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domenica 23 novembre 2014

Storia, leggenda, arte e culto dell'acqua in Sardegna e nel mondo

Storia, leggenda, arte e culto dell'acqua in Sardegna e nel mondo
di Efisio Lippi Serra


Il problema dell'acqua è fra i più antichi della millenaria, tormentata, storia della Sardegna. In questo articolo non v'è alcuna pretesa di indicare soluzioni all'annoso problema che da sempre angustia la nostra comunità e soffoca la nostra economia (specie agricola), ma il desiderio di provocare una riflessione su quel che l'acqua ha rappresentato e rappresenta nella storia dei popoli; nonché nella leggenda, nel culto e nell'arte della ultra millenaria storia della Sardegna.
Tutti sono consapevoli che l'acqua, fra gli elementi della natura, sia il più importante; tanto è vero che, nel comune sentire, non può esserci vita in assenza di acqua! E all'acqua, poeti e scrittori d'ogni tempo e latitudine hanno dedicato versi e pagine immortali.
In una recente relazione, Margherita Satta ha ricordato che Mircea Eliade, nella sua "Storia delle Religioni", ha affermato che "l'acqua è fonte e origine della vita umana" e vi ha descritto il ruolo che l'acqua ha avuto ed ancora ha in alcune culture del mondo.
Né possiamo tacere quanto sostengono autorevoli studiosi sul ruolo e il culto dell'acqua nel "preistorico" Sardo. Il Lanternari ha detto che "il culto preistorico dell'acqua nell'Isola si atteggia in un aspetto particolare che è il culto delle sorgenti". Per il Taramelli il culto delle grotte, nell'età del bronzo, era in Sardegna così intenso da essere considerato "patrimonio fondamentale della stirpe Sarda".
Per Giovanni Lilliu "il culto centrale e principale dei protosardi dell'età dei nuraghi era proprio quello

