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domenica 29 giugno 2014

L'alba della civiltà nuragica è legata a genti iberiche?

La cultura di El Argar e le relazioni con la Sardegna
di Claudia Pau




La cultura argarica, cominciò ad essere conosciuta quando al finale del secolo scorso due ingegneri belgi, i fratelli Luis e Enrique Siret, pubblicarono l’opera intitolata “Las primeras edades del metal en el Sudeste de España”, ma fu con il lavoro del Prof. Tarradell negli anni Quaranta che si fissarono i primi limiti geografici della Cultura di El Argar.
L’area spaziale della cultura di El Argar interessa gran parte della provincia di Granada, Jaén e Alicante e le province di Almeria e Murcia; nella stessa epoca, in altre regioni peninsulari, si svilupparono importanti culture influenzate da quella argarica: il Bronzo Valenziano (Levante), il Bronzo del Sud Est (Sud del Portogallo e Huelva), il Bronzo della Campiñas y della Bassa Andalusia (Valle del Guadalquivir), il Bronzo della Mancha (Provincia di Ciudad Real e Albacete), (Contreras et alii, 1997).
Attualmente si considera la Cultura Argarica come una tappa nell’evoluzione delle popolazioni autoctone del Sud Est, (Contreras et alii, 1997).
Seguendo la proposta di F. Molina e J. A. Camara, si ritiene che la cultura argarica abbia avuto origine nel Bronzo Antico: (2200-1900 A.C.) nella zona di Lorca e nella Depresión de Vera; si sia espansa verso l’altopiano granadino, l’Alto Guadalquivire, e la zona costiera orientale durante il Bronzo Pieno (1900-1650 A.C.); per concludersi nel Bronzo Tardo (1650-1450 A.C.) dopo un ultima espansione verso l’area di Villena.

Questa cultura presenta una serie di innovazioni strutturali e materiali rispetto alle anteriori culture calcolitiche: la costruzione degli insediamenti, le sepolture e il rituale funerario, il ruolo del metallo, le nuove forme ceramiche, la forte differenziazione sociale, e l’uso di un sistema economico che integra le attività agricole, l’allevamento, le attività forestali, e lo sfruttamento delle risorse vegetali e faunistiche.
Oggi si ritiene che la scelta e i processi espansivi siano legati allo sfruttamento diversificato delle distinte risorse zonali di ciascun territorio.
Anche se i villaggi argarci si adattavano all’ambiente naturale, e per tanto presentavano alcune differenze di carattere regionale, possiamo cercare di ricostruire lo schema “urbanistico” tipico.
Il villaggio veniva costruito in terrazze artificiali, ottenute tagliando lateralmente monti o colline, e creando piattaforme dove si situavano le abitazioni e gli spazi pubblici, ne sono un chiaro esempio i giacimenti di Castellon Alto, e Peñalosa. Alcuni spazi venivano dedicati alla circolazione, si tratta di piccole stradine che servono per comunicare le diverse terrazze e contemporaneamente per la raccolta delle acque piovane; nei villaggi argarici troviamo anche spazi collettivi specializzati come stalle e cisterne. I villaggi presentano buone difese naturali, nelle zone deboli venivano costruiti recinti difensivi. In alcuni casi come a Peñalosa, la posizione addossata delle case terrazzate contribuisce alla difesa del villaggio. Le aree che si trovano a maggior altitudine hanno solitamente un carattere speciale, sono le meglio difese e si considerano come residenza dell’élite del villaggio.



Le abitazioni erano pluricellulari, avevano forma rettangolare o rettangolare - absidata, e alcuni vani erano all’aperto; si diversificavano per le attività produttive realizzate, le dimensioni, la posizione, i prodotti consumati e il corredo domestico.
Le capanne erano costituite da un piccolo zoccolo di pietra (3 o 4 filari), le pareti erano formate da un’intelaiatura di canne rivestite con fango, la copertura era piana o leggermente inclinata formata da rami coperti con una grossa cappa di fango per impermeabilizzarla, il tetto era sostenuto da una serie di pali di legno. Il suolo solitamente era formato da una cappa indurita di fango rosso, o da un lastricato di pietre. Internamente poco del mobiliario si è conservato: qualche frammento di legname, strutture in pietra (banconi), o grandi fosse (per l’immagazzinamento degli alimenti), resti di focolari (circolari o semicircolari) e infine le sepolture.
Nelle case si realizzavano varie attività: la macinazione del grano, la conservazione alimentare, la metallurgia, la tessitura, la lavorazione del osso.

