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lunedì 12 dicembre 2011

Relitti e lingotti


Il lingotto di stagno di Porto Ferro (Sassari), notizia preliminare
di Mario Galasso

La Nuova Sardegna ha riportato il 23 giugno 2010 la notizia del ritrovamento di un lingotto di stagno di circa 10 kg, dal fondale di Porto Ferro (Nurra, NO. Sardegna), da parte di un gruppo di subacquei dell’ass. sportiva Corallo sub di Alghero. Il loro istruttore Alberto Sechi fortunatamente non ha confuso il lingotto con uno zinco di quelli che si usano contro le correnti galvaniche sotto le chiglie delle barche e dopo averlo fotografato sia in situ, sia durante il recupero che fuori dall’acqua lo ha consegnato ai CC di S. Maria La Palma, per il successivo inoltro alla Soprintendenza Archeologica di Sassari. In un primo momento il fortunato rinvenitore si è convinto di aver trovato un lingotto di epoca punica per la somiglianza della forma dello stesso con quello a tutti familiare del simbolo della dea punica Tanit. Lo scrivente, che ha avuto la possibilità di esaminare il reperto nel brevissimo tempo anteriore alla consegna alle autorità competenti ne ha desunto un’altra cronologia che qui di seguito si documenta.
Il lingotto
Lo stesso ha forma tronco piramidale con un anello di sospensione e due corte e tozze
appendici all’altezza del raccordo fra anello a sezione vagamente semicircolare e corpo tronco piramidale. La lunghezza massima è di circa 34 cm, lo spessore massimo del corpo di circa 8 cm, la larghezza massima di circa 18 cm alla base, il peso di kg.10,300. L’oggetto è stato ottenuto colando il metallo fuso in una forma presumibilmente preparata nel terreno utilizzando un modello a tronco di piramide per il corpo e le dita per la forma dell’anello. I due cornetti che escono sui due lati sono con certezza i raccordi di questa forma con altre similari e vicine approntate per produrne una serie. A raffreddamento avvenuto le due appendici sono state sezionate e distaccate dai due lingotti limitrofi che qui si ipotizzano
non essendone stati trovati altri nelle vicinanze.
Non sono state effettuate analisi del materiale non essendo possibile asportarne dal lingotto per non incorrere in sanzioni, ma è certo trattarsi di stagno, probabilmente con inclusione di vari elementi come impurità. La superficie del lingotto è tutta erosa e bucherellata da vacuoli a causa della lunga permanenza in ambiente marino e dell’azione del sale che aggredendo le superfici ne ha
determinato distacchi sotto forma di cloruri e clorati di stagno. Utilizzando una fonte di luce radente sul lato più largo è stato possibile rilevare i resti di un
cartiglio rettangolare nel quale si leggono a fatica le lettere L V A.
Considerazioni
Il lingotto è stato avvistato a circa 10 metri di profondità nella parte sud della baia di Porto Ferro, in una zona ricca di frammenti di terracotta assegnabili tout-court all’epoca romana. Dalle foto effettuate dai partecipanti all’immersione si evincono frammenti di anfore e di altro materiale inquadrabile nel I secolo d.C., ma dato che nulla è stato prelevato dal fondale questa datazione è da considerare per lo meno sub judicio in quanto chi scrive non ha potuto esaminare fisicamente i frammenti fotografati. Nella zona non sono stati avvistati altri lingotti di stagno ma sempre a parere dello scrivente è plausibile che un oggetto di tal genere
non sia solo ed adespota ma faccia parte di un insieme da trovare, vuoi che si tratti di un relitto vuoi che ci siano altri lingotti similari. Tuttavia il fondale nel punto di ritrovamento è coperto da rocce e sassi sparsi, con poche zone sabbiose. Il sig. Sechi riferisce della presenza di molte lastre di scisto, di varia pezzatura, una presenza tutta da indagare. Attualmente salvo possibili omissioni sono conosciuti lingotti di stagno provenienti dai seguenti siti:
Età romana
- Relitto di Capo Bellavista, est Sardegna, datato verso la metà del I secolo dopo Cristo per confronto col relitto seguente.
- Relitto di Port Vendres II, Francia, datato a subito dopo il 42-43 d.C.
- Ischia (zona di mare Carta romana, fra Castello e spiaggia), recuperi isolati, età
romana non meglio precisata.
- Relitto Lavezzi II (detto anche Sud-Lavezzi 2 o Lavezzi B o Gilot) datato fra il 40 e 70 d.C.
- Relitto di Cala Rossano (Ventotene), datato fra il 30 ed il 60 d.C. in base al materiale anforaceo e ceramico.
- Relitto di Cap de Mèdes (Porquerolles) datato dubitativamente al 1° secolo a.C.
- Relitti di Cabrera, Redona e Conellera (Baleari, Spagna) databili genericamente ad età romana.
- Ritrovamento di Lipari, notizia orale da P. Gianfrotta a F.P. Arata. Non supportata da studi e pubblicazioni a conoscenza dello scrivente.
- Ritrovamenti inglesi isolati databili fra primo impero e IV secolo.
Età “preromana”
- Relitto di Rochelongue, Cap d’Agde, Herault (Francia), datato fra fine VII-inizi VI
secolo a.C.
- Relitto di Sa Domu e s’Orku, Arbus, ovest Sardegna, età del ferro, lingotti di stagno da cassiterite sarda.
- Haifa, recuperi isolati di lingotti con iscrizioni ciprominoiche o anteriori nel porto di Haifa e da probabile relitto dell’età del bronzo (max. fine XVI secolo a.C.) presso Hofha Carmel (Haifa).
- Relitto di Uluburun (Turchia),
- Relitto di Capo Gelidonya, fine XIII-inizi XII secolo a.C., lingotti di stagno in barre
- Ritrovamenti svizzeri ottocenteschi.
Età romana, confronti
Dalla forma dell’oggetto salta subito all’occhio la sua somiglianza con i materiali restituiti dai due relitti di Capo Bellavista e di Port Vendres (Port Vendres II) nonché da i lingotti del Museo di Lacco ameno (Ischia).

