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martedì 26 agosto 2014

Monte Prama: distrutta dai cartaginesi? E dove sono gli indizi archeologici?

I Giganti distrutti con violenza”, gli archeologi certi sulla fine di Monti Prama
di Francesca Mulas

Ieri su Sardinia Post, è comparso questo articolo relativo allo scavo in corso a Monte Prama. Ho prodotto una serie di commenti ma oggi non ci sono più. Ho deciso, di conseguenza, di pubblicare l’articolo su questo quotidiano on line, e aggiungere, al termine, qualche riflessione personale per innescare un eventuale dibattito. Buona lettura

Qualcuno ha voluto distruggere le imponenti sculture in pietra che stavano a guardia dell’area sacra di Monti Prama, vicino a Cabras: una furia iconoclasta che ha buttato già le statue, ha colpito la pietra con brutalità, ha persino decollato le teste dal corpo e cancellato gli occhi severi dai volti. I misteri attorno ai Giganti e al sito del Sinis sono ancora tanti ma gli archeologi oggi hanno una certezza: le statue sono state distrutte intenzionalmente durante un episodio violento da un popolo ostile.
Le ultime novità su Monti Prama sono state illustrate questa mattina durante una conferenza stampa convocata a Cabras dai rappresentanti di Università di Sassari e Cagliari, Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano. Hanno voluto l’incontro con i giornalisti, il primo dall’avvio dello scavo, dopo una fuga di notizie incontrollata e confusa che ha lasciato parecchi malumori tra organi di stampa e comunità scientifica. “Una continua corsa alla notizia è deleteria – avvisa Alessandro Usai, archeologo della Soprintendenza cagliaritana – ecco perché abbiamo pensato a incontri periodici per parlare dello scavo”. Oggi dunque si illustra per la prima volta  il recente lavoro a Monti Prama: sono emerse nuove sculture dal terreno e il sito regalerà nei prossimi mesi ancora tante sorprese.
Il tesoro venuto alla luce nelle ultime settimane è custodito oggi nel deposito del Museo Civico di Cabras: ci sono tantissimi frammenti di pietra, lastrine di arenaria, ceramiche nuragiche e puniche da ricostruire.
Riflettori puntati, come è ovvio, sui nuovi Giganti ritrovati: ecco un volto di guerriero con i caratteristici occhi a cerchietti concentrici e l’elmo cornuto, e poi un grande busto di arciere con la faretra sulle spalle, il frammento di un piede, il modellino di un nuraghe quadrilobato con le sue torri, altre due teste molto rovinate, un grosso elemento in arenaria per ora di difficile interpretazione. E poi tante, tantissime pietre che saranno conservate in attesa del restauro: dalla campagna di scavo di fine anni Settanta, l’unica prima di oggi, vennero fuori cinquemila pezzetti di arenaria poi ricomposte in 26 statue esposte a Cabras e Cagliari. Grande emozione tra gli archeologi per la scoperta di una base che ha ancora attaccati due piedi di scultura con i sandali, si svela così il mistero su come queste sculture si reggevano in piedi ed emerge anche un particolare curioso: tutte le statue dei Giganti (tranne una) calzavano i sandali, mentre i tanti bronzetti ritrovati in Sardegna erano quasi tutti scalzi.
I materiali ritrovati saranno ora ripuliti, restaurati e studiati mentre nel frattempo prosegue lo scavo sull’area. A breve termineranno i finanziamenti per il progetto di ricerca “Archeologia di Monte Prama” sul bando regionale della legge 7/2007: “Contiamo di proseguire i lavori grazie al programma ministeriale “Arcus” che prevede anche un grande intervento di restauro sul vicino sito archeologico di Tharros – si augura Alessandro Usai - C’è ancora tanto da fare e, al di là dei grandi frammenti delle statue, il progresso dell’indagine su tutta l’area è fondamentale”. 
“Non sappiamo con certezza chi ha voluto distruggere le statue – conclude Raimondo Zucca, archeologo al lavoro sul campo per l’Università di Sassari – ma nel passato non mancano gli episodi di iconoclastia: la Bibbia racconta che Mosè chiese a Israele di distruggere gli idoli, e anche la storia recente ci dimostra tanti casi di accanimento contro le immagini religiose. Nel caso di Monti Prama tutto farebbe pensare che i responsabili possano essere stati i Cartaginesi: è vero, in tante parti dell’isola c’è stata una convivenza serena tra Punici e isolani ma non possiamo escludere conflitti e scontri anche violenti. Del resto i sardi di quell’epoca erano armati, e le armi che conosciamo non erano certo da parata”.

