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sabato 8 agosto 2015

Archeologia. I Tofet, i cimiteri fenici dedicati ai bambini

I Tofet, i cimiteri fenici dedicati ai bambini
di Pierluigi Montalbano

(Testo tratto da "Fenici, antichi popoli del mare", in pubblicazione).





















Questi antichi santuari a cielo aperto, dedicati ai neonati defunti, sono diffusi nell’area mediterranea centrale. Sono assenti nel Vicino Oriente e nella zona iberica, trovandosi solo nel Mediterraneo centrale: due a Tunisi (Cartagine e Sousse), due in Sicilia (Mozia e Selinunte), uno a Malta e sei in Sardegna (Karaly, Nora, Bitia, Tharros, Monte Sirai e Sulky). Sono circondati da un recinto sacro, all’interno del quale si depongono i resti dei bimbi dentro urne in ceramica. In superficie, le sepolture sono segnalate da stele in pietra. I tofet, generalmente, si trovano in posizione periferica a nord degli abitati, e non vengono mai spostati, infatti, qualora si dovessero fortificare le città, si aggirano modificando il percorso delle mura. Le urne contengono le ceneri di feti, fanciulli, infanti, agnelli, capretti e uccelli. Ogni tofet è dedicato a due divinità: Baal Ammon e Tanìt. Il primo è una divinità che i greci identificano con Krono e i romani con Saturno. Tanìt è la paredra femminile, attestata come manifestazione di Baal, che lo affianca dal V a.C. per poi sostituirlo. E’ una divinità orientale raramente testimoniata in Libano, ma in Occidente diviene la più importante con Astarte. Greci e romani la assimilavano a Era o Giunone.
Un termine che compare spesso nelle stele dedicatorie dei tofet, e di altri santuari, è MLK, ossia offerta, dono, dedica. Il tofet, infatti, era un luogo nel quale si deponevano le offerte, racchiuso in un recinto in muratura, nel quale erano sistemati sul rogo e poi sepolti con particolari riti, i bambini non nati, nati morti o deceduti prima dell’introduzione nel mondo degli adulti. Nell’area del tofet, i genitori svolgevano riti tesi a ottenere dagli dei una nuova nascita. I resti dell’incinerazione finivano in un recipiente in terracotta e, se la grazia andava a buon fine, ad esempio nasceva un bambino, i genitori erigevano nel luogo sacro una stele in pietra, talvolta con un’iscrizione dedicatoria. Il rito d’iniziazione per il passaggio nel mondo degli adulti equivaleva al nostro battesimo, o alla circoncisione nel mondo ebraico e islamico. Questo rito era il “passaggio per il fuoco” di biblica memoria, ancora oggi praticato in Sardegna in occasione della notte di San Giovanni, quando si salta attraverso un falò. Le fiamme erano la soglia attraverso cui i fanciulli dovevano passare, vivi o morti.

















Le stele, al contrario delle urne, in gran parte perdute, si sono salvate perché nel corso dei secoli furono accantonate all’interno delle aree sacre e utilizzate per la costruzione di muri divisori o altari, contesti dai quali sono state recuperate in età moderna. Le più antiche erano costituite da pietre oblunghe denominate betili, dalle parole fenicie bet ed el, rispettivamente casa e dio, a indicare che ospitavano divinità. All’inizio del V a.C. compare un tipo di stele somigliante a un piccolo tempio, con varie componenti architettoniche. Le figure contenute all’interno cambiano: prevalgono le raffigurazioni iconiche, ossia personaggi divinizzati, ma a Tharros e Nora si registra la presenza di simboli aniconici come losanghe, betili o idoli a forma di bottiglia. In seguito compaiono personaggi che stringono al petto un disco solare e divinità che nella mano destra sorreggono il simbolo egizio ankh (simbolo della vita), mentre nella mano sinistra impugnano una stola, una fascia che scende giù dalla spalla.
Uno studioso francese scomparso il secolo scorso, Pierre Cintas, riteneva che le maschere fossero un prodotto occidentale. Gli scavi recenti hanno posto in evidenza una forte somiglianza fra le raffigurazioni delle maschere e una creatura mitica mesopotamica, Kumbaba, che compare nel poema sumero-accadico Gilgamesh. Il mostro è sconfitto dall’eroe, con l’aiuto del compagno Enkidu e del dio mesopotamico del sole, Shamash. La maschera più antica dell’area siro-palestinese, inquadrabile intorno al 1400 a.C., fu portata alla luce ad Hazor, nell’Alta Galilea. Più recente è quella scoperta nel 1966 nella necropoli di Khan Khaldé, a Beirut. Altre maschere del 700 a.C. sono state trovate a Tiro in una necropoli (Akhziv). Le maschere, dunque, sono un prodotto orientale che si diffuse in buona parte dell’Occidente, ma con una differenza sostanziale: nel mondo accadico, Kumbaba era legata al male, soggetta pertanto a scongiuri; nel mondo occidentale aveva, invece, una funzione apotropaica e protettiva. Le indagini svolte nella necropoli di Tharros dal 1850 al 1950 hanno subìto la dispersione dei rinvenimenti, dunque è difficile datare i reperti affidandosi al contesto stratigrafico. Alcune maschere rappresentano divinità minori, come quella rinvenuta nella necropoli di Sulky: un mostro con barba nera e baffi in rilievo. Una maschera scoperta a Tharros mostra una capigliatura folta, occhi, barba e baffi incisi, mentre la bocca pare sorridere. Le dimensioni sono più piccole del naturale, quindi non erano destinate a essere indossate. A volte si presentano sotto forma di amuleti, miniaturizzate, databili dal 700 a.C. Lo scopo era forse quello di spaventare i rephaim, ossia le ombre che disturbavano la pace della nephesh, l’anima che rimaneva nel sepolcro.


















