Diretto da Pierluigi Montalbano

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domenica 5 luglio 2015

Ritrovato il busto di Minerva dove approdò Enea

Ritrovato il busto di Minerva dove approdò Enea
di Nazareno Dinoi


CASTRO (LECCE) – La conferma che la «rocca con il tempio di Minerva» raccontata da Virgilio nell’Eneide, dove approdò Enea in fuga da Troia, fosse l’attuale Castro, era nascosta sotto tre metri di terra in pieno centro storico della piccola località del basso Salento: è il busto di una statua di donna, dal raffinato drappeggio, di proporzioni doppie rispetto a quelle naturali. Secondo gli archeologi che l’hanno scoperta e che oggi la sveleranno al mondo, l’opera di pregevole fattura da datarsi con quasi certezza al III° secolo a.C (ma potrebbe essere ancora più antica di almeno un altro secolo), raffigurerebbe proprio la dea Minerva a cui era dedicato l’antico tempio. Una scoperta eccezionale, per gli autori del ritrovamento, che spazzerebbe ogni dubbio circa l’esatta dislocazione dell’approdo dell’eroe condottiero.
Il busto è stato localizzato a tre metri esatti dal piano di partenza degli scavi. La struttura basale è ricavata in blocchi monolitici di pietra leccese lunghi anche un paio di metri. Quello portato alla luce sinora è mancante della testa e della parte inferiore del corpo ma gli archeologi sono convinti che nascosti nei paraggi ci siano i pezzi mancanti. Ieri, ad esempio, è stato recuperato un braccio e la falange di un dito di una mano. Le dimensioni intere della figura, compreso il piedistallo, dovrebbero sfiorare i quattro metri. La statua era adagiata su un lato quasi come una vera e propria deposizione. Questo ha fatto avanzare agli studiosi la suggestiva ipotesi secondo cui l’interramento non sia stato casuale, ma fatto allo scopo di conservare tracce della divinità dopo la demolizione del vecchio edificio templare dove era esposta e venerata.
Per il suo stile scultoreo si pensa che possa essere un’opera prodotta da raffinate scuole tarantine che operavano in tutto il Salento Messapico. Ipotesi questa supportata anche dal ritrovamento nei mesi scorsi dei pezzi del basamento o della balaustra di protezione della statua che presentano un motivo floreale a traforo che oggi si potrebbe confondere con il barocco leccese. Per i suoi autori, la scoperta chiude un’antica querelle durata per secoli sull’esatta localizzazione del tempio virgiliano che fa da sfondo all’epica del troiano Enea. Altra località che si contende lo stesso merito storico è Porto Badisco.
Gli scavi che occupano un’area comunale espropriata dieci anni fa a privati, portano la firma dell’archeologo responsabile Amedeo Galati, impegnato sul sito da quasi sei anni, assistito dai topografi Fabrizio Ghio e Alessandro Rizzo. La direzione scientifica è invece del professore Francesco D’Andria dell’Università del Salento mentre la sorveglianza per conto della soprintendenza di Taranto è della dottoressa Laura Masiello. La campagna di scavi è finanziata da fondi della Comunità europea e del Comune di Castro.
L’eccezionale reperto di cui nel 2009, sempre a Castro, fu ritrovato un modello bronzeo dalle fattezze identiche, sarà custodito nel museo archeologico di Castro nel castello aragonese in corso di ristrutturazione per l’allargamento e il rinnovo degli spazi di esposizione. Nel museo saranno esposti tutti i reperti recuperati dai primi scavi della Grotta Romanelli ed anche pezzi dell’arte vascolare e degli strumenti dell’età del Bronzo ritrovati nella Grotta Zinzulusa e nel villaggio della Palombara.