Riflessioni:
Sulle sculture in pietra di Monte Prama si è scritto molto e si continuerà a farlo in futuro, soprattutto alla luce delle dichiarazioni degli addetti allo scavo. Colpisce il loro malumore sulla "fuga di notizie" e, soprattutto, l'attribuzione ai cartaginesi della distruzione violenta delle statue.
Sul primo punto c'è da osservare che per gli archeologi, retribuiti con soldi pubblici per dirigere gli scavi e riferire sul materiale trovato, dovrebbe essere motivo di orgoglio lavorare in un sito così importante e, oggi, sotto i riflettori dell'opinione pubblica. Non si capisce il motivo del risentimento sulle notizie che trapelano, diffuse dai media e sempre rispondenti alla realtà dei ritrovamenti. I reperti, bisogna ricordarlo, non appartengono a chi li scava o alla soprintendenza che ne dispone secondo proprie idee. I beni archeologici appartengono allo stato italiano, cioè ai cittadini che con i tributi compongono la nostra grande comunità denominata, appunto, stato italiano. Già questo dovrebbe far riflettere gli archeologi sui toni e sulla tempistica (a semplice richiesta sono obbligati a riferire) che dovrebbero adottare. I cittadini potrebbero essere di grande aiuto per la tutela e valorizzazione dei siti archeologici, e la loro collaborazione attiva (non dentro lo scavo ma ai margini) costituisce un deterrente per i tombaroli.
Sul secondo punto, la presunta identità cartaginese dietro la distruzione, Zucca non mi trova d'accordo perché nel sito non c'è, al momento, alcun indizio archeologico riferibile a Cartagine. Se fossero loro i responsabili dovrebbero esserci tracce, anche alla luce delle oltre 10 tonnellate di materiali disintegrati. Il sito è nuragico, le sepolture sono nuragiche, il territorio circostante è nuragico. Cartagine è parecchio lontana, inoltre era alleata dei sardi e non avrebbe violato la loro religiosità. C'è da rilevare, invece, che Roma durante le guerre puniche, e successivamente, si macchiò di una violenza sistematica verso i nemici che non si arrendevano con le buone. C'è da rilevare, tuttavia, l'assenza totale di frequentazione del sito dal VI al III a.C., come se per oltre 300 anni nessuno si preoccupò di quelle sculture. Con il rasoio di Occam direi che ci sono due possibilità: 
1) ha visto bene Ugas che è convinto di una distruzione precedente il VI a.C. da parte di tribù nuragiche ostili.
2) ho visto bene io che parlo di azione militare dei romani durante le guerre puniche.
Un suggerimento che indirizzerei allo staff di archeologi che operano a Monte Prama è di continuare a scavare, riferire puntualmente sui ritrovamenti e astenersi da commenti interpretativi, soprattutto se si tratta di opinioni personali non suffragate da reperti. Certe idee, a volte, sono prese per buone senza verifiche e diventano letteratura, portando a clamorosi errori di valutazione e alla necessità di fare qualche passo indietro nella ricerca.
Detto ciò auguro buon lavoro agli esperti e auspico in una maggior collaborazione con gli organi di diffusione delle notizie, veri amplificatori delle possibilità di conoscenza del sito in ambito mondiale.



