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giovedì 17 aprile 2014

Straordinaria scoperta archeologica a Roma: Il Tevere divideva in due la città, scoperto un quartiere più grande di Pompei.

Ostia Antica segreta: era più grande di Pompei

La scoperta della Soprintendenza archeologica di Roma: una parte di Ostia Antica, fino ad oggi segreta, era più grande di Pompei. Recenti indagini archeologiche svelano, infatti, che l'area era molto più vasta di quanto ritenuto. La Soprintendenza parla di risultati eccezionali perché nel I secolo a.C, il Tevere non chiudeva la città a nord, ma la divideva in due parti.
Torri, magazzini, nuove mura di cinta e tracciati stradali finora sconosciuti. Ostia antica diventa ora una vera e propria città, e rivela tutta la sua grandezza, come nessuno l'aveva mai immaginata fino a oggi.
Per la prima volta, la sua pianta integrale scavalca le sponde del Tevere e arriva fino a Isola Sacra, nella zona settentrionale del fiume. Una scoperta archeologica eccezionale partita nel 2007, a pochi chilometri dall'aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, quando una squadra di archeologi italiani e inglesi ha intrapreso indagini geofisiche nell'area che si estende fra gli antichi scali marittimi di Portus e di Ostia. Un impegno che ha visto lavorare insieme Angelo Pellegrino e Paola Germoni della soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma e i professori Simon Keay della University of Southampton-British school at roma e Martin Millett della university of cambridge che hanno diretto archeologi e geofisici nell'ambito del Portus project.
I risultati della ricerca sono stati presentati oggi a palazzo Massimo dalla soprintendente ai beni archeologici di roma, Mariarosaria Barbera, Paola Germoni, Simon Keay e dall'archeologo Fausto Zevi. "E' una sorpresa - ha detto Barbera - ma anche il risultato di una progettazione comune che ha trovato terreno fertile non solo con gli accordi con gli istituti stranieri, ma che affonda le sue radici nella politica di tutela degli anni sessanta. Il vincolo apposto nel '62 - ha specificato Barbera - ha consentito la conservazione e il successivo varo di questo progetto a cui la soprintendenza pensava da molto tempo. I risultati sono strepitosi e ci inducono a ben sperare nel futuro", anche se "non sara' più sotto forma di campagne di scavi, che non ci possiamo più permettere, ma sarà con scavi mirati sulla base dei risultati della ricerca geofisica".
I resti dell’antica Ostia si inseriscono in un contesto geografico e territoriale molto diverso da quello antico: infatti in età romana il Tevere costeggiava il lato settentrionale dell’abitato, mentre ora ne tocca solo in minima parte un tratto del settore occidentale, essendo stato il suo letto trascinato a valle da una rovinosa e famosa alluvione, nel 1557; inoltre la linea di costa, in origine vicina alla città, risulta attualmente distante di circa 4 km, per l’avanzata della terraferma dovuta ai detriti lasciati dal fiume negli ultimi 2.000 anni. Ostia era quindi una città sorta, con un suo porto fluviale, sul mare e sul fiume, e questa sua particolare posizione ne determinò l’importanza attraverso i secoli sotto il profilo strategico-militare e sotto quello economico.
Un’antica tradizione ne attribuiva la fondazione al quarto re di Roma, Anco Marzio, intorno al 620 a.C., per lo sfruttamento delle saline alla foce del Tevere (da cui il nome Ostia, da ostium = imboccatura). Comunque, i resti più antichi sono rappresentati da un fortilizio (castrum) in blocchi di tufo costruito dai coloni romani nella seconda metà del IV a.C., con scopi esclusivamente militari, per il controllo della foce del Tevere e della costa laziale. Successivamente, soprattutto dopo il II a.C., (quando Roma aveva ormai il predominio su tutto il Mediterraneo), cominciò a venir meno la funzione militare della città, destinata a diventare in poco tempo il principale emporio commerciale della capitale.
Fonte: http://roma.repubblica.it/