Fonte: www.lavocedimanduria.it

sabato 4 luglio 2015

Archeologia in Sardegna. I betili di Mont’e Prama

I betili di Mont’e Prama
di Emerenziana Usai

(Tratto da: La Pietra e gli Eroi: Le sculture restaurate di Mont’e Prama – 2011)

Nel sito di Mont’e Prama sono stati rinvenuti alcuni elementi troncoconici in pietra, tradizionalmente definiti bétili. Il termine deriva dall’ebraico bet-el, che significa “casa del dio” ed è documentato nei testi biblici; esso indica appunto pietre lavorate di semplice forma geometrica, totalmente o quasi del tutto prive di elementi figurativi antropomorfi, a cui viene generalmente attribuito un valore simbolico-religioso. I betili di Mont’e Prama, di forma troncoconica con incavi rettangolari nella parte superiore, sono realizzati in arenaria chiara e sono di grandi dimensioni, raggiungendo un’altezza di circa un metro e mezzo. Dei tre betili più significativi, uno integro (alt. m 1,45, diam. base cm 63, diam. sommità cm 42) presenta quattro incavi rettangolari. Gli altri due sono frammentari e hanno un’altezza residua di circa cm 50, ma dovevano raggiungere un’altezza simile a quello integro; anche in questi sono presenti gli incavi rettangolari, in un caso disposti su due linee parallele. I betili di Mont’e Prama, associati alla necropoli con tombe individuali a pozzetto, trovano confronto con numerosi betili conici o troncoconici in pietra basaltica, collegati con tombe di giganti a struttura isodoma presenti soprattutto nella Sardegna centro-occidentale (Montiferru, Marghine, Parte Guilcier). Alcuni di essi hanno due mammelle in rilievo, mentre quindici presentano incavi circolari o rettangolari nella parte superiore. Si aggiungono inoltre i betili in basalto fallici e mammellati di pertinenza incerta, segnalati nel 1876 nel Sinis da Giovanni Spano, ed un nuovo frammento di betilo in arenaria con incavi rettangolari riutilizzato nella struttura di una tomba fenicia della necropoli di Othoca a Santa Giusta. La costante associazione dei betili con strutture funerarie nuragiche avvalora l’interpretazione degli incavi come simboli oculari del culto funebre; pertanto si ritiene che i betili siano riferibili ad una divinità onniveggente, che guarda da ogni parte, che vigila e protegge i defunti. La doppia fila di incavi presente su uno dei frammenti di Mont’e Prama non trova nessun confronto tra i betili nuragici finora rinvenuti. Questo particolare, unitamente all’ottimo stato di conservazione delle superfici, suggerisce che i betili di Mont’e Prama fossero stati realizzati appositamente per l’arredo rituale del complesso, piuttosto che prelevati da tombe di giganti più antiche di circa cinque secoli. I betili di Mont’e Prama, testimoni della religiosità del mondo nuragico, legata al culto dei morti e al sacro, attestano il radicamento profondo e la continuità dell’antico e tenace culto, di radice prenuragica, delle pietre senza volto. Espressione di valori ideologici legati alla potenza salutifera, nella civiltà nuragica sono correlati al mondo funerario, alla forma animistica della religione dei morti. A Mont’e Prama i betili, unitamente alle statue e ai modelli di nuraghe, ripropongono nella celebrazione degli eroi sepolti nelle vicine tombe, i modelli del passato nuragico, e si svelano quali simboli di una civiltà che vuole esprimere i suoi valori tradizionali: il potere, la forza e il sentimento religioso.

Fonte: http://www.sardegnadigitallibrary.it/documenti/17_27_20140521121030.pdf

venerdì 3 luglio 2015

Archeologia. Il modello di nuraghe di San Sperate, Pinuccio Sciola e i falsari con la penna

Archeologia. Il modello di nuraghe di San Sperate, Pinuccio Sciola e i falsari con la penna
di Giovanni Ugas


