Diretto da Pierluigi Montalbano

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mercoledì 30 giugno 2010

Phoenike - Fenici a Cadice


Cadice
Oggi la struttura antica non si trova più sull’arcipelago nel quale sorgeva. La città è urbanizzata intensamente e la continuità di vita è ininterrotta. La morfologia del territorio è cambiata perché oggi è una penisola attaccata alla costa. Sul lato mare, quello occidentale, c’è stata una profonda erosione a causa della forza dell’Atlantico che ha causato un franamento della costa a mare. Non abbiamo dunque tracce delle strutture di quella zona.
Sul lato orientale c’è stata un’attività di progressivo deposito di terra a causa dell’apporto dei detriti alluvionali del fiume, quindi la costa è avanzata unendosi all’arcipelago. Le fonti raccontano che Cadice sorgeva su due isole, Erytheia a nord, sede dell’abitato, e Kotinoussa a sud, sede della necropoli e del tempio principale. La data di fondazione proviene dalle fonti classiche e si riferisce a 80 anni dopo la guerra di Troia, corrispondente al ritorno degli Eraclidi in Grecia. La notizia dovrebbe essere infondata in quanto si tratterebbe di una data intorno al 1100 a.C. ma i levantini in questo periodo erano ancora lontani dalla Spagna. La stessa fonte riferisce anche di Utica in Tunisia e Likud in Marocco, ma anche queste fondazioni sono più recenti. Dati più credibili parlano del 750 a.C.
Le due isole, Erytheia e Kotinoussa, erano separate da un porto-canale, La Caleta, scoperto recentemente. Si è ipotizzato che fosse sede di una sorta di porto-canale come quello presente a Tiro. Su Erytheia abbiamo poche tracce a causa dell’urbanizzazione ma probabilmente nella zona più alta di questa isola c’era l’acropoli. C’era anche un tempio dedicato ad una divinità femminile, probabilmente Astarte, perché nelle fonti quest’isola è denominata Afrodìsia: isola dedicata ad Afrodite o Giunone. Questa ipotesi si basa anche sul fatto sono stati rinvenuti bruciaprofumi a testa femminile e alcune terrecotte con figure femminili.
A Kotinoussa la necropoli era localizzata nell’area “Puèrtas de Tièrra”, nell’estremità settentrionale, dove sono stati ritrovati sarcofagi antropoidi con gioielli simili a quelli trovati a Tharros. La separazione di acropoli e necropoli, spesso divise da un corso d’acqua, è un elemento che troviamo spesso negli insediamenti spagnoli. Il distacco fra la vita e la morte era marcato anche geograficamente e a Kotinoussa c’era un braccio di mare che separava il mondo dei vivi da quello dei morti.
Abbiamo già visto che in Oriente le sepolture erano ad incinerazione e inumazione senza che uno dei due riti prevalesse sull’altro. In Occidente la situazione è diversa: l’incinerazione prevale nettamente fino all’avvento di Cartagine.
A Cadice le tombe più antiche attribuibili alla civiltà mediterranea sono del VII a.C. e presentano il rito dell’incinerazione primaria e secondaria in fosse scavate nella roccia. In età punica abbiamo, invece, la prevalenza dell’inumazione. Troviamo sepolture costituite da cassoni litici deposti in grandi fosse.
La tomba a cassone è costituita da una serie di lastre litiche regolari poste a coltello che delimitano e foderano la fossa. Alcune grandi lastre sono giustapposte a copertura. Vi sono però anche gli ipogei e le tombe a camera. A Cadice non si utilizzavano urne e il corredo veniva deposto successivamente; erano oggetti che servivano per il rituale funerario ma si utilizzavano anche gioielli e amuleti personali. Dove ci sono tombe ad incinerazione troviamo sempre resti di materiale bruciato nel suolo. Col passaggio all’inumazione si ha un cambio dei tipi tombali: a fossa, a camera e a cassone. Queste ultime, molto numerose, erano dentro fosse profonde che sono state distrutte da scavi che mettevano a nudo i cassoni (costruiti con lastroni di pietra e diffusi dal V al III a.C.).
A Cadice è attestata la presenza di due sarcofagi antropoidi del V a.C. (vedi immagine) e ciò costituisce un unicum in occidente. A dire il vero troviamo altri due sarcofagi anche in Sicilia (Portella di Mare, influenzati dalla tradizione greca) e altri tre a Malta (fittili, ossia in terracotta). Quelli di Cadice sono un sarcofago maschile e uno femminile. Quello con la figura femminile ha in mano un “alabastron” (un porta profumi di tipo greco).
A Kotinoussa, è attestato anche un santuario. Le fonti classiche parlano di un tempio di Krono, oggi interpretato come tempio di Baal Amon. Fu localizzato nella zona occidentale dell’isola, presso il Castello di San Sebastian, quando nel mare recuperarono un capitello proto-eolico datato VII a.C. (del tipo attestato in Palestina e a Tiro) e attribuito al tempio di Krono.
L’area più importante di Cadice è il tempio di Melqart, riportato anche dalle fonti greche e romane. È ubicato all’estremità meridionale di Kotinoussa ad una distanza di circa 18 km dalla città posta su Eryteia. Visto che non sono visibili tracce di questo tempio si ipotizza che sia stato sommerso dal mare. Proprio nel mare sono stati recuperati alcuni bronzetti del tipo smiting god, quelli con il Dio Battente sulle nubi. Questa divinità è molto importante anche in epoca romana, tanto che Traiano e Adriano elevarono un culto imperiale di Eracle Galitano (Eracle greco, Ercole romano e Melqart fenicio sono la stessa divinità). Abbiamo anche una moneta con l’effige del tempio, la cui descrizione arriva dalle fonti classiche che riportano una grande area all’interno della quale era presente un’imponente struttura con tre altari, in uno dei quali era custodita la fiamma eterna su cui venivano sacrificati gli animali. Le fonti parlano anche di due fonti di acqua dolce e della presenza di due colonne di bronzo alte tre metri che fiancheggiavano l’ingresso, come il tempio di Melqart a Tiro e quello di Javhè a Gerusalemme. Nella struttura vi sono gli alloggi per l’oracolo, per i sacerdoti e per gli uffici amministrativi.
L'immagine dei due sarcofagi è di Peter Mac Pherson.

martedì 29 giugno 2010

Phoenike - Fenici nel Mediterraneo


Le città occidentali levantine
Il primo centro occidentale importante per l’articolazione dei commerci è Cadice, una città sorta su un isoletta oltre lo Stretto di Gibilterra. I Levantini vollero fortemente un centro nell’Atlantico perché per la navigazione antica passare attraverso lo Stretto di Gibilterra era difficile a causa delle correnti fortissime di Mediterraneo e Atlantico che si incontrano. Le fonti raccontano che Cadice fu fondata solo al terzo tentativo perché i primi due si rivelarono proibitivi. La prima volta i fenici si fermarono ad Almuñecar (Sexi), fecero delle offerte sacrificali a Melqart ma gli dei non si mostrarono favorevoli. La seconda volta superarono Gibilterra e si fermarono a Huelva, fecero i sacrifici ma anche questa volta gli dei non furono favorevoli. Solo al terzo tentativo Melqart diede segnali positivi.
Cadice (Gadiz) si trova davanti ad un grande entroterra racchiuso da due fiumi, Guadalquivir e Guadalete, che all’epoca era in mano alla popolazione indigena dei Tartessi. La zona è montagnosa e impervia ma presenta giacimenti ricchissimi di argento e altri metalli. I Tiri non possono prendere minerali, pelli, sale e schiavi con la forza e organizzano un commercio con i capi di quei territori. I rapporti commerciali prevedono che la materia prima sia estratta dagli indigeni e lavorata grossolanamente, così da alleggerirla dalle impurità per renderla più agevole da trasportare in nave verso oriente. In cambio offrono prodotti di lusso, manufatti non conosciuti dalle popolazioni locali, olio, vino, profumi, unguenti e le anfore che li contengono, ecco perché nei siti occidentali troviamo molti vasi.
Tutto ciò determina il fenomeno denominato “orientalizzante” che indica l’incontro tra le popolazioni locali e i levantini. Gli autoctoni assunsero consuetudini e lussi tipici della cultura orientale e da molte necropoli tartessiche (sempre che i locali fossero i mitici abitanti di Tartesso) arrivano una serie di gioielli, bronzetti e avori straordinari che erano in mano alle elìte indigene. Nonostante sia gerarchizzata e detenga il controllo delle risorse, quindi, la popolazione indigena accetta l’integrazione dei nuovi arrivati assumendo oggetti e comportamenti orientali. Lo sfruttamento dell’argento avveniva nelle aree interne, i centri tartessici più importanti sono: il Castillo de Doňa Blanca, Huelva, Carmona, Tejada la Vieja, Sèrro Salomòn e tanti altri.
Il Castello de Doňa Blanca è un insediamento costiero indigeno posto di fronte a Cadice e diventa il porto di Cadice sulla terraferma. All’inizio il centro indigeno subisce una fortissima acculturazione mediterranea e, a differenza di Cadice, non ha un insediamento moderno pertanto gli scavi sono più semplici. Possiede un sistema di fortificazioni poderose e presenta una precocissima presenza levantina, infatti le più antiche attestazioni archeologiche (670 a.C.) non sono a Cadice ma proprio in questo centro, anche se a Huelva sono stati scavati cocci della civiltà mediterranea orientale che risalgono forse al IX a.C.
Nell’VIII a.C. si ha l’avvio, da parte di Cadice, di scambi pacifici con l’area Tartessica lungo il fiume Guadalquivir. I commerci proseguono poi più a nord, verso le isole Cassiteridi in Bretagna e Cornovaglia. Anche il Portogallo era in mano indigena e l’irradiazione si manifesta con commerci e scambi. I levantini in Portogallo nel VII a.C. fondano un piccolo centro nell’istmo del rio Sado, Abul, ma altri piccoli insediamenti costieri, funzionali ai rapporti con gli indigeni, sono stati scavati recentemente e dimostrano il grande interesse dei mediterranei per queste terre. I levantini non avevano né la forza, né l’intenzione di entrare in conflitto con i locali e sfruttano quindi la conoscenza dei territori da parte degli indigeni per sfruttare, con scambi a loro favore, le risorse locali. Più tardi iniziano le fortificazioni costiere perché Cartagine militarizza le colonie. Nel corso del VII a.C. Cadice si spinge a sud, nell’area Marocchina, per lo sfruttamento della pesca.
Anche Huelva è un centro indigeno costiero. Ci sono attività industriali con forni e strutture metallurgiche. A Tejada la Vieja c’è un poderoso muro di fortificazione nonostante anche questo centro precedentemente fosse indigeno.
Nell'immagine: Il castello di Dona Blanca

lunedì 28 giugno 2010

Phoenike - Fenici - Amrit


Amrit
Posto a nord di Biblo, è un centro secondario sede di un grande santuario di età persiana che rappresenta uno dei pochi edifici sacri del Ferro che conosciamo. Vi è un Tell rettangolare, formato da varie sovrapposizioni di frequentazione, delimitato da due corsi d’acqua originati da due sorgenti.
Nell’area ci sono tracce risalenti alla fine del terzo Millennio a.C., un edificio pubblico risalente al Bronzo e alcune tombe, mentre della fase ellenistica abbiamo uno stadio.
Nel 1800 è stata ritrovata anche la stele centinata della divinità guaritrice denominata Shadrafa che si pone fra quelle centinate del Bronzo che presentano caratteristiche stilistiche e iconografiche assai varie. Si vede una divinità maschile, sormontata da un sole alato, rappresentata con il volto e i piedi di profilo e con il busto di tre quarti, tipica posa egiziana. In un unico manufatto si nota l’artigianato mediterraneo orientale che è capace di prendere elementi da diversi ambiti culturali e fonderli in un unico linguaggio artistico. Il Dio impugna una mazza a forma di folgore con la quale percuote le nuvole. Nell’altra mano ha un piccolo leone e con i piedi è appoggiato su un altro leone, iconografia tipica siriana del Ferro. Nella base della stele è rappresentata la roccia con uno schema a pelte, come nei rilievi assiri. Abbiamo dunque elementi siriani, assiri ed egizi.

