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mercoledì 29 febbraio 2012

Eventi: Viaggio nella Storia - Cagliari



In occasione della rassegna Viaggio nella Storia, sono lieto di invitarvi all’appuntamento di Sabato 3 Marzo a Cagliari, presso il Chiostro di San Francesco, nel Corso Vittorio Emanuele 56, presso il Ristorante Re Artù che occupa i locali della storica Chiesa.
Le vicende storiche del convento francescano sono delineate dallo Scano, che accenna al triste capitolo che portò alla quasi totale demolizione della chiesa nel 1875, in seguito al parziale crollo delle coperture lignee.

Ma il degrado del monumento era iniziato già diversi anni prima, come diretta conseguenza delle leggi eversive che videro la soppressione dei conventi e l’incameramento dei beni ecclesiastici da parte del Demanio. Già lo Spano, nella sua descrizione del 1861, accennava a queste vicende, preludio al destino futuro del complesso, in una nota che rende una chiara idea della situazione; lo Spano dice testualmente: Nell’atto che si stampavano queste pagine (4 marzo) il governo ha dato ordine che i Frati sloggiassero dentro 48 ore dal Convento, lasciando solamente a loro la chiesa per funzionare. La chiusura del convento portò inevitabilmente, come conseguenza, a un degrado delle strutture della chiesa che, non più sottoposta alle dovute opere di manutenzione, andò lentamente avviandosi verso il crollo del 1875, dopo i danni causati già nel 1871 da un fulmine che ne aveva danneggiato il campanile e la zona presbiteriale.
Dell’imponente complesso francescano sopravvivono oggi, inglobati in edifici privati, ampi resti scarsamente leggibili dall’esterno. Della chiesa, quasi interamente demolita e inglobata in edifici civili, non sono apprezzabili se non poche e mal conservate porzioni nei piani terreni dei locali commerciali che si affacciano lungo il corso Vittorio Emanuele II. Diverso è il discorso per quanto riguarda il bellissimo chiostro tardo-gotico, ancora del tutto integro nei livelli terreni, frazionato in diverse proprietà private e adibito, in alcune sue parti, a usi impropri che ne mortificano le strutture e, in altre, totalmente abbandonato. Le strutture architettoniche del chiostro, di impronta gotico-iberica, sono in larga misura accostabili a quelle ancora oggi apprezzabili nel più o meno coevo convento dei Domenicani nel quartiere di Villanova.

La giornata inizierà la mattina, alle 11.00 con una visita guidata al Museo Archeologico di Cagliari. Appuntamento direttamente alla Cittadella dei Musei in Piazza Arsenale.
Nel pomeriggio, alle 18.00, sarà presentato il libro “La Luce del Toro”, ambientato in epoca nuragica. Saranno presentati alcuni filmati che mostrano la penetrazione della luce solare attraverso la finestrella del nuraghe Santa Barbara,
Alle ore 20.00 circa, sarà allestita la sala per ospitare una cena con menù nuragico, che troverete in allegato, al costo di 18 Euro con obbligo di prenotazione per mail a pierlu.mont@libero.it o telefonando al 338.2070515. I posti sono limitati a 45, pertanto si consiglia di prenotare per tempo.

Colgo l’occasione per segnalare che Venerdì 2 Marzo, presso la Pinacoteca del Museo di Sinnai, in Via Coletta, il Prof. Salvatore Dedola presenterà “La Stele di Nora” il più antico documento epigrafico che riporta la parola SRDN, vera e propria carta di identità della Sardegna.

Video di Cinematicart girato al Museo Archeologico di Cagliari

Oetzi...padre di Bolzano e madre sarda?


La mummia del Similaun
aveva antenati in Sardegna


Quando scrissi il mio libro SHRDN Signori del mare e del metallo, inserii un corposo capitolo sulle culture del Rame e del Bronzo in Alto Adige, e perché notai forti similitudini con la Sardegna dello stesso periodo. Leggere oggi questo articolo...conforta il mio scritto e suggerisce che le contaminazioni culturali delle civiltà con quelle dei sardi, sono più antiche di quanto molti pensano.

Aveva occhi marroni, era intollerante al lattosio e aveva probabilmente un antenato in comune con gli attuali abitanti di Sardegna e Corsica: è l'identikit di Oetzi, la celebre mummia del Similaun, ricostruito grazie alla prima mappa completa del suo Dna.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Communications, è stata condotta da un gruppo internazionale coordinato dall'antropologo Albert Zink, dell'Accademia Europea di Bolzano. Scoperto nel 1991 in Alto Adige, sul versante italiano delle Alpi Otztal, Oetzi è ora conservato presso il museo archeologico di Bolzano.

I ricercatori cercano di scoprire i suoi segreti sin dalla sua scoperta, precedenti studi hanno ipotizzato per esempio che sia morto violentemente, colpito a morte da una freccia alla schiena e poi da un corpo contundente. Ora la mappa del suo Dna sta svelando i segreti della sua vita, oltre al colore degli occhi e agli antenati in comune con sardi e corsi, lo studio ha rivelato che il gruppo sanguigno di Oetzi era lo zero, che l'uomo aveva una predisposizione alle malattie cardiovascolari (corroborate dalle calcificazioni vascolari trovate nella mummia) e che molto probabilmente soffriva della malattia di Lyme. Questa è trasmessa dalle zecche e si manifesta con un eritema, febbre e dolori muscolari ed è provocata dal batterio Borrelia burgdorferi, del cui Dna sono state trovate tracce nel genoma di Oetzi. "Lo studio del Dna di Oetzi ha svelato - spiega Zink - che l'uomo aveva un gene che non gli permetteva di digerire il lattosio in età adulta".

Dal punto di vista evolutivo, ha aggiunto, gli uomini si sono adattati gradualmente alla digestione del latte animale "solo con l'addomesticamento degli animali". "Quando lavoriamo con antichi Dna, i campioni sono spesso degradati e risultano in frammenti molto brevi, comparati ai campioni di Dna moderni", osserva Timothy Harkins, della Life Technologies che fornisce servizi e strumenti per le analisi del Dna e che ha partecipato al lavoro. "La sfida - aggiunge - è dare un senso alla lettura di queste brevi sequenze e per riuscire a comprendere cosa ci dice un genoma così antico".

Per interpretare la mappa del Dna di Oetzi, i ricercatori hanno confrontato il suo Dna anche con altri genomi provenienti da tutta Europa. "E stato dimostrato - spiega Zink - che con l'attuale popolazione della Sardegna e Corsica vi sono numerose sovrapposizioni. Ciò significa che gli abitanti di queste isole e l'uomo del Similaun hanno avuto antenati comuni". Lo studio ha inoltre dimostrato che Oetzi appartiene a un aplogruppo Y molto raro in Europa (conservato in regioni isolate, come Sardegna e Corsica) e ciò fa immaginare che gli antenati di Oetzi sianno emigrati dall'Oriente nel neolitico.

Fonte l'Unione Sarda.

martedì 28 febbraio 2012

Il Ferro, le vie commerciali che da Oriente arrivano in Occidente


Dall’Anatolia all’Etruria e da Spina a Pisa
di Giuseppe Sgubbi

Un gruppo di studiosi toscani guidati dal professor Gianfranco Bracci hanno fatto le dovute ricerche nell’intento di individuare il percorso di due antichissimi tragitti: uno marino (dall’Anatolia all’Etruria) e l’altro terrestre (da Spina a Pisa). Grazie ad un qualificato riscontro giornalistico, il frutto delle loro scoperte è stato fatto conoscere anche al grande pubblico.
Vediamo questi tragitti.

Tragitto marino:

Si tratta di un tragitto datato al XII a.C, che sarebbe stato usato per la prima volta dagli etruschi nell’intento di emigrare verso occidente, alla ricerca di metalli. Il percorso sarebbe: partenza dalla città turca di Badrum, poi con una navigazione di piccolo cabotaggio, coste greche, pugliesi, calabre, siciliane, sarde, corse, approdo in Toscana nei pressi di Pisa.