Premessa
Finora ho fatto finta di ignorare quanto ha scritto il Prof. Massimo Pittau sul modello di nuraghe di San Sperate, nonostante la gravità delle sue affermazioni, perché è una persona anziana, ancor prima che professore universitario, e perché rispetto il pensiero degli altri, anche quando penso che sia errato. Ora, però, considerato il suo insistere non solo sulle pagine di alcuni libri, ma anche di recente in una nota dal titolo La sarabanda dei falsari archeologici, scritta in data 26 giugno 2015 per il blog di Pierluigi Montalbano, dunque rivolta a lettori non tutti specialisti nel campo dell’archeologia, non posso esimermi dallo scrivere agli stessi lettori per difendere l’immagine dello scultore Pinuccio Sciola e degli archeologi sardi, coinvolti direttamente o indirettamente in questa sua fantasiosa disamina.
Il linguista, riferendosi al modello di nuraghe di San Sperate, a suo parere opera falsa dello scultore Pinuccio Sciola, scrive:

“In due miei libri (in maniera particolare in “Lingua e civiltà di Sardegna”, Cagliari 2004, Edizioni della Torre) io ho dimostrato – mai smentito da alcuno - che si tratta di un grosso, pacchiano e ridicolo falso, perché:
1) presenta intatti tutti i suoi spigoli, non smussati per nulla dal logorio dei secoli, insomma come se fosse appena uscito dalla bottega di uno scultore;
2) il nuraghe raffigurato poggia su una base costituita da un porticato, secondo una modalità non presentata da nessun nuraghe reale e secondo una modalità assolutamente impossibile in termini di staticità per un grande edificio fatto di enormi massi;
3) sotto il ballatoio delle quattro torrette la muraglia esterna dello pseudo-modellino di nuraghe presenta una rientranza circolare, che anch'essa avrebbe compromesso la staticità dell'edificio;
4) non presenta nessun accenno dei finestroni che si trovano in tutti i nuraghi reali a più piani per dare luce alla scala e alla seconda camera”.

Riguardo a queste opinioni, il prof. Pittau è stato già ampiamente smentito da tanti studi di archeologia che hanno preso in considerazione il modello di nuraghe di San Sperate, ma per lui non contano le fatiche degli archeologi che scavano e studiano per trovare un brandello di storia e valuta la loro ignoranza pari alla sua conoscenza.  Ora, ritengo  opportuno informare correttamente ai lettori gli elettori.


1. La segnalazione del ritrovamento del modello
L’importante manufatto litico di San Sperate fu segnalato nel 1970 da  Pinuccio Sciola. Lo scultore mi riferì che era stato trovato dai contadini Lauro ed Eliseo Spiga mentre aravano un agrumeto (Lotto E. Spiga) in località Su Stradoni de Deximu, ai margini dell’abitato campidanese. Il reperto era pervenuto in due pezzi non combacianti, rotti e scheggiati in più parti, pertinenti al corpo quadrilobato (il più grande, h. m 0,32)  e alla torre centrale (l’altro più piccolo, h. m 0,08) di un modello di nuraghe. A parte le fratture recenti, fresche, nette, il manufatto conservava ancora la patina antica, poiché non era stato lavato, e non aveva (e non ha) affatto parti spigolose nelle parti non lesionate, a meno che non si riferisca ai tagli rettilinei dello spartito mensolare, tipico dei modelli di nuraghe in pietra.
Sciola, pensava a prima vista che si trattasse della riproduzione di un castello medioevale, ma qualcosa non lo convinceva e perciò si rivolse a me per avere un parere. Egli manifestò anche l’idea che il reperto fosse stato impiegato in una sepoltura punica perché i contadini segnalavano il reperimento durante le arature di  pezzi di sarcofagi in arenaria nel lotto Spiga e una tomba a  cassone  in lastre di marna nell’agrumeto adiacente (Lotto V. Schirru)  .

