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sabato 15 agosto 2015

Archeologia. Studio del territorio di Gairo intorno al sito nuragico individuato i giorni scorsi.

Archeologia. Studio del territorio di Gairo intorno al sito individuato i giorni scorsi. 

A parziale integrazione dell'articolo pubblicato ieri, per interpretare al meglio il territorio, ho scovato in rete questa ricerca che espone in maniera dettagliata le caratteristiche della zona intorno al villaggio nuragico. C'è da aggiungere che la risorsa che, insieme alle ricche sorgenti, ha attirato le genti nuragiche e prenuragiche in queste montagne, è stata la presenza di ricche miniere d'argento e piombo.


Gairo, cuore d’Ogliastra
di Guglielmo Cabiddu e Simonetta Ligas

Geomorfologia
La conformazione del territorio allungato che dalle propaggini del Gennargentu si spinge sino alla costa, determina la presenza di un patrimonio ambientale e naturalistico straordinario per l’eccezionale ricchezza di boschi ancora vergini, monumenti naturali come Perda ‘e Liana, montagna calcarea che domina sull’Ogliastra intera, grotte d’origine carsica, sia superficiali che profonde, attraversate o percorse da corsi d’acqua, litorali e calette selvagge sul mare azzurro ancora fra i più incontaminati del Mediterraneo, piscine naturali, punti panoramici e vallate di straordinaria bellezza. La conformazione orografica del territorio comunale si presenta, anche nelle quote più basse, irregolare, difficile e tormentata per affioramenti rocciosi che creano salti talvolta rilevanti. Il confine Nord–Ovest con Arzana è segnato dal corso tortuoso del fiume Flumendosa. Dalla riva sinistra del fiume il territorio di Gairo sale ripidissimo verso Sud–Est fino allo Spartiacque compreso tra Cuccuru de Muvronis, al confine Nord–Orientale con Arzana e Su Pirastu Trottu, al confine Nord– Occidentale con Seui. La rete idrografica nel suo complesso scorre incassata con percorso rapido e tortuoso. I corsi d’acqua hanno un regime assai irregolare e presentano il classico carattere torrentizio. Sono presenti affioramenti sorgivi che si assottigliano durante il periodo estivo ma che sono in grado di assicurare in ogni parte un sufficiente soddisfacimento del fabbisogno idrico sia a livello alimentare che per le esigenze d’irrigazione.

Le sorgenti più importanti sono una quindicina tra cui: Rio Cabu de Abba (risorsa idrica dell’acquedotto paesano), Abba Frida in località Taquisara; Moddizzi in località Castello Canali Enna; Sa Siligurgia in località omonima; S’Arettili in località omonima. Anche nel centro abitato sono presenti varie sorgenti d’acqua potabile. Tra Perda ‘e Liana e Cuccuru de Muvronis si apre verso Est la conca de
S’argalloni e di Arrettilis, dove nasce la sorgente più lontana che si chiama Rio Su Sammuccu, il principale affluente di sinistra del Flumendosa, che si chiamerà successivamente Geddai, San Girolamo e Flumineddu, bloccato oggi dalla diga vicino a Perdasdefogu. Vi confluiscono Su Pitz’e Iligi, Genn’Orruali, Pranedda, Sa Serra ‘e Sa Mela, Perdu Isu, Is Tostoinis, i vari fiumi di Sa Genesina, Lepercei, Funtana Donna Pruna, e quelli che uscendo dal territorio di Gairo vicino al nuraghe chiamato dai Gairesi Is Tostoinis e dagli Ussassesi Taccu Addai, formano in territorio di Ussassai il fiume Flumini de Tula. Salendo da Su Sammuccu a S’Arcu de Genna ‘e Filigi ci si affaccia al bacino del Rio Pardu, che nasce nella valle alta e cupa di foreste chiamata Baccu Nieddu. Il Rio Pardu riceve le acque degli affluenti di S’Accussadorgiu, Baccu Farucciu, Sarcerei, Concheddu, Arega Pira, Su Columbu, e Sidda dalla sua sinistra, mentre dalla sua destra quelli di Cobingius, Usartana, Sa Murta e Serr’e Porcus. La valle stretta e profonda che si è scavata è coronata a destra dalla catena scistosa di Sa Silurgia alta 1.097 metri e da altri sedimenti dolomitici che si susseguono ininterrottamente coi nomi di S’Assa Orruda, Scala Acussa, Sa Scala de S’arena, fino a Perda Cuccu, con una parete altissima, che continua in territorio di Osini e fino alla gola dove sorge l’abitato di Ulassai; il coronamento della valle continua poi con i picchi altissimi che si succedono: il Tisiddu in territorio di Ulassai, poi Su Monti Lumburau, Spanalai, Porcu e Ludu e Gutturgionis in territorio di Jerzu. I Picchi dolomitici continuano anche nella valle del Rio Quirra, fino al castello omonimo. Chi guarda la valle da S’arcu de Genn’e Filigi o ne segue i tracciati nella carta geografica, osserva infatti che la valle del Rio Quirra è la continuazione geomorfologica di quella del Rio Pardu, che in tempi remoti continuava il suo corso attraverso il valico di Gennecresia. Per qualche fenomeno tellurico o per evoluzione erosiva della valle, si aprì un varco a sinistra, verso il Rio Pelau, così chiamato dal latino Pelagus che significa mare: con buona probabilità, anticamente questo era un fiordo del mar Tirreno che penetrava nel territorio Gairese fino ad arrivare alle campagne di Gustierì. Gairo trova in questo rio il quarto bacino imbrifero del suo territorio. Ne segna il confine per qualche tratto con il territorio del Paese di Jerzu e lo supera poi gradatamente fino a toccare Osini in Is Carcuris, e Tertenia lungo il corso del Rio Funtanas e poi sul ciglio di Genna Didu, dopo l’acquisto del territorio privato che si trovava nel territorio giurisdizionale di Tertenia. Il territorio di Gairo si estende verso la valle delle sorgenti del Rio Pelau, in Parendaddei, abbandonando la valle del Rio Pardu, e salendo gradatamente Sa Costa, fino alla chiesa campestre di San Lussorio e poi a S’Arcu de Serra. La valle del Pardu è coronata gradatamente a sinistra dalle cime scistose di Serra Funtaneddas, Monte Piseddu, Perda S’Armidda, ai confini con Arzana, a Perda Aira, Tricoli, Bimbois e Gaddini ai confini con Lanusei. All’altra sponda della valle orientale del Rio Tricoli agli scisti sottentrano i graniti di porfirei rosa, che l’accompagnano fino ai confini con Tertenia. A Monte Ferru, coperto di una vegetazione lussureggiante, sale a 875 m d’altitudine a solo qualche miglio dalla costa, costituendo la catena montuosa costiera più alta della Sardegna. Il verde della foresta s’incrocia con l’azzurro intenso delle acque marine ed alle varie gradazioni di rosso delle sue rocce porfiree e degli scogli che spuntano qua e là dal mare. In generale la fascia altimetrica prevalente risulta essere quella compresa fra le quote 400 e 1.200 m.
Come nell’area della Barbagia di Seulo e nel Sarcidano, sono diffusi gli altopiani calcarei chiamati Tacchi o Tonneri, nati nel Giurassico medio–superiore (175 – 136 milioni d’anni) per sedimentazione, inizialmente in ambiente fluviale, di conglomerati e arenarie quindi d’argille palustri contenerti resti fossili vegetali (felci, equiseti, conifere). In ambiente marittimo, poi, la loro formazione continuava con calcare e dolomie, spesso contenenti fossili quali gasteropodi, coralli e altri esseri viventi marini che sono andati fossilizzandosi. Questa tipologia di rocce presenta generalmente un colore grigio quando sono allo stato puro mentre sono giallastre o rossastre a seconda che contengano ossidi di ferro e d’alluminio. La serie giurassica ha uno spessore di circa 200 m e poggia su un complesso di rocce scistose d’età paleozoica. Queste rocce, ancora d’origine prevalentemente sedimentaria marina, sono costituite da scisti filladici, arenacei, neri graffitici del Siluriano, quarziti, calcari e marmi del Devoniano, porfirei derivanti da metamorfismo di lave vulcaniche o tufacee. In tempi geologicamente remoti i movimenti orogenetici della crosta terrestre modellarono il complesso scistoso paleozoico facendolo emergere dal mare e portandolo a formare una catena montuosa. Contemporaneamente ebbe luogo anche la formazione di bacini lacustri nei quali si depositarono prodotti vulcanici e sedimenti del Carbonifero superiore quali argille e arenarie che “imprigionarono” imponenti quantitativi di resti vegetali e animali, portandoli a fossilizzazione. L’attuale morfologia dell’area dei Tacchi o Tonneri si è plasmata durante l’era Terziaria e Quaternaria in conseguenza dei movimenti orogenetici della crosta che hanno causato soprattutto sollevamenti differenziali con conseguente fatturazione degli ammassi rocciosi. Tale sollevamento ha innescato fenomeni erosivi che hanno finito di plasmare l’antica piattaforma carbonatica giurassica, facendo affiorare porzioni del basamento scistoso paleozoico, anche questo scolpito da canaloni e valli fluviali. La morfologia delle rocce scistose e quella delle rocce calcareo – dolomitiche è caratterizzata per le prime da forme morbide, quali versanti non troppo ripidi e cime arrotondate; mentre per le seconde da superfici tabulari solcate da valli strette e profonde contornate da pareti quasi a picco, dando addito a vere e proprie valli, da torrioni isolati, come Perda ‘e Liana, da gradini e cornici contornati da cumuli di blocchi di roccia crollati, nonché da grotte e doline, classici fenomeni carsici originati all’erosione della roccia operata dalle acque meteoriche che finiscono con l’infiltrarsi nel sottosuolo. La dolina non è altro che una conca chiusa che si riempirebbe d’acqua se le pareti ed il fondo fossero impermeabili. Ma l’acqua filtra attraverso queste ultime attraverso delle spaccature che con il tempo possono allargarsi e dare adito alla formazione d’inghiottitoi, pozzi e voragini. Fenomeni simili alle doline sono i polje, di dimensioni imponenti. Esistono anche forme carsiche legate alla ricristallizzazione del carbonato di calcio. Tale fenomeno può dare origine, in tempi geologici relativamente brevi, ad accumuli di travertino ondulati e frastagliati scolpendoli a volte in forme belle da osservare. Della suddetta categoria di formazioni rocciose fa parte il succitato tacco calcareo Monte Perda ‘e Liana che si erge, a guisa di una rocca isolata, fino a 1.293 metri sul mare dipartendosi dal centro dello spartiacque, in cima ad una collina a forma di cono. Essa costituisce la cima più alta del territorio di Gairo. La si vede torreggiare da lontano appena ci si affaccia dal valico di Correboi, venendo dal nuorese verso l’Ogliastra, dal valico di Arcuerì venendo da Seui. Secondo Alberto La Marmora, nell’“Itinerario dell’isola di Sardegna”, intorno alla cima di Perda ‘e Liana, vi sarebbe stato un nuraghe, ma oggi non vi sono ritrovamenti o altre prove o testimonianze che corroborino tale affermazione. Il rilievo ricopre un altissimo interesse geologico per l’evidenza stratigrafica che dai calcoschisti cristallini del cono su cui poggia sale gradatamente a quelli di lignite e metaxite, al grès analogo a quello di Nurri, al calcare marmoso grigiastro ricco di fossili, al calcare che passa per gradi a quello magnesiaco, fino ad arrivare al magnesiaco perfetto, identico a quello di Nurri, Laconi e Tonara. Vi si può accedere oggi per varie strade tracciate dalla Forestale, partendo da Sarcerei, da Gairo Taquisara, da Arcuerì, dalla stazione ferroviaria di Villagrande Strisaili. Il suo apparire e scomparire frequente lungo la strada che viene da Nuoro in Ogliastra fa pensare che nell’antichità potesse ricoprire un ruolo importante come “segnaletica stradale”, quando la zona era coperta da foreste impenetrabili, in considerazione della sua altezza e, quindi, della visibilità a grandi distanze. Se l’altitudine massima è quella relativa a Perda ‘e Liana, quella minima è della località Perd’è Quaddu di 90 m s.l.m. Nella fascia costiera dove si hanno quote superiori ai 500 m, si raggiunge la quota massima di 598 m con Punta Cartucceddu.
Punte più elevate.
Ecco alcune fra le cime più alte che superano i 1.000 m s.l.m. oltre a Perda ‘e Liana: Punta Armidda: 1.270 m s.l.m. Punta Erdorrù: 1.236 m s.l.m. Cuccuru ‘e Muvronis: 1.232 m s.l.m. Punta Pisti Pisti: 1.221 m s.l.m. Perd’Aira: 1.215 m s.l.m. Punta Tricoli: 1.211 m s.l.m. Punta Trunconi: 1.197 m s.l.m. Punta Semida: 1.177 m s.l.m. Punta Sa Silurgia: 1.097 m s.l.m. Serra Perdu Isu: 1.088 m s.l.m. Perdu Cuccu: 1.084 m s.l.m. Punta Sarena: 1.079 m s.l.m. Bruncu Matedi: 1.069 m s.l.m. Punta Baccu e’Pira: 1.067 m s.l.m. Punta S’Alinu: 1.062 m s.l.m. Punta Genna ‘e Cossu 1023 m s.l.m.