Tragitto terrestre:
STRADA ETRUSCA DEI DUE MARI.
Si tratta di un tragitto datato al IV a.C, ricordato nel Periplo del Mediterraneo del portolano greco Scilace di Carianda. Questi, nel corso della descrizione delle spiagge romagnole, in via del tutto eccezionale, cita una direttrice terrestre che da Spina in Adriatico raggiungeva Pisa nel Tirreno. Si tratta della strada extraurbana più antica dell’Europa. Per gli studiosi toscani il tragitto sarebbe: Pisa, Poggio Castiglioni, Monterenzio, Marzabotto, Bologna, Campotto, Spina.
Come si può vedere, si tratta di due tragitti, ma essendo collegati, formavano una unica direttrice, che dalla Turchia arrivava in Romagna.
I temi trattati sono affascinanti ed interessantissimi, infatti sollevano problemi storici non ancora definitivamente irrisolti: migrazione dei popoli, compresa la provenienza degli etruschi, antiche vie dei commerci, ecc.
Considerato che da tempo mi interesso di questi temi, al riguardo ho già dato alle stampe diversi lavori a riguardo, intendo portare un mio modesto contributo.
Premetto anzitutto che le mie ipotesi divergono molto da quelle formulate dagli studiosi toscani, divergenze scaturite da una diversa questione di fondo: per i toscani i primi popoli arrivati in Italia sarebbero arrivati grazie ad una rotta tirrenica, a mio modesto parere invece sarebbero arrivati grazie ad una rotta adriatica. Conseguentemente, pur accettando la partenza dalla Anatolia, il punto terminale sarebbe Pisa e non Spina, cioè Anatolia, Spina, Pisa, e non Anatolia, Pisa, Spina. La differenza, in apparenza formale è invece sostanziale, le motivazioni si potranno trovare nella apposita appendice.
Da questa diversa questione di fondo, scaturiscono visioni storiche che possono mettere in discussione conoscenze della storia italiana credute inconfutabili.
Venendo al tema: considerando Spina tappa intermedia, perciò punto di partenza per la via dei due mari, il tragitto designato dagli studiosi toscani. almeno per quanto riguarda il tratto dai piedi degli Appennini a Spina, deve essere a mio parere rivisto, ed è proprio quello che mi accingo a fare, anzi mi limito a toccare solo questo punto, tutte le altre problematiche saranno trattate in un mio prossimo lavoro che ben presto darò alle stampe dal titolo: Antichissime vicende ambientate in Alto Adriatico ed in Romagna, estratte dalle più antiche storie del mondo.
Vediamo cosa è scritto nel periplo: Gli etruschi con la città greca di Spina, distante 20 stadi dal mare, lungo il fiume Eridano e distante 3 giorni di cammino da una città etrusca sul Tirreno.
Tutti gli studiosi concordano, pur trattandosi di un passo più volte interpolato e perciò di non facile interpretazione, che il portolano ha inteso descrivere l’effettiva esistenza in loco di una importante direttrice che collegava i due mari. I pareri degli studiosi che si sono interessati di questo tragitto non concordano al riguardo della individuazione del possibile antico percorso: per alcuni il tracciato poteva essere Spina, Ravenna, Faenza, Valle del Lamone, Firenze, Pisa. Per altri invece Spina, Bologna, Valle del Reno, Pisa. Già detto ciò che propongono gli studiosi toscani, purtroppo non viene specificato dove sarebbe stata esattamente ubicata la strada che da Spina conduceva a Bologna, hanno lasciato intendere che poteva trattarsi anche di un non ben specificato tragitto fluviale.
A mio parere invece, per una serie di motivi che illustrerò, il tragitto da Spina fino ai piedi degli Appennini doveva corrispondere all’attuale tracciato della via Lunga, una strada ben visibile e per molti tratti ancora percorribile, che dai pressi di Spina, attraversando il territorio di alcuni comuni, Lugo, Bagnara Solarolo e Castel Bolognese, arriva alla via Emilia in corrispondenza della valle del Senio.
Vediamo la ragione per cui mi sembrano poco credibili i tragitti proposti dagli altri studiosi; tragitto Spina Ravenna Faenza, a quei tempi, stiamo parlando del IV a.C, nel tratto Spina-Ravenna sfociavano vari fiumi romagnoli, perciò ben difficilmente in quel tratto poteva esserci una strada ben praticabile, basti pensare che ancora all’epoca dell’Itinerarium Antonini, almeno quattro secoli dopo al periodo che stiamo trattando, un tratto di quel tragitto si faceva solo in barca.
Tragitto Spina Bologna; altrettanto impraticabile cotesto tragitto via terra, in quanto, anche in questo caso, occorreva attraversare alcuni fiumi e vastissime paludi, perciò, escludendo un tragitto fluviale, (nel periplo è chiaro che si intende una strada), anche tale proposta appare insostenibile. Non ha caso, nonostante assidue ricerche, di questa fantomatica strada non è stata trovata nessuna traccia, se veramente fosse esistita, qualcosa si dovrebbe trovare, non può essere scomparsa dal tutto. A mio parere non sarà mai trovata in quanto non è mai esistita.
Vediamo invece il tragitto Spina-Via Emilia, cioè l’attuale tracciato della via Lunga; ove attualmente è tracciata tale via vi è da tempi antichissimi una lingua di terra molto alta, (non ha caso il Santerno fu costretto a deviare a destra verso il Senio, ed il Sillaro non riuscì mai a superare), ebbene tale alta fascia di terreno, esente da alluvioni e sopraelevata rispetto alle paludi, un vero unicum per queste zone, ben presto si prestò ad essere abitata da popolazioni preistoriche, come gli scavi di via Ordiere stanno autorevolmente dimostrando, e ben presto si prestò ad essere usata anche come via di comunicazione terrestre.
A quei tempi, questa era l’unica possibilità per arrivare via terra, fino ai piedi delle colline, poi per attraversare gli Appennini si poteva fare scelte diverse; se si voleva andare nel Lazio, la più comoda era sicuramente la valle del Savio, se invece, come nel nostro caso, si voleva andare verso Pisa, vi era solo l’imbarazzo della scelta, valle Senio, valle Santerno, valle Sillaro.
Le ragioni che ho portato per ipotizzare la Via Lunga come unica possibile direttrice per quei lontani tempi, e le ragioni che ho portato e che porterò per escludere altri possibili tragitti terrestri, mi sembrano validi, ma trovano una probante conferma da una determinante constatazione: i sassi di Spina provengono dalle colline romagnole, se vi fosse stata una direttrice ben praticabile Spina-Bologna, i sassi sarebbero derivati dalle colline bolognesi.
Riassumendo: da antiche fonti greche, (Dionigi di Alicarnasso ed Ellanico di Lesbo), si apprende in maniera inequivocabile che Spina da tempi antichissimi, almeno dal 1500 a.C, era un importantissimo scalo usato da genti Medio Orientali intenzionati ad andare in Toscana o nel Lazio. Questi, dopo aver risalito l’Adriatico, ed arrivati, grazie a questo comodo e breve tragitto terrestre, ai piedi degli Appennini, potevano a loro piacimento usare una delle numerose vallate romagnole che, come i numerosi reperti archeologici dimostrano, risultano essere state tutte da tempi antichissimi continuamente praticate. Naturalmente pure ogni vallata toscana permetteva l’attraversamento in senso inverso, ma dalla Via Emilia a Spina vi era un solo tragitto terrestre praticabile, il tracciato attuale della via Lunga. Niente impedisce di credere che in antico vi fossero varie direttrici fluviali Bologna-Spina, ma fra queste non può esserci quella segnalata dallo Ps Scilace.

Appendice:
Come è noto, la descrizione delle coste corrisponde più o meno ad avvisi ai naviganti: possibili approdi, distanze fra gli stessi, popolazioni rivierasche ed altre notizie non solo utili, ma a volte indispensabili per chi si appresta alla navigazione di un mare. Questo è proprio quello che si trova nel Periplo del Mediterraneo ed in qualsiasi altro Periplo.
Scilace di Carianda o chi per lui, era sicuramente a conoscenza che alcune generazioni prima della guerra di Troia, popolazioni orientali, sotto la generica voce Pelasgi, orientati ad andare nei territori centro italici bagnati dal Tirreno, avevano scelto la rotta “adriatica”, perciò, ritenne giustamente opportuno descrive il luogo dell’approdo più comodo per raggiungere la meta.
Il portolano conosceva sicuramente i possibili tragitti fluviali che portavano verso la terra dei Tirreni, ma non ritenne opportuno segnalarli in quanto sapeva che tali tragitti non erano sicuri, infatti potevano variare al seguito di un peggioramento climatico, non solo, tali tragitti potevano essere facilmente usati dagli abitanti del posto, ma non da persone provenienti da altre aree, troppo grande era il rischio di trovarsi impantanati nelle vastissime paludi, perciò giustamente decise di segnalare l’unico, sicuro e da tempo battuto tragitto terrestre, quello appunto che da Spina permetteva facilmente di raggiungere le città tirreniche.
Gli studiosi non sono entrati in tale ottica e conseguentemente hanno grandi dubbi sulla effettiva importanza che il tragitto attualmente segnato dalla via Lunga, ha avuto nei tempi antichi.

lunedì 27 febbraio 2012

La barca di Cheope


Egitto, Il Cairo. Si lavora per assemblare la barca solare di Cheope


Armati di mascherine protettive e avvolti in pesanti tute da lavoro, diversi archeologi egiziani e giapponesi sono scesi a metà febbraio (2012) fino al fondo della cavità che, per 4.500 anni, ha ospitato una delle due barche solari del faraone Cheope (2579 a.C. – 2556 a.C.), ai piedi della sua piramide nella piana di Giza. Questa è la seconda delle due barche solari scoperte, quella che, a differenza della prima, venne lasciata nella sua fossa originaria e non fu all’epoca ricostruita. Si tratta di un vero e proprio rompicapo composto da 600 listoni di legno, che dopo essere stati estratti e restaurati, saranno di nuovo assemblati ed esposti al pubblico. Secondo quanto previsto dal team di ricerca, le operazioni di restauro e di assemblaggio dureranno circa cinque anni.

Sempre secondo quanto ha dichiarato il generale del Consiglio Supremo delle Antichità egiziane, Mustafa Amin, il progetto sarà avviato il più presto possibile e ogni pezzo di legno sarà attentamente analizzato per trovare eventuali parti deteriorate. E secondo Amin la barca solare di Cheope è un oggetto meraviglioso la cui importanza si può paragonare a quella di una mummia, visto che è stata smontata di diversi pezzi, ognuno dei quali è stato trattato con prodotti per garantire loro la massima conservazione nel tempo.

Nonostante tutto, Amin ha anche precisato che i primi risultati delle ricerche hanno evidenziato che alcuni listoni di legno sono stati danneggiati dall’entrata dell’aria e dell’acqua mista a cemento utilizzata nel corso dei lavori di costruzione del museo che, a pochi metri dalla piramide, esibisce da una trentina di anni le prime navi, scoperte nel 1954. Le analisi condotte precedentemente, effettuare tramite la tecnologia dei raggi X, già avevano reso noto che i principali componenti del legno avevano già subito un severo deterioramento.

Accompagnate dall’abituale cerimonia di flash e di solenni dichiarazioni alla stampa, le autorità egiziane e il gruppo di ricerca archeologica dell’università giapponese di Waseda hanno inaugurato la terza fase di un progetto di restauro che è stato reso pubblico lo scorso giugno, quando con un primitivo sistema di funi e di carrucole si è iniziato a rimuovere i quarantun blocchi di 16 tonnellate di pietra calcarea che sigillavano una cavità scoperta nel 1954, ma a cui nessuno si era interessato più di tanto fino al 1987.

A partire da quell’anno, un gruppo asiatico di ricerca archeologica ha condotto ricerche sul perimetro utilizzando le onde elettromagnetiche, e ha scoperto la cavità nella terra che, qualche mese dopo, un’equipe di studiosi del National Geographic sono riusciti a penetrare con una piccolissima videocamera. Il vero e proprio inizio del progetto definitivo di recupero e di restauro, però, è iniziato solo nel 2008.

Secondo l’archeologo di Waseda nonchè direttore dell’intera operazione, Sakuji Yoshimura, nel corso dei prossimi anni i listoni di legno saranno analizzati e restaurati, e ci sarà bisogno di almeno altri tre anni per ricomporre l’affascinante scheletro di una delle cinque navi che hanno accompagnato la vita ultraterrena del re Jufu, battezzato con il nome di Cheope dallo storico greco Erodoto e descritto come un crudelissimo tiranno che ha soggiogato la propria famiglia e il suo stesso popolo per erigere una delle sette meraviglie del mondo antico.

La fortuna delle barche solari non è stata identica per tutte. La prima, infatti, era formata da 651 pezzi distinti che l’archeologo egiziano Kamal el Mallaj impiegò tredici anni per assemblare. Misura 43.4 metri di lunghezza, 5.6 metri di larghezza e 1.5 metri di altezza. È stata costruita con legno di cedro originario del Libano e le tavole che compongono lo scafo sono unite tra di loro con delle corde.

Secondo Amin, la seconda imbarcazione è di dimensioni inferiori, quindi il suo assemblaggio richiederà un tempo inferiore, grazie anche alle nuove tecniche che sono state sperimentate e comprovate sul campo con la prima barca. Altre due imbarcazioni sono state rubate e la quinta non è ancora stata dissotterrata.