sabato 22 novembre 2014

L'acqua nell'antica civiltà sarda

L'acqua nell'antica civiltà sarda
di Pierluigi Montalbano

Le acque lustrali sono state e sono tutt’ora usate in vari ambiti religiosi. Anche il cristianesimo ha fatto sua l’usanza antica di utilizzare l’acqua per le cerimonie religiose. L’uso dell’acquasantiera all’ingresso delle chiese ad esempio richiama la presenza di un bacile di trachite all’ingresso di templi,nuraghi e pozzi sacri.
Nell’accurata descrizione degli scavi all’interno del santuario nuragico di Serri il Taramelli annotò la presenza di un bacile in trachite appena varcato l’ingresso dal lato sinistro della curia o capanna delle riunioni. Tale bacile era in tandem con altri reperti dal chiaro carattere cerimoniale-religioso: sempre sul lato sinistro presso il muro a una distanza di tre metri venne rinvenuta una piccola ara, un cippo e incastrato nel muro un altro bacile rettangolare. Un altarino elegantemente lavorato fu trovato durante i primi scavi anche nel vestibolo del primo pozzo di Matzanni: testimonianza di un uso sacrale della costruzione.
Un altarino di simile fattura fu trovato anche nel pozzo C, o terzo pozzo, in tempi relativamente recenti. Esso è stato preso dagli scavatori e portato a Villacidro dove si trova tutt’ora presso il museo sacro ex-oratorio, davanti alla chiesa di S. Barbara.  Il pozzo sacro è l’edificio che sembra aver la sua ragione d’essere nel culto delle acque. In Sardegna esistono tutt’ora molti esempi, più o meno conservati di pozzi sacri risalenti al periodo nuragico. Nella località Matzanni in territorio di Vallermosa, al confine col comune di Villacidro si trovano tre pozzi sacri a breve distanza l’un dall’altro. Quasi tutti hanno il medesimo schema costruttivo: Il pozzo vero e proprio ricoperto dalla tholos o cupola, il tutto in pietre più o meno lavorate, la scala e l’atrio o vestibolo. Ogni sezione probabilmente aveva un diverso livello d’accesso e diversità d’uso.
Si distingue il pozzo vero e proprio del diametro che va dai 2 ai 3 metri costruito con perizia specialmente evidente nella copertura realizzata con la tecnica ad aggetto e chiamata tholos dal nome che i greci avevano dato alle costruzioni sarde che richiamavano le loro Tholoi. Dal fondo del pozzo una scala di 12/13 gradini portava all’atrio pure in pietra ma ricoperto da travi in legno e altri materiali. Questo locale era lastricato in pietra. Lungo i lati lungo di un muro si trovava un sedile continuo pure in pietra. L’ atrio del pozzo C di Matzanni aveva il sedile solo dal lato destro. Questo locale aveva una sua funzione specifica sempre legata al pozzo e alle acque sacre. Si trovano nei pressi segni di cerimoniali sacri quali aree sacrificali…e al suo interno sono stati rinvenuti oggetti riconducibili ad un uso cerimoniale.
Sempre a Serri nell’atrio si nota ancora un bacile e una canaletta che percorre un lungo tratto e porta all’esterno del vestibolo. In tale spazio erano sistemati gli ex-voto sotto forma di bronzetti. Nell’atrio del pozzo A di Matzanni, come già ricordato fu rinvenuta una piccola ara peraltro scomparsa. Il Lovisato aveva fatto in tempo ad operare uno schizzo di essa. Il Taramelli se ne era interessato e aveva trovato riscontri di oggetti simili in altre località del mediterraneo orientale. Quali cerimonie religiose civili o terapeutiche si celebrassero non è dato sapere con precisione: studi e ricerche hanno tentato di dare spiegazioni più o meno convincenti. Uno dei primi e certamente tra i più importanti è stato Petazzoni che studiò la religione primitiva in Sardegna e dedicò al culto delle acque una parte rilevante della sua opera sull'argomento.
Egli descrisse i due pozzi (il terzo non era ancora stato scoperto) e fece uno schizzo del pozzo A.
La sua interpretazione del culto delle acque è di largo respiro, i parallelismi con altre culture, esempi attuali di comportamenti umani che richiamano tutt’ora le antiche usanze trovano ampio spazio nella sua appassionata trattazione. Invero alcune sue supposizioni sono state superate dalle scoperte e studi successivi.
Secondo lui il pozzo in sé non era una fonte bensì un deposito d’acqua, in alcuni casi addirittura protetta da un coperchio di legno posto in fondo al pozzo.
Che uso si poteva fare di quella acqua così preziosa e sacra?
Le acque dei pozzi sacri avevano un fine terapeutico, magico-religioso e civile, se è lecito operare una tale distinzione riferita a quel tempo. Antichi autori greci affermano che in Sardegna esistevano delle sorgenti di acqua miracolosa fredda e calda. Tra Vallermosa e Villasor, in località s’Acqua Cotta esiste tutt’ora una sorgente d’acqua calda utilizzata per secoli a scopo terapeutico e recentemente ceduta ad una società produttrice di acque minerali. Gli stessi autori riferiscono che quell'acqua aveva benefici effetti sugli occhi.
Altri riferiscono che gli effetti terapeutici si estendevano anche ai dolori alle ossa e ad alleviare altri malanni tra cui i danni provocati dal morso di un insetto particolare che sembra procurasse notevoli disturbi.
Nell’atrio dei pozzi venivano collocati dei bronzetti; la loro presenza sembra strettamente legata alle ceromonie religiose che avevano luogo presso il pozzo. Essi sono stati anche interpretati come una specie ex-voto. A Serri è stata trovato il bronzetto che rappresenta una madre che ringrazia per la guarigione del figlio, a volte confusa con la madre dell’ucciso di Urzulei. Riguardo alla località di Matzanni il Lovisato dà notizia di ritrovamenti operati dai primi scavatori clandestini:quasi tutto è scomparso eccetto una ciotola di bronzo dorato, una moneta e il famoso bronzetto denominato Barbetta o Offerente che rappresenta secondo l’interpretazione di Lilliu un popolano in atto fare offerte votive alla divinità. L’intreccio tra religione, medicina,magia e dato fisico è praticamente inscindibile per i nostri protosardi. L’origine dei malanni può essere d’origine divina o dovuta a cause misteriose, certamente note alla divinità che può intervenire in favore dei fedeli che utilizzano l’acqua sacra come mezzo per entrare in contatto con la divinità e ottenere benefici. La malattia è curata con cerimonie religiose in cui l'acqua ha una parte importante.Non per niente il Petazzoni, citando le scoperte del Lovisato avanza l’ipotesi che le costruzioni circolari, i cui resti sono situati tra i pozzi A e B di Matzanni, fossero ricoveri o dimore per sacerdoti o per fedeli convenuti per pratiche medico-religiose (sul modello di quelle più note del Santuario di S.Vittoria). Invero altre pratiche magico-religiose avevano luogo probabilmente nei santuari nuragici come la pratica della incubazione. Il culto delle acque sacre riveste tuttavia un ruolo molto importante con una valenza profonda nel rapporto tra religione e vita sociale: se infatti l’acqua lustrale aveva il potere di guarire gli infermi aveva per contro anche quello di smascherare i colpevoli di vari delitti.
Questo avveniva col rito dell’ordalia. Il luogo per eccellenza deputato a svolgere questo compito era il pozzo sacro peraltro dedicato ad una divinità (Il Petazzoni indica il Sardus Pater;oggi si propende per altre indicazioni, forse una divinità locale o forse le antichissime divinità primitive naturali). Questo rito sembra fosse abbastanza comune nell’antichità tra i popoli del Mediterraneo (Sicilia)e in altre parti del mondo antico (Africa). Ma l’ordalia sarda ha una sua peculiarità ed è citata più volte dagli antichi scrittori latini e greci.