La forma del corpo è molto simile, la presenza di un anello di sospensione e le appendici residue sono riscontrate anche in alcuni dei lingotti francesi e sardi.
Il relitto di Capo Bellavista (Arbatax, fraz. Tortolì, Nuoro) fu segnalato il 13-10-1954 dalla Capitaneria di Porto di Cagliari all’allora unica Soprintendenza; i pescatori nelle cui reti erano rimasti impigliati i resti del relitto recuperarono e consegnarono 32 lingotti di stagno per kg 119,1, oltre a ferro e rame e 110 chili di “agglomerati marini” (sic). Nel dicembre 1954 la polizia tributaria (Guardia di Finanza di ?) segnalò di aver sequestrato a clandestini 584 chili di rame e 208 chili di stagno. Probabilmente in origine vi erano varie tonnellate di metallo, la gran parte delle quali andò rifusa clandestinamente. Anche la Soprintendenza non
è esente da colpe: quando nel 1960 le fu inviato un carico di lingotti non ne fu fatto elenco dettagliato né fu inventariato quando fu preso in carico; in conclusione gran parte del materiale andò disperso “dopo” essere stato consegnato alla Soprintendenza ed oggi restano solo 6 lingotti di stagno per un totale di 28,3 chili. A detta della stessa Fulvia Lo Schiavo, che nel 1986 ne scrisse sul Bollettino d’arte del Ministero, questa è una storia fra le meno gloriose
della storia dell’archeologia subacquea italiana. Chi scrive questa triste storia di cattiva amministrazione del bene pubblico in appendice dà un po’ di datazioni e dati sui 6 lingotti residuali esposti nel Museo A. Sanna di Sassari, facendoli coevi a quelli di Port Vendres II per la loro forma e assegnando provenienza simile ai due carichi (genericamente Spagna).
Il relitto di Port Vendres (P.V. II) ebbe invece sorte migliore: fu studiato da Dali Colls, Claude Domergue , Fanette Laubenheimer e Bernard Liou che nel 1975 pubblicarono i risultati delle loro ricerche su Gallia, quindi uscì un numero monograficodi Archeonauta che ne inaugurava la serie (1/1977) e ancora su Archeologia Classica XXXI del 1979 che ne pubblicò una recensione approfondita stante l’importanza del rinvenimento. Gli autori furono in grado di ricostruire sia cronologia che provenienza e riuscirono a dare un nome al funzionario imperiale al quale si riferivano le sigle dei cartigli di 12 su 14 lingotti di stagno. Su questi lingotti comparivano le lettere L. VALE AUG L A.COM che stanno per Lucius Valerius Augustae Libertus a commentariis. Riprendendo da Archeonautica 1/1977 p. 11 e segg. si trattava di un funzionario imperiale, aggiunto di un procuratore provinciale, affrancato da Valeria Messalina, moglie dell’imperatore Claudio. A causa della nascita di Britannico, prima della quale Messalina non avrebbe potuto avere il titolo di Augusta, emerge il terminus a quo, e cioè 41/42 d.C.. In nota gli autori precisano che si potrebbe slittare all’indietro di un anno (cioè alla data del matrimonio di Claudio) se si ammettesse che L. Valerius fosse stato un Aug(usti) l(ibertus) al quale, affrancandolo, Claudio avrebbe conferito il nome della sua sposa. Ma questo non cambia di molto la cronologia. I lingotti quindi sono stati marcati dopo che L. Valerius, affrancato, è stato incaricato delle funzioni di controllo, e cioè dopo il 42 d.C. Si può quindi ipotizzare un periodo di attività di Valerius come funzionario imperiale che va da tale data al terzo quarto del I secolo d.C., più o meno. La cronologia viene migliorata dallo studio del materiale ritrovato nel relitto che risale tutt’al più un decennio dopo tale data, cioè verso il 52 d.C. come scritto nell’introduzione del testo in Archeonautica 1/1977. In seguito Dali Colls restringerà ulteriormente al 48 d.C. il termine ante quem per la datazione del relitto e quindi dei lingotti. Gli autori, esaminando il carico nel suo complesso, lo attribuirono ad un luogo unitario del sud della Spagna, probabilmente l’Estremadura, vicina alla Betica ed alla stessa economicamente legata. Si spinsero ad ipotizzare che L. Valerius avrebbe potuto essere l’acommentarius del procuratore della provincia di Lusitania e residente nella sua capitale Emerita (Merida), che sarebbe stata il centro di controllo amministrativo della produzione dello stagno, (estratto e preparato in lingotti non in città ma nella regione circostante). Per via terrestre sarebbe stato trasportato da Albuquerque a Merida e da qui dopo la marcaturaal Guadalquivir per l’imbarco verso la destinazione finale. Per quanto riguarda i ritrovamenti di Ischia il discorso si fa più complicato. Dal web si ha la seguente notizia sul luogo di provenienza del materiale custodito nella sala 51 del Museo Archeologico di Pithecusae, Lacco Ameno:
Nel 1971, nello specchio d'acqua tra il Castello d'Ischia e la spiaggia di Cartaromana (plage romana), vennero alla luce dal fondo del mare materiali
archeologici riferentisi ad un villaggio di età romana. Si tratta di un centro industriale attivissimo con fabbriche di terrecotte e di fonderie di piombo, argento, stagno e rame, intestate a GN. Atellio e al figlio Miserino, come si legge su di un lingotto di piombo di Kg. 46. Dall'industria di questa variegata produzione
di metalli (Aenum=Aena) dovette originarsi il toponimo Aenaria che si estese a tutta l'isola: infatti, esso appare già nell'82 a.C. in sostituzione dell'antico toponimo greco Pithekoussai. Tra i materiali di piombo spiccano le frecce che gli arcieri romani usavano nelle guerre. Il villaggio "Aenaria" scomparve bruscamente nel fondo marino, per un assestamento tettonico che staccò l'isolotto Castello dall'isola maggiore, verso la fine del I se. a.C. e da questa catastrofe morfologica dell'isola prese origine un terzo toponimo distinto in "Insula Major" e "Insula Minor" detta"Castrum Gironis"… …lingotti in piombo e stagno della fonderia sommersa di Carta Romana (Ischia), dove si lavorava il piombo importato dalle miniere spagnole di Cartagena grazie alle capacità imprenditoriali degli Atellii, una gens campana nota da bolli presenti su lingotti databili tra la fine della Repubblica e la prima metà del I secolo a.C.
Dal sito istituzionale del Museo http://www.pithecusae.it/sala8a.htm invece si legge:
Nella vetrina 51 sono esposti i materiali archeologici recuperati con uno scavo subacqueo effettuato agli inizi degli anni '70 nella zona nord-orientale dell'isola, sui fondali antistanti gli scogli di S. Anna, che si trovano tra la spiaggia di Cartaromana e l'isolotto del Castello di Ischia. Qui si sono scoperti i resti di una fonderia di piombo e stagno, oggi sommersa ad una profondità tra i 5 ed i 7 metri sotto il livello del mare. Tra gli scarsi resti di strutture murarie in opera
reticolata, si sono rinvenuti blocchi di galena - il minerale dal quale si ricava il piombo, forse importato dalla Sardegna - scorie residuate dalla fusione, ghiande missili ed altri manufatti in piombo tra i quali un buon numero di lingotti del peso di oltre trenta chili ciascuno, e di stagno, tutti con i loro marchi di fabbrica impressi. La ceramica recuperata con lo scavo è per lo più grezza. I frammenti più antichi sono quelli di ceramica a vernice nera del III - II sec. a.C., mentre quelli più recenti sono di ceramica aretina. Sono esposti, insieme con un lingotto in piombo col bollo CN. ATELLI. C N. F. MISERINI (inv. 227925), alcuni lingotti in zinco, di forma trapezoidale (inv. 227926 e 227927), un frammento di galena (inv. 227928) e ghiande missili e grappe, sempre in piombo. Tra il materiale ceramico si segnalano un'anfora frammentaria, riferibile alla forma Dressel 1 (inv. 227945), ed un piccolo alabastron a vernice nera (inv. 227942). Non si posseggono i dati fisici dei 4 lingotti di stagno qui sopra riportati, che possono essere accostati al lingotto di Porto Ferro anche se le dimensioni e la forma divergono in parte. Infatti il loro peso è inferiore a 5 kg, mediamente più della metà del nostro in esame, ma la forma a tronco di piramide quadra con anello di sospensione è identica, mentre è presente in due lingotti una sola appendice di collegamento a fronte delle due dell’esemplare di Porto Ferro. Sulla faccia piana dei lingotti ischitani nei cartigli presenti si leggono le lettere ACA e sotto le stesse HLVIO, che in ipotesi riportano secondo chi li ha studiati ad una provenienza dalla Spagna meridionale come per quelli di Port-Vendres IIe di Capo Bellavista (Galizia o Lusitania). Ma non a Lucius Valerius a quanto pare. I lingotti ischitani sono stati datati sulla base della loro somiglianza con quelli di Port Vendres a circa la metà del I secolo d.C. Manca quindi una datazione assoluta per l’assenza di materiale sicuramente accompagnante. Tuttavia per la forma standardizzata si propende per l’accoglimento di questa datazione. Tutti i materiali di stagno qui sopra ricordati hanno forma e spesso dimensioni simili o più piccole di quelle del lingotto di Porto Ferro e pertanto si propende per una analoga origine e datazione con forchetta cronologica abbastanza coerente.
Il primo a parlare di metalli per il relitto di Lavezzi B (o Gilot) fu W. Bebko nel 1971 mentre Tchernia nel 1969 ne aveva dato solo informazioni relative ad anfore e ceramica. Bebko nel suo lavoro a p.30, Planche XXIV n.157 pubblicò il disegno di un Poids ou sonde (?) en plomb che nulla aveva a che fare con quelli conosciuti in letteratura mentre era identico nella forma ai lingotti di stagno troncoconici con anello di sospensione. L’altezza stimata dalla scala allegata è sui 25 cm, lo spessore fra 2,5 e 3 cm. Di questa anomalia fece riferimento A.J. Parker che a pag.240 della sua pubblicazione del 1992 (vedi bibliografia) scrisse testualmente:
An object illustrated by Bebko resembles the tin ingots from Port-Vendres B, though it is said to be of lead; it, too, may be a tin ingot (Beagrie 1985). Parker dà riferimenti per questa notizia in Bebko 1971: 2, 4-5 & 29-34. Il relitto fu studiato a fondo negli anni seguenti (vedi bibliografia) e venne datato fra il 40 ed il
70 d.C. a causa delle anfore Dressel 7-11, Camulodunum 186a con qualche Dressel 9, in
sintonia con lo stagno dei siti sopraindicati di epoca romana. Anche la sagoma del peso o sonda in piombo è simile a quella dei lingotti qui sopracitati.
Il relitto di Cala Rossano a Ventotene, scavato nel 1990, ha restituito 15 lingotti di stagno di provenienza spagnola, associati ad anfore prevalentemente del tipo Dressel 8 e Dressel 9 che hanno restituito 24 tituli picti dei mercatores. I lingotti sono di tipo diverso da quelli descritti qui sopra: quattordici si presentano in una forma definita da Arata “a pan di zucchero”, troncoconica, con una sorta di presa semilunata derivata dalla fusione. Il loro peso medio è di
kg 6,570 (poco più di 20 libbre romane di gr. 327,45), per 25 cm di lunghezza, 15 cm di larghezza, 9 cm di altezza. Presente un bollo (IVN) impresso tre volte sulla base piatta di uno di questi lingotti. Uno solo è conformato a pane rettangolare rigonfio nella parte superiore, per kg 8,840 di peso (circa 27 libbre romane), lungo cm 31, largo cm 13 e alto cm 7,5, Il relitto è stato studiato da Francesco Paolo Arata, che attribuisce ad una origine spagnola questi manufatti, anzi la identifica con quella dello stagno del relitto di Port-Vendres II. Il materiale è nel Museo dell’isola di Ventotene. Arata colloca il relitto “con buona sicurezza al secondo trentennio del I sec. d.C.” I lingotti di stagno sono di tipologia differente da quella finora descritta, anche se forse coeva, e di stesso areale di origine secondo quanto scritto da Arata.
Il relitto di Cap de Mèdes (Porquerolles, Francia) scoperto nel 1964 ha restituito due pani di stagno allungati e ne è stata data notizia nel 1969 da Tchernia (vedi bibliografia) in questi termini:
Il relitto è stato datato dubitativamente al 1° secolo a.C. per la presenza forse sporadica di un frammento di Dressel 1. Il giacimento è infatti un blocco omogeneo di concrezioni ferrose lungo circa 18,20 metri e largo 6, a 29 metri di profondità. La cronologia dovrebbe essere riveduta con uno scavo se è rimasto ancora qualcosa del relitto. La tipologia e la cronologia dunque sono differenti dai primi confronti esaminati come dal lingotto di Porto Ferro.
I lingotti “provenienti dall’isola di Redona” (Baleari)” sono mal citati da Colls, Domergue et alii in Gallia 33, nota 75, p. 83 e segg. (si cita Redona come luogo), nonché da Arata in Un relitto da Cala Rossano (Ventotene) ecc, p.147 (ne cita uno solo a Redona, mentre i sicuramente noti sono 2 ad Alcudia). In effetti la loro fonte è Mascarò Pasarius che a p. 84 del suo articolo (vedi bibliografia) parla di 3 ritrovamenti distinti nel mare che circonda gli isolotti di Conillera, Redona e Cabrera, nelle Baleari (Spagna) negli anni precedenti il 1961, data della sua relazione.
-ad est dell’isola Conillera, a 20 metri di profondità furono recuperati “pani” di stagno assieme a lingotti di piombo ed anfore di vari tipi non precisati. Non precisato il numero dei “pani”. Tutto fu trafugato. Sembra di capire che i cd. pani fossero di forma differente da quella del lingotto di Porto Ferro.
-a N.E. dell’isola Redona, a -33 m furono recuperati “pani” di stagno a forma di mezza arancia ed uno di 60 kg di peso, oltre a anfore e lingotti piani di bronzo (?). Tutto fu trafugato. In ogni caso forma e peso differiscono da quelli del lingotto di Porto Ferro. -Nella baia di Alcudia all’altezza del Can Picafort (Cabrera) furono recuperati 2 lingotti di stagno con tracce di argento in lega, di forma trapezoidale in pianta e a sezione trapezia in sezione. Nell’estremità più stretta è presente un foro per il trasporto. Peso 10,5 e 11,5 kg., Lunghezza 28 e 35 cm, larghezza massima 20 e 13 cm, minima 12 e 10 cm, spessore 7 cm, diametro dei fori 5 cm. Vedi foto più avanti, nella cui didascalia si legge parece habia un
cargamento bastante importante. Quindi non lingotti isolati ma provenienti da un relitto. La forma di questi lingotti si avvicina molto a quella del nostro, differendone per la semplificazione dell’anello di sospensione sostituito da un foro passante. Per azzardare una datazione occorre attendere qualche altro ritrovamento simile, anche se questi lingotti sono già diversi dai pani oblunghi non forati del I secolo a.C. Il lingotto proveniente da Lipari è citato da Arata in Archeologia subacquea, p.147 e nota 79 come inedito e come notizia fornita ad Arata da Piero A. Gianfrotta. Non se ne ha altra notizia e quindi non può essere preso ancora in considerazione. Da citare inoltre i vecchi ritrovamenti di lingotti provenienti “sans aucun doute des mines de Cornouaille” come dicono gli autori Colls, Domergue et alii in Gallia 33, 1975, p.83 e segg.: -un lingotto di 79 chili dragato nel porto di Falmouth (Regno Unito), anepigrafe, a forma d’astragalo che è la forma (secondo Diodoro,V, 22) con la quale i Britanni commercializzano il loro stagno.
-un lingotto da Newquay (Cornovaglia) a forma di Pinna nobilis, lungo 52,5 cm, largo max 20 cm, peso 17,5 kg, con marchi: testa con elmo che ricorda imperatori romani del IV secolo e DD NN (Dominorum nostrorum).
-due lingotti (1,250 e 3,100 kg) trovati nel Tamigi con un krismon costantiniano ed un marchio a nome Syagrius.
I ritrovamenti inglesi non mostrano alcuna somiglianza col lingotto di Porto Ferro né con gli altri ritrovati nel Mediterraneo. Anche se a questo punto si potrebbe fermare la ricerca di confronti, è tuttavia utile ad escludendum, un rapido excursus sui ritrovamenti più antichi.
Età “preromana”, confronti
Il relitto di Rochelongue ad Agde (Francia), scoperto negli anni sessanta dello scorso secolo non ha lasciato traccia dello scafo ma il solo carico: lingotti di rame, piombo, un ingente quantità di bronzo lavorato (asce, bracciali, fibule) e 32 fogli di stagno, di cui il più pesante è di 46 kg ed un lingotto discoide piano convesso di 14 cm di diametro. Con tutta probabilità si trattava di un carico di metalli semilavorati o di scarto da avviare forse verso l’Etruria e le officine specializzate locali. E’ stato datato fra fine VII-inizi VI secolo a.C. ed è finora l’unico relitto di tale epoca e carico ad essere stato trovato.
Non ci sono parametri di forma e peso confrontabili col nostro lingotto.
Il fantomatico (finora) relitto di Domu e s’Orku a sud di Arbus sulla costa occidentale sarda non ha ancora restituito nulla dell’imbarcazione ma solo alcuni materiali in parte esposti nel museo di Sardara ed in parte trasportati fuori Sardegna per le analisi (non sappiamo se rientrati).

