenati e “defunti illustri” in Sardegna nell’età punica.
di Giuseppe Garbati

La ricostruzione delle ideologie funerarie e dell’immaginario oltremondano nel mondo fenicio e punico costituisce uno dei campi di studio più stimolanti. Una delle regioni in cui l’apporto dell’archeologia si è dimostrato ricco di nuove suggestioni è senza dubbio la Sardegna, sia in relazione ai contesti e ai corredi funerari appartenenti alle fasi arcaiche della presenza fenicia, sia in riferimento alle molteplici testimonianze inquadrabili nell’età punica. In merito a questa seconda epoca, alcuni elementi interessanti sono stati restituiti di recente dai rinvenimenti nella necropoli punica di Sulcis. Bernardini ha scoperto un ricco sepolcro che consente di esprimere alcune considerazioni. La tomba numero 7 della necropoli punica di Sulcis, datata grazie al corredo ceramico entro la seconda metà del V a.C., è composta da un’unica grande camera a pianta trapezoidale, cui si accede da un ampio corridoio gradinato, provvista al centro di un pilastro (fig. 1). L’interno della cella, lungo la parte superiore delle pareti, presenta larghe fasce dipinte in rosso che inquadrano otto nicchie costruite – due per ogni parete – e una falsa porta; anche le facce laterali e posteriore del pilastro centrale sono riquadrate da bande rosse. Il nodo della decorazione è costituito da un altorilievo dipinto, ricavato sulla parete anteriore del pilastro (fig. 2). L’immagine, di accentuata ispirazione egiziana, rappresenta una figura maschile incedente, ritratta in posizione frontale e vestita di un corto gonnellino; il braccio sinistro, portato al petto, reca al polso un laccio cui è legato un piccolo contenitore, mentre il destro, disteso lungo il fianco, presenta il pugno chiuso a tenere un rotolo. Su entrambe le braccia è riportata una serie di tre bracciali, resi attraverso pittura rossa; la stessa pittura e del pigmento nero sono ampiamente utilizzati per sottolineare altri particolari dell’immagine, sia anatomici (le labbra, la barba, i baffi, la capigliatura, le orecchie, i capezzoli), sia inerenti all’abbigliamento e agli accessori (il copricapo, il gonnellino, il diadema, il rotolo, il recipiente). Come suggerito da Bernardini, la tipologia

sabato 14 febbraio 2015

Straordinaria scoperta archeologica: una tomba inviolata del VI a.C.

Nella salina grande torna alla luce una tomba inviolata del VI a.C.
Straordinario ritrovamento archeologico è affiorato nei giorni scorsi nella Salina Grande: una tomba inviolata del VI a.C. A darne notizia è Cinzia Amorosino, presidente dell'associazione Progentes, testimone dell'eccezionale scoperta. 
«Cosa direbbero i tarantini odierni se riaffiorasse dal terreno della Salina Grande, un’antica signora che visse a Taranto, da greca purosangue, nell’epoca di Pitagora? - scrive Cinzia Amorosino- Emoziona pensare che lei, sia che lavorasse il salgemma o facesse parte di un kòmas (villaggio strutturato della campagna), abbia sentito forse parlare dal vivo il padre spirituale di tutte le democrazie». Inconsueto e straordinario, dunque, il ritrovamento, negli ultimi giorni, di una tomba ancora intatta, risalente alla fine del VI a.C., compiuto da due giovani archeologi, Patrizia Guastella e Andrea Pedone, che sorvegliavano i lavori della costruzione del II lotto della Tangenziale sud di Taranto, in corrispondenza del tronco stradale di collegamento tra la tangenziale medesima e la SP 100 per la nuova base navale. In quella zona, spiegano i due archeologi Patrizia Guastella e Andrea Pedone, «pare che Annibale facesse riposare i suoi elefanti, prima di entrare a Taranto attraverso Porta Temenide. E prima ancora, in quella stessa area i tarantini raccoglievano sale purissimo. Già, proprio la Salina Grande, dove si trova

Saras, l'industria del petrolio a Sarroch. 50 anni fa la nascita e la profezia dell'allora assessore al turismo Covacivich.

