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sabato 23 maggio 2015

Preistoria in Sardegna. Una chiacchierata con l’archeologo Riccardo Cicilloni

Preistoria in Sardegna. Una chiacchierata con l’archeologo Riccardo Cicilloni
di Mauro Atzei 

L'archeologia, almeno in Sardegna, sta attraversando un periodo di larga popolarità, grazie soprattutto alla diffusione dei social network che contano decine di migliaia di appassionati nei gruppi tematici, e grazie anche al rinnovato entusiasmo che si è creato intorno al fenomeno mediatico, ma sopratutto scientifico, del rinvenimento delle statue di Monte Prama e di altri reperti ad esse collegati.
La Sardegna viene definita, sia dagli appassionati, sia dagli addetti ai lavori, uno sterminato museo a cielo aperto. In questo quadro, la cultura nuragica, vista l'estrema abbondanza di monumenti e reperti lasciati sul territorio è la cultura antica più rappresentativa, e per questo dovrebbe essere molto conosciuta in Europa. Invece, per molti versi, è ancora sconosciuta fuori dall'isola. Parliamo di quest'epoca fondamentale cominciando proprio da Cagliari che, per importanza e grandezza, è forse il luogo nel quale è meno evidente la presenza di tracce di quell'epoca.

D) Quali sono le possibili emergenze nuragiche, oggi non più visibili nel territorio comunale cagliaritano?
R.C: “L’area di Cagliari e del suo hinterland ha restituito tracce di un passato plurimillenario, con una presenza umana che inizia dal VI millennio a.C. L’uomo preistorico ha infatti qui trovato un habitat molto favorevole, particolarmente ricco di risorse quali i terreni fertili e soprattutto il mare e le lagune. Durante l’età del Bronzo e del Ferro il territorio di Cagliari dovette essere intensamente frequentato, ma purtroppo la forte urbanizzazione dell’areale cagliaritano, dall’epoca punica e romana sino ai giorni nostri, ha sicuramente comportato la perdita dei
monumenti nuragici esistenti, presumibilmente distrutti anche per ricavarne materiale da costruzione. Il fatto che lungo il golfo di Cagliari, sia verso Est sia verso Ovest, esistano vari nuraghi e insediamenti nuragici che “controllavano” la vasta insenatura (si vedano, fra i tanti, i nuraghi Antigori e Sa Domu ‘e s’Orku di Sarroch, ad Ovest e, ad Est, il nuraghe Diana in località Is Mortorius, a Quartu S. Elena) e che nell’entroterra siano ugualmente numerosi gli insediamenti nuragici (ad esempio il villaggio di S. Gemiliano a Sestu, la tomba di giganti di Is Concias a Quartucciu, il pozzo sacro di Cuccuru Nuraxi a Settimo San Pietro), fa ritenere probabile che nuraghi ed altri monumenti nuragici fossero presenti anche nel territorio di Cagliari. Esistono inoltre vari indizi che fanno credere ciò: innanzitutto la segnalazione da parte dell’archeologo Antonio Taramelli, nel secolo scorso, di un possibile nuraghe e monumento nuragico, oggi non più rintracciabile, presso Monte Urpinu. Si hanno poi notizie su vari ritrovamenti di manufatti nuragici da tutta l’area comunale (ad esempio nel colle S. Michele, nella zona di Via Brenta, a Tuvixeddu, nella Cripta di S. Restituta, presso il colle di Bonaria, nel Capo S. Elia), che attestano, seppur sporadicamente, la frequentazione del territorio in età nuragica. Resta da chiarire, infine, l’effettiva interpretazione di una struttura muraria di recente segnalata dal collega Nicola Dessì all’interno del Parco di Monte Claro, struttura forse pertinente ad un pozzo sacro nuragico: solo una scavo scientifico potrà risolvere ogni dubbio.”

D) A detta di molti, intorno al 1200 - 1150 a.C. (nel passaggio tra il Bronzo Recente e il Bronzo Finale) sembra sia successo qualcosa in Sardegna, per esempio (alla luce delle nuove acquisizioni) sappiamo che ci fu un boom demografico. Cosa accadde?
R.C: “Il problema è ancora dibattuto e per molti versi rimane ancora misterioso. Difatti, nel Bronzo Finale assistiamo al crollo ed all’abbandono di molti nuraghi, che non vengono peraltro più costruiti, e contemporaneamente cessa l’uso di seppellire in tombe di giganti. Dopo questa crisi nasce una nuova civiltà nuragica, diversa dalla precedente ma ancora ad essa collegata. Cambia la società (che diventa di tipo “aristocratico”), si costruiscono e si adoperano nuove forme monumentali (quali il pozzo sacro, il tempietto quadrangolare, la capanna delle riunioni), si utilizzano nuovi manufatti, come i famosi “bronzetti” e la ceramica geometrica. Le cause sono ancora oscure, ma si può pensare a una concomitanza di fattori ambientali, economici e sociali che portò al crollo della civiltà dei nuraghi. Solo nuovi scavi scientifici e nuove ricerche potranno chiarire il mistero”.