Alfonso Stiglitz commenta a tale proposito su
(http://www.gentedisardegna.it/topic.asp?TOPIC_ID=2629&whichpage=16) :
Sul relitto di Arbus purtroppo non sappiamo ancora niente, salvo che per il carico. Sarebbe interessante operare degli scavi subacquei e verificare, una volta per tutte, se si tratta di un effettivo relitto. Il materiale invece è stato studiato ed è molto interessante, intanto perché ci porta a datare il contesto all’età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.), ad attribuirlo ad ambito nuragico e a fare alcune osservazioni, in particolare sui lingotti di stagno che trasportava. Sono stati analizzati
e danno una compatibilità con i giacimenti stanniferi dell’aree tra Gonnosfanadiga e Villacidro;
il dato non è però condiviso da Valera, che è uno dei nostri maggiori studiosi di
archeometallurgia. Non si è in grado di dare dimensioni e forma dello stagno di questo giacimento in questo lavoro. Tuttavia essendo il materiale attribuito all’età del ferro si suppone che i lingotti siano di tipologia differente da quelli di età romana, come negli altri esempi qui sotto.
I ritrovamenti di stagno presenti nel Museo di Haifa
Come già scritto si tratta di recuperi isolati di 2 lingotti (1976) con iscrizioni già definite da De Palma ciprominoiche ed ora decifrate come geroglifi indu da S. Kalyanaraman (2008) presso il porto di Dor a sud di Haifa4 e nel 1970 di vari lingotti da un relitto dell’età del bronzo (finora datati a fine XVI secolo a.C.) presso Hof ha Carmel (Haifa) con marchi Harappa e Indu.
Kinglsdey e Ravey nel 1990 scrivono che le forme dei materiali metallici ritrovati (piombo, rame e stagno) sono totalmente differenti dalle forme romane (Amongst a relatively extensive collection of lead, copper and tin ingots gathered from various points along the Israeli coast, the Roman forms so clearly defined archaeologically in the western Mediterranean is almost entirely absent, p. 119). In effetti (vedi foto in basso) sono differenti dagli esemplari di epoca romana e dal nostro sotto esame. In ogni caso la ricerca su questi materiali è sempre in itinere. Non ci sono parametri di forma e peso confrontabili col nostro lingotto.
Il relitto di Uluburun (costa sud dellaTurchia), scoperto nel 1982, è datato al XIV secolo a.C. e forse il suo ultimo viaggio è collocabile fra il 1316 ed il 1305 a.C., nella tarda età del Bronzo; fra le molte merci recuperate ha restituito 40 lingotti di stagno contenenti pochissimo piombo, oltre ad a lot of tin cups e molto stagno pulverulento, assai difficile da recuperare, residuo di preesistenti lingotti o altro materiale dello stesso metallo. La provenienza dello stagno è ancora oggetto di discussione: Spagna (Tarshish) o Afganistan.