13 commenti:

  1. Vogliono continuare ad affossare la storia sarda come hanno sempre fatto.

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  2. Caro Pierluigi, alcuni dati: dagli scavi Tronchetti emerge che la discarica delle statue poggiava su materiale di IV sec. e questo è noto già dal 1979; questo ci dice che la discarica non può essere posteriore a tale data e, conseguentemente la distruzione delle statue. Qui le opinioni si dividono, c'è chi le considera distrutte nel IV sec. (conseguentemente è probabile la mano cartaginese) e che ritiene una distruzione più antica, data l'assenza di testimonianze definibili nuragiche post VIII-VII sec. (ammesso che tali definizioni abbiano un senso compiuto oltre a quello strumentale). La fase punica del sito è peraltro attestata con materiali attici e anche una stele figurata, come nel non lontano sito nuragico prima e punico poi di Cuccuru is Arrius (oltre che ovviamente prenuragico e romano). Quanto all'alleanza sardo-cartaginesi temo sia più legata vecchie visioni storiche, ormai abbastanza superate, che sulla realtà documentaria. Ovviamente bisognerà ancora scavare e trovare contesti, più che frammenti di statue decontestualizzati e riflettere, magari evitando il clamore mediatico che sa molto di caccia al tesoro più che di indagine scientifica, anche perché lo scavo è solo la prima parte dell'indagine, poi inizia qualla decisamente più difficile complessa e lunga, l'analisi e l'interpretazione e la rianalisi e la reinterpretazione.
    Cordialmente
    Alfonso

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    1. errata corrige: "e che ritiene una distruzione più antica" va letto "e chi ritiene una distruzione più antica"

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  3. Grazie Alfonso per il contributo. Personalmente continuo a pensare che quei materiali di fine IV (quindi vicini alla fine della fase punica) non testimonino la presenza cartaginese, semmai una frequentazione del sito da parte di chi continuava a frequentare le coste del Golfo di Oristano (e nei commerci sappiamo bene che c'è scambio di materiali). Il Golfo di Oristano era meta logica e favorevole per i commercianti occidentali mentre risulta meno agevole raggiungere quegli approdi per chi giunge dal Vicino Oriente. Probabilmente lo studio delle rotte marine è da approfondire perché, da velista, ti confesso che se partissi di porti levantini avrei grosse difficoltà a raggiungere la costa occidentale sarda, se non dopo lunghi e laboriosi giri con la speranza di non trovare venti e correnti contrarie. Da Tharros, invece, è parecchio facile sbarcare nel Vicino Oriente...quindi c'è qualcosa che non va nella ricostruzione che alcuni studiosi propongono per i commerci di età fenicia.

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  4. Caro Pierluigi
    da mozzo di barche a vela, ormai a riposo, mi chiedo come il mercante tharrense che va in oriente possa tornare indietro? In realtà le rotte sono sempre bidirezionali, se non non funzionano muoiono immediatamente. D'altra parte per il primo millennio abbiamo abbondanti testimonianze di rotte da oriente e occidente, basta pensare alla fondazione di centri urbani in quel di Marsiglia o di Cadice, per citare i più conosciuti. Per quanto riguarda l'epoca punica l'area del Sinis presenta una città strutturata Tharros) e un'abbondanza di siti nell'entroterra, non giustificabili con il semplice commercio; e sono siti culturalmente esclusivamente punici il che significa che la comunità, comunqua si sia formata, si identifica in quelle forme culturali, economiche, religiose (pensa agli straordinari materiali cultuali di s'Urachi, fuori dal Sinis ma lungo la via che connette Tharros al Montiferru). Non sta bene autocitarsi, ma essendo uno dei pochi che si è occupato di questa regione per l'epoca punica (non solo di quella ovviamente) ti rimando al mio lavoro: La presenza fenicia e punica nell’entroterra tharrense: paesaggio, territorio e paleoambiente, in Oristano e il suo territorio 1, dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Roma, Carocci editore, 2011, pp. 343 – 382, scaricabile gratuitamente da: https://www.academia.edu/2207073/042_La_presenza_fenicia_e_punica_nellentroterra_tharrense_paesaggio_territorio_e_paleoambiente
    Un articolo scritto per il convegno del 2004 ma edito sette anni dopo. In particolare ti suggerisco il capitolo alle pag. 357-372 e le figure 10.5 e 10.6. Tieni conto che oggi queste due cartine andrebbero aggiornate perché sono comparsi altri siti punici.
    Alfonso

