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mercoledì 6 agosto 2014

I Pelasgi, il popolo errante del Mediterraneo

I Pelasgi, il popolo errante del Mediterraneo
di Gaetano Cataldo


Il Mare Mediterraneo è stato per millenni al centro del mondo antico e crogiolo etnico dei popoli che, attraverso i flussi migratori e all’avvicendarsi al potere marittimo e commerciale, hanno modellato il volto e il profilo culturale d’Occidente, del Medio Oriente e del Nord Africa, imprimendo così una traccia tanto indelebile e ridondante nella storia umana, direttamente o indirettamente, da generare la Civiltà così come la conosciamo oggi.
Atlantidei, Tirreni, Sherden, Etruschi, Argonauti, Lelegi, e Carî, quale intricato legame di sangue e discendenza tra loro? O stiamo forse parlando di un unico popolo così errabondo da essersi mescolato ovunque nel dna mediterraneo?
Popoli del mare …..una sorta di inesorabile, lenta sovrapposizione di ondate migratorie, maree montanti di umanità, fusione tra razze e culture. Furenti alleati dei Libici i quali, suddivisi nelle tribù dei Lubi (di derivazione etnica Mechta-Afalou), dei Kehek ( o Sped) e dei Mushuash (Meshwesh), ne condividerebbero la discendenza berbera, scesero in battaglia assieme agli Ausoni o Ushasha, ai Teucri (Zeker o Tjeker), ai Kheta , abitanti preistorici della Siria, ai Danai (Danu, Denyen o Danuna) del Peloponneso, ai Šekeleš (di origine egeo-anatolica forse, meglio noti come Shakalasha, provenienti da Saragasson in Pisidia, ed identificati coi Siculi di etnia achea che scacciarono i Sicani nella parte occidentale della Trinacria una volta stanziatisi sull’isola durante l’Età del Bronzo), agli Shardana (Sherden, Shardan o Hyksos), ai Ciprioti, agli Achei (gli Akawasha o Eqwesh citati nell’Iliade), ai Weshesh (forse di origine ittita) e ai Lici (Lukka o Lika). Questi erano dunque i Pelasgici.
Condussero lotte per il potere lungo tutte le rotte terrestri e marittime allora conosciute per ottenere il dominio sulle miniere del rame e dello stagno, assoggettando etnie più deboli sino a confondersi con esse, muovendo decisi verso la civilizzazione di cui erano forieri e che di lì a qualche millennio avrebbe condizionato un intero continente e quelli che sarebbero stati scoperti poi; certo dovette essere un’efferata “guerra del bronzo” per mantenere la supremazia sulle vie commerciali nel Mediterraneo ma costituì allo stesso tempo una sfida necessaria per la sopravvivenza lanciata da queste fiere genti contro la Natura che, ancor più feroce di tutti quanti loro messi assieme, sconvolse tutto il Mediterraneo con bibliche devastazioni: dovevano essere ancora memori di flagelli di epoche di molto anteriori, l’Inondazione del Mar Nero ad esempio, e portavano ancora nel petto l’arcano terrore di Dio e del suo castigo quando, sfiniti ma non sopraffatti, remarono sino al giorno che vide l’apparente declino della loro potenza forse a causa della scomparsa di Atlantide, loro presunto centro carismatico, sintesi civile ed illuminata delle loro culture oppure, più plausibilmente, a causa di quell’evento di immani proporzioni che fu l’Eruzione Minoica che distrusse l’isola di Santorini (Thera) causando gravi mutamenti climatici a breve e lungo termine documentabili sia attraverso la stele della Tempesta che alle Ammonizioni di Ipuwer, testimonianza quest’ultima a cui vengono associate sia la fine della Civiltà Cretese che gli eventi biblici narrati nel Libro dell’Esodo…..con le prue taglienti delle loro navi sottili certamente i Pelasgici delle Cicladi, inventori della crittografia, fecero parte di quella massa liquida, di quello Tsunami che si abbatté su altre popolazioni del Mediterraneo Orientale completandone l’annientamento e menando strage in tutto il Mar Egeo.