Il relitto turco di Capo Gelidonya, studiato da Peter Trockmorton e George Bass, ha restituito materiale straordinario datato per due vasi in stile Miceneo III B al tardo XIII al primo XII secolo a.C. La nave era fenicia o cananea. Oltre a 40 lingotti d’oro da 20 kg l’uno, 30 di bronzo a forma di disco e 20 in barre, l’imbarcazione trasportava anche stagno: 19 lingotti in barre oltre a tre masse informi relative forse a lingotti corrosi. Quindi di tipologia differente da quello recuperato a Porto Ferro.
Dal website del Darthmout College
http://projectsx.dartmouth.edu/classics/history/bronze_age/lessons/les/22.html#6 del 18-3-2000 si legge che
Under the copper ingots in Areas G and P were found three piles of powdery, white tin oxide, seemingly all that remained of the tin which the ship was also carrying as part of its cargo. The source of tin for the Bronze Age cultures of the Aegean is a very hotly disputed question. Although the ultimate source of the Gelidonya tin is unknown, specialists are quite sure that it did not come from Cyprus. The tin from this wreck is significant in a larger sense as the earliest known, purely industrial tin after that recently found in much greater quantities and in the form of oxhide ingots of metallic tin at the Ulu Burun wreck, which dates some 100-150 years earlier.
Non ci sono parametri di forma e peso confrontabili col nostro lingotto.
Inoltre altri vecchi ritrovamenti per l’età del Bronzo e del Ferro:
Ritrovamenti ottocenteschi in siti lacustri della Svizzera: piccole barre a sezione triangolare e lingotto discoide (1800 gr.) munito di anello di bronzo; da Genève Eaux-Vives un lingotto di forma ovale (asse maggiore 7 cm).
Un lingotto lenticolare dalla grotta Roc de Buffens (Caune-Minervois, Aude, Francia).
Per la relativa bibliografia vedere Colls, Domergue et alii in Gallia 33, 1975, p. 83 e segg.
Conclusioni