Assemblare tutti i pezzi per ricomporre la barca potrebbe anche portare maggiore chiarezza sullo scopo per cui sono state costruite. Alcuni archeologi, infatti, pensano che non si tratti di barche funerarie che avrebbero dovuto trasportare il corpo del faraone dalla città fino al luogo di sepoltura, ma di oggetti realizzati in onore di Ra, il dio del sole. Ancora, secondo Amin le barche potevano rappresentare anche solo uno sfoggio di ricchezza e di potere da parte del faraone, esattamente come avviene anche nel mondo moderno, dove personaggi importanti amano circondarsi di numerose auto e barche. In tutti i modi, l’origine delle barche rimane misteriosa tanto quanto la loro finalità.

Inizialmente si è pensato di esibire la barca al Gran Museo Egizio del Cairo, un progetto ‘faraonico’ che sta sorgendo presso la piramide di Giza e la cui inaugurazione è prevista intorno al 2015. Amin, però, propende per l’ipotesi di lasciarle dove sono state trovate. Nei luoghi a cui, fondamentalmente, appartengono.

Fonte: Archeorivista

domenica 26 febbraio 2012

Perché si costruirono i nuraghi?


Parliamo di nuraghe: perché il primo?


Su questa domanda ci si può sbizzarrire, però c’è un’ipotesi intrigante: che i nuraghe a corridoio abbiano preceduto la prima torre. Gli archeologi, sebbene le prove stratigrafiche siano lontane dall’indicarlo in modo indiscutibile, ne paiono convinti (ed effettivamente è un’ipotesi assai ragionevole). Se così fosse, l’avvento della prima torre apparirebbe assai meno improvviso di come tanti sembrano ritenere.
Si tratterebbe allora di porsi il problema della comparsa dei nuraghe a corridoio, ma, in questo caso, si tratterebbe di un chiaro esempio di proprietà emergente da un progressivo mutare della stratificazione sociale delle comunità neolitiche, con la formazione di una “classe elevata” che rivendica una posizione di prestigio attraverso l’edificazione di un edifico ad un tempo abitazione e simbolo di status, la stessa che, in un secondo momento, richiederà la costruzione di una torre. Il nuraghe a corridoio, stratigrafie alla mano, mostra lo stesso tipo di accumulo antropico delle torri, senza eccezione, indicando che funzione e senso dovevano essere gli stessi.
Posta in questi termini, la comparsa della torre non appare più come una cesura, piuttosto come un’evoluzione, anche se, apparentemente, parrebbe rimanere il problema delle differenze architettoniche tra le due tipologie di edifici (ne riparleremo oltre).
Allo stesso modo, la sovrapposizione delle tipologie stratigrafiche tra nuraghe a corridoio e torri, indicandone la medesima funzione e senso, chiarisce come le strampalate ipotesi che vorrebbero i nuraghe dei templi o degli edifici di mero carattere simbolico, sia da scartare (pur sottolineando che l’edificio, di per sé, riveste necessariamente un forte carattere simbolico come indicatore di status e/o centro di aggregazione simbolica della comunità e/o altro).
Nell’ipotesi ragionevole che il nuraghe a corridoio preceda la torre, ci troveremmo semplicemente di fronte ad una classe dirigente che, in luogo circoscritto e preciso, decide di realizzare la prima con le medesime finalità che hanno portato all’edificazione dei precedenti edifici, immaginando, a ragione, visto il successo, che un edificio di questo tipo avrebbe maggiormente soddisfatto le proprie necessità. La prima torre venne edificata pensando semplicemente ad un edificio che avesse le stesse finalità di un nuraghe a corridoio, ma ne rappresentasse una versione “evoluta” sia in senso funzionale che simbolico.
È bene ricordare, a tale proposito, che mentre le torri ci sono pervenute praticamente intatte, salvo la struttura del ballatoio (sulla quale si discute assai spesso), i nuraghe a corridoio sono mancanti dell’eventuale struttura lignea soprastante quella in pietra, la cui percentuale rispetto all’intero edificio, non è nota. Alcune osservazioni ragionevoli (ad esempio lo stesso Lilliu a proposito di Brunku Madugui), suggeriscono che ciò che noi chiamiamo oggi nuraghe a corridoio potesse essere un basamento per un’importante struttura lignea soprastante e, se così fosse, la struttura generale della successiva torre non sarebbe concettualmente così distante da loro. Si tratterebbe di costruire interamente in pietra un edificio fino ad allora ibrido, realizzato con un basamento in pietra ed una struttura aerea in legno. Detto per inciso, ciò spiegherebbe anche perché nacquero i nuraghe a corridoio, e precisamente come evoluzione dalla semplice capanna di pietre a secco e legno. Il nuraghe a corridoio, sarebbe insomma una capanna “elevata” e di maggiori dimensioni sviluppata da un processo di diversificazione sociale riscontrabile in tutte le società neolitiche.
A questo proposito, ho sentito spesso invocare l’argomento che mancherebbero gli edifici intermedi tra nuraghe a corridoio e torre, e da ciò la conclusione che si tratti per questo di edifici privi di un legame sia funzionale che architettonico. Tale argomento cade di fronte alla constatazione che non si può costruire un edifico intermedio (in pietra, a secco) tra un nuraghe a corridoio ed una torre, per il semplice motivo che non starebbe in piedi: una torre realizzata in pietra a secco è un sistema complesso di conci che interagiscono, e alcune delle proprietà macroscopiche dell’edificio nel suo complesso sono proprietà emergenti indipendenti dalla volontà dei costruttori e rese necessarie da precise richieste di stabilità strutturale. Detto in altre parole, una torre nuragica non è un edifico per architetti, perché si rifiuta di adattarsi a certe richieste, imponendo forme, dimensioni e soluzioni tecniche obbligate, come cercherò di illustrare in seguito. Di certo, vista la sua testardaggine ad adattarsi a, una costruzione sarda!
Alcune precisazioni.

La teoria della complessità descrive molto bene i fenomeni come la comparsa rapida, in confronto al periodo considerato, delle torri. Se la torre è una proprietà emergente della società dell’epoca, nel senso che lo è la sua giustificazione, la comparsa della prima deve aver indotto una rapida imitazione dei vicini e la sua diffusione (fenomeno non diverso da una transizione di fase in un materiale, ad esempio una fusione). Comunemente la chiamiamo “moda” ed è appunto una delle tante proprietà emergenti “misteriose” della società umana, o almeno ritenute tali finché non si ricorre alla teoria della complessità. Il fascino di quest’ultima sta proprio nel porre accanto sistemi apparentemente assai diversi tra loro (ad esempio la società umana ed un solido) ponendone in risalto la somiglianza dei comportamenti.
A questo punto, dobbiamo domandarci se la torre richiese la creazione di nuove nozioni tecniche, la presenza di risorse particolarmente corpose, e divertirci ad immaginare come venne edificata.
Gli elementi architettonici basilari per la realizzazione di un nuraghe a corridoio e/o di una torre non erano nuovi né particolarmente rivoluzionari. La tholos, in particolare, è presente più o meno in ogni parte del mondo da tempi ben più antichi ed è una soluzione obbligata al problema di ottenere una volta chiusa in una struttura a secco circolare con uno sbraccio ampio (è una proprietà emergente di un insieme di conci che interagiscono tra loro avendo come stabilizzazione l’azione della forza di gravità e l’attrito reciproco). La precisazione è d’obbligo per puntualizzare che i sardi non inventarono nulla: posti di fronte al problema, ottennero la soluzione corretta, come tutti gli altri, prima e dopo di loro, che si trovarono nella necessità di farlo. Se la si vuol vedere in altri termini, anche se un architetto fantasioso disegnasse una torre a secco (cava) a sezione quadrata con un profilo rettangolare, non la si potrebbe costruire: i sardi torreani non “decisero” l’uso della tholos, furono obbligati!
Quanto tempo impiegarono e quanti tentativi, non è dato sapere né lo sapremo mai, tuttavia un esame delle torri giunte fino a noi ne segnala di ben realizzate, di mediocri, di eleganti, di tozze, alcune necessariamente riprese con un rifascio al fine di stabilizzarle ed evitarne il crollo. Ciò valga a sfatare il mito degli eccelsi costruttori e delle torri del cielo: sono edifici come tutti gli altri. Si và dal capolavoro alla porcheria vera e propria, tra soluzioni geniali e incomprensibili fesserie. Allora, come adesso, c’erano i costruttori bravi, quelli mediocri e quelli incapaci: spero che questi ultimi siano stati posti in condizione di non nuocere, al contrario di quanto accade oggi in Italia.
Lo sviluppo delle torri in senso tecnico, a partire da realizzazioni meno sofisticate, non è ancora stato oggetto di indagine seria e completa (sebbene esistano ipotesi assai ragionevoli, ad esempio nell’introduzione dell’elemento architettonico costituito dalla nicchia) né lo sarà nel prossimo futuro perché richiederebbe uno sforzo enorme (la datazione di una torre necessita dell’esame stratigrafico degli accumuli antropici, quindi bisognerebbe scavare un gran numero di torri). Suppongo si possa concordare col fatto che si cominciò con torri semplici e si progredì come avviene in qualunque ramo della tecnica, non senza morti, crolli, rifacimenti e tentativi successivi di cui non c’è arrivata traccia.
La torre nuragica risponde (a spanne) alle seguenti richieste del committente:
“Voglio una torre in pietra nella quale si possa risiedere, con una scala interna che acceda ad un ballatoio superiore praticabile”.
Di fronte a queste richieste, non si può che ottenere una torre nuragica, per il motivo ovvio che non esistono altre soluzioni: la dimensione della torre ed i fattori di forma – cioè i rapporti tra le dimensioni – risultano inoltre assai ristretti. I nuraghe sembrano tutti uguali (e nelle linee generali lo sono) perché non è possibile altrimenti. Se non fosse così, non si potrebbe costruirli. Resta inteso che ciascuna torre, naturalmente, appare differente da qualunque altra nei dettagli, spesso non secondari, il che rafforza per l’appunto l’assunto che si sia trattato di atti costruttivi isolati e non coordinati.
Per chiarire (ahimè solo in parte) il concetto, sarà bene precisare che la dimensione di una torre cava a secco (diametro per altezza) dipende dalle dimensioni dei conci che si riesce a mettere in opera. Con i granelli di sabbia si può costruire una torre da osservare al microscopio, con conci di un metro cubo (possibilmente di forma allungata e di volume decrescente verso l’alto) una torre (cava) alta una ventina di metri.
La distribuzione statistica delle dimensioni e dei parametri di forma delle torri risulta ristretta proprio per questo: i nostri antenati massimizzarono ciò che può essere ottenuto dalle capacità di messa in opera che avevano. Disponendo essenzialmente di forza muscolare umana ed animale, di utensili di bronzo e pietra per la sbozzatura dei conci e di sistemi di cordami e legno, sistemi presenti nel bagaglio culturale delle società umane da millenni, quando decisero di realizzare la prima torre dovettero semplicemente mettere in pratica, in un progetto appena più ambizioso di un nuraghe a corridoio, il bagaglio di conoscenze che avevano già. Ci provarono un po’ di volte, e tirarono su la prima torre. Da quella, le altre. (Esistono comunque nuraghe a corridoio dotati di ambienti interni con copertura a tholos).
Quale fu la modalità di trasporto sollevamento e messa in opera dei conci?
Premesso anche in questo caso che non conosceremo mai i dettagli per mancanza di fonti storiche o iconografiche, possiamo tuttavia scartare le ipotesi che non vengano presentate sotto forma di catena operative (o tradotte in esperimento sul campo) e vagliate in ogni singolo passo della sequenza.
Esistono due principi generali per scartare un’ipotesi: l’inapplicabilità di un metodo o la poca convenienza “economica” del risultato.
Nella prima categoria si situa la curiosa ipotesi che vorrebbe la torre realizzata utilizzando una sorta di rampa “interna” alla stessa torre, un camminamento posizionato sul contorno esterno. Una verifica in termini di catena operativa, lo rende inattuabile per ragioni meramente geometriche. A questo proposito, si potrebbe chiedere a coloro che optano per questa palese assurdità di compilare una catena operativa per una torre del tipo Sa domu ‘e su Re di Torralba, o anche semplicemente per un monotorre – presumibilmente arcaico – privo di scala ed altri vani accessori.
L’ipotesi della “rampa esterna” al contrario, potenzialmente percorribile, risulta impraticabile da un punto di vista “economico” (vale il commento precedente per la torre di Torralba), poiché le dimensioni della rampa avrebbero richiesto, sia per la costruzione che per la successiva demolizione, tempi e risorse superiori a quelli richiesti per l’intera torre. L’uso di una rampa si giustifica (in mancanza di soluzioni alternative praticabili) solo se il volume della stessa è una frazione trascurabile del fabbricato o se lo stesso ne può contenere una parte rilevante (cosa che non accade per la torre) o se si dispone di risorse assi elevate in rapporto ai volumi da movimentare (ad esempio gli obelischi dell’antico Egitto, da decine di tonnellate, o i massicci architravi dei templi).