Clima
Il territorio Gairese si estende dalle propaggini del Gennargentu, la più alta catena montuosa della Sardegna la cui cima più elevata arriva ai 1.834 m, fino alla costa, bagnata dal mar Tirreno. In generale il clima è mediterraneo, con un’estate calda ed arida ed una stagione invernale fredda e  umida. La piovosità media annua si aggira, nella stazione di Gairo Taquisara i fra i 750 e 1.000 mm, e tende a concentrarsi per il 75%, nel periodo autunno – inverno. Quindi, anche i corsi d’acqua risentono di questa altalenanza delle precipitazioni tant’è vero che sono classificati come corsi d’acqua a regime torrentizio, con ricchezza di portata durante il periodo autunno – inverno e siccitosi durante quello estivo. Le temperature raggiungono le punte massime, anche di 37° C e oltre, nei mesi di luglio e agosto, ma non di rado anche i mesi di giugno e di settembre sono molto caldi. Quelle minime, che si aggirano anche attorno allo zero o poco al di sotto, invece, si possono raggiungere nei mesi fra dicembre a febbraio, raramente accompagnate da consistenti nevicate. La coltre bianca non regge a lungo oltre che presso le punte più alte e più fredde dove la permanenza può arrivare fino a Febbraio – metà marzo. I venti dominanti sono Ponente, che spira da Ovest ed il Maestrale che spira da Nord–Ovest, quest’ultimo con particolare frequenza ed intensità (con punte di 90 – 100 km/h). La particolare situazione climatica costringeva in passato, come in gran parte ancora oggi, alla transumanza dei greggi che nel periodo estivo abitano la montagna mentre nei mesi invernali scendono nelle zone più vicine al mare.

Flora
La vallata di Baccu Nieddu, quella di Sarcerei, le zone di Taccu e di Genna sono, nella zona montana, fra le più ricche di boschi, mentre evoluta è sia la macchia sia la foresta che si spinge sino al litorale di Coccorrocci, nella zona marina. I diversi tipi di vegetazione s’inquadrano nel seguente modo: Macchia bassa di degradazione, formata da specie quali cisto albino, cisto femmina, lavanda, da cui si estrae l’omonima essenza usata per la produzione di profumi e quant’altro. Macchia a sclerofille mediterranee: costituita da vegetazione che hanno le caratteristiche foglie di consistenza molto rigida quali il lentisco, terebinto o pistacchio selvatico, erica arborea, ginepro rosso, ginepro nano, fillirèa, pungitopo, edera, clematide, ginestra. Foresta di leccio, molto densa e quasi pura, si estende dal livello del mare fino ai monti, con sporadiche penetrazioni fino a 1.200 m d’altitudine e quindi ricopre una grande percentuale del territorio Gairese non adibito ad uso agropastorale. Bosco ceduo invecchiato di leccio: in questo tipo di vegetazione, i secolari altofusti di leccio sono stati in gran parte distrutti per formare cedui, a loro volta in parte ridotti in macchia. Si tratta di boschi chiusi che ammettono pochi elementi nella loro compagnia e nell’ombroso sottobosco. I cedui in epoche passate sono stati utilizzati generalmente per la produzione del carbone e oggi, non sempre razionalmente, per la produzione del legnatico con evidenti fenomeni di degrado. Bosco d’alto fusto di conifere: è il risultato dell’attività di rimboschimento compiuta dall’Ispettorato Forestale di Nuoro per un totale complessivo di superficie di oltre 1.000 Ha. Tali boschi ricostruiti, furono realizzati con finalità di protezione idrogeologica. Le specie vegetali usate per il ripopolamento sono per la maggior parte pini: il pino domestico, quello marittimo, il pino nero, il pino laricio, il pino d’Aleppo, il pino insigne. Bosco d’alto fusto misto e novelletto: anche questo è il risultato dell’attività di rimboschimento compiuta dall’Ispettorato Forestale di Nuoro per un totale di superficie di oltre 600 Ha, nonché il cedro del Libano, castagno, ciliegi, ginepro rosso, ginepro nano leccio, e noce. Gariga montana: tipo di boscaglia mediterranea tipiche delle zone più degradate caratterizzate da frequenti affioramenti rocciosi che interrompono la copertura. Si tratta di una formazione in cui permangono solo pochi elementi residui della macchia ed in cui compaiono specie che prima non erano presenti, più resistenti all’aridità dei suoli ed alla forte insolazione. È costituita da arbusti e cespugli sempreverdi, bassi e discontinui. Le specie che la compongono in prevalenza sono: rosmarino, timo, lavanda, terebinto, cisto, ginestra feroce ecc. Vegetazione riparia: tipo di vegetazione che cresce preferibilmente lungo le rive dei corsi d’acqua costituita prevalentemente da ontani e salici. Da non dimenticare piante caratteristiche come il leccio, il rovere, il castagno, la quercia da sughero (sugherella), il ciliegio, l’ulivo, l’olivastro, l’albero delle noci e delle noccioline, il tasso, l’acacia ed altre piante d’alto fusto che caratterizzano varie zone del territorio gairese. La vallata di Baccu Nieddu, quella di Sarcerei e di Serra Cortiaccas, le fasce di Taccu, di Genna, de Is Tostoinis e de Su Candelessargiu sono, nella zona montana, fra le più ricche di boschi; mentre nella zona marina intorno a Punta Cartucceddu, molto vecchio è il bosco di lecci che si spinge in alcuni punti sino al mare, in particolare nel litorale fra Coccorrocci e capo Sferracavallo sotto Scala Ogliastra. Il sottobosco è costituito da biancospino, agrifoglio, cisto, lentisco, ginepro, erica, ginestre, corbezzolo con i suoi tipici frutti rossi, ricchissimi di protuberanze che maturano alla fine dell’autunno e che sono ottimi da mangiare e da cui si può ottenere un’ottima acquavite e i suoi fiori, da cui le api ricavano un miele amaro (che si estrae dalle arnie, a volte selvatiche, nel periodo autunnale) molto costoso, nonché molto pregiato perché un toccasana per le vie respiratorie, il mirto le cui foglie si usano per insaporire la carne di vari animali e dalle sue bacche di colore nero messe a macerare nell’acquavite si estrae l’ormai famoso liquore omonimo, il timo e il rosmarino, ottimi per insaporire pesce e carne, i rovi che nel periodo estivo danno more saporitissime e svariate altre piante da frutto (limoni, arance, pesche, fichi, ecc.). Non sarà, di certo sconosciuto il problema degli incendi che nel periodo estivo flagellano il territorio della Sardegna, incluso quello Gairese, con quello che ne deriva per quanto riguarda l’erosione del suolo negli strati superficiali: le prime volte che un certo territorio viene bruciato, infatti, dà ai pastori gran soddisfazione poiché la primavera successiva vi nascerà una bella erbetta che è, ovviamente, un ottimo foraggio per il bestiame, ma il frequente susseguirsi degli incendi perpetrato su uno stesso fazzoletto di terra da piromani senza scrupoli, comporta l’impossibilità che questa si riprenda adeguatamente. Questo, in considerazione del già presente squilibrio idrogeologico, comporta un’escalation dei danni che potrebbe avere come conseguenze, tra l’altro in tempi relativamente brevi, smottamenti, frane e persino desertificazione. Parte dei pascoli del territorio di Gairo sono caratterizzati, come parte di quelli dei paesi dell’alta Ogliastra, da una grande pendenza media e da una grande presenza di infestanti sia di tipo cespuglioso (cisto, lentisco, ginestre di vario genere) che di tipo erbaceo (fèrula, asfodelo – dai fiori di quest’ultimo le api ricavano un miele assai pregiato – , cardi di vario tipo – alcuni dei quali commestibili –). La funzione di difesa idrogeologica del terreno sottostante è solo una delle tante che ha la vegetazione. Non sono da trascurare, infatti, i cosiddetti prodotti secondari quali la legna da ardere, pascolo, frutti di bosco (ghiande, castagne, ciliegie, pini, ecc) i funghi, gli asparagi selvatici saporitissimi e non da meno la sua funzione di polmone verde e zona di pick nick e relax sia per le genti autoctone che per quelle allogene. Ricchissima è anche la quantità di fiori che sbocciano sul suolo Gairese che vanno dalle rose ai ciclamini alle orchidee.