L’edificio più interessante è il tempio Maabed, un grande santuario, impiantato alla fine del VI a.C. in piena età persiana. È in parte costruito e in parte scavato, nel senso che la parte centrale è stata scavata lasciando su tre lati le pareti della roccia su cui corrono delle gallerie formate da pilastri allineati sui quali poggiano degli elementi litici regolari che vanno a chiudere la parte superiore delle gallerie stesse, incastonandosi in scanalature ricavate nella roccia.
All’interno di questo grande spazio formato dalle gallerie c’è una piscina d’acqua (oggi vuota) dove al centro è stata risparmiata nella roccia un’edicola, una piccola cappella, che ospitava il simulacro della divinità. Si ipotizza che il tempio fosse dedicato a Melqart perché nella piscina sono stati recuperati vasi e vari elementi di Eracle con la Leontè. Melqart era affiancato da alcune divinità guaritrici (Eshmun, Shadrafa e Baal di Sidone), come spesso accade negli edifici punici e fenici, nei quali ci sono divinità principali e secondarie. Nella parte anteriore c’è una piattaforma, ai lati della quale ci sono due altari. L’accesso alle gallerie è assicurato da due torri sormontate da modanature particolari di tipo persiano. La piscina era alimentata da una fonte le cui acque erano incanalate nell’edificio. In occidente c’erano altre strutture come questa (Nora e Tharros) ma non si sono conservate. All’interno del bacino sono state trovate tracce di filtri, quindi si ipotizza che ci fossero pesci. Ad Amrit è stato ritrovato, inoltre, un sarcofago antropoide simile a quello di Sidone.

Nelle immagini alcuni siti di Amrit

sabato 26 giugno 2010

Presentazione libri

Dal blog di Gianfranco Pintore.
È uscito il nuovo libro del professor Adam Zartal dell'Universita' di Haifa
Sisara, terrore degli israeliti, era eroe sardo, nuovi studi gettano luce sul mistero degli antichi Shardana
di Aldo Baquis
ROVINE DI AL-AHWAT (ISRAELE) - 3200 anni dopo la sue gesta, il ruvido e possente condottiero Sisara desta ancora brividi di inquietudine fra i bambini ebrei che leggono la Bibbia. Se quel giorno a Meghiddo (Galilea), con le sue 900 bighe, avesse sopraffatto l'esercito di Barak, per gli israeliti sarebbe stato il tracollo. Invece - come narra il 'Cantico di Debora' - al termine dell'epica giornata Sisara avrebbe trovato la morte a tradimento, trafitto alla tempia con un picchetto da una donna, Giaele (Yael), che credeva amica. Chi fosse Sisara (in ebraico Sisra'), con esattezza non si e' mai saputo.
L'alone di mistero che ne circonda il ricordo comincia forse a diradarsi adesso con la pubblicazione di un libro del professor Adam Zartal dell'Università di Haifa ('Il segreto di Sisara'), frutto di vent'anni di scavi e ricerche in uno dei siti archeologici più enigmatici di Israele: le rovine di al-Ahwat, su una collina che dominava la Via Maris, l'arteria che già all'epoca dei Faraoni conduceva dalla costa mediterranea verso la spianata di Meghiddo (l'Armageddon delle profezie apocalittiche) e verso la Galilea. Dallo studio integrato di reperti archeologici, di geroglifici egizi, di documenti accadici e del testo biblico, Zartal suggerisce che al-Ahwat fosse una cittadella fortificata nuragica - la più imponente della zona, al suo tempo - eretta dagli Shardana: un popolo di navigatori e guerrieri giunti dalla Sardegna. Erano stati fieri nemici degli egizi, che li rappresentavano con un elmetto su cui svettavano due corna. Ma una volta sbaragliati, accettarono di farsene vassalli e di presidiare per loro conto località strategiche. Per esempio al-Ahwat: dove il comandante Sisara - secondo Zartal - avrebbe stabilito il proprio quartier generale. Il suo nome non e' semitico ed evoca radici Shardana, dice lo studioso. A riprova, cita reperti nuragici di Creta che menzionano una figura religiosa chiamata Saisara. ''Chi costruì al-Ahwat doveva essere un megalomane'', aggiunge Zartal all'ANSA, riferendosi alle peculiarità di questo sito inesplicabile. Le sue mura - cosa inaudita all'epoca - erano spesse cinque-sette metri. La loro forma esterna era 'ondulare', sconosciuta nella Regione. All'interno c'erano zone rigidamente suddivise da muri secondo criteri funzionali, e corridoi bassi, ciechi e lunghi, forse utilizzati come magazzini per le armi.
''Un'architettura del genere - afferma l'archeologo - esisteva allora solo in Sardegna e in Corsica. Ne deduco che fu 'importata' da combattenti Shardana'', che si sarebbero schierati al fianco dei cananei di re Yabin contro gli israeliti per la partita finale: in palio c'era il controllo della vallata di Jezreel, d'importanza vitale per tutti. Assisteva a quegli eventi la donna-giudice Debora, un personaggio circondato da un'aura mistica. Tramandato di generazione in generazione, il biblico Cantico di Debora descrive l'inaspettata piega presa dalla battaglia quando un torrente in piena disperse le forze di Sisara per trascinarle via. E la fuga a perdifiato, tallonato da Barak, fino alla tenda della scaltra Giaele: luogo del suo destino, secondo la preveggenza dell'Altissimo.
Il Cantico di Debora e' un testo difficile, con riferimenti non sempre chiari. Secondo Zartal, anche alla luce delle informazioni recuperate ad al-Ahwat, è tuttavia lecito interpretarlo ora come una conferma del fatto che Sisara fosse appunto un guerriero Shardana. Cosa che consentirebbe di comprendere meglio la storia di quell'antico popolo, tanto misterioso quanto evoluto, sviluppatosi in Sardegna fra migliaia di nuraghi. Ma senza lasciare ai posteri testimonianza scritta di sé.

Phoenike - Fenici - Biblo


Biblo
È una città antichissima, nel territorio ci sono tracce di frequentazione già nel settimo Millennio a.C. L’urbanizzazione recente ha cancellato gran parte dell’insediamento antico e solo in un’area su un promontorio si è conservato qualcosa. Si è potuto scavare agli inizi del 1900 e i ritrovamenti si riferiscono quasi esclusivamente al Bronzo, dall’antico al recente, mentre quelli del Ferro devono essere da un’altra parte, forse vicino al porto. Le strutture del Bronzo si concentrano intorno ad una fonte sacra. Tutto è circondato da un’imponente fortificazione in pietra con bastioni addossati sul lato interno per rinforzare le strutture. La cinta muraria ha origine nel Bronzo Antico e fu utilizzata fino all’età ellenistica attraverso varie ristrutturazioni. Fra XI e VIII a.C. c’è una ristrutturazione e viene costruito un terrapieno, come a Sarèpta.
Nella stessa area troviamo tre edifici sacri, due del Bronzo Antico e uno del Bronzo Medio, utilizzati fino a buona parte del Ferro. Il tempio più importante è quello dedicato alla divinità della città: Baalat Gubal (gbl significa montagna) che è la denominazione arcaica con la quale è identificata Biblo, nome dato dai greci. Baal è una divinità maschile che significa “signore”, il suffisso “at” è l’attribuzione del genere femminile, quindi “signora di Biblo”.

Questo tempio, come la maggior parte degli altri templi dell’area Siro-palestinese, è costituito da una grande corte con una serie di installazioni e di vani.
Un altro tempio è quello denominato a “L” per la sua forma. Fu smontato agli inizi del 1900 e ricostruito più a lato per consentire di proseguire gli scavi. Era dedicato ad una divinità maschile ed è costituito da una cella affiancata a due grandi corti. Abbiamo dunque una divinità femminile principale alla quale si affianca quella maschile, secondaria ma altrettanto importante. In una fase successiva, nel Bronzo Medio, fu eretto il tempio degli obelischi, costituito da una grande corte al cui centro si trova l’edificio sacro formato da una cella quadrata e da un portico. Il tutto adiacente ad un grande obelisco egiziano e nella corte sono presenti altri obelischi.
Il legame con l’Egitto è caratterizzante per la città di Biblo, infatti nel Bronzo proprio questa città fu la più importante fra quelle fenicie. Biblo era il tramite privilegiato con il faraone egizio e le relazioni politiche e commerciali erano dirette.
Sotto il pavimento del tempio sono state trovate centinaia di offerte votive costituite da bronzetti maschili rivestiti in lamina d’oro e altri bronzi di varia fattura.
La necropoli “reale” fu scavata nel 1922. Risulta costituita da 9 tombe ad inumazione delle quali solo 3 sono state ritrovate intatte, non violate. Sono costituite da un pozzo verticale dal quale si accede ad una camera dove erano posti dei sarcofagi destinati ai re. Dopo la deposizione la camera veniva chiusa con dei muretti che ostruivano l’ingresso e il pozzo era riempito da detriti, una tecnica che ritroviamo documentata spesso in occidente. Il sarcofago mostra la qualità del lavoro degli artigiani di Biblo durante il Bronzo Medio. I manufatti artistici sono particolarmente accurati: gli elementi iconografici sono presi dall’esterno ma vengono elaborati e si fondono insieme creando quello stile che contraddistingue gli artigiani orafi del mediterraneo orientale, gli avori ne sono un esempio.
Una delle tecniche più importanti è il cloisonnè: consiste nel ricavare nel manufatto delle cellette che vengono riempite con pietre preziose e paste vitree colorate.
Una delle tombe più importanti è quella che ospita il re Ahiram di Biblo, un sovrano del XIII a.C. o forse del X a.C. Nel pozzo quadrato che da accesso alla camera si trovano tre sarcofagi. Due di questi sono del Bronzo, mentre quello di Ahiram è contraddittorio perché è attribuito al Ferro ma in Libano non ce ne sono altri per questo periodo. La forma è parallelepipeda e alla base ci sono 4 protomi di leone. La decorazione che scorre su tutti i lati è delimitata inferiormente da un listello a rilievo e superiormente da una serie di fiori di loto alternativamente chiusi a bocciolo e aperti ma tutti rivolti verso il basso, a simboleggiare la discesa nel mondo dei morti. Fra i fiori e la decorazione centrale c’è un elemento a corda che percorre tutto il sarcofago. La base è sostenuta da 4 leoni accosciati con la testa e la parte anteriore delle zampe che sporgono dal sarcofago. Il pannello è costituito da una processione di fedeli che vanno verso il sovrano, assiso su un trono con braccioli a forma di sfinge alata e con i piedi su un piedistallo. I fedeli sono rappresentati col tradizionale gesto di saluto e benedizione.
Si tratta di una tipica iconografia orientale. Il re ha in mano un fiore appassito, simbolo di morte. La fila è capeggiata dal figlio del sovrano, colui che ha posto la scritta sul sarcofago. Fra il re e gli altri c’è un tavolino su cui sono deposte le offerte. Anche l’altro lato lungo mostra una processione, con un personaggio che si distingue perché porta una capra per il sacrificio. Sui lati brevi ci sono 4 donne che si strappano i capelli e le vesti per il dolore che provano per la morte del re. Il coperchio presenta al centro due leoni in bassorilievo, le cui teste sporgono dal sarcofago, forse per costituire un punto di presa per sollevare il coperchio stesso su cui sono rappresentati anche il re e suo figlio in bassorilievo.
La datazione pone problemi perché i materiali della fossa e gli altri sarcofagi sono del XIII a.C. ma l’iscrizione funeraria che corre sul bordo del sarcofago del re, posta dal figlio e che contiene una serie di maledizioni contro coloro che avrebbero violato il sarcofago, è una scrittura che i paleografi (coloro che si occupano dello studio delle iscrizioni e studiano l’evoluzione della forma dei caratteri nei vari periodi) hanno datato al X a.C.
Le ipotesi oscillano quindi fra XIII e X a.C. e propongono che la tomba del Bronzo possa essere stata riaperta per seppellire il re Ahiram e in quel momento fu eseguita l’iscrizione, con la possibilità che il sarcofago stesso sia stato rilavorato dagli scultori perché ci sono tracce di schegge.
L’ultimo manufatto a essere ricordato è la stele centinata del re Jehaumilk del 500 a.C. nella quale il sovrano viene celebrato per le sue azioni, fra le quali il restauro del tempio della Baalat Gubal. La cornice è a rilievo, come d’uso in quei tempi e in quei luoghi, e nell’incisione si nota il re che saluta la divinità, la Baalat Gubal, seduta su uno sgabello di tipo egiziano. Il copricapo del re è cilindrico, tipicamente persiano, mentre in precedenza avevamo le tiare coniche allungate. La divinità ha in mano uno scettro e con l’altra mano risponde al saluto del re. L’acconciatura presenta una corona formata da corna con al centro il disco solare, lo stesso simbolo di Hathor (Iside), la Dea Vacca del mondo egiziano. Questa divinità è spesso associata alla Baalat Gubal di Biblo ma in occidente si accompagna ad Astàrte e Iside. Possiamo dunque notare che in Libano abbiamo elementi tardi di tradizione greca che vanno a sostituire elementi di tradizione egiziana.