Nelle immagini: il nuraghe Erigranzanu, (purtroppo aggredito da un grosso albero e destinato alla distruzione), e il nuraghe Santa Cristina avvolto dalle piante

sabato 25 febbraio 2012

Messico. Maya...estinti da una siccità?


Forse la siccità portò alla fine dei Maya
di Martina Calogero


Sarebbe stata una moderata siccità la causa della “estinzione” dei Maya, avvenuta attorno al decimo secolo, che portò alla scomparsa di un popolo che era stato in grado di fondare una rigogliosa civiltà nella penisola dello Yucatan (oggi parte dell’omonimo stato messicano). L’ipotesi è stata proposta da un’equipe di studiosi britannici e messicani e smentirebbe i risultati di precedenti indagini, secondo cui la scomparsa del popolo maya fu causata da molteplici e calamitosi periodi di siccità. Lo studio, condotto congiuntamente da un gruppo di esperti dell’Università britannica di Southampton e del Centro dello Yucatan per la ricerca scientifica, è uscito a stampa sulla rivista “Science”.

I ricercatori hanno utilizzato dei modelli avanzati per determinare le piogge e i tassi di evaporazione tra l’800 e il 950 d.C., epoca durante la quale i Maya conobbero il loro declino. Secondo la ricerca, un calo delle piogge compreso tra il 25% e il 40% bastò a causare gravi carenze d’acqua, innescando conseguenze devastanti per la civiltà maya. Benché la riduzione complessiva delle precipitazioni fu modesta, fu sufficiente a far sì che l’evaporazione superasse le piogge e si riducesse rapidamente la disponibilità d’acqua.

Gli scienziati pensano che il fenomeno potrebbe ripetersi in futuro e non solo nella penisola dello Yucatan, ma in tutte le aree in cui si registra un alto tasso di evaporazione, e avvertono del prezioso insegnamento che si può trarre dallo studio della scomparsa dei Maya. È chiaro che quel che sembra una modesta riduzione delle piogge può provocare in realtà problemi durevoli e importanti.

Fonte Archeorivista

venerdì 24 febbraio 2012

Evento: presentazione del "Sistema Onnis" per la individuazione delle tribù nuragiche.


Lunedì 27 Febbraio, presso l'Associazione Riprendiamoci la Sardegna, alle ore 20.00 sarà presentato uno studio, depositato in questi giorni alla Soprintendenza di Cagliari, che consente di determinare le tracce archeologiche e i nuclei abitativi che le tribù nuragiche, e prenuragiche, lasciarono sul territorio.
Abbiamo già anticipato su questo quotidiano una breve sintesi della laboriosa ricerca condotta nei mesi scorsi in vari territori dell'isola, e vista la curiosità suscitata abbiamo pensato di rendere fruibile agli appassionati e agli studiosi questo innovativo metodo di indagine brevettato dai ricercatori.
Sarà effettuato un collegamento in "diretta" con i siti rilevati e, al termine, è previsto un dibattito.
Presenta la serata Pierluigi Montalbano che introdurrà l'argomento con una relazione sul "Mondo Nuragico" e, dopo una breve prefazione di Marcello Onnis, sarànno proiettate e commentate le immagini sul maxi schermo dell'Associazione.
La serata è ospitata nei locali di "Sapori di Sardegna", in Viale Colombo 2.

giovedì 23 febbraio 2012

Atlantide in Spagna? Continuano le bufale...


Ricercatori scoprono i resti di Atlantide nel sud della Spagna
di Pietro Vernizzi


Prima di iniziare la lettura di questo articolo, prego tutti gli amici del quotidiano di riflettere attentamente sul fatto che ancora oggi, dopo 2500 anni, studiosi e ricercatori riescono a farsi finanziare progetti sconclusionati e, incredibilmente, forniscono prove "inconfutabili" sulle favole di Platone.

Un gruppo di ricercatori internazionali ha annunciato di avere scoperto il punto in cui sorgeva la leggendaria città di Atlantide, identificandolo nelle remote paludi della Spagna sud-occidentale.

SONDE SOTTERRANEE - Paul Bauman, geofisico canadese dell’Alberta, insieme a due colleghi di WorleyParsons Canada, una società con sede a Galgary, hanno realizzato ispezioni sotterranee con alcune sonde come parte di un’indagine guidata dagli Stati Uniti, il cui scopo era risolvere uno dei misteri archeologici più antichi al mondo. Come scrive Randy Boswell, dell’agenzia di stampa Postmedia News, dopo aver assistito in diretta al devastante impatto del colossale tsunami in Giappone, arriva la notizia dell’identificazione di Atlantide sulla terraferma del continente europeo.

DESCRIZIONE DI PLATONE - A diffonderla per primo è stato uno speciale della televisione del National Geographic, a 2.400 anni dalla descrizione del filosofo greco Platone, che ha tramandato la memoria della grande civiltà distrutta dalle inondazioni seguite a un poderoso terremoto sottomarino. Per secoli ci si è chiesto se Atlantide sia realmente esistita o se sia stata semplicemente un’invenzione di Platone, che ha parlato di un mitico regno «inghiottito dal mare». E in tempi moderni sono state avanzate numerose teorie sul luogo in cui doveva sorgere la città sommersa, sia da parte di ricercatori autorevoli che da un manipolo di pseudo esperti.

LE «COLONNE D’ERCOLE» - Il più recente tentativo di scoprire la città scomparsa è iniziato nel 2004, quando il fisico tedesco Rainer Kuhne ha individuato delle caratteristiche anomale nelle foto scattate dal satellite della piana acquitrinosa vicino alla foce del fiume spagnolo Guadalquivir, a nord-ovest dell’attuale città di Cadice. L’area si trova vicino allo stretto di Gibilterra, che gli studiosi hanno generalmente identificato come le «Colonne di Ercole», citate da Platone nella sua descrizione del punto in cui sorgeva Atlantide. Le prove sul terreno nella località spagnola, condotte dall’archeologo dell’University of Hartford, Richard Freund, si sono svolte negli ultimi anni e sono state filmate dalla troupe dei documentari del National Geographic.

CITTA’ INONDATA - L’area iberica è «il miglior candidato possibile mai scoperto con una quantità di prove così grande», ha dichiarato Freund al quotidiano americano Hartford Courant. L’archeologo ha anche indicato alcuni curiosi oggetti d’artigianato scoperti più lontano a nord nella Spagna, dove potrebbero essersi trasferiti i rifugiati da un insediamento costiero inondato. E alcuni manufatti dal valore «memoriale», forse per commemorare una città andata distrutta, sono stati dissotterrati. Bauman ha raccontato a Postmedia News di avere lavorato con Freund a circa 20 siti storici nel Medio Oriente e altrove, ma finora non aveva mai individuato nulla così «di alto profilo nell’assomigliare alla città scomparsa di Atlantide».

FORNO ANTICHISSIMO - Il lavoro del gruppo di Bauman è avvenuto con radar in grado di penetrare nel terreno, oltre che con magnetometri e scanner elettrici utilizzati per rintracciare le «firme» termiche o chimiche di oggetti costruiti dall’uomo e rimasti sepolti nei sedimenti. Gli antichi manufatti sono stati riportati alla luce nel delta del fiume infestato dalle zanzare, in condizioni estremamente calde e umide. I ricercatori canadesi inoltre, grazie a un sensore, hanno individuato un forno comunale ora sepolto nei sedimenti paludosi, lontano da ogni insediamento antico attualmente conosciuto.

ETA’ DEL BRONZO - C’erano inoltre delle strutture estensive che potevano rappresentare canali, ha osservato sempre Bauman. Per l’archeologo, «il momento più eccitante è stato quello in cui hanno scoperto una statuetta che era evidentemente molto diversa dagli altri manufatti dell’area, ma simile agli altri stili di intaglio e di arte rappresentativa dell’Età del Bronzo. E’ stata quindi trovata una seconda statuetta. Si possono avere tutte le prove indirette e le trace geofisiche, ma non c’è nulla come scoprire un manufatto che si può datare anche solo approssimativamente, e non ci sono dubbi sul fatto che la statuetta sia stata realizzata da mani umane».


fonte: http://www.ilsussidiario.net/News/Curiosit...pagna/1/158442/

Nell'immagine: un lacerto di intonaco di Avaris, capitale degli Hyksos, conservato al British Museum

mercoledì 22 febbraio 2012

Clan Nuragici: domani presentazione in anteprima.