2. Lo scavo nel lotto Spiga
Dato l’interesse della scoperta, tra il 31 maggio e il 4 giugno del 1973, su incarico del  soprintendente Prof. Ferruccio Barreca, feci un saggio di scavo stratigrafico, limitato dai filari di aranci, nel punto in cui i contadini affermavano di aver trovato il manufatto scultoreo, aprendo prima una trincea di m 2,70 x m 1 (poi m 1,15) e appresso a fianco, parallelamente, un taglio di m 1,80 x m 1. Dallo scavo, sotto lo strato di humus vegetale spesso m 0,25, venne alla luce una

giovedì 2 luglio 2015

Archeologia. Porti e approdi della Sardegna Nuragica: Neapolis (Guspini)

Archeologia. Porti e approdi della Sardegna Nuragica: Neapolis (Guspini)
di Pierluigi Montalbano


L’approdo di Neapolis chiude a sud il Golfo di Oristano e dalle immagini satellitari offerte in rete si distinguono facilmente la laguna di Marceddì, la laguna di San Giovanni e la zona dove si trovavano gli stagni di Santa Maria. Fra i reperti trovati in prossimità dello scalo portuale ci sono le statuette ceramiche dei devoti sofferenti che chiedono la guarigione. Gli archeologi ipotizzano che i numerosi insediamenti di età neolitica presenti in questo territorio, non vivevano in funzione delle lagune. Erano comunità agricole che coltivavano nella fertile valle irrigata dal Rio Cixerri e dal Flumini Mannu, che scorrevano insieme. La laguna si formò per sommersione della valle, e le ricerche hanno testimoniato che proprio nella zona degli stagni di Santa Maria si trovava l’approdo di Neapolis.
I depositi delle anfore greche, fenicie e cartaginesi sono stati trovati nel santuario che doveva sorgere in prossimità dello scalo. In età romana (I d.C.) gli stagni erano già formati perché proprio nel cordone che divide lo stagno di San Giovanni dagli stagni di Santa Maria, si è trovata una buona quantità di anfore romane. La città di Neapolis, quindi, non poteva più sfruttare il porto adiacente il villaggio perché l’apporto dei materiali trasportati dai fiumi formò il cordone e si dovettero spostare le infrastrutture dal bacino di Marceddì.

In età punica la città accolse il pregiato vasellame greco, e il nome stesso della città è di derivazione greca, ottenuto dalla trasformazione del vecchio nome dato da Cartagine: Macomadas, ossia luogo del mercato nuovo. Questo insediamento garantiva proficui scambi economici con diversi partners internazionali.
Anche nella costa orientale della Tunisia esiste una Neapolis, e dal V a.C. fu tra i maggiori porti cartaginesi, quindi abbiamo vari approdi con lo stesso nome, tutti amministrati da Cartagine. Secondo Giovanni Garbini le Macomades puniche (ne sono note tre in Africa e cinque in Sardegna: Nigolosu, Tresnuraghes, Nureci, Genico e Nuoro) segnerebbero altrettanti "mercati nuovi" che si aprivano al commercio cartaginese. Questo spiega, secondo Zucca, la loro dislocazione ai margini del dominio punico. Centri di piccole dimensioni (nulla di paragonabile a Tharros, Sulci o Cagliari), articolati intorno a un nuraghe che ne costituiva il centro ideale e materiale, punto di pacifico incontro tra gli abitanti locali e i commercianti punici che risiedevano sul posto. Le Macomadas riflettono dunque una realtà economico-sociale legata alla presenza cartaginese. In Sardegna esisteva però anche un altro toponimo, formato con la parola maqom "mercato": Macopsisa (oggi Macomer), un mercato che evidentemente non era nuovo e che pur tuttavia era stato abbastanza importante da aver dato il suo nome semitico a un centro sardo. La storia di questa portualità continua nel medioevo perché nei portolani e nelle carte nautiche sono, a più riprese, menzionati i porti sardi.

A Neapolis il mutamento del paesaggio non ha conservato tracce visibili di quella portualità. Oggi abbiamo uno scenario di stagni, mare e terra, un panorama che cambia di continuo per effetto della natura. Alcuni porti dell’antichità, quindi non solo a Neapolis, sono finiti sott’acqua, altri si trovano sepolti sotto la sabbia e altri ancora sono stati spostati quando le condizioni di approdo non consentivano più lo sbarco dei mercantili e delle altre barche, come avvenne, ad esempio, a Cagliari pochi secoli prima di Cristo.
Purtroppo il preciso assetto della Neapolis punica non è stato ancora individuato a causa della sovrapposizione delle strutture di età romana, tuttavia ci sono le tracce della cinta muraria del IV secolo a.C., costruita con grandi blocchi poligonali in arenaria. L'area della necropoli punica dovrebbe trovarsi a ridosso del tratto nord-ovest della cinta muraria, dove sono stati individuati i resti di diverse tombe a fossa distrutte durante lavori agricoli.