Già dal IV millennio a.C., come provano i risultati degli scavi presso Çatal Höyük in Turchia, realizzati prima nel ’55 da James Mellaart e nel ’79 poi da Fritz Schachermeyr, l’antica tribù dei “Pelasgi” mosse verso le terre bagnate dal Mar Egeo, lasciandosi alle spalle concrete tracce della loro civiltà….AtticaTessagliaSesklo, DiminiGortina descrivono solo in parte le destinazioni di rotte che per via terrestre e marina questo indomito e paziente popolo ha raggiunto lasciando evidenze di cultura materiale nel Neolitico e disseminando ancora tracce in altri luoghi e in altre ere nel bacino del Mare Nostrum.
E se a Creta v’era un fiume chiamato Messapio perché non reputare si fossero spinti anche in Puglia, indipendentemente dal significato che in seguito si attribuì a Messapia? D’altronde esistono tracce concrete in tutta la “Magna Grecia” come in Basilicata ad esempio ed in Calabria, sia a Crotone che a Botricello, proprio dove venne rinvenuta negli anni ’90 la Lamina Pelasgica tradotta da Domenico Raso. 

E nella zona di Cortona nella stessa Etruria o a Kyrtone  e Tebe in Beozia? Ed è proprio dalla Beozia che occorrerebbe districare l’intreccio tra la cultura pelasgica e il mito dei Sette contro Tebe collegato all’Apoteosi di Radamanto/ Seqenenra Ta’o II per ripartire e mettere la prua nel corso del tempo dirigendo sino a Creta; qui ritroviamo infatti la pittografia festia e il Disco di Festo a loro attribuiti e che ricondurrebbero sia all’uccisione di Radamanto da parte di Tideo nei pressi della tebana porta Crenida che al leggendario Labirinto e al Vello d’Oro (il cui custode, il Drago Dagan, ritroviamo nei motivi del Santuario di Delfi oppure nei grifoni di Scizia)….eco lontane che narrano di un tempo in cui i faraoni ed i re cretesi erano la stessa autorità che mediava il commercio dei metalli preziosi provenienti dalla Colchide con l’aiuto dei Filistei e grazie ai Feaci che, arrischiandosi a risalire per il signore di Haghia Triada le rotte verso il Danubio, le Simplegadi ed il Mar Nero (Ponto Eusino) sino a percorrere le vie dei Tirreni (Feaci Orientali o Etruschi), emulavano, come si suppone, Giasone e l’equipaggio della nave Argo.
Per quanto ci si chieda se sussistano correlazioni, attraverso i reperti, tra cultura pelasgica e civiltà ellenica media e tarda nell’area di dominio miceneo, esiste un altro nodo arduo da sciogliere per gli studiosi di etnogenesi: “esiste una connessione tangibile tra le prove materiali archeologiche e la possibilità che la cultura linguistica dei “Popoli venuti dal mare” sia non ellenica?”…Analogie tra la toponomastica cretese ed italica certo diventano plausibili nell’ipotesi che vorrebbe Etruschi e Pelasgi derivare proprio dai Berberi e, per quanto la classificazione degli idiomi pelasgici nella toponomastica ellenica vagliata da alcuni studiosi rispecchierebbe un’origine non anatolica, volendo rivolgere lo sguardo verso la regione balcanica troviamo una volta di più flussi migratori incidenti e coincidenti tra Pelasgici e Illiri e assonanze sia tra la lingua etrusca e pelasgica che albanese: di fatto molto s’è avvalsa della sua lingua madre la studiosa albanese Nermin Vlora Falaschi per tradurre diverse iscrizioni sia pelasgiche che etrusche; da non tralasciare l’interessante tesi del professor Olimpio Musso, dell’ateneo fiorentino, che definisce pelasgici un’arcaica popolazione mediterranea stanziatasi anche in Iberia (partendo dalle Isole Baleari e prima ancora dalla Sardegna) almeno a partire dal VI a.C. e che avrebbe influenzato la lingua basca, tanto da definirla di profilo neo-pelasgico.
Non resta immune dalla contesa intellettuale il linguaggio poetico: Robert Graves, in luogo di mitologia greca, ritiene alcuni elementi di essa scaturiscano dal culto pelasgico della “dea bianca“, archetipo della deità di madre natura,tesi,a detta di alcuni sostenitori di Graves, supportata sia dall’interpretazione di testi greci, biblici e gnostici che irlandesi e gallesi risalenti al Medioevo…..tesi guardata però da altri studiosi con circospezione ma largamente accolta nei circoli letterari di molti gruppi neo-pagani.