I lingotti “preromani” sopracitati non sono confrontabili con quello di Porto Ferro, essendone molto diversi. La forma e la stazza del nostro lingotto trova invece confronto in modo stringente con Port Vendres II, ma anche con Capo Bellavista, mentre per Ischia il peso dei lingotti è notevolmente inferiore, restando simile la forma; per il relitto di Cala Rossano (Ventotene) si può dire che la forchetta cronologia è leggermente più bassa per l’età post quem, mentre per la forma ci sono sostanziali differenze. I 2 lingotti da Cabrera hanno molta somiglianza ma
l’anello di sospensione è sotituito da un foro passante, mentre il peso è similare.
La definitiva conferma ci viene dal cartiglio che a malapena e parzialmente si legge nelle lettere VA precedute da una L poco facilmente leggibile, quanto basta però a supporre si tratti di una parte del cartiglio di L. Valerio di cui sopra.
A questo punto si può ipotizzare che anche per lo stagno di epoca romana vi sia stata una rotta “sarda” verso Ostia come per altri materiali che viaggiavano in lungo e largo dai confini dell’impero verso Ostia o ne partivano verso le provincie. Abbiamo quindi di stessa probabile provenienza 2 relitti e questo lingotto, stesso plausibile controllore (L. Valerius) per Port-Vendres II e Porto Ferro, mentre per C. Bellavista non abbiamo dati sufficienti ed affidabili dalla letteratura. Le onerariae che partivano dalla zona del Guadalquivir risalivano la Spagna e poi, verso la zona dell’attuale confine con la Francia, facevano rotta ad est per il
Fretum gallicum col vento di maestrale al gran lasco.
Ovviamente queste sono solo note preliminari, la ricerca dovrà essere approfondita, sperando in ulteriori ritrovamenti nella zona di mare da cui il lingotto è stato prelevato. Da questa breve nota si evince però la necessità di procedere ad una catalogazione per la compilazione di un database contenente tutti i lingotti di stagno conosciuti, onde tentare di approntare una tavola tipologica e cronologica delle varie forme e tipologie utilizzate nel tempo. Già con queste sole notizie si intravede l’evoluzione cronologica e le differenze geografiche, pur con grandi vuoti relativi ad esempio al periodo fra fine dell’età del ferro e primo secolo d.C. con l’eccezione del relitto di Rochelongue, un unicum fra fine VIII e inizi VII secolo a.C.