Fauna
La ricchezza del patrimonio boschivo e floreale, favorisce l’habitat naturale per molte specie faunistiche: procedendo nelle campagne Gairesi capita non di rado di scorgere delle famigliole di cinghiali, di pernici, la lepre, il coniglio selvatico, la volpe, la donnola, ed altre specie d’uccelli quali il falco, il corvo imperiale, la ghiandaia ed il colombaccio, alcuni importanti anche dal punto di vista venatorio. E’ ancora possibile ammirare gruppi di mufloni, e, anche se raramente, il maestoso volo di qualche avvoltoio grifone, dell’avvoltoio monaco od anche dell’aquila del Bonelli o addirittura dell’aquila reale, specie che, purtroppo, oggi sono minacciate dall’estinzione, basta, infatti, pensare che di quest’ultima n’esistono pochissime coppie.
Lungo il corso dei vari torrenti che solcano il territorio Gairese è possibile dilettarsi con la pesca di gustosissime trote ed anguille. Nel litorale Gairese è possibile trovare ancora dentici, spigole, orate, muggini, frutti di mare, molluschi e crostacei. Da dedicare particolare attenzione anche alla bottarga, anche se non di produzione gairese: si tratta tipicamente d’uova di muggine, ma anche di tonno, compresse, salate e seccate.

Archeologia
La presenza di vita umana ha lasciato molteplici tracce fin dalla preistoria. Si va, infatti, dalle Domus de Janas ai menhir proseguendo con i nuraghi, le svariate Tombe di Giganti, pozzi nuragici e le capanne, per arrivare sino alle meno remote costruzioni d’epoca punica, romana e ai residui di un passato ancora più recente come le vecchie focaie dei carbonai e il borgo di Gairo Vecchio ormai divenuto centro storico culturale. Nel territorio di Gairo, come un po’ in tutta la Sardegna, vi sono conservate tracce di vita pre–nuragica (2.500–1.800 a. C.). Al terzo millennio a. C. ci riportano le cinque Domus de Janas di Bacu Arista nella marina e quelle di Scalarrana nelle montagne interne, nella zona di confluenza del Rio Pardu e del Rio Sarcerei, a poca distanza dal nuovo abitato di Gairo. Si tratta di piccoli anfratti scavati nella roccia la cui origine è ancora dibattuta. Hanno funzione religiosa e sepolcrale, teoria maturata in seguito al ritrovamento di ossa al loro interno. Allo stesso periodo potrebbero riportarci anche i tre betili o menhir che erano allineati lungo l’antica Strada Orientale che attraversa la piana di Foddini (oggi in territorio di Cardedu), presso la costa. Questi sono delle pietre rituali alte più di un metro, aventi forma più o meno conica.
Al secondo e al primo millennio a.C. ci riportano, invece, molti monumenti nuragici. Sono presenti nuraghi e villaggi nuragici più o meno ben conservati: i più importanti sono quelli de Is Tostoinis (chiamato Taccu Addai dagli ussassesi) e di Perdu Isu. Il primo era un villaggio di notevoli dimensioni, infatti, si contano più di 40 strutture tra nuraghi e capanne ed inoltre è presente anche una tomba dei giganti; mentre il secondo è costituito da 11 strutture tra nuraghi e capanne. Inoltre si può osservare ancora la presenza di una cisterna a pozzo. Non meno importante storicamente è la fortezza nuragica di Sa Tumba, in località Scaloni ‘e Mesu Matta dietro Gairo Taquisara, il nuraghe di Genna Didu, sul confine e territorio di Tertenia, e il nuraghe de Su Serbissi situato nella punta più alta di Serra Serbissi sovrastante frontalmente il paese di Taquisara. Questo nuraghe ha la particolarità di essere intercomunicante tramite un cunicolo che attraversa la roccia al disotto dello stesso nuraghe con una vasta grotta scavata nella roccia della montagna dolomitica sottostante la quale, a sua volta, attraversa la montagna da un versante all’altro. Serra Serbissi, e quindi il nuraghe omonimo, è situata sul confine fra Gairo ed Osini quindi la grotta ha un’entrata nel versante della montagna situato in giurisdizione di Gairo ed un altro sbocco nel versante in giurisdizione di Osini. In prossimità del bivio Gairo Taquisara – Osini si trova il nuraghe Coccu, l’ultimo dei siti nel territorio interno montano annoverati in questa breve recensione. Nella pianura e nella zona prossima alla marina vi sono i nuraghi di Ulei, al confine col territorio di Lanusei, Musciu, Sa Perda de S’obiga, Nurcu, Genn’e Masoni, Sa Serra de is Perdas situato in Is Carcuris, al confine del territorio di Osini, Sa Brocca, Cuguddadas, Museddu, Is Follas e Perdu. Parte dei quali siti nel territorio del Comune di Cardedu da quando è divenuto comune autonomo. Pozzi nuragici si trovano nella località di Taccu. Molto interessante è il Tempio nuragico a pozzo, sito nella medesima località, di Cuguddadas, uno dei più antichi e meglio conservati ma non valorizzati della Sardegna. È detta Su Presoneddu perché si scorgono ancora dei vani sotterranei con anelli di ferro infissi nelle pareti, forse usati in antichità per legarvi i prigionieri. In esso i cunei di piccoli sassi che sono stati adoperati per la sua muratura sono della pietra nera della collina vulcanica di Bari Sardo. Secondo Alberto La Marmora, nell’“Itinerario dell’isola di Sardegna”, intorno alla cima di Perda ‘e Liana, vi sarebbe stato un nuraghe, ma oggi non vi sono testimonianze che corroborino tale affermazione. Altri ve ne sono in Perdu Isu, Coili, Is Tostoinis, e Scala Accussa, in Taccu. La particolare posizione del complesso nuragico di Serbissi, a guardia del valico profondo di Genneùa, fa pensare a una fortificazione attiva anche in tempi posteriori, per controllare l’accesso in quel punto, passaggio obbligato per accedere all’interno dalle piane costiere. Ricordiamo che i massi usati come materiale da costruzione dei nuraghi hanno la stessa natura di quelli che si avevano a disposizione nel territorio: lavici, granitici, basaltici, ecc. I nuraghi possono essere trovati da soli, isolati su un territorio ampio, oppure aggregati ad altri, altri ancora riuniti a guisa di recinto, altri circondati da opere esterne e altri ancora di grandi dimensioni accompagnati da altri più piccoli e con essi fisicamente uniti ed intercomunicanti internamente. L’uso per il quale furono edificati è ancora dibattuto, in quanto le testimonianze preistoriche, sulla loro destinazione sono tutt’altro che facili da trovare. Comunque, le funzioni più probabili sono quelle che li ritengono strutture destinate ad un uso pubblico da parte delle comunità di allora. Ciò in base ad un ragionamento elementare che si regge su semplici osservazioni di fatto: la grande mole di lavoro che era indispensabile per la loro edificazione (massi enormi e pesanti ed altezze proibitive), rende improbabile che si trattasse di strutture destinate ad uso esclusivamente privato. L’ubicazione geografica più usuale di tali antiche costruzioni le vede posizionate in luoghi che in passato avrebbero rivestito ruoli cruciali dal punto di vista strategico militare. Ad esempio, il villaggio di Perdu Isu suggerisce una fortificazione a guardia del valico sulla valle diel Rio Flumini de Tula e a protezione del villaggio più vasto e importante de Is Tostoinis
Tombe di giganti
Altre strutture di sicuro interesse archeologico sono le Tombe dei Giganti, formate da due muri edificati con pietre murate a secco che corrono paralleli distanti fra loro circa un metro. Il tutto, quindi, forma un fossato, poi ricoperto da altri massi e da lastre poggiate a formare la copertura. Generalmente sono orientate rispetto ai punti cardinali in maniera tale che il sole potesse illuminare la facciata per il maggior numero di ore possibile. Pertanto erano esposte a Sud/Sud–Est. A volte, al loro interno, quando non vengono profanate dai tombaroli, sono trovati gli scheletri di defunti in posizione seduta, con la schiena appoggiata alle pareti e la testa posata sulle ginocchia. La parte frontale, costituita da lastre infisse verticalmente e affiancate in modo da costituire una mezzaluna, si affaccia su una piazzetta dove vi era un focolare e un piccolo altare per le offerte.
Epoca romana
Numerose sono le testimonianze della civiltà romana rinvenute: monete, anfore, cocci di terracotta ed altri reperti. Inoltre, nell’antica strada romana che passa nella zona marina di Monte Ferru che prosegue fino a Genna Didu sono evidenti i resti di due villaggi inquadrabili nel periodo tardo nuragico o punico romano. Sempre nella zona costiera vi sono ancora tratti di un antico lastricato e argini ascrivibili all’antica strada Orientale Sarda che in territorio di Gairo attraversava da Nord a Sud le zone del rio Bau de Lispedda, S’Arcu ‘e S’Argheri, S’arcu ‘e Sa Porta, Funtanas e S’Arcu ‘e Genna Didu, ove trovasi l’omonimo nuraghe. Di tanto in tanto, presso la zona di Museddu, fondamenta di case quadrate affiorano nei solchi tracciati dall’aratro; altre se ne vedono lungo una strada privata in Su Casali, dove la parte vistosa affiorante dal terreno è stata demolita e usata per la costruzione d’odierne abitazioni. Dovevano essere agglomerati di abitazioni sparsi in tutta quella piana fino a Gustierì. Qui, su una collina lungo una strada interna che porta da Foddini a S’Arcu’e s’Enna, a una profondità di oltre due metri, sono avvenuti ritrovamenti di cocci di ceramiche, mole per molini e torchi fatti girare da equini, nonché tracce d’incendi. In Baccili de Farranca, in Cardedu, in Ulei e risalendo da Gustierì fino alle falde di Monte Ninara, durante la lavorazione della terra, talvolta affiorano fondamenta di case di epoca romane e tombe risalenti a questa stessa epoca, in qualche caso contenenti abbondante corredo.