Nelle immagini: Tempio a L, Tempio degli obelischi, Pettorale realizzato con la tecnica Cloisonnè e Sarcofago di Ahiram, tutte tratte da Parrot, Chèhab, Moscati, 2005, modificate.

venerdì 25 giugno 2010

Phoenike - Fenici - Beirut


Beirut
L’attuale capitale del Libano è un centro costiero con un porto naturale e numerosi pozzi di acqua dolce, dai quali deriva il nome della città.
Oggi è una città importante ma nel Ferro era di rilevanza secondaria. Le scoperte archeologiche si riferiscono ad una fase recente, successiva ai bombardamenti della guerra civile, in quanto le ricostruzioni hanno dato spazio per la ricerca. Fu fondata nel Bronzo Medio e le fonti ci dicono che la divinità principale era Poseidone. Tuttavia, essendo una divinità greca, si ipotizza che in realtà ci fosse una divinità maschile con connotazioni marine, interpretata poi dai greci come Poseidone. Un Baal marino associato alla sua paredra (cioè una dea associata nel culto ad un'altra divinità, genericamente di maggiore importanza e di sesso opposto) marina come Anfitrite o Afrodite.
Gli elementi più importanti desunti dagli scavi sono le fortificazioni, il cui circuito è stato ricostruito in particolare nella zona a sud della città. Gli scavi hanno messo in evidenza strutture del Bronzo e del Ferro che si sovrappongono. L’appalto edile del 2001 prevedeva la costruzione di un grande parcheggio ma l’archeologia ha messo in luce le fortificazioni. L’impianto si data al Bronzo Medio, verso gli inizi del secondo Millennio a.C. con strutture in pietra e alzato in mattone crudo. L’uso del ladiri è difficile da documentare perché senza una manutenzione continua si sfalda e diviene quasi invisibile. Solo quando si verificano eventi traumatici come un incendio possiamo trovare tracce.

Il muro inizialmente era protetto da una scarpata di base per proteggere la parte più fragile. La struttura venne ristrutturata tra il X e il IX a.C. con l’aggiunta di un terrapieno a scarpata alto venti metri costituito da un doppio paramento riempito in marmo argilloso. L’esterno era a sua volta protetto da lastre. In passato i rifiuti si lanciavano fuori dalle mura della città, pertanto il livello delle stesse doveva essere continuamente sollevato.
A Beirut è stata scavata anche una struttura abitativa di età persiana, del V-IV a.C., precedente l’età ellenistica, impiantata e organizzata con un sistema ortogonale di vie che si intersecano ad angolo retto. Le strade sono larghe circa 2 metri e sono pavimentate. I muri hanno uno zoccolo in pietra a blocchi squadrati e rifinitura con ciottoli cementati con malta di fango. Sono presenti anche terrazze artificiali e alcuni forni, nonché un cimitero di 15 cani deposti in vasi con grande cura con le zampe ripiegate sotto il corpo. Le fosse sono poco profonde. Queste sepolture di cani erano di tradizione persiana.
Una struttura commerciale del VII a.C. è stata individuata nell’area delle fortificazioni dove, sotto un livello di strutture recenti, sono state scavate alcune case matte (strutture a muri ciechi) una delle quali era utilizzata per conservare derrate alimentari, forse per l’esportazione. In un vano c’erano 15 anfore e in un altro ben 20, tutte di fabbricazione locale. All’interno di un’anfora si trovava uva passa. In un vaso si leggeva un’iscrizione dipinta con l’indicazione: “per olio”. All’epoca c’era il problema della conservazione e quindi gli alimenti deperibili venivano essiccati o conservati sotto sale. L’industria di conservazione dimostra la volontà di aumentare la produzione e ampliare il bacino di utenza dei commerci.
A 12 km a sud di Beirut, c’è la necropoli di Khaldee, scavata negli anni Sessanta, che ci da l’indicazione dei rituali funebri utilizzati nell’area. Mostra una certa prevalenza di inumazione rispetto all’incinerazione. In linea di massima si nota che intorno al X-IX a.C. si preferiva l’inumazione in fosse o contenitori litici; verso l’VIII a.C. c’è l’incinerazione con deposizione secondaria ma la prevalenza è sempre dell’inumazione.

giovedì 24 giugno 2010

Iron Age - Sardinian history - Fenici- gli artigiani di Sarepta e i forni per l'argilla


Sarepta
È un centro minore, situato nel promontorio di Rassel El Cantara, 13 km a sud di Sidone che probabilmente controllava questo villaggio. Non ha subito l’insediamento urbano ed è stato dunque indagato a fondo. Il termine Sarepta deriva da una radice semitica ed è un verbo legato all’attività industriale: significa bruciare qualcosa, pertanto già il nome della città è eloquente.
Nel 1800 era stato scoperto un torso maschile del IV a.C. in pietra che riproduce una divinità con simboli egizi e orientali: gonnellino egizio e pettorale in cui è appeso un ciondolo, un simbolo astrale costituito dalla falce lunare che sormonta il disco solare. La città conosce un occupazione ininterrotta dal 1600 a.C. fino ad età ellenistica, quando il sito fu abbandonato. Gli scavi americani del 1964-1974 hanno portato alla luce strutture abitative, un tempio rettangolare e un quartiere artigianale.
Il tempio è uno dei pochi esempi mediterranei che possiamo vedere in oriente. L’edificio è localizzato fuori dall’abitato e si conserva per un alzato minimo, giusto un filare. Sono state ricostruite varie fasi dell’impianto: è del VIII a.C. e ha vissuto fino ad età ellenistica (IV a.C.). Presenta un ingresso non in asse. Nel mondo antico c’erano sia templi longitudinali con ingresso in asse, sia templi con ingresso laterale.
Attorno ai lati perimetrali si nota la presenza di un bancone destinato alla deposizione delle offerte. I templi semitici sono piccoli, spesso inseriti in santuari, e presentano edifici non destinati ad ospitare i fedeli durante le liturgie celebrate. I banconi servivano per ospitare le offerte votive che i fedeli portavano al tempio per dedicarli alle divinità. Gli edifici grandi sono caratteristici delle civiltà greca e romana. Sul lato breve si trovava un altare costituito da varie lastre e foderato in pietra. Al centro si presentava una lastra in pietra con un foro, che consentiva alle offerte liquide di penetrare all’interno della terra sottostante e di essere accolte dalle divinità. Davanti all’altare c’è una fossa nel pavimento che in origine ospitava un pilastro sacro non strutturale, in legno, legato al culto, simbolico, simile a quello esterno che troviamo nel tempio di Melqart a Tiro. Annesso all’edificio c’è un vano di servizio dove sono state trovate molte offerte, una specie di favissa. Le donazioni avevano una loro sacralità e quando non c’era più spazio per inserirne di nuove, si faceva pulizia disponendo le vecchie offerte in un deposito sacro situato nelle vicinanze. All’interno delle favisse troviamo quindi i depositi votivi di un determinato periodo ma non possiamo datarle con precisione perché l’arco di utilizzo poteva durare anche alcuni secoli.
Fra i reperti importanti abbiamo una placchetta con un’iscrizione del VII a.C. che ci da l’indicazione esatta della divinità alla quale era dedicato il tempio: Astarte-Tanìt, una definizione doppia. In Libano fra i secoli VIII-VII a.C. c’era una straordinaria presenza di officine per la lavorazione: gli avori e i metalli rifiniti rappresentavano una delle più importanti attività dei mediterranei d’oriente anche se nella madrepatria non abbiamo traccia di questi oggetti perché venivano esportati nelle grandi corti che se li potevano permettere.
L’abitato presenta strutture poco monumentali ma si notano forni per il pane, simili ai Tabouna usati in Tunisia per cuocere. Sono semplici giare senza fondo dove veniva posto il combustibile. Le pareti si riscaldano e al centro c’è una struttura sulla quale si prepara il pane: spianate che venivano poggiate e cotte. Nell’abitato sono evidenti i “testimoni di scavo” che derivano da un sistema di scavo diverso da quello per “estensione”, introdotto nel 1970 dagli inglesi. Fino al 1930 lo scavo più frequente era lo “sterro” ma si perdevano molti dei riferimenti. Se si scava in un nuraghe o in siti termali si lavora in uno spazio circoscritto, ed è preferibile lavorare per estensione. Quando si scava nei Tell orientali (collinette artificiali tipiche dell’area siro-palestinese determinate dalla sovrapposizione delle diverse fasi degli insediamenti. Troia è un esempio di Tell) ci si orienta in modo diverso perché non ci sono strutture monumentali. Si rischia di perdere molto dei reperti perché le strutture sono in terra cruda e si sfaldano, si sciolgono, e potrebbe accadere di scavare e non accorgersi delle strutture murarie di un sito. Per gli antichi era più semplice riempire le strutture più vecchie e costruire sopra piuttosto che demolire, ecco perché troviamo Tell alti parecchi metri. Per questi motivi si è dovuti ricorrere a metodi di scavo che consentissero di ricostruire le diverse fasi di costruzione degli insediamenti. Mortimer Whiler e Katherin Canyon, inglesi, hanno elaborato un sistema che si basava su uno scavo a griglia di quadrati delimitati da testimoni, così da consentire una lettura dello scavo non solo in maniera orizzontale, come siamo abituati oggi dalle nostre parti, ma anche verticale, per controllare tutto in tempo reale.
Un aspetto documentato in tutto il mondo antico è la perificità delle strutture, per non disturbare il centro abitato. Il quartiere artigianale di Sarepta ha restituito tracce di diverse attività industriali: tintorie per tessuti, officine metallurgiche con fonderie, stampi per gioielli, forni per ceramica, macine per granaglie e torchi per la trasformazione alimentare e per l’olio. L’attività più importante era quella dei forni ceramici, ne sono stati individuati ben 22. Erano diffusi in tutti i siti antichi ma raramente sono arrivati fino a noi. Con la ceramica si fabbricavano manufatti per uso domestico e per la conservazione di cibi e bevande. Vetro e metallo, essendo preziosi, non erano usati per questi scopi.
La scoperta di una zona artigianale è un evento raro perché questi siti sono soggetti ad un veloce decadimento a causa di strutture realizzate per lavorare e non per essere edifici di rappresentanza. Inoltre molte strutture erano a contatto col fuoco e il degrado era veloce. In ambito punico si contano solo una ventina di siti artigianali.
I forni ceramici più antichi presentano una caratteristica forma ad omega, dovuta ad un muretto di sostegno che andava a separare il vano di combustione. In una fase successiva, ellenistica, il muretto centrale è sostituito da una colonnina. In questi grandi forni ci sono sempre due camere ben distinte: quella di combustione e quella di cottura, nella quale veniva posto il materiale da riscaldare. Il calore non doveva disperdersi, quindi la camera di combustione, generalmente, era scavata nel terreno. Le pareti venivano foderate con argilla cruda che nella fase di combustione si vetrificava. Il vasaio poteva infilare il combustibile attraverso una camera di attizzaggio. Fra le due camere vi era una superficie orizzontale in argilla, denominata suola, realizzata spesso con mattoni piano convessi. Il pilastrino o muretto centrale che separava i due vani aveva la funzione di sostenere la pesante suola. Questo elemento orizzontale era forato obliquamente per consentire al calore di passare ma doveva impedire alla fiamma di raggiungere direttamente gli oggetti soprastanti. Sopra la suola c’era la camera di cottura che veniva creata e smontata ad ogni ciclo di cottura. Le ceramiche, dopo essere state tornite e fatte essiccare a durezza cuoio, venivano sistemate sopra la suola e impilate fino a creare il cumulo. Poi si procedeva alla cottura che durava da poche ore fino a diversi giorni. La durezza cuoio era necessaria perché durante la cottura se l’argilla era troppo dura si spaccava, se era troppo morbida si piegava su se stessa. Mentre si creava il carico si realizzavano anche le pareti della camera di cottura, che poi venivano smontate per recuperare il carico cotto. Pertanto, quando si scava si trovano quasi esclusivamente le camere di combustione con spessi strati di argilla vetrificata nella pareti. I forni ad omega e quelli circolari ci mostrano l’evoluzione che hanno avuto queste attività. Sbagliare una cottura significava perdere tutto il lavoro e i forni piccoli erano più semplici da controllare, quindi il rischio era minore. A Sarepta troviamo attestati entrambi i tipi di forno.
Nell'immagine alcune strutture della zona industriale di Sarepta.