Immagini (al centro e in basso) per gentile concessione di Segio Pianti

Immagine sopra:
http://www.provincia.mediocampidano.it/resources/cms/images/20100127_neapolis_d0.jpg

mercoledì 1 luglio 2015

I giganti di Mont ‘e Prama: Pugilatori, arcieri e guerrieri, di Luisanna Usai

I giganti di Mont ‘e Prama: Pugilatori, arcieri e guerrieri
di Luisanna Usai


(Tratto da: La Pietra e gli Eroi: Le sculture restaurate di Mont’e Prama – 2011)

Quando nel 1981 furono pubblicati per la prima volta i dati dello scavo effettuato da Carlo Tronchetti nel sito di Mont’e Prama, fu evidenziata soprattutto la presenza di statue in arenaria che riproducevano, in grandezza superiore al vero, due figure: quella del così detto pugilatore, già nota, seppure in soli due esemplari, nella piccola plastica in bronzo di produzione nuragica, e quella del guerriero con arco sulla spalla sinistra, quest’ultima ben rappresentata nella bronzistica. Sulla base dei dati di scavo sono anche state ricostruite graficamente le due figure, poi riprese in diverse pubblicazioni. Il restauro e la verifica di tutti i frammenti restituiti dall’indagine archeologica hanno non solo aumentato il numero delle figure rappresentate, ma anche fornito numerose precisazioni sui particolari evidenziati in ciascun tipo e sulle differenze nelle diverse rappresentazioni dei singoli personaggi pur nell’omogeneità dei tipi fondamentali. Alcune statue sono sufficientemente complete, tanto da far capire facilmente come doveva essere la figura intera al momento della realizzazione. In altri casi è la ripetitività delle immagini che ci aiuta a ricostruire, almeno virtualmente, le statue; in altri casi ancora è la possibile pertinenza dei frammenti non ricomponibili a consentirci di delineare il quadro complessivo. La figura più rappresentata è quella del così detto “pugilatore”, termine già usato da Giovanni Lilliu per definire il personaggio rappresentato su un bronzetto rinvenuto nel territorio di Dorgali. Sono ben sedici le raffigurazioni di “pugilatore”, anche se non tutte in

martedì 30 giugno 2015

La civiltà nuragica, dai nuraghi a Mont’e Prama, di Alessandro Usai

La civiltà nuragica, dai nuraghi a Mont’e Prama
di  Alessandro Usai


(Tratto da: La Pietra e gli Eroi: Le sculture restaurate di Mont’e Prama – 2011)

Quando ai piedi della collina di Mont’e Prama si componevano la necropoli e il complesso di sculture, e nell’intera Sardegna templi e santuari si riempivano di bronzi e di ambre, i nuraghi erano già vecchi. Nuraghi e “tombe dei giganti” da una parte, templi, bronzetti e statue dall’altra sono certamente opera dello stesso popolo, inteso come ceppo etnico radicato in Sardegna già da millenni che sviluppò nel tempo una propria tradizione culturale; non sono però opera della stessa gente, bensì di diverse generazioni portatrici di esigenze materiali, ideali e sociali diverse, pur nella continuità della stessa tradizione culturale. Parlare oggi della civiltà nuragica impone a tutti uno sforzo per liberarla dall’immagine astratta di mitico eden isolano; costringe tutti ad accettare una difficilissima sfida, riportare nel concreto dei tempi, dei luoghi e delle azioni non solo i monumenti e i manufatti ma soprattutto quella umanità che fu protagonista di una singolare esperienza storica, che segnò la Sardegna in modo indelebile e tuttavia attraversò crisi e cambiamenti e infine si consumò e si dissolse lasciando il posto ad altre esperienze. Riprendendo e adattando lo schema elaborato da Giovanni Lilliu, possiamo suddividere la civiltà nuragica in due grandi periodi e ciascuno di essi in due fasi, che si potrebbero definire come le fasi della formazione, maturità, trasformazione e degenerazione. È ovvio che si possa parlare di civiltà nuragica solo a partire dal momento in cui compaiono i nuraghi. Le ultime ricerche hanno messo in evidenza i sintomi di sviluppo che caratterizzano le società del periodo immediatamente precedente (Bronzo Antico); tuttavia la comparsa dei ciclopici nuraghi arcaici e delle