Nell'immagine: Vallermosa, Matzanni. Il pozzo 3


venerdì 21 novembre 2014

Istanbul, Turchia. Scavi italiani portano alla luce il rilievo del Re di Tuwana a Ivriz

Il rilievo del re di Tuwana a Ivriz (IX a.C.) 
di Rodolfo Calò

















Sono in corso gli scavi archeologici in un mega sito dell'Anatolia destinati a far emergere dal buio della storia un antico regno ricco ma dimenticato, quello di Tuwana, cui sarà dedicato un museo a cielo aperto.
La segnalazione è stata fatta da Lorenzo d'Alfonso, un archeologo italiano che guida la missione congiunta delle Università di Pavia e di New York e che ha fornito dettagli sugli scavi in una conferenza stampa in cui, questo mese, sono stati illustrati a Istanbul i risultati delle missioni archeologiche italiane in Turchia. Questa nuova scoperta dell'archeologia preclassica, da portare avanti nella Cappadocia meridionale, è stata fatta a Kinik Hoyuk, in un sito del IX a.C. L'area fa parte del regno dimenticato di Tuwana, finora noto attraverso geroglifici e alcune fonti dell'impero assiro ma mai studiato archeologicamente. Un sito intatto, in cui nessuno ha messo mano cercando di collocarlo storicamente per capire a che civiltà appartenga e che ruolo abbia svolto in questa regione.
Quello di Kinik Hoyuk, per dimensioni è fra i siti di maggiori dell'Anatolia preclassica, se si esclude Hattusa, la capitale degli Ittiti: le stime più caute lo inquadrano su 24 ettari ma i topografi ci dicono che potrebbe essere di 81 ettari. A lavorarci è una missione avviata congiuntamente dall'Universita' di Pavia e da quella di New York, aperta a collaborazioni con università turche quali Erzurum e Nigde. Il sito era stato lambito da ricognizioni di altri archeologi, ma la sua importanza è emersa dalla ricognizione che abbiamo fatto noi, ha detto d'Alfonso ricordando che la Cappadocia meridionale è importante perchè aveva il controllo sulle Porte cilicie, ossia sul passaggio fra Oriente e occidente, e fra l'Europa e l'Asia: insomma uno degli snodi più importanti del mondo in quel periodo e al cui centro si colloca Kinik Koyuk.
Quello di Tuwana era un piccolo stato cuscinetto fra il regno di Frigia e l'impero assiro e proprio per questo particolarmente ricco: uno dei grandi temi del nostro studio è legato alla ricchezza culturale di questo regno, ha sottolineato l'archeologo riferendosi soprattutto allo sviluppo dell'alfabeto. In particolare sono state rinvenute nelle vicinanze tre stele di età del ferro, non in ottimo stato di conservazione ma che dicono molto dell'importanza che doveva avere il sito.
La strategia di scavo è stata guidata da prospezioni geomagnetiche che avevano evidenziato uno stato di conservazione particolarmente significativo della cinta muraria dell'acropoli e di edifici al centro dell'acropoli stessa: mura monumentali scavate per un alzato che per arriva a sei metri e in uno stato di conservazione che non trova facili paragoni all'interno dei siti preclassici dell'Anatolia, in particolare di quella centrale. Delle mura è stato rinvenuto l'intonaco originale e si punta ad un consolidamento in vista di un restauro già a partire da quest'anno. Lo scavo infatti è stato pensato fin dall'inizio per una musealizzazione all'aperto: Kinik Hoyuk, un luogo facilmente accessibile. Il suo punto di forza è quello di essere a 45 minuti dai maggiori centri di attrazione turistica della Cappadocia (e a meno di 2 km da una delle maggiori arterie della regione, a 4 corsie).
Insomma è nel cuore di un circuito turistico fra i più importanti di tutta la Turchia e quindi il governo locale supporta pienamente la missione vedendo, in questa, una grande possibilita' di sviluppo.