Nonostante gli storici e i moderni archeologi concordino definendo “Pelasgi” ( o “Pelasgici”) tutte le popolazioni stanziatesi in quegli areali di cultura e lingua diversa da quella parlata dagli invasori greci, molti studiosi, in passato, hanno loro attribuito alcune caratteristiche idiomatico-culturali di origine non indoeuropea, tesi sfatata dalla genetica che ne ha dimostrato l’appartenenza ad aplogruppi di tipo “I” ( 35.000 anni fa aplogruppo “IJ” in Medio Oriente evolutosi nel tipo “I” 25.000 anni fa), “E-V13“, “T” ( gruppi precedentemente siriani che colonizzarono l’Anatolia meridionale nel Neolitico)e “G2A” provenienti dal Caucaso all’incirca 6000 anni fa e dediti alla lavorazione dei metalli e alla pastorizia. Tali etnie, sicuramente precedenti sia alla cultura minoica che ellenica, giustificherebbero, tra le varie altre cose, l’origine del mito della titanomachia, trasposizione dalla realtà delle successive invasioni ioniche, eoliche ed achee, subite dai Pelasgici, sino alla leggenda.
E leggendaria è anche la compenetrazione della cultura pelasgica in diverse aree del Mediterraneo ed enclavi della Grecia continentale ed insulare, tanto che il termine pelasgico resta tutt’oggi un riferimento onnicomprensivo che designa le popolazioni autoctone proto-elleniche nella penisola greca, per ciascun gruppo etnico primitivo autoctono di Micene e, persino, identificante parte della popolazione cretese; di certo antichi autori del passato hanno contribuito a confondere o mescolare le idee,la realtà col mito, reputando con tale termine definizioni, aggettivi e attributi dal diverso significato: abitante delle pianure, epoca dimenticata e luogo precedentemente abitato dai Pelasgi, oppure, considerare attraverso l’avverbio pavlai il significato di anticamente.
Restano da confermare le ipotesi di François Chabas, formulate nel 1873, che identificherebbero i Pelasgi anche coi Peleset, tribù dei popoli del mare antenata dei Filistei stanziatisi in Palestina e Israele (vedasi i porti di Gazae Ashdod), teorie riprese dall’Albright nel ’21 e da Vladimir Georgiev nel ’50; quest’ultimo scoprì antichi manoscritti in cui il nome dei Pelasgi era riportato col termine Pelastoi, similmente riportato col nome dei filistei Peleset sui geroglifici egizi.
In realtà è già dalle tavolette egee di Pylos, redatte in lineare B e risalenti alla tarda Età del Bronzo, che si riscontrano riferimenti riguardanti cospicui movimenti migratori e costituzione di gruppi mercenari composti da misteriose popolazioni provenienti dal mare, mentre sull’obelisco di Biblo (oggi Jbeil ), ascrivibile ad almeno 4000 anni fa, si fa ampia menzione dei Pelasgici, citando i Lukka per tramite di un loro discendente: Kukunnis figlio del capostipite Lukka…etnia questa che ritroveremo assieme ai sardi a sferrare attacchi contro gli Egizi prima ancora della coalizione dei Popoli del Mare, così come testimoniano le lettere di Amarna, risalenti al periodo di Amenofi III ( 1387-1350 a.C.) o di suo figlio Akhenaton; devono essere state frequenti le incursioni sarde a danno degli Egizi stando a quanto riportato nella stele di Tanis (che presenterebbe alcune analogie con la stele di Nora) risalente agli inizi del XII a.C. ed eretta in onore di Sethos I (1289-1278 a.C.), padre di Ramses II…la stele riporta appunto le sue gesta, la cattura di alcuni predoni Shardan ed il loro incorporamento nella milizia egiziana assieme agli Ittiti impiegati durante la battaglia di Qadesh, combattuta nel 1274 a.C. nei pressi del fiume Oronte contro il regno di Muwatalli II e che vedrà vittorioso l’esercito faraonico. Anche Merenptah (1212-1202 a.C.) si trova a dover fronteggiare i Popoli del Mare, stavolta coalizzati nella confederazione dei “Nove