Speleologia

Vi è una tale ricchezza di anfratti e grotte da meritare una sezione a se stante per la trattazione specifica dell’argomento. Negli anni ‘60 sono state scoperte, censite, esplorate e rilevate oltre una dozzina di grotte grazie alla buona volontà, coraggio e preparazione di diversi gruppi speleologici che si sono avvicendati nell’impresa di svelare i segreti nascosti delle grotte del territorio di Gairo. Il risultato di questa operazione di studio speleologico è stato poi pubblicato in un libro adeguatamente arricchito da dettagliate descrizioni e numerose immagini. Proseguendo oltre la stazione d’Ussassai, all’altezza del Km 108 della linea ferroviaria, poco prima di arrivare a Gairo Taquisara, si trova la zona detta Cabu de Abba in cui è situata la grotta omonima, più a monte della quale vi sono Sa Grutta de su Coloru, sa Grutta 2a de su Coloru e sa Gruttixedda Cabu de Abba, mentre leggermente spostata sulla sinistra si apre sa Grutta de sa Lancia. Continuando a salire sino alla cima del monte, proprio sotto il nuraghe su Serbissi vi è la grotta omonima, che attraversa la montagna su cui sorge da un versante all’altro estendendosi dal territorio di Gairo a quello d’Osini. A soli 150 m a Sud–Ovest di Serbissi, a quota 950, si trova sa Grutta ‘e Munserra. Tornando in prossimità della strada, duecento metri oltre il casello, si scorge l’ampio ingresso della Grotta delle Felci; proseguendo verso Gairo, a poca distanza dalla cava di pietrisco ormai abbandonata, vi è la piccola Grutta ‘e is Ossus. A pochi minuti dalla stazione di Gairo Taquisara, in cui si può lasciare il mezzo di trasporto, si possono raggiungere le grotte de Sa Bruvuriera, che si apre proprio sopra l’abitato, Genneua, nota localmente con il nome di Sa Grutta Manna, che si trova poco più in alto alla base di un ampio roccione nella stessa direzione de Sa Bruvuriera, la Grotta del marmo, visibile anche dalla strada, si trova spostata di un centinaio di metri sulla sinistra. Da non dimenticare sa Grutta de Perda ‘e Liana. 

Le leggende:
“SA BABBAIECA”
A Gairo, come anche in altre parti della Sardegna anche se con nomi differenti, “Sa Babbaieca” è il toponimo di un sentiero che finisce in un precipizio nel quale, in età preistorica, venivano spinti i vecchi dai propri figli, perché reputati improduttivi e semplicemente ingombranti. Infatti la parola “Babbaieca” deriva da “Babbai” che significa babbo, ed “Eca” che significa entrata o uscita da o verso un sentiero campestre. Babbaieca, quindi, significa uscita del babbo, nonno, o vecchio. Questa tradizione sarebbe avvalorata dalla testimonianza di Timèo, storico greco – siciliano, vissuto tra il 356 ed il 260 a. C., il quale scrisse che in Sardegna in vecchi venivano eliminati, facendoli precipitare da alti diruppi, percotendoli con dei bastoni. L’imboccatura del sentiero che portava al precipizio si trovava nei pressi del ponte sul Rio Pardu, a tre chilometri dal centro abitato. La leggenda racconta della fine di quella usanza colma di barbara ingratitudine. Come già tante volte accadde, i familiari più prossimi portarono su per quel sentiero il proprio vecchio padre. Quando già si stavano apprestando a spingerlo giù da quel baratro, egli chiese ai figli che prima del grande salto gli permettessero di riposarsi in quanto era stanco. «Anch’io,» disse il vecchio rivolgendosi ai figli «in questo sasso lasciai sedere mio padre quando lo condussi a sa Babbaieca». I figli acconsentirono all’estrema richiesta del vecchio ormai condannato. Ma, mentre guardavano il babbo seduto su quel sasso che aveva visto tanti vecchi attraversare quel punto e non tornare più indietro, un pensiero terrorizzante pervase le loro menti e rabbrividirono al pensiero che un giorno anch’essi sarebbero stai condotti dai rispettivi figli per quel sentiero fino a giungere al baratro che avrebbe decretato la loro tragica fine. Così, guardandosi negli occhi, ciascuno scorse nel volto degli altri il proprio terrore di una fine inevitabile. Fu allora, in preda a tanta paura mista a compassione per il vecchio genitore e per loro stessi, che decisero di riportare a casa il loro vecchio ma saggio padre e di tenerlo nascosto agli occhi dei tutori di quel macabro rito. Da quel giorno il benessere riempì la loro dimora, suscitando la sorpresa degli altri membri della piccola comunità paesana, i quali con il passare del tempo divennero sempre più curiosi di venire a capo delle cause che lo avevano generato. Scoprirono poi che quel benessere era dovuto ai saggi consigli che il vecchio padre nascosto dava ai propri figli, e che, quindi, la saggezza che egli aveva maturato durante la sua vita poteva essere utilissima ai giovani. Ne conseguì la decisione di abbandonare la pratica di quel rito che altro non portava che la perdita di un prezioso bagaglio culturale che avrebbe tanto giovato alla società la quale sarebbe stata abbondantemente compensata per l’ingombro che fino ad allora era stato la causa della pratica di un rito così crudele. Quell’uso infausto viene ancora ricordato nelle imprecazioni che gli adirati lanciano contro chi dà loro fastidio: Ancu ti ‘nci ettintiti in sa Babbaieca!! (Che possano gettarti nella Babbaieca).

