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venerdì 25 luglio 2014

Archeologia. Scoperta una città del Neolitico Finale.

Individuata una città di 5000 anni fa
di Pierluigi Montalbano

Scoperta una civiltà del Neolitico Finale che realizzava edifici con mattoni di fango e ceramiche senza l’uso del tornio.
Il sito è stato scoperto per caso durante gli scavi per un progetto di costruzione nella regione Khajeh Askar, vicino alla città di Bam. Il direttore del team è Nader Alidadi-Soleimani ed è stato intervistato dal giornale persiano “Mehr News Agency”.
"Purtroppo, una parte del sito è stata danneggiata durante lo scavo e, sulla base dei reperti rinvenuti, il sito può essere classificato come uno dei primi insediamenti umani in Iran. Gli abitanti avevano un collegamento con altre civiltà, come quella Jiroft", ha spiegato.
Il team ha anche scoperto un certo numero di pezzi di ceramica intatta e frammenti. Lo studio dei reperti suggerisce che l'uso del tornio non era conosciuto.
Alidadi-Soleimani ha anche detto che vi erano due tipi di sepoltura, una per l’uomo e l’altra per la donna, identificate in due cimiteri scoperti presso il sito. Uno dei corpi è stato sepolto in posizione fetale e un altro era disteso con la faccia rivolta verso l’alto.
I corpi erano stati sepolti con diversi manufatti accanto, come ad esempio una conchiglia contenente materiale cromatico usato per la cosmesi femminile.
La civiltà di Jiroft è stata scoperta vicino al fiume Halil Rud, in provincia di Kerman, grazie ad una indagine su alcuni scavi clandestini di gente del posto che aveva saccheggiato molti pezzi storici dal valore inestimabile.

In cinque stagioni di scavo portate a termine presso il sito di Jiroft, sotto la supervisione di Yusef Majidzadeh, gli archeologi hanno portato alla scoperta di una ziggurat composta da più di quattro milioni di mattoni di fango, risalente al 2200 a.C. circa. Inoltre, molte antiche rovine e reperti interessanti sono stati scavati in uno strato ancora più antico di Jiroft, conosciuto come il “paradiso perduto degli archeologi”.
Dopo le numerose scoperte uniche nella regione, Majidzadeh Jiroft è stato dichiarato “culla dell'arte”. Molti studiosi hanno proposto varie interpretazioni in quanto non erano ancora stati scoperti scritti o strutture architettoniche, ma recentemente il team ha individuato iscrizioni nella Ziggurat a Konar Sandal, inducendo gli esperti a rivedere le varie opinioni.
Queste scritte sono più vecchie dell’iscrizione Inshushinak, e suggeriscono che la recente scoperta è stata utilizzata alla metà del XXIII secolo a.C.
Gli specialisti iraniani e stranieri, vedono i risultati di Jiroft come segni di una grande civiltà, coeva a quella Sumerica dell’antica Mesopotamia. Majidzadeh ritiene, infatti, che Jiroft è la città di Aratta, descritta come una grande civiltà in una iscrizione di argilla sumerica.
La provincia di Kerman, ospita tra i più importanti siti archeologici dell'Iran, oltre la città preistorica di Bam sede della più grande struttura in mattoni al mondo, proclamata patrimonio dell'umanità dall'Unesco e quasi completamente distrutta da un terremoto nel 2003.



giovedì 24 luglio 2014

Göbekli Tepe. Scoperta la più antica raffigurazione erotica maschile.

Göbekli Tepe. Scoperta la più antica raffigurazione erotica maschile.
di Saverio G. Malatesta


Desta curiosità la notizia del rinvenimento di quella che sembrerebbe essere la raffigurazione di un uomo nudo, colto nel momento della piena erezione: se così fosse, si tratterebbe della più arcaica rappresentazione erotica maschile. La scoperta è avvenuta nel famoso sito turco di Göbekli Tepe, nei pressi del confine con la Siria, all’interno di quello che viene ritenuta la struttura templare in pietra più antica al mondo, databile intorno al XII Millennio a.C., ben 7000 anni prima dell’erezione delle Grandi Piramidi in Egitto.
Prescindendo dalle interpretazioni di carattere fanta-archeologico, che vedrebbero la località, frequentata per circa cinque secoli prima di essere misteriosamente interrata, all’origine – o controprova – del mito del giardino dell’Eden, si tratta comunque si un’area archeologica straordinaria: il complesso, infatti, si compone di una collina artificiale delimitata da grezzi muri a secco e di quattro grandiosi recinti circolari, delimitati da imponenti monoliti dal peso di circa dieci tonnellate l’uno, riccamente decorati con svariate specie animali in bassorilievo, oltre che con motivi geometrici; sono state rinvenute inoltre alcune statue in argilla, molto rovinate, raffiguranti forse una volpe o un cinghiale. Grazie alle analisi paleobiologiche, si è potuto ricostruire l’ambiente che permise a gruppi di uomini di abbandonare il nomadismo e di insediarsi stabilmente in un luogo: solo un’organizzazione stabile, o in via di stabilizzazione, poteva concepire un progetto tanto monumentale e protrarlo per diverse generazioni, sebbene non siano stati rinvenuti (per il momento) resti di abitazioni o animali domestici.
Al posto dell’attuale deserto, querce, ginepri e mandorle, oltre ad animali selvatici, di cui si sono rinvenuti i resti negli strati più antichi dello scavo, accanto agli strumenti utilizzati per cacciarli ed utilizzarne al meglio carne, ossa, pelli; semi di piante selvatiche e tracce di legno carbonizzato indicano che, già prima della costruzione del santuario, il luogo doveva essere frequentato con una certa regolarità. Forse la sedentarizzazione, e di conseguenza l’agricoltura, ebbe il suo primo, fondamentale impulso proprio qui. In attesa di nuove scoperte, intanto, qual era lo scopo di tanti immani sforzi? Propiziarsi le divinità della caccia (ma i bassorilievi delle formiche e gli scorpioni, allora)? Una celebrazione cosmica delle ricchezze che la natura offriva? Riti sciamanici? Cerimonie legate alla fertilità? Culti apotropaici? La scoperta della raffigurazione maschile potrebbe servire a rispondere ad alcune domande.
Jens Notroff, portavoce del Deutsches Archäologisches Institut, l’ente che sta curando gli scavi nella zona, ha affermato che l’immagine è “senza dubbio di un uomo con un pene in erezione”. Figure di nudi femminili così antiche erano già conosciute, questa sarebbe quindi la prima riguardante un maschio: la caratterizzazione fallica indicherebbe fertilità, dunque prosperità ed abbondanza, come si riscontra esplicitamente nella cultura greca e romana, ma con una piccola differenza. L’uomo del bassorilievo, infatti, è privo del capo. “La testa dell’uomo risulta mancante – continua Notroff – Essa era vista come sede dell’anima, dunque un’immagine che ne è priva vuol rappresentare che egli è morto e trapassato nell’aldilà”. A questo vanno ad aggiungersi le figure di contorno – più grandi di quella maschile – un volatile ed uno scorpione, in linea con un inusuale disco, forse il sole. Comprenderne il senso, dunque, diviene ancora più difficoltoso.
Klaus Schmidt, direttore della missione tedesca, illustra epigraficamente quale sia l’insormontabile problema che deve affrontare chi cerca di gettare luce su un apparato iconografico così remoto: “Questa era un’epoca in cui la scrittura non esisteva, quindi i nomi non potevano essere trascritti”, e dunque tramandati attraverso i millenni. Basti pensare all’Egitto: senza geroglifici, non sapremmo che quello che le fonti classiche ci dicono di loro, ed è ben poco. Ma, senza Stele di Rosetta, anche la scrittura geroglifica risulterebbe del tutto inutile. Non basta, infatti, il segno: bisogna anche interpretarlo. “Ad essere onesti – spiega Notroff – stiamo ancora cercando di capire il senso delle immagini: vediamo le figure, ma non ne comprendiamo il significato. È come se si scavasse una chiesa cristiana ritrovando la croce e tutti gli altri simboli, senza alcun indizio su cosa essi significhino. Sappiamo che queste immagini hanno valenza religiosa, ma di tutto il resto non abbiamo alcuna idea”. Dunque il dubbio rimane, e forte, a meno che non intervengano altre insospettabili scoperte a gettare nuova luce, qui a Göbekli Tepe, santuario di oltre tredicimila anni fa.