Saras, 50 anni fa la profezia di Covacivich
di Pablo Sole

 “Personalmente sono convinto che la costruzione della raffineria danneggi enormemente le possibilità di sviluppo turistico del golfo degli Angeli. Un ordine del giorno del genere, prima di essere votato, avrebbe avuto bisogno di attento studio. Perdoni la mia sincerità e gradisca i più cordiali saluti”.
Il 26 gennaio 1963, quando scrive queste poche righe indirizzate al sindaco di Cagliari Giuseppe Brotzu, Giacomo Covacivich, democristiano, assessore al Turismo della Regione sarda, sta per scoprire di essere un uomo solo. Politicamente solo. Perché nessuno lo seguirà in quelle profetiche considerazioni sulla ‘Società anonima raffinerie sarde’. In cinque lettere: Saras.
Sono passati esattamente 50 anni da allora. Da quei giorni di gennaio e febbraio del 1963 quando il comune di Cagliari e la Regione diedero il via libera alla costruzione della raffineria.
Fa impressione leggere oggi quei documenti. Perché rivelano che il pericolo ambientale

venerdì 13 febbraio 2015

Il simbolo della dea Tanit nel Castello di Gerione, distrutto da Annibale nel 217 a.C.

Il simbolo della dea Tanit nel Castello di Gerione, distrutto da Annibale nel 217 a.C.



Il Castello di Gerione, in provincia di Campobasso, è un piccolo insediamento fortificato a 616 metri di altitudine sulla valle del Cigno. La cittadella ha una forma ovoidale e dimensioni modeste. L'attestazione più antica risale al 1172, quando compare in un atto di donazione. Successivamente Gerione è ricordata in alcuni documenti del 1181 e del 1254 e in un importante documento del 1239-1241, di epoca sveva. Un atto del 1450 ricorda Gerione tra i feudi inabitati.
Dal 2003, anno in cui il comune di Casacalenda ha acquisito

giovedì 12 febbraio 2015

I Nuraghi a Tholos. Video del corso di archeologia, 9° lezione.

Videocorso di archeologia, nona lezione: I Nuraghi a Tholos


Università di Quartu Sant'Elena
Riprese di Fabrizio Cannas
Relatore Pierluigi Montalbano

I nuraghi a tholos sono edifici a sviluppo verticale costruiti a partire dal XV a.C, nel Bronzo Medio. Grazie alla tecnica di aggetto, applicata con perizia e intelligenza, si arrivò a chiudere torri con un altezza interna fino a 11 metri, come nel nuraghe Is Paras di Isili. Si conoscono torri a più piani, fino a tre, e altezze complessive che sfioravano i 27 metri, come al Nuraghe Arrubiu di Orroli. Si distinguono in nuraghi semplici e nuraghi polilobati, ossia con varie torri che affiancano il mastio (la torre centrale). Vista la mole di lavoro necessaria per la costruzione, i materiali utilizzati sono sempre quelli disponibili nelle vicinanze dell'edificio da edificare: basalto, trachite, scisto, granito e marna. Si contano circa 8000 nuraghi sparsi capillarmente nell'isola, ma il loro numero è in aumento e poteva raggiungere forse i 9.000/10.000. Le funzioni sono varie, secondo l'epoca e le esigenze delle comunità, e i materiali scavati dagli archeologi sono prevalentemente legati alla vita quotidiana: pestelli, macine, pesi da telaio e ceramiche adatte a contenere granaglie e altre derrate alimentari. Raramente compaiono oggetti metallici, e ciò può essere spiegato con la preziosità di questo materiale che in caso di rottura può essere fuso e trasformato per un nuovo utilizzo.

Il corso dell'anno accademico 2014/2015 si svolge nell'aula magna dell'Università di Quartu Sant'Elena, ogni martedì alle ore 17.00, in Viale Colombo 169.
Con la collaborazione dell'istituto, del videomaker Fabrizio Cannas e del docente, Pierluigi Montalbano, saranno offerte sul canale Youtube tutte le lezioni di archeologia previste nel programma. L'accesso è libero e gratuito.
I lettori sono invitati a proporre suggerimenti per migliorare la fruibilità o altre caratteristiche.
Se qualcuno fosse interessato a collaborare, ad esempio inserendo i sottotitoli in inglese, sarebbe il benvenuto. Per visionare le lezioni è sufficiente cliccare sui link sotto.
Buon ascolto e buona visione.