mercoledì 16 aprile 2014

I sumeri

I Sumeri
di Pierluigi Montalbano


L'origine dei Sumeri è avvolta nel mistero, infatti abbiamo tre possibilità: giungono nella bassa Mesopotamia dal sud (Golfo Persico), o da oriente (Iran), o dal nord (Caucaso). Gli indizi (lingua, archeologia, antropologia, storia) non sono sufficienti a chiarire il problema. La lingua è tuttora isolata, non attribuibile a nessun gruppo con certezza; l'archeologia serve a determinare l'inizio della loro presenza in Babilonia, ma tace sul luogo d'origine; l'antropologia mostra risultati in contrasto con le raffigurazioni dei monumenti. Mentre, infatti, questi riproducono un tipo brachicefalo (ossia basso e robusto), i reperti antropologici paiono dare una maggioranza di dolicocefali (alti e magri, con il cranio allungato). Il problema, molto discusso nei passati decenni, sulla precedenza dei Semiti o dei Sumeri in Babilonia, ha perso oggi molto del suo interesse per il complicarsi dei dati, e i Sumeri, sebbene non i primi in Babilonia, sono in genere considerati gli iniziatori della civiltà in Mesopotamia.
Gli importantissimi scavi tedeschi a Warka, l'antica Uruk, hanno permesso di fissare nel periodo 3000-2800 a. C. lo sbocciare e il rapido fiorire della civiltà sumera. Esso è segnato dall'invenzione della scrittura cuneiforme e dalla costruzione di grandiosi edifici religiosi di consumata tecnica artistica. Glittica, manufatti, strumenti e altro, attestano l'alto grado raggiunto. Quel primo periodo di creazione e di affermazione fu seguito da una fase, detta di Gemdet Nasr (2800-2600), di produzioni più modeste, ma di espansione a largo raggio. Nel periodo successivo, fino all'avvento della dinastia semitica di Akkad (Protodinastico in tre fasi), affiorano il primo nome e i primi documenti di carattere storico: Mesilim (circa 2600), il quale dedica una mazza di guerra al dio Ningirsu e celebra le sue costruzioni. A lui succede la prima dinastia di Ūr, nota per i nomi di Mesanipadda e di suo figlio Aannipadda, il quale a el-Obeid costruisce un tempio alla dea Ninkhursag. Ma a Lagash compare una serie più lunga di governatori nelle iscrizioni, le quali narrano le rivalità delle due città di Lagash e Umma, a proposito del canale divisorio sul cui decorso aveva già arbitrato Mesilim di Kish. Alla situazione di città indipendenti e rivali cerca di metter fine circa il 2360 Lugalzaggisi di Umma, che tenta e realizza l'unificazione del paese con una violenta guerra. La conquista gli è quasi strappata di mano dal fondatore della prima dinastia semita (2350-2150) Sargon di Akkad, che sconfigge Lugalzaggisi e raggiunge nelle sue campagne militari il Mediterraneo, fondando un grande Impero. Tra i suoi successori solo il nipote Narām-Sin riesce a tener alta la dinastia, la quale in due secoli si esaurisce, rendendo facile ai barbari Guti, scesi dalle montagne d'oriente, il rovesciarla definitivamente. Circa un secolo dura lo scompiglio portato dalla distruzione dei Guti, finché circa il 2060 Utukhegal di Uruk, ribellandosi, riesce ad abbattere il dominio barbarico. A sua volta però un suo intraprendente generale, Urnammu di Ūr, rendendosi indipendente, prende nelle mani il potere di Sumer e fonda una nuova dinastia (la III di Ūr). Già Ūr-Nammu, e suo figlio Shulgi, si danno alla ricostruzione del paese, cominciando dai templi e dalla riforma della giustizia, facendo rifiorire l'agricoltura e l'industria, portando Sumer al più alto grado di benessere. In questo periodo la civiltà sumerica tocca il suo apogeo, da cui poi decade rapidamente, terminando sotto i colpi degli invasori elamiti. Il dominio politico viene diviso tra le due dinastie di Isin (1970-1935) e di Larsa (1960-1698), ancora sumeriche di civiltà e di lingua, ma già in gran parte semitiche nei capi e in strati della popolazione. Spostandosi un po' più a nord il centro dell'autorità passa nelle mani di una nuova dinastia di Amorriti, infiltratisi da occidente verso il Medio Eufrate e stanziatisi a Babel, che diventa capitale (1830-1530). I Sumeri, come nazione, scompaiono dalla scena politica.
Per quanto concerne la religione e l'organizzazione, il Pantheon sumerico comprendeva una triade cosmica, formata di An, Enlil e Enki (o Ea), i quali avevano come sfera d'azione una porzione del cosmo, considerato come una costruzione a tre piani: il cielo, l'atmosfera, la terra con le regioni sotterranee. An godeva altresì dell'autorità di dio supremo, ma Enlil, il cui santuario principale era a Nippur (Ekur, casa della montagna), andò poi guadagnando autorità e prestigio, e sostituì An come dio supremo. Il suo santuario divenne il centro religioso riconosciuto di tutta la regione di Sumer. Ea, o Enki, abitando le profondità a contatto dell'Absū (abisso), era il dio della sapienza e dell'astuzia, il dio della magia e degli scongiuri; la sua sede principale era a Eridu. Oltre a questa triade cosmica, esistevano divinità maschili e femminili considerate come dèi personali da questo o quel governatore o monarca. Così a Lagash presiedeva Ningirsu, figlio di Enlil, e tra le divinità femminili emergevano Baba (Bau) sua sposa e Gatumdug la "Madre della Città". Utu, corrispondente al semitico Shamash (Sole), era venerato in modo particolare a Sippar; Nanna (Sin, Luna) a Ūr, e Inanna, corrispondente alla Ishtar dei Semiti, aveva il suo santuario principale, l'Eanna, a Uruk. Il Pantheon sumerico comprendeva più di seicento divinità. Agli dèi si attribuiva l'organizzazione del mondo. Dal caos primitivo, Enlil separò il cielo dalla terra. Questa era stata organizzata nel territorio di Sumer, creando i fiumi Tigri e Eufrate, e poi le case, i villaggi e le città, l'agricoltura con il relativo bestiame, le singole attività, cui erano state poste a presiedere divinità secondarie. L'uomo era stato creato per il servizio degli dèi, i quali erano gelosi di questo loro privilegio e punivano chi lo avesse trascurato, con malattie e disgrazie, causate da demoni, sempre pronti a insidiare gli incauti che non sapessero difendersi con amuleti, talismani e scongiuri.
La duplice concezione del mondo come opera degli dèi e loro dominio assoluto e degli uomini come servi degli dèi era a base della struttura sociale in Sumer. Ogni villaggio aveva un dio considerato il padrone di tutto. Persone e beni senza distinzione gli appartenevano e tutti i cittadini erano al suo servizio. A capo vi era l'autorità religiosa (ensi), che rappresentava nel tempio la divinità, e godeva anche dell'autorità politica e amministrativa. L'ensi organizzava, dirigeva, controllava la società con un sistema accurato di amministrazione. Sfruttando tutte le energie a uno scopo comune, le città sumere raggiunsero ben presto una situazione di benessere che facilitò l'accumulo di ricchezze e lo sviluppo della tecnica e dell'arte, come è testificato dai ritrovamenti di tombe reali a Ūr (ca. 2500 a. C.). Accanto al rappresentante religioso c’era un'autorità politico-militare, dapprima come ufficio temporaneo in funzione di en (signore), e poi più specificamente in qualità di lugal (re), con carica permanente ed ereditaria. Di questa evoluzione sono manifestazione e documento i palazzi reali che sorgono nel periodo protodinastico. Autorità secondarie controllavano i singoli istituti sociali e le varie attività agricole e artigiane.
La letteratura si rivela di grande importanza, perché fu la dell'evo antico. Copiosa nelle sue produzioni, rivelatrice del mondo sumerico, fornitrice dei modelli alla letteratura babilonese e ad altre orientali. La letteratura mitologica comprende una ventina di miti sulle origini e sull'organizzazione del mondo, la creazione dell'uomo, la preminenza di una città sulle altre per intervento di qualche divinità, la nascita e gli sposalizi di dèi e di dee, le imprese eroiche, ecc. Vi è il mito del diluvio (regalità discesa dal cielo, fondazione delle cinque città antidiluviane, avvento del diluvio), Enki e Ninkhursag (sulle vicende dell'isola di Dilmun, la nascita di Utu e le maledizioni di Ninkhursag contro Enki per aver egli divorate delle piante). Poi il leggendario viaggio di Nanna-Sin a Nippur; la discesa di Inanna agli Inferi; lo sposalizio di Inanna con Dumuzi; lo sposalizio di Martu, ecc. Poi vi sono miti organizzativi come: Enki e l'ordine del mondo; Inanna e Enki, in cui si parla del trasferimento delle arti e della civiltà da Eridu a Uruk; Enlil e la creazione della zappa, strumento primo dell'agricoltura. Di testi epici, celebranti le imprese di eroi e semidei, se ne conoscono 10, divisi in tre cicli distinti: di Enmerkar (Enmerkar e il Signore di Aratta; Enmerkar e Ensukushsiranna); di Lugalbanda (Lugalbanda e Enmerkar; Lugalbanda e il monte Khurrum); di Gilgamesh, l'eroe dell'omonimo poema babilonese (Gilgamesh e la terra del vivo; Gilgamesh e il Toro celeste; Gilgamesh e Agga; Gilgamesh e il Diluvio; la Morte di Gilgamesh; Gilgamesh, Enkidu e gli Inferi). Anche le scienze furono coltivate dai Sumeri, come l'astronomia (con intento astrologico), la matematica (equazioni, geometria, teorema di Euclide), la medicina, la chimica (più spesso per scopi magici), ecc.

Immagine di: http://startbyzero.com/

martedì 15 aprile 2014

Il Malocchio e i rimedi tradizionali per curarlo.


Il Malocchio e i rimedi tradizionali per curarlo.
di Fabrizio e Giovanna


Questo articolo, scritto dagli amici Fabrizio e Giovanna (redattori del Mulino del Tempo) è il più letto nel blog "Il Mulino del Tempo" e ritengo sia interessante proporlo nel quotidiano on line per richiamare l'attenzione dei lettori sulle pratiche legate a ideologie ancora in uso presso le nostre comunità, e diffuso a carattere internazionale con altre denominazioni.