Domani sera, a Monserrato, alle ore 19.00, nel corso della 4° lezione del corso gratuito di Storia e Archeologia della Sardegna, interverrà Marcello Onnis che presenterà, in anteprima, il suo studio sul sistema di identificazione dei clan nuragici.
Organizzazione: Associazione Giuseppe Verdi e Comune di Monserrato.
Teatro Verdi, Via Traiano 17a
Vista la carenza di parcheggi si consiglia di arrivare con qualche minuto di anticipo.
Colgo l'occasione per pubblicare due immagini del sito di Bonorva.

martedì 21 febbraio 2012

I processi evolutivi dei popoli sardi


I processi evolutivi dei popoli sardi
di Pierluigi Montalbano


Nel corso dei secoli la civiltà nuragica è cresciuta autonomamente come una solida pianta ben radicata, ma è stata anche il frutto di continui processi evolutivi che in parte sono derivati da elaborazioni interne, in parte sono il riflesso di acquisizioni scaturite dai rapporti con genti d'oltremare. Le fonti letterarie antiche suggeriscono varie aree come luoghi da cui sono partiti gli stimoli per l'origine e lo sviluppo della civiltà nuragica: la regione iberica, quella egea e, più tardi, quella cretese e quella micenea. A giudicare dai dati finora noti, l'architettura sarda dei primi nuraghi non trova riscontro nelle regioni tirreniche. Qui non si conoscono né residenze fortificate, né sepolcri megalitici che possano in qualche modo richiamare la realtà sarda. Tuttavia i contatti attraverso il ponte della Corsica non dovettero mancare nel Bronzo, come suggeriscono le relazioni nell'ambito della ceramica e della metallurgia. Ben diversa è la situazione dei rapporti con la Corsica e le Baleari, come si evince dalle testimonianze dell'architettura.
Agli albori della civiltà nuragica, Corsica meridionale e Minorca, appaiono legate alla Sardegna da un rapporto speciale e propongono identiche costruzioni megalitiche: nuraghi in Sardegna, torri in Corsica, talajots in Minorca. Più tardi, nel corso del XIII a.C., in Corsica abbiamo edifici con torri circolari a più piani, che mostrano una slanciata volta nella camera. L'aggetto e la tecnica costruttiva regolare dei filari, indicano che la volta della camera di queste costruzioni era di sezione ogivale. Gli strettissimi rapporti con Minorca sono confermati dalla diffusione delle navetas, grandi tombe absidate megalitiche d'uso collettivo, costruite a filari sopra il suolo, che richiamano le tombe di giganti nuragiche. Nel campo dell'architettura sepolcrale della Corsica va osservato che ad un momento coevo a quello in cui si sviluppò in Sardegna la facies di Sant'Iroxi, celebre per le spade triangolari in rame arsenicato, vanno riferite alcune allèes. Abbiamo un'usanza, già documentata in Gallura: inumare i defunti all'interno di piccoli anfratti di roccia granitica, appena adattati artificialmente. Queste grotticelle prendono il nome di tafoni. Questo costume, proprio di comunità pastorali corse, si diffuse in Corsica e in Gallura già nel Neolitico, ancora prima dell'introduzione delle grandi sepolture a circolo e dei sepolcri dolmenici.
Spostandoci nelle regioni del Mediterraneo orientale, finora non sono state osservate forti somiglianze fra le costruzioni fortificate nuragiche e quelle cretesi e micenee nel periodo compreso tra il XVI e il XIV a.C. Creta non conosce neppure vere e proprie mura di difesa degli abitati, benché il palazzo regio sia costruito in modo tale da controllare almeno gli accessi. Diversamente, a partire dalla fine del XIV a.C., alcuni particolari costruttivi micenei presuppongono esperienze architettoniche note ai maestri sardi: corridoi coperti costruiti su due piani nelle cortine del bastione trilobato di Santu Antine in Torralba, e i corridoi di taglio ogivale dell'Unterburg di Tirinto. Altre affinità stilistiche le abbiamo nel taglio ogivale delle porte delle fortezze micenee che propongono anche il disegno del trilite realizzato con due lastroni laterali sormontati da una architrave, esattamente come in diverse tombe di giganti. Nelle fortezze ittite dello stesso periodo i tagli ogivali fanno la loro comparsa anche nelle porte, non diversamente da Micene e da alcune città del Vicino Oriente. Dai confronti ora accennati emerge che i rapporti tra l'architettura nuragica, quella egea e quella ittita erano molto stretti nel XIII-XII a.C., benché nelle fortificazioni dell'est del Mediterraneo permanesse immutata la tradizione delle torri quadrangolari. Viene da domandarsi se nell'arte del costruire le cinte murarie i sardi subirono le più avanzate conoscenze degli architetti stranieri o viceversa. L'adozione della volta a tholos per la copertura delle camere e dei corridoi appare sempre più il prodotto di una trasformazione progressiva interna all’architettura palaziale protosarda, avvenuta nell'ambito di continui scambi di esperienze costruttive tra la Sardegna e il mondo Egeo. In queste relazioni la Sardegna, avendo la capacità di elaborare al suo interno, è capace a sua volta di offrire e trasferire altrove idee e uomini. La volta a ogiva, impiegata per verticalizzare le strutture qualche millennio prima dello stile gotico, è sistematicamente utilizzata negli edifici monumentali sardi, siano essi torri, corridoi di tombe e templi. È il risultato dell'adozione di soluzioni tecniche che comportavano il superamento di notevoli difficoltà di natura statica, come quella determinata dalla sovrapposizione di tre camere a cupola. Al pari dell'architettura, ma non con le stesse modalità, gli elementi della cultura materiale mobile evidenziano i commerci tra la Sardegna e le altre regioni mediterranee.
Nell'immagine: La maschera in oro di Agamennone.

lunedì 20 febbraio 2012

Risorse e attività nella Sardegna preistorica


Risorse e attività nella Sardegna preistorica
di Pierluigi Montalbano

L'abbondanza dei prodotti e la mitezza del clima accompagnavano la descrizione dell'antica Sardegna da parte degli scrittori classici. Le fonti letterarie sulla divinità protosarda Aristeo, raccontano che al tempo dei nuraghe la Sardegna era ricca di olio, latte e miele, ma anche di alberi da frutta delle campagne, del bosco e della macchia. Nel Campidano abbiamo attestazioni della vinificazione a partire dal I Ferro, ma brocchette per il vino circolavano già nel Bronzo Recente e forse già da allora fece la comparsa la bevanda inebriante. I Sardi potevano contare, inoltre, su un vasto patrimonio di animali di allevamento e su una ricca fauna venatoria.
Questa ricchezza di cibo permetteva grande disponibilità per l'immediato e riserve per i mesi invernali, con lo stoccaggio di carne trattata con sale, lardo e grasso. Dal mare, dagli stagni e dai fiumi arrivavano nelle case dei villaggi, attraverso gli scambi interni, i pesci e i molluschi, come emerge dai ritrovamenti e dalle prime analisi dei resti ittici. I pesi trapezoidali e le fuseruole, rinvenuti nei villaggi, documentano l'attività tessitoria praticata con grandi telai fin dal neolitico finale.
Dagli animali si ricavavano disponibilità di cibo, pelli, cuoio e di prodotti derivati come coperte, sandali, lacci, fruste e legacci. Il lino sardo era pregiato per candore e lucentezza. Il mantello di lana di pecora, la mastruca di tradizione padronale delle popolazioni dei Balari e degli Iolei delle zone interne, che valse ai Sardi il nome di Pellites, è indossato ancora oggi, privo di maniche, dai pastori.
Il capo d'abbigliamento era indossato anche dai capitribù nelle sculture in bronzo del I Ferro, non infilato, tenuto appoggiato sulla spalla come un grande mantello. Altri capi del vestiario sono distinguibili nella bronzistica figurata degli inizi del I Ferro che documenta molte varianti di copricapi d'uso comune e militare, di gonnellini e tuniche maschili e di vesti e gonne femminili. Non mancavano manufatti come contenitori per derrate della casa e cestini realizzati intrecciando elementi vegetali. Anche i rivestimenti murali delle stuoie erano ricavati da rami flessibili. I ritrovamenti di numerosi attrezzi in bronzo nei contesti nuragici, in particolare scalpelli di varie punte, diversi tipi di accette e il trapano ad archetto, assicuravano su un attivo artigianato del legno fin dal Bronzo Medio. Le grandi foreste e i boschi delle zone interne erano sufficienti per soddisfare il mercato interno, ma alcuni prodotti di alto pregio artistico sicuramente venivano importati.
Con l'incremento della popolazione, il compito della gestione del palazzo-nuraghe, forse sede del capo e di chi rivestiva il ruolo di celebrare le funzioni religiose e civili della comunità, fu probabilmente affidato ad un gruppo limitato di persone ma, in caso di conflitti, tutta la popolazione collaborava. Il ruolo dei guerrieri era determinante per la sopravvivenza delle comunità e i vari gruppi avevano certamente rapporti di parentela con diversi altri nell'ambito tribale, tuttavia ogni comunità godeva di una specifica autonomia che doveva essere gestita nei rapporti con le comunità vicine.
La scoperta dei primi metalli, rame e stagno, indusse l'uomo ad accantonare progressivamente l'uso delle pietre dure. Nel periodo di passaggio dal Neolitico al Bronzo, le armi e gli utensili di rame svolsero un ruolo subordinato in confronto a quelli in pietra, perciò quest'epoca è chiamata Età del Rame. Gli inizi della metallurgia in Sardegna risalgono al periodo della cultura di Ozieri, ma la tecnologia si sviluppò soprattutto nel periodo delle culture di Abealzu, Filigosa e Monte Claro, dove le tracce della lavorazione del rame diventano sempre più frequenti. Si producono anche pugnali che vengono colati in forme e induriti a colpi di martello. Fra i corredi tombali della cultura del vaso campaniforme troviamo oggetti realizzati in una lega di rame e arsenico che presentava un maggiore grado di durezza. Il passo successivo, quello cioè di aggiungere al rame alcune parti di stagno per ottenere un bronzo di durezza notevolmente maggiore, ci è noto in Sardegna solo al termine della cultura Bonnannaro, ossia intorno al XVII a.C. A questo periodo sono testimoniate una serie di spade triangolari in rame arsenicato, portate alla luce da Ugas in una tomba di Decimoputzu.
La prova più antica di una lavorazione locale di minerali di piombo ci è fornita da una ciotola in stile Monte Claro rinvenuta presso Iglesias, aggiustata con graffe di piombo proveniente dai giacimenti di galena situati nei dintorni di Iglesias. (Ugas 2006)
Funtana Raminosa, la più grande miniera di rame della Sardegna, si trova invece nella valle al confine fra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo. Sul vicino altopiano, a Laconi, si sono rinvenute le prime statue-menhir della Sardegna, sulle quali sono raffigurati pugnali di metallo. Al di sotto della linea della cintola, spicca un doppio pugnale a lame triangolari con impugnatura centrale. Il tridente rappresentato sul petto dei menhir simboleggia una figura umana capovolta: un morto. L'area di rinvenimento delle statue-menhir di Laconi dista meno di 8 km in linea d'aria dai giacimenti di calcopirite, galena e blenda di Funtana Raminosa, nei monti del Sarcidano, lungo il versante occidentale digradante del massiccio delle Barbagie di Belvì e Seulo.
Alla cultura di Ozieri appartengono anche un pugnale e alcune verghe di rame, portate alla luce in una capanna di Cuccuru Arrius di Cabras e un paio di anelli d'argento dalla tomba V della necropoli di Pranu Muttedu di Goni. (Atzeni 1981). L’inizio della metallurgia si verificò contemporaneamente in Sardegna, in Corsica e in Sicilia dove le prime scorie di rame, ancora aderenti alla parete di un crogiuolo, sono state raccolte nello strato della facies di Diana sull'Acropoli di Lipari. (Thiemme 1980).
E’ ragionevole ritenere che anche nelle isole si sia verificato un radicale cambiamento degli equilibri consolidati che segnò il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico. La diffusione del metallo fu la causa della diminuzione di interesse nei confronti dello sfruttamento e della circolazione dell’ossidiana.
Alla metà del III Millennio a.C. si arriva alla cultura di Monte Claro che si articola in facies locali: meridionale, oristanese, nuorese e settentrionale. Il patrimonio culturale è ricco ed elaborato, con numerosi insediamenti in grotta e all'aperto, deposizioni in tombe a fossa, a forno, a cista e megalitiche, sempre con rito inumatorio. Lo strumentario di selce e di ossidiana è scarso e l’eccezionale fioritura della facies di Monte Claro è forse spiegabile con un’economia agricola in ripresa, con un incremento delle attività pastorali e con l’avvio allo sfruttamento delle risorse minerarie dell'isola che inseriscono a pieno titolo la Sardegna nelle rotte di prospezione mediterranea, innescando un processo economico ed evolutivo di vasta portata.