lunedì 29 giugno 2015

Archeologia. Pozzi Sacri, ipotesi ricostruttive; di Ercole Contu

Pozzi Sacri, ipotesi ricostruttive
di Ercole Contu

Fonte:
Bollettino della Associazione Storica Sassarese Anno VI - N. 6
Contu, Ercole (1999)
Pozzi sacri: ipotesi ricostruttive. Sacer, Vol. 6 (6), p. 125-148



Già dal 1974 mi ero posto il problema della ricostruzione grafica, o restituzione che dir si voglia, dei pozzi sacri (o "templi a pozzo") della Sardegna nuragica; ma solo nel 1980 avevo tradotto graficamente la mia l'ipotesi in un disegno (fig.l,f) - che per gran parte qui riconfermo nella sua relativa validità - concernente la struttura generale originaria di questa categoria di monumenti. Tutto ciò riguardava anche le fonti sacre, che, per essere l'acqua sorgiva più facilmente accessibile rispetto a quella che viene da falda freatica, e perciò necessitando - quand'anche essa ci sia - di una scala molto breve, risultano essere, per dir così, dei pozzi sacri in miniatura. Nella mia ricostruzione grafica, sia passata sia presente, del pozzo sacro di Santa Vittoria di Serri-NU (figg. 1,f; 2,b ) mi sono limitato agli elementi principali dell'architettura, trascurando persino, volutamente, sia il recinto o temenos ellittico che racchiude l'edificio - data la sua modesta rilevanza architettonica e perché deve trattarsi di un'aggiunta successiva, piuttosto recente - sia il problema della sistemazione originaria di altri elementi non direttamente riferibili all'edificio: quali i betili-torre, o modellini in

domenica 28 giugno 2015

Tomba di Giganti Madau. A Fonni una particolarità che scatena la curiosità.

Tomba di Giganti Madau. A Fonni una particolarità archeologica che scatena la curiosità.
di Pierluigi Montalbano



Qualche giorno fa, in occasione del solstizio d’estate, ho accompagnato un gruppo di escursionisti in una visita guidata nel territorio di Fonni. Mete obbligate sono state le Tombe di Giganti Madau e il santuario fertilistico nuragico di Gremanu. Vorrei soffermarmi sulle 4 sepolture monumentali, realizzate con una perfezione tale da suscitare fra i partecipanti una serie di riflessioni, fra le quali la più gettonate è stata: “Le pietre sono lavorate una ad una?”. Ebbene sì, un lavoro certosino che certamente ha coinvolto i migliori specialisti dell’arte scultorea isolana di

Archeologia. Scoperta una misteriosa civiltà nel deserto libico

Archeologia. Scoperta una misteriosa civiltà nel deserto libico



I ricercatori dell’Università di Leicester hanno scoperto nel deserto del Sahara i resti di antiche fortezze appartenute ad una civiltà perduta, vissuta in Libia qualche secolo prima di Cristo, i Garamanti.