PERDA ‘E LIANA PORTA DELL’INFERNO
Considerando che il monte ha avuto una grande importanza nell’antichità non è strano che su di esso siano nate storie popolari e leggende. Una di queste, diffusa soprattutto nel Nuorese, narra che il Tacco calcareo, nei pressi del-l’attuale confine tra i territori Comunali di Gairo e Seui, sarebbe una delle porte dell’inferno, da dove, al chiar di luna piena, uscivano diavoli e streghe per mettere nei pasticci i comuni mortali. Non solo. In tali occasioni chi desiderava diventare ricco doveva recarsi sul posto ad offrire al demonio la propria anima: in cambio ne avrebbe ricevuto qualunque ricchezza. La gente, quando si accorgeva che una persona diventava ricca velocemente, diceva che era andata a Perda ‘e Liana. Tali racconti leggendari erano ricordati così: a sa Perda ‘e Liana a Perda ‘e Liana su hi heres ti dana! ciò che chiedi ti danno! A tale proposito si narra che un giovane d’Oliena vi si recò per chiedere, durante una sera di luna piena, molte ricchezze e, dopo aver camminato a lungo, giunse sul posto al tramonto: il Tonneri era bellissimo ma in quelle ore e con il sole oramai al crepuscolo, il Tacco calcareo emanava dei colori suggestivi, che diffondevano nell’area una sinistra irrequietudine. A mezzanotte, con la luna piena alta nel cielo, vide apparire un gran numero di demoni e streghe che si misero a danzare sulla cima del Torrione. Dopo i primi momenti di smarrimento ed insieme di paura e stupore, si fece coraggio e chiese di poter parlare con il loro capo. Gli fu indicato uno più grosso degli altri che stava facendo girare in tondo un asinello come se fosse ad una macina. Il dorso di questo era appesantito da una grossa bisaccia colma di monete d’oro che facevano un gran tintinnare fragoroso ad ogni passo dell’animale. Quando il capo di demoni con i suoi occhi che sembravano tizzoni ardenti fissò il giovaneattendendo che questo gli offrisse l’anima in cambio della bisaccia ricolma dell’oro, costui, assalito dal terrore, invocò il cielo esclamando: Gesusu, Maria e Giuseppi! Gesù, Maria e Giuseppe Eita esti custa camarada! Che cos’è questa disgrazia! Santa Giulia avocada, Santa Giulia ti invoco, Bogamindi de mesu! Toglimi da mezzo ai guai! A quelle parole, tutti i demoni e le streghe scomparvero come fossero stati inghiottiti dalle rocce ed il malcapitato giovane potee tornare a casa più povero di prima, ma senza aver venduto l’anima al diavolo.

Agricoltura
Per quanto riguarda la semina dei cereali, essi si coltivavano nei salti comunali con il regime delle vidazzoni, alle quali si destinavano molte zone tanto che si ritornava a seminare una zona determinata solo dopo molti anni. Scelta in tempo la zona per la vidazzone e determinati i lotti sorteggiati da ciascun contadino, a Maggio si faceva Su nerboni, si tagliava, cioè, tutto il sottobosco di eriche, cisti e corbezzoli che si sarebbero, poi, bruciati dopo ferragosto. Anche per questo erano molto frequenti gli incendi delle foreste di elci e di altra vegetazione anche secolare. La semina cominciava nelle zone di montagna dopo le prime piogge di Ottobre, perché in seguito c’era il periodo delle nevicate e del freddo che avrebbero ritardato la germinazione. Ciascuno seminava tanta terra in base a quanto giudicava necessario per la provvista della famiglia e non a scoppi commerciali, tenendo, tuttavia, in conto che avrebbe dovuto dare la decima al clero, la retribuzione in natura al fabbro per il lavoro che ne aveva avuto per le zappe, gli aratri, i ferri dei buoi e dei cavalli, quel che doveva dare al barbiere per le rispettive prestazioni e quanto doveva versare al sacrista per il suono delle campane, in sostituzione dell’orologio pubblico mancante. Durante l’estate, dopo il raccolto, i decimatori, cioè il fabbro, il barbiere e il sacrista passavano dai loro barrocchiani, ovvero clienti, a raccogliere i loro salari. C’erano tariffe fisse in vigore da secoli che non cambiavano con il variare del valore della moneta o della sua quantità. A usus e custumus, la gente ci stava senza recriminazioni: se cresceva il prezzo delle cose doveva crescere anche quello del lavoro e viceversa, affinché il rapporto rimanesse costante. I lavori allora venivano pagati in natura per mancanza o scarsezza di moneta., cioè si praticava, come un po’ ovunque, una fra le più arcaiche forme di baratto, che in alcuni casi si conserva ancora oggi: svariate volte, infatti, succede che due persone decidano di praticare il cosiddetto aggiudu cambiu. Con questo si mettono d’accordo per andare a lavorare prima in una e poi nell’altra proprietà, scambiandosi non la moneta ma sa giornada ‘e traballu, la giornata lavorativa, appunto, con lo scopo di diminuire le uscite monetarie e di poter svolgere certi lavori che ciascuno avrebbe difficoltà a fare singolarmente.

Pesca
Per la pesca nel fiume in particolare nel rio Pardu, nel secolo scorso si faceva uso di varie tecniche ed utensili: si usavano una piccola rete di filo di lino tessuta a mano che prendeva il nome di òbiga, l’amo, pressappoco come ai giorni nostri, o la forchetta fatta di corbezzolo. Quando veniva infilzata l’anguilla, il pescatore le dava una stretta al collo con i denti e la gettava sulla sponda del fiume, da cui il compagno la raccoglieva e la riponeva nel sacco.