Fonte: ANSA

giovedì 20 novembre 2014

Corso di Archeologia della Sardegna

Corso di Archeologia della Sardegna




Inizieranno martedì 25 novembre le lezioni di archeologia della Sardegna presso l'aula magna dell'università di Quartu, in Viale Colombo 169. Docente per il 4° anno consecutivo sarà il Dr. Pierluigi Montalbano. 
Il numero di lezioni previste è 24, e termineranno in Maggio 2015.
Per le iscrizioni telefonare in segreteria al numero 0708696096

In riferimento ai contenuti del corso, si proporrà una panoramica a 360° sulla preistoria in Sardegna. Con l'ausilio di immagini e filmati, le lezioni documenteranno il modo di vivere dei sardi dal Neolitico all'età del Ferro. 
Saranno forniti gli strumenti concettuali per l'interpretazione dei manufatti, delle architetture e delle sepolture presenti in Sardegna. Il corso prevede un approfondimento sulla civiltà nuragica e sul sistema economico che ha consentito all'isola di mantenere i contatti con gli altri popoli del Mediterraneo  antico. 
Ogni lezione sarà legata ad un argomento specifico e gli argomenti saranno trattati con un linguaggio divulgativo pur mantenendosi strettamente scientifici. 
Sono previste alcune visite guidate nei musei per legare la teoria alla visione diretta dei manufatti studiati nelle lezioni. 






Sito internet  - http://www.univerquartu.it





Nelle immagini...una selezione di alcuni corsi che potrete frequentare nella nostra Università.

mercoledì 19 novembre 2014

La monetazione antica in Sardegna e a Cartagine

La monetazione antica in Sardegna e a Cartagine
di Pierluigi Montalbano

La monetazione appare in Sardegna nel IV a.C., ma fin dalla metà del II Millennio a.C. il rame, sotto forma di lingotti ox-hide, ossia a forma di pelle di bue, rappresentava l’elemento più utilizzato per pagare. In Sardegna gli archeologi hanno portato alla luce dei tesoretti costituiti da lingotti o panelle in rame, conservati in luoghi denominati ripostigli. Gli oggetti in bronzo, spesso ritrovati nei templi a pozzo, sono realizzati con la lega fra rame e stagno e il loro valore non era legato solo all’aspetto estetico. Questi manufatti sono pregiati anche dal punto di vista del peso. In alcune tombe sarde e siciliane, cronologicamente inquadrabili al 550 a.C., sono stati rinvenuti numerosi orecchini in argento a canestrello. Nell’area orientale, l’argento era il metallo di riferimento e l’unità di misura era lo shekel, il siclo, che corrispondeva a 7.2 grammi.