8 commenti:

  1. Caro Pier Luigi
    rispetto al mio commento che hai citato, risalente al 2007, oggi sappiamo di più sul giacimento di Arbus, che finalmente è stato edito: L. Tocco, Il giacimento subacqueo del Rio Dom'e S'Orcu. Contributo allo studio della navigazione nuragica, in Naves plenis velis euntes (a cura di Attilio Mastino, Pier Giorgio Spanu, Raimondo Zucca, Roma, Carocci, 2009, pp. 121-135.
    Purtroppo permane il dubbio sulla natura del giacimento: relitto o no?
    Alfonso Stiglitz

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  2. Vedo solo adesso che viene riportato uno stralcio del mio lavoro pubblicato in anteprima su Archaeogate http://www.archaeogate.org/subacquea/article/1254/1/il-lingotto-di-stagno-di-porto-ferro-sassari-notizia-pr.html
    Sono d'accordo con Alfonso Stiglitz sui dubbi circa il presunto relitto di Sa domu e s'Orku (Arbus). Riporto quanto a suo tempo scrissi su questo ritrovamento:
    Sul relitto di Arbus purtroppo non sappiamo ancora niente, salvo che per il carico. Sarebbe interessante operare degli scavi subacquei e verificare, una volta per tutte, se si tratta di un effettivo relitto. Il materiale invece è stato studiato ed è molto interessante, intanto perché ci porta a datare il contesto all'età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.), ad attribuirlo ad ambito nuragico e a fare alcune osservazioni, in particolare sui lingotti di stagno che trasportava. Sono stati analizzati e danno una compatibilità con i giacimenti stanniferi dell'area tra Gonnosfanadiga e Villacidro; il dato non è però condiviso da Valera, che è uno dei nostri maggiori studiosi di archeometallurgia.
    Tuttavia alla luce di tutto quanto finora emerso c'è (in accordo con la Tocco) la ragionevole convinzione che si tratti di un insieme di materiali perso in mare forse durante operazioni di carico o scarico da parte di una imbarcazione fra il IX e l'VIII secolo a.C.. Circa la provenienza geografica e culturale della nave, tutti in coro finora hanno presunto che, basandosi sui materiali sardi ritrovati ed adespoti, si tratti di una nave nuragica (quindi sarda), il che non è molto scientifico in verità. A parte l'ipotesi del piccolo cabotaggio costiero, potrebbe anche trattarsi di una nave proveniente da altri paesi che stava caricando del materiale per l'esportazione (in caso lo stagno fosse sardo) o il contrario in caso di stagno di provenienza esterna come sostenuto da Valera. Alla luce delle recentissime notizie dagli scavi di S. Imbenia (Alghero) che coprono ampiamente i secoli dal IX all'VIII e che indicano l'insediamento come centro importante di scambi transmarini non si dovrebbe scartare anche questa ipotesi di lavoro.
    Chi scrive non è riuscito finora a trovare né numero né foto dei lingotti né dell'unica panella di stagno (a forma di calotta) sottoposta ad analisi e citata da Luciana Tocco.[0] Nel suo recente lavoro in ogni caso sono riportate tutte le notizie certe riferibili alla provenienza del metallo dalla Sardegna.
    Perciò non si è in grado di dare dimensioni e forme certa dello stagno di questo giacimento in questo lavoro [3]. Tuttavia essendo il materiale attribuito all'età del ferro si suppone ad escludendum che i lingotti "a panella" siano di tipologia differente da quelli di età romana, come negli altri esempi qui sotto..