Foto di apertura: particolare della stele raffigurante un uomo nudo, nell’angolo in basso a destra.

mercoledì 23 luglio 2014

Cristoforo Colombo, la bussola e la declinazione magnetica

Cristoforo Colombo, la bussola e la declinazione magnetica
di Rolando Berretta

Wikipedia dice che la declinazione magnetica è il valore dell'angolo sul piano orizzontale tra la direzione dell'ago magnetico e la direzione del meridiano del luogo. Più semplicemente è la distanza angolare tra Nord Geografico (il punto di intersezione dell'asse di rotazione terrestre con la superficie dell'emisfero boreale) e il Nord Magnetico (il punto di intersezione dell'asse del campo magnetico terrestre con la superficie dell'emisfero boreale). Il suo valore varia da luogo a luogo e varia nel tempo in quanto il Nord Magnetico a differenza di quello Geografico non è statico. La declinazione può essere Est (E) od Ovest (W) in funzione dell'orientamento delle locali linee di flusso del campo magnetico terrestre (parallelamente alle quali si allinea l'ago magnetico della bussola) rispetto al meridiano locale. Poiché i poli magnetici terrestri non coincidono con i poli geografici (intesi come i punti di intersezione dell'asse di rotazione con la superficie terrestre), il nord magnetico, indicato da una  bussola magnetica, non indica esattamente la direzione del nord geografico. Per orientarsi correttamente al nord occorre correggere l'indicazione della bussola di un valore angolare che è dato dalla declinazione magnetica. Tale valore alle coordinate di Roma (41° 53' 42" N, 12° 29' 05" E), calcolato al 25/03/2014, è pari a 2° 37' 20" Est e varia ogni anno di 6,6' Est.
Per poterla misurare, bisogna servirsi di un ago magnetico libero di ruotare intorno ad un asse verticale alla superficie terrestre; una volta che quest'ago ha raggiunto la posizione di equilibrio, misurando l'angolo che si forma tra il piano verticale passante per l' ago e il piano del meridiano terrestre nel punto considerato, si ottiene la declinazione magnetica.
La declinazione magnetica varia da punto a punto sulla superficie terrestre e varia nel tempo, in quanto il polo nord magnetico cambia continuamente posizione; attualmente si trova nel nord del Canada. Storicamente fu Edmund Gunter, un matematico e astronomo inglese, ad accorgersi della variazione annuale della declinazione magnetica.
…. Il merito del riconoscimento, da parte europea, si deve attribuire a Cristoforo Colombo, il quale nel 1492, uscito con le caravelle spagnole nell'Atlantico, si avvide che l'ago della bussola aveva sensibilmente cambiato direzione dal meridiano vero e poté così constatare il fatto della declinazione, nonché la sua variabilità, passando da un meridiano all'altro nella navigazione da oriente verso occidente. Il primo poi che fece una vera misura (per quanto grossolana) dell'angolo di declinażione fu Giorgio Hartmann, prete di Norimberga, il quale, nell'occasione d'un viaggio a Roma nel 1510, misurò l'angolo eguale a 6° verso est.

Questo passa il convento. Da tutto ciò si deduce che l’ago della Bussola non punta verso il nord/geografico ma punta verso un punto, variabile, che oggi si trova in Canada.
Quindi, se si naviga dentro il Mediterraneo, facendo la spola tra Alessandria e Gibilterra, si dovrebbe léggere lo scarto della bussola. Perfetto! Discorso ineccepibile.
Veniamo alla grande scoperta di Colombo.