Fra gli oggetti più importanti del mondo sacro abbiamo lo scarabeo, simbolo dell’immortalità dell’anima nell’antico Egitto. L’oggetto rappresenta il dorso di un coleottero, mentre la figura sul piano d’appoggio è il sigillo che il proprietario utilizzava quando era in vita, una sorta di firma impressa sui globetti di argilla noti come cretule. Queste palline argillose, erano legate con un laccio ai documenti contabili e ai contratti. Gli scarabei sardi antichi erano di pietra tenera, incisa e poi cotta. Quelli più tardi erano in diaspro verde, proveniente anche dal Monte Arci.
La religiosità aveva un duplice aspetto e gli amuleti seguivano la stessa sorte: c’erano divinità principali e altre minori, forse più disposte ad ascoltare le suppliche dei fedeli. Gli amuleti sono piccoli oggetti in pasta vitrea o in avorio o osso.
Prima del tofet di Cartagine furono individuati quello di Nora nel 1889, sulla spiaggia orientale della città, e quello di Mozia, in Sicilia, ma interpretati come necropoli a incinerazione. Solo a Cartagine furono eseguite analisi osteologiche sui resti e ci si rese conto che si trattava di bambini. Diversi passi della Bibbia parlano di tofet e di figli offerti agli dei con il passaggio dentro il fuoco. I ricercatori si convinsero che i tofet vicini a Gerusalemme menzionati nelle sacre scritture, nel Deuteronomio e nel libro dei Re, potevano avere la stessa matrice. Fino agli anni Ottanta, dalla lettura delle fonti classiche (Diodoro, Plutarco, Platone, Tartulliano), si è pensato a un rituale con sacrificio di bambini a Krono (Baal-Ammon o Saturno) in caso di grave pericolo per la popolazione. Si tratta, tuttavia, di un rituale non accettato da Dio. Il libro dei Re cita un luogo chiamato tofet in un passo ambientato nei pressi di Gerusalemme.
Le fonti riportano: “Lì farò il Tofet, nella valle di Ben Hinnom, e nessuno faccia più passare per il fuoco i propri figli in onore di Moloch”; e ancora:
GEREMIA 19,5-6 “hanno costruito le alture di baal per bruciare i loro figli con il fuoco, olocausti a baal, cosa che non avevo ordinato né mi era venuta in mente. Perciò ecco: vengono giorni, oracolo del signore, in cui non chiamerà più questo luogo tofet o valle Ben Hinnom bensì valle del massacro”.
DEUTERONOMIO 12,31 “Non agirai così verso il signore tuo Dio perché essi hanno fatto per i loro Dei quanto è in abominio e in odio al signore: hanno bruciato nel fuoco perfino i loro figli e le loro figlie  in onore dei loro Dei”.
LIBRO DEI RE 16,3 “imitò la condotta dei re di Israele e fece persino bruciare suo figlio secondo le usanze abominevoli delle genti che il signore aveva cacciato davanti ai figli d'Israele”.
LIBRO DEI RE 23,10 “egli profanò il tofet che si trova nella valle di Ben-Hinnom affinché nessuno bruciasse il proprio figlio o la propria figlia in onore di Moloch”.
Il Tofet, quindi, è un luogo in cui si svolgeva un rito pagano, non voluto da Dio, che prevedeva il sacrificio di far passare i figli nel fuoco. Nel momento in cui gli archeologi hanno trovato a Cartagine le urne con le ceneri di centinaia di bambini, hanno pensato al santuario orientale citato nella Bibbia.
Si conoscono altre fonti che raccontano di sacrifici.

