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  3. Aggiungo in altro commento le due note al testo precedente.
    Nota 0: E' facile non sapere dove trovare quello che talvolta neanche sappiamo che esista. La stessa L. Tocco a p. 131 del suo lavoro riporta il ritrovamento a Punta Nuraghe (Golfo di Cugnana a nord di Olbia) di "un'ancora in granito locale di forma trapezoidale a foro unico con nove scanalature orizzontali che trova confronti con un esemplare da Ugarit datato alla fine del II millennio". Questa "ancora" presentata trionfalmente nella bella mostra "I Fenici in Sardegna" e nel relativo catalogo altro non è che una pietra da trebbiatura sarda (pedra e s'arzola) del XX secolo in giacitura secondaria, ampiamente studiata da vari etnografi che ne hanno anche creato una classe tipologica con 4 varianti. Vedasi fra l'altro P. Scheuermayer, Il lavoro dei contadini, Milano 1983 p.130; M. Galasso, Ancore di pietra fra archeologia ed etnografia, in Archeologia Postmedievale, 4, 2000, pp.265-282; M. Galasso, Strane pietre forate, in L'archeologo subacqueo, 6,2, a. 2000, p.8; Gianfranco Purpura, Osservazioni sulla pesca del corallo rosso nell'antichità, in Archaeologia Maritima Mediterranea, 2, a.2005, pp.93-106, p.100, nota 12 e fig.8; e via di seguito. Non è facile poi contraddire scientificamente un soprintendente (in questo caso), ma anche non accettare per buona l'idea propugnata per troppi decenni da Lilliu che i sardi temessero il mare e non navigassero. Talvolta ne va dello stipendio.
    Nota 3: Fu a suo tempo scandagliata la zona da Emanuela Solinas e da Nicola Porcu, ispettore onorario per l'archeologia subacquea delle province di Cagliari ed Oristano utilizzando anche un metaldetector col quale sotto la sabbia del fondale furono recuperati alcuni frustuli di piombo che con un minuscolo frammento di ceramica nuragica sono esposti nel museo di Sardara. Chi scrive fu pregato da Fulvia Lo Schiavo negli anni 90 di "dare una occhiata" al sito dell'ipotetico naufragio (cosa che fu fatta senza avvistare alcunché), da cui dei lingotti erano stati trasportati fuori Sardegna per studio, pare senza avvisarne e/o chiederne autorizzazione alla Soprintendenza locale. I dati fisico-chimici dei lingotti furono poi pubblicati negli atti della quarta giornata Le scienze della terra e l'archeometria sotto il titolo di Studio di lingotti di stagno e di piombo da Domu e s'Orku a cura di vari autori, deducendone la provenienza da cassiterite sarda. Lo scrivente ebbe la ventura di informare oralmente e poi per iscritto (su richiesta) di quanto accadeva intorno a questo materiale il dr. Francesco Nicosia (a quel tempo non ancora tornato in Sardegna) e la Dr. Donatella Salvi di Cagliari. Di questo relitto non se ne parla quasi più, come del suo carico.

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  4. Ringrazio Mario Galasso per queste precisazioni che aggiungono altri piccoli ma significativi tasselli sulla questione in oggetto. Penso che la cronologia indicata in questa discussione, ossia l'inizio del Ferro in Sardegna, apra tante possibilità di interpretazione per ciò che riguarda la provenienza dello stagno. Anzitutto è lecito ipotizzare che i sardi avessero ormai da secoli acquisito le competenze sia marittime sia metallurgiche sia commerciali per partecipare a pieno titolo alle rotte di approvvigionamento dei metalli. Inoltre, ma questa è opinione mia personale, la logica impone che i sardi sfruttassero i giacimenti sardi per consumare ed esportare materiali all'epoca ricercati da tutti, contribuendo ad arricchire chi ne deteneva il controllo. Per quanto riguarda Sant'Imbenia (e il ruolo che svolse in quei secoli), è ormai chiaro che i nuragici organizzarono una rete commerciale che aveva centro nevralgico produttivo nel sito scavato da Rendeli. Divenne un polo di attrazione per i mercanti e le frequenti traversate marittime (da e per la Sardegna) costituivano un moltiplicatore di idee, tecnologie e risorse. E' evidente che i nuragici recitavano il ruolo di leader, controllando gli approdi, i mercati e gli insediamenti produttivi (miniere soprattutto), e l'archeologia testimonia un'esportazione di ceramiche (soprattutto per il trasporto di vino) che, oltre varie località costiere meno note, trova nel porto di Kommos (Creta) un centro di smistamento verso le ricche zone del Vicino Oriente. Vorrei concludere con una riflessione riguardo l'appartenenza di eventuali relitti all'ambito nuragico o di altre genti: le imbarcazioni erano composte da equipaggi misti, costruite con materiali (e da genti) provenienti da città localizzabili in tutto il Mediterraneo, trasportavano prodotti provenienti da località lontane fra loro, attraccavano e salpavano da porti sparsi lungo le coste, pertanto è errato metodologicamente cercare di attribuire una "nazionalità" ai relitti. Erano semplicemente... "internazionali".