I "castelli nella sabbia" si trovano a circa 1.000 km a sud da Tripoli, e si sono conservati in ottimo stato. "Siamo rimasti sorpresi nel vedere il livello di conservazione" spiega David Mattingly, leader della spedizione che già da qualche anno aveva intuito la presenza delle fortezze. "Nonostante le mura abbiano subito dei crolli principalmente a causa dell'erosione del vento, sono ancora alte 3-4 metri".
Inizialmente i siti erano stati interpretati come fortezze di età romana per via della loro struttura geometrica, ma la posizione e la presenza di cimiteri e campi coltivati ha fatto cambiare opinione agli archeologi.
Gli edifici sono un centinaio, spesso circondati da piccoli insediamenti. In una sola area di 4 km quadrati sono stati contati almeno 10 micro-villaggi, una densità straordinaria che ha fatto escludere l'ipotesi dei forti di costruzione romana e lasciato il campo a quella di un grande impero africano. "Queste fortezze si trovano oltre le frontiere dell'Impero Romano, e sono simboli di un regno africano molto potente".
"Ci siamo fatti l'idea che sia stata una civiltà sofisticata" continua Mattingly. "Possedevano la metallurgia, tessuti di alta qualità, un sistema di scrittura e altri indizi che dicono che siamo davanti ad una società statale organizzata".
La civiltà di cui stiamo parlando è quella dei Garamanti (Gargamantes), un popolo che viveva nel Sahara e che fondò un prospero regno a sud della Libia, dove oggi c'è solo deserto. Possedevano sistemi d'irrigazione sotterranei evoluti, e l'esistenza delle strutture da loro edificate è stata rivelata al mondo grazie all'analisi di fotografie aeree scattate verso la metà del secolo scorso, dopo la seconda guerra mondiale.
I Garamanti erano un popolo di lingua berbera che iniziò a occupare la regione del Fezzan intorno al 1.000 a.C. Abbiamo testimonianza della loro esistenza da alcune fonti scritte greche e romane risalenti al V secolo d.C.: sappiamo che i Romani intrattenevano frequenti rapporti commerciali con questo popolo, ma anche che non venivano considerati del tutto civilizzati.
Crearono delle vere e proprie oasi verdi in pieno deserto in grado di ospitare fino a 6.000 persone in villaggi dal raggio di 5 km. La loro imponente opera di irrigazione creò terra discretamente fertile e abitabile dove oggi c'è solo sabbia e terra polverosa.
Questo fu possibile grazie ad un complesso sistema di tunnel lungo quasi 1.000 km in grado di convogliare l'acqua fossile del deserto verso i campi, e al lavoro degli schiavi che effettuavano la manutenzione dei condotti per l'irrigazione.
La recente scoperta delle fortezze e degli insediamenti dei Garamanti fornisce una nuova dimostrazione del livello di sofisticatezza del loro sistema di irrigazione. "Siamo in pieno Sahara, un ambiente arido, e solo l'abilità di un popolo di sfruttare l'acqua sotterranea può cambiare la situazione".
Perchè i Garamanti siano scomparsi è ancora un mistero. E' probabile che l'acqua fossile, una risorsa non rinnovabile, sia finita e abbia consentito al deserto di avanzare verso le aree fertili.


Fonte:http://terrarealtime.blogspot.com/

sabato 27 giugno 2015

La razza fonnese è stata ufficialmente riconosciuta all'EXPO di Milano.

La razza fonnese è stata ufficialmente riconosciuta all'EXPO di Milano.

