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giovedì 30 ottobre 2014

Un profondo conoscitore della lingua etrusca

“Un profondo conoscitore dei problemi della lingua Etrusca”
di Massimo Pittau

In un'opera dal titolo molto accattivante sul piano pubblicitario - però non rispondente alla esatta realtà dei fatti - di Giulio M. Facchetti, L'enigma svelato della lingua etrusca (Roma 2000), nel risvolto della sopraccoperta l'Autore – che è laureato in giurisprudenza - si è presentato in questo modo testuale: «Giulio M. Facchetti, studioso di diritto romano e di storia antica, è attualmente dottorando di ricerca all'Università di Pavia e collabora presso l'Università statale di Milano; cultore di linguistica storica e profondo conoscitore dei problemi della lingua etrusca e delle scritture e lingue dell'antica Creta, negli ultimi anni ha pubblicato, in sedi scientifiche, diversi notevoli interventi sulla scrittura minoica Lineare A e, recentemente, il testo specialistico Frammenti di diritto privato etrusco».
Ovviamente in questi ultimi 15 anni egli ha fatto progressi nella sua carriera accademica, diventando professore aggregato nell'Università dell'Insubria (Varese) ed effettuando nuove acquisizioni nei suoi numerosi campi di interesse.
Ad esaminare e discutere minutamente un'opera di 300 pagine, come questa del Facchetti, sarebbe troppo lungo e dovrei scrivere una mia opera di almeno uguale spessore. Perciò intendo limitarmi all'esame di una sua opera più recente e assai più breve: Appunti di morfologia etrusca (Firenze 2002) con l'intento di esaminare quale sia la sua competenza effettiva in una lingua dei cui problemi egli si è presentato come “profondo conoscitore”.
A pagina 9, num. 1. Non è esatto affermare che uno dei morfemi del plurale etrusco sia -ar, -er, -ur. Se si esamina con attenzione, si deve concludere che il vero morfema è -r, il quale viene fatto precedere da una delle quattro vocali etrusche: a, e, i, u. Esempi clenar «figli», aiser «dèi», tusurϑir «coniugi», ϑansur «attori, celebranti» (non «cerimonieri»!).
Non è vero che l'altro morfema del plurale etrusco sia -cva, -χva. In realtà questo è un “plurale articolato”, cioè composto col pronome ca «questo» in posizione enclitica e col valore di articolo determinativo, per cui culścva non significa semplicemente «porte», ma significa «le porte»; avilχva non significa «anni», ma significa «gli anni». Invece il vero morfema del plurale è -va, come dimostra chiaramente l'appellativo citato subito dopo dallo stesso Facchetti, zusleva «offerte».
Non è affatto certo che il plur. in -r indichi esseri animati: ecco alcuni esempi contrari: acazr (acaz-r) «cose fatte, manufatti, oggetti»; cepar «cippi, cippi confinari»; [ceren cepar nac amce «curate (di tenere) i cippi confinari come erano» (da confrontare col lat. cippus, finora di origine ignota; dell, deli)]; cerur «(oggetti) fatti, manufatti, (vasi) fittili»; naper «napure, mappe» (misura terriera al plur.) [da confrontare coi lat. mappa, nappa «salvietta, tovagliolo, fazzoletto, drappo», lat. napurae «fiocchi per adornare i maiali da sacrificare» (huth naper lescan «quattro napure o mappe in larghezza»)]; mamer probabilmente «cessioni, donazioni», plur. di mama; śacnicleri cilϑl śpureri meϑlumeric enaś «ai sacrifici di culto per le città e le federazioni nostre».
Pagina 10. Non è vero che non si possano spiegare in altro modo le alternanze ci avil «tre anni», ci clenar «tre figli», ci zusle «tre offerte», ci huśur «tre ragazzi». Si possono spiegare facilmente dicendo che la “declinazione di gruppo” coi numerali non era obbligatoria; e se ne capisce la ragione: il plurale era già indicato chiaramente proprio dal numerale.