Zuane Cabotto (Giovanni Caboto) aveva toccato il nord/America. 1497.
Il mercante Lorenzo Pasqualigo, figlio di ser Filippo, scrisse da Londra una lettera indirizzata ai
fratelli Alvise e Francesco in data 23 agosto ed arrivata a Venezia il 23 settembre del 1497.

“E’ ritornato un nostro veneziano che era partito da Bristol, con una nave, per cercare nuove isole. Ha trovato terra ferma a 700 leghe lontano da qui e dice essere terraferma, che è il paese del Gran Can. E’andato lunga la costa per 300 leghe ed è sbarcato. Ha riportato al Re lacci per selvaggina, un ago per fare reti e, dice, di aver visto alberi tagliati. Non ha incontrato nessuno ma, dai ritrovamenti, è certo che il posto è abitato. E’ rientrato dopo esser stato via tre mesi. Mentre rientrava ha visto altre isole ma, per non perder tempo essendo a corto di viveri, non è potuto scendere a terra. Il Re gli ha promesso, a tempo nuovo, 10 navigli armati… Lo scopritore di queste cose ha piantato su quei terreni una croce, una bandiera inglese e una di san Marco essendo lui veneziano. Sicchè il nostro gonfalone sventola molto lontano”.
E questa è di Raimondo Soncino; ambasciatore del Duca di Milano a Londra:
“Al detto M.s Zoane, come alienigena et povero non saria creduto, se li compagni che sono quasi tutti Inglesi, et da Bristol non testificassero ciò che lui dice essere vero. Esso M.s Zoane ha la descriptione del mundo in una carta, et anche in una Sphera solida che lui ha fatto, et demonstra dove è capitato, et andando verso el levante ha passato assai el paese del Tanais. Et dicono che la è terra optima e temperata, et estimano che vi nasca el brasilio et la seta, et affermano che quello mare è coperto da pesci, li quali se prendono non solo cum la rete, ma cum le ceste essendoli alligato uno saxo ad ciò che la cesta se impozi in l’acqua, et questo io l’ho udito narrare al dicto messer Zoane. Et ditti Inglesi suoi compagni dicono che portarono tanti pesci che questo regno non havera più bisogno de Islanda, del quale paese vene una grandissima mercantia de pesci che si chiamano Stochefessi”.
Amerigo Vespucci (dalla lettera al Soderini), avendo viaggiato dal 1497/48 affermò che a Ovest non c’erano isole ma un intero continente. Aveva toccato terra il 24 giugno del 1497.
La Lettera al Soderini, datata: Lisbona, 4 settembre 1504, contiene la narrazione di quattro spedizioni marittime, due al servizio della Spagna, due per il Portogallo.
Il I° viaggio era stato effettuato con partenza il 10 maggio 1497 e rientro il 15 ottobre 1498.

Colombo, dopo due viaggi, aveva trovato solo isole. Come Caboto!  Aveva fatto notificare che Cuba era terraferma. Dalle misure di un solo lato dell’isola aveva capito che sarebbe stato maggiore di Giava Major; impossibile che ci fosse un’isola più grande di Giava major! Marco Polo era stato chiarissimo; sulle isole asiatiche sapeva tutto.

E partì Colombo per il III° viaggio, era il 30 maggio del 1498.  Vespucci, rintrato in ottobre, aveva scoperto il Nuovo Mondo. Che succede a questo punto? E non ti arriva una lettera –rarissima- spedita da Colombo, che fu stampata e diffusa subito.
La lettera ai Reali di Spagna in cui Colombo annuncia la scoperta - fatta nel corso del suo terzo viaggio transatlantico - della "terraferma" e ipotizza l'esistenza sul suolo sudamericano del Paradiso Terrestre
Hispaniola, settembre-ottobre 1498
…..Quando io, venendo dalla Spagna alle Indie, giunsi a 400 miglia a ovest delle Azzorre avvertii un gran mutamento sia nel cielo sia nelle stelle, come pure nella temperatura del­l'aria e nelle acque del mare. E a questo fenomeno feci molta attenzione. Osser­vai che da nord a sud, oltrepassata la distanza di 400 miglia dalle suddette isole, l'ago della bussola che fino a quel punto tende a nord-est, si orienta d'improvviso a nord-ovest una quarta di vento tutta intera. E ciò si verifica mentre ci si avvicina a tale linea, come chi stesse superando un pendio. Trovai pure il mare (il Mare dei Sargassi) completamente pieno di un'erba fatta di rametti di pino e carica di frutti simili a quelli del lentisco. L'erba era così densa che nel mio primo viaggio temetti che si trattasse di una secca e che le navi vi si sarebbero arenate. E il fatto sorpren­dente è che fino al momento di arrivare a quella linea della stessa erba non se ne trova affatto. Arrivando in quel punto trovai il mare calmo e liscio e benché soffiasse il vento esso non si alzava mai. Inoltre all'interno di questa linea, dal lato di ponente, la temperatura era mite e senza grandi sbalzi sia d'inverno sia d'estate …

(Trovate, su questo sito di Montalbano, un articolo datato 27 gennaio 2012 dal titolo:
Il Paradiso Terrestre scoperto da Cristoforo Colombo. C’è la LETTERA divisa in 3 parti.)
Lettera che non mi ha mai convinto.  Dopo tutto questo preambolo torniamo alla Declinazione Magnetica … scoperta da Colombo (sic!).

Facciamo parlare le “carte nautiche”. Iniziamo con quella di Pietro Vesconte (Petrus Veschonte) del 1.311.

Diciamo che in questa carta la Rosa dei Venti non è veritiera. Se controllo, bene, trovo i meridiani e i paralleli (precisi precisi) che hanno una quarta di vento di sfasamento, pari a 11°15’ oppure 11,20°. Poi si scopre che le carte sono due, datosi che il Mar Nero è  in scala diversa.

Questa è la -quarta di vento- che segnala Colombo ma è nel Mediterraneo.

A questo punto si fanno altre verifiche. Vediamo Grazioso Benincasa nel 1470.
Nella Benincasa la Penisola Iberica è orientata correttamente insieme alla parte atlantica.
Come si attraversa Gibilterra, venendo dall’Oceano, si trova il Mediterraneo che ha preso una brutta inclinazione.