Archi” e la Grande Iscrizione di Karnak, l’obelisco del Cairo e la stele di Athribis (città i cui resti si trovano su una collina nei pressi della città di Banha) sono testimonianze che narrano della sconfitta degli invasori pelasgi, mentre la stele di Tebe, pur risalente al periodo di Amenhotep III (1387-1348 a.C.), riporta nelle ultime righe la descrizione di un trattato di pace successivo alla vittoria di Merenptah contro la Lega Libica e di una sua campagna militare verso Canaan a danno di molte popolazioni tra cui gli Ysrỉr (Israele), primo riferimento al Popolo Ebraico. Una fonte altrettanto importante sull’attività pelasgica nel Mediterraneo è costituita da diverse lettere del XII sec. a.C. rinvenute a Ugarit, città un tempo nota anche come Hamadu (o Mahadu), parola sumerica che significa Nave del Levante (oggi Ras Shamra) in cui vengono trattati sia i termini del rilascio di Ibnadushu rapito dagli Shikala (o Sikilaya, invero gli Shekelesh…coloro che vivono sulle navi)e dettati al prefetto dell’antica città siriana tramite una missiva dello stesso re ittita Šuppiluliuma II (1207 al 1178 a.C), figlio di Tudhalia IV, che di veri e propri report di spionaggio attraverso cui il re Hammurabi II di Ugarit (1191-1182 a.C.) avvisò il re cipriota Eshuwara dell’avvistamento al largo della costa anatolica di ben 20 navi shekelesh…altre lettere confermeranno in seguito agli archeologi e agli storici che gli abitanti di Alashiya e gli Ittiti verranno assoggettati dai Popoli del Mare; le iscrizioni di Medinet Habu, per quanto decisamente celebrative, confermano le vittorie del faraone Ramses III(1184-1153 a.C.) riportate in diverse fasi sia sulla Lega Libica che sugli invasori pelasgi dell’area egea. Testimonianze che non solo chiariscono la decadenza della civiltà Ittita, di Micene e del regno dei Mitanni (Naharina) fosse stata provocata proprio dai Popoli del Mare ma, vista la presenza di carri trainati da buoi, donne e bambini durante i conflitti con l’Egitto raffigurati sugli affreschi del tempio, di un loro vero e proprio spostamento in massa più votato alla sopravvivenza che alla conquista.
E come caddero Ḫattuša, Ugarit, Ashkelon e vennero invase la Cilicia (o Kode), Arzawa e Cipro anche l’Egitto, dopo lunghe resistenze e patteggiamenti coi Popoli del Mare (difficile escludere accordi intrapresi “ob torto collo” con i sardi dai vari faraoni succedutisi durante i conflitti piuttosto che a delle sonore sconfitte poiché, come riporterà anche Gaio Sallustio Crispo, i pelasgi sardi di origine Hyksos erano milizia mercenaria di ingente numero non solo in Egitto ma anche a Byblos, Ugarit e, in seguito, anche a Cartagine), dovette cedere all’invasore pelasgico del versante libico a causa di una crisi politico-economica avvenuta nel X a.C., proprio durante l’VIII anno di regno di Ramses III.
Omero li cita nell’Iliade identificandoli come alleati dei Troiani, abitanti della città di Larissa, della città di Argopresso il monte Othrys in Tessaglia (generalmente abitata da Elleni ed Achei) e definisce pelasgico anche il tempio di Dodona dedicato a Zeus ( questa città dell’Epiro tra l’altro ospitava anche le etnie dei Perebi e degli Enieni) menzionando Ippotoo e Pileo, figli di Leto Teutamide, reputandoli leaders pelasgici; nell’Odissea Omero colloca i Pelasgi anche a Creta assieme ai popoli indigeni, agli Achei e ai Dori successivamente emigrati sull’isola; nel Catalogo delle Navi, elenco dei contingenti della milizia greca giunti a Troia, vengono invece collocati geograficamente tra la Tracia e l’Ellesponto, formando, assieme ad Elleni, Achei e Mirmidoni una nutrita schiera. Alleanze, schieramenti e luoghi diversi che confermerebbero l’esistenza di un’unica etnia presente in molte terre.