mercoledì 23 giugno 2010

Phoenike - Fenici: Sidone


Sidone
Situata a nord di Tiro sorge sul promontorio di una penisola ed è ancora oggi una delle città più importanti della zona. In alcuni momenti della sua storia fu più importante di Tiro e Omero citò spesso nei suoi scritti i sidoni. L’area era abitata fin dal quarto millennio a.C. ma le tracce di fondazione urbana risalgono al terzo Millennio a.C.
Abbiamo varie tracce del Bronzo, soprattutto in ambito funerario e nell’entroterra, ma sulla città del periodo del Ferro sappiamo pochissimo. Forse l’acropoli era situata nella zona del Castello di San Luigi dove sono state scavate strutture di età ellenistica e romana ma anche più antiche. Da quest’area provengono un capitello a protome taurina e una base, facenti parte di una colonna che si riferisce ad una fase persiana del V a.C., a dimostrazione dell’influenza di architettura e artigianato del mondo persiano. Questa colonna ha fatto ipotizzare che Sidone fosse sede della residenza di un governatore persiano. Abbiamo anche un quartiere artigianale scavato nel 1920 che ha restituito grandi cumuli di murici (molluschi gasteropodi) che servivano ai sidoni per trarre la tintura color porpora con la quale coloravano tessuti e pelli. I due porti sono stati indagati dal 1950 e mostrano una struttura interna a nord, con scogli naturali che sono stati regolarizzati con tratti murari per rendere fruibile il bacino, e un altro porto esterno con un isolotto che offriva protezione alle navi.
Le necropoli non sono state pubblicate ma alcune sono documentate da disegni. Ernest Renàn nel 1860 visitò la necropoli reale di Ayaa e abbiamo una sua ricostruzione dell’ipogeo. Fu distrutta per essere utilizzata come cava. Le tombe scavate nella roccia mostrano vani utilizzati per l’inumazione, ma in altre necropoli ci sono casi di incinerazione. Si accedeva con gradini ricavati nella roccia e hanno restituito due sarcofagi in basalto egiziano: il primo è di una regina che non conosciamo, l’altro appartiene a Tabnit, re di Sidone, che morì intorno ai 50 anni nel 550 a.C. e si fece seppellire in un sarcofago antropoide che riproduce la forma del corpo umano.

Il sarcofago non è della zona, fu importato dall’Egitto ed era destinato ad un altro individuo: un generale di nome Penpta che fu seppellito altrove. Nella base c’è un’iscrizione che ci parla di Tabnit. Nella stessa tomba reale c’erano altri sarcofagi a cassone.
Un’altra necropoli importante è quella di Magharat Tabloun, scavata nel 1857 ma già distrutta e utilizzata come cava dal 1875. Ha restituito diversi ipogei funerari in uno dei quali c’era un altro sarcofago antropoide, quello di Eshmunazar II, figlio di Tabnit. La camera funeraria è piccola e conserva le corde per calare il sarcofago. Una delle divinità mediterranee era Eshmun e il re prese dunque il nome da questo Dio.
Eshmunazar II morì giovane e nel coperchio del sarcofago c’è un’iscrizione in cui sono esaltate le sue imprese. I due sarcofagi antropoidi di importazione determinarono dal V a.C. la moda di questa tipologia da parte delle famiglie più ricche. Quelli di Sidone sono ibridi: sono commistione di schemi stilistici e iconografici greci su una struttura antropoide di tipo egizio, con barba posticcia e altri attributi faraonici. A Sidone non vi erano maestranze in grado di rispondere a quel tipo di richieste e si iniziò ad importare manodopera greca di alto livello che si portò dietro il marmo infatti, fra le centinaia di sarcofagi che troviamo a Sidone, molti sono in marmo pario. Curiosamente questa tipologia di cassoni, con corpo egiziano e testa di tipo greco, in Grecia non esisteva.
Nel IV a.C. la produzione è meno accurata perché i mediterranei d’oriente che entrano nelle botteghe degli artigiani greci per imparare il mestiere non hanno ancora acquisito le capacità dei maestri.
Un ritrovamento importante risalente agli inizi del 1900 si trova a Boss El Sheik, in un’area extraurbana. Si tratta di un santuario dedicato alla divinità principale della città: Eshmun. Il tempio ha una vita lunghissima, dal V a.C. fino a oltre il X d.C. in piena età bizantina. Nella pianta si nota un podio edificato da Eshmunazar II nel V a.C. del quale è rimasto solo un angolo al quale si è addossato un grande podio costruito non molto tempo dopo il primo. Nel sarcofago del re c’è un’iscrizione che riporta qualche dettaglio sulla costruzione. Nell’area sono stati ritrovati alcuni frammenti di statue che su base stilistica cipriota del VI a.C. sono stati attribuiti al tempio. Ci sono inoltre dei bucrani che presumibilmente decoravano la cella principale. Sono state rinvenute anche delle coppe, provenienti da un deposito in un angolo del tempio.
Il secondo podio, 60 x 40 m, è realizzato con grandi blocchi in alcuni dei quali ci sono le iscrizioni di due sovrani. Su questo podio fu impiantato un tempio di tipo orientale, persiano, con delle basi a toro decorate a rilievo e con capitelli a protome taurina, simili a quelli che ci sono a Sidone nel centro abitato, tutti elementi di tipo persiano.
Bisogna distinguere le differenze fra protome, che ripropone la parte anteriore di una testa animale o umana e non prevede una visione posteriore; testa o busto, nella quale si evidenziano sia la parte anteriore che quella posteriore; maschera, che mostra la faccia e ci sono dei fori in corrispondenza di occhi e naso oltre quelli realizzati per appendere la maschera stessa.
Alla metà del IV a.C. venne distrutto durante la rivolta dei satrapi occidentali di Serse contro il potere centrale persiano e venne sostituito da un tempio greco di ordine ionico. Vengono aggiunte alla struttura principale altre strutture: la tribuna di Eshmun (350 a.C.), l’edificio con fregio di fanciulli (di epoca greca, 300 a.C.) e la piscina di Astarte, che presenta nella parete in fondo un trono vuoto, inteso così perché destinato ad accogliere la divinità femminile che era assente. Il trono è spesso fiancheggiato da due sfingi maschili di tipo egiziano le cui ali coincidono con i braccioli del trono. Lo troviamo documentato spesso anche in occidente.
La tribuna di Eshmun è stata ritrovata nel 1972 e presenta due fregi sovrapposti: nella parte superiore un contesto di divinità attorno ad Apollo che suona la cetra e nella parte inferiore ci sono ninfe e satiri che danzano al suono del flauto. Questo prodotto stilistico di tipo greco ha creato problemi perché ci si è chiesti fino a che punto i contenuti dei fregi possono considerarsi greci. Si è pensato che in realtà la raffigurazione rappresenti le divinità cosiddette fenicie vestite in stile greco, ma può trattarsi di divinità fenicie rappresentate come se fossero greche. L’influsso greco era molto sentito all’epoca, soprattutto come moda stilistica, ma si mantennero i contenuti orientali.
Altro elemento importante nel sito è costituito da una serie di statuette di bambini con delle iscrizioni, Temple Boy (bambini del tempio), che sono interpretati come bambini dedicati ad un tempio in cui la divinità (Eshmun) è salutifera e quindi rappresentavano la crescita armoniosa e in salute.
Nelle immagini: Sarcofago antropomorfo e trono vuoto (entrambe da Parrot, Chèhab, Moscati, 2005, modificato)

lunedì 21 giugno 2010

Phoenike - Fenici a Cala Sapone


Ricevo, e pubblico volentieri, questo articolo di Giorgio Pinna sulla frequentazione dei fenici nella baia di Cala Sapone.

Cala de Saboni

Considerando le caratteristiche degli ambienti frequentati dai Fenici non si può non riscontrarne la facies in altre località dell’Isola Sulcitana; ad esempio, Stainu de Cirdu e sa Salina nel comune di Calasetta. Entrambe fornite di laguna con peschiera, erano utilizzate per la coltivazione del sale e, fino a qualche decennio addietro, evidenziavano strutture portuali adatte all’ancoraggio di piccoli navigli.
Un caratteristico paesaggio di tipo fenicio è Cala de Saboni, riportato nella toponomastica fin dal XVIII secolo come Cala Sapone. La baia, localizzata ad Ovest dell’Isola Sulcitana, si insinua per circa 350 metri, terminando con un’ansa sabbiosa. Attualmente è delimitata da una lingua di asfalto che la separa dai ruderi imponenti di una vecchia tonnara, restaurata nel XVIII secolo ed in attività fino alla fine del XIX. Un fiumiciattolo a carattere torrentizio sfocia sul lato Nord della spiaggia; un cordone di scogli all’imbocco dell’insenatura la rende adatta ad un sicuro ancoraggio anche con venti di forte intensità provenienti dal quadrante Nord-Ovest. Proseguendo lungo la carreggiata litoranea verso Nord, dopo la prima rampa in salita, s’incontra sulla sinistra su portu de sa Sennora, un’ampia insenatura con pescaggio profondo. Alla sommità della collina è la località denominata Mercuri mannu che definisce l’area fino allaCala Longa; procedendo sempre in direzione Nord il luogo assume la denominazione di Mercureddu.
Si accede alla Cala de Saboni, provenienti da Sant’Antioco, attraverso una piana di tipo alluvionale, situata nell’area centro-meridionale dell’Isola Sulcitana, denominata Canai. Cananei è il nome con cui i Fenici identificavano se stessi, e Canaan la loro terra di origine, anche se, precedentemente alla loro affermazione, Canaan designava tutta l’area Siro-palestinese.