Parlo del Mediterraneo solamente.
Immaginiamo, per un attimo, di preparare una Carta con tanto di Equatore, Tropico, Circolo polare e Polo. Inseriamoci la Carta di Benincasa ….


Carissimo Colombo, mi dispiace ma …, quello che riporta la lettera rarissima del III viaggio non è corretto. Nessuna declinazione magnetica. Nessuna grande scoperta.


Nel preparare le nuove carte nautiche, comprensive di Oceano, si è evidenziata la magagna.
Il Mediterraneo, dopo Gibilterra, ha una strana inclinazione. Alessandria d’Egitto è molto a nord rispetto alle isole Canarie. Quindi… ognuno tragga le sue conclusioni…. sul come si spiega il tutto.





martedì 22 luglio 2014

Abside della chiesa di San Nicola di Trullas: spoiler di una rivelazione epigrafica

Abside della chiesa di San Nicola di Trullas: spoiler di una rivelazione epigrafica
di Alberto Areddu


Come è tristemente noto l'argomento "epigrafia" in Sardegna è diventato da diversi anni quasi un argomento scandaloso. Trattarne senza esser uno specialista riconosciuto del mestiere, o analizzarlo in maniera superficiale, sconclusionata o appoggiando tesi al limite dell'eresia se non del misticismo, può dar adito, dopo un iniziale indifferente ironia, a forti levate di scudi del mondo accademico quando traspaiono tesi esoteriche e sibilline, le quali poi si arricchiscono senza soluzione di continuità di nuove e sconvolgenti attestazioni riscoperte in luoghi precedentemente insondati. Ora, capita il caso che al giusto gridare accademico contro la pattumiera rivelativa e interpretativa, non risponda talora un contrappeso interpretativo lucido e misurato, quando suoi esponenti sono posti di fronte a un'epigrafe che li interroghi. Ecco che i nostri Edipi, impiegati dallo Stato per dare luce e ragione quando si richieda, si lascino invischiare in interpretazioni che, se non sono paradossali, son tuttavia fantasiose o squisitamente personali.
L'epigrafe di cui parlo, una misteriosa scritta sull'abside della chiesetta di San Nicola di Trullas a Semestene, è stata già illustrata da ben quattro esponenti dell'ambiente universitario sardo. Il primo fu Massimo Pittau che definì il corpo del testo schiettamente etrusco, ma si astenne dal tradurlo. Poi venne Attilio Mastino, che la definì non genuina (cioè non greca) e non diede corso al suo disvelamento, successivamente venne Giulio Paulis che, in vena di romanticherie, vi lesse una dedica d'amore (su una chiesa!) in sardo e, infine, su questo stesso blog il 20 marzo 2013 e in un articolo sulla rivista Bollettino Studi Sardi  l'oristanese Raimondo Zucca secondo cui si trattava di una scritta in italiano, di cui non offrì alcun contorno interpretativo. Da ultimo ci sono io, che approfondendo la lettura del testo traggo conclusioni assai diverse da quelle fornite dagli emeriti accademici.
Mi è stato offerto spazio sull'Almanacco Gallurese, uscito in questi giorni (costo 13 €) dove offro la chiave definitiva al testo, che non posso rivelare qui, come non si rivela la trama di un film. Semplicemente posso dire che la Soluzione va trovata nella poesia tradizionale sarda. Faccio notare che probabilmente per un infortunio grafico nell'articolo non sono presenti le numerose note che ho mandato all'editore, per cui chi fosse interessato, una volta letto il testo sulla rivista, è invitato a contattarmi su academia.edu per avere le note. Aggiungo che sulla rivista (di cui potete trovare le annate precedenti sul sito issuu.com), troverete anche qualche bell'articolo tranquillo piano sereno, come quello di Michele Pintore sulla figura dell'arcivescovo Ottorino Alberti, il quale soleva dire "le strade sono tristi, Nuoro non è più la stessa Nuoro, perché mancano i giganti". Ah che profondo parlare !


lunedì 21 luglio 2014

Il mondo degli Etruschi

Il mondo degli Etruschi
di Pierluigi Montalbano

Gli Etruschi sono, insieme ai nuragici, la più importante popolazione dell'Italia preromana. Inizialmente occupavano un vasto territorio tra l'Arno e il Tevere, poi chiamato Toscana perché i Romani chiamavano Tusci gli Etruschi, e verosimilmente erano conosciuti precedentemente come Tursha, una componente della coalizione dei Popoli del mare che partecipò alle vicende legate all'invasione dell'Egitto intorno al 1220-1175 a.C. Di lì poi si estesero verso nord, in Emilia Romagna, e verso sud, in Campania. Il massimo splendore della civiltà etrusca precede l’avvento di Roma repubblicana, intorno al V a.C. per poi essere assorbiti dai romani, fino a scomparire
Gli Etruschi hanno attirato l'interesse degli studiosi per l'immenso livello artistico raggiunto, pur se a causa della difficoltà di comprendere i testi scritti in etrusco, il mistero della loro origine continua a sussistere ancora oggi. Già gli antichi non erano in grado di spiegare la presenza di questo potente e raffinato popolo nel panorama delle antiche genti italiche. Lo storico Erodoto, nel V a.C., attribuiva l'origine dei Tirreni (così i Greci chiamavano gli Etruschi) a un mitico fondatore, Tirreno, che si sarebbe trasferito nell'Italia centrale dopo essere fuggito dall’attuale Turchia. Al contrario, il greco Dionigi di Alicarnasso, nel I a.C., attribuiva agli Etruschi un'origine italica. Lo storico latino Tito Livio, infine, contemporaneo di Dionigi, sosteneva che gli Etruschi giunsero in Italia dall'Europa centrale. Oggi sappiamo assai di più sulle origini di quel popolo, e abbiamo capito che tutte e tre le tradizioni degli antichi sulle origini degli Etruschi hanno una parte di verità.
La civiltà etrusca deriva direttamente da quella individuata per la prima volta nella località di Villanova, nei pressi di Bologna. La civiltà villanoviana risulta diffusa durante il Primo Ferro (IX-VIII a.C.) proprio nelle zone che vedranno fiorire la civiltà etrusca. I resti di questa civiltà, provenienti, come quelli etruschi, soprattutto da tombe e necropoli, testimoniano di forti influenze delle popolazioni nordiche, in particolare celtiche, presenti anche nell'arte etrusca. Dall’VIII a.C. si nota un cambiamento nei manufatti e si ha un graduale passaggio all’arte etrusca, caratterizzata da evidenti influenze greche. Gli Etruschi, quindi, sono i successori dei Villanoviani, permeati dall'influenza dell'arte greca, giunta in Etruria dalla Campania, dalla Magna Grecia e dalle colonie greche dell'Adriatico, in particolare Spina, nel delta del Po. Alcuni studiosi vedono anche una notevole vicinanza al mondo nuragico della vicina Sardegna.