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  5. Scusate ma ho visto solo ora questo articolo e le relative osservazioni e mi chiedevo “perché fare tante discussioni su un ritrovamento che Mario Galasso ha saputo inquadrare in maniera esaustiva ?” Si l’archeologia è discussione continua tra specialisti e/o appassionati,allora permettetemi alcune osservazioni che dal punto di vista della metodologia, mi sembrano doverose. La discussione, ben costruita da Pierluigi Montalbano, prende spunto dal rinvenimento di un lingotto di stagno a Porto Ferro. Mario Galasso ha inquadrato la cronologia, in maniera impeccabile, con una bibliografia giusta ed ineccepibile. Tutti coloro i quali si sono occupati, nei propri studi, di archeologia della navigazione, avrebbero dato subito come indicazione il relitto di Port Vendres II (Archaeonautica n1 1977) coevo e naturalmente anche dei lingotti del relitto di Arbatax pubblicato dalla Lo Schiavo ecc ecc . Doverosamente il discorso archeologico finisce li perché? Perché stiamo parlando di momenti storici ben definiti ed è totalmente irrazionale divagare con il rischio di perdersi nel mare magnum dell’archeologia, nella spasmodica attività del rincorrere a tutti i costi, la voglia che tutti noi abbiamo, di avere un relitto di età nuragica. Attenzione personalmente credo nell’analisi metodologica archeologica si deve applicare ai ritrovamenti materiali, noti e di cui si possano rilevare misure e volumi. Se poi a questi sono associati reperti ceramici ORIGINALI non come quelli di Cadice dove esistono prodotti importati mediante un vettore non nuragico Sardo, se poi ci sono anche reperti lignei navali, a quel punto ci divertiamo non poco.
    Se parliamo di metallurgia antica, della sua evoluzione o involuzione, mettetela come volete, allora lascio questi saggi ai laureandi. E’ vero che non si scava più, si va ai convegni con dati obsoletti e vecchi scavi, rielaborando i propri appunti di studi precedenti, cercando di rivestirli di un minimo di attualità. Per nostra fortuna si parla di archeologia e i dati più vecchi di quelli non possono essere. Lo dico in tono scherzoso e confesso essere uno di quelli, ma ho la scusa perché ho iniziato da poco a scrivere le mie opinioni dopo l’esperienza universitaria. Tornando al ritrovamento di Porto Ferro, è da inquadrare in un momento di grande evoluzione della storia della navigazione, perché si inserisce come passaggio tra la navigazione commerciale operata nel mediterraneo con l’uso di navi con caratteristiche costruttive massicce, fasciame doppio, interesse di assemblaggio con tenoni e mortase molto ravvicinate e in doppia fila, madieri triangolari rivestimenti di carene in piombo ecc., navi insomma di grandi dimensioni e soprattutto trasporti di vino in grande quantità. I relitti di riferimento sono i ben noti relitti di Spargi, di Jeans, di Albenga, sino ad ora i più conosciuti. Dopo questi periodi di commerci e relative navigazioni si inseriscono le navi che accompagnano l’attività estrattiva nelle province, della Roma imperiale ed in particolare quelli dalla Spagna, tutti passanti obbligatoriamente per la sardegna. I relitto di Capo Testa e di Maldiventre, per citarne solo due, ma chi la bibliografia dell’archeologia della navigazione è ricca di naufragi con carichi con reperti dell’attività estrattive di metalli quali rame stagno piombo, per citarne qualcuno.
    Se poi prendiamo spunto del ritrovamento di un lingotto di stagno del 43 d.C. per parlare della navigazione nel periodo nuragico; attenti ho parlato della navigazione nel periodo “nuragico”, allora facciamolo, organizziamo un bel convegno serio, con il solo tema e sola con analisi di archeologia materiale, quindi con giacimenti e reperti materiali, e non di “pura teoria”, quindi un luogo scientificamente giusto dove portare ritrovamenti materiali veri e non intuizioni suffragate da ricca bibliografia.
    Montalbano grazie dello spazio che mi ha concesso e mi scuso per essere intervenuto così a distanza di tempo, ma gli argomenti sono sempre attuali.
    Virgilio Gavini

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  6. Grazie a te per il corposo contributo.

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  7. Leggo solo adesso e per caso, essendo impegnato in una ricerca scientifica sul relitto di Cala Barca per il quale devo tenere una conferenza il 1 aprile p.v. ad Alghero (e non è uno scherzo).
    Mentre ringrazio Virgilio Gavini per l'attestazione di "impeccabile esaustivo inquadramento" (magari io fossi sempre impeccabile...ma ogni tanto fa molto piacere leggere questi pareri se vengono da persone colte e preparate) vorrei dare notizia che anche se con molto ritardo sto mandando avanti un ambizioso progetto sulle vie dello stagno nell'antichità, e cioè dalla preistoria al medioevo, nel Mediterraneo e sulla costa atlantica fino all'Inghilterra compresa. In parole povere, la creazione di un database su tutti i ritrovamenti di stagno da relitti e no; il controllo con un unico strumento di tutti i campioni sparsi nell'enorme area suddetta in modo da avere una unica fonte eventuale di errore; lo studio e la ricerca delle antiche miniere di minerale di stagno nell'area suddetta; il tentativo di collegare i singoli ritrovamenti alle miniere studiate. Progetto enorme, ma non sono certo solo: nelle pieghe del convegno internazionale di studi fenicio punici del 2013 abbiamo costituito un trio: io per la parte operativa archeologica, Sebastiano Tusa Soprintendente del Mare per la Regione Sicilia per la parte organizzativa, Jean-Paul Morel, professore emerito dell'Universitè de Provence per la parte storica, lo studio delle antiche miniere e tutto il resto. Il tutto per affiancarci al lavoro che Domergue sta facendo per il piombo sullo stesso areale.
    Che Dio ce la mandi buona, il lavoro è enorme.

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  8. In bocca al lupo allora...e teneteci informati sull'evoluzione della ricerca. Individuare una delle vie dello stagno costituisce uno dei tasselli fondamentali per l'interpretazione dei movimenti mediterranei nel Bronzo. Potrebbe spiegare il motivo di tanto ritardo nel processo metallurgico della fusione di rame e stagno per ottenere il prezioso bronzo, e certamente aprirà nuove ipotesi su quantità e qualità dei contatti fra popoli del passato.

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