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  5. Bidirezionali, giusto Alfonso. Per Marsiglia sono d'accordo ma per Cadice ho un'idea differente su chi la fondò, quando e perché, ma dovrei aprire una parentesi troppo lunga per la mia proposta. Per quanto riguarda l'abbondanza di siti nell'entroterra tharrense, penso ti riferisca anche ai 70 nuraghi monotorre e ai 40 polilobati, per non parlare dei villaggi che si formano nell'VIII a.C. per l'accentramento delle risorse nei luoghi di approdo e laddove ci furono condizioni favorevoli di scambio. Siamo di fronte a una forte pressione demografica e strutturale da parte dei nuragici (non certo dei fenici) evidentissima fino almeno allo scorcio dell'VII, quando si assiste alla sistematica distruzione (o ristrutturazione pesante) delle capanne delle riunioni presenti nel nuovo sistema urbanistico (anch'esso nuragico, vedi Sant'Imbenia) innescato con il moltiplicarsi degli scambi commerciali. E' un punto di vista differente Alfonso: io metto l'economia e la gestione degli approdi alla base del sistema, e vedo le danze guidate dai nuragici sia negli approdi sia nell'entroterra. Tu e altri vedete una presenza progressivamente più consistente di fenici (prima) e punici (dopo), che collaborano inizialmente con i nuragici, ottengono territori nei quali fondano i loro villaggi e i loro empori (che per me, invece, continuano a essere controllati dai nuragici), aprono botteghe artigianali (producendo beni con forte connotazione nuragica) e sono portatori di innovazioni tecnologiche (su questo siamo d'accordo). In sostanza penso che la visione di levantini che giungono in Sardegna e in poco tempo si integrano (grazie a matrimoni, contratti commerciali, collaborazioni artigianali...) sia da condividere pienamente, fermo restando che c’era una spinta espansionistica assira che suggeriva, con le cattive, di mollare gli ormeggi e cercare altri lidi. Rimango perplesso quando sento parlare di fenici nel VII a.C. e addirittura nel VI, e di cartaginesi che guerreggiano con i locali. E' illogico e, infatti, i dati archeologici vengono interpretati con difficoltà, attribuendo ai fenici e ai punici (come se i locali non esistessero) questa ceramica piuttosto che quella sepoltura (per fare degli esempi sul mondo degli artigiani e su quello funerario) chiudendo gli occhi davanti alla realtà di culture fortemente intrise delle tradizioni e delle usanze (oltre che dei modelli artistici) delle popolazioni locali.

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  6. Abbiamo centinaia di bronzetti nuragici e navicelle nuragiche, decine di sculture in pietra nuragiche (Monte Prama), migliaia di architetture nuragiche (dalle capanne ai pozzi, passando per le sepolture in fossa di inumati e di utilizzo continuo delle domus de janas preistoriche) ma sembrano invisibili o mute. Ci sono troppe forzature nella teoria che vede i nuragici (ma vale per iberici piuttosto che nordafricani o siculi) che accolgono senza batter ciglio i nuovi arrivati consentendo loro di fare ciò che vogliono in campo artistico, minerario, architettonico e funerario. Questa visione non regge più perché oggi conosciamo meglio il mondo dei nuragici, poco osservato e quasi sconosciuto agli studiosi che conoscono bene l’oriente ma meno bene l’occidente, e per far tornare i conti propongono evidenti forzature. Oggi per dimostrare quelle teorie orientaliste servono dati archeologici forti che, invece, non giungono. Gli scavi, anzi, portano sempre più verso nuovi paradigmi, confermando la presenza di cicli culturali che si perpetuano nei secoli (ed ecco ritornare prepotentemente una teoria economica). Si assiste alla fusione di culture diverse ma vicine (siamo nel bacino mediterraneo) che nel momento stesso in cui entrano in contatto fra loro perdono parte dei caratteri originari e si modificano in altro. I levantini in Sardegna giungono al termine del Bronzo e, nel giro di una o due generazioni, diventano locali a tutti gli effetti, proprio come accade oggi. Per finire, il mondo cultuale (da S'Urachi a Tharros e in tanti altri siti) vede forme di religiosità legate all'acqua, ai defunti e agli antenati, e bisogna considerare la soggettività delle interpretazioni. Ciò che per te è un amuleto può essere per me un gioiello o altro. Ciò che per te è un bronzetto con una madre che tiene un figlio morto in braccio, per me è la Dea Madre che protegge il futuro sovrano di una tribù piuttosto che un adolescente che sta per compiere il rito di passaggio verso il mondo degli adulti. Le forme artistiche richiedono l'utilizzo della stessa ideologia fra chi le fa e chi le osserva. Siamo proprio certi di aver capito l'ideologia di chi le fece?