D) L'abbandono dei nuraghe sembra sia avvenuto però in maniera non traumatica, ma in modo progressivo fino agli inizi dell'età del Ferro. Perché si smise allora di costruire il nuraghe e abbiamo elementi che possano indurci a pensare che furono invece abbandonati in seguito ad aggressioni provenienti dall'esterno?
R.C: “Non abbiamo alcun elemento che ci induca a pensare ad un arrivo bellicoso di popolazioni esterne. I nuraghi, infatti, iniziano a essere abbandonati a partire dalla fine del Bronzo Recente, in cronologia calibrata attorno al 1150 a.C., quando i Fenici non erano ancora presenti stabilmente nella nostra isola. Riteniamo che ciò che viene a crollare sia il “sistema nuraghe”, cioè quell’insieme di consuetudini e quelle esigenze economiche e sociali che portarono alla costruzione quasi ossessiva di migliaia di nuraghi che controllavano il territorio in maniera totalizzante.”

D) A proposito di Fenici, cosa pensi del fenomeno chiamato "precolonizzazione"?
R.C: “Il termine, che si tende oggi ad abbandonare, usualmente denota una fase in cui le popolazione fenicie iniziarono a frequentare la Sardegna in maniera sporadica o, al massimo, con la costituzione di piccoli empori, comunque sempre per motivi economici, per importare prodotti e scambiarli con produzioni locali. In questo momento i rapporti tra i Fenici e le popolazioni indigene dovevano essere piuttosto limitati,essenzialmente, come si è detto, con il solo scopo di scambiarsi prodotti con reciproco vantaggio.”

D) Ritieni che il popolo nuragico fosse un popolo belligerante o sostanzialmente pacifico?
R.C: “In realtà né l’una né l’altra cosa. Ho scritto di recente che, soprattutto per la fasi del Bronzo Medio/Recente, non esistano prove archeologiche concrete di guerre “intercantonali” o contro popoli invasori venuti dall’esterno. A ciò si aggiunge la relativa carenza di armi vere e proprie rinvenute nei contesti nuragici (anche se ciò potrebbe spiegarsi con il fenomeno della “rifusione” e del riutilizzo del metallo); è vero però che sono state invece rinvenute numerose spade “votive”, non funzionali ma interpretabili come oggetti legati al culto. Sembra quindi venire meno, almeno in parte, quel preponderante carattere bellicoso e guerresco che è stato spesso attribuito dalla letteratura al popolo nuragico. Chiaramente con questo non si vuol affermare che le genti nuragiche, fossero, al contrario, del tutto miti e pacifiche: d’altronde, seppur poche, le armi esistevano, addirittura fatte oggetto di culto, come pure sussistevano le esigenze di controllo dei vari territori e delle loro risorse; probabilmente, però, i conflitti e gli scontri, pure presenti, non erano così frequenti ed importanti nella vita di tali popolazioni, mentre le armi dovevano assumere principalmente il ruolo di indicatore di prestigio all’interno di una società sempre più complessa.”

D) Cosa si dice, nell'ambito della comunità scientifica, delle proposte di Giovanni Ugas relative all'identificazione dei nuragici con gli Shardana di Medinet Habu e della paleoscrittura nuragica del periodo del ferro?
R.C: “Posso dire che nella comunità scientifica le tesi di Giovanni Ugas sono considerate molto interessanti ma ancora da valutare con prudenza e con la giusta dose di sano scetticismo. Si attendono ulteriori riscontri per poter prendere una posizione univoca su tali teorie.”

D) Relativamente ai nuovi lavori di studio a Monte Prama, sospetti che le ormai famose statue in arenaria siano state distrutte maggiormente da un aratro o da un popolo allogeno?
R.C: “Anche in questo caso, ritengo che si debbano aspettare i risultati scientifici dei nuovi scavi. Allo stato attuale della ricerca, entrambe le ipotesi sembrano plausibili, anche se chi ha scavato nel sito, ad esempio Carlo Tronchetti, pensa a una distruzione volontaria delle statue, forse per un episodio di guerra “interna”, od anche ad opera dei Fenici. La presenza di materiale punico potrebbe anche far pensare a una distruzione ad opera di queste popolazioni. Non esistono ancora, quindi, dati univoci”.