La maggior parte dei vasi ceramici sono realizzati con una argilla poco depurata, ricca di inclusioni, e presentano una colorazione varia. Si tratta generalmente delle forme dedicate alla cottura e alla conservazione degli alimenti.
Troviamo una seconda classe con una matrice ceramica compatta, quasi totalmente depurata e superficie lucida. Si tratta della ceramica utilizzata per consumare gli alimenti e della tipica ceramica argarica con colorazione scura, metallizzata di carattere rituale utilizzata esclusivamente nel rituale funerario. Dobbiamo inoltre aggiungere un’ultima classe, la ceramica relazionata con la metallurgia come crogioli e stampi.
Per lo studio delle forme ceramiche argariche si segue ancora lo schema del Siret, le caratteristiche sono sicuramente la forma 5 e la 7, rispettivamente il vaso carenato e la coppa.
La decorazione é rara (comparirà solo intorno al 1600-1550 a C. ): plastica, incisa, impressa (la più frequente).

Nei giacimenti argarici numeroso era il materiale litico: denti di falce, asce, accette, teste di mazza, macine, pestelli, elementi in ardesia di forma circolare (interpretati come coperchi), pesi da telaio e fusaiole, oggetti d’ornamento (vaghi di collana e bottoni) e bracciali d’arciere; la materia prima si raccoglieva nelle immediate vicinanze del giacimento e varia secondo il territorio.
Incontriamo numerosi elementi in osso lavorato, soprattutto lesine, punteruoli e spilloni; si utilizzavano prevalentemente ossa di ovini, caprini e bovini e in minor quantità di cervidi.
Scarse sono le manifestazioni relative alla tessitura: frammenti di tela, resti di lana, cestini, corde, oltre che pesi da telaio, fusaiole e semi di lino.

In epoca argarica incontriamo villaggi metallurgici, sistemati in posizione strategica in località dove si trovano forti concentrazioni metallifere; la produzione e la distribuzione dei metalli doveva essere nelle mani dell’élite aristocratica. Il metallo circolava da una comunità all’altra dentro e fuori della cultura Argarica. Grazie agli scavi archeologici realizzati nei villaggi argarici, sappiamo che la fase di estrazione e trasformazione si realizzava esternamente al villaggio, la fusione, in spazi aperti all’interno della casa, e la manifattura negli ambienti domestici.

I primi elementi fabbricati in rame arsenicale si riscontrano in contesti del Calcolitico, solo nel Bronzo Tardo, intorno al 1500 a. C. compare la nuova tecnologia del bronzo che però non sostituisce quella del rame ma convive con questa, per circa un millennio.
In epoca argarica, appaiono diversi oggetti realizzati in altri metalli, come piombo in stato naturale, argento e oro nativo.
Fra gli oggetti in metallo numerosi sono i punteruoli e le lesine, hanno dimensioni variabili, uno o le due estremità appuntite. Possono avere sezione circolare o quadrangolare o incluso combinarsi le due nello stesso elemento.