Le fonti per la storia degli Etruschi sono scarse e  tutte di ambito greco e romano. La struttura sociale prevalente tra gli Etruschi era la città, che aveva caratteristiche sociali e architettoniche per molti aspetti simili a quelle delle città greche, in particolare la grande accuratezza con cui erano decorate le porte delle mura difensive, in grandi pietre squadrate.
Come le città greche della Magna Grecia, anche quelle etrusche erano tra loro collegate in leghe, ad esempio quella delle dodici città: Vulci, Volterra, Volsini, Veio, Vetulonia, Arezzo, Perugia, Cortona, Tarquinia, Cere, Chiusi, Roselle. Tale lega, però, aveva più un valore sacro che politico: per esempio, quando Roma conquistò, dopo una guerra decennale, Veio, nessuna città etrusca della lega si mosse in suo aiuto.
Nel VII e VI a.C. le città etrusche raggiunsero la loro massima espansione: dalla Campania, con Capua e Pompei, fino all'Emilia, Lombardia e Veneto, con i centri di Marzabotto, Felsina (Bologna), Spina, Adria, Mantova.
Nel 540 a.C. una flotta mista di Etruschi e Cartaginesi si scontrò vittoriosamente al largo di Alalia, in Corsica, con una flotta greca, ponendo termine all'espansione ellenica verso il Tirreno settentrionale. Quel momento segnò il culmine della parabola per la civiltà etrusca. Pochi anni dopo, nel 510-509 a.C. Roma, fino ad allora retta da una monarchia etrusca, i Tarquini, iniziò una politica di espansione in zona etrusca.
Le città campane di Capua e Pompei furono perdute a partire dal 505 a.C., anno della battaglia di Ariccia, mentre nel 474 a.C. una flotta greca vendicò al largo di Cuma la sconfitta di Alalia.
A partire dal V a.C. il baricentro della civiltà etrusca si spostò tutto a nord e tra il IV e III a.C. la civiltà etrusca crollò: Veio venne conquistata da Roma nel 396, tra il 356 e il 311 caddero Tarquinia e Cerveteri, all'inizio del III a.C. Perugia, Arezzo, Cortona, Vulci e, nel 264, Volsini. L’Etruria settentrionale si arrenderà all'espansione romana con poca resistenza.
Le città erano rette da re e le insegne del potere saranno poi acquisite da Roma per designare il potere dei magistrati superiori, i consoli e i pretori: la corona d'oro, il trono d'avorio, lo scettro con l’aquila, la tunica e il mantello di porpora intessuti d'oro. Anche i littori, le guardie del corpo del re che portavano sulla spalla il segno della sua potestà di punire (il fascio di verghe con la scure) diedero il nome al fascio littorio. Ognuno dei dodici re della lega etrusca ne aveva uno, ed è curioso che a Roma i consoli saranno preceduti ciascuno da dodici littori.

Il re fondava il suo potere su una classe aristocratica di ricchi proprietari terrieri, che facevano coltivare le loro terre da servi privi di diritto politico. Le donne, al contrario di quelle greche, partecipavano attivamente alla vita sociale. La ricchezza e il lusso caratterizzavano la vita delle classi dirigenti etrusche e il banchetto (o simposio) aveva un'enorme importanza, testimoniata nelle tombe dove i defunti erano rappresentati sui coperchi dei sarcofagi come se stessero partecipando a un banchetto, distesi su uno dei tre letti del triclinio, poi adottato dall'elìte della società romana.
L’arte degli etruschi è soprattutto funeraria e proviene dalle necropoli di Cerveteri, Tarquinia e Chiusi, con le tombe a camera, di Norchia, con le tombe a grotta. Nelle tombe c’erano gli ziri (grandi orci di argilla grezza che contenevano il vaso cinerario con le ceneri del defunto). Oltre alle abitazioni, anche gli edifici di culto sono andati per lo più perduti. Sappiamo che avevano in pietra solo le fondamenta, mentre l'alzato era in mattoni crudi, in terracotta o in legno. I templi sorgevano su alti basamenti ed erano costituiti da un portico aperto e da una parte chiusa divisa in tre celle non comunicanti. Il colonnato del portico aveva colonne tuscaniche che, a differenza di quelle greche, erano lisce.
Per le statue e i sarcofagi, al contrario dei greci, gli etruschi preferiscono la terracotta alla pietra, ma le raffigurazioni sono influenzate dal gusto greco, seppure con forti connotazioni locali. I ritratti sono elementi che consentono di capire l’evoluzione dell'arte etrusca dalla fase arcaica a quella ellenistica. I visi passano dalla scarsa espressività del famoso Sarcofago degli Sposi di Cerveteri del VI a.C. al crudo realismo umoristico dei sarcofagi di età ellenistica rinvenuti a Tuscania, dove si rappresentavano anche i difetti fisici dei defunti. Sono comuni le suppellettili d'oro, le coppe istoriate, le tavolette critte in etrusco e in fenicio, testimonianza dell'alleanza che portò al trionfo di Alalia, rinvenute a Pyrgi presso Santa Severa, la fibula della tomba Regolini-Galassi…tutte opere esposte nel Museo etrusco di Villa Giulia a Roma o al Museo gregoriano-etrusco del Vaticano.
Alcuni vasi funerari rimandano a pratiche religiose dove non è riscontrabile l'influsso greco, ma piuttosto una derivazione dalla precedente cultura villanoviana. In particolare gli ossuari con coperchio conico rovesciato, le numerose tipologie di buccheri e alcuni tipi di urne, i canopi.
La metallurgia raggiunse per gli etruschi traguardi altissimi grazie alla disponibilità di materiale ferroso: dall'oreficeria all'oggettistica, dalla fabbricazione di armi alla statuaria, non v'è branca in cui gli etruschi non fossero specialisti. Ricordiamo la lupa in bronzo, alla quale, in ossequio alla leggenda di Romolo e Remo, vennero successivamente aggiunti i due gemelli nell'atto di succhiare il latte, conservata a Roma nei Musei Capitolini e la tradizione la attribuisce a un mitico artista di nome Vulca, che avrebbe importato le arti a Roma, durante la monarchia dei Tarquini.
Etrusca è una splendida statua in bronzo di un uomo con toga e braccio alzato detto l'arringatore, trovata nei pressi del Lago Trasimeno, in Umbria, e conservata a Firenze, e la rappresentazione in bronzo di un fegato di pecora, a Piacenza, con tutte le indicazioni utili per servirsene allo scopo di indovinare il futuro, una pratica religiosa per la quale gli Etruschi erano famosi: l'aruspicina, cioè l'arte di fare previsioni sul futuro fondandosi sull'osservazione delle viscere delle vittime sacrificate agli dei o la capacità di indovinare il futuro tramite l'interpretazione di segni (fulmini, piogge e venti, il volo degli uccelli in una particolare zona del cielo).
Lo scrittore latino Publio Terenzio Varrone, nel I a.C. dice che il loro dio principale era Vertumnus, una divinità che aveva il suo centro di culto principale in un santuario a Volsini.