Pare il fato li condusse da Lemnos a Sparta e in quella fiera e bellicosa terra li chiamarono discendenti degli Argonauti.
Sempre in riferimento alle tesi omeriche Strabone cita Eforo di Cuma, che a sua volta cita Esiodo, e afferma che Dodona fosse sede dei Pelasgi, tribù diffusasi in tutta la Grecia, in particolar modo tra gli Eoli di Tessaglia e che essi discendessero dagli Arcadi ( tesi condivisa in seguito anche da Ellanico che li chiamava Argivi), predilessero la vita militare e diventarono pertanto coloni cretesi; sempre Strabone afferma che i Pelasgici costituirono persino colonie in Adriatico nei pressi di Ravenna,Cere, Pirgi e Regisvilla, mentre Silio Italico tramanda che essi, guidati dal sovrano Aesis risalirono l’adriatico e si insediarono sul colle dell’Annunziata fondendosi con le popolazioni autoctone del Piceno; d’altro canto Acisilao li inserisce tra i discendenti dei popoli del Peloponneso e non a caso le regioni ioniche del Peloponneso, Arcadia ed Attica, ellenizzate per ultime, hanno conservato strutture e tracce da cui è stato possibile risalire agli usi e ai rituali propriamente pelasgici che molto in comune hanno con le popolazioni dell’Illiria sul versante adriatico dei Balcani.
Per Eforo di Cuma, “Pelasgo” era eponimo del padre di Licaione, eroe dell’Arcadia, mentre Asio tramanda fosse il nome del primo uomo generato dalla Terra e designato per creare la razza umana; Ecateo di Mileto afferma addirittura fosse il nome del re di Tessaglia. Eschilo considera patria dei Pelasgi sia Argo ( e pertanto il suo re è Pelasgo, nato dalla Terra come Asio afferma) che Dodona e Strymon; Sofocle, primo autore nella storia a introdurre il termine tirreno, intendendo il Popolo etrusco, reputa appunto pelasgo loro sinonimo; Erodoto invece considera i Tirreni una popolazione limitrofa ai Pelasgici, un gruppo etnico diverso insomma ma dalla lingua comprensibile ad essi, stanziati a Placie e Sclylace, città vicine a Creston, villaggio nei pressi del fiume Strymon nell’Ellesponto, teorizzando comunque essi vivessero anche nella Troade precisamente ad Antandro e Samotracia, benché conosciuti con altri nomi. Indipendentemente da ciò Erodoto, citando Lemnos e Imbro (anche Anticleide reputava fossero i primi insediamenti ove i Pelasgi si stabilirono), asserisce fossero abitate da un’etnia autoctona appartenente all’antico popolo, successivamente assoggettato dagli ateniesi intorno al 500 a.C. , fatto che motiverebbe sia il loro spostamento nell’Ellesponto che le loro incursioni in Attica (e gli Attici li chiamavano Pelargi perché erano come uccelli senza meta, stabilendosi ove il fato voleva) in un’epoca in cui, citando le parole dello stesso autore, “gli ateniesi cominciarono per prima a definirsi greci“.
Pertanto il padre della storiografia assegnando al termine pelasgico sia la funzione linguistica della denotazione che della connotazione, tra le varie altre accezioni, gli attribuisce anche il significato di abitanti della Grecia e qualificandoli come tali, prima ancora degli Ellenici, considererebbe di conseguenza pelasgica tutta la Grecia.
Polibio, Strabone e Conone, in merito alla fondazione della città di Sarno (Sarro anticamente) concordano sul fatto che essa ebbe luogo per mano dell’antica popolazione pelasgica proveniente da Peloponneso e che in quei luoghi i nuovi abitatori si proclamarono Sarrastri, battezzando il fiume, il monte (Saro), il nuovo insediamento e loro stessi con l’appellativo etimologicamente derivante dal nome dello stesso corso d’acqua che scorreva nella precedente patria, il fiume Saron appunto.
