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martedì 15 giugno 2010

Atlantide = Haou-Nebout?


2° parte, e ultima

Non soltanto Platone ci ha fornito notizie riguardanti una mitica e ricca civiltà scomparsa; anche la Bibbia contiene riferimenti ad un continente inghiottito dalle acque. Ezechiele narra della distruzione di un arcipelago chiamato Isole di Tarsis, cosa che ha indotto a supporre che si tratti di Tartesso, un impero contenente grandi ricchezze, nel quale imperavano il lusso sfrenato e la degradazione morale. Un’ipotesi è che si tratti di una grande città fondata dagli abitanti di Tiro sulla costa spagnola, simbolo dei luoghi più lontani del mondo allora conosciuto. La degradazione provocò l’ira di Dio. “Quando avrò fatto di te una città deserta, come sono le città disabitate, e avrò fatto salire su di te l’abisso e le grandi acque ti avranno ricoperto, allora ti farò scendere nella fossa, verso le generazioni del passato, e ti farò abitare nelle regioni sotterranee, in luoghi desolati da secoli, con quelli che sono scesi nella fossa, perché tu non sia più abitata: allora io darò splendore alla terra dei viventi. Ti renderò oggetto di spavento e più non sarai, ti si cercherà ma né ora né mai sarai ritrovata”. (Ezechiele. 26, 19-21).
Sono parole dure intenzionalmente rivolte alla ricchezza e alla sfrontatezza rappresentate da città mercantili come Tiro. Tra quest’ultima e Tarsis vi erano attivi scambi commerciali e Tarsis pare possedesse ingenti materie prime: “Tarsis commerciava con te, per le tue ricchezze d’ogni specie,
scambiando le tue merci con argento, ferro, stagno e piombo”. (Ezechiele. 26, 19-21).
Nel Timeo si riporta: “dopo che avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi, tutto il vostro esercito (gli antichi Achei) sprofondò insieme nella terra e allo stesso modo l’isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare.” ( Platone, Timeo, 25c-d)
Successivamente all’epoca di Platone, molti scrittori conobbero e commentarono la storia di Atlantide. Ad esclusione di Aristotele di Stagira, il discepolo privilegiato di Platone, che esprime convinto scetticismo riguardo alla ubicazione del continente atlantideo (Strabone, Geografia, II, 611), nei tre secoli che seguirono nessun scritto originale superstite cita mai Atlantide.
In un saggio del 1978 sui riscontri storici concernenti l’Atlantide, J. R. Fears riferì che in assenza di qualsiasi citazione in fonti egizie, il silenzio di Erodoto, Tucidide, Isocrate ed Elio Aristide sembra una prova conclusiva. Ad ogni modo, due secoli più tardi il filosofo Posidonio, deluso della posizione di Aristotele, volle contestare tale scetticismo prendendo in considerazione i possibili eventi catastrofici naturali, come i terremoti. Il passo in specifico, condiviso da Strabone nella sua Geografia, è il seguente: “d’altra parte (Posidonio) correttamente riferisce nella sua opera che a volte la Terra si solleva e subisce processi di assestamento, e che i terremoti e altri eventi del genere provocano dei cambiamenti. E da questo punto di vista egli fa bene a citare l’affermazione di Platone secondo la quale forse la storia di Atlantide non è un invenzione. In proposito sappiamo da Platone che Solone, dopo avere rivolto delle domande ai sacerdoti egiziani, raccontò che un tempo Atlantide era esistita, ma poi era scomparsa un isola non più piccola, come dimensioni, di un continente; e Posidonio ritiene che sia meglio mettere le cose in questo modo piuttosto che affermare: il suo inventore l’ha fatta scomparire, proprio come il Poeta con il muro degli Achei” (Strabone, Geografia, II, 614).
Lo storico greco Erodoto di Alicarnasso ha lasciato nei suoi scritti diversi accenni a un nome simile all’Atlantide, così come ad un ignota città nell’Oceano Atlantico, considerata da molti una colonia atlantidea o la stessa Atlantide: la già citata Tartesso. Egli così riporta nelle sue Storie: “questi Focesi furono i primi dei Greci a darsi ai grandi viaggi e furono essi a scoprire il golfo Adriatico, la Tirrenia, l’Iberia e Tartesso. Questo scalo commerciale era a quel tempo ancora inesplorato; sicché i Sami, ritornati in patria, realizzarono con le merci i guadagni più elevati di tutti i Greci di cui abbiamo precise informazioni”. (Erodoto, Storie, I, 163)
In un altro punto della stessa opera, Erodoto tratta di un popolo detto degli Ataranti: ”sono gli unici fra gli uomini, che noi conosciamo, che non abbiano nomi propri: tutti insieme, infatti, si chiamano Ataranti, ma non c’è un nome particolare per ciascun individuo”. Continua poi parlando di un monte, l’Atlante, che da il nome al popolo degli Atlanti: “è di base ristretta e rotondo da ogni parte, ma così alto che non è possibile vederne le cime, poiché le nubi non le abbandonano mai, né d’estate, né d’inverno: sostengono gli abitanti del luogo che esso sia la colonna che sostiene il cielo. Da questo monte gli indigeni hanno avuto la denominazione, poiché si chiamano Atlanti. Si dice che non si cibino d’alcun essere vivente e che non vedano mai sogni”.
Come sostiene Berlitz, Erodoto si interessava alla storia antica come a quella dei suoi tempi e credeva che l’Atlantide fosse finita nel bacino del Mediterraneo a seguito di un terremoto che spezzò un ponte di terra a Gibilterra. E ancora, riflettendo sulle conchiglie di mare ritrovate sulle colline egiziane, pensò alla possibilità che grandi terre del passato fossero finite in mare, mentre altre ne emergevano.
In due suoi "Dialoghi" (Timeo e Crizia), Platone narra una favola morale di due grandi città che entrarono in conflitto tra loro: Atene, l'attuale capitale della Grecia, e Atlantide, città che si inabissò e sparì dalla faccia della Terra.
Dai racconti di Platone non è però possibile identificare con certezza il possibile luogo (se mai sia esistito) di ubicazione di Atlantide, e d'altronde l'Utopia di Platone sembrerebbe non essere altro che una creazione letteraria a sostegno degli argomenti che il grande filosofo voleva proporre alla società del suo tempo. Molti studiosi, tra cui esperti vulcanologi e archeologi, hanno evidenziato come l'eruzione del vulcano di Santorini possa essere in qualche modo ricollegata alle descrizioni di Platone su Atlantide e come all'eruzione vulcanica possa ricondursi la distruzione della fiorente colonia cretese di Akrotiri e la scomparsa della civiltà minoica cretese. Sembra difatti che l'eruzione del vulcano abbia provocato il sollevamento delle acque intorno, con alte onde che avrebbero raggiunto la costa settentrionale di Creta, lungo la quale si trovavano i principali insediamenti. In realtà il declino di Creta si verificò circa 200 anni dopo la data in cui geologi segnalano l'eruzione di Santorini e quasi certamente Creta non ha niente a che vedere con Atlantide. I riferimenti di Platone al Palazzo dove le acque affluivano rigogliose dalle vicine colline pare si possano rintracciare nei siti archeologici di Cnosso, a Creta, e Akrotiri, nell’isola di Santorini. Il Palazzo di Atlantide che viene descritto da Platone come un edificio a più livelli situato su un grande piano in cima a una collina terrazzata, è simile sia al Palazzo di Cnosso che a quelli di Akrotiri, così come lo sono la descrizione architettonica e i materiali usati nella sua costruzione.
Nel 1967 nella località di Akrotiri in Santorini, gli archeologi riportarono alla luce un antica città, quasi completamente intatta e ricoperta da ceneri, come Pompei. Diverse case furono portate alla luce e presentavano un sofisticato sistema idraulico, con bagni e acque correnti che defluivano in un perfetto sistema fognario. Platone descrive le rocce bianche, scure e rosse estratte dalle cave dell’isola di Atlantide per costruire i palazzi della grande città dell’isola. La descrizione è simile alle rocce della terra di Santorini. In ultimo, Platone si riferisce alla fonte del mito di Atlantide, gli egiziani. Gli egiziani, secondo Platone, chiamavano Atlantide "Keftiu", nome che viene storicamente usato per il popolo dell’isola di Creta, culla della civiltà minoica.
È da notare infine che nelle rovine della città di Akrotiri, non è stato ritrovato alcun resto umano (al contrario di Pompei). Si pensa quindi che i suoi abitanti avessero trovato in qualche modo una via di scampo prima della famosa eruzione vulcanica, in luoghi ancora oggi sconosciuti.

Nell'immagine: il Principe dei Gigli a Creta

3 commenti:

  1. Dottor Montalbano com'è affascinante leggere i suoi scritti! Hanno la capacità di farmi vivere in un mondo fantastico.Sono,da sempre,appassionata sia dalla filosofia,storia antica ed archeologia,per cui ,può ben capire, come i suoi scritti sono per me un'oasi di pace.Quando posso la leggo con grande gioia e la ringrazio.

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  2. Grazie a lei per dedicare tempo a questi scritti. Domenica 20 a Teulada e Martedì 22 a Decimomannu presenterò proprio questi argomenti, ma credo che lei sia oltre Tirreno...

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  3. grazia pintore16 giugno 2010 05:22

    Sì è vero,sono oltre il tirreno ma lei scriva ancora ed io la leggerò sempre con tanto entusiasmo, l'unica cosa postiva della mia ignoranza è la voglia di apprendere da chi sa più di me.Grazie di avermi risposto,mi sento così inferiore da tutti voi,che mi commuovo al vedere che perdete tempo a rispondermi.

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