Il Malocchio è una pratica malefica che affonda le sue radici nel passato più remoto; le modalità di trasmissione, come lascia intendere la parola, passa dallo sguardo, infatti si dice che gli occhi abbiano la capacità di trasmettere all’esterno le forze nascoste nel corpo.
Si parla di Malocchio anche nella mitologia dei popoli antichi, lo sguardo rabbioso delle donne dell'Illiria poteva uccidere, il gigante Balor delle leggende celtiche poteva addirittura trasformare il suo unico occhio in un'arma letale e Medusa aveva la capacità di tramutare in pietra chiunque incontrasse il suo sguardo.
Il potere degli occhi viene attribuito soprattutto agli esseri umani sospettati di stregoneria, in particolar modo alle donne.
Secondo la tradizione alcuni esercitano involontariamente con il semplice atto di posare lo sguardo su un'altra persona. I sintomi del malocchio sono, a livello fisico, mal di testa frequenti senza averne mai sofferto prima e senza una causa patologica, cattivo umore e sindrome depressiva; possono accadere degli eventi negativi spesso all'interno della famiglia, come ad esempio una immotivato abbandono da parte del partner, un guasto alla macchina o eventi di estrema gravità .
Il Rito Magico contro il Malocchio elimina tale influenza ripulendo l'Aura, riportando il soggetto nello stato psicofisico di prima, cessando immediatamente gli eventi nefasti di cui era vittima .
Esistono diversi modi per proteggersi dal malocchio, nella tradizione popolare troviamo un sistema che consiste nell'inviare un fiore per nove giorni consecutivi alla persona che ci ha fatto il maleficio. Il metodo funziona soltanto se i fiori sono inviati con un sentimento di sincera amicizia.
Il più delle volte il malocchio agisce sulla sfera sessuale: ecco perchè, secondo una vecchia usanza, toccandosi i genitali si viene protetti dal malocchio.
Nel caso in cui il malocchio sia stato trasmesso, esistono dei riti atti a debellarlo che variano a seconda della regione e della località.
Questi riti possono essere tramandati soltanto in linea femminile, infatti è solo la donna l'unica depositaria del segreto della formula e a lei soltanto spetta esercitare il rito.
Il malocchio in Sardegna assume diverse denominazioni secondo le località, come ocru malu nel nuorese, ogru malu nel logudorese e ogu malu nel campidanese. Esistono interessanti espressioni dialettali anche per designare l’avvenuto maleficio: l’occhio che aggredisce è un occhio cattivo (ogu malu) oppure un occhio che si posa (si ponidi) recando danno, oppure che prende d’occhio (pigai de ogu).
Malocchio è l’occhio dell’altro, solitamente di chi non fa parte della famiglia e non è quindi legato da vincoli di sangue, che, una volta giunto alla meta, crea una situazione di difficoltà portando via un determinato bene, che può essere la bellezza, la salute o la fortuna, che viene perciò mangiato dal colpo dell’occhio (manigara de su corpu ‘e soju).
Nei paesi sardi la donna ha la prerogativa di essere sia soggetto che oggetto del malocchio: è colei che è più esposta al rischio del malocchio ma è anche colei che getta il malocchio più potente. È sempre in linea femminile che vengono ereditati gli oggetti magici, gli amuleti, che preservano dal malocchio ed è sempre la donna che gestisce la vita e la morte attraverso la pratica della “medicina dell’occhio”.
La denominazione “medicina dell’occhio” è l’unica che si riscontri in maniera diffusa in tutte le province sarde.
Questa pratica si può apprendere sia in famiglia che da estranei. Per diventare guaritori è necessario essere riconosciuti persone adatte, infatti solo in pochissimi casi il passaggio a tale condizione è avvenuto attraverso prove di verifica o attraverso un vero e proprio rito.
Per quanto riguarda il rito terapeutico sono stati registrati ben ventiquattro modi diversi di esecuzione all’interno dei quali si riscontra la presenza, diversamente combinata, dei seguenti elementi: i “brebus”, preghiere quali il Padre Nostro, l’Ave Maria, la recitazione del Credo, spesso assieme all’uso di grano, acqua, sale, olio, orzo, riso, pietra, corno di muflone, di cervo o di bue, l'occhio di Santa Lucia, il carbone e la carta. Per conseguire la guarigione il rito va ripetuto da un minimo di tre ad un massimo di nove volte. Per la risoluzione dei casi più gravi in genere è previsto l’intervento di tre diversi operatori.
L’altro sistema fondamentale di difesa, quello preventivo, è costituito da tutta una serie di oggetti come gli amuleti e gesti apotropaici destinati ad annullare qualunque possibile influsso malefico proveniente dagli altri.
Tra gli scongiuri rivolti al possibile portatore di malocchio ricordiamo l’uso di sputare per allontanare il male, attestato in Sardegna da un manoscritto anonimo del settecento, toccare un oggetto di ferro, di corno o le parti genitali, bestemmiare al suo passaggio, tirar fuori velocemente la punta della lingua per tre volte, oppure fare le fiche al suo indirizzo a fura (di nascosto), ecc. Il fare sas ficas è usanza diffusa sia fra gli uomini che fra le donne, tale uso era certamente noto anche a Cagliari, dove i vecchi ricordano il detto “Ti dexit comenti sa fica in s’ogu” (ti giova come la fica nell’occhio).
Oltre alle tecniche gestuali nell’isola si è sviluppata tutta una serie di oggetti apotropaici, di tipologia tipicamente mediterranea, che hanno acquisito valori culturali con particolari connotazioni; le ricerche svolte a tal proposito dimostrano, infatti, che gli amuleti sardi, pur avendo molteplici valenze, sono quasi tutti riconducibili all’ideologia del malocchio.
Purtroppo molti amuleti erano così poveri e deperibili che nessuno ha mai avuto occasione o interesse a conservarli e sono giunti fino a noi solamente attraverso il ricordo dei vecchi; diverso è il discorso riguardante gli amuleti che erano anche oggetti di oreficeria o costituiti da materiali ritenuti in qualche modo preziosi. La maggior parte di essi ha radici precristiane e ha subito un’evoluzione nel tempo; se prima, ad esempio, erano caratterizzati dall’uso di un determinato materiale, in periodi successivi il materiale è cambiato, conservando solo similitudini di forma o colori. Ad es. Sa sabegia, che era inizialmente tonda prevalentemente in pietra nera o in corallo, si è evoluta con l’utilizzazione di materiale non naturale, come il vetro sfaccettato nero o addirittura la pasta di vetro policromo, di sicura importazione, il cui uso può essere stato introdotto sia per la difficoltà di reperire e lavorare il materiale originario, sia per una maggior ricercatezza che il nuovo materiale “esotico” poteva vantare.
È certo tuttavia che sostituendo il materiale, l’amuleto non perdeva né l’eventuale significato simbolico, né la sua funzione apotropaica. L’unica condizione perché l’amuleto agisca è “aver fede”, credere cioè nel suo potere; in alcune zone, infatti, l’efficacia dell’amuleto è data dal fatto che esso debba essere abbrebau, su di esso devono cioè essere stati recitati is brebos le “parole, le preghiere magico-religiose”.
Nota in Sardegna come anti-malocchio per eccellenza, è la pietra nera in gavazzo o giaietto (lignite picea), onice, ossidiana; tonda, sempre incastonata in prata (cioè in argento, perché si credeva avrebbe perso il suo potere se legata in oro).
La sabegia simboleggia il globo oculare, nella fattispecie l’occhio buono che si contrappone a quello cattivo attirandone lo sguardo; la sua funzione consiste nel salvare chi ne è munito, spaccandosi al posto del cuore della persona “guardata”.
La terminologia con cui viene identificata è varia e difficilmente localizzabile. Nota come sabegia nel Campidano di Cagliari, se ne è perduta la memoria nel capoluogo, dove deve essere stata però usata, tanto che se ne conservava il ricordo nei primi decenni del secolo scorso.
Con pochissime varianti fonetiche ritroviamo questo termine nella Barbagia dove è invece conosciuta come cocco, nella Gallura, nel Logudoro e ad Orgosolo è invece generalmente noto col nome di pinnadellu, mentre nell’oristanese, a Desulo e nella Barbagia di Belvì viene denominato pinnadeddu.
Tradizionalmente nero, l’amuleto si ritrova talvolta anche rosso, di corallo, specialmente in Gallura e in alcuni paesi barbaricini, dove prende il nome di corradeddu ‘e s’ogu leau (corallino del malocchio) e dove lo si portava appeso alla spalla e ricadente sul braccio, unito a mazzo con altri amuleti sempre di corallo e incastonati in argento. In ogni caso la sabegia mantiene sempre la caratteristica di essere simbolo dell’occhio.
Sa sabegia veniva appesa alle culle, mentre i bambini più grandicelli la portavano generalmente al polso, legata con un fiocchetto verde e veniva loro tradizionalmente regalata dalla nonna o dalla madrina di battesimo.
Le donne invece la esibivano al collo o appesa al corsetto.

Fonte: http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/06/la-medicina-tradizionale-in-sardegna.html