Questo porto garantisce un rifugio sicuro al naviglio, con la peculiarità di ospitare un impianto per la pesca ed il trattamento del tonno, Tonnaria. Possiamo supporre che l’attività di pesca fosse orientata non solo al tonno ma a tutte le specie pelagiche, come ad esempio il pesce azzurro, il più adatto alla conservazione per salagione, con la caratteristica di muoversi in branchi che offrono la possibilità di effettuare abbondante pescato in un ristretto spazio. Il tonno, tipico migrante per riproduzione con cicli regolari e prevedibili, grazie alla sua mole, è capace di fornire un ottimo cibo, ricercato nell’antichità, con alcune sue parti particolarmente apprezzate che raggiungevano costi alti sul mercato: Hypogastrium, ventresca, surra.
Il metodo di pesca comportava un’organizzazione comunitaria con la partecipazione di molti pescatori. Possiamo supporre la procedura di pesca più conosciuta nell’antichità applicata a Cala de Saboni: la tratta, boliche (boligiu). Due reti costituivano le ali con al centro una borsa, mitgia; un’ala veniva ancorata allo scoglio alla bocca della Cala, la seconda ala trainata al largo dalle barche fino ad intercettare il branco di pesci. In seguito le stesse barche compivano un percorso ad arco raggiungendo lo scoglio controlaterale della bocca d’accesso alla Cala, accorciando al contempo la lunghezza delle due ali di reti. Si aveva così la possibilità di raccogliere immediatamente il pescato con la mattanza o destinarlo in area chiusa, quale appunto si presenta la Cala, e procedere serialmente ad ulteriori “calate” sfruttando appieno la potenzialità del branco in migrazione. L’ordine di procedere alla “calata” delle reti era conseguente all’avvistamento del branco dei pesci in avvicinamento da parte di un avvistatore, thynnoscopos, ubicato su una struttura elevata e prossima alla tonnara. Fungeva allo scopo la costruzione sita sul piccolo promontorio a Sud di Cala de Saboni e denominato su Casteddu becciu: una costruzione monotorre con antemurale di fattura nuragica utilizzata in periodo fenicio con le stesse probabili funzioni di avvistamento e di tempietto sacro. La conservazione del tonno e degli altri pesci pelagici era connessa, oltre che per le proprie caratteristiche fisiche e biochimiche, alla disponibilità del sale, che abbiamo visto coltivato in diverse località dell’Isola Sulcitana. L’industria conserviera utilizzava anche l’olio, grazie all’abbondanza di piante di olivo nella zona.
Plinio affermava che l’invenzione della pasta vitrea e del vetro si dovesse ai Fenici; notizia non vera, ma indizio della perizia tecnica attribuita ed effettivamente raggiunta da questo popolo che seppe diffondere il tutto il bacino del Mediterraneo questa tipologia di prodotto. In realtà la scoperta della materia vetrosa e della pasta vitrea avvenne in Mesopotamia verso la metà del III millennio a.C.; i primi recipienti realizzati in vetro sono stati prodotti nel corso del XVI-XV a.C. nell’area Hurrita-Mitannica. Tuttavia furono appunto i Fenici a raffinarne la tecnica ed esportarla ovunque.
A meno di mille metri, verso Sud, dalla baia di Cala de Saboni, in località is Praneddas, in un piccolo avvallamento di rocce vulcaniche degradante verso il mare, si trova un vasto deposito di materiale, nel quale si evidenzia un accumulo artificiale alto circa cinque metri, con forma conica, di sabbia silicea altamente depurata; all’altro lato dell’avvallamento vi è un muro di contenimento di altro materiale siliceo; poco distante si deducono alcune strutture in muratura di roccia appena sbozzata. Anche se presenti in misura ridotta, a causa del degrado e dell’asportazione dei materiali avvenuto nei secoli, questi resti ci inducono a pensare ad un centro per la lavorazione del vetro; infatti, la silice (biossido di silicio) è la più importante materia prima per la produzione del vetro. Per abbassare la temperatura di fusione, circa 1700 °C, si utilizzava la soda, ottenuta dalla cenere delle piante di ambiente marino e dalle alghe; la lisciva, sa lissìa, mischiata alla silice porta la fusione a circa 800 °C. Ma il vetro silico-sodico non è stabile; per avere un vetro
stabile si introduceva del carbonato di calcio, marmo o calcare, del quale è costituita l’Isola Sulcitana da su Forru a macchina a Coa de quaddu con la propaggine de su Monte s’Orxu. Tutti elementi che concorrono alla massima facilitazione per una produzione vetraria in loco. La competenza nella fattura del forno di fusione, a crogiolo, e le conoscenze tecniche di fonderia non mancavano ai Sardi, eredi di una grande tradizione mineraria e di trasformazione; il luogo è tra i più indicati per la costante ventilazione e conseguente tiraggio della fucina. La tecnica di esecuzione era quella detta “su nucleo friabile”: all’estremità di una canna metallica non forata si modella un nucleo di argilla con fibre vegetali, o sterco di cavallo, e lo si immerge più volte nel crogiolo di vetro fuso, che aderisce intorno al nucleo e viene ricoperto da diversi strati.
La parete viene poi decorata con filamenti vitrei di colori differenti, ottenuti miscelando degli ossidi minerali; al termine, a freddo, si estrae la canna e, con uno strumento, il nucleo. I monili (bracciali, collane e pendenti) venivano eseguiti a stampo semplice o doppio.
I Fenici sono altresì noti per aver diffuso la coltivazione della vite e la produzione del vino, primato rivendicato anche dai Greci. Ma le tracce della lavorazione del vino sono apparse in Sardegna in periodo precedente l’arrivo dei Fenici. Ne sono testimonianza i resti di vinaccioli recuperati in siti nuragici, in strati risalenti al 1300 a.C., in diverse località della Sardegna, particolarmente a Borre e Sardara. Questi vinaccioli di forma rotonda e selvaticoide sono riconoscibili nei vitigni autoctoni chiamati Muristellu e Appesorgia.
I Fenici potrebbero avere introdotto nuove varietà come ad esempio il Nuragus o la Vernaccia: «Secondo il linguista Wagner Garnacha (spagnolo), Garnaxa (catalano) Cranaxa, Granaxa, Granata (sardi)». O, anche, introdotto nuove forme di coltivazione, già conosciute in Egitto, come il pergolato: Triga o trigaxu, in alternativa a pregua dal latino pèrgula. Il termine che definiva il sistema di coltivazione era anche passato a identificare l’uva da pergolato, Triga rosa. Tra i Sulcitani è molto comune l’uso di elidere nelle parole la consonante G, infatti, il telaio per la tessitura è chiamato triaxu (trigaxu); nel Nord-Africa, nell’area un tempo identificata come Numidia, con popolazione indipendente ma strettamente legata a Cartagine, è ancora in uso il termine “Triga” per denominare il traliccio che sostiene la tenda dei Beduini. Recenti analisi di laboratorio hanno permesso di dimostrare che verisimilmente è il Cannonau il vitigno più antico di tutto il bacino mediterraneo. Nell’antichità, durante il nostro periodo di riferimento, il vino veniva fatto in vasche di pietra od orci – giare (girus) – di terracotta. Il trasporto del vino era complesso: riposto in anfore o nei più capienti dolia, durante il viaggio, a causa della fragilità dei contenitori, rischiava di andare perduto. Il trasporto per mare risultava più agevole: le anfore erano adagiate su un letto di sabbia e paglia, rivestite di resine e pece che influivano negativamente sulle caratteristiche gustative e olfattive del vino. Per ovviare, inoltre, alla acidificazione del vino e provvedere alla eliminazione dei composti secondari sgraditi, dopo la fase della svinatura e durante tutte le operazioni di travaso e confezionamento si utilizzavano tecniche chimiche e fisiche per stabilizzare il vino, come il carbone attivo e la bentonite. A poche centinaia di metri da Cala de Saboni si trova una cava di bentonite, in uso fino a qualche decennio addietro e, possiamo supporre, sfruttata anche in epoca fenicia. La bentonite è una terra argillosa di origine vulcanica che ha la caratteristica di rigonfiarsi in presenza d’acqua formando un gel e ha la proprietà, se immersa nel vino, di assorbire le particelle in sospensione e ripulirlo dalle impurità. La bentonite, oltre a stabilizzare il vino eliminando l’eccesso delle sostanze proteiche che producono le velature, utilizzata più volte tende a chiarificarlo facendogli assumere l’aspetto di acqua di fonte; pratica gia conosciuta dai Cananei della quale abbiamo riscontro nella prima metà del I d.C.
Mércuri è Mercurio identificato con l’Ermes dei Greci, del quale ha assunto tutti gli attributi e le leggende. Il nome deriva chiaramente Vago di collana fenicia in vetro da merx (mercanzia) e mercari (trafficare); era quindi una divinità che presiedeva ai commerci. Aveva il compito di condurre le anime dei defunti ed era invocato come il protettore dei viaggi. Normalmente era rappresentato ricoperto dalla clamide, recante nella
mano destra una borsa di denari e nella sinistra il caduceo; negli incroci tra diverse strade venivano collocati dei pilastri con scolpiti i suoi attributi. Nei mercati si erigevano le “erme” ed era ritenuto l’inventore delle bilance, dei pesi e delle misure. A Roma non divenne mai un dio importante dal punto di vista politico, tuttavia la sua popolarità crebbe in rapporto con l’espandersi dei commerci. La figura di Mercurio in realtà è scarsamente conosciuta ed il suo culto in Roma sarebbe stato introdotto agli inizi del V a.C. mediato probabilmente dagli Etruschi. L’associazione tra merce, mercanti, viaggi e commerci richiama prontamente i Fenici e la loro divinità più conosciuta, Melqart; e fu semplice per i Sardi romanizzati cogliere l’assonanza con Mercurio sostituendo come abitudine la consonante “l” con “r” (esempio: albu-arbu). Mércuri mannu è Melqart; d’altronde non è possibile denominare un dio minore per i romani con il titolo di “grande” (mannu, cioè magnum) che compete alla massima divinità fenicia del X a.C. Melqart è il “re della città”, cioè Tiro, divenuta durante il regno di Hiram un impero commerciale ed il principale fornitore del re Salomone.

Inizialmente, per Tiro, Melqart rappresenta la divinità cittadina per eccellenza con la specifica funzione di fondatore e signore della città; in seguito al ruolo giocato da Tiro nell’espansione coloniale commerciale dei Fenici, si afferma ancor più come “preposto alle fondazioni”. La presenza fenicia in Oriente e Occidente è caratterizzata dalla fondazione di templi dedicati a Melqart, il più conosciuto dei quali è quello eretto a Cádice (Gadir/’gdr), la cui fama nel mondo antico si diffuse grazie alla funzione oracolare che vi si svolgeva oltre ad essere una vera e propria succursale del tempio di Tiro.
In stretta associazione con Melqart era Astarté (‛ŠTRT), divinità preposta a sovrintendere l’eros ed i matrimoni, rappresentata nuda e frontalmente, vero simbolo di fertilità; i Cananei vi vedevano una madre celeste e terrena ma anche una divinità marina, protettrice ed intermediaria; a Biblo era chiamata Baalat con l’epiteto ‘DT (Signora). Seguendo il filo rosso delle divinità di Tiro, a completare la triade ci imbattiamo in Baal Safon o Sapon (B‛L SPN), testimoniato precedentemente nella religione siriana di Ugarit. Baal era considerato un dio molteplice; ogni popolo cananeo aveva il suo Baal, differente da quello dei propri vicini. La montagna era la sede preferita per la teofania di molte divinità venendo essa stessa divinizzata; il monte Safon o Sapon era considerata la montagna sacra per eccellenza di Canaan, mentre nella Bibbia, con il nome di Şāpon, si indicherà una delle montagne sacre di Yahweh. Il tempio di Baal Safon era il luogo dove si firmavano i trattati più importanti seguiti dai riti di sacrificio, del quale beneficiavano sia la divinità sia la comunità, con la consumazione rituale della vittima animale, soprattutto montoni. La divinità si dimostrava capace di combattere contro il Mare tempestoso ed allo stesso tempo di suscitare venti impetuosi contro il naviglio di chi avesse violato gli accordi, quindi, veniva invocato come difensore dei patti. La montagna, alta 1770 metri, fa parte della catena montuosa del Ğebel el-Aqra‛, a nord di Ugarit.
In Occidente riscontriamo altre località, di probabile fondazione fenicia, che conservano nel toponimo Safon/Sapon. Un esempio è la città ligure di Savona che troviamo citata per la prima volta da Tito Livio (Savo oppidum) come alleata dei Cartaginesi durante la seconda guerra punica. Il massiccio montuoso che domina Savona (Montenotte) potrebbe derivare il proprio nome da mon Tanit. Ricordiamo ancora l’esistenza del fiume Saône, nei pressi di Lione in Francia, e una Cala Saona a Formentera nelle Baleari; anche la città di Balsa in Lusitania potrebbe derivare il suo nome da Baal Safon.
Nei pressi della succitata cava di bentonite si rinvengono i ruderi del nuraghe Giùanni Èfis. Se decliniamo al femminile questo toponimo otteniamo Gianna Efisia, ovvero Janna o Diana Efesia. La Diana Efesia dei Romani corrispondeva alla Artemide dei Greci che, a sua volta, riprendeva il carattere di una divinità in connessione al mondo della natura e della caccia: Artemis sorella del dio hittita Apulunas. Ad Artemide in Efeso fu dedicato nel VII a.C. un santuario considerato una delle sette meraviglie del mondo antico; in età ellenistica venne raffigurata avvolta in un abito aderente dalle lunghe maniche, con un copricapo a forma di torre o di tempio; il petto era adornato da una collana di ghiande e da molteplici file di mammelle o, secondo altre interpretazioni, di scroti di tori sacrificati. Ma originariamente Artemis veniva rappresentata come dea cacciatrice con l’arco o come dea dell’Ade con una torcia, come sintesi di forme orientali, egizie, sumeriche, hittite, lidie. I Fenici in Lidia avevano dei partners commerciali privilegiati; anche questi nell’antichità erano famosi per la produzione della porpora: la corporazione dei tintori e dei venditori di lana era reputata molto influente ancora nel I d.C. e citata negli Atti degli Apostoli. A Sardi, capitale della Lidia, fu inventata la moneta nel senso moderno del termine con titolo, peso e valore stabiliti dallo Stato; l’elettro (lega di oro e argento) e l’oro puro erano reperiti in natura con notevole frequenza; Creso, il più importante e ultimo governatore lidio, utilizzò oltre dieci tonnellate d’oro per la costruzione e la decorazione del tempio di Artemide. L’associazione commerciale tra Fenici e Lidi, con l’oro, gli unguenti ed i profumi portò a diffondere il culto delle divinità lidie Artemis e Baki, che sarà poi identificata col greco Dioniso. Tutti questi toponimi riguardanti la zona di Cala de Saboni per motivi linguistici possono indirizzare alla presenza di un insediamento di tipo fenicio; ma, come nelle migliori indagini, non si può esprimere un giudizio solo sulla base di indizi, anche se molto pregnanti da un punto di vista storico, perciò invitiamo gli archeologi al ritrovamento della “smoking gun”.