Cartagine coniò le prime monete in argento dopo il 500 a.C. per esigenze militari, e a seguire troviamo monete coniate in Sicilia. Durante le guerre che coinvolgevano Siracusa, erano utilizzati mercenari provenienti dal mondo greco, pertanto la forma di pagamento era in dracme d’argento emesse dalla madrepatria. E’ per questo motivo che le prime monete coniate da Cartagine hanno l’aspetto di quelle siracusane. In Sardegna non abbiamo monete d’argento attribuibili a una zecca isolana, e le prime monete sono in bronzo di piccolo diametro e notevole spessore. Le prime monete coniate nell’isola appartengono a sette serie. Il conio avveniva confezionando dischetti di bronzo (per fusione) dell’unità di peso nominale. Le monete erano collocate su una base in ferro, sulla cui sommità era incisa una delle facce. L’altra faccia era su un martello destinato a percuotere, incidendola, la moneta. Sul dritto, dalla prima alla sesta serie, compare il profilo della dea Kore, mentre nella settima c’è un personaggio giovane. Sul rovescio, invece, nella prima serie c’è la testa di un cavallo, che compare a figura intera nella seconda, terza e quarta serie. Nella quinta ci sono tre spighe di grano, mentre nella sesta e settima compare un toro.

Immagine di www.webitalia.club

martedì 18 novembre 2014

I Tofet, i cimiteri fenici dedicati ai bambini

I Tofet, i cimiteri fenici dedicati ai bambini
di Pierluigi Montalbano


Si tratta di santuari caratteristici dell’area mediterranea centrale.
Sono assenti in Libano, Spagna e Ibiza. Li troviamo in Tunisia (Soùsse e Cartagine), Sicilia (Mòzia, Solùnto e Lillibèo) e Sardegna, a Tharros, Sulci, Monte Sirai, Nora, Cagliari e Bithia. In Africa di età neo-punica, dopo la prima distruzione di Cartagine, abbiamo una proliferazione di tofet.
Sono santuari a cielo aperto in cui l’elemento preponderante non è l’edificio, anche se a volte può esserci. Il tophet è sempre circondato da un temenos (un recinto sacro), all’interno del quale c’è la deposizione di urne in ceramica e stele in pietra.
Generalmente si realizzava a nord dell’abitato in una posizione periferica e non veniva mai spostato: qualora si dovevano fortificare le città, per non spostarlo si arrivava a modificare il percorso delle mura. Le urne contengono le ceneri di fanciulli, infanti, agnelli e capretti e, sporadicamente, uccelli. I bambini potevano essere feti o neonati ma a volte si arrivava fino ai tre-quattro anni. Le urne sono sempre vasi in ceramica di diversa forma e dobbiamo intendere l’urna come elemento di una funzione e non come vaso.
È sempre dedicato a due divinità: Baal Ammon e Tanìt, attestata come “manifestazione di Baal”, che lo affianca a partire dal V a.C. per poi soppiantarlo. Il primo è una divinità dinastica minore attestata raramente in oriente ma a Cartagine acquista importanza e spesso è accompagnata dalla divinità femminile. I greci lo identificano con Krono e i romani con Saturno, quindi è una divinità ancestrale, cioè deriva dai remoti antenati. Anche Tanìt è una divinità orientale che raramente è attestata in Libano, ma in Occidente diviene la più importante insieme ad Astarte. Nelle interpretazioni greca e latina era assimilata a Era o Celèstis (Giunone). Prima del tofet di Cartagine sono stati individuati quello di Nora, sulla spiaggia orientale della città nel 1889, e quello di Mozia, in Sicilia, ma non furono interpretati come santuari, si pensò a semplici necropoli a incinerazione. Solo a Cartagine furono eseguite analisi osteologiche sui resti e ci si rese conto che si trattava di bambini. Gli studiosi ipotizzarono che si trattasse di sacrifici umani, come quelli documentati nella Bibbia. Non bisogna dimenticare che i primi archeologi erano semitisti che si formarono sulla Bibbia e quindi pensarono ai sacrifici celebrati in oriente vicino a Gerusalemme e menzionati in alcuni brani delle Sacre Scritture.