Fra le armi menzioniamo le asce, elementi di forma rettangolare con un bordo in una delle due estremità, le punte di freccia di forma lanceolata, a spalla marcata o con alette (sempre con codolo), e le alabarde che presentano nervatura centrale, larga base e un numero variabile di chiodini per fissare l’immanicatura.
Numerosi sono i pugnali, Lull nel 1983 distingue morfologicamente i pugnali dai coltelli. Questi ultimi sarebbero infatti più larghi e corti, con lati paralleli, punta acuta o arrotondata, mentre i pugnali sarebbero caratterizzati da lati convergenti e punta sempre acuta.
I pugnali della cultura di El Argar, hanno una lunghezza massima di 20 cm, e una larghezza massima di 5,4 cm e un numero di ribattini indistinto (alcuni presentano resti di chiodini in argento) forma triangolare e bordi affilati, la base è variabile (dipende dal manico). La sezione è lenticolare appiattita. In alcune delle armi recuperate negli scavi archeologici si riconoscono resti della possibile impugnatura che è sempre di legno.
Possiamo classificare questo tipo d’arma dall’analisi dei lati (pugnali con lati convergenti, appuntiti o arrotondati) o della base (pugnali con base arrotondata, appiattita, trapezoidale, rettangolare, aperta arrotondata) o dal sistema di immanicatura (pugnali con escotadura, pugnali con ribattini).
Scarsi esemplari come il pugnaletto di una delle sepolture infantili di Peñalosa, Baños de la Encina (Jaén), presentano una perforazione centrale, potrebbe trattarsi di pendenti.
La presenza di forme combinate come pugnali a linguetta con escotadura, pugnali con ribattini e escotadura suggerisce un’evoluzione formale nei pugnali del sud - est spagnolo dal Calcolitico all’età del Bronzo, dalla lama semplice si sarebbe passati all’uso di linguetta o spighe, escotaduras e ribattini disposti nella zona centrale del manico.
Le spade sono artefatti compresi entro i seguenti parametri tra i 24 e i 65 cm di lunghezza e tra i 3,6 e gli 8 cm di larghezza, con numero di ribattini tra 5 e 7.
Le spade argariche sono caratterizzate da una lama larga, lunga, priva di nervatura mediana, con un restringimento nel terzio superiore o nella base della lama, base semplice con diversi chiodini disposti a semicerchio, gli elementi che si trovano nei due estremi sono generalmente di dimensioni inferiori e rientranti, queste armi presentano inoltre un profilo a doppio archetto del limite inferiore dell’immanicatura.
In alcune delle armi recuperate negli scavi archeologici si riconoscono resti della possibile impugnatura che è sempre di legno, in un unico caso relativo al Bronzo Finale, a Guadalajara ritroviamo una spada con immanicatura in bronzo con una leggera cappa in oro, sicuramente appartenente a un personaggio di alta condizione sociale.
Appartengono a un gruppo intermedio alcune armi che possiamo definire per le loro dimensioni come spade corte, daghe o grandi pugnali. Presentano: un lunghezza compresa tra i 20 e i 50 cm, e una larghezza tra i 2,4 e i 7,5 cm, e da 2 a 7 ribattini.
Nella società argarica le armi in metallo acquistano una gran importanza, non solo come strumenti bellici ma anche come simbolo del potere delle classi aristocratiche.


Numerosi sono gli oggetti d’ornamento in rame, argento e oro, incontrati nei giacimenti argarici, molti dei quali sono stati ritrovati nelle sepolture come adorno dei defunti.
Gli elementi in metalli preziosi sono sempre associati alle sepolture di maggior condizione sociale.
Anelli e orecchini sono barrette o fili piegati in forma circolare, con le estremità aperte, che possono presentare uno o più giri, la differenza tra questi due elementi ornamentali é difficile da stabilire, si conosce solo grazie alla posizione anatomica quando appaiono nella sepoltura o dal diametro (orecchini tra i 0,4 e i 4,7 cm, anelli tra i 0,9 e i 2,2 cm).
I bracciali sono barrette o fili piegati in forma circolare, con le estremità aperte, che possono presentare uno o più giri, esistono rari casi in epoca argarica di braccialetti con gli estremi chiusi.
Infine ricordiamo i diademi sono nastri di metallo prezioso con un appendice discoidale o nastri di diversa larghezza.

Nella cultura argarica la tipologia tombale varia a secondo delle caratteristiche geografiche del giacimento. Si suole dividere le sepolture in 5 tipi fondamentali: “Groticelle artificiali scavate nella roccia, con o senza dromos; grandi ciste con ingresso frontale al quale si può accedere con dromos; grandi ciste in fosse; ciste di piccole dimensioni; sepolture di bambini (ma non solo) in urne sepolcrali, in fossa semplice” (Contreras, 2001; Camara, 2001)
Come abbiamo visto i morti si seppellivano nelle case, questo spiega il significato che le popolazioni argariche conferivano ai defunti; non solo realizzavano culti relazionati con la credenza del “al di lá”, ma sicuramente veneravano i morti come antenati.
Solitamente il morto era inumato e sistemato in posizione fetale, generalmente individualmente, anche se ci sono casi di sepolture doppie, con segni evidenti che le sepolture siano state utilizzate in due momenti diversi. Normalmente non si da gran importanza ai resti del primo cadavere. In rari casi troviamo sepolture triple o quadruple solitamente si tratta di giovani e bambini sepolti con i genitori. In un solo caso (Castellòn Alto) é stato incontrata la inumazione di un uomo decapitato, il cranio era collocato su una mano. Le offerte che accompagnano il morto, consistono in vivande per la nuova vita. Sono stati incontrati in numerose sepolture resti di piante, rametti di fiori, che potevano essere utilizzati per profumare l’ambiente o come medicinali.
Il repertorio degli oggetti che compaiono nei corredi funebri è vario, e comprende praticamente il materiale utilizzato nella vita quotidiana; gli oggetti più frequenti sono vasi ceramici e elementi in metallo.