Immagini di Cala Sapone a cura dell'autore Giorgio Pinna

Viaggi e letture - Teulada


Si è conclusa ieri a Teulada la rassegna “Viaggi e Letture” organizzata dalla Biblioteca Provinciale di Cagliari. Oltre 60 partecipanti hanno ascoltato le relazioni di Giovanni Ugas su “pesi e misure nuragici” e Pierluigi Montalbano sulla “nascita della civiltà neolitica nel Mediterraneo”. La giornata è stata introdotta da Gisella Mulas, presidente dell’associazione “Is Sinnus” che ha accolto i partecipanti con una mostra fotografica e un’esposizione di ricami prodotti dalle abili mani delle artigiane di Teulada.

Al termine del convegno i convenuti hanno gustato le prelibatezze dell’agriturismo Sa Tiria che ha ospitato l’evento.
La rassegna ha visto, nelle sue complessive 8 giornate, la partecipazione di 400 appassionati, raddoppiando i risultati ottenuti alla prima edizione. I temi della prossima stagione saranno “Grotte, Castelli e miniere” e già si lavora per arricchire di nuovi elementi il già nutrito programma.
Alla presenza dei docenti dell’Università e delle autorità dei vari comuni interessati stiamo pensando di affiancare mostre artigianali che illustreranno la cultura materiale delle comunità sarde.

Un ringraziamento particolare è rivolto a quanti, pur non partecipando agli eventi, hanno lavorato con entusiasmo negli uffici bibliotecari per la buona riuscita della manifestazione.

sabato 19 giugno 2010

Iron Age - Sardinian history - Le città stato dei fenici: Tiro


Tiro:
È la città protagonista del fenomeno di colonizzazione in occidente fra IX e VIII a.C. Ubicata a sud, vicino al confine con Israele, mostra pochi resti della città arcaica perché le tracce antiche sono sotto l’attuale città. Fondata nel quarto millennio a.C., oggi si presenta come una penisola ma anticamente erano vari isolotti poi riuniti da un riempimento effettuato nel X a.C. da Hiram I. L’isola controllava la terraferma grazie ad un’altra Tiro, più antica, edificata sulla sponda opposta. Alessandro Magno fece un intervento edile nel 333 a.C. in occasione dell’assedio, costruendo una specie di ponte lungo 600 metri per attaccare via terra. Questo molo, ancora visibile, ha determinato a partire dal IV a.C. il formarsi di una barriera artificiale che ha creato la lingua di sabbia che oggi possiamo vedere, un istmo. Quando la città era sull’isola c’era la necessità di un entroterra da cui attingere le risorse alimentari con cui sopravvivere. Era l’acqua potabile che creava i maggiori problemi perché doveva essere portata sull’isola dentro botti ma Hiram I fece costruire delle cisterne che raccoglievano l’acqua piovana per garantire una certa autonomia. Il rapporto con la terraferma era importante: sappiamo che alla Tiro isolana era collegata una Tiro 6 km più a sud chiamata Sur. L’area dell’isola era già stata frequentata dall’inizio del terzo Millennio a.C. ma non abbiamo tracce archeologiche evidenti. L’archeologa Patricia Bikai indagò negli anni Settanta con uno scavo in profondità che documentò una frequentazione dal 2900 a.C. fino al 700 a.C. ma le tracce si interrompono perché le strutture ellenistiche e romane impediscono di proseguire lo scavo nell’area. L’antica linea di costa doveva essere diversa poiché il livello del mare all’epoca era più basso di circa due metri.
I porti erano due: il più antico (a nord) è naturale ed è detto sidonio perché rivolto verso Sidone. Questo porto fu poi compreso all’interno della cinta muraria e difeso con un sistema di fortificazioni. Nel IX a.C. Ithobaal I fece costruire a sud un porto artificiale rivolto verso l’Egitto (porto egiziano). Gli scavi subacquei del 1930 hanno mostrato moli e frangiflutti artificiali che però si riferiscono ad età ellenistica. I due porti erano collegati da un canale scavato, elemento che troviamo in vari altri casi in occidente, ad esempio a Lilibeo e Cadice.
Le fortificazioni dell’epoca antica sono poco evidenti a causa dell’urbanizzazione, sappiamo comunque che la città, come tante altre del periodo, era fortificata a causa dei frequenti conflitti che coinvolgevano tutta l’area. Le uniche testimonianze ci provengono da alcuni bassorilievi assiri che rappresentano la città. Del IX a.C. abbiamo l’immagine in una porta in bronzo di un palazzo a Balawatt che dimostra che le città pagavano tributi agli assiri. Si nota il momento del pagamento dei tributi e Tiro, sull’isola, che viene rappresentata con mura turrite sormontate da merli. Un altro rilievo, del VII a.C. proveniente dal palazzo di Khorsabad, mostra il commercio del legno con navi a remi e a vela che attraccano e scaricano il legname. Un altro rilievo mostra la fuga in barca del re di Tiro Luli durante un attacco degli assiri. Si notano anche il palazzo con le mura e la grande porta. Nella fase persiana le mura vennero ricostruite con torri e una cinta spessa 4 metri. Non abbiamo notizie dei templi ma sappiamo che Hiram I nel X a.C. promosse una riforma religiosa importante introducendo la divinità principale di Tiro: Melqart. Sappiamo che i templi dedicati a Melqart erano presenti anche a Tharros, Cadice e Olbia. Questa divinità è legata alla figura reale, ha una radice molto simile alla parola re. Le fonti classiche parlano di questo grande tempio, edificato spianando un tempio precedente dedicato alla divinità Baal, il Dio rappresentato con la folgore.
Così come il tempio di Gerusalemme, anche quello di Tiro era preceduto da due colonne rivestite in oro e smeraldo ed era impiantato con la stessa tipologia: un vestibolo, un’antecella e una cella lunga. Si ipotizza che questo tempio si trovi nell’isola settentrionale sotto la Basilica dei Crociati perché nell’area venne individuato un altare di epoca romana, del 188 d.C. che portava una dedica ad Eracle, il Dio corrispondente al Melqart dell’antichità. Lo studio dei templi è rilevante perché la classe sacerdotale aveva un ruolo politico ed economico importante all’epoca. Un altro tempio di Melqart si trova nella terraferma. Le fonti raccontano che quando Alessandro Magno arrivò a Tiro per conquistarla chiese ai tiri di poter fare delle offerte al tempio ma gli isolani risposero che avrebbe potuto farle nel tempio della terraferma in quanto sull’isola non l’avrebbero fatto sbarcare. C’era anche un tempio di Astarte fatto edificare da Hiram I ma non sappiamo dove fosse. Un altro tempio sulla terraferma era dedicato a Baal Shamen. Ogni città aveva divinità principali e divinità secondarie, maschili e femminili. Baal in lingua semitica significa “Signore”, quindi era un Signore del cielo, del sole o con altri attributi.
Nell’area scavata nel 1974 dalla Bikai si è confermata una fiorente attività ceramica, come già si era capito dalle fonti storiche. Il mondo funerario mostra nell’isola settentrionale la necropoli di Al Bass, un ritrovamento recente, proprio di fronte all’isola. In origine era molto vicino alla costa ma oggi si trova un po’ distante, infatti le tombe attualmente si trovano scavate nella sabbia lontane dalla costa.
Le urne venivano coperte per impedire alla sabbia di penetrare all’interno e mischiarsi ai resti dell’incinerato. Sono stati trovati vasi per i profumi, utilizzati per preparare i cadaveri. C’era il rituale della rottura dei vasi per simboleggiare la rottura con la vita. Il terreno sabbioso non è adatto alla conservazione perché è friabile (ci sono infiltrazioni dell’acqua di mare) quindi le tracce labili si perdono. In occidente questa procedura funeraria fu sostituita dall’inumazione in epoca punica, cioè nel VI a.C. In oriente, invece, troviamo le due pratiche anche in contemporaneità. In questa necropoli abbiamo incinerazione con deposizione secondaria, nel senso che il cadavere veniva prima bruciato nell’ustrinum e poi le ossa, quando si erano raffreddate, venivano deposte in vasi di ceramica in un’altra fossa nella sabbia. Questa necropoli viene utilizzata dal X al VII a.C.
L’incinerazione primaria non è molto diffusa e prevede che il cadavere, dopo essere stato lavato, profumato e preparato con unguenti, veniva bruciato su una pira funeraria che si disponeva sopra una fossa ovale di dimensioni simili a quelle del defunto. Le ceneri si depositavano per caduta diretta all’interno della fossa e i ritrovamenti mostrano i resti delle varie parti dello scheletro posizionati in corrispondenza delle varie parti del corpo che veniva bruciato.
Il sistema più antico e diffuso, quello di Tiro, consiste nella incinerazione secondaria. Anche in Sardegna questa pratica era la più diffusa (ma non a Monte Sirai). A Tiro c’è il problema di scavare le tombe nella sabbia, perché essendo friabile si devono fare scavi molto grandi per portare alla luce i vasi. Urne e anfore si trovano a gruppi e si è ipotizzato che si tratti di tombe familiari. Al di sopra c’è spesso un segnacolo (stele incise o scolpite) utilizzato per segnalare la sepoltura ed evitare che una famiglia deponesse i resti del proprio defunto nella tomba di un’altra famiglia. Dovunque siano passati, Sicilia, Sardegna, Spagna e Africa, i fenici hanno lasciato tracce di vasi tipici, come ad esempio le brocche con orlo a fungo con il bordo che si espande; erano utilizzate per versare sostanze oleose nel rituale funerario, infatti c’è esclusivo ritrovamento in siti funerari.
Nell'immagine: Sarcofago di Hiram (Parrot, Chèhab, Moscati, 2005, modificato)