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  7. Caro Pierluigi
    Attenzione, parlavamo del IV secolo a.C. che è cosa molto diversa dall’VIII-VII (e VII è diverso da VIII), che a sua volta è cosa molto diversa dal Bronzo medio e recente. Nell’entroterra tharrense i nuraghi sono molto di più di 70 (bronzetti pochi purtroppo), ma questo è fatto completamente diverso dall’organizzazione del territorio nel IV sec. Attenzione all’appiattimento cronologico, che la lontananza nel tempo ci spinge a fare: tra i nuraghi e i siti del IV secolo c’è quasi un millennio di distanza, un’enormità, così come i nuragici del XIV non sono i nuragici dell’VIII.
    Ogni fase va analizzata nel suo ambito, nella sua “logica interna” e nei suoi dati. Per quanto riguarda, poi, la terminologia io parlo di nuragici,fenici, punici, romani in senso culturale (peraltro a partire dalle fasi avanzate del primo Ferro io propongo il termine di Sardi, a comprendere il tutto, ma è un altro discorso). Altra cosa è parlare di nuragici, fenici, punici, romani, come identità o etnie, quasi che queste fosse entità rigide, date una volta per tutte, e sempre identificabili perché impermeabili alle altre. Come persone in carne e ossa posso pensare a nuragici e fenici come distinti solo agli inizi, ma certamente non dopo le prime generazioni di presenza nell’isola, poi la situazione delle persone, delle famiglie diventa assai più “complicata”, e le identità o le etnie, che non sono comprimibili nel DNA, ma sono più complesse e ampie, presentano un turbinio di realtà che non possono essere tagliate col coltello. Pensa che questa complessità è ancora percepibile in età romana, la presenza di un Quintus Volusius Nercau, che ha un cognomen “nuragico” e dei nomi “romani”, è cittadino romano a pieno titolo e si affida agli dei mani (non al dio dell’acqua o alla dea madre – sempre che sia esistita, ma è altro discorso): è nuragico o romano? Capisci che le identità sono multiple o se preferisci, per usare un termine in voga, liquide. Lidio Gasperini, un epigrafista che si occupò di Sardegna, ebbe a definire Sarditas questa molteplicità di identità in età romana, un termine corretto.
    "I levantini in Sardegna giungono al termine del Bronzo e, nel giro di una o due generazioni, diventano locali a tutti gli effetti, proprio come accade oggi"; certo, anche se aggiungerei gli arrivi dell'età del Ferro, ma quel concetto di locale è differente da quello precedente e si crea una nuova "identità", differente da quella precedente; sardi sono, ma diversi dai sardi dell'età precedente e questo vale anche per i "nuragici" ecc. ecc. ecc.
    Tutto questo, però ci porta lontano dall’assunto iniziale sulla discarica delle statue, il dato stratigrafico e l’organizzazione del territorio rende credibile la formazione della discarica in età punica, nessun dato la fa abbassare all’età romana. Altra cosa è la distruzione delle statue, per me più antica (ma non miimpunto su questo), ma per questo bisogna ancora aspettare i nuovi dati, la loro elaborazione e la verifica del buco documentario tra l’VIII sec. (fibula presente nella discarica) e il IV sec. dei reperti su cui poggiava la discarica. Stanno per uscire i volumi con l’analisi di tutto il materiale dei vecchi scavi, aspettiamo a leggere e poi ne ridiscutiamo (c’è anche il mio articolo di approfondimento sullo scaraboide della tomba 25 e del suo significato).
    Alfonso

    P.S. Il deposito votivo di s’Urachi non mi pare connesso con culti dell’acqua, ma con ambiti agrari tipici di queste fasi. Ma il discorso sarebbe lungo.