Il mistero del passaggio dalla vita alla morte è rappresentato in un famosissimo affresco scoperto nella tomba del tuffatore a Paestum (Campania). Pur appartenendo a un membro dell'aristocrazia greca che governava la città, risente degli influssi artistici esercitati dall'ambiente artigiano di Capua etrusca e il defunto è un giovane nudo che dall'alto di un trampolino, si tuffa in un mare tranquillo.

domenica 20 luglio 2014

Civiltà nuragica: i bronzetti

I bronzetti nuragici
di Pierluigi Montalbano

Fra i personaggi rappresentati nelle piccole statuette nuragiche in bronzo abbiamo varie specializzazioni: spadaccini, arcieri, lancieri, portatori d'ascia, portatori di pugnale, e poi ci sono sacerdoti, animali e oggetti d'uso comune come ceste in miniatura, spiedi, carri. Ogni categoria aveva un ruolo particolare nell'arte figurata sarda del I Ferro.
I bronzetti sono stati studiati dal grande archeologo Giovanni Lilliu già dagli anni Quaranta e la sua classificazione distingue il filone geometrico del gruppo Abini-Uta dal filone barbaricino, stilisticamente più elegante, dipendenti da due diversi livelli di committenza: gli aristocratici (la nobiltà guerriera) e il popolo (artigiani, commercianti, produttori).
Ogni descrizione dei bronzetti si basa quasi totalmente a elementi di tradizione locale (veste, calzari, copricapo, armi e oggetti vari come brocchette, anfore, ceste, e le botteghe artigianali sarde, fin dalle origini, attestano l'estrema originalità di questa produzione.
L'interpretazione dei bronzetti guerrieri richiama l'esigenza di ostentare il potere da parte di una committenza locale che spinge per modelli di cultura elevata. 
Abbiamo due tipologie principali: i demoni-militari e i guerrieri, con personaggi come il famoso eroe con quattro occhi e quattro braccia che fa pensare a un riferimento mitico accanto alla celebrazione del rango. 

Visti nella loro globalità, i bronzetti mostrano il mutamento nel passaggio dalla astrazione della pietra alla iconografia, minuziosa e precisa, dell'eroe mitico su uno sfondo religioso tradizionale. Il sacerdote-militare nasce all'interno di un’arte metallurgica assai avanzata tecnologicamente e attestata in Sardegna almeno dal Bronzo Finale. 
La nascita della rappresentazione figurata appare espressione di una società che cambia struttura, infatti non bisogna dimenticare che nello stesso periodo si verificano due fenomeni importanti: non si costruiscono più nuraghi e Tombe di Giganti e inizia il periodo delle grandi capanne delle riunioni per le assemblee della comunità.  Si avverte come fondamentale il momento della rappresentazione di simboli che riportano allo status. In altri termini, si assiste a una società in cui la produzione figurativa è finalizzata alle necessità politiche e celebrative di una classe dominante. 
Nel Bronzo Finale la Sardegna è al centro degli interessi commerciali e delle vie navali dei popoli che si affacciano nel Mediterraneo. Insieme a questa produzione artisticamente e ideologicamente elevata, si registra l’apparizione delle incantevoli navicelle bronzee che propongono un mondo legato al commercio e alle straordinarie elaborazioni araldiche. Il quadro che si ricava vede una produzione di matrice locale che non può storicamente essere definita fenicia visto che almeno due secoli separano questa produzione dall'inizio delle frequentazioni commerciali da parte dei fenici. 
Forse l'aspetto antico dei bronzetti sardi discende dalla familiarità con il bagaglio decorativo e con il gusto da tempo circolanti nell'isola, ma in realtà il problema delle origini è un falso problema perché la prospettiva corretta è quella di valutare la formazione di una società tecnicamente avanzata e strutturalmente complessa nel momento in cui compie la scelta politica e ideologica di autorappresentarsi in piccole sculture in bronzo. 