Ci sono diversi passi che parlano di tofet e di figli che vengono sacrificati agli dei con il passaggio dentro il fuoco. Il rito era condannato da Dio ma ci si rese conto che i tophet vicino a Gerusalemme di cui parlava la Bibbia, nel Deuteronomio e nel libro dei Re, potevano essere gli stessi. È evidente che i popoli mediterranei non li chiamavano così, si tratta di un termine convenzionale usato in archeologia. Fino agli anni Ottanta, dalla lettura delle fonti classiche (Diodoro, Plutarco, Platone, Tartulliano), si è pensato ad un rituale con sacrificio di bambini a Krono (Baal-Ammon o Saturno) in caso di grave pericolo per la popolazione ma questa ipotesi è stata confutata dal Moscati che evidenzia importanti elementi: le analisi istologiche hanno mostrato la presenza di feti, mettendo in dubbio la teoria del sacrificio; altro elemento è l’interpretazione delle fonti classiche perché non si trattava di usanze ma di casi di particolare pericolo: pestilenze, guerre e quindi uccisioni in situazioni eccezionali. Anche nella Bibbia si parla di fatti occasionali e non di uccisioni rituali ripetute.

Ad esempio, nel Deuteronomio è scritto: “e persino bruciavano al fuoco, per i loro Dei, i figli e le figlie loro”; o ancora “non deve trovarsi in te chi fa passare nel fuoco il figlio o la figlia sua”; oppure dal libro dei Re: “camminò per la strada dei re d’Israele e fece perfino passare per il fuoco il suo figliolo secondo gli abominevoli rituali delle genti che il Signore aveva cacciate davanti ai figli d’Israele”. Un rituale, dunque, non accettato da Dio ma voluto da una divinità estranea. Vicino a Gerusalemme c’è un luogo chiamato Tophet, è nominato ad esempio nel libro dei Re: “Lì farò il Tophet, nella valle di Ben Innom, e nessuno faccia più passare per il fuoco i propri figli in onore di Moloch”; e ancora Geremia: “costruiscono un altare di Tophet nella valle di Ben Innom per bruciare i propri figli nel fuoco, ma io non ho comandato né mai mi venne in mente perciò verrà il tempo, dice il Signore, che non si chiamerà più tophet né valle di Ben Innom ma Valle dell’eccidio, e si seppelliranno nel tophet per mancanza di posto”.
Geremia: Hanno eretto un altare per bruciarvi col fuoco i loro figli in olocausto a Baal, cose tutte non comandate da me, né mai venutemi alla mente, perciò ecco che vengono i giorni, dice il Signore, che questo luogo non si chiamerà più Tophet ne Valle di Ben Innom, ma Valle della strage”.

Quindi Tophet non è un nome generico ma il nome di un luogo in cui si svolgeva un rito pagano, non voluto da Dio, che prevedeva il sacrificio di far passare i figli nel fuoco. Nel momento in cui a Cartagine sono state trovate queste urne con centinaia di bambini incinerati, gli studiosi hanno pensato al luogo di cui parlava la Bibbia, un tipo di santuario simile a quello documentato in oriente. Questa teoria del sacrificio umano dei primogeniti alle divinità è andata avanti e ancora Barreca nel 1980 la porta avanti ma le fonti classiche non parlano in maniera esplicita di sacrifici umani di bambini, ma di sacrifici per placare l’ira delle divinità solo in caso di condizioni di pericolo ed eventi drammatici: pestilenze o nemici fuori dalle mura.
Dice Gaudesio: “c’era l’usanza presso gli antichi, in caso di grave pericolo, che i capi della città o della popolazione, per evitare la distruzione di tutto, facessero sacrificio dei più cari dei loro figli, come riscatto per i demoni vendicatori. Quelli che erano prescelti venivano sgozzati nel corso di un rituale cerimoniale misterioso”.
Ē un toponimo preciso, riferito ad una valle presso

lunedì 17 novembre 2014

Archeologia. Chi sono gli antenati degli Europei?