9° Lezione: I Nuraghi a Tholos

8° Lezione: Architetture funerarie, le Tombe di Giganti

7° Lezione: I nuraghi a corridoio e il Sistema Onnis

6° Lezione: L'alba della Civiltà Nuragica

5° Lezione: Le Domus de Janas e il culto dei defunti


4° Lezione: Dall'età della pietra all'età dei metalli

3° Lezione: Le prime civiltà del Mediterraneo


2° Lezione: scavo, stratigrafia, fonti e materiali

mercoledì 11 febbraio 2015

Archeologia. Ruspe sulla storia: spianato a Bari un sito neolitico di 7 mila anni fa. Cittadini in rivolta

Ruspe sulla storia: spianato a Bari un sito neolitico di 7 mila anni fa. Cittadini in rivolta
di Kasia Burney Gargiulo


Alla fine è stata scelta la soluzione peggiore, quella dell’asportazione dei reperti e dell’affidamento del sito ai proprietari che hanno proceduto con i lavori di spianamento dell’area. Parliamo del sito archeologico neolitico, di 7 mila anni fa, che era emerso nel territorio della frazione barese di Paleselo scorso Autunno. L’area, nella quale erano state rinvenute tracce di strutture abitative, produttive e una zona funeraria che ha restituito almeno otto scheletri oltre a svariati altri reperti, si era subito rivelata come una vera miniera di informazioni per la conoscenza degli insediamenti neolitici fra la costa adriatica e l’entroterra.
Donato Coppola, docente di Archeologia della Preistoria al dipartimento di Scienze dell’antichità dell’Ateneo di Bari, aveva affermato che i resti di questo abitato non avevano eguali nel panorama della preistoria italiana per via dello stato di conservazione del materiale rinvenuto, soprattutto dei pavimenti abitativi e di altre testimonianze legate alla vita quotidiana degli agricoltori del VI-V millennio a.C., fra cui alcune ceramiche ed una rarità costituita da una statuina in pietra della Dea Madre ritrovata accanto ad uno scheletro in deposizione rituale, collocato in una posizione prona assolutamente inconsueta. Sandro Sublimi Saponetti,  docente di Antropologia al dipartimento di Biologia dell’Ateneo barese, aveva a sua volta dichiarato trattarsi di un tipo di sepoltura di cui in Italia esistono solo tre esempi aggiungendo che questo sito costituiva una sorta di grande archivio degli eventi di vita quotidiana dell’epoca, un’occasione davvero unica di poter esaminare non solo una necropoli molto antica ma anche uno spazio abitativo e produttivo.
Ebbene, di tutto questo rimangono solo i reperti che si sono riusciti a prelevare, mentre il contesto non esiste più. A nulla sono valse

martedì 10 febbraio 2015

Costruiamo un nuraghe da noi in otto mesi…senza colla e cemento

Costruiamo un nuraghe da noi in otto mesi…senza colla e cemento
di Desi Satta


Cari amici, abbiamo un po’ di tempo libero e uno spazio nell’orto? E allora dai…facciamoci un nuraghe e rinverdiamo i fasti dei nostri avi costruttori.
Cosa ci vuole e quanto tempo? Seguite le istruzioni e lo saprete: buon divertimento!
Un’ultima cosa: diversamente da Art Attack non servono i cilindri di cartone della carta igienica né la colla vinilica.
Individuate un’area libera di 12x12 mq nel vostro orto; assicuratevi che sia facilmente raggiungibile dal cancello e che disponga di un’area adiacente (il parcheggio dietro il supermarket accanto a casa andrà benissimo) in cui stoccare gli ingredienti per il gioco;
Prendete una corda intrecciata con fibre vegetali (le foglie di asfodelo vanno benissimo) lunga una decina di braccia; Piantate un piolo nel terreno al centro dell’area individuate e legateci la corda; Tagliate un ramo alla lunghezza di un braccio; Misurate otto braccia sulla corda partendo dal piolo e fate un nodo; Tracciate un cerchio in corrispondenza del nodo; Ripetete la procedura per una lunghezza di quattro braccia circa 2,25 m).
A questo punto abbiamo ottenuto la pianta del nostro nuraghe. Sì è vero, somiglia moltissimo alla pianta del nuraghe Sa Pedra di Macomer (cfr Moravetti). A questo punto decidete che materiale intendete usare. Abitate in periferia? Benissimo, allora non avrete difficoltà. Nella zona di Macomer? Fantastico, perché nel raggio di 300 m da casa vostra (in media) troverete tutto il materiale di cui abbisogniate. Se così non fosse leggete fino alla fine e saprete come fare.
Contattate un amico, proprietario di quattro buoi per le due traccas che usa a carnevale e ditegli che volete fare un nuraghe nell’orto; se non vi manda immediatamente a quel paese, visto che ci siete, chiedetegli anche se ha tre amici che non hanno niente da fare (andranno benissimo tre operai in cassa integrazione che risparmieranno un sacco di soldi evitando di bere birra al bar) e fatelo