Ritengo legittimo affermare che le botteghe si avvalessero della presenza e della conoscenza di artigiani stranieri, a riprova del grado di articolazione della società sarda dell'epoca. I gruppi sociali committenti della bronzistica si riconoscono nella tematica eroica, principesca e sacerdotale della gestione del rituale. La società sarda approda allo stile di vita delle grandi famiglie aristocratiche presenti anche al di fuori dell’isola, etruschi in testa.
I gruppi a due figure sono rari fra i bronzetti e soltanto in un caso, con lo stesso tema che Michelangelo impresse nel marmo dopo 3500 anni nella famosa “Pietà” si interpreta una donna seduta in trono che tiene in grembo un bambino. Dal VI a.C. si registra il passaggio nella sfera cultuale salutifera, con personaggi appartenenti al popolo che offrono qualcosa per la grazia ricevuta. 

La mutazione è evidente, ad esempio, nel Capotribù di Uta, rappresentante di una casta aristocratica e guerriera, al quale si sostituisce si sostituisce un popolano che affida al tema figurativo non la casta né il rango, ma l’appartenenza a un gruppo umano meritevole di qualche distinzione, il gruppo degli uomini miracolati da una divinità.
Le caratteristiche riscontrate accomunano quest’ultima serie sarda alla produzione etrusco-italica, proveniente da santuari e stipi votive. Il predominio iconografico dell’orante-offerente, abbinato a un mutamento di culto rivolto al miracolo, suggeriscono anche per i sardi l’allineamento al fenomeno che risulta generalizzato fuori dall’isola intorno V a.C. riferito all'esplosione della religiosità popolare che orienta il culto in senso sanatorio.

sabato 19 luglio 2014

La maschera, un oggetto legato al mistero e alla spiritualità.

La maschera, un oggetto legato al mistero e alla spiritualità.
di Pierluigi Montalbano 

La maschera è presente in tutte le culture umane ed è legata a una dimensione arcaica e spirituale dei popoli selvaggi. Studiando i fenomeni sul tema, gli specialisti tentano di trovare la chiave per svelare il pensiero religioso e lo sviluppo sociale dell'uomo non civilizzato. L'uso delle maschere nelle società primitive costituisce uno dei misteri principali dell'etnografia e le strane, bizzarre e grottesche maschere che popolano le vetrine di molti musei etnografici esercitano un certo fascino anche sui visitatori più preparati.
Le forme artistiche che coprono il volto umano provocano nell'animo dell'osservatore un'impressione mista di interesse per l'esotico, ma la maschera isolata e analizzata nella sua dimensione di oggetto artistico è in realtà il prodotto di un processo di selezione che assume il suo significato completo nel momento in cui è indossata da un individuo che esegue determinate azioni cerimoniali, in un preciso rito.
La sua funzione si esprime attraverso la danza, la musica e le azioni dei personaggi che le si muovono intorno. L'occasione sociale in cui la maschera fa la sua comparsa, i ruoli e le funzioni di coloro che indossano le maschere e di coloro che assistono, il significato e la funzione dei comportamenti di ciascun partecipante…varia da una società all'altra. Il significato di una maschera è quindi strettamente legato in complesse relazioni simboliche e valori culturali specifici di una determinata società. E’ comunque inevitabile riconoscere tratti comuni nell'uso di maschere nelle situazioni culturali più diverse, pertanto la maschera deve essere intesa come il prodotto della continua interrelazione di fenomeni eterogenei.
La maschera è un oggetto artificiale con cui coprire il volto di chi la indossa. In molti casi la copertura del volto è soltanto una parte del costume dell'individuo mascherato, in altri il volto rimane in vista, e la maschera viene portata come una sorta di copricapo. Alcune maschere erano prodotte per venir appese nelle pareti interne delle capanne riservate agli uomini, dove avevano la funzione di oggetti sacri, immagini di spiriti e di entità sovrumane la cui vista era proibita ai non iniziati. Esistono due fattori determinanti nell'uso della maschera: ciò che è nascosto, ossia colui che è mascherato, e ciò che è mostrato, cioè cosa rappresenta la maschera stessa. L'elemento nascosto è il più delle volte il volto umano, immagine dell'identità personale dell'essere umano. Ciò che viene mostrato è un altro volto, a volte una rappresentazione mostruosa e inquietante. Oppure, la maschera può rivelare ciò che è separabile dall'essenza fisica dell'uomo, quindi lo status sociale, la condizione, l'interpretazione di un ruolo o di una parte.

Tuttavia, ciascuno sa che dietro la maschera è nascosto un essere umano e spesso gli spettatori sono in grado di riconoscere anche la persona che indossa una certa maschera, ciascuno sa che si tratta di una maschera, di un artificio, di una finzione. Eppure, la solennità, la ritualità, le prescrizioni che circondano in molte culture la comparsa di personaggi mascherati rivelano che si tratta di occasioni socialmente importanti, in cui trovano espressione i valori e le credenze più significativi per la comunità.

venerdì 18 luglio 2014

Stelle, costellazioni e animali: Quando le orse avevano la coda

Stelle, costellazioni e animali: Quando le orse avevano la coda
di Alberto Majrani


Nelle classiche rappresentazioni del firmamento ci sono sia animali reali, come l'ariete o il leone, che immaginari, come il drago o il capricorno, come viceversa mancano animali importantissimi, pensiamo al gatto, al cinghiale o al cervo. Il cavallo appare come Pegaso, il cavallo alato, mentre il gatto fu proposto senza molto successo solo nel 1799. C'è infine una strana anomalia che riguarda la costellazione dell'Orsa, che come è noto… sono due: l'Orsa Minore,

che è quella vicina al polo nord celeste (una delle sue stelle è la Stella Polare), e l'Orsa Maggiore,
che è una delle costellazioni più evidenti e facilmente riconoscibili, nota fin dalla più remota antichità e chiamata anche con vari altri nomi, come il Grande Carro, l'Aratro, il Mestolo, la Bara e altro ancora. Entrambe le costellazioni sono  costituite da un gruppo di quattro stelle disposte in forma trapezoidale, che costituirebbero il corpo dell'animale, e altre tre stelle quasi allineate che rappresenterebbero la coda.