Pagina 12. Iscrizione ET, Cr 5.2 – 4: Laris Avle Larisal clenar / sval cn suϑi ceriχunce | apac atic / saniśva ϑui cesu | Clavtieϑurasi, che io traduco «Laris (e) Aulo figli di Laris da vivi questo sepolcro avevano costruito; i genitori, e il padre e la madre, (sono) qui deposti - Per la famiglia Claudia». Invece il Facchetti ha tradotto la seconda parte in questo modo: «le paterne (e) le materne <ossa> qui giacciono – nel (sepolcro) dei Claudii». Senonché apac atic, non sono affatto aggettivi, tanto meno al plurale, ma sono sostantivi con la copulativa enclitica -c e significano «e padre e madre» (in polisindeto). D'altronde anche lui esprime dubbi che saniśva significhi <ossa>, mentre significa di certo «genitori», essendo il plurale di sanś(-l) «(del) genitore». Inoltre cesu è sicuramente un participio passato e non un indicativo presente plurale. Clavtieϑurasi è un dativo sigmatico di comodo oppure di appartenenza e nient'affatto un locativo.
Il Facchetti cita di continuo l'etruscologo Luciano Agostiniani, che evidentemente considera il suo "Maestro" e del quale accetta tutte le tesi ad occhi chiusi, compresa la strana interpretazione e traduzione della formula mlaχ mlakas «buono per cosa buona, «cosa buona per un buono» (I opera pg. 144; II pg. 73). Su questa formula invece esiste ormai da tempo una consolidata comunis opinio (ad esempio di A. Trombetti, C. Battisti, M. Runes, K. Olzscha, F. Slotty, M. Pallottino), secondo cui essa in realtà è una "formula di offerta". Il Pallottino negli «Studi Etruschi» (1931, 1996) ha scritto ripetutamente e testualmente: «Il concetto di donazione ex voto (MLAX) nell'ambito funerario è ormai acquisito con certezza». In effetti la formula propriamente significa «sciogliendo un voto» e già il valente etruscologo A. J. Pfiffig l'aveva confrontata con quelle lat. donum donans, votum vovens, votum solvens (con l'accusativo dell'oggetto interno come nella formula etrusca). Da parte mia quindici anni fa ero intervenuto con uno scritto per dimostrare che questo significato si adatta alla perfezione in tutti i numerosi casi in cui compare la formula, intera o a membri disgiunti, mentre il significato di «buono per cosa buona» si adatta soltanto in pochi casi, invece non si adatta per nulla in numerosi altri (M. Pittau, Tabula Cortonensis – Lamine di Pirgi e altri testi etruschi tradotti e commentati, Sassari 2000, capo 8).
Anche il Facchetti ha abboccato appieno alla “favola” di quello che sarebbe un caso morfologico nuovo della lingua etrusca, chiamato dal suo inventore “pertinentivo”. Ma si tratta di un caso morfologico per il quale costui ha presentato rarissimi e incertissimi esempi, dispersi ampiamente nel tempo e nello spazio e soprattutto non caratterizzati da morfemi chiari e distinti. Con la sua nuova trovata l'inventore da una parte ha voluto attribuire al “pertinentivo” complementi morfosintattici che si inquadravano alla perfezione già nell'ablativo, dall'altra ha voluto eliminare del tutto il caso dativo. Questo invece esiste realmente, caratterizzato dai morfemi -i come dativo asigmatico e -si come dativo sigmatico: dativo asigmatico: Aritimi (Aritim-i) «a/per Artemide», śpureri (śpur-er-i) «alle/per le città»; dativo sigmatico Avilesi (Avile-si) «a/da/per Aulo»; apasi (apa-si) «al/del padre» (in dativo di appartenenza); Atranesi (Atrane-si) «(fabbricato) da Atrano» (in dativo di agente); asigmatico e sigmatico: Aχlei Truiesi (Aχle-i Truie-si) «a/per Achille Troiano» (il Facchetti invece ha tradotto «nell'Achille di Troia»!).
Ne è derivata tutta una grande confusione, quella che risulta documentata anche dallo schema della “declinazione etrusca” presentata dal Facchetti nelle pagine 11-12 e spiegata nelle seguenti: non se ne capisce nulla!
Esempi: a pagina 13 il Facchetti scrive di aver individuato per la prima volta la costruzione del "doppio locativo", col possibile significato di "tra ... e ...". A pagina 15 egli scrive: «Il pertinentivo è, in realtà, un esempio del carattere agglutinante dell'etrusco: si tratta, morfologicamente parlando, del "locativo del genitivo"! Ma di grazia – chiedo io - cosa significano mai "doppio locativo" e "locativo del genitivo"? Queste due non sono altro che frasi prive di senso!