lunedì 9 febbraio 2015

Archeologia. La storia del carro.

La storia del carro
di M. Zuffa, R. Peroni

1) Oriente antico.  Nella sua forma a quattro ruote piene, trainato da una quadriglia di buoi prima, di equidi poi, ha origine nella cerchia delle civiltà agricole del IV millennio a. C.
Le più antiche rappresentazioni mostrano la contemporanea esistenza del tipo a due ruote e di quello a quattro. Il più antico esempio è da considerarsi il modellino trovato a Tepe Gaura, datato a circa il 3000 a.C.; si tratta di un c. a quattro ruote, piene, con copertura a telone sorretta da armatura arcuata. Alla prima metà del III millennio appartengono alcuni modellini trovati a Kish a due e a quattro ruote, con la parete anteriore più alta rispetto a quelle laterali; contemporaneo è un modellino di rame da Tell Agrab, rappresentante un c. a due ruote con guidatore, il quale tiene per le briglie quattro equidi; da notare il particolare delle ruote dentate, che compaiono anche nell'intaglio di un sigillo cilindrico del periodo di Mesilim (2600 a.C.). Su un frammento della cosiddetta "stele degli avvoltoi" si vede il re Eannatum di Lagash (circa 2450 a.C.) stante su una piattaforma con intelaiatura a graticcio, assieme ad un auriga con frecce.
Al periodo della I dinastia di Ur (2500-2350 a.C.) risale il pannello istoriato a litotomia delle tombe reali di Ur nella Mesopotamia meridionale: questo mostra ben cinque carri da guerra a quattro ruote trainati ciascuno da quattro equidi e montati, secondo il costume che sarà poi immortalato dai poemi omerici, da un combattente e da un auriga. Le ruote, piene, sono formate da

domenica 8 febbraio 2015

Bronzetti nuragici...falsi.

Bronzetti nuragici...falsi. 



Nel 2009 il Museo Archeologico di Cagliari organizzò una mostra di una serie di bronzetti falsi realizzati nell'Ottocento e spacciati per autentici, con notevole giro di danaro che finì nelle tasche di intermediari senza scrupoli a danno di collezionisti sprovveduti. Molti di questi falsi sono pubblicati nei libri degli archeologi del passato. E' evidente la loro non autenticità, la si evince dalla ricchezza sproporzionata degli accessori, dalla mancanza di eleganza e dall'aspetto delle superfici. Tuttavia hanno un valore notevole (nonostante siano falsi) perché appartengono ad una collezione.




Il mio suggerimento è di fare un giro al Museo Archeologico di Cagliari per vedere i bronzetti autentici. Sono alti dai 10 ai 30 cm circa e, oltre all'eleganza e linearità dell'aspetto, sono espressivi e affascinanti per la loro appartenenza a un passato misurabile in tre millenni. Rappresentano capi tribù e guerrieri con i capelli raccolti in trecce ma anche gente comune con l’offerta alla divinità e la mano destra alzata in segno di saluto. Se siete fortunati (non sempre sono esposti) riuscirete a vedere anche i falsi bronzetti dei primi del 1800, quelli nelle immagini, che godettero fama di autenticità per circa 80 anni. Furono creati da artigiani sardi che copiarono gli originali e ci misero del loro, creando bizzarre creature somiglianti a mostri o alieni. Questi bronzetti fantasiosi ci sono familiari perché sono simili ai personaggi dei cartoni animati giapponesi. Di solito i bambini sono più affascinati dai falsi, che dai veri bronzetti, forse per l'aspetto mostruoso che intimorisce.