lunedì 14 aprile 2014

Archeologia in Sardegna. La tomba del re di Tharros


Tharros, i segreti della tomba del re
di Patrizia Mocci

San Giovanni di Sinis. Una stretta scala d'accesso consente di entrare in un vano dotato di banconi. Il gioiello che non ti aspetti è nascosto tra i cespugli di macchia mediterranea, nella necropoli meridionale di Tharros. A pochi passi lo splendido mare di Capo San Marco, punta estrema di San Giovanni di Sinis. Il nome la dice lunga: La tomba del re, e fa pensare alla sepoltura di un personaggio importante che poteva permettersi un monumento. Con tanto di corredo e oggetti preziosi, tutti spariti chissà dove: lo sconosciuto scopritore di questa sepoltura monumentale fu, infatti, un tombarolo che si è appropriato di quanto trovato all'interno. In altre parole nessuno scavo, ufficiale, ha consentito di portare alla luce un simile gioiello dell'archeologia, ma solo il lavoro di un anonimo appassionato, che magari poteva essere interessato più al valore
Di questa preziosa testimonianza, finora l'unica venuta alla luce, si sa poco o nulla. Se non che sorge all'interno di quella porzione di necropoli racchiusa in un giardino privato verso Capo San Marco, fuori dal sito archeologico di Tharros. «Si tratta di una tomba inedita e non inserita nei percorsi guidati all'interno del sito: finora nessuno studioso si è mai preso la briga di andare a fondo per scoprire qualcosa di più su questa tomba, di cui è stata pubblicata una foto, con disegno e rilievo» spiega l'archeologa Del Vais. «Ora, però, stiamo cominciando a interessarci perché può rivelare elementi significativi per conoscere meglio Tharros». Che aveva una vasta necropoli, tanto che si ipotizza l'esistenza di due centri abitati con due diverse necropoli sorte nelle periferie, una a nord e una a sud. Solo ipotesi che attendono di trovare riscontri: «La zona delle tombe è vastissima, dalla base di San Giovanni fino a Capo San Marco» dice ancora Del Vais. «Solo una minima parte è stata scavata e gran parte degli scavi risalgono all'Ottocento, con gli interventi del canonico Spano e degli archeologi Cara e Nissardi. Tutti i reperti delle grandi collezioni oristanesi e di Cabras arrivano dalla necropoli meridionale. Sono succeduti, purtroppo, anni di violazioni continue».
Diverse le fasi di sepoltura: «La prima, dal VII al VI a.C., prevedeva il sistema a incinerazione con fosse ovali, scavate nella terra o nella roccia, completate dal corredo funerario fatto di ceramiche e oggetti di ornamento. La seconda fase, quella punica, con tombe a camera scavate nella roccia, dotate di vano con accesso gradinato. Questo tipo di sepoltura custodiva un tesoro se si pensa che gli ori di Tharros arrivano proprio da queste tombe».
Sulla necropoli da qualche anno si sta soffermando l'interesse degli studiosi. Nei giorni scorsi è terminata la seconda campagna di scavi nella parte settentrionale grazie alla collaborazione fra Università di Cagliari e di Bologna. «Gli studenti hanno lavorato per diverse settimane in questa parte della necropoli poco conosciuta che si sviluppa nella fascia costiera dalla zona del centro visite dell'Area marina Sinis-Maldiventre fino all'ultimo lembo di spiaggia. Quest'anno abbiamo raccolto elementi sulle tombe inviolate e dati sui rituali: come erano disposti i materiali e i defunti. Nella deposizione primaria il defunto veniva incinerato altrove e poi sistemato nella tomba con il corredo ceramico e gli oggetti personali. Dell'età punica abbiamo meno indicazioni, ma abbiamo trovato tracce di bare lignee e resti di chiodi».
Nell'immagine uno scorcio dei ruderi di Tharros.

Fonte: unionesarda.it   

domenica 13 aprile 2014

Iliade di Omero, un favoloso viaggio nella storia antica.


Iliade di Omero, un favoloso viaggio nella storia antica.
di Pierluigi Montalbano

Continuiamo il nostro viaggio nella letteratura antica approdando, con l’Iliade, al mondo classico, cioè quello dell'antica Grecia, la terra che è considerata universalmente la patria della civiltà umana. Anche in altre regioni si erano sviluppate civiltà elevate capaci di produrre grandi opere d'arte, ma avevano avuto scarsi rapporti con l'Occidente. Invece la civiltà greca, la sua scienza, la sua filosofia, il suo ideale dell'armonia, dell'equilibrio, della bellezza, si diffusero in tutti paesi del Mediterraneo.
La Grecia a cui l’Iliade ci riconduce, non è nella gloriosa terra di Atene, non è la Grecia in cui vissero scultori come Fìdia, filosofi come Platone e Aristotele, uomini di Stato come Pericle, poeti come Eschilo, Sofocle ed Euripide, ma la Grecia primigenia, antica, dove ancora esisteva in ciascuno dei borghi e delle piccole città, una monarchia patriarcale. Quell’epoca per gli storici è avvolta tuttora nel regno dei miti e delle leggende.
Intorno al 1200 a.C. scoppiò fra il re greci e la città di Troia, che fioriva sulle coste dell'Asia, una lunghissima guerra. A noi è giunta una leggenda: la guerra sarebbe divampata per una bellissima donna di nome Elena, che Paride, principe troiano, avrebbe rapita e portata con sè. I greci, riunite le loro forze sotto il comando del re Agamennone, navigarono verso la città nemica, la cinsero d'assedio e la diedero alle fiamme. Poi presero la via del ritorno: molti andarono errando di lido in lido, di isola in isola, sbattuti dalle tempeste, perseguitati dalla vendetta degli dèi avversari, e rimisero piede in patria quando erano ormai vecchi. Ulisse, re di Itaca, tornò alla sua isola vent'anni dopo la partenza. Il Mediterraneo era un mare misterioso, infinito, dove le più incredibili meraviglie apparivano a ogni volger di prora, dove si favoleggiava abitassero esseri mostruosi e terribili. Di racconto in racconto, di bocca in bocca, le cose si trasformano, si ingrandiscono e acquistano sempre più sapore di leggenda. Tali vicende erano narrate da cantori girovaghi, i rapsòdi, che si recavano di città in città, intrecciando casi sempre nuovi, ampliando la materia esistente, inventando, ricreando, arricchendo l'epos con qualcosa di proprio, di personale. La Grecia era perciò risonante di meravigliose leggende quando nacque, 400 anni dopo la guerra di Troia, il più grande di tutti i rapsodi: Omero. Il fatto che la leggenda lo raffiguri come cieco, è significativo: i poeti hanno spesso gli occhi chiusi di fronte alle piccole cose di ogni giorno, ma ne vedono con la loro anima di ben più grandi e meravigliose. L’opera di Omero comprende due grandi poemi: l’Iliade che tratta della guerra di Troia (Ilio) e l'Odissea che narra il ritorno in patria di Ulisse (Odisseo).
Un poeta latino, Orazio, vissuto ai tempi di Cristo, racconta che da bambino dovette leggersi a scuola tutta l'Odissea, verso per verso, e per di più a forza di nerbate, se mostrava di averne poca voglia. I maestri di quel tempo andavano per le spicce. È probabile dunque che già il piccolo Orazio, e i suoi compagni, si siano chiesti che cosa ci fosse di vero nei fatti straordinari che andavano di mano in mano leggendo. Ma i ragazzi di allora avevano meno dubbi di quelli di oggi, erano più facili a credere. Da ogni parte, anche in famiglia, sentivano discorrere con molta serietà di dee e dei, che poi risultavano rissosi, intriganti, tali da odiarsi e sparlare l'uno dell'altro, da scendere in terra e mescolarsi di continuo tra le cose degli uomini. Per quei ragazzi gli dei mangiavano e bevevano ogni giorno, quando addirittura non si buscavano, per avere alzato il gomito. È naturale perciò che essi prendessero per buono e per vero il mondo di Omero, e che credessero a tante cose di fronte alle quali oggi si alzano le spalle.
Passarono i secoli. Gli uomini divennero sempre più presi dal dubbio e si giunse al punto che alcuni studiosi negarono ogni riferimento alle vicende narrate nell’Iliade e nell’Odissea. Favole, dissero, fantasie da ragazzi. E fecero a gara per dimostrare che non c'era nulla di vero, che Troia era esistita soltanto la fervida mente di Omero, come del resto gli eroi, le battaglie e tutte le meraviglie dei due poemi. Come credere ad esempio che Achille avesse in un solo giorno ucciso di sua mano 10.000 nemici? Che ci fossero state le sirene e il minotauro, centauri e ciclopi? Così tutto veniva confinato nel regno della leggenda, dei sogni, ma non per sempre.
Verso il 1870, un appassionato lettore tedesco dei poemi omerici, Enrico Schliemann, convinto che al fondo di quelle opere doveva esserci qualcosa di vero, volle scavare nei luoghi in cui l'antichissimo poeta aveva collocato Troia. Assoldò manovali e operai, dirigendo egli stesso, con la sola guida delle indicazioni che si potevano trarre dall’Iliade, i lavori di scavo. Un giorno vide la terra luccicare sotto un colpo di piccone e va lui stesso a scavare.
L’oro affiorava a ogni colpo, lavorato in diademi, braccialetti, collane, anfore e coppe. Un tesoro che rivelava la ricchezza la civiltà di una città antichissima, per tanto tempo creduta leggendaria. Non ci fu terra in cui non giunse la notizia e in quei luoghi si scoprirono anche i vari strati sovrapposti di Troia, più volte distrutta e riedificata. Tutto vero dunque ciò che Omero racconta? Vere anche le sirene e Polifemo? Si capisce bene che gli studiosi di oggi non arrivano fino a questo punto limitandosi a osservare che al fondo della storia narrata dal poeta c'è del vero ma la fantasia dei popoli ha poi circondato di favole quella vicenda.
È d'obbligo a questo punto far cenno della mitologia classica, ossia delle leggende e dei miti del mondo greco-latino, che hanno offerto tanta materia a scrittori e poeti di ogni tempo. Per i popoli antichi ogni forza, ogni elemento, ogni aspetto della natura possedeva una divinità: Nettuno era Dio del mare, Vulcano del fuoco, Apollo era il sole, Diana era la luna, Venere era la dea della bellezza, Minerva dell'intelligenza, Eolo il signore dei venti. Su tutti regnava Giove, mentre Giunone, sua moglie, aveva il primo posto fra le dee. La sede delle divinità si trovava nel cielo che sovrastava un monte della Tessaglia: l'Olimpo. La differenza essenziale fra dei e uomini consisteva nell'immortalità, propria solo dei Celesti. Il loro potere, perfino quello di Giove, era limitato, essendo tutti sottomessi a un nume più alto e invisibile: il fato. Accanto alle maggiori, si muoveva una folla di divinità minori: le ninfe del mare, delle selve e dei fiumi, i fiumi stessi e le sorgenti, e un certo numero di semidei, perché i Celesti non sdegnavano talvolta le nozze con uomini. Achille, ad esempio, era nato da un mortale (Pelèo) e da Teti, ninfa del mare.
Se l’Iliade non narra gli avvenimenti di tutti i 10 anni in cui durò la guerra di Troia, e si limita a un periodo di 49 giorni che precedette la caduta della città, è comunque ricca di duelli, di battaglie e di azioni eroiche. Il poema ha inizio con la rappresentazione di una pestilenza scoppiata nel campo dei greci e dovuta all'ira di Apollo, di cui il supremo condottiero, Agamennone, aveva offeso un caro sacerdote. Riunitosi il consiglio dei duci, una lite violenta divampa fra Achille e il primo dei re. Il divino guerriero abbandona per protesta il campo, e si ritira coi suoi in solitudine sdegnosa. Il danno degli achei è grave perché senza Achille l'esercito perde la fiducia nella vittoria. I troiani, imbaldanziti, corrono allora all'assalto e fanno una grande strage, sotto la guida di Enea e di Ettore. Quest'ultimo con supremo sforzo giunge fino le navi greche e vi appicca il fuoco. La desolazione degli achei è profonda, e ciascuno sente nel suo cuore che sarà la rovina di tutti se Achille non deporrà la sua ira e non tornerà a combattere. Ma l'eroe è irremovibile e dopo aver accolto un'ambasceria che sollecita il suo aiuto, pone un rifiuto netto e duro. Quando però Patroclo, l'amico carissimo, gli chiede di indossare le sue armi e correre al soccorso dei greci ricacciati fino alle navi, allora il generoso eroe non sa più opporsi, e consente che l'apparire della sua armatura atterrisca i Troiani. Se egli non scenderà in campo, le armi saranno pur sufficienti a rovesciare le sorti della battaglia. Ma Ettore scopre che sotto la fulgida armatura non si nasconde il possente Achille, ma un giovinetto più debole, anche se di gran cuore. Allora lo affronta e lo uccide. Il dolore terribile sofferto per la morte di Patroclo fa dimenticare ad Achille ogni rancore. Il dio vulcano fabbrica per lui nuove armi, e l'eroe scende di nuovo in battaglia compiendo una strage: Ettore stesso è trafitto dalla sua spada, il cadavere legato al cocchio e trascinato sotto le mura di Troia, davanti agli occhi della moglie e dei vecchi genitori. È una scena che muove a pietà e commozione. E commozione forse maggiore ci muove il re Priamo che, tremante di vecchiezza e senza alcuna scorta, si reca al campo dei greci, nella tenda di Achille, per supplicarlo di rendergli il cadavere del figlio. Egli riavrà il cadavere, lo riporterà nella città e vorrà per lui, approfittando di una tregua, solenni e magnifici funerali. A questo punto, e cioè con un atto di umana pietà, si conclude il poema della guerra.