D) Hai una tua idea personale sulle possibili influenze tecniche avute dai fautori di quelle statue primigenie per l'Occidente?
R.C: “La questione è legata alle considerazioni cronologiche sulle statue. Difatti, le ultime datazioni pubblicate, fanno risalire la cronologia dei pozzetti funerari (cui le statue sembrano collegate), tra il X ed il IX secolo a.C., periodo in cui gli influssi culturali orientali (e fenici) dovevano essere ancora piuttosto limitati. Alcuni colleghi tendono a dare gran peso ai confronti con l’esterno, ad esempio con il mondo levantino o dell’area tirrenica, ma vorrei sottolineare come le popolazioni indigene avevano sicuramente un enorme bagaglio di conoscenze tecniche, riguardanti la lavorazione “artistica” della pietra, conoscenze acquisite a partire dal Neolitico (si veda l’escavazione e la decorazione delle domus de janas e i manufatti litici come le Dee madri od i menhir e le statue-menhir), per cui, forse, non è necessario pensare per forza ad un forte influsso esterno o, addirittura, ad artigiani venuti da lontano, anche considerata l’affinità tecnico-stilistica con i coevi 'bronzetti' sardi.”

D) È plausibile sostenere che i pozzi sacri appartengano alla seconda fase nuragica e non alla prima (non insieme alla edificazione dei nuraghi, alle tombe di giganti, etc.)? E se così fosse, ti chiederei cosa ne pensi a proposito e perché.
R.C: “I dati di scavo fanno ritenere che i nuraghi (e le tombe dei giganti) siano più antichi rispetto ai pozzi sacri: i primi vengono costruiti ed utilizzati nel Bronzo Medio e recente, mentre i pozzi sacri sono attribuibili al Bronzo Finale/I età del Ferro. Semplicemente, come si è detto, la trasformazione della società nuragica dalle fasi del Bronzo Finale portò a mutamenti di carattere sociale che si riflettono anche sulla costruzione dei monumenti: prima era il nuraghe il “centro” di carattere politico, economico e sociale delle genti nuragiche, in seguito, con l’abbandono delle torri nuragiche, il polo attrattivo diventò il villaggio ed il luogo di culto, luoghi in cui la nuova 'aristocrazia' al potere poteva ben guidare la comunità ed affermare il proprio prestigio.”

D) Come appassionato, ti ho conosciuto, in primo luogo, per il tuoi lavori di studio e scavo del Nuraghe Cuccurada di Mogoro. Relativamente a quanto hai appreso anche da questo lavoro di ricerca, ritieni ancora valido il vecchio assioma Nuraghe- fortezza o ritieni possibile l'equazione Nuraghe = luogo sacro/luogo di culto?
R.C: “Anche in questo caso, non è vera né un’affermazione né l’altra. Oggi la visione del nuraghe esclusivamente come struttura militare non è più accettata tout court, neppure nella sua accezione di elemento di un complesso sistema di fortificazione,mentre oggi si propende a vedere in esso un monumento polifunzionale, con lo scopo principale di controllo del territorio, inteso come risorse economiche e viabilità. D’altra parte, nessun nuraghe scavato scientificamente ha restituito tracce di materiali archeologici legati a un utilizzo come luogo di culto nell’età del Bronzo Medio e Recente, anche se non si può escludere che in qualche vano si praticassero riti legati ad un culto “domestico”, similmente a quanto avveniva nei palazzi micenei. Alcuni nuraghi furono però riutilizzati, almeno in parte, come luoghi di culto nelle fasi avanzate del Primo Ferro, ad esempio a Su Mulinu di Villanovafranca e, probabilmente, anche a Cuccurada”.

D) Chiudiamo con una domanda un po' più leggera: a proposito delle professioni di domani, il mestiere dell'archeologo è uno tra quelli che, oggi come nel passato, colpisce maggiormente l'immaginario dei ragazzi, degli studenti. Vale ancora la pena di intraprendere tale corso di studi?
R.C: “Per chi è interessato all’argomento, ne vale certamente la pena. Ricordiamo che l’archeologia, infatti, non è solo una professione, ma anche una passione, come prova il diffuso interesse in tutta la popolazione. Per diventare archeologo è necessario intraprendere un corso di studio lungo ed anche difficile, che prevede la laurea triennale, la laurea magistrale, la specializzazione od il dottorato di ricerca, percorso che però è ricco di risultati e soddisfazioni. Il punto dolente è costituito dalla difficoltà ad accedere ad un percorso lavorativo, difficoltà acuita dalla attuale crisi economica che, purtroppo, vede spesso il “taglio” delle risorse per le attività riguardanti i beni culturali. In ogni caso, noto che chi ha dedizione e ci crede fortemente, riesce quasi sempre a trasformare la propria passione in un lavoro. La Sardegna, inoltre, ha tante a tali ricchezze archeologiche da studiare a valorizzare che, sicuramente, avrebbe tutte le potenzialità per dare lavoro a tantissime persone nel campo dell’archeologia. E spero vivamente che ciò avvenga al più presto”.

Fonte: http://www.comunecagliarinews.it


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