sabato 7 febbraio 2015

Monte Prama: il regno dei Giganti resta incustodito

Monte Prama: il regno dei Giganti resta incustodito
di Claudio Zoccheddu

Quando cala la notte, oltre alla luce scompare anche quel senso di grandezza che si avverte quando si guarda la collina dei giganti di pietra, la casa delle statue che raccontano il passato glorioso della Sardegna.
L’importanza dei tempi andati non si percepisce quando il buio avvolge le colline del Sinis e la casa dei guerrieri diventa una tavola nera su cui chiunque può imprimere il suo segno. I controlli ci sono, bisogna dirlo, ma sono sporadici e comunque molto lontani da quello che ci si aspetterebbe per un sito che custodisce, ormai lo dicono anche gli esperti, il ritrovamento archeologico più importante degli ultimi 50 anni.

Nella notte tra ieri e avantieri, quando vento, pioggia e grandine erano le uniche presenze iscritte all’albo dei visitatori del sito, lo scavo era deserto. E buio. Le condizioni ideali per un blitz dei temutissimi tombaroli con il vizietto del nuragico. Presenze ormai sbiadite, quelli veri battevano il Sinis e seminavano danni quando i giganti erano appena ritornati alla luce, che comunque avevano giustificato alcune misure tampone adottate dopo che due tombe erano state violate durante la fase di scavo. Probabile che si trattasse di principianti alla ricerca di un improbabile colpaccio più che di un tombarolo esperto. Comunque, è stato

venerdì 6 febbraio 2015

La storia del miele

La storia del miele 
di Paolo Faccioli


Il miele ha una storia antichissima, infatti è documentata la presenza di piante che producono nettare e polline fin da 100 milioni di anni or sono. Le prime api compaiono da 40 milioni di anni fa, insieme ai primi esemplari di primati, ma le api sociali, cioè le api vere e proprie che funzionano come organismo collettivo, risalgono circa a 20 milioni di anni or sono. Le prime tracce che testimoniano l’uso del miele da parte dell’uomo sono databili a circa 10 mila anni fa, come evidenzia una pittura rupestre scoperta nei pressi di Valencia, in Spagna, che mostra un uomo che si arrampica sulla cima di un albero, o di una rupe. E’ circondato da api in volo, dotato di una cesta per riporre i favi sottratti alle api, e usa una nuvoletta di fumo per ammansirle. E’ la stessa tecnologia usata oggi dai cacciatori di miele in India, che si arrampicano con scale di corda su rupi alte anche 100 metri. La più antica testimonianza dell’allevamento vero e proprio delle api risale a una pittura egiziana del 2400 a.C., in cui a destra si nota l’operazione di prelievo dei favi dagli alveari con l’uso del fumo, e a sinistra l’operazione di sigillo delle giare. L’immagine appartiene a una serie rinvenuta nel Tempio del Sole, vicino al Cairo. Il miele nell’Antico Egitto era inizialmente un cibo di lusso, una prerogativa reale e divina; una maggiore generalizzazione del suo uso comincia nel II millennio a.C., come mostra il ritrovamento di vasi per il miele o favi in tombe private, e la menzione del miele come razione

giovedì 5 febbraio 2015

Videocorso di archeologia, ottava lezione: Le Tombe di Giganti

Videocorso di archeologia, ottava lezione: Le Tombe di Giganti


Università di Quartu Sant'Elena
Riprese di Fabrizio Cannas
Relatore Pierluigi Montalbano