E’ lo stesso Marco Onorato Servio a darcene testimonianza citando Virgilio…nell’Eneide d’altronde è riportato: “Sarrastis populos et quae rigat aequora Sarnus“; sotto questo punto di visto è più plausibile, rammentando la tesi di Eforo di Cuma precedentemente esposta, che i Sarrastri, invero i Pelasgici, ebbero sì contatto con le prime popolazioni tirreniche, a patto che ci si riferisca a quelle stanziate nei territori limitrofi all’Agro Sarnese Nocerino. I Sarrastri furono anche i fondatori della città di Nocera (Dionigi di Alicarnasso afferma che i Pelasgi arrivarono in Italia dalla Tessaglia sette generazioni prima della guerra di Troia, distinguendoli però dai Tirreni); in queste aree gli insediamenti e i reperti archeologici risalenti all’età del bronzo e del ferro rinvenuti nella piana sarnese, a Striano e a Poggiomarino (precisamente in località Longola un intero villaggio perifluviale risalente al IV a.C. che non si è faticato a soprannominare la Venezia protostorica è stato riportato alla luce) sono stati innumerevoli e ricorrenti sono gli attrezzi agricoli rudimentali, i manufatti in terracotta e le statuine votive raffiguranti donne e parti del corpo umano per ingraziarsi la divinità del fiume per ottenere fertilità e salute.
E con il nome di Sarrastri gli Etruschi che si spinsero in terra campana li conobbero.
Secondo altre tesi pare fossero stati addirittura gli Etruschi a dare il nome al fiume Sarno, etimologicamente “fiume dalle molte sorgenti“; si rammenta che Varrone identifica gli Etruschi e i Pelasgici come unica etnia insediatasi sulla penisola sbarcando nel Lazio e che Trogo Pompeo si fece testimone della loro colonizzazione in Etruria e Umbria a partire dalla fondazione di Tarquinia e Spina (dopo il ritrovamento della stele di Lemnos, città nei pressi di Troia, avvenuto nel 1885 e fatta risalire al IV sec. a.C. è stato possibile accertare che la lingua lemnia altro non fosse che un dialetto molto simile all’etrusco) ;il tutto in sintonia con le tesi moderne del Prado ( l’ipotesi che identifica Etruschi e Pelasgici come unico popolo fu tuttavia sostenuta anche nel 1901 dal sociologo Giuseppe Sergi), il quale attribuirebbe la prosecuzione della stirpe etrusco-pelasgica per tramite di una cultura durata ben nove secoli sulla nostra penisola e grazie all’organizzazione di una federazione di regni chiamati dodecapoli dei Tursan (Tereš o Turša), chiamati dai greci Tyrsenoi, invero i Tirreni…queste genti pelasgiche giunsero in Italia dalla Tessaglia sette generazioni prima della guerra di Troia e Pelasgo e Nanas, stando a Dionigi d’Alicarnasso, sarebbero proprio i sinonimi etruschi di Ulisse.
Non è ancora chiaro l’effetto che questi flussi migratori ebbero su molti aspetti dell’archeologia pre-romana nel sud laziale ma la tecnica poligonale e l’imponenza delle mura di città come Arpino e del colle Palatino a Roma presentano non poche analogie con costruzioni simili sparse per la Spagna e l’Italia: ne costituiscono un evidente esempio i reperti preistorici delle Isole Baleari ed i megaliti di Nardodipace del 3000 a.C. situati in una zona della Calabria riconducibile alla Terra dei Lestrigoni di memoria omerica…da qui al confronto con le ciclopiche mura egee e la cintura muraria originaria della stessa acropoli di Atene il passo è dunque altrettanto breve e lo stesso Tucidide, riferendosi ad essa e alle fondazioni adiacenti, già le definiva pelasgiche riportando che anticamente si credeva fossero state erette dagli Atlantidei in onore della dea madre (Tanit-Athina) il cui culto, successivamente adeguato all’Olimpo dei greci, avrebbe avuto anche origini numidiche. Prima ancora che scoppiasse la Questione Pelasgica in Italia, tra il 1890 e il 1910, argomentazione che stimolò gli studi del paleontologo Luigi Pigorini rispetto all’origine pelasgica e terramaricola delle popolazioni italiche che influenzarono anche le culture mitteleuropee, Heinrich Schliemann già riportava in auge la tematica sulla necessità di una verifica dell’intera archeologia, necessità che, visto lo stato d’abbandono di molti siti rinvenuti e di altri che tuttavia attendono di riaffiorare ed essere restituiti alla storia, resta molto attuale.