La società argarica mantiene una rigida struttura gerarchica. “La posizione di ogni individuo nella società viene fissato a partire dall’infanzia, e viene espresso ritualmente nel momento che riceverà sepoltura. I meccanismi per la trasmissione ereditaria della proprietà assicuravano, la differenza tra le classi sociali”.

Le élites aristocratiche utilizzavano simboli di potere che ne giustificavano la posizione sociale: elementi in metallo come armi (alabarde e spade) e gioielli (diademi e ornamenti in metalli preziosi); vasi e coppe in ceramica di lusso o decorata; la possessione di capi di bestiame e di servi; ricchi corredi funebri con oggetti di lusso, esotici e ossa di cavallo, (queste ultime assenti nelle altre sepolture prodotti di banchetti o feste legate alle classi dominanti)
Esisteva inoltre una classe media formata da sudditi con pieni diritti sociali all’interno della comunità, che le garantivano una buona condizione di vita. I membri di questo gruppo si occupavano delle attività produttive, e difensive. Le sepolture degli uomini contengono pugnali e asce, quelle delle donne, coltelli e punteruoli, in entrambi possiamo trovare gioielli ma mai in materiale prezioso, e ceramiche di uso quotidiano.
Il gradino più basso nella società argarica era occupato dai servi, individui senza diritti sociali. Le loro sepolture appaiono associate alle case dei padroni; sono solitamente prive di corredo e offerte funebri, e quando si trovano sono molto semplici.

Cronologicamente la cultura argarica nel periodo di massimo splendore coincide, secondo la cronologia proposta da Ugas nel 2005, al periodo compreso tra il Bronzo Antico III e le prime due facies del Bronzo medio sardo.
Scarsi sono gli elementi strutturali o materiali in comune fra le culture sarde e le spagnole durante questo arco temporale.
Possiamo riscontrare una certa similitudine fra i punteruoli a sezione circolare di Sant’Iroxi Decimoputzu e i punteruoli argarici. Alcuni studiosi hanno sottolineato la analogia tra le forme 5 e forse 8 del Siret con alcuni elementi ceramici riscontrati in Sardegna.

Tra le spade sarde, possiamo relazionare con elementi della cultura spagnola di El Argar le spade lunghe e medie della tomba di Sant’Iroxi Decimoputzu (Ugas, 1990), e la spada di Maracalagonis (Lo Schiavo 1991).
Forti analogie si riscontrano nelle dimensioni, e nella morfologia di queste armi, con lama priva di nervatura centrale, base semplice, e fori per i chiodini disposti a semicerchio (Lo Schiavo, 1991).

Un’analisi dettagliato delle spade mostra contemporaneamente sostanziali differenze come: il restringimento nel terzio superiore o alla base della lama, la disposizione quasi a ferro di cavallo dei fori con i due elementi laterali più piccoli, il profilo a doppio arco del limite inferiore dell’immanicatura, tutti elementi che compaiono in spade argariche ma che sono assenti nelle spade sarde; o ancora il gradino delimitante il taglio che compare negli esemplari sardi ma no negli iberici, e per concludere il maggiore spessore delle armi spagnole.
Conclusioni
Dopo aver confrontato le armi delle due zone del Mediterraneo, abbiamo analizzato il flusso delle possibili relazioni, tra la Sardegna e il sud – est spagnolo, arrivando ad avvalorare una serie di ipotesi, alcune delle quali già esposte da altri ricercatori: le spade sarde si possono ricondurre a un modello argarico ma sono di fattura locale; importazione delle spade argariche in Sardegna; derivazione delle spade argariche da quelle sarde; evoluzione parallela partendo da premesse comuni, da ricercarsi nell’eredità campaniforme; armi simboliche scambiate fra le élites aristocratiche sarde e spagnole.
Tutte queste ipotesi dimostrano che nel periodo compreso tra il Bronzo Antico e Medio, vi erano contatti e relazioni fra i popoli sardi e i popoli del Sud Est spagnolo.

La fonte delle immagini è visibile all'interno delle foto stesse.

1 commento:

  1. Quanto scritto qui conferma la provenienza iberica di parte della cultura materiale che esploderà in Sardegna: strutture a tholos/nuraghe.

    http://www.minoanatlantis.com/Origin_Sea_Peoples.php

    Insomma pare che il mito di Norace abbia basi abbastanza solide
    Donato Pulacchini

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