Le tombe di giganti sono sepolture monumentali in pietra che ricordano, nello schema planimetrico, la riproduzione della testa di un toro (protome taurina), un simbolo della religione dei sardi preistorici fin dal lontano neolitico. Sono costituite da un lungo corridoio di derivazione dolmenica (la camera sepolcrale), generalmente absidato e pavimentato, con facciata ad arco che si prolunga lateralmente in due ali di muro delimitante un'area chiamata esedra, una piazzetta dedicata alle cerimonie in onore dei defunti. Al centro del prospetto, si apre il portello d'accesso al vano funerario. In base alle caratteristiche architettoniche, le tombe di giganti si dividono in due grandi gruppi: con stele e ortòstati il primo, diffuso maggiormente nel nord Sardegna; con facciata a filari e ingresso con architrave il secondo, più frequente nel sud dell’isola. I termini cronologici delle tombe dei giganti abbracciano l'intero II Millennio a.C., l’età del Bronzo, ma il loro utilizzo è durato a lungo, fino al periodo Medioevo. 
Al primo Bronzo (1900-1500 a.C.) sono riferite le tombe di giganti a struttura ortostatica, con la camera funeraria a sezione trilitica o rettangolare (come i dolmen dai quali derivano) e la muratura perimetrale realizzata con grandi pietre. La fronte del monumento presenta al centro la monumentale stele, stretta da lastre disposte a coltello che decrescono in altezza verso le estremità delle ali, rinforzate alla base da altre pietre disposte con funzione di bancone/sedile. Alle sezioni dolmeniche e trapezoidale delle camere tombali, succedono sezioni ogivali. Lo stile dell'aggetto è dato dalla sporgenza graduale dei fìlari, mentre in quelle isodome è ottenuto dal taglio obliquo dei conci. A volte, la pietra sommitale che conclude il prospetto delle tombe nuragiche presenta tre scanalature che combaciano con quelle della prima lastra di copertura, costituendo tre fori che accoglievano una triade di piccoli betili.

Secondo lo Spano, un archeologo sardo dell'Ottocento, le tombe di giganti erano mausolei di famiglia; altri le ritengono sepolture dei capi delle tribù nuragiche, mentre per Lilliu e Contu erano tombe comunitarie destinate a accogliere gli abitanti del vicino villaggio. Da Aristotele sappiamo che i sardi erano soliti frequentare le tombe degli antichi eroi per dormire presso di esse per 5 giorni per invocare, dai parenti defunti protezione, aiuto e la guarigione da eventuali ossessioni. Non abbiamo a oggi elementi certi per individuare i rituali funerali in uso nelle tombe di giganti. Verosimilmente si tratta di sepolture secondarie dei resti scheletrici, secondo la tradizione delle culture campaniforme e Bonnanaro, ma non mancano esempi d’inumazione primaria sotto un letto di ciottoli fluviali, con il corpo che poggiava direttamente sul pavimento della camera. Il corredo funerario, costituito da vasi, strumenti e oggetti d'ornamento, può trovarsi accanto agli scheletri ma sono frequenti anche nicchie nelle pareti interne o piccoli vani a lato dell’ingresso. 

Il corso dell'anno accademico 2014/2015 si svolge nell'aula magna dell'Università di Quartu Sant'Elena, ogni martedì alle ore 17.00, in Viale Colombo 169.
Con la collaborazione dell'istituto, del videomaker Fabrizio Cannas e del docente, Pierluigi Montalbano, saranno offerte sul canale Youtube tutte le lezioni di archeologia previste nel programma. L'accesso è libero e gratuito.
I lettori sono invitati a proporre suggerimenti per migliorare la fruibilità o altre caratteristiche.
Se qualcuno fosse interessato a collaborare, ad esempio inserendo i sottotitoli in inglese, sarebbe il benvenuto. Per visionare le lezioni è sufficiente cliccare sui link sotto.
Buon ascolto e buona visione.

8° Lezione: Architetture funerarie, le Tombe di Giganti

7° Lezione: I nuraghi a corridoio e il Sistema Onnis

6° Lezione: L'alba della Civiltà Nuragica

5° Lezione: Le Domus de Janas e il culto dei defunti


4° Lezione: Dall'età della pietra all'età dei metalli

3° Lezione: Le prime civiltà del Mediterraneo


2° Lezione: scavo, stratigrafia, fonti e materiali

mercoledì 4 febbraio 2015

Trovata mummia di monaco congelata. I buddisti: "Non è morto, sta meditando".

Trovata mummia di monaco congelata. I buddisti: "Non è morto, sta meditando".