Più avanti egli scrive: «Etr. Avile-s-i significa letteralmente "in (quello) di Avile", "nell(àmbito) di Avile"; dunque una frase come mi mulu Avilesi ("io (sono) donato nell'(àmbito) di Avile" va disambiguata dal contesto linguistico e materiale. Perché Avilesi può indicare, per esempio, sia il donante che il donatario». Ma – obietto io – come è pensabile che gli Etruschi parlassero in codesto modo del tutto ambiguo? Forse che essi non facevano altro che esprimersi con frasi sibilline, cioè aventi più significati anche contrastanti? In realtà quella che certamente era una ambiguità propriamente linguistica, sul piano del contesto “fattuale” o linguistico-pragmatico era invece del tutto chiara: si vedeva o si sapeva dai fatti se Avile era il donatore oppure il donatario dell'oggetto donato.
Anche il Facchetti cade nell'errore di enfatizzare troppo il fenomeno della agglutinazione esistente nella lingua etrusca, dato che fenomeni di agglutinazione, anche se sporadici, si constatano pure in molte altre lingue, ad esempio pure nell'italiano: andiamocene! (and-iamo-ce-ne!); vàttene! (va-tte-ne!), diciamocelo! (dic-iamo-ce-lo!), diteglielo! (di-te-glie-lo!); infischiandocene (infischia-ndo-ce-ne); prendendocele (prende-ndo-ce-le).
In ogni modo Avilesi non è affatto un esempio di agglutinazione, ma è solamente un prenome in dativo sigmatico, Avile-si, da intendersi o come dativo di attribuzione «a/per Aulo» oppure come dativo d'agente «da Aulo».
Dietro il fenomeno enfatizzato dell'agglutinazione, esistente – in forma assai ridotta – pure nella lingua etrusca, i suoi fanatici – compreso il Facchetti - procedono a dividere e separare i lessemi come se fossero altrettanti salamini da affettare, con risultati finali non solo privi di valore scientifico, ma francamente umoristici. E sorvolo sul larghissimo uso che il Facchetti fa dell'asterisco per indicare fatti linguistici ipotizzati ma non documentati: così procedendo egli fonda le sue argomentazioni su ipotesi di ipotesi di ipotesi...
Potrei continuare a lungo, ma preferisco chiudere con una considerazione generale, che però non rivolgo solamente al Facchetti: si deve evitare con grande cura di cadere nell'errore di ritenere che il materiale documentario della lingua etrusca conservatoci abbia il carattere e il pregio della piena e assoluta esattezza e genuinità, errore madornale per cui si ritiene di poter procedere alla analisi totale e minuta del corpus etrusco con tutta sicurezza, come se si trattasse delle formule numeriche che risultano, ad esempio, nelle tavole della trigonometria o dei logaritmi. E invece non è affatto così: il corpus linguistico etrusco oscilla nell'ampio ambito di ben otto secoli, nell'ambito di uno spazio immenso, che va da Pontecagnano a Capua, a Caere, Chiusi, Cortona, Bologna sino a Spina, Adria e Feltre, da Piacenza a Genova, a Marsiglia, in Corsica, in Sardegna e perfino a Cartagine. Inoltre è del tutto certo che esso è stato scritto da numerosissimi scribi, alcuni certamente forniti di sufficiente capacità di linguaggio e di cultura, altri invece dotati di scarse conoscenze di lingua e di ortografia, tanto che non poche iscrizioni mostrano evidenti segni di errori di lingua e di scrittura. Infine è un fatto, un fatto ovviamente deprecato, che moltissime iscrizioni etrusche hanno subìto, per l'ingiuria del tempo e degli eventi, numerosi e gravi danni che ne hanno pregiudicato gravemente e per sempre la lettura, la traduzione e la semplice interpretazione. Si deve infine evitare con cura di trarre conclusioni morfologiche e semantiche dai numerosi vocaboli documentati una sola volta che incontriamo nel corpus (gli hapax legómena), perché anche questi possono essere il frutto di errori di scrittura e di lingua.