Chi sono gli antenati degli Europei?
di Grazia Terenzi
Gli Europei hanno un mix eterogeneo di geni provenienti da almeno tre antichi progenitori: gli indigeni cacciatori-raccoglitori europei, genti del Medio Oriente e popolazioni provenienti dalla grande steppa orientale e dall'Asia centrale.
Uno studio recente suggerisce che ogni componente genetica si sia inserita in Europa attraverso migrazioni separate avvenute negli ultimi 5000 anni. Il Dna di un antico scheletro fossile di unuomo dalla pelle e dagli occhi scuri vissuto almeno 36.000 anni fa lungo il medio corso del Don, in Russia, presenta un panorama diverso. Questo giovane aveva il Dna di tutte e tre le popolazioni prima elencate e, secondo il biologo evoluzionista Eske Willerslev, del Museo di Storia Naturale di Danimarca presso l'Università di Copenaghen, che ha condotto le indagini, sarebbe il primo caso finora accertato di "puro europeo". La ricerca del Professor Willersley contraddice la teoria delle migrazioni in tempi diversi e avvalora l'ipotesi che gli attuali europei siano i discendenti di un'antica popolazione "imparentata" con i cacciatori-raccoglitori, che si era già diffusa in tutta Europa ed in gran parte dell'Asia centrale e occidentale già 36.000 anni fa.
I primi esseri umani "moderni" si trasferirono in Europatra i 45.000 e i 42.000 anni fa. Forse vennero in contatto con i Neanderthal, che popolarono il Vecchio Continente per almeno 400.000 anni. A partire da 10.000 anni fa, poi, una popolazione di 

domenica 16 novembre 2014

OGLIASTRA, AGUGLIASTRA, AUGLIA, di Massimo Pittau

OGLIASTRA, AGUGLIASTRA, AUGLIA
di Massimo Pittau


Ogliastra (pronunzia effettiva Ozástra od Ollástra) -
Questo coronimo indica la subregione della Sardegna situata fra il massiccio del Gennargentu e la costa orientale dell'Isola. Esso corrisponde all'appellativo ozastru, ollastru, ollastu «olivastro, olivo selvatico», che deriva dal lat. oleastru(m) (NVLS), significando pertanto «zona di olivastri». E c'è da supporre che in origine il toponimo indicasse una zona assai ristretta, la quale però col passare del tempo ha allargato la sua valenza geografica, finendo con l'indicare una intera subregione.
È da respingersi con decisione la spiegazione, che risale ai cartografi medievali e anche al Fara (Chorographia Sardiniae 72.9) (V. Angius, s. v.), secondo cui Ogliastra deriverebbe dal nome dell'Isola di Agugliastra, posta al centro del Golfo di Arbatax.
Un toponimo Ozastra esiste anche negli agri di Lodè, di Padria e di Sagama.
Agugliastra - Isolotto di porfidi rossi eruttivi posto al centro del Golfo di Arbatax. Il toponimo deriva da un lat. *aquilastra «aquila di mare» [cfr. sardo abbilastru «aquilotto, gheppio, sparviero, uccello rapace in genere» (NVLS), ital. aquilastro «falco pescatore», sicil. aquilastra «aquila anatraia»; DEI, GDLI, LEI], ma con l’intrusione dell’ital. aguglia, guglia riferito a qualcuno dei suoi scogli. Si deve escludere assolutamente che Agugliastra derivi da Ogliastra o viceversa (erra Emidio De Felice, Le coste della Sardegna - saggio toponomastico storico-descrittivo, Cagliari 1964, pgg.39-40).
Auglia, Punta Aúglia (Baunei) - Si trova sulla costa orientale della Sardegna, poco a nord del Capo di Monte Santu. Trae la sua denimonazione dal fatto che termina con una roccia appuntita a forma di «aguglia o guglia». Viene chiamata in questo modo dai pescatori e marinai della zona, mentre nella cartografia ufficiale viene detta Punta Caroddi (CS 33). Cfr. Agugliastra.*