Nell'immagine: un vaso greco con la scena di Achille che uccide Ettore.

sabato 12 aprile 2014

Domus De Janas Sa Pala Larga, un suggestivo sepolcro della Sardegna di 5000 anni fa.

Sa Pala Larga
di Paola Arosio e Diego Meozzi
Stone Pages


La Sardegna è un'isola italiana nota tra gli archeologi soprattutto per i suoi nuraghes - antiche torri che ricordano in qualche modo i broch scozzesi, ma più numerose ed elaborate. Sull'isola si possono trovare molte altre antiche meraviglie: dalle cosiddette "tombe di giganti" alle "domus de janas" (case delle fate - tombe scavate nella roccia) come ai pozzi sacri preistorici. La Sardegna è quindi una regione veramente incredibile per qualunque appassionato di monumenti antichi. Ma alcuni dei suoi esempi più eccezionali potrebbero rimanere nascosti per secoli dopo essere stati scoperti e scavati [dagli archeologi]. Come vi raccontiamo in questa storia.

All'inizio di aprile abbiamo fatto un giro archeologico in Sardegna e una sera ci siamo trovati a soggiornare nell'agriturismo Sas Abbilas, in una meravigliosa valletta isolata nei pressi di Bonorva (Sassari) e di un sito archeologico importante, Sant'Andrea Priu. Il proprietario, Antonello Porcu, ci ha mostrato delle splendide immagini che ritraggono spirali rosse da 70cm dipinte sulle pareti di una cella laterale di una tomba preistorica che è stata oggetto di scavo un anno e mezzo fa. E ci ha raccontato la storia della cosiddetta "tomba della scacchiera".
I terreni del signor Porcu sono situati a fianco di una zona denominata Tenuta Mariani dove già nel 2002 era stata identificata una necropoli preistorica. Nel 2007 il Comune di Bonorva ottiene un finanziamento per effettuare un censimento dei siti archeologici dell'area e la cooperativa che ha l'appalto si avvale della competenza dell'archeologo Francesco Sartor per la Sovrintendenza archeologica di Nuoro e Sassari. Dopo la prima fase di censimento, l'anno successivo è la volta di una campagna di ricerca e scavo, sempre guidata da Francesco Sartor. Diverse settimane dopo l'inizio dei nuovi lavori, l'archeologo dichiara di non avere trovato ancora nulla, ma il signor Porcu nota che per diversi giorni di seguito gli scavatori scendono dalla collina ricoperti di polvere di roccia. Allora il fratello del signor Porcu si rivolge direttamente in sardo (com’è noto una lingua molto diversa dall'italiano) agli scavatori, chiedendo: "La scrofa ha fatto i maialetti?" Al che loro rispondono (sempre in sardo): "Sì, e dovresti vedere quanti, e che belli!" Questa è la prova che qualcosa di importante era stato trovato sulle colline di Mariani.

Dopo qualche giorno, il signor Porcu e il fratello si recano sul posto e trovano, al di sotto di un telone di protezione sistemato dagli scavatori, un dromos con un prospetto architettonico scavato nella roccia che conduce ad una grande tomba con tre celle laterali. La tomba è decorata con disegni d'ocra rossa brillante, con protomi taurine scolpite nel lato maggiore della camera principale e con un tetto alto circa 1,70m scolpito come se fosse composto da assi in legno, dipinte alternativamente in blu scuro e bianco. Ma l'elmento visuale più eccezionale della tomba è una serie di grandi spirali rosse dipinte in una cella laterale: un totale di sette spirali, molte delle quali interconnesse tra loro. La qualità delle antiche pitture è straordinaria, e su una volta è dipinta anche una figura geometrica rarissima nelle tombe sarde: un motivo a scacchiera bianca e nera - qualcosa probabilmente di unico in un sito apparentemente databile al Neolitico recente e riferibile alla cultura di San Michele di Ozieri (3800 a.C. – 2900 a.C.).
Dopo la sua visita alla tomba, il signor Porcu si reca dal sindaco di Bonorva, informandolo della straordinaria scoperta effettuata sul loro territorio. Il sindaco, stupito, dichiara di non essere stato informato dall'archeologo della scoperta, né di avere ricevuto comunicazioni ufficiali dalla Sovrintendenza.