Il pastore fonnese è stato riconosciuto dall’ENCI come diciassettesima razza italiana di cane. L’investitura ufficiale è arrivata durante il World dog show, la più importante manifestazione cinofila mondiale. Una manifestazione programmata all’Expo di Milano con la partecipazione di centinaia di cani provenienti da tutto il mondo, tra i quali venti esemplari di fonnese che hanno sfilato incuriosendo cinofili e genetisti. Alla fine del secolo scorso erano rimasti solo un centinaio di fonnesi, ma in tempi recenti, per merito dell'associazione per la valorizzazione del cane fonnese, la diffusione di questa razza è cresciuta tanto da arrivare a oltre seicento esemplari. La loro storia è antichissima, e abbiamo varie attestazioni come cane da guerra utilizzato dai Romani che ne apprezzarono le doti sulle montagne del Gennargentu in occasione dei primi conflitti contro i sardi di Ampsicora.
A Milano, i fonnesi hanno sfilato accompagnati dal gruppo folk di Fonni Brathallos. Lo staff dell’Associazione Valorizzazione del Cane Fonnese, è riuscito così a far ottenere a questa razza un riconoscimento storico. Gian Battista Balloi, componente del gruppo, ha raccontato quasi in lacrime la soddisfazione provata nel sentire pronunciare su quel palco le parole “cane fonnese”, aggiungendo che il cane fonnese è patrimonio di tutta l'Isola, oltre che un motivo di orgoglio per Fonni, e quindi è un titolo che premia tutta la Sardegna.
Già nel 2013, il fonnese fu classificato dal F.C.I. nel Gruppo 2, quello al quale appartengono i Pinscher e gli Schnauzer, i molossi e i cani bovari Svizzeri, e i cani da montagna. Si tratta di una razza autoctona diffusa da almeno due millenni in tutta la Sardegna. E’ un cane di media mole, struttura solida, muscolatura possente, ossatura ben proporzionata, con pelo ruvido, di lunghezza e colore variabile, senza chiazze. Agilissimo, si muove con eleganza e potenza allo stesso tempo. Il suo sguardo è cupo, intenso ed inquietante, e accompagna visivamente la sua indole con tendenza a dominare.
E’ dunque un cane da difesa, ottimo guardiano contro i possibili predatori come volpi, uccelli o cani randagi, ma è ottimo anche come cane da caccia al cinghiale. Ciò contrasta con il carattere paziente che dimostra con gli animali di cui si prende cura. Apprezza essere trattato come un compagno di vita e di giochi sul quale si può sempre fare affidamento, rispettando la sua spiccata intelligenza e la sua dignità. E’ ubbidiente e affettuoso con il proprietario, riconoscendolo come unico padrone, e tende a concedere confidenza agli amici del nucleo familiare in cui vive. Spesso comunica la presenza di intrusi con un semplice tocco di zampa e con un tipico brontolio. Pare che fosse l’inseparabile compagno dei banditi sardi nella loro rischiosa vita alla macchia.
Ha denti bianchi, ben sviluppati, regolarmente allineati, con canini in opposizione tra loro che si chiudono a tenaglia. Lo sguardo intenso e caratterizza un elemento di tipicità della razza. L'espressione è profonda, autorevole, con arcate sopraciliari sviluppate. Le orecchie triangolari misurano 7-8 cm, portate pendenti e, in attenzione, ben aderenti alle guance. Il collo è vigoroso e muscoloso, e si raccorda armoniosamente alle spalle e al garrese. Gli arti anteriori sono solidi, dritti, con piedi ovali, dita raccolte e cuscinetti plantari neri, duri e resistenti. Le unghie sono sempre nere e solide, con presenza di speroni. Le zampe posteriori, muscolose, forniscono l'immagine della potenza e della agilità. La coda è grossa alla radice, robusta, e va affusolandosi verso l'estremità, e non deve essere amputata.
Il mantello è caprino, munito di folto e denso sottopelo lanoso, quasi raso al muso, dove presenta ispide difese agli occhi e barba al mento. I colori ammessi sono il nero, il cenere, nelle sue varie tonalità, e il miele. Nei maschi il pelo forma una criniera al collo. L’andatura è agile e sciolta. Al trotto, il posteriore imprime una notevole spinta e l'anteriore allunga moderatamente. Al galoppo si muove con grande agilità, superando di slancio le asperità del terreno in cui opera. Il fonnese è da sempre impiegato in attività legate alla pastorizia, impiego nel quale, grazie al suo carattere deciso, brilla ed eccelle, inoltre ha una spiccata tendenza al dominare, cosa che si concilia perfettamente con la gestione di mandrie e greggi.

Va sempre rispettata la sua dignità, non richiede particolari cure né di addestramento ed è ubbidiente in maniera quasi spontanea. 

Immagine di: http://www.canefonnese.it/wp-content/uploads/cane-e1401195955555.jpg