domenica 19 febbraio 2012

Si è spento Giovanni Lilliu, il maestro dell'archeologia sarda.


Si è spento questa mattina all'età di 97 anni il professor Giovanni Lilliu, l'archeologo sardo di fama internazionale, ritenuto il massimo conoscitore della Civiltà nuragica.

Accademico dei Lincei dal 1990, il prof. Lilliu deve la sua fama alla scoperta della reggia nuragica di Su Nuraxi, a Barumini, suo paese natale, uno dei villaggi nuragici più importanti e famosi, dichiarato nel 2000 patrimonio dell'Umanità da parte dell'Unesco.

Nato a Barumini (Cagliari) il 13 marzo 1914, allievo di Rellini alla Scuola Archeologica di Roma, dal 1943 al 1955 Lilliu ha operato nella Soprintendenza alle Antichità della Sardegna come ispettore e poi direttore, iniziando a scavare nel 1939 in Sardegna e successivamente a Maiorca. Professore ordinario di antichità sarde dal 1955, è stato per 20 anni preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Cagliari, dove ha fondato e diretto la Scuola di Specializzazione di Studi Sardi. Dal 1955 ha diretto la rivista "Studi Sardi" e dal 1983 dirigeva il Nuovo Bollettino Archeologico Sardo.

Accanto all'attività scientifico-accademica, Lilliu ha svolto un'intensa militanza politica. E' stato consigliere regionale dal 1969 al 1974 e consigliere comunale di Cagliari dal 1975 al 1980. Ha svolto anche un'intensa attività pubblicistica su temi politici, sociali e culturali con numerose testate italiane e straniere ed è stato collaboratore de L'Unione Sarda dal 1947 e dal 1994 de La Nuova Sardegna.
Da sempre era impegnato nella difesa dei beni culturali e ambientali della Sardegna dalla speculazione e dal degrado. Era socio dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma, dell'Istituto di Studi Etruschi di Firenze, della Sociedad Arqueologica Lulliana di Palma di Maiorca.
Nel 2007 ha ricevuto dalla Regione Autonoma della Sardegna l'onorificenza "Sardus Pater" istituita proprio in quell'anno quale riconoscimento da assegnare a cittadini italiani e stranieri che si siano distinti per particolari meriti di valore culturale, sociale o morale e abbiano dato lustro alla Sardegna.
Il Professore fu un acceso sostenitore dei nuraghi fortezza e, fin dal 1966, affermò che la Sardegna nuragica era dotata di una marineria in grado di partecipare ai movimenti navali nel Mediterraneo.

Addio caro maestro.

sabato 18 febbraio 2012

"Sistema Onnis" per la determinazione dei clan nuragici. - Altre immagini

In riferimento all'articolo del 9 Febbraio 2012 , e dell'aggiornamento dell'11 Febbraio 2012 (nel quale Marcello Onnis arricchisce la descrizione con un commento a piè dell'articolo), relativi all'esposizione di un nuovo metodo per l'osservazione della disposizione dei nuraghi, ho pensato di aggiungere qualche immagine per stimolare la curiosità dei lettori.



Calasetta















Narcao


















Sant'Antioco Sud








...e due immagini intriganti della zona del Nuraghe Santu Antine...ma sarebbe meglio chiamare la zona CAGULES, perché è questo il fulcro del territorio. Il meraviglioso Santu Antine è certamente successivo di qualche secolo.


venerdì 17 febbraio 2012

Architettura contadina: Puglia e Sardegna sono sorelle?


Architettura contadina
di Rossella Barletta (rivisto e adattato da Pierluigi Montalbano)

Scrive Braudel:
È stato il mare a creare le terre e le pietre, e l'acqua di mare ha lasciato ovunque la traccia del suo lento lavoro: al Cairo i calcari sedimentari di grana fine bianco latte permetteranno al cesello dello scultore di dare la sensazione del volume giocando su incisioni profonde solo qualche millimetro; le grandi placche di calcare corallino dei templi megalitici di Malta; la pietra di Segovia che si bagna per lavorarla più facilmente; i calcari delle enormi cave di Siracusa; le pietre d’Istria portate a Venezia; e tante rocce della Grecia, della Sicilia, della Sardegna, sono tutte nate dal mare. Se l'attenzione si sposta sulle terre che circondano il mare, si arriva a parlare, come avviene oggi, di Lago Mediterraneo, e di puntare l'attenzione su quei territori di pietra che negli anni hanno dato riparo e ristoro a chi fuggiva dal mare per evitare tempeste, malattie e guerre.
Da uno sguardo allargato al paesaggio del Mediterraneo, restringiamo il nostro orizzonte e fermiamoci alle pietre della Sardegna, alle architetture del suo paesaggio rurale che caratterizza l’isola. Lasciamoci incantare da quella architettura rurale che non ha lasciato nomi di architetti da ricordare, ma che è un libro aperto in cui si legge la nostra storia. L'architettura rurale, infatti, è il frutto di una molteplicità di relazioni che hanno strutturato nel tempo un determinato luogo, frutto maturo e visibile di numerosi fattori culturali: la morfologia del posto, il clima, l'economia e la tecnologia.
Rossella Barletta, per descrivere l’architettura rurale salentina, utilizza un altro modo: muretti a secco, torri, tombe, pozzi, fanno parte di quella che viene indicata architettura vernacolare con cui si intendono le costruzioni realizzate in sede locale da popolazioni che lavorano senza servirsi di professionisti, ma facendo ricorso esclusivamente a quanto appreso per tradizione orale e tecnica che deriva dalla pratica. Le stesse parole possono descrivere la Sardegna: è un’architettura consolidata che non presenta segni rilevanti di sviluppo nel tempo, resa sicura dall'esperienza che ha contribuito a stratificare le conoscenze. Per questo, proprio perché è collegata all'ambiente, i materiali sono quelli del luogo, pietre su pietre, senza collanti. Muretti a secco, terrazzamenti, costruzioni a forma di capanna, tombe che assumono nomi diversi e costituiscono un mare di terre e pietre. Dovunque si vada in Sardegna come in Puglia, si vedono pietre che si aggregano, si cercano, si compongono, come se invece di essere pietre fossero calamite.
Questa realtà si adatta a molte terre del Mediterraneo. La casa a cono, riparo fisso o temporaneo, nata dall'ingegnosità strumentale dei contadini che utilizzavano le pietre strappate alla terra per costruirsi un riparo per se e per gli animali, si trova fin dall'antichità in tutti popoli del Mediterraneo. L'architettura di pietre a secco ha avuto certamente origini differenziate per quanto riguarda il tempo, e forse anche per gli usi. Non si esclude, infatti, che le costruzioni a tholos richiamano strutture funerarie presenti in Grecia e nell'isola di Pantelleria. L'architettura a secco della Sardegna precede certamente quella della Grecia e della Turchia, ma non quella dell'Egitto e delle lontane coste occidentali del nord Europa, ma il filo che lega le capanne che davano riparo ai contadini della Mesopotamia nel III millennio a.C. alle nostre torri nuragiche è sempre il medesimo, un filo di pietra.
Come per la Puglia, sono almeno due gli elementi che contraddistinguono il paesaggio sardo: uno è di origine vegetale e riguarda la vite e l'ulivo, così presente da infoltire autentiche foreste che si perdono a vista d'occhio; l'altro è di ordine morfologico e riguarda la roccia calcarea e basaltica che, in alcune aree, affiora a tal punto da non lasciare il minimo spazio al terreno coltivabile, conferendo all'ambiente un senso di diffusa aridità, e di pregnante ostilità, a qualsiasi forma di vita. Laddove la sedimentazione calcarea si presenta sotto forma di grigia pietraia, diventa il principale e naturale segno anagrafico, in grado di individuare non soltanto il luogo geografico ma anche di incidere sul carattere degli abitanti e sulle loro sorti economiche e sociali. Il predominio della roccia, generando un suolo povero di risorse, carente di idrografia superficiale, e un clima particolarmente caldo in estate, pur regalando squarci paesaggistici suggestivi, soprattutto in ambito costiero, è stato un ostacolo alle tradizionali forme di economia agricola.
Con queste condizioni sfavorevoli, è facile immaginare come la necessità di conquistare lo spazio agricolo per impiantare attività economiche produttive sia stato il pensiero fisso del contadino di queste terre. Egli ha dovuto innescare una lotta con l'ambiente fisico che, a sua volta, ha influenzato il tipo di popolamento (sparso o accentrato), le sue vicende storiche, nonché il rapporto di classe (causa di arretratezza socioeconomica), la dinamica demografica e, nel tempo, il declino della vita rurale e l'esodo migratorio dalla campagna improduttiva. Solo pensando al faticoso e caparbio lavoro manuale di ciascun contadino condotto in un contesto non generoso, si capisce la resistenza alle avversità di chi decide di bonificare un terreno sassoso, livellare depressioni, formare terrazzamenti coltivabili. Ci si può facilmente rendere conto del divario economico e culturale che separa l'azienda agricola moderna dalla famiglia contadina del passato, abituata ad autoprodurre e autoconsumare quel poco che un terreno, per sua natura aspro ed tenace, riusciva a dare.
La Barletta scrive che superata la sorpresa dinanzi a tanta presenza di pietra, l'occhio coglierà un altro significativo aspetto: in Sardegna come in Puglia l'uomo ha dato dignità storica ad un materiale apparentemente freddo e muto, su cui ha riportato graficamente le impressioni del clima culturale e politico vissuto, per trasmettere e prolungare nel tempo il ricordo delle varie fasi della sua presenza. Investite di questa singolare funzione, le pietre identificano le vicende delle genti che hanno abitato il territorio fin dalla preistoria. Attraverso i sassi è facile individuare e seguire un percorso archeologico, megalitico, medievale e moderno e sostare nelle principali aree da cui sono state dissepolte pietre dall’inestimabile valore documentario come i dolmen, i menhir e tutto il materiale litico crollato dalle alte torri nuragiche.
Si rimane rapiti al cospetto delle maestose mura, un tempo inespugnabili, innalzate dalle primordiali popolazioni; ripercorrere i sopravvissuti spezzoni di carrarecce; curiosare nei villaggi rupestri; scrutare le maestose cattedrali romaniche e le austere torri costiere corrose dalla salsedine; incantarsi di fronte alle maestose torri nuragiche; ammirare la pazienza degli artigiani che incastonarono con millimetrica precisione le pietre dei pozzi sacri. Mediante l'osservazione dei vari “segni” delle civiltà che si avvicendavano, si possono interpretare i modi di intendere e di rappresentare la fede, la difesa, il piacere del bello, il senso della funzionalità e della praticità, il rispetto sacrale che si è rivolto all’acqua, al fuoco, alle altre risorse della natura e alla fauna. Accanto ai monumenti, bisogna annoverare quelle tipiche espressioni della civiltà contadina costruite con pietre informi, non lavorate, come si trovano in natura, specchio in cui si riflette nello stile di vita della realtà socio-economica delle generazioni del passato nonché attestazione di geniale capacità e di talento del contadino nel riutilizzare qualcosa di apparentemente inutile e scomodo come le pietre di scarto. La studiosa pugliese racconta che cercare di pulire un campo sgombrandolo completamente dalle scaglie di pietra, sarebbe come pretendere di esaurire la sabbia lungo un lido del mare, ma i contadini riuscirono a sfruttarlo al meglio, talvolta guadagnando preziosi fazzoletti di terra da coltivare, altre volte ottenendo materia prima da utilizzare per varie funzioni. Per un innato senso del riuso, raccolsero le pietre divelte e le accumularono in un angolo per distribuirle ordinatamente e per comporre una geometria di muretti e terrazzamenti quale impedimento al terreno di franare. Altre volte decisero di costruire dimore rurali e, con impareggiabile tenacia, riuscirono a fare sgorgare l'acqua nascosta sui massi convogliandola sui campi e rinvigorendo i frutti del loro faticoso lavoro.
Fonte: Architettura contadina del Salento, Capone Editore
Nell'immagine: Monte Baranta - Olmedo