La fine di questa storia? Dopo circa 4 mesi di scavi la Sovrintendenza decide di sistemare un enorme blocco di pietra di fronte all'unico ingresso della tomba; si fa quindi una colata di cemento e si ricopre l'intera zona con uno spesso strato di terra, sigillando nuovamente il sito, probabilmente per sempre. Ciò viene fatto per "preservare la tomba da eventuali saccheggiatori". E la tomba e il suo prezioso contenuto, così scompaiono. Una sorte condivisa anche da altre tombe dell'area, tra cui quella denominata "Sa Pala Larga" nella quale è stata trovata un'incredibile protome taurina scolpita e una serie di spirali a creare una sorta di "albero della vita".
Il sindaco di Bonorva, Mimmino Deriu, da noi intervistato, ha dichiarato che, nonostante la cronica mancanza di fondi, crede nel grande valore del patrimonio archeologico dell'area e si sta impegnando a valorizzarlo, in particolare con la riapertura del locale Museo archeologico situato in un ex convento e con il recentissimo accordo (del 7 aprile scorso) con l'Ente Forestale per la gestione tecnico-economica di tutela, conservazione e valorizzazione, anche ai fini turistici, proprio della Tenuta Mariani, dove si trova la necropoli sigillata.
Abbiamo anche contattato Luisanna Usai, archeologa della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro e responsabile dell'area di Bonorva, per sapere se c'è un progetto di riapertura della tomba e la possibilità di rendere visitabile la necropoli. L'archeologa ha esposto molto chiaramente il proprio punto di vista sulla questione: "Non voglio che si parli di questa cosa, non mi interessa che si sappia. Noi della Soprintendenza siamo chiamati soprattutto alla tutela dei siti: le pitture sono labili e quindi la tomba rimane chiusa". E ha concluso affermando che "Il canale per far conoscere questo tipo di scoperte lo scegliamo noi della Soprintendenza".
Ora, fermo restando che siamo pienamente d'accordo sull'assoluta necessità di preservare la tomba dalle mani di saccheggiatori e tombaroli, la sua chiusura ci sembra abbia un senso solo in una prospettiva a breve termine. Anche perché testimonianze locali affermano come altre tombe sigillate nella zona - tra cui la già citata Sa Pala Larga - stiano soffrendo di pesanti infiltrazioni d'acqua che ne compromettono le pitture: il rimedio sembra quindi avere un effetto opposto a quanto auspicato.
Confermando il nostro rispetto per la Soprintendenza e i suoi archeologi, a partire da Luisanna Usai, che sappiamo essere un'ottima e capace professionista, non siamo tuttavia d'accordo né con i metodi applicati né con questo atteggiamento di chiusura: se si chiamano 'beni culturali' è evidente che siano un patrimonio nazionale, di tutti. La tutela è una cosa, l'occultamento a tempo indefinito - per quanto motivato da princìpi di preservazione - e' un'altra.
George Nash, archeologo del Dipartimento di Archeologia ed Antropologia dell’Università di Bristol ed esperto mondiale di arte preistorica, da noi contattato ha commentato: "Lo straordinario stato di conservazione di questo esempio di arte preistorica è paragonabile per importanza alle immagini dipinte all’interno della camera dell’Oracolo dell’ipogeo di Hal-Saflieni a Malta. Questa scoperta è di importanza internazionale e dovrebbe essere condivisa tra i ricercatori di arte preistorica. L’aver sigillato il monumento rappresenta un crimine contro la comprensione delle vere origini del Neolitico dell’Europa meridionale".
Ci chiediamo quanti monumenti eccezionali siano stati trovati, scavati e sigillati nuovamente negli anni da parte degli archeologi in Sardegna, senza che nessuno - tranne pochi addetti ai lavori - ne venisse a conoscenza. Per diffondere la consapevolezza dell'esistenza di questo posto veramente speciale, ci auguriamo che lettere e messaggi inviati direttamente al sovrintendente archeologico di Sassari e Nuoro possano convincere la Soprintendenza ad adoperarsi per l'apertura al pubblico della necropoli dell'area Mariani, in modo da condividere la sua straordinaria bellezza con il resto del mondo.

Immagini: http://www.stonepages.com/scacchiera/

venerdì 11 aprile 2014

Gea, la Dea Madre che originò il mondo, di Pierluigi Montalbano.

Gea, la Dea Madre che originò il mondo.
di Pierluigi Montalbano



Come è nato il mondo?

Secondo il mito greco alla sua origine c'è Gea, la Terra, madre di tutte le altre divinità simboleggianti gli elementi naturali e dei mostri più spaventosi. Gea, simbolo della natura e dell'elemento femminile, è la dea delle antiche società agricole del Mediterraneo, ed è in conflitto con il suo sposo Urano, il cielo.
In tutte le civiltà umane, uno dei miti più importanti è l cosmogonia, ossia la nascita del mondo. Questo mito si presenta in due versioni:

1) Un essere supremo e onnipotente crea il mondo dando vita a tutte le creature, compresi gli altri dei.
2) Alla dea che rappresenta la Terra si unisce il dio che rappresenta il Cielo, per generare gli altri elementi della natura e tutti gli esseri viventi. Così avviene anche nel mito greco. Gea (la greca Gaia) rappresenta infatti la Terra, la materia originaria da cui prendono vita tutte le cose.

Esiodo, uno dei primi poeti greci, autore della storia della generazione degli dei (Teogonia), afferma che prima di Gea esisteva solo il Caos, una voragine simboleggiante l'oscura confusione del tutto. Gea è dunque la prima dea del mondo greco e poi romano: è il simbolo dell'importanza della terra nelle civiltà agricole antiche, ma anche del ruolo della donna nel procreare e allevare i figli.
In un antico inno greco, "A Gea, madre di tutti i viventi", la dea è invocata così: "Gea io canterò, la madre universale, antichissima, che nutre tutti gli esseri, quanti vivono sulla terra; quanti camminano, quanti sono nel mare e quanti volano, tutti si nutrono dell'abbondanza che tu concedi. Grazie a te gli uomini sono fecondi di figli e ricchi di messi".
Il culto di Gea, sicuramente molto diffuso in età più antica, perse progressivamente importanza perché la madre Terra appariva un essere troppo generico e senza una personalità ben definita rispetto alle altre divinità. Il filosofo greco Platone, all'inizio del IV secolo a.C. considerò il culto di Gea addirittura "tipico dei Barbari".
Come dea originaria Gea era considerata madre di moltissime divinità, di esseri che rappresentano simbolicamente gli elementi naturali, ma anche di entità mostruose. Lo stesso suo sposo, Urano (il Cielo), era stato da lei generato senza unirsi ad alcun essere maschile, e così anche le Montagne e il Ponto (il Mare).
Ma è dall'unione con Urano che Gea dà vita alla maggior parte degli elementi cosmici e antichissimi del mito greco. Innanzi tutto i sei Titani: Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Crono; poi le sei Titanidi: Teia, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Teti.
Dalle unioni fra Titani e Titanidi nasceranno gli dei dell'Olimpo (da Crono e Rea) e gli elementi naturali (acquatici da Oceano e Teti, celesti da Iperione e Teia).
Ancora unendosi a Urano Gea genera i Ciclopi, esseri giganteschi con un solo occhio sulla fronte, e gli Ecatonchiri, mostruose creature con cento braccia. Urano, avendo in odio questi suoi figli spaventosi, li rinchiude in un luogo infernale al centro della terra, il Tartaro. Crono, però, l'ultimogenito fra i Titani, riesce a liberarli evirando il padre Urano e prendendo il suo posto.
Dal sangue dei genitali di Urano, caduti su Gea, nacquero ancora esseri mostruosi: le Erinni, che rappresentano simbolicamente le paure e i rimorsi degli uomini, e i Giganti. Anche Crono, tuttavia, volle proteggersi rinchiudendo nel Tartaro i suoi fratelli e divorando tutti i figli che via via aveva da Rea. Ma questa, ricorrendo all'aiuto di Gea, riuscì a sottrarre a Crono il suo ultimogenito, Zeus (Giove), che una volta cresciuto spodesterà il padre e instaurerà un nuovo ordine divino e umano.

Nell'immagine, la Dea Madre dei Minoici.

giovedì 10 aprile 2014

Archeologia. Le analisi al Carbonio 14 e la dendrocronologia

Le analisi al Carbonio 14 e la dendrocronologia

Il metodo più utilizzato per le datazioni in archeologia è il carbonio-14 (14C) o radiocarbonio.
Questa tecnica è stata sviluppata da Willard Libby, un chimico americano, nel 1947/49.
Le radiazioni cosmiche, ovvero le particelle sub-atomiche che invadono la Terra, entrano in contatto con la nostra atmosfera e, facendo reazione chimica con l'azoto, si trasformano in 14C.