Festività
Dopo un periodo in cui molte tradizioni stavano sciamando, da qualche anno sembra stia avvenendo un ritorno alle cosiddette feste campestri che richiamano un numero sempre maggiore di partecipanti. Tali feste si svolgono perlopiù in santuari siti fuori dal paese e sono: San Lussorio nell’omonima chiesa, la madonna del Buon Cammino in località Buon Cammino, la Madonna degli Angeli a Gairo Taquisara, lo Spirito Santo nel centro abitato, Sant’Elena nella chiesa omonima del Paese Vecchio e San Giuseppe a Gairo Taquisara. Le manifestazioni che si svolgono a Gairo sono soprattutto d’origine religiosa, con la sola differenza della Sagra del cinghiale, di recentissima istituzione, che si tiene in concomitanza con la festa di Sant’Antonio Abate. Quest’ultima è d’origini remote ed è molto sentita dalla popolazione, soprattutto perché legata alla tradizione contadina che riteneva di buon auspicio, per l’andamento dell’annata, la buona riuscita del fuoco che si accende la sera. Oggigiorno si approfitta dell’occasione per cucinare la carne dei cinghiali che i cacciatori procurano per l’occasione durante la stagione venatoria. Sempre in questa serata, si servono svariati dolci prodotti appositamente per la ricorrenza da coloro che si cimentano nel coordinamento dei vari aspetti organizzativi. Il tutto, naturalmente, bagnato da ottimo vino ed altre bevande di vario genere. Tutti i festeggiamenti che si svolgono nel paese sono accompagnati da balli tipici e/o altri spettacoli e, talune volte, anche da giochi e competizioni sportive. Infatti, la monotonia della quotidianità, oggi come quando si abitava nel vecchio paese, veniva rotta dalle feste popolari, nelle quali, oltre che pregare, ci si allietava con divertimenti a volte infantili e quasi folli. Per la Settimana Santa i ragazzi avevano molto da fare per lo “strepito dell’Ufficio delle tenebre”. Non sembrava vero, vista l’inusualità dell’accadimento, che una volta tanto potessero fare baccano in chiesa, tant’è che questo appariva come un rito. C’era infatti chi si forniva di “matracca”, chi di “furriola”, chi di un tubo di canna innestato in un corno di bue spuntato allo scopo di farne uno strumento per produrre forti rombi: Peppino Meloni, grazie ad un guscio di tritone di grosse dimensioni che aveva trovato nella spiaggia, faceva tanto chiasso da superare lo strepito generale. Tutti trattenevano il respiro in attesa che il sacerdote, finita la messa, battesse qualche colpo sul Breviario, che era il segnale di inizio di un frastuono indiavolato che aveva luogo proprio sull’uscio della chiesa. Durante il Venerdì Santo lo strepito accompagnava tutta la processione dell’Addolorata, il cui simulacro veniva portato alla chiesa dello Spirito Santo, perché ripartisse il mattino di Pasqua al fine di celebrare l’incontro con l’altro simulacro del Figlio Risorto, che avveniva puntualmente nella zona di Abbargius. Alla fine della processione dell’Addolorata i ragazzi si divertivano a fare baldoria con Furriolas e matraccas, che a quei tempi erano sempre numerosissime. Questi strumenti erano degli antichi “giocatoli” realizzati appositamente per fare chiasso. Altra occasione per rompere la monotonia era ed è ancora oggi la messa di mezzanotte della notte di Natale. Durante alcune ricorrenze i ragazzi andavano in giro per le case a chiedere qualcosa di caratteristico da mangiare, che si preparava per l’occasione. Gridavano “a is istrinas”, (alle strenne, che non erano altro che i doni di buon augurio che ricevevano da tutte le famiglie alla cui casa andavano a bussare), girando per le case il primo giorno dell’anno, “a is panisceddas” (alle pabassine, i dolci di uvetta, mandorle, noci e vino cotto) per la festa di Sant’Antonio Abate, “a is zippulas” (alle frittelle) per il Carnevale, “a is animas” (alle anime dei defunti) il giorno della commemorazione dei defunti. In tutte queste occasioni tutte le famiglie che potevano, davano qualche cosa ai ragazzi che passavano a chiedere e infatti, in quei giorni, tutte preparavano un cestino con un ampio assortimento di dolci, noci ed anche degli spiccioli da donare un po’ a tutti coloro che andavano a bussare alla porta in virtù di quell’antico rito. Rito che ancora oggi si pratica, anche se solo per la giornata della commemorazione dei defunti. L’ultima notte dell’anno, invece, si giocava ad indovinare matrimoni. Si dava il nome di un ragazzo del paese ad una foglia verde d’olivastro e quello di una ragazza ad una foglia verde d’olivo e le si buttava poi ad una certa distanza tra loro nella cenere calda del focolare. Per il forte caldo, si accartocciavano e saltavano da una parta all’altra avvicinandosi o distanziandosi: se il salto era convergente si deduceva che i due ragazzi si sarebbero sposati, mentre invece il pronostico era contrario se il salto era divergente. Feste particolari di Gairo erano e sono tutt’oggi quella dello Spirito Santo, della Vergine Assunta, diSant’Elena i cui festeggiamenti avevano luogo nel paese e quelle di N. S. di Buon Cammino e di San Lussorio che si svolgevano nelle rispettive chiese. Alla festa dello Spirito Santo era dedicata una chiesa, attualmente distrutta, sulla quale si narra una particolare leggenda inerente la sua costruzione. Nonostante la patrona del paese fosse Sant’Elena, a cui è stata ed è tutt’oggi dedicata una chiesa che sorge nel vecchio abitato in cui viene festeggiata, malgrado non sia più la Patrona del nuovo centro, alla festa dello Spirito Santo ci si preparava con una novena spettacolare alla quale partecipavano anche i paesi di Osini, Ulassai, Lanusei e Jerzu nonché molte altre persone provenienti da altri paesi. Si trattava di una pratica religiosa consistente in un ciclo di preghiere e di pii esercizi della durata di nove giorni (da cui il nome) effettuati in onore ed in segno di devozione nei confronti del Santo al fine di ottenerne le grazie. Il sabato della vigilia cominciando all’imbrunire, si dava luogo a “su ingiriu”: le donne che avevano dei problemi propri o di qualche familiare, giravano in ginocchio attorno alla statua della Santissima Trinità, e poi attorno alla chiesa sempre in ginocchio, pregando con grande devozione: a questa preghiera penitenziale si attribuiva, dunque, un’efficacia particolare. Qualcuna, in particolarissime circostanze personali, oltre che in ginocchio ha girato intorno alla statua strisciando anche la lingua per terra. File lunghissime di donne camminando per due recitando il rosario, venivano a piedi dai paesi vicini tutti i giovedì, a cominciare da quello della settimana di Pasqua, assistevano alla messa e se ne ritornavano alle loro case a gruppi sciolti, chiacchierando. Per queste donne la festa si celebrava la domenica, assistendo alla messa ed alla processione. Il lunedì successivo, terzo giorno della festa detto Sa Festa de is Bagadius, la festa dei celibi., arrivavano quelli di Lanusei e di Ilbono. Le ragazze di Lanusei veneravano lo Spirito Santo col titolo di Su Santu Coiadori, il santo pronubo dei matrimoni: infatti durante quel giorno di festa, nella località su Mont’Orrubiu, a circa un chilometro da Gairo, lanciavano un sasso nella scarpata e dal modo con cui esso rotolava né venivano dedotti i loro pronostici matrimoniali. Questa festa è ancora oggi frequentata da persone provenienti da tutta l’Ogliastra, e dalla Barbagia di Seulo. Anticamente si dava ai pellegrini che vi si recavano un pezzo di carne arrostita, “su carramponi”, da qui l’antico nome de “Sa Festa ‘e Su Carramponi”. La festa di Sant’Elena è oggi un po’ meno solenne rispetto a quella dell’odierno patrono. Ma prima un signore anziano, Ziu Vissenti ‘e Idda non mancava mai di spargere sul pavimento della chiesa di Gairo Vecchio in cui veniva festeggiata, rametti di rosmarino che portava da Pranedda e che i fedeli, al ritorno dalla processione, raccoglievano e portavano devotamente a casa come fossero cosa benedetta. Nella terza domenica d’agosto si celebra la festa di San Lussorio nell’omonima chiesetta di campagna sita lungo la strada provinciale che collega Gairo a Cardedu. In passato, la sera prima si accompagnava in processione il simulacro fino all’uscita del paese, poi lo si consegnava velato a quattro uomini affinché lo conducessero alla sua chiesa. Recentemente uno di questi uomini si è permesso lungo il viaggio di trattare sacrilegamente la statua. La popolazione ha poi visto il castigo di Dio per quel sacrilegio nel fatto che qualche anno dopo quel giovane padre di famiglia sia morto sotto una frana, lungo quella medesima strada. Oggi il simulacro di San Lussorio viene accompagnato sempre la sera prima dei festeggiamenti nella sua chiesa rurale da un corteo di macchine, partendo dalla chiesa di Gairo fino ad arrivare alla chiesa campestre per poi farne il giro sempre in processione. La terza domenica di settembre è dedicata alla festa di N. S. di Buon Cammino, che si celebra nella località omonima vicino alla costa. Recentemente ha perduto parte del suo fascino perché con l’avvento della macchina tutti vi si recano solo nell’ora del culto e dei divertimenti, ritornandosene a casa per i pasti e durante la notte. Una volta vi si dormiva per due notti in loggette disposte in due file esternamente alla chiesa.

Calendario
I festeggiamenti suddetti si svolgono secondo il seguente calendario annuale: Sabato più vicino al 17 Gennaio S. Antonio Abate e Sagra del Cinghiale (Gairo) 1 a domenica di maggio San Giuseppe (Gairo Taquisara) Pentecoste Spirito Santo – Santo Patrono (Gairo) 1 a domenica d’Agosto N.S. degli Angeli (Gairo Taquisara) 3 a domenica d’Agosto San Lussorio (Gairo e chiesa dedicata presso loc. S. Lussorio) Ultima domenica d’Agosto Sant’Elena (chiesa dedicata presso Gairo Vecchio) 3 a domenica di Settembre N. S. di Buon Cammino (Gairo e chiesa dedicata presso loc. Buon Cammino Cardedu)

Gastronomia
Nelle confortevoli ed accoglienti località di Gairo, i turisti buongustai potranno assaporare primi piatti, carni, prodotti ittici, frutti di mare, selvaggina, prosciutto, salsiccia, formaggi, vini, pane, dolci, frutta, che da sempre imbandiscono la mensa delle genti locali.

Primi piatti
Un vero primo piatto tipico, molto accattivante e conosciutissimo, vista la loro bontà, sono is culurgionis, gli agnolotti, che all’interno della sfoglia chiusa a mano con una serie di pizzicotti datti in rapida successione e con un movimento particolare delle dita formando una sorta di “spiga”, contengono ingredienti semplici e genuini: purea di patate lesse, formaggio pecorino, strutto, o olio d’oliva uova, aglio e menta, che si cucinano fritti o in maniera simile alla pasta e si servono caldi, conditi con sugo e formaggio oppure con aglio, olio, prezzemolo, pepe e formaggio. Fra i piatti asciutti sono da segnalare is malloreddus, gnocchetti ottenuti con pasta di farina fiore e spesso arricchiti con purea o fecola di patate che si cucinano e si servono come gli agnolotti. Tra i prodotti della pasta ripiena, oltre a is culurgionis sono da segnalare is raviolus de arrescottu o de pessa (ravioli di ricotta o di carne): preparati con sfoglia finissima di pasta che avvolge una piccola pallottolina di ripieno preparato con carne o ricotta alle quali vanno aggiunti altri ingredienti e spezie che n’esaltano i sapori. Coccoi ‘e patata, la focaccia di patate con la stessa sfoglia e lo stesso contenuto de is culurgionis, ma che non si chiudono e si cucinano al forno, possibilmente a legna. Coccoi ‘e cibudda, focaccia di cipolle, realizzata con zucca e cipolle a dadini , farina, pancetta, pomodori a fettine preferibilmente secchi, olio d’oliva e grasso animale fuso, spezie, casu ‘e fitta (formaggio salato) e foglie di cavoli come contenitori. Si mescolano tutti gli ingredienti insieme e se ne stende un po’ su ogni foglia di cavolo, tanto da non superare lo spessore di circa un centimetro, si mettere a cuocere in forno possibilmente a legna e si serve sia calda che fredda.