giovedì 16 febbraio 2012

Eventi


Nel ricordare a tutti gli amici del quotidiano che questa sera, a Monserrato in Via Traiano 17, alle ore 19.00 ci sarà la 3° lezione del corso gratuito di Storia e Archeologia della Sardegna (oggi dedicato ai sardi in oriente), segnalo due importanti appuntamenti con illustri studiosi:












Giovedì 23 Febbraio, a Cagliari, nell'ambito della rassegna "Aperitivi Culturali" alle ore 19.00 presso l'Associazione Itzokor, in Via Lamarmora 123, (Quartiere Castello), il professor Carlo Tronchetti presenterà l'argomento: La Sardegna nell'Età del Ferro.



Sabato 25 Febbraio, a Sant'Antioco, presso l'aula consiliare, nel Corso Vittorio Emanuele, Piero Bartoloni presenterà il suo ultimo libro: "Fenici al volo" - La Sardegna Fenicio-Punica - Editore Carlo Delfino.

mercoledì 15 febbraio 2012

Archeologia: riaffiora l'acropoli del regno dimenticato


Scavi italiani nella Cappadocia meridionale
Il rilievo del re di Tuwana a Ivriz (VIII a.C.)
di Rodolfo Calò

ISTANBUL. Sono in corso nuovissimi scavi archeologici in un mega sito dell'Anatolia destinati a far emergere dal buio della storia un antico regno ricco ma ''dimenticato'', quello di Tuwana, cui verra' anche dedicato un museo a cielo aperto.

La segnalazione è stata fatta da Lorenzo d'Alfonso, un archeologo italiano che guida la missione congiunta delle Universita' di Pavia e di New York e che ha fornito dettagli sugli scavi in una conferenza stampa in cui, questo mese, sono stati illustrati a Istanbul i risultati delle missioni archeologiche italiane in Turchia. Questa nuova scoperta dell'archeologia preclassica, da portare avanti nella Cappadocia meridionale, è stata fatta a Kinik Hoyuk, ha detto lo studioso riferendosi ad un sito relativo soprattutto all'inizio del primo millennio avanti Cristo. L'area fa parte pienamente, ha detto ancora d'Alfonso, del regno dimenticato di Tuwana, finora noto attraverso geroglifici e alcune fonti dell'impero assiro ma mai studiato archeologicamente: un sito assolutamente intatto, in cui nessuno ha messo mano cercando di collocarlo storicamente per capire a che civiltà appartenga e che ruolo abbia svolto in questa regione.

Quello di Kinik Hoyuk, ha sottolineato l'archeologo, per dimensioni è fra i siti di maggiori dell'Anatolia preclassica, se si esclude la capitale degli Ittiti: le stime più caute lo inquadrano su 24 ettari ma i topografi ci dicono che potrebbe essere di 81 ettari. A lavorarci è una missione totalmente nuova, avviata congiuntamente solo l'anno scorso dall'Universita' di Pavia e da quella di New York, aperta a collaborazioni con università turche quali Erzurum e Nigde. Il sito era stato lambito da ricognizioni di un paio di colleghi, ma la sua importanza è emersa dalla ricognizione che abbiamo fatto noi, ha detto d'Alfonso ricordando che la Cappadocia meridionale è importante perchè aveva il controllo sulle Porte cilicie, ossia sul passaggio fra Oriente e occidente, e fra l'Europa e l'Asia: insomma uno degli snodi più importanti del mondo in quel periodo e al cui centro si colloca Kinik Koyuk. Quello di Tuwana era un piccolo stato cuscinetto fra il regno di Frigia e l'impero assiro e proprio per questo particolarmente ricco: uno dei grandi temi del nostro studio è legato alla ricchezza culturale di questo regno, ha sottolineato l'archeologo riferendosi soprattutto allo sviluppo dell'alfabeto. In particolare, ha notato d'Alfonso, sono state rinvenute nelle vicinanze tre stele di età del ferro, non in ottimo stato di conservazione ma che dicono molto dell'importanza che doveva avere il sito.

La strategia di scavo, ha riferito ancora l'archeologo, è stata guidata da prospezioni geomagnetiche compiute nel 2010 che avevano evidenziato uno stato di conservazione particolarmente significativo della cinta muraria dell'acropoli e di edifici al centro dell'acropoli stessa: mura monumentali scavate per un alzato che per arriva a sei metri e in uno stato di conservazione ottimo (o almeno che non trova facili paragoni all'interno dei siti preclassici dell'Anatolia, in particolare di quella centrale). Delle mura è stato rinvenuto l'intonaco originale e si punta ad un consolidamento in vista di un restauro già a partire da quest'anno. Lo scavo infatti è stato pensato fin dall'inizio per una musealizzazione all'aperto: Kinik Hoyuk, ha sottolineato D'Alfonso, è facilmente accessibile. Il suo punto di forza è quello di essere a 45 minuti dai maggiori centri di attrazione turistica della Cappadocia (e a meno di 2 km da una delle maggiori arterie della regione, a 4 corsie).
Insomma è nel cuore di un circuito turistico fra i più importanti di tutta la Turchia e quindi, ha detto l'archeologo, il governo locale supporta pienamente la missione vedendo, in questa, una grande possibilita' di sviluppo.

Fonte: ANSAmed

martedì 14 febbraio 2012

Karkemish, dopo cento anni torna alla luce una delle più importanti città ittite



Karkemish, leggendaria città degli Ittiti, costruita su un importante guado dell’alto corso del fiume Eufrate, presso l’attuale confine tra Turchia e Siria, menzionata già nelle tavolette di Ebla del III millennio a.C. e citata persino nella Bibbia, distrutta dagli eserciti assiri di Sargon II nel 717 a.C. e da loro stessi riedificata.
Qui Nabuccodonosor fermò nel 605 a.C. la conquista egiziana, qui fu poi ricostruita dai Romani. Fu scavata per la prima volta dalla missione archeologica del British Museum tra 1911 e 1920 a cui partecipò nientemeno che da T.E. Lawrence (d’Arabia), lo scavo fu presto abbandonato e, in seguito all’indipendenza della Turchia, l’antica città fu dimenticata ed occupata da un sito di interesse militare turco, completamente off-limits per i civili, studiosi compresi.
Da qualche mese il sito è finalmente tornato, dopo quasi 100 anni, ad essere oggetto di studi di una campagna archeologica internazionale italo-turca che è finalizzata alla realizzazione in loco di un parco archeologico, per recuperare l’area alla ricerca e alla fruizione. Le università di Bologna, Istanbul e Gaziantep, infatti, stanno collaborando per tentare di riportare alla luce la plurimillenaria storia di questo sito. E le scoperte non si sono fatte attendere!

Quelle del sito di Karkemish sono infatti rovine imponenti: un’ampia area che copre circa novanta ettari, racchiusa da mura alte fino a venti metri, comprendenti un’acropoli fortificata, una città con palazzi e templi, strade celebrative, una folta e ricca necropoli che ha restituito materiali interessanti.
E’ stata individuata anche la fase archeologica relativa alla distruzione assira del 717 a.C. testimoniata da un metro di spessore di ceneri e resti combusti.
In superficie restano visibili i resti della città romana, ma oggi sappiamo che sotto di essi sono conservate le tracce di tutte le città che furono costruite in questo luogo strategico e meraviglioso.