venerdì 18 giugno 2010

Phoenike - Fenici in Sardegna

I sardi delle coste erano dediti alle attività marinare, alla manutenzione dei porti, alla tutela delle vie di accesso verso l'interno (sempre in accordo con i sardi dell'interno), e quindi...allo sfruttamento di pesca, sale e intermediazione del commercio.
Fenicio è quindi il modo di vivere di quell’epoca, la cultura diffusa, la contaminazione globale. Già in passato i ciprioti formavano, insieme a cretesi e sardi, l'asse dei commerci del rame, del bronzo e, in seguito, delle altre mercanzie. A questi si unirono filistei, tiri, gibliti, sidoni, siriani, aramei e altri.
Teniamo conto che il nucleo del periodo fenicio è quello nel quale si attesta la Stele di Nora. La scritta (in caratteri definiti fenici) nella grande e importante stele dedicata a un Dio sardo (o comunque ad un tempio in Sardegna o a una fondazione in Sardegna) mostra con sicurezza che il territorio isolano era ancora saldamente in mano al popolo delle alte torri. Troppo potenti i sardi per consentire ad estranei di mettere radici profonde sul proprio territorio. Al limite possiamo ipotizzare che i levantini avessero all’interno una forte componente amica (sempre proveniente da quei popoli del mare che costituiscono l'unica spiegazione al rinnovarsi del sistema politico, sociale ed economico del post-1200 a.C.).
Per quanto riguarda la quasi assenza di strutture architettoniche cosiddette fenicie nelle coste sarde possiamo dare una spiegazione semplice e logica: i levantini fruivano delle strutture sarde per attraccare, riposarsi, commerciare, collaborare, integrarsi e...fondersi con i locali. Esattamente come avveniva da sempre...e fino ad oggi. Non avevano bisogno di edificare semplicemente perché i sardi avevano già dotato le coste di tutte le strutture necessarie ai commerci navali. Le cose cambiano, ma non molto, quando appaiono sulla scena i Cartaginesi. Questo popolo era figlio di quella Tiro che cambiò radicalmente assetto sociale e politico a seguito delle invasioni del 1200 a.C. che la rasero al suolo. La popolazione fu sterminata e la città ricostruita e popolata da genti nuove. I cartaginesi (dal VII a.C.) iniziarono ad allargare le proprie mire lungo le coste (cosa ovvia trattandosi di un popolo del mare) e si scontrarono presto con gli altri grandi navigatori dell'epoca (greci ed etruschi, anche questi discendenti di quei popoli del mare che ho citato prima). La flotta fu distrutta completamente nella battaglia di Alaria (detta anche del Mare Sardo) ma anche greci ed etruschi ci rimisero le penne. Infatti, proprio in quel decennio, i romani decisero di avviare l'epopea che conosciamo: stipularono accordi con le altre potenze, organizzarono il proprio sistema legislativo e allestirono un forte esercito che nel giro di pochi secoli riuscì ad imporre l'egemonia del senato romano in molti territori.
Ai poveri cartaginesi restò la consolazione del controllo di mezza Sicilia (l'altra era greca) e un accordo con i sardi che consentiva di collaborare commercialmente con benefici reciproci. Non ci fu nessuna colonizzazione cartaginese in Sardegna, questa ipotesi non regge, avremmo avuto notizie dalla letteratura, invece...niente. Solo patti di non aggressione fra Cartagine e Roma. E anche i romani ebbero notevoli difficoltà ad imporre le proprie regole in Sardegna. Solo lungo le coste riuscirono a inviare legioni per il controllo. L'interno rimase sempre saldamente in mano ai sardi. A nessun condottiero romano fu mai concesso "il trionfo", e questo la dice lunga sulle vicende che invece abbiamo imparato a scuola. Nessun dominio evidente, al limite si può accettare l’ipotesi di un controllo armato che si sfaldò nel giro di qualche secolo. I romani pensarono bene di farsi amici i sardi: meno problemi e più tasse facili da riscuotere.

giovedì 17 giugno 2010

Phoenike - Fenici


Inizia da oggi una serie di post dedicati a questa grande civiltà del passato, frutto dell'integrazione di alcuni popoli del mare con i superstiti cananei delle città stato costiere del Libano, distrutte dagli avvenimenti del 1200 a.C.

Fenici è il nome dato dai Greci alla popolazione originaria della regione corrispondente all’attuale Libano. Il termine greco phonix (cioè “rosso porpora”), indica che già nell’antichità i Fenici erano ricordati come “gli uomini della porpora”.
Dal 1200 a.C. emergono quelle città costiere che saranno il punto di partenza di un’espansione economica e politica senza precedenti. I Fenici si fecero portatori di nuovi saperi, di nuove conoscenze, di nuove ricchezze, portando un po’ dell’oriente mediterraneo in cui erano fiorite le grandi civiltà antiche, nelle regioni occidentali; una colonizzazione pacifica e duratura, destinata a soccombere di fronte all’emergere del grande impero di Roma
I traffici commerciali delle città fenicie sono attestati sin dalla fine del II millennio a.C.: essi interessavano le regioni del Mediterraneo orientale, in particolare Cipro, le coste dell’Anatolia e l’Egitto. L’Antico Testamento riporta i patti stretti tra Salomone e il re di Tiro Hiram per la costruzione del Tempio di Gerusalemme: si ricorse al legno dei celebri cedri libanesi e alla manodopera degli artigiani tiri, specializzati nella costruzione di tetti in legno.
Le rotte commerciali permettevano ai Fenici di svolgere anche un ruolo di intermediari, caricando merci per conto di altri stati.
Nel corso del I millennio a.C. la ricerca di nuovi orizzonti commerciali spinse i Fenici sempre più a occidente per fondare empori stabili per l’importazione delle materie prime. Solo successivamente i centri portuali dell’occidente si trasformarono in vere e proprie città, grazie anche all’integrazione culturale e demografica con le popolazioni autoctone.
Con Cartagine si assisterà a una evoluzione ulteriore, con la creazione di un impero commerciale e politico, che aggregava sotto la guida della città nord africana tutte le colonie fenicie occidentali.
Una menzione particolare merita l’attività manifatturiera che più ha caratterizzato i Fenici, al punto da dare loro lo stesso nome: la specializzazione dell’industria della porpora, comunque già conosciuta e utilizzata in precedenza da altri popoli.
La manipolazione di un pigmento indelebile color rosso porpora era volto alla tintura di stoffe (lino e lana) prodotte localmente oppure importate (soprattutto dall’Egitto), con la creazione di un prodotto di altissimo pregio, poi esportato. La tintura porpora era già praticata in area minoica, ma l’apporto dei Fenici fu fondamentale sia per l’affinamento delle tecniche di estrazione, sia per la commercializzazione su larga scala. Il pigmento era estratto da molluschi reperibili in tutto il Mediterraneo: si estraevano le ghiandole ipobranchiali e si riversavano in ampie vasche poste ai margini dei centri abitati. Da esse si estraeva un liquido incolore che, durante un periodo di macerazione, assumeva la tipica pigmentazione e a cui si aggiungeva poi acqua di mare per diluirlo e ottenere le diverse gradazioni di colore (dal rosso al viola). Seguiva un processo di purificazione della tintura, che veniva poi bollita per circa dieci giorni fino all’ottenimento del colore prescelto e poi filtrata. Di questa imponente attività (erano necessari quantità enormi di molluschi) rimangono, in prossimità dei centri fenici, grandi cataste di gusci dei molluschi utilizzati.
L'immagine è tratta da Lilliu, 1966, sculture della Sardegna nuragica, bronzetto n° 175 da Olmedo.

mercoledì 16 giugno 2010

Reperti archeologici clandestini

Cagliari, denunciato un imprenditore, trovati a casa sua reperti archeologici.

I militari del Nucleo di Polizia Tributaria di Cagliari, nel corso di una attività di polizia giudiziaria, ha trovato e sequestrato alcuni reperti archeologici di epoca romana durante una perquisizione, disposta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, nell'abitazione di un facoltoso imprenditore edile cagliaritano, nell'ambito di un procedimento penale relativo ad ipotesi di reato per violazione della legge fallimentare.
Nel corso della perquisizione della lussuosa villa le Fiamme Gialle hanno trovato i reperti romani che esposti quali importanti complementi d'arredo. Tutti i manufatti, fra cui alcune anfore, statuette votive ritraenti figure maschili e femminili, nonché alcune lucerne, sono stati sequestrati e posti a disposizione dell'Autorità Giudiziaria e dei funzionari della Soprintendenza. L'imprenditore è stato denunciato poiché sprovvisto di qualsiasi documentazione attestante la legittima provenienza ed il lecito titolo di possesso degli oggetti.
http://unionesarda.ilsole24ore.com/Articoli/Articolo/184692


Ricapitolando…un ex-imprenditore (essendo fallito dovrebbero cancellarlo dalle liste degli affaristi) cagliaritano, apparentemente facoltoso (se è fallito non credo abbia tanti soldi in tasca) e proprietario di una lussuosa villa (beato lui) arredava la sua dimora con reperti archeologici clandestini.
La domanda è d’obbligo: “Perché omettono il nome?”
La legge sulla privacy dovrebbe possedere il requisito della reciprocità, ossia i cittadini dovrebbero avere la possibilità di sapere l’identità di chi commette reati per evitare di avere a che fare con loro! Siamo alle solite: a volte la legge agevola chi fa il furbo. Spero vivamente di leggere il nome o vedere in faccia il personaggio in questione in qualche TG o sulla carta stampata, anche perché il condominio nel quale vivo dovrà eseguire il rifacimento della facciata del palazzo e non vorrei che questo tizio continuasse indisturbato a svolgere le sue avventurose mansioni di imprenditore edile fallito, magari tramite qualche prestanome.

martedì 15 giugno 2010

Atlantide = Haou-Nebout?