*Estratti dall'opera di Massimo Pittau, I toponimi della Sardegna – Significato e origine, 2 Sardegna centrale, Sassari, 2011, EDES (Editrice Democratica Sarda).


sabato 15 novembre 2014

Architettura rurale: Pietre e ambiente, il mondo dei megalitici

Architettura rurale: Pietre e ambiente, il mondo dei megalitici
di Pierluigi Montalbano


Scrive Braudel: “è stato il mare a creare le terre e le pietre, e l'acqua di mare ha lasciato ovunque la traccia del suo lento lavoro: al Cairo i calcari sedimentari di grana fine bianco latte permetteranno al cesello dello scultore di dare la sensazione del volume giocando su incisioni profonde solo qualche millimetro; le grandi placche di calcare corallino dei templi megalitici di Malta; la pietra di Segovia che si bagna per lavorarla più facilmente; i calcari delle enormi cave di Siracusa; le pietre d’Istria portate a Venezia; e tante rocce della Grecia, della Sicilia, della Sardegna, sono tutte nate dal mare. Se l'attenzione si sposta sulle terre che circondano il mare, si arriva a parlare, come avviene oggi, di Lago Mediterraneo, e di puntare l'attenzione su quei territori di pietra che negli anni hanno dato riparo e ristoro a chi fuggiva dal mare per evitare tempeste, malattie e guerre”.
Da uno sguardo allargato al paesaggio del Mediterraneo, restringiamo il nostro orizzonte e fermiamoci alle pietre della Sardegna. Le architetture del paesaggio rurale caratterizzano l’isola, e pur non lasciando nomi di architetti da ricordare, sono un libro aperto in cui si può leggere una storia millenaria. L'architettura rurale è il frutto di una molteplicità di relazioni che hanno strutturato nel tempo tutta l’isola: la morfologia del posto, il clima, l'economia e la tecnologia. Rossella Barletta, descrivendo l’architettura rurale salentina, afferma che muretti a secco, terrazzamenti e paiare sono costruzioni realizzate in sede locale da popolazioni che lavorano senza servirsi di professionisti, ma facendo ricorso esclusivamente a quanto appreso per tradizione orale. La tecnica deriva dalla pratica. Le stesse parole possono descrivere i muri a secco della Sardegna: sono architetture consolidate che non presentano segni rilevanti di sviluppo nel tempo, resa sicura dall'esperienza che ha contribuito a stratificare le conoscenze. Essendo collegati all'ambiente

venerdì 14 novembre 2014

Atene, archeologia: trovato scheletro in tomba greca di Amfipolis

Atene, archeologia: trovato scheletro in tomba greca di Amfipolis

L'imponente monumento funebre di recente riportato alla luce nella località di Kastà, presso Amfipolis (Grecia settentrionale), continua a riservare sorprese. Secondo quanto annunciato dal ministero greco della Cultura, infatti, nella terza sala sotterranea da poco scoperta gli archeologi hanno rinvenuto uno scheletro umano del quale non è stato ancora accertato il sesso e che potrebbe portare alla soluzione del principale mistero nella tomba monumentale, ovvero l'identità della persona che vi fu sepolta. La risposta al mistero potrebbe venire dall'esame del Dna dei resti ossei che ora verranno esaminati dagli esperti per cercare eventuali collegamenti con la famiglia del condottiero greco Alessandro Magno. "Gli scavi - come ha spiegato Katerina Peristeri, responsabile della squadra di archeologi che lavora al monumento - proseguiranno. Continueremo perché lo spazio circostante ci riserva ancora sorprese". Circa il sesso della persona lì sepolta, l'esperta ha aggiunto che "la tomba era stata preparata per accogliere una grande personalità, magari un generale macedone, insomma qualcuno che all'epoca era tenuto in grande considerazione". 

Fonte: ANSA.