Il problema è che gli appartenenti alla famiglia zoologica degli Ursidi non hanno la coda! O quantomeno  ne hanno una molto  breve, tanto che già in alcune mitologie antiche le tre stelle della coda sono state trasformate in tre cacciatori che inseguono l'orsa. Una volta credevo che le tre stelle rappresentassero la testa e il collo dell'orsa, solo che poi il cielo stellato ruota nel senso sbagliato e quindi questa povera bestia dovrebbe camminare all'indietro! Con tutti gli animali dotati di coda e quattro zampe, gatti, cani, linci, volpi eccetera, perché mai avrebbero dovuto inventarsi ben due orse con la coda? Non ha molto senso. E quindi magari l'Orsa… non è un'orsa!

Mi sembra già di sentire un coro indignato: "Diavolo di un Majrani, non sei mai contento? Non ti è bastato raccontarci che Ulisse non era Ulisse e che Troia non era Troia, ora ti vuoi mettere pure a ristrutturare l'Universo? Ma chi ti credi di essere!?". Eh, sì, del resto quello di potersi divertire a spaziare liberamente tra varie ipotesi, anche apparentemente astruse, è uno dei (pochi) vantaggi concessi a chi non è costretto ad uniformarsi alle rigide regole dell'ortodossia accademica. Certo, sembra un po' strano, però, se si guarda bene, non c'è apparentemente motivo perché si debba affibbiare una coda ad un'orsa;  un conto è attaccare le ali ad un cavallo, ad indicare un animale particolarmente veloce con doti straordinarie di saltatore, che sembra volare, ma la coda ad un'orsa a cosa potrebbe servire? E poi, perché mai avremmo a che fare con due femmine di  orso, e mai un maschio, visto che non ci sono delle stelle ad indicare dei piccoli orsacchiotti? Io avrei una soluzione possibile del mistero, anche se mi rendo conto che sarà molto difficile trovarne una vera "prova", tenendo presente che abbiamo a che fare con eventi realizzatisi in un tempo estremamente arcaico, forse decine di migliaia di anni fa.

giovedì 17 luglio 2014

Tradizioni Popolari. Gli antichi giochi di gruppo, quando i ragazzi giocavano per strada.

Antichi giochi delle nostre tradizioni popolari.





Chissà quanti di voi hanno preso parte almeno una volta da ragazzi a questi antichi giochi:

CHIE T'HAT PUNTU?

Questo gioco si faceva in gruppo e si svolgeva così: uno si sedeva su una sedia e tappava gli occhi ad un altro. Uno del gruppo Io pizzicavo e tornava al suo posto. Quello che era seduto chiedeva: "Chie t'ha puntu?" e l'altro rispondeva: "s'alza" "Puite?" "Po ti sanare" "Attindela po ti curare".
Quello che era inchinato andava in mezzo al gruppo e ne sceglieva

MUSCONE

Anche questo era un gioco di gruppo. Uno appoggiava una mano sul viso e l'altra sotto la spalla. Uno del gruppo, stando dietro, dava un colpo alla mano nascosta sotto l'ascella; siccome il protagonista doveva indovinare da chi aveva ricevuto il colpo, quelli del gruppo gli giravano attorno e con l'indice sollevato facevano il moscone. Se indovinava chi era stato, si scambiavano i ruoli, diversamente restava ancora lui nell'angolo con la faccia coperta.

GARIGI

A garigi si giocava con "sas laddarasa" (la pallina poteva essere di vetro o di terracotta fatta appositamente), e si svolgeva così: si faceva un buco nella terra. A turno si lanciava una pallina cercando di farla entrare nel buco; se uno ci riusciva guadagnava tre punti. Dopo passava la mano al compagno, il quale cercava di avvicinare la pallina all'altra "ceddare". Se c'erano tre palmi di differenza si guadagnavano altri tre punti.
Così si continuava fino ad arrivare a ventun punti e vinceva chi aveva totalizzato più punti Chi vinceva finiva il gioco; gli altri continuavano.

martedì 15 luglio 2014

Archeologia in Sardegna: ipotesi sull’origine e sulla funzione dei nuraghi.

Archeologia in Sardegna: ipotesi sull’origine e sulla funzione dei nuraghi.
di Aldo Casu

Quasi tutti gli studiosi della Civiltà Nuragica hanno formulato ipotesi sulla funzione dei nuraghi ma sono pochissimi quelli che hanno indagato sull’origine di queste costruzioni megalitiche uniche in tutto il mondo e ancora così misteriose e ricche di fascino.
Il Megalitismo, che ha coinvolto la Sardegna dal Neolitico all’Età Nuragica (6.000-700 a.C.), però, al contrario di quanto si crede, è stato un fenomeno mondiale che ha la maggiore concentrazione delle sue strutture nell’Europa Atlantica e in tutto il bacino del Mediterraneo.
Le imponenti strutture in pietra quali Stonehenge e i nuraghi  fanno parte del “patrimonio culturale europeo e mondiale”, e per la capillare diffusione e la grande varietà che ebbero in Sardegna, le cultureprenuragiche e la successiva Civiltà nuragica vengono considerate fra le più importanti culture megalitiche mai esistite.
L'ignota tecnologia usata per il taglio dei monoliti, la costruzione dei monumenti stessi e il loro significato spirituale resta ancora un enigma ma gli studiosi, con le loro ricerche, hanno dimostrato
come il cosiddetto “proto-megalitismo sardo”  sia strettamente legato al “megalitismo dell'area pirenaica ”. (1)
In Sardegna, espressione del megalitismo, oltre ai nuraghi, sono i ‘menhirs’ (vedi foto 1), i ‘dolmen’ (vedi foto 2), le ‘allèes couverts’ (vedi foto 3) e i ‘circoli dolmenici’ (vedi foto 4).(2)
Col passare dei secoli i ‘dolmen’ si evolsero nei primissimi ‘protonuraghi’ a base quadrata o, comunque non circolare; le “allèes couverts” si evolsero in ‘tombe dei giganti’ prima, e in seguito in ‘nuraghi a corridoio’.