Carni e cacciagione
Per la carne di cinghiale, una formula di cottura consiste nel metterla dentro buche arroventate dal fuoco e rivestite internamente di foglie odorose sulle quali, una volta ricoperta la carne delle stesse foglie odorose e di terra o massi già arroventati, si accende una catastina di legna, ottenendo così una cottura lenta della carne che a contato con le foglie odorose per tutto il periodo della cottura ed in quell’ambiente chiuso acquisisce fino in profondità un aroma particolare diventando squisita Carrargiu).

Altre pietanze particolari sono i maialini da latte, gli agnelli e i capretti di 3 – 6 mesi, arrostiti allo spiedo e rosolati con il lardo incandescente finché la carne non abbia assunto la rosolatura, la croccantezza ed il tipico sapore accattivante. Ancora, si possono reperire delle vere specialità tipiche della montagna nella quale si può trovare la più svariata selvaggina: lepri, pernici, quaglie e is pillonis de traccula, ossia le taccole. Le pernici e le quaglie possono essere cucinate in umido e profumate di mirto o rosolate in tegame con carne di maiale da latte o ancora cucinate con sughetto piccante, olive verdi o nere dal sapore amarognolo, rosmarino od altre spezie costituiscono delle autentiche ghiottonerie! Is pillonis de traccula sono uccelli di passo, merli e tordi, che vengono lessati o preparati ad infilzata ed arrostiti, per poi essere adagiati su dei ramoscelli di mirto. Is tracculas nelle loro peregrinazioni, seguono delle abitudini esattamente contrarie a quelle delle rondini. Infatti, questi piccoli uccelli arrivano in Ogliastra con le brume di Novembre. Al freddo esse prosperano ed ingrassano, perché sui monti della zona trovano nella stagione rigida il cibo più adatto: bacche di mirto, di corbezzolo, di ginepro e di lentisco. Il mirto è un ingrediente indispensabile per la confezione de is tracculas ed è frequentemente usato anche nell’arrosto della carne di cinghiale ed altre carni locali. Come tutti gli altri arrosti fatti ad infilzata, viene cucinata, possibilmente con lo spiedo di legna, anche la treccia realizzata con le interiora grasse degli animali quali capra, pecora, agnello e capretto, detta sa corda e leI Prodotti ittici e vini
Le trote cucinate arrosto, infarinate o fritte sono ottime, non meno delle saporitissime anguille preparate con una salsetta piccante a base di sugo. Da non dimenticare i prodotti ittici del mare quali spigole, orate, muggini, frutti di mare. Da dedicare particolare attenzione anche alla bottarga, anche se non di produzione gairese, usata per la preparazione di salse e condimenti per accompagnare piatti tipici e non. Il tutto bagnato dai rinomati vini dei vigneti dell’Ogliastra che offre diverse specialità: secco e dolce, bianco, rosso e rosé. Altri prodotti
Il prosciutto e la salsiccia di Gairo conservano il sapore genuino delle foreste di lecci (o elci), delle macchie di mirto, corbezzoli (o albatri) e lentischi, i cui frutti abbondano in quasi tutto il territorio. I maiali da cui sono ricavati, infatti, sono ancora allevati, salvo particolari avversità climatiche tutt’altro che frequenti, senza la somministrazione di mangimi industriali ma con i prodotti che si trovano nelle campagne che fanno acquisire alla carne degli animali un sapore di un’eccezionale bontà che si conserva anche dopo la preparazione degli insaccati e del prosciutto. Naturalmente nella variegata gastronomia locale, non mancano i formaggi: il pecorino, la ricotta, il formaggio acido (casu agedu), marcio (casu marsu). Il formaggio marcio, trasformato in crema da dei minuscoli vermicelli, è molto saporito, piccante e ricco di fermenti lattici vivi. Questo formaggio, tanto morbido e cremoso, sembra burro in procinto di sciogliersi: spesso viene consumato per merenda o spuntini spalmato sul pistokku accompagnato da un immancabile bicchiere di vino. E, naturalmente, la dolce ricotta, sia fresca, che stagionata per consumarla con pane, o usarla come condimento nel tipico minestrone sardo, che risulta così arricchito di nutrienti e dal sapore più gradevole, o, ancora, per preparare dolci e torte. Fra i dolci che si possono preparare con essa ricordiamo is pardulas, le formaggelle. Il formaggio acido si mangia da solo oppure con zucchero e limone, facendoli acquisire così un sapore delizioso e più delicato; con questa combinazione di sapori agro–dolci si possono preparare anche dolciumi fra cui ancora is pardulas. Ancora oggi i nostri pastori, nei loro ovili, fra le prime cose che offrono all’ospite in segno di ospitalità è proprio su casu agedu e su casu ‘e fitta. Il primo è praticamente la yogurt magro alla sarda, mentre il secondo non è altro che il primo messo sotto sale. Quest’ultimo è usato come condimento specialmente per la minestrina e per le minestre, a volte in combinazione al lardo o la pancetta conciati come il prosciutto e tagliati finemente affinché si sciolgano durante la cottura. Su Callu, ossia il caglio che normalmente viene usato per coagulare il latte per la produzione dei suoi derivati, viene mangiato come su casu marsu e come questo ha anche un sapore piccante. Si ottiene dallo stomaco dei capretti da latte che viene appeso al fresco per un periodo più o meno lungo affinché i fermenti contenuti nella mucosa dello stomaco stesso trasformino il latte facendogli acquisire una consistenza cremosa.

Il pane
“Is coccois frorias”, il pane fiorito, e su “pistokku”, detto altrimenti carta musica si possono ancora trovare fatti in casa con semola di grano duro e farina fiore, lavorati a mano e cotti nel forno a legna, come anche su “moddissosu”, grandi focacce di pane casereccio lievitato fatto con l’impasto di semola di grano tenero e purea di patate. Il forno rustico si pavimenta con mattoni crudi, o già cotti. Le pareti sono realizzate in mattoni d’argilla rossa e mattoni, solitamente già cotti, rivestiti all’esterno di uno strato molto spesso di materiali silicei, come la sabbia o ciottoli, che accumulano calore durante la preparazione del forno, alluiri su forru, prima dell’introduzione dei cibi e lo rilasciano lentamente durante la loro cottura e poi ancora mattoni ed intonaco in malta a base di calce, più elastica e stabile del cemento alle dilatazioni termiche. Una volta finita la sua costruzione, la prima volta che si accende bisogna tenerci dentro il fuoco acceso e piuttosto vivace per circa 24 / 36 ore. Questa operazione viene detta Incisiai Su Forru, temperare il forno appunto. Per pulirlo dalla cenere e bracci prima della cottura del pane, si usa la scopa fatta d’erbe fresche, o frasche particolari che non lasciano residui sul piano di cottura.

Dolci
Is amarettus teneri amaretti, fatti con mandorle, in piccolissima parte amare, bianco d’uovo e zucchero. Is pistoccus, biscotti leggerissimi e ricoperti di zucchero; is papassinas, dolci con binu cottu (mosto cotto di uva) o con sapa, (mosto cotto di fico d’india, oggi purtroppo caduto in disuso, al posto del quale si usa su binu cottu), uva passa mischiata a mandorle e a noci; dopo che gli ingredienti vengono impastati si fanno i dolcetti dando loro una forma conica con le mani e la si ricopre a sua volta di saba o di vino cotto, poi sopra si guarniscono con momperiglia (zucchero colorato in pagliuzze) e si cuociono al forno. Is Piricchitus: fatti con farina fiore, semola, latte, strutto, zucchero, sale, chiare d’uovo, momperiglia, lievito per pane, hanno una forma di rombo e si cucinano al forno. Is mustacciolus aventi forma di rombo ricoperti di glassa di zucchero e con una spruzzatina di zucchero colorato sulla superficie, contenenti nell’impasto uva passa, zucchero, farina e uova. Is gueffus che sono un impasto di mandorle tritate finemente e zucchero, a volte aromatizzate con scorza di limone o arancia, non sono cotti ma si servono immediatamente oppure si avvolgono come delle caramelle nelle cartine appositamente preparate. Su gattou, fatto di mandorle tostate, mischiate con zucchero caramellato, poi steso su un ripiano, lasciato freddare, tagliato a rombi e posato su delle foglie d’arancio o di limone. Is pardulas de arrescottu sono i tipici dolci della Pasqua: si tratta delle saporitissime formaggelle, fatte con sfoglia di pasta e col ripieno a base di ricotta o formaggio fresco, a volte anche dell’uvetta sultanina ed altri ingredienti, tra i quali lo zafferano. Si cucinano nel forno a legna e si servono fredde. Da non dimenticare, poi, su pani ‘e saba, (pane di sapa). E’ un impasto di farina e saba al quale si aggiunge, scorza d’arancia o di limone. Si cuoce al forno dopo averlo fatto fermentare (aggedai) a lungo. Is zippulas solitamente si fanno a Carnevale, sono soffici frittelle con farina fiore, lievito, uova, latte, zafferano ed acquavite o altri liquori.

Frutta
La frutta completa il quadro gastronomico: pesche, mele, albicocche, arance, uva. In particolare, già da metà maggio si possono gustare le ciliege marracoccu e cordofali che si mangiano fresche, sciroppate o sotto spirito. Inoltre si preparano ottimi liquori, quali il mirto, l’amarena, ed il maraschino anche se solo a livello familiare.