2° parte, e ultima

Non soltanto Platone ci ha fornito notizie riguardanti una mitica e ricca civiltà scomparsa; anche la Bibbia contiene riferimenti ad un continente inghiottito dalle acque. Ezechiele narra della distruzione di un arcipelago chiamato Isole di Tarsis, cosa che ha indotto a supporre che si tratti di Tartesso, un impero contenente grandi ricchezze, nel quale imperavano il lusso sfrenato e la degradazione morale. Un’ipotesi è che si tratti di una grande città fondata dagli abitanti di Tiro sulla costa spagnola, simbolo dei luoghi più lontani del mondo allora conosciuto. La degradazione provocò l’ira di Dio. “Quando avrò fatto di te una città deserta, come sono le città disabitate, e avrò fatto salire su di te l’abisso e le grandi acque ti avranno ricoperto, allora ti farò scendere nella fossa, verso le generazioni del passato, e ti farò abitare nelle regioni sotterranee, in luoghi desolati da secoli, con quelli che sono scesi nella fossa, perché tu non sia più abitata: allora io darò splendore alla terra dei viventi. Ti renderò oggetto di spavento e più non sarai, ti si cercherà ma né ora né mai sarai ritrovata”. (Ezechiele. 26, 19-21).
Sono parole dure intenzionalmente rivolte alla ricchezza e alla sfrontatezza rappresentate da città mercantili come Tiro. Tra quest’ultima e Tarsis vi erano attivi scambi commerciali e Tarsis pare possedesse ingenti materie prime: “Tarsis commerciava con te, per le tue ricchezze d’ogni specie,
scambiando le tue merci con argento, ferro, stagno e piombo”. (Ezechiele. 26, 19-21).
Nel Timeo si riporta: “dopo che avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi, tutto il vostro esercito (gli antichi Achei) sprofondò insieme nella terra e allo stesso modo l’isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare.” ( Platone, Timeo, 25c-d)
Successivamente all’epoca di Platone, molti scrittori conobbero e commentarono la storia di Atlantide. Ad esclusione di Aristotele di Stagira, il discepolo privilegiato di Platone, che esprime convinto scetticismo riguardo alla ubicazione del continente atlantideo (Strabone, Geografia, II, 611), nei tre secoli che seguirono nessun scritto originale superstite cita mai Atlantide.
In un saggio del 1978 sui riscontri storici concernenti l’Atlantide, J. R. Fears riferì che in assenza di qualsiasi citazione in fonti egizie, il silenzio di Erodoto, Tucidide, Isocrate ed Elio Aristide sembra una prova conclusiva. Ad ogni modo, due secoli più tardi il filosofo Posidonio, deluso della posizione di Aristotele, volle contestare tale scetticismo prendendo in considerazione i possibili eventi catastrofici naturali, come i terremoti. Il passo in specifico, condiviso da Strabone nella sua Geografia, è il seguente: “d’altra parte (Posidonio) correttamente riferisce nella sua opera che a volte la Terra si solleva e subisce processi di assestamento, e che i terremoti e altri eventi del genere provocano dei cambiamenti. E da questo punto di vista egli fa bene a citare l’affermazione di Platone secondo la quale forse la storia di Atlantide non è un invenzione. In proposito sappiamo da Platone che Solone, dopo avere rivolto delle domande ai sacerdoti egiziani, raccontò che un tempo Atlantide era esistita, ma poi era scomparsa un isola non più piccola, come dimensioni, di un continente; e Posidonio ritiene che sia meglio mettere le cose in questo modo piuttosto che affermare: il suo inventore l’ha fatta scomparire, proprio come il Poeta con il muro degli Achei” (Strabone, Geografia, II, 614).
Lo storico greco Erodoto di Alicarnasso ha lasciato nei suoi scritti diversi accenni a un nome simile all’Atlantide, così come ad un ignota città nell’Oceano Atlantico, considerata da molti una colonia atlantidea o la stessa Atlantide: la già citata Tartesso. Egli così riporta nelle sue Storie: “questi Focesi furono i primi dei Greci a darsi ai grandi viaggi e furono essi a scoprire il golfo Adriatico, la Tirrenia, l’Iberia e Tartesso. Questo scalo commerciale era a quel tempo ancora inesplorato; sicché i Sami, ritornati in patria, realizzarono con le merci i guadagni più elevati di tutti i Greci di cui abbiamo precise informazioni”. (Erodoto, Storie, I, 163)
In un altro punto della stessa opera, Erodoto tratta di un popolo detto degli Ataranti: ”sono gli unici fra gli uomini, che noi conosciamo, che non abbiano nomi propri: tutti insieme, infatti, si chiamano Ataranti, ma non c’è un nome particolare per ciascun individuo”. Continua poi parlando di un monte, l’Atlante, che da il nome al popolo degli Atlanti: “è di base ristretta e rotondo da ogni parte, ma così alto che non è possibile vederne le cime, poiché le nubi non le abbandonano mai, né d’estate, né d’inverno: sostengono gli abitanti del luogo che esso sia la colonna che sostiene il cielo. Da questo monte gli indigeni hanno avuto la denominazione, poiché si chiamano Atlanti. Si dice che non si cibino d’alcun essere vivente e che non vedano mai sogni”.
Come sostiene Berlitz, Erodoto si interessava alla storia antica come a quella dei suoi tempi e credeva che l’Atlantide fosse finita nel bacino del Mediterraneo a seguito di un terremoto che spezzò un ponte di terra a Gibilterra. E ancora, riflettendo sulle conchiglie di mare ritrovate sulle colline egiziane, pensò alla possibilità che grandi terre del passato fossero finite in mare, mentre altre ne emergevano.
In due suoi "Dialoghi" (Timeo e Crizia), Platone narra una favola morale di due grandi città che entrarono in conflitto tra loro: Atene, l'attuale capitale della Grecia, e Atlantide, città che si inabissò e sparì dalla faccia della Terra.
Dai racconti di Platone non è però possibile identificare con certezza il possibile luogo (se mai sia esistito) di ubicazione di Atlantide, e d'altronde l'Utopia di Platone sembrerebbe non essere altro che una creazione letteraria a sostegno degli argomenti che il grande filosofo voleva proporre alla società del suo tempo. Molti studiosi, tra cui esperti vulcanologi e archeologi, hanno evidenziato come l'eruzione del vulcano di Santorini possa essere in qualche modo ricollegata alle descrizioni di Platone su Atlantide e come all'eruzione vulcanica possa ricondursi la distruzione della fiorente colonia cretese di Akrotiri e la scomparsa della civiltà minoica cretese. Sembra difatti che l'eruzione del vulcano abbia provocato il sollevamento delle acque intorno, con alte onde che avrebbero raggiunto la costa settentrionale di Creta, lungo la quale si trovavano i principali insediamenti. In realtà il declino di Creta si verificò circa 200 anni dopo la data in cui geologi segnalano l'eruzione di Santorini e quasi certamente Creta non ha niente a che vedere con Atlantide. I riferimenti di Platone al Palazzo dove le acque affluivano rigogliose dalle vicine colline pare si possano rintracciare nei siti archeologici di Cnosso, a Creta, e Akrotiri, nell’isola di Santorini. Il Palazzo di Atlantide che viene descritto da Platone come un edificio a più livelli situato su un grande piano in cima a una collina terrazzata, è simile sia al Palazzo di Cnosso che a quelli di Akrotiri, così come lo sono la descrizione architettonica e i materiali usati nella sua costruzione.
Nel 1967 nella località di Akrotiri in Santorini, gli archeologi riportarono alla luce un antica città, quasi completamente intatta e ricoperta da ceneri, come Pompei. Diverse case furono portate alla luce e presentavano un sofisticato sistema idraulico, con bagni e acque correnti che defluivano in un perfetto sistema fognario. Platone descrive le rocce bianche, scure e rosse estratte dalle cave dell’isola di Atlantide per costruire i palazzi della grande città dell’isola. La descrizione è simile alle rocce della terra di Santorini. In ultimo, Platone si riferisce alla fonte del mito di Atlantide, gli egiziani. Gli egiziani, secondo Platone, chiamavano Atlantide "Keftiu", nome che viene storicamente usato per il popolo dell’isola di Creta, culla della civiltà minoica.
È da notare infine che nelle rovine della città di Akrotiri, non è stato ritrovato alcun resto umano (al contrario di Pompei). Si pensa quindi che i suoi abitanti avessero trovato in qualche modo una via di scampo prima della famosa eruzione vulcanica, in luoghi ancora oggi sconosciuti.

Nell'immagine: il Principe dei Gigli a Creta

lunedì 14 giugno 2010

Atlantide = Haou-Nebout ?


L’Atlantide di Platone e l'Haou-Nebou dell'Egitto sono lo stesso luogo? (1° parte di 2)

E se il misterioso Hanou-Nebout fosse la mitica Atlantide di Platone?
"In tempi lontani era possibile valicare l'immenso Atlantico perché vi era un'isola che stava innanzi a quella stretta foce che ha nome Colonne d'Ercole (oggi è lo Stretto di Gibilterra ma in tempi antichi potrebbe essere altrove). A chi procedeva da quella, si apriva il passaggio ad altre isole; e da queste isole a tutto il continente opposto. Quest'isola si chiamava Atlantide, ed in essa vi era una grande dinastia regale che governava l'intera isola e molte altre a parte del continente. Passarono i secoli, terremoti spaventosi e cataclismi si succedettero. Quella stirpe guerriera, tutta senza eccezione, sprofondava sotto la terra. Il mare sommerse Atlantide e tutto scomparve. Per questo motivo, nel mare, da quella parte, vi sono fondi bassi e fangosi, che producono grave impedimento alla navigazione. L'isola, sprofondando, a questi bassi fondali diede origine".
Questa è una pagina del "Timeo", il primo dei tre libri che Platone dedicò ad Atlantide, basandosi sulle notizie raccolte in Egitto dal legislatore ateniese Solone, vissuto dal 630 al 558 a.C.
Nel corso di un suo viaggio in Egitto, vide delle iscrizioni del faraone Ramesse III sulle mura del tempio di Medinet Habu, che si riferivano a fatti accaduti molti secoli prima. Solone si fece tradurre in greco il testo di tali iscrizioni, certo di trovarsi di fronte a documenti di grande importanza, ma la morte gli impedì di farne uso. Gli appunti pervennero a Platone che, per approfondire la questione, si recò egli stesso in Egitto per cercare altre testimonianze.
Platone descriveva Atlantide in 10 zone che il fondatore della stirpe, Poseidone, divise fra le cinque coppie di gemelli, suoi figli maschi. Al maggiore, Atlante, dette la priorità sugli altri fratelli, che portavano i nomi delle zone a loro assegnate: Gadiro, Anfere, Euemone, Mneseo, Autoctono, Elasippo, Mestore, Azae e Diaprepe. La morfologia della città regale era basata sul cerchio. Ogni "capitale" era racchiusa in un anello di mura, alle quali succedeva un secondo cerchio d’acqua, concentrico al primo, e poi ancora una larga fascia circolare di terra, ed ancora un altro cerchio d'acqua, ed ancora terra, ed ancora acqua, ed ancora terra. Sulle zone occupate dalle acque c’erano ponti che collegavano le terre tra loro, e per ultimo un largo canale congiungeva il mare aperto con il primo cerchio d'acqua, in modo che le navi potessero accedervi come in un porto. Già dalle prime parole di Crizia, Platone pare rivelare al lettore il suo atteggiamento nei confronti di tutto il racconto su Atlantide. Si legge nel Timeo: “Ascolta, Socrate, un discorso certamente singolare, ma tutto vero, come lo raccontò un giorno Solone, il più saggio dei sette».
Socrate, nel dialogo in risposta a Crizia, conferma la veridicità del racconto che questi si accinge a narrare, considerando quindi essere verità e non semplice leggenda. Platone così, per bocca di Socrate, offre indirettamente il suo chiaro giudizio su tutta la vicenda atlantidea.
Nella trilogia Timeo – Crizia – Ermocrate si nota una complessa genealogia dataci da Platone. Il vecchio sacerdote (autorizzato ad accedere alla casa dei libri, presente in tutti i templi egiziani) aveva raccontato la storia a Solone che l’aveva ripetuta a Dropide, che l’aveva detta a Crizia il vecchio, che, arrivato all’età di quasi 90 anni, l’aveva detta a Crizia cugino di Platone. Solone era morto verso il 560 a.C., mentre Crizia il giovane era nato nel 460 ed era morto nel 403 a.C., quando Platone aveva 24 anni. A colmare la lacuna tra Solone e Crizia il giovane abbiamo Dropide e il longevo Crizia il vecchio.
È esistita una linea di Trasmissione lungo la quale una tradizione egiziana è pervenuta sino a Platone?».
Benché oggi sembrerebbe insolito dare peso all’attendibilità di un insieme di notizie tramandato oralmente, c è da precisare che in antichità l’uso e le tecniche di conservazione mnemonica erano diffuse, anche e soprattutto in contesto di non alfabetizzazione. Scrive la Reggiani: “In un mondo come quello antico, in cui gli strumenti di divulgazione della cultura erano limitati, la trasmissione orale era coltivata sotto varie forme; e soprattutto veniva tenuta in esercizio la memoria”.
Se poi ci riferiamo al mito, quest’ultimo, ci ricorda J.P. Vernant, è peculiarmente orale, per propria natura, e non è vivo se non è raccontato di generazione in generazione. Nonostante Crizia affermi di far riferimento al ricordo infantile di una narrazione fatta da un vecchio, compare un accenno riguardante un manoscritto in cui Solone trascrisse di proprio pugno, ed in greco, i più importanti nomi propri utilizzati nella narrazione, giacché gli Egiziani li avevano trascritti traducendoli nella loro lingua. Così leggiamo nel Crizia a riguardo: «(Crizia) è d’uopo tuttavia, prima di iniziare il discorso, fornire ancora una breve chiarificazione, perché non vi sorprendiate di sentire pronunciare nomi greci per uomini barbari: ne apprenderete la causa. Solone, poiché aveva in mente di usare questo racconto per la sua poesia, cercando informazioni sul senso di questi nomi, trovò che quegli Egiziani che per primi avevano scritto questi nomi, li avevano tradotti nella propria lingua, e di nuovo egli, a sua volta, recuperando il significato di ciascun nome, li trascrisse trasferendoli nella nostra lingua. E questi scritti appunto si trovavano in possesso di mio nonno, attualmente sono ancora in mio possesso, e me ne sono molto occupato quando ero un ragazzo». (Platone, Crizia, 113a-b)
Tutto pare dunque basarsi sul buon senso di Solone: quest’ultimo fu o non fu vittima di un racconto favolistico di matrice egiziana? In una trattazione di Strabone (I a.C.) circa la questione di Atlantide, è citata un esclamazione in cui, secondo il filosofo ellenistico Posidonio (Siria, 135 a.C. - Rodi, 50 a.C.), amico e maestro di Cicerone, Pompeo e Varrone, Platone stesso ribadisce che probabilmente questa storia non è un invenzione. (Posidonio in Strabone II, 102).
Essendo questa l’unica fonte a riportare una frase così illuminante circa l’opinione di Platone in merito al resoconto di Atlantide, non se ne può assolutamente comprovare la veridicità; la sola osservazione indirettamente a favore sarebbe considerare sia Strabone sia Posidonio testimoni abbastanza degni di fiducia, i quali hanno avuto la possibilità di consultare materiali bibliografici su Platone, di cui non siamo a conoscenza.
Platone comunque sospende volontariamente il suo giudizio sulla verità del racconto pervenuto sino a lui perché, evidentemente, non era in grado di dimostrarne l’autenticità. Di una cosa però pare essere certo: la leggenda di Atlantide fu perfettamente confacente ai suoi fini narrativi.

Domani la 2° e ultima parte.
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