Uno dei ritrovamenti più importati di questa prima campagna di scavi è un monolite di basalto alto 2 metri, completamente ricoperto di iscrizioni incise in geroglifico luvio, una scrittura ideografico-sillabica che cela una lingua di matrice indoeuropea, decifrata dal David Hawkins della British Academy.
La stele, con una dedica regale al dio Sole alato scolpito nella parte superiore del prospetto, è risalente al 980 a.C. ovvero ad un periodo del tutto sconosciuto della storia della città. Si attendono le pubblicazioni degli studi a riguardo.
Il panorama dall’acropoli è mozzafiato e persino la vegetazione locale ha qualcosa di speciale: i botanici hanno infatti individuato qui alcune piante rare, tra cui una specie di pioppo che si riteneva estinta.
Il fascino di oggi doveva essere ancora più intenso cento anni fa. Queste le parole di T. E. Lawrence quando, dovendo partire per la guerra, salutò così Karkemish: “E pensare che, se non fosse per questa follia (la guerra ndr), uno vivrebbe su quella collina sull’ansa dell’Eufrate […] mi domando se torneremo mai a fermarci in qualche luogo e a provare interesse per le cose, come si deve”

Fonte: www.archeonews.altervista.org

lunedì 13 febbraio 2012

L'Età del Rame in Sardegna


L'età del Rame in Sardegna
di Pierluigi Montalbano

Nel processo di sviluppo delle comunità protosarde, le miniere hanno indubbiamente esercitato un ruolo primario. Nel Sulcis sono presenti le strutture geologiche più antiche dell'area mediterranea. Fin dal Neolitico, le risorse minerarie della Sardegna erano ambite da popoli già socialmente ed economicamente evoluti che dal nord Africa, dalla penisola iberica, dall’Europa e dalle regioni orientali, avviavano grandi migrazioni e colonizzazioni nel bacino mediterraneo, raggiungendo le estreme regioni occidentali e transitando in Sardegna. La prima grande risorsa geomineraria a essere sfruttata in Sardegna fu l’ossidiana, un composto di lava vitrea di colore nero e notevole durezza, presente nei giacimenti del Monte Arci, nel territorio di Oristano. L'uomo del Neolitico utilizzava l'ossidiana per realizzare armi, utensili e oggetti d'uso comune, indispensabili per le esigenze della propria vita.
Nel Mediterraneo sono testimoniati appena cinque giacimenti rilevanti di questo prezioso materiale, tutti in isole: Melos (Egeo), Pantelleria, Lipari (Eolie), Palmarola (Ponziane) e Sardegna. Per millenni questa rara materia prima percorse le rotte del Mediterraneo, raggiungendo i mercati dell'Africa settentrionale, dei Balcani, della penisola Italica, dell'Iberia e della Provenza. Solo la successiva scoperta dei primi metalli, rame e stagno, indusse l'uomo ad accantonare progressivamente l'uso delle pietre dure.
Nel periodo di passaggio dal Neolitico al Bronzo, le armi e gli utensili di rame svolsero un ruolo subordinato in confronto a quelli in pietra, perciò quest'epoca è chiamata Età del Rame, (anche Eneolitico o calcolitico). Gli inizi della metallurgia in Sardegna risalgono al periodo della cultura di Ozieri, evolvendosi nel periodo delle culture di Abealzu, Filigosa e Monte Claro, dove le tracce della lavorazione del rame diventano sempre più frequenti.
Si producono anche pugnali che vengono colati in forme e induriti a colpi di martello. Fra i corredi tombali della cultura del vaso campaniforme troviamo oggetti realizzati in una lega di rame e arsenico che presentava un maggiore grado di durezza. Il passo successivo, quello cioè di aggiungere al rame alcune parti di stagno per ottenere un bronzo di durezza notevolmente maggiore, ci è noto in Sardegna solo al termine della cultura Bonnannaro, ossia intorno al XVII a.C. A questo periodo sono testimoniate una serie di spade triangolari in rame arsenicato, portate alla luce da Ugas in una tomba di Decimoputzu.
La prova più antica di una lavorazione locale di minerali di piombo ci è fornita da una ciotola in stile Monte Claro rinvenuta presso Iglesias, aggiustata con graffe di piombo proveniente dai giacimenti di galena situati nei dintorni di Iglesias. (Ugas 2006)
Funtana Raminosa, la più grande miniera di rame della Sardegna, si trova invece nella valle al confine fra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo. Sul vicino altopiano, a Laconi, si sono rinvenute le prime statue-menhir della Sardegna, sulle quali sono raffigurati pugnali di metallo. Al di sotto della linea della cintola, spicca un doppio pugnale a lame triangolari con impugnatura centrale. Il tridente rappresentato sul petto dei menhir simboleggia una figura umana capovolta: un morto. L'area di rinvenimento delle statue-menhir di Laconi dista meno di 8 km in linea d'aria dai giacimenti di calcopirite, galena e blenda di Funtana Raminosa, nei monti del Sarcidano, lungo il versante occidentale digradante del massiccio delle Barbagie di Belvì e Seulo.
Alla cultura di Ozieri appartengono anche un pugnale e alcune verghe di rame, portate alla luce in una capanna di Cuccuru Arrius di Cabras e un paio di anelli d'argento dalla tomba V della necropoli di Pranu Muttedu di Goni. (Atzeni 1981). La comparsa del metallo e l'inizio della metallurgia si verificò contemporaneamente in Sardegna, in Corsica e in Sicilia dove le prime scorie di rame, ancora aderenti alla parete di un crogiuolo, sono state raccolte nello strato della facies di Diana sull'Acropoli di Lipari. (Thiemme 1980).
È ragionevole ritenere che anche nelle isole si sia verificato un radicale cambiamento degli equilibri consolidati che segnò il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico. La diffusione del metallo fu la causa della diminuzione di interesse nei confronti dello sfruttamento e della circolazione.
Alla metà del II Millennio a.C. si arriva alla cultura di Monte Claro che si articola in facies locali: meridionale, oristanese, nuorese e settentrionale. Il patrimonio culturale è ricco ed elaborato, con numerosi insediamenti in grotta e all'aperto, deposizioni in tombe a fossa, a forno, a cista e megalitiche, sempre con rito inumatorio. Lo strumentario di selce e di ossidiana è scarso e l’eccezionale fioritura della facies di Monte Claro è forse spiegabile con un’economia agricola in ripresa, con un incremento delle attività pastorali e con l’avvio allo sfruttamento delle risorse minerarie dell'isola che inseriscono a pieno titolo la Sardegna nelle rotte di prospezione mediterranea, innescando un processo economico ed evolutivo di vasta portata.

Nell'immagine alcuni manufatti in rame della cultura di El Argar. La fonte è all'interno della foto.

sabato 11 febbraio 2012

Il sistema Onnis per la determinazione dei clan nuragici



In relazione all'articolo pubblicato il 9 Febbraio 2012 relativo all'equilibrio cosmico dei nuragici, allo scopo di fornire ai lettori qualche altro dato sul "Sistema Onnis" relativo all'ubicazione dei clan nuragici, abbiamo pensato di inserire una serie di immagini che mostrano la tipologia di ricerca sul campo operata dallo studioso. Le associazioni, i Comuni, le scuole e i circoli che volessero ospitare un convegno sul tema sono invitati a inviare una mail a pierlu.mont@libero.it


Cliccare sulle immagini per ingrandirle


Nelle immagini:
La piana di Macomer






Il Clan minerario di Rosas










Il territorio di Narcao









La zona di Sindia


Tutti i diritti sono riservati e le immagini sono coperte da copyright

Bronze Age - Video: Nuragic civilization

Video: A short movie about the Nuragic culture in Sardinia.
Form neolithic times to the onset of the Iron Age, megalthic stones have been in the focus of the early Sardinians. The Nuraghs represent the climax of all megalithic cultures in Europe. The events around the sea peoples and the Shardana are touched upon. This is in close relationship to other affairs in the mediterrean such as the stories of David, the Hebrew and the Philisteans, told by the Bible

by MetathronMovies

venerdì 10 febbraio 2012

Restituiti dagli USA straordinari reperti archeologici




Restituiti dagli Usa eccezionali reperti archeologici

Le indagini condotte dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno portato al rimpatrio di alcuni straordinari reperti archeologici appartenenti al patrimonio culturale italiano. Erano stati scavati illegalmente in comprensori italiani e il loro valore commerciale complessivo è stimato in circa 2 milioni di euro.



Tra le opere recuperate, vi sono due statue: una è del II sec. d.C. e raffigura la Dea Fortuna. Era stata rubata a Fiumicino nella palazzina ex Opera Nazionale Combattenti il 4 ottobre 1986. L’altra è una statua femminile panneggiata di divinità risalente al I sec. d.C. ed era stata scavata nel Lazio e poi esportata illecitamente all’estero, finendo oggetto di indagini nel contesto del procedimento penale a carico del noto trafficante internazionale Giacomo Medici.

Le due statue sono state restituite spontaneamente all’Italia, in quanto di provenienza illecita, sulla base delle prove fornite alla società statunitense Humana Inc., che le aveva acquistate in buona fede da una galleria di New York nel 1984 per esporle nella rotonda della sede centrale a Louisville, Kentucky.


Il Princeton University Art Museum ha invece restituito centosettanta tra reperti archeologici interi e frammentati, tra cui un askos a forma di astragalo, due statuette di donna, di cui una che suona un tamburello e l’altra la lira, un pithos a figure rosse e bianche, raffigurante animali, e 166 frammenti (quattro di un cratere a figure rosse, cinque di rilievi architettonici, un gruppo di 157 elementi architettonici con figure di tori).

Dal Metropolitan Museum di New York sono arrivati poi quaranta reperti archeologici frammentati riconducibili alla collezione privata di un cittadino americano, deceduto.



Vi sono infine:
Un bronzetto romano del I sec. d. C. conosciuto come la Venere di San Giovanni in Perareto. Rubato tra il 27 e il 28 agosto 1962 nel Museo Civico di Rimini, è stato individuato nei mesi scorsi, nella disponibilità di un gallerista newyorchese che l’ha restituita spontaneamente senza intraprendere un’azione rogatoriale. Tornerà in esposizione a Rimini.


Una pergamena antica, costituente un atto notarile del 1603, verosimilmente custodita nell’Archivio di Stato di Bari, di cui si erano perse le tracce sin dagli anni ’60. È stata rinvenuta, nel corso di altre indagini, da personale del Federal Bureau of Investigation (FBI) di Chigago.



Un corredo funerario in bronzo, costituito da 2 collane, 5 bracciali, 1 fibula e vari pendagli, tutti di epoca compresa tra l’VIII ed il VII secolo a. C., consegnati spontaneamente, con la collaborazione del Consolato Generale d’Italia in New York, da un apprezzato artista contemporaneo americano. I beni erano stati da questi ricevuti in eredità dal nonno italiano, originario di Offida (Ascoli Piceno) che li aveva trovati arando il suo campo ai piedi di una pianta di olivo, quindi esportati negli USA, già alla fine dell’ottocento, allorché era emigrato, prima ancora dell’entrata in vigore della legge di tutela del patrimonio culturale italiano. La notizia della restituzione, che rappresenta un genuino gesto di rispetto per il popolo italiano, è stata già riportata sulla stampa locale per l’ampia diffusione tra la comunità italo-americana, proprio al fine di invogliare altri discendenti di nostri connazionali, costretti a lasciare l’Italia tanti anni or sono, a riconsegnare gli eventuali oggetti archeologici che i loro antenati portarono con sé oltreoceano.

Ministero dei Beni Culturali
Fonte: www.ilfattostorico.com