I Pelasgici, gli uomini liberi del Mare e i padroni dell’orientamento primordiale nel Mediterraneo grazie alla Pinace si spinsero ovunque e giunsero sino in Portogallo; essi solcano ancora oggi rotte oscure agli storiografi, percorsi a ritroso complessi e irti di una nebbia che talvolta plagia, adagia e confonde archeologi e antropologi e attendono sempre la nascita di altri uomini intellettualmente liberi ed intraprendenti che sappiano andare oltre la banale concezione che vorrebbe far credere il Mito sia solo un curioso relitto dell’infanzia dell’umanità e onorarne la memoria sino in fondo.
In un instancabile gioco di vanità teso alla individuale ricerca di appartenenza al proprio mito personale piuttosto che alla ricerca approfondita che restituisca la verità storica al comune beneficio, tra archeologia e storiografia delle civiltà e antropologia e genetica dell’amor proprio, continuiamo a comportaci come pesci ciechi in una caverna; eppure l’uomo specchiandosi per scrutare in sé quel frammento di leggenda che da sempre desidera gli appartenga, continua a indagare attraverso storia, cultura e tradizione che lo legano ai suoi fratelli che da una diversa prospettiva osservano il Mare da dove tutti venimmo e i loro simili dall’altra sponda.
Con invidia, arroganza e dubbi diamo nutrimento al pregiudizio, alterniamo i nostri sguardi misurandoci nella vita quotidiana e, a seconda delle necessità che da sempre dettano il verso delle migrazioni, traiamo le conclusioni l’uno dall’altro, con le mani e con gli occhi, coi volti e con la pelle in un confronto che dura da millenni, poche volte costruttivo e alle altre feroce, retorico, sciocco e dall’esito ignorato, se non rifiutato, per quanto scontato e palese.
Ma la Stirpe del Mare di Mezzo è più antica di qualsiasi invidia, arroganza, dubbio, pregiudizio e vanità umana tesi al meschino confronto di individuare differenze e piallarle piuttosto che esaltarne la ricchezza; si preferisce far leva sulle diversità per dividere e spezzare in luogo di esaltare quello spirito di comune appartenenza e di ammettere quanto sangue pelasgico navighi pulsante nelle vene di etnie che da diverse generazioni ormai, fluttuanti tra le correnti della Storia nella dimora più antica e più anticamente civilizzata in cui l’umanità abbia mai vissuto, appartengono ad un unico, armonioso mosaico di persone!
Persone che hanno scontato anche troppo il peccato di non essersi riconosciute da subito nella superba identità culturale che i Pelasgici hanno assegnato loro per sempre e che hanno preferito pagare l’amaro prezzo per essersi crogiolate nella gloriosa polvere del passato senza darvi il giusto valore e per essersi rifugiate tra confini politico-economici fittizi e meschini ben più miseri dell’esteso patrimonio di cui sono detentrici, preferendo subire le limitanti logiche inflitte dagli eredi di un’industrializzazione che non ha mai promesso un riscatto della coscienza dell’uomo attraverso la libera conoscenza, semmai intenta a soggiogare lo spirito e mortificare ogni singolo aspetto della comunità di cui sono parte con una sorta di omologazione economico- culturale controllata e con la limitazione di un pensiero volutamente coercitivo e stolto nel far credere s’appartenga tutt’al più alla ristretta accezione di Mediorientali, Africani del Nord, Europei del Sud o dell’Est; esuli nelle loro stesse terre, rese ostili non solo dalla politica più negligente e corrotta ma soprattutto per la snaturata colpa  d’aver perso il premio della conquista più ambita ottenuta da coloro che li hanno preceduto: la libertà di essere davvero fieri delle proprie origini. Queste genti, non proprio come i loro antenati, seguitano a muoversi come bestiame nella futile transumanza della globalizzazione più aberrante e priva di ogni fondamento democratico per ragioni certo economiche ma pur sempre per l’incapacità di valorizzare le ingenti risorse di cui le terre attorno al “Mare Nostrum“, a loro assegnate, sono tutt’ora ricchissime.