Per tutte queste ragioni negative, singole o collettive, le analisi minutissime e puntuali che troppi cultori della lingua etrusca fanno nei loro scritti sono del tutto aleatorie e spesso del tutto campate in aria. Questa mia considerazione generale non costituisce affatto il suono della campana a morte per lo studio della lingua etrusca, ma costituisce solamente un invito ad essere molto più prudenti nelle nostre analisi, intepretazioni e traduzioni.

mercoledì 29 ottobre 2014

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Seui - Su Prugadoriu. Archeologia Sperimentale. Bronzetti

Su Prugadoriu 2014 - Seui
di Pierluigi Montalbano

Sono lieto di comunicare che Sabato 1 Novembre, alle ore 18.30 circa, a Seui in occasione della "fusione del bronzo" a cura dell'Associazione "Sulle tracce di Dan", sarò relatore sul tema: "I processi di fusione del bronzo nel Mediterraneo antico". 
Parlerò della ricerca dei metalli, del trasporto in Sardegna dello stagno, dei maestri fonditori e dei bronzetti. 
Un ringraziamento agli organizzatori e un augurio di buon divertimento a tutti i partecipanti.
I maestri fonditori prepareranno con il metodo della cera persa il capo tribù di Serri, un bronzetto che misura quasi 30 cm, un pugnale e uno spadino, uguale a quelli portati sullo scudo dal guerriero di Padria.
Saranno predisposti 2 crogioli in un bel forno che certamente illuminerà la notte con la magia del fuoco.