Il corpo perfettamente conservato di un religioso risalente a 200 anni fa, ritrovato in Mongolia, è coperto con una pelle di animale e sarà sottoposto agli esami forensi Per i fedeli il frate è ancora in una sorta di trance. La storia del ritrovamento della mummia fa il giro del mondo perché il corpo, congelato da due secoli, è stato rinvenuto nella "posizione del loto", utilizzata dai monaci per meditare. Per questo i fedeli buddisti sono convinti che l'uomo non sia morto, bensì in una sorta di trance. Una convinzione talmente diffusa che le autorità hanno addirittura disposto esami forensi per confermare che il religioso sia effettivamente deceduto. Barry Kerzin, medico vicino al Dalai Lama, afferma che se una persona riesce a rimanere in questo stato per più di tre settimane il suo corpo gradualmente si restringe e, alla fine, della persona, restano soltanto i suoi capelli, le unghie e i vestiti". 

Il monaco, quindi, potrebbe trovarsi in un raro stato di meditazione chiamata "tukdam". "Se riesce a restare in questo stato di profonda concentrazione - ha spiegato Kerzin - il meditatore può progressivamente attenuare le proprie funzioni vitali, arrivando a una sorta di 'non morte' che lo avvicinerebbe a un Buddah". La scoperta della mummia è avvenuta in seguito all'arresto di un uomo, che stava cercando di trafugarla per venderla a qualche collezionista di cimeli religiosi. Al momento si pensa che la mummia possa essere di uno degli insegnanti di Lama Itigilov, monaco buddista nato nel 1852 conosciuto anche lui per lo stato della conservazione del suo corpo, che non sembra essere soggetto a decadenza né a deterioramento. E il mistero dei monaci continua.



martedì 3 febbraio 2015

Archeologia. Ancora sul livello del mare nella preistoria: le variazioni eustatiche.

Archeologia. Ancora sul livello del mare nella preistoria: le variazioni eustatiche.

Come probabilmente già saprete il livello delle acque del mare non è stato sempre lo stesso nel corso dei milioni di anni, anzi più volte il livello del mare è sceso portando alla luce parecchi chilometri quadrati di superficie, e risalito sommergendoli nuovamente.
Queste variazioni prendono il nome di variazioni eustatiche del livello marino (dal geologo austriaco Suess nel 1906) e le velocità con cui queste variazioni si attuano si riflette in modo significativo sia sulla dinamica della sedimentazione sia sulle risultanti successioni stratigrafiche. Queste variazioni eustatiche sono ormai ben documentate ed accettate dagli studiosi ma rimangono ancora poco chiare le cause e il meccanismo con cui queste variazioni avvenivano. Vi sono molte teorie e ipotesi a riguardo, ma sostanzialmente sono riconducibili a due cause principali: una variazione

lunedì 2 febbraio 2015

Il livello del mare negli ultimi 450.000 anni, le linee batimetriche.

Linee batimetriche. Il livello del mare negli ultimi 450.000 anni
Intervista a Fabrizio Antonioli

Centomila leghe sotto i mari, la storia del pianeta.
L'ambiente costiero è un sistema altamente dinamico dove i fenomeni di erosione,  arretramento o avanzamento della linea di costa, sono controllati da numerosi fattori meteoclimatici, geologici, biologici ed antropici. Sebbene in generale il "clima" sia da considerarsi come il principale motore degli agenti modificatori, ciascuno degli altri parametri, localmente, può assumere una prevalenza significativa. Fabrizio Antonioli, geomorfologo marino, del Dipartimento Ambiente, esperto di variazioni del livello del mare, ha pubblicato recentemente sulla prestigiosa rivista internazionale “Nature” i risultati di una complessa indagine scientifica. E’ coautore insieme a ricercatori australiani e francesi: Andrea Dutton, Edouard Bard, Tezer M. Esat, Kurt Lambeck e Malcolm T. McCulloch.
Quali risultati ha pubblicato su “Nature”?
Nell’articolo intitolato “Phasing and amplitude of sea-level and climate change during the penultimate interglacial” sono contenuti i risultati di tre anni di studio e analisi delle stalagmiti ritrovate nella grotta dell’Argentarola, un miglio a nord dal promontorio dell’Argentario, in Toscana, per comprendere le influenze dei cambiamenti climatici sulla variazione