E’ tempo dunque di un fiero riscatto d’identità e di appartenenza ad un retaggio ancestrale da parte di ogni singolo membro di questa grande comunità che per quanto continui ad essere detentrice di un sapere millenario e si industri continuamente a ricercare e trovare mezzi, soluzioni e fortune ovunque si trovi, spesso manchi di quella sana autoaffermazione e quella sincera capacità di auto-valorizzarsi che gli consenta di dire: “Io sono Mediterraneo! In me rivivono i Miti e la memoria degli Antenati Pelasgici ed è accesa quella scintilla di leggenda che riecheggia in tutte le terre poste di fronte al “Mare Nostrum”. Nella liturgia del Trittico del Grano, dell’Ulivo e della Vite, nella ricchezza di sapere e sapori con cui da tempo immemore celebro la cultura del Cibo sulle nostre tavole ogni santo giorno da quando è stato acceso un fuoco…..potete darvene conto voi stessi dell’intellettualità tradizionale e raffinata, della familiare genuinità gustativa di quello che mangio, per nutrire anima e corpo, ammettendo voi stessi l’avete, a ragion veduta, definita Dieta Mediterranea e che oggi dalle Colonne d’Ercole e d’Oltralpe raggiunge, almeno idealmente, ogni dove per deliziare persino i vostri palati. Dei profumi e dei colori accesi della Natura che mi circonda, dell’Arte e dell’Ingegno che appartiene alle mie mani, alla mia testa e al mio cuore divulgo i segreti accarezzando rispettosamente le crepe nella pietra dei Monumenti che mi ispirarono e baciando le rughe dei volti di coloro che tramandarono tutto ciò. Narrando la Storia dalla sua culla ove, per quello che significa, ebbero luogo tutte le Fedi e l’adorazione del Dio Unico in tre distinti culti religiosi, vi accompagno presso le Vestigia che lasciai nell’Antico e nel Nuovo Mondo pure  per ammirarne i fasti. In un continuo incedere migrante ho dominato i Mari, ho imbrigliato i Numeri e le Lettere, ho assegnato un nome alle Costellazioni, suggerito i vostri codici con le mie Leggi, perfezionato le vostre scienze con la mia Alchimia e con tutte le Scoperte compiute, affilando il vostro pensiero con la mia Filosofia …..lo testimoniano gli Eventi passati e presenti ed i primi romanzi dell’Umanità che qui vennero scritti e si scrivono ancora! Ve lo dico fiero ma senza vanto e col sorriso esorto a far tesoro di quanto m’appartiene invitandovi a compiere assieme a me un viaggio di solidarietà, scambio e rispetto culturale perché possiate diventare testimoni della generosa ospitalità dei miei fratelli e detentori e custodi della ricchezza delle Terre attorno al Mare mio“.
Ci fu un tempo in cui gli Antenati della maggior parte delle popolazioni d’Europa e talune asiatiche erano un solo Popolo che abitava una sola grande Patria; oggi coloro che da essi discendono non sono più una semplice razza, ma una Civiltà, ossia un insieme di culture che si annodano come in uno splendido arazzo in cui tutti i Mediterranei possono riconoscersi anche nei termini epigenetici dettati da una miriade di peculiarità insite nella società, nell’ambiente, nel clima ed in tutto quanto è contenuto in questo areale cosmopolita per vocazione unico nel suo genere ed in continua evoluzione.  La Civiltà Mediterranea è l’unica, vera accezione che rende l’Europa e le Terre intorno al Mare il Vecchio Continente. Essere Mediterraneo è il legame che riconduce il Grano all’Olio, l’Olio al Cibo, il Cibo al Vino, il Vino al Mare e l’Uomo al Mito, all’Inventiva e alla Conoscenza in ogni sua forma, alla Danza, alla Musica, alla Gioia di Vivere e di Condividere preservando questa fulgida pelasgica scintilla di Leggenda insita nella nostra straordinaria Identità collettiva.

Fonte: http://www.mediterraneaonline.eu/


2 commenti:

  1. Una curiosità: Ma Gaio Sallustio Crispo parla davvero di mercenari sardi discendenti Hyksos ?

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