martedì 28 ottobre 2014

La prima Età del Ferro nel Sulcis, di Paolo Bernardini

Testando i paesaggi del Ferro: il caso sulcitano
di Paolo Bernardini




La vasta concentrazione di insediamenti che distingue il territorio sulcitano nel Bronzo è il necessario palcoscenico sul quale introdurre un nuovo protagonista: il paesaggio della successiva Età del Ferro nella regione del Sulcis. Per quanto i processi interni di organizzazione del territorio e di gerarchizzazione degli insediamenti siano ancora privi di approfondimenti di tipo cronologico e diacronico, la distribuzione del popolamento, preso nel suo aspetto generale, indica immediatamente un fervido dinamismo e un sofisticato livello di appropriazione e di gestione del territorio e delle sue risorse da parte di quelle comunità di cultura nuragica che vivono, secondo la felice espressione di Giovanni Lilliu, nella «bella età dei nuraghi». Il medesimo studioso, dopo aver presentato, in un dettagliato studio del 1995, i quadri nuragici del Sulcis nel Bronzo, si scusava con i lettori per non aver potuto dare conto con altrettanta dovizia di dati della successiva Età del Ferro, per la quale venivano indicate linee estremamente generali di sviluppo culturale in linea con il divenire di quella “età delle aristocrazie” propugnata altrove dallo stesso autore. Oggi la situazione non è cambiata di molto; la comprensione dei quadri culturali e organizzativi dell’età nuragica è stata limitata in modo notevole dal prevalente orientamento della ricerca sui contesti di cultura fenicia e punica del territorio sulcitano, in qualche modo sollecitata dalla presenza in questa regione di importanti giacimenti legati alla problematica dell’irradiazione fenicia e del successivo dominio cartaginese. Vi è, in realtà, alla base della settorializzazione delle indagini e della prevalenza di una “specializzazione” sull’altra, una metodologia discutibile di impostazione della ricerca, la quale, fino a tempi recenti, ha avuto poco interesse, sia sul versante degli studi fenicio-punici che di quelli preistorici e protostorici, a indagare i punti sensibili dell’interrelazione e dell’osmosi tra culture ed etnie diverse e che ha frantumato in spesso aridi specialismi un fenomeno storico complesso e variegato, originato dall’incontro e dal confronto di tradizioni, esperienze e attitudini diversificate, ma tutte protagoniste nel forgiare il peculiare processo storico dell’isola. Se gli studi più recenti di preistoria e protostoria valorizzano per la Sardegna in generale e conseguentemente, nella fattispecie, per la regione del Sulcis il dato della forte riduzione delle strutture di insediamento tra la fine del Bronzo e l’avvio del Ferro, spesso letto e interpretato come testimonianza forte di tracollo culturale e di progressiva estinzione della vitalità e della specificità della civiltà nuragica, ciò non significa prefigurare gli scenari dell’Età del Ferro come paesaggi in corso di progressiva desertificazione culturale. Molti siti, in realtà, come la ricerca ha modo di documentare in modo sempre più ampio attraverso le attività di prospezione territoriale, continuano la loro vita e i nuraghi, che vengano o meno costruiti, restaurati o modificati nel loro uso, persistono nel segnare con forza il paesaggio e la percezione di esso come collante culturale e ideologico del territorio. Non si tratta, beninteso, delle isolate e romantiche torri che segnano il nostro presente e, purtroppo, anche e troppo spesso la nostra rappresentazione del passato, ma di architetture ben inserite in un tessuto di popolamento vivo e pulsante tra il Bronzo e il Ferro. Eppure, in una sorta di recupero moderno di vecchi miti, l’isola che si affaccia alla nuova Età del Ferro somiglia sempre di più a quella terra arida e spopolata abitata da grandi uccelli che Aristeo dovrà recuperare alla fertilità e alla produttività umane; soltanto che, in questo caso, il ruolo dell’eroe greco è interpretato dai Fenici, i quali fondano le loro comunità sulle coste di una terra che somiglia in modo sempre più preoccupante a un fondale vuoto di uomini e di culture.

Ma i Phoinikes non conoscono quest’isola vuota di popoli, più vicina alla descrizione di Pausania che alla ricostruzione storica; approdano viceversa in regioni saldamente interrelate con i traffici che uniscono, attraverso il Mediterraneo, il Vicino Oriente e l’Estremo Occidente fin dai tempi del Bronzo Maturo e Finale; in luoghi nei quali non abitano fantasmi, ma comunità ben vive che controllano e gestiscono risorse importanti per il commercio fenicio e di cui le indagini recenti rivelano l’esistenza nella regione oggetto della nostra ricerca: che siano gli indigeni che popolano le aree del nuraghe Meurras e del nuraghe Tzirimagus di Tratalias, quelli che vivono presso il nuraghe Sirai di Carbonia o presso la torre del Castello o nei vasti spazi di Grutti Acqua a Sant’Antioco. Su questi luoghi, dove precoce è la circolazione di ceramica di tradizione micenea e di bronzistica figurata vicino-orientale, i Fenici si affacciano attirati dalle interessanti risorse minerarie disponibili nel Sulcis settentrionale e nell’Iglesiente; la grotta-santuario di Su Benatzu, in territorio di Santadi, documenta in modo evidente questi orizzonti di contatto tra la fine del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro attraverso una serie di materiali che, per quanto scarni superstiti di un saccheggio prolungato del giacimento archeologico al momento della scoperta, ancora riescono a dar conto della temperie culturale di questi tempi di transizione e mutamento. La frequentazione degli spazi sacri della grotta ha lasciato, tra il X e il IX a.C., un supporto tripode in bronzo di tradizione cipriota elaborato in una bottega indigena che ha arricchito il manufatto di originali pendenti a ghianda e di una teoria di teste taurine; in momenti del IX e dell’VIII a.C. nella grotta vengono deposte ceramiche locali decorate con motivi a cerchielli, come la lucerna a foglia, una navicella in bronzo e un diadema aureo, i cui motivi decorativi ricordano gli splendidi athyrmata che i Fenici esponevano nei porti dell’Egeo