Economia locale
La tradizione vuole che certe attività fossero più fiorenti nel tempo passato che non nel presente: si racconta, per esempio, che, nell’anno 1938, l’abitato di Gairo (Vecchio, naturalmente) avesse una composizione di 250 case, 245 famiglie e 1100 abitanti. Di questi, 260 erano dediti all’agricoltura, 80 alla pastorizia e vi erano un buon numero di “vetturali di vino”, i quali andavano in carovana alla spiaggia di Tortolì e nei villaggi della provincia di Nuoro, portandolo sui cavalli in grandi otri, alcune delle quali avevano una capacità di dieci quartàra (per la cronaca, una quartàra equivale a circa 10 litri). L’estensione dei vigneti di allora si può immaginare dal fatto che autori dell’epoca scrivevano che nonostante la gran quantità delle bevande che si destinavano al consumo locale e che se ne vendeva abbondantemente ai Genovesi che per comperarlo venivano fino al porto di Tortolì, ne rimaneva ancora tanto da essere smerciato nei dipartimenti della Barbagia, del Logudoro e della Gallura, nonché per distillare acquavite e per cuocerne allo scopo di farsi la provvista del vino cotto. Questi grandi e produttivi vigneti erano situati dove ancora oggi il territorio ha conservato l’antico nome de Is Bingias de susu, le vigne di sopra. Inoltre vi erano molti telai, 90 dei quali erano impiegati per la fabbricazione dei pannilani,(tessuti di lana, morbidi e fitti, usati specialmente come coperte) che si smerciavano nei paesi del circondario e addirittura nel Campidano. Non solo, erano presenti anche venti fornaci in cui si cuoceva il calcare delle montagne circostanti per ricavarne calce, che veniva venduta ai comuni di Arzana, Villagrande, Elini, Ilbono, Lanusei, Loceri. Ancora oggi si possono osservare i ruderi di qualcuno di questi antichi forni.

Attività
Oggi, riveste una notevole importanza l’attività silvicola: l’importanza che essa ricopre è evidenziata dal fatto che una percentuale attorno al 60% della popolazione attiva svolge la sua attività in tale settore. A partire dagli anni Cinquanta, infatti, una parte del territorio comunale è stato dato in occupazione temporanea all’Ispettorato Dipartimentale delle Foreste di Nuoro. Nel progetto di rimboschimento vennero assunti a tempo determinato decine di operai del comune di Gairo per l’esecuzione dei lavori. In alcuni periodi il numero delle unità operaie, in seguito all’accrescere del fabbisogno occupazionale, e arrivato a superare il centinaio d’unità. L’attività forestale s’integra con quella zootecnica e l’agricoltura di montagna, nonché con la pastorizia transumante. A prescindere dal fatto che i prodotti della terra sono genuini e saporitissimi, l’agricoltura locale esistente oggi è, salvo qualche eccezione, quasi completamente part–time, a cui si dedicano pensionati e persone il cui reddito maggiore deriva da altre fonti. Trattasi d’aziende di rilevanza solitamente limitata all’ambito familiare, o comunque al territorio locale. La pendenza del territorio costituisce un limite che viene superato, nella maggioranza dei casi con il ricorso alla realizzazione dei terrazzamenti. Il clima e l’ambiente permette la coltivazione di svariati ortaggi, un buon assortimento di alberi da frutta, l’ulivo ed altre specie quale la vite (in particolare il cannonau e la vernaccia) da cui si ottiene vino, vino cotto e acquavite. In particolare l’ulivo viene coltivato, oltre che per la produzione dell’olio, anche per mettere il frutto in salamoia. Da non trascurare, poi, il benefico effetto che hanno le sue radici che è quello di proteggere i suoli, particolarmente scoscesi dove di solito viene piantato, dall’erosione che altrimenti le piogge invernali esercitano su di esso. Il settore zootecnico non è più come un tempo il settore trainante dell’economia locale mentre il periodo di utilizzazione dei pascoli è in parte influenzato, come in passato, dal clima e dalla stagione: a quote superiori ai 1.000 m l’arco di tempo di utilizzazione del territorio è compreso prevalentemente dal mese di maggio al mese di ottobre, anche se una parte del bestiame, non possedendo altri pascoli, è costretta a svernare a queste altitudini. Esso viene ugualmente portato al pascolo e usualmente solo in condizioni climatiche particolarmente avverse viene alimentato con sementi alternativi e mangimi integrativi. Nelle zone a valle il periodo di utilizzazione dei pascoli avviene prevalentemente dal mese di Novembre e si protrae fino ad Aprile, a seconda dell’andamento stagionale. Ha ancora una certa diffusione il pascolo allo stato brado. Si allevano ovini, suini, bovini, caprini, e-quini. Nonostante gli aspetti negativi di questi metodi d’allevamento non a stalla, c’è da porre l’accento sulla genuinità e l’eccezionale sapore delle carni e dei loro derivati così prodotte che in termini qualitativi sono decisamente più deliziosi dei prodotti provenienti da allevamenti intensivi. Per quanto riguarda il latte prodotto, viene conferito ad un caseificio privato che si trova a Cardedu. Anche qui si è avuta, rispetto al passato, una progressiva diminuzione dei quantitativi di prodotto che i pastori Gairesi gli conferivano, dovuto alla progressiva diminuzione numerica dei capi di bestiame e dei soggetti esercitanti l’attività pastorale.

Artigianato
L’artigianato locale non è più molto fiorente come era una volta, anzi è piuttosto esiguo: è presente soltanto un artigiano che lavora il ferro ed un barbiere. Per il resto si tratta di attività svolte a livello di hobbistica: dai piccoli lavori in legno, a quelli ad uncinetto e a punto croce, e ancora, la realizzazione dei cestini in vimini, praticata specialmente dagli anziani, nonché la realizzazione di pane, pistokku e dolci tipici, fatti ancora in casa come una volta. Non molto lontana nel tempo è la numerosa presenza di artigiane tessitrici, di calzolai, falegnami, artigiani del ferro battuto, maniscalchi, ecc. che spesso aiutavano a far fronte, oltre al fabbisogno locale, anche a quello di altri paesi.

Escursionismo
La particolare conformazione del suo territorio allungato che dalle estreme propaggini del Gennargentu si spinge sino alla frastagliata Costa Tirrenica, determina la presenza di un patrimonio ambientale e naturale straordinario per forme e colori, vero paradiso per gli sportivi che vogliono praticare pesca, nuoto, caccia, wind–surf, vela, tennis, equitazione, trekking, footing, free–climbing, calcetto, canoa, e per chi si vuole dilettare nella fotografia, anche in quella subacquea. Sia dalla zona montana sia da quella marina è possibile partire per innumerevoli itinerari naturalistici ed archeologici che si snodano tra boschi quasi vergini ed una fauna ricchissima. I periodi ottimali per organizzare escursioni e trekking sono la primavera fino a fine giugno, e dalla fine di agosto alla metà della stagione autunnale. Ciò in considerazione della ricchezza di colori dovuta alla fioritura di molte specie vegetali e del clima più permissivo, specie per escursioni di un certo impegno e durata. È opportuno munirsi di un abbigliamento, con particolare attenzione alle scarpe, atto ad affrontare percorsi accidentati. Per le giornate più fresche o per quelle in cui si prevede pioggia, essendo difficile trovare rifugi naturali è opportuno munirsi anche di un impermeabile. Inoltre si consiglia di approvvigionarsi d’acqua e cibo in base alle proprie necessità, in quanto le sorgenti segnalate in carta potrebbero essere asciutte e non vi sono ancora punti di ristoro, ma solo, qua e la, zone attrezzate per picnic in campagna. Per veri e propri punti di ristoro bisogna fare riferimento alle strutture site nell’abitato, oppure alla struttura di Selene, in agro di Lanusei, o alla struttura, in via d’attivazione, in località Sarcerei. Bussola e carte I.G.M. 1:25.000 per escursioni non guidate sono d’obbligo.
Stupenda località da visitare è la valle di Taquisara, in cui sorge la frazione di Gairo Taquisara. Da qui è, inoltre, possibile intraprendere alcuni degli itinerari che si snodano nell’interno montagnoso del territorio di Gairo. Raggiungendo la valle e il laghetto di Genna Orruali, si può visitare la zona archeologica e quella dei tacchi calcarei nonché il monumento naturale di Perda ‘e Liana che domina maestoso sull’Ogliastra. Questo, ora dotato di alcune vie attrezzate per la pratica del free–climbing, è raggiungibile sia da Gairo Taquisara che dalla S.S. 198, all’altezza della cantoniera di Sarcerei. Inoltre è possibile visitare il vecchio borgo di Gairo Vecchio, abbandonato ormai dalla fine degli anni Sessanta, in cui sono ancora evidenti le tracce di modi di vivere tradizionali del passato travagliato. Sempre da Gairo Sant’Elena si può partire per la splendida vallata di Sarcerei, attraversata dall’omonimo fiume che si snoda in un percorso tortuoso e ricco di piscine naturali e piccole cascatelle. Nella vallata, dove è possibile ammirare una rigogliosa foresta si diramano delle stradelle, ora a destra, ora a sinistra, che consentono, salendo di quota, di ammirare panorami mozzafiato su mezza Sardegna. Qui di seguito se ne riportano alcuni fra i più suggestivi. 

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