Il carbonio esiste in natura in più forme:
Carbonio "comune" o 12C (6 protoni e 6 neutroni nel nucleo);
Carbonio-13 o 13C (6 protoni e 7 neutroni nel nucleo);
Carbonio-14 o 14C (6 protoni e 8 neutroni nel nucleo).

Per questo, il carbonio 14 è l'unico ad essere instabile, e ciò significa che si disintegra nell'ambiente producendo azoto con massa atomica 14 ed emettendo radiazioni β (beta), che sono misurabili con un contatore Geiger.
Questo decadimento avviene ad un ritmo costante, e Libby riuscì a determinare che il carbonio arriva al 50% dopo 5568 anni (questo tempo si chiama tempo di dimezzamento).
In realtà, ad oggi, perfezionando il metodo, abbiamo potuto evincere che il vero tempo di dimezzamento sarebbe precisamente di 5730 anni.
Tutti gli organismi posseggono 14C, in quanto le piante lo assorbono tramite la fotosintesi clorofilliana, gli animali tramite il nutrimento e gli esseri umani anche.
Quindi, misurando la quantità di carbonio contenuta in un organismo, si dovrebbe essere in grado di datare l'organismo stesso.

Libby però, pensava che la quantità di carbonio presente nell'atmosfera fosse sempre la medesima, oggi invece siamo in grado di affermare che essa è variata nel tempo (in base alle variazioni del campo magnetico terrestre). Questo è fondamentale perché ci fa capire che allora le date ottenute con il radiocarbonio non sono proprio esatte: per questo si ricorre alla calibrazione effettuata mediante la dendrocronologia.
In particolare, siamo riusciti ad affermare che le date al radiocarbonio prima del 1000 a.C. sono più recenti di quanto risulti.
Mediante le curve di calibrazione fornite dalla dendrocronologia, possiamo risalire fino al 7000 a.C. circa.

Tuttavia, i campioni analizzati in laboratorio, possono essere contaminati:
1) naturalmente nel sottosuolo (tramite l'azione dell'acqua o altro;
2) durante o dopo il campionamento (bisogna sempre utilizzare contenitori ben sigillati per evitare la formazione, ad esempio, di muffe);

Il metodo della datazione con il radiocarbonio è utilizzabile ovunque, ma solo su materiali di origine organica.

Altro fondamentale metodo di datazione, soprattutto prima (ma anche durante!) la comparsa della datazione al radiocarbonio è la Dendrocronologia, che si basa sul conteggio del numero degli anelli di accrescimento degli alberi.

La dendrocronologia fu sviluppata da un astronomo americano, Andrew E. Douglas, nel XX secolo, e può essere utilizzato sia per calibrare le date ottenute con il radiocarbonio, sia come un metodo di datazione a sé stante.

Gli alberi producono un anello nuovo ogni anno. L'analisi di questi anelli può essere fatta prelevando dall'albero un campione di sezione trasversale (non è necessario tagliare l'albero).
Lo spessore degli anelli è fondamentale perché:
1) gli alberi producono anelli sempre più sottili man mano che invecchiano;
2) lo spessore indica i cambiamenti del clima che l'albero ha subito.

Quindi alberi della stessa specie, che crescono nella stessa area, hanno generalmente la stessa sequenza di anelli. Confrontando gli anelli di accrescimento di legni via via più antichi, ci porta a costituire la cronologia di un'area, che sarà fondamentale perché ad essa verranno paragonati tutti gli altri campioni prelevati.

Anelli più spessi testimoniano abbondanza di precipitazioni.
Anelli più sottili suggeriscono freddo intenso in primavera.

La dendrocronologia ha però anche dei limiti, ovvero:
1) può essere applicata solo ad alberi non tropicali (dove le differenze stagionali sono ben marcate);
2) problemi interpretativi (come per quello che riguarda i manufatti: un tronco di un albero può essere già antico nel momento in cui è stato utilizzato dagli uomini, oppure può essere stato abbattuto in quel momento ed utilizzato però per restaurare strutture già esistenti.

Curiosità: il primo ad accorgersi della formazione degli anelli degli alberi fu Leonardo da Vinci!


Nell'Immagine: Willard Libby


Fonte: http://thehistorytemple.blogspot.it

mercoledì 9 aprile 2014

Menhir, le perdas fittas legate al sacro che ancora nessuno riesce a spiegare.

Archeologia. Menhir, le perdas fittas legate al sacro che ancora nessuno riesce a spiegare
di Pierluigi Montalbano.


Premesso che ogni menhir fa storia a se, un'indagine seria sui menhir deve utilizzare un approccio metodologico scientifico così da alimentare una discussione che abbia dei presupposti non fantasiosi.
Davanti a una pietra, per stabilire se si tratta di un menhir occorre, anzitutto, capire se l’uomo ha lasciato delle tracce su questa pietra. Dobbiamo avere l’umiltà di partire da zero, come se non sapessimo niente sulla questione. Per non limitare la ricerca ai soli dati morfologici, possiamo osservare se intorno si trovano strutture che ci aiutano nell’interpretazione del territorio, ad esempio tombe, villaggi o nuraghi. A volte individuiamo gruppi di menhir sui colli, o allineamenti lungo le strade di transumanza che collegano vari villaggi, oppure singoli o a gruppi sparsi nei siti sacri dedicati ai defunti.
Il territorio circostante e l’esame della pietra forniscono i principali dati oggettivi. Occorre capire se è stato dato un significato alla forma.
Il mondo occidentale e quello orientale forniscono diversi significati alle simbologie, offrendo panorami ideologici diversi. Nel vicino oriente, gli artigiani hanno un modo di “scalpellinare” la pietra che mira a realizzare un bassorilievo dettagliato con simboli, scene varie, astri o animali.

Ogni stele è fatta per essere mostrata alla gente e quindi usa un sistema di comunicazione perché vuole dire qualche cosa. Se, ad esempio, si trova su un colle o su un sentiero serve per segnalare qualcosa alla gente di passaggio. Diversamente, una stele che si trova nei pressi di un edificio segnala qualcos'altro. Un allineamento di monoliti ha un significato ancora differente.
In Sardegna i menhir censiti sono quasi 800, ma la ricerca è ancora in corso. Nel sud della Corsica ci sono oltre 120 stele infisse verticalmente sul terreno e ancora non siamo riusciti a capire cosa volessero dire a chi le osservava, soprattutto perché oggi utilizziamo un linguaggio diverso. Le due grandi tipologie di menhir sono quelli lavorati dall'uomo e quelli naturali.
Bisogna, quindi, distinguere con attenzione le pietre “brutte”, sulle quali l’uomo non è intervenuto, e le pietre lavorate. Queste ultime possono dividersi in altre categorie, secondo le modifiche apportate. Alcune, ad esempio, presentano una testa, un busto e un collo che separa le due parti. La morfologia può essere antropomorfa, con occhi, bocca, naso, vestito, mantello, cappello. A volte troviamo un’arma, ad esempio un pugnale o una spada con una morfologia particolare.
Negli anni ‘Settanta si misuravano tutte le dimensioni ma il discorso non andava più lontano, non c’era una riflessione, e ancora oggi gli studiosi offrono prevalentemente dati riguardanti la forma, l’altezza, il peso e il luogo di ritrovamento. In Sardegna abbiamo menhir assimilabili, nella forma, alle stele centinate che sono posizionate negli ingressi delle Tombe di Giganti o alle grandi pietre infisse nel terreno a formare l’esedra. Altri menhir mostrano sculture in bassorilievo che rappresentano teste umane o armi nella linea della cintola ma non sappiamo che rapporto c’è fra le une e le altre.