    PPS. "Le forme artistiche richiedono l'utilizzo della stessa ideologia fra chi le fa e chi le osserva". Non è automatico né necessario.

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  8. Escluso il PPS. (l'arte è sempre soggettiva) condivido in pieno tutto ciò che hai scritto e sono certo che la tua puntualizzazione servirà da base letteraria per chi strumentalizza le identità, le etnie e tutto ciò che si collega a queste.

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  9. Scrive Rolando Berretta:
    Così la racconta Giustino:-
    XIX 1 3..Si combattè anche contro gli Africani che esigevano il tributo riguardante il suolo della città maturato in molti anni. 4 la causa degli Africani era giusta e la loro fortuna fu migliore. 5 la guerra contro di loro terminò col pagamento in denaro e non con le armi. 6 In Sardegna, inoltre, Asdrubale gravemente ferito, morì dopo aver trasmesso il comando al fratello Amilcare. 7 la sua morte fu onorata degnamente per il lutto che destò in città, sia perchè era stato 11 volte Dittatore e perchè aveva riportato 4 trionfi. 8 Anche i nemici presero coraggio come se le forze dei Cartaginesi fossero cadute insieme al loro comandante.
    Riflessione: Magone morirà a Cabala, in Sicilia, nel 380. Il comando lo prese il figlio Asdrubale che, come Dittatore, lo terrà per 11 anni. Dopo la sua morte, nel 369 in Sardegna, il comando passò all’altro magonide Amilcare. Brutto periodo per Cartagine. Anche Dionisio occuperà Erice con la flotta. I Cartaginesi stanno per venire buttati fuori dalla Sicilia. Amilcare, l’altro magonide, partirà dalla Sardegna con la flotta; ad Erice vincerà lo scontro con la flotta siracusana ma perì nello scontro. Questa è la mia personalissima interpretazione del periodo.

    Mi sono sempre chiesto: Dove sarà, in Sardegna, la tomba del magonide Asdrubale?

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  10. secondo me fate troppa confusione..se avete da dire qualcosa ditemi chi a costruito i nuraghe e pure le statue shardana?? siete archeologici incapaci credetemi

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  11. ‪#‎FOCUS‬ STORIA autunno 2014
    Come gli ARCHEOBUONI si affrettino a smentire le teorie di Leonardo Melis , appena un giornale o una rivista pubblica qualcosa... Non si accorgono nemmeno che stanno dimostrando al loro IGNORANZA ABISSALE SULLA STORIA ANTICA... di cui non sanno un fico secco. Si occupassero del loro lavoro di stratigrafia e di cazzuola! La storia non è roba per loro, ma per gli storici che hanno letto e viaggiato nei LUOGHI trattati. Cosa nbe sa un archeologo sardo degli scritti di RAMESSE III sull'Invasione dei Popoli del Mare del 1200, quando essi studiano solo esclusivamente la storia che parte con i loro "FENICI" solo dal 800 a.C..?

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  12. "La ‪#‎Storia‬ della ‪#‎Sardinia‬ va riscritta, è PHILISTEA!" Parola dell'Orientalista GARBINI.
    L'archeobuono che archeologo manco è, ma un orientalista(?), dichiara queste amenità all'ACCADEMIA DEI LINCEI, alla presentazione della "CERAMICA ‪#‎SARDA‬ CON SCRITTA DEI ‪#‎POPOLIDELMARE‬" Proposta dall'archeobuona M.A. Fadda. In pratica i Philistei avrebbero "presenziato anche alla costruzione dei Nuraghi"... ecco .. dopo i FENICI ci mancavano i Philistei...Bravi! .. ma i SARDI?
    Vedi: "SHARDANA la Bibbia degli Urim"

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