Filone di Biblo, nella sua storia fenicia, dice che “c'era l'usanza presso gli antichi, in caso di pericolo, che i capi della città o della popolazione portassero a sacrificio i più cari dei loro figli, sgozzandoli in cerimonie misteriose come riscatto per i demoni vendicatori”.
Gaudesio riporta che “i fenici e i cartaginesi, quando desiderano che accada loro qualcosa di importante, fanno voto sulla testa di uno dei loro figli, e se il desiderio si avvera il figlio sarà sacrificato. Presso di loro c'è una statua bronzea del dio con le mani rivolte in alto distese sopra un braciere di bronzo nel quale mettere i bambini”.
Plutarco racconta che “i cartaginesi con piena coscienza sacrificavano i loro figli a Kronos e chi non aveva figli li comprava dai poveri. La madre non poteva lamentarsi perché il bambino sarebbe stato sacrificato lo stesso e nemmeno avrebbe ricevuto i soldi”.
Tertulliano afferma che “i bambini venivano immolati a Saturno in Africa fino al proconsolato di Tiberio che fece appendere vivi gli stessi sacerdoti, e ancora oggi  tale rito continua in segreto”.  
Nel 1981 Sabatino Moscati propose un’ipotesi diversa, oggi condivisa: “i bambini morti alla nascita o, comunque, entro i primi anni, attraverso il fuoco venivano purificati e offerti alla divinità per agevolare nuove nascite”. Moscati si basa su alcune considerazioni: fra i resti incinerati ci sono molti feti e questi non potevano essere sacrificati. Non facevano ancora parte del mondo degli adulti e non potevano essere sepolti con loro. In qualche caso si sacrificava alle divinità qualche piccolo animale.
Un'altra considerazione riguarda le fonti classiche. Gli autori più importanti non hanno mai parlato di riti sacrificali che coinvolgono bambini, nonostante sarebbe stato utile contro i cartaginesi. Tuttavia occorre capire perché alcuni venivano bruciati e sotterrati nei tofet, e altri, invece, sepolti nelle necropoli degli adulti. Secondo Moscati c’era un rituale di passaggio, una sorta di iniziazione ma alcuni bambini morivano prima di questo “passaggio” nel mondo degli adulti e finivano nel tofet. Alcuni studiosi ipotizzano che i tofet da Cartagine si propagano in altre aree influenzate culturalmente dai cartaginesi, quindi già dall'VIII a.C. questa città diffondeva la propria cultura in altri luoghi pur non controllandoli o amministrandoli direttamente.
Il tofet di Cartagine oggi non è quello originario e presenta volte romane. I tofet più antichi sono a cielo aperto, privi di edifici, se non per brevi periodi e per certe situazioni (come cappelle e piccoli templi).
Le iscrizioni dei tofet riportano formule rituali ripetitive: denominazione dell’oggetto offerto alla divinità (stele, dono), denominazione del rito (molch), il verbo della dedica o del dono, il nome e la genealogia dell’offerente, la divinità (Baal-Ammon o Tanìt) e il motivo dell’offerta. Il rituale si concludeva con la frase: “…perché ha ascoltato la sua voce”. Ad esempio: “STELE DI MOLCH OFFERTA AL SIGNORE BAAL AMMON CHE HA DEDICATO SULL’ALTARE (tizio) FIGLIO DI (caio) FIGLIO DI (sempronio) PERCHE’ HA ASCOLTATO IL SUONO DELLA SUA VOCE”, cioè perché ha esaudito la richiesta, la preghiera, ha concesso la grazia.

I monumenti votivi si dividono convenzionalmente in cippi e stele funerarie. Il primo è una pietra appena sbozzata, generalmente aniconica, dove prevale l’altezza sulle altre dimensioni e rappresenta la divinità. È posto come segnacolo per individuare la fossa, infisso nel terreno o incastrato sopra un basamento in pietra. Queste basi sono costituite da un plinto tronco piramidale, sormontato da un listello rettangolare con sopra una gola egizia. Alcuni cippi possiedono elementi simbolici come quello di Tanìt ma non conosciamo l’evoluzione di questo segno. Lo troviamo in contesti funerari, sacri e abitativi, quindi un segno con molti significati. Fra i cippi più antichi abbiamo quelli che rappresentano un trono (stele trono e cippi trono), a volte evocato da una semplice sgusciatura che separa la spalliera dalla seduta, altre volte con i braccioli e con il simbolo divino aniconico al centro. In qualche caso un idolo a forma di bottiglia sostituisce il betilo. Il trono può essere affiancato da due bruciaprofumi. 

Nelle immagini: i tofet di Mozia e Cartagine

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