E’ interessante studiare anche i menhir non finiti, cioè quelli nei quali lo scultore non riusciva a regolarizzare la forma e abbandonava il lavoro. Verosimilmente quelli che hanno armi dello stesso tipo sono cronologicamente vicine. Le statue possono essere iconiche o aniconiche, ossia prive di raffigurazioni. Negli allineamenti si notano pietre di diversi tipi, anche vicine, e l’interpretazione offre parecchi dubbi. Un primo esame formale ci aiuta a individuare se è presente una faccia piatta, e attraverso questa possiamo determinare l’orientamento. Spesso le statue sono rivolte verso oriente, mostrando un elemento intellettuale importante ricercato dallo scultore, un motivo condiviso dall’ideologia della comunità che voleva allinearle in un certo modo.
Stele aniconiche e statue antropomorfe possono essere affiancate, così come grandi e piccole, e si trovano in gruppi o allineate, e tutte queste statistiche hanno un significato da capire.
Per giungere a dati sensibili che ci aiutano ad interpretare queste pietre verticali, bisogna pensare a dei gruppi umani che vivevano nelle immediate vicinanze, in villaggi o capanne sparse nel territorio. Fra i vari territori antropizzati ci sono sempre dei rapporti commerciali e dei legami, o accordi di vario genere.

L’allineamento potrebbe essere il simbolo di un “cantone”, ossia evidenziare un gruppo di villaggi vicini che collaborano. Lo troviamo generalmente in un territorio pianeggiante, pur se alto sul livello del mare. Spinto dalla curiosità sui motivi che spinsero alcune comunità a realizzare queste opere, ho deciso di effettuare una laboriosa serie di ricerche sul campo. Ho escluso i menhir singoli e quelli nei pressi dei luoghi dedicati ai defunti, e ho selezionato solo quelli individuati nelle vie di transumanza o lungo i sentieri che presentano “snodi” che conducono a villaggi vicini. Ad esempio, in Corsica, in località Filitosa, i dati mi hanno suggerito un’ipotesi che vede un “modello” ben preciso di posizionamento, legato al numero di “comuni” che collaboravano, in un dato periodo, allo sfruttamento di un territorio. A mio avviso si tratta di un sistema che risponde a determinati requisiti, primo fra tutti la volontà di rappresentare con un menhir ognuno dei villaggi interessati al cantone, e si nota una caratteristica interessante: la grandezza dei menhir è proporzionata all’importanza del villaggio di riferimento. In conclusione, la mia sensazione è che ogni comune aveva il suo menhir, con il quale “comunicava” la propria importanza nel territorio.

Ho verificato questa possibilità anche in altri territori, scoprendo che l’allineamento è la somma dei comuni aderenti al cantone. Riportando sulle mappe del territorio questo studio, l’ipotesi funziona. Ora sarà compito degli archeologi preistorici stabilire se questo sistema è valido e, in questo caso, indagare da un altro punto di vista queste poderose perdas fittas per le quali la semplice misurazione non ha offerto spunti di comprensione funzionale.

Nelle immagini, tratte dal web, il menhir di Meada, quello di Monte d'Accoddi (con l'amico Pier Paolo Saba che posa accanto), gli allineamenti di Carnac, una serie di menhir in Armenia e alcuni menhir della Corsica, a Filitosa.

martedì 8 aprile 2014

Scoperta una tomba etrusca sigillata. Le analisi rivelano che si tratta di una principessa.

Il Principe Guerriero etrusco è in realtà una Principessa

Il mese scorso, gli archeologi hanno annunciato uno splendido ritrovamento: una tomba completamente sigillata scavata nella roccia in Alto Lazio. La tomba intatta conteneva quello che sembrava il corpo di un principe etrusco che impugna una lancia e le ceneri di sua moglie. Diverse agenzie di stampa hanno riferito sulla scoperta di un principe guerriero di 2600 anni.
Ma la tomba conteneva ancora una sorpresa. L’analisi delle ossa ha rivelato che il guerriero principe era in realtà una principessa, come Judith Weingarten, una allieva della British School at Athens ha notato sul suo blog, Zenobia: Empress of the East.




Una tomba di 2600 anni fa scoperta in Lazio, che si riteneva contenesse un principe guerriero in realtà contiene i resti di una principessa di mezza età che impugna una lancia (Foto:Mandolesi)
Gli storici sanno relativamente poco della cultura etrusca che fiorì in quello che oggi è l’Italia fino al suo assorbimento nella civiltà romana intorno al 400 a.C. A differenza dei loro omologhi più noti, gli antichi Greci e Romani, gli Etruschi non lasciarono documenti storici, così le loro tombe forniscono una visione unica della loro cultura.
La nuova tomba, dissigillata dagli archeologi in Toscana, è stata rinvenuta nell’area archeologica di Doganaccia a Tarquinia, necropoli etrusca e sito UNESCO che contiene più di 6000 tombe scavate nella roccia, risalenti fino a 2900 anni fa.



La tomba sigillata come rinvenuta dagli archeologi.(Foto:Mandolesi)

“La camera sotterranea risale agli inizi del VI secolo a.C. All’interno, ci sono due letti funerari scavati nella roccia,” ha scritto in una e-mail Alessandro Mandolesi, archeologo dell’Università di Torino che ha scavato il sito.
Quando la squadra ha rimosso la lastra che sigillava il sepolcro, ha trovato due grandi piattaforme. Su una piattaforma giaceva uno scheletro che portava una lancia. Su un altro giaceva uno scheletro parzialmente incenerito.



Come è apparsa la tomba dopo l’apertura (Foto:Mandolesi)

Il team ha anche trovato diversi pezzi di gioielleria in bronzo e argento e un contenitore a piastre di bronzo, forse appartenente ad una donna, secondo i ricercatori. “Sulla parete interna, ancora appesa a un chiodo, è stato trovato un aryballos (un tipo di fiasca) decorato con pitture ad olioi in stile greco-corinzio”, ha detto Mandolesi. L’oggetto è presumibilmente un “unguentario”.



Pisside in bronzo ritrovata nella tomba (Foto:Mandolesi)


Inizialmente, la lancia ha suggerito che lo scheletro posto sulla piattaforma più grande fosse un guerriero maschio, forse un principe etrusco. I gioielli probabilmente appartenevano al secondo corpo, la moglie del principe guerriero.Ma l’analisi delle ossa ha rivelato che il principe armato di lancia era in realtà una donna di circa 35-40 anni, mentre il secondo scheletro apparteneva a un uomo.
Detto questo, che interpretazioni danno gli archeologi della lancia?”La lancia, molto probabilmente, è stata posta come simbolo di unione tra i due defunti,” ha detto Mandolesi in un’intervista a Viterbo News 24 il 26 settembre. Weingarten non crede che la spiegazione sia il simbolo di unità. Invece, ritiene che la lancia indichi l’alto status della donna. La loro spiegazione è “altamente improbabile”, ha dichiarato Weingarten a LiveScience. “È lei che è stata sepolta con la lancia accanto, non lui.” Evidenziando che, come nelle consuetudini dei riti funerari, l’attributo costituito dalla lancia sia associato alla persona cui viene affiancato nella sepoltura.
Assunzioni di genere La confusione mette in evidenza quanto facilmente sia i pregiudizi moderni che quelli antichi possano colorare l’interpretazione delle antiche tombe.In questo caso, gli stili di vita degli antichi Greci e Romani possono aver distorto la visione della tomba. Considerando che le donne greche erano tenute segregate, le donne etrusche, secondo Teopompo storico greco, erano più spensierate, lavoravano all’esterno delle case, si sdraiavano nude sui triclini, bevevano liberamente, frequentavano molti uomini e allevavano figli che non conoscevano l’identità dei loro padri.
Invece di utilizzare gli oggetti trovati in una tomba per interpretare i luoghi, gli archeologi dovrebbero in primo luogo fare affidamento sull’analisi delle ossa o altre tecniche sofisticate prima di correre a conclusioni affrettate, ha detto la Weingarten. “Fino a poco tempo fa, e purtroppo ancora in alcuni paesi, la determinazione del sesso si basa su oggetti di corredo che, a sua volta, si basa quasi interamente su i nostri preconcetti. Una chiara illustrazione di ciò sono i gioielli:.. Associamo i gioielli alle donne, che è una sciocchezza in gran parte del mondo antico “, ha detto la Weingarten. “Anche ai ragazzi piace ostentare gioielli!”
La considerazione della Weingarten è assolutamente corretta e suggerisce un’analisi maggiormente scientifica e culturalmente più consona rispetto agli usi e tradizioni delle popolazioni studiate. Qui ci permettiamo di considerare che probabilmente l’eredità di Teopompo condiziona ancora il professor Alessandro Mandolesi. Attendiamo con ansia un riesame di molte altre tombe di Principi frettolosamente definiti tali.