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mercoledì 26 maggio 2010

Il Tempio di Antas


Il tempio di Antas
L’area abitata nel periodo nuragico attirò l’interesse dei Cartaginesi e dei romani per la ricchezza dei giacimenti di piombo e ferro. Le frequentazioni iniziano nel Bronzo Finale e percorrendo un sentiero che conduce alla vicina grotta di Su Mannau, si trovano i ruderi di un nucleo abitativo frequentato fino ad epoca romana, e le maestose rovine del tempio dedicato all’adorazione del Dio eponimo dei sardi Sardus Pater Babai.
La valle di Antas offre ai visitatori un paesaggio naturalistico che va oltre l’aspetto storico e culturale; sensazioni mistiche e una sacralità quasi tangibile sono le emozioni che le popolazioni del passato avevano già avvertito a suo tempo: lentischi centenari fanno da sentinella alle colonne del tempio e vi sono antichi affioramenti rocciosi di 500 milioni di anni.
La necropoli antistante il tempio presenta 3 tombe a pozzetto scoperte nel 1984. Due contenevano individui inumati, uno dei quali si trovava in ginocchio, adornato da una collana, un anello e un bronzetto nudo con il braccio destro alzato in segno di saluto, mentre nell’altra mano ha una lancia. Una delle tombe era stata eretta a scopo commemorativo (cenotafio) poiché, priva del defunto, presentava solo il corredo funerario.
Al di sotto della gradinata d’accesso al tempio romano sono visibili i resti del precedente tempio dedicato al Sid Addir Babai, continuazione del culto nuragico del dio Sid Addir. La prima fase di costruzione risale al 500 a.C., con un saccello attorno ad un affioramento calcareo che fungeva da roccia sacra. Nel 300 a.C. furono trasformate le decorazioni esterne con iscrizioni dedicatorie al Dio Sid Addir Babai.
Il tempio scoperto nel 1836 da La Marmora fu ricostruito nel 1967 da Barreca e si divide in tre parti: pronao, cella e adyton bipartito. Il prospetto è tetrastilo con 4 colonne frontali e 2 laterali, alte circa 8 metri. Il pavimento della cella presenta un mosaico con bordo nero. Nella parte sacra del tempio (adyton) si aprono due vaschette impermeabilizzate per le cerimonie di purificazione. È stato rinvenuto un dito della mano della statua del Sardus Pater e, secondo le proporzioni, era alto circa 3 metri. In origine il tempio era coronato da un frontone triangolare e da una copertura in tegole piane e da coppi ornati alle estremità da personaggi alati. Nell’area sono state ritrovate statue in bronzo, oltre 1000 monete e lance in ferro.
L’iscrizione, datata 213-217 a.C., posta sull’epistilio, ossia nel frontone del tempio, riporta: “In onore dell’Imperatore Cesare Marco Aurelio Augusto, Pio Felice, il tempio del Dio Sardus Pater Babai, rovinato per l’antichità, fu restaurato a cura di Quinto Celio (o Cocceio) Procuro.
Nelle immediate vicinanze del tempio si trovano le cave romane da cui si estraevano i massi calcarei per il tempio. Venivano trasportati con carri a buoi e lavorati con martello e scalpello. Il villaggio nuragico di Antas presenta ambienti circolari e tra i reperti sono stati rinvenuti: vasellame, punte e lame di ferro, piombo fuso e scorie di lavorazione del vetro. Lungo il sentiero chiamato “strada romana” che collega il tempio alla grotta di Su Mannau sono state trovate lucerne a olio e navicelle votive, testimonianze della pratica del culto delle acque.

Da segnalare che a Fluminimaggiore c'è un museo etnografico allestito in un Antico Mulino ad acqua del 1700, gestito dalla stessa cooperativa del tempio di Antas.

2 commenti:

  1. Buongiorno,

    tantissimi sinceri complimenti per il suo interessantissimo lavoro.

    Antonello (1/4 sardo 1/4 romano 1/2 occitano)

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  2. Grazie Antonello.
    Considero la Sardegna un museo a cielo aperto e ogni giorno trovo nuovi spunti e nuovi tasselli da aggiungere alla sua storia. Troppi punti oscuri mi tormentano, soprattutto mancano indicatori precisi della provenienza delle culture che si sono succedute nei secoli e integrate, ma sono convinto che gli studiosi siano sulla buona strada, quella della interdisciplinarietà. Troppo complessa questa materia per poter essere interpretata da ricercatori che lavorano senza collaborare: abbiamo bisogno di storici, archeologi, biologi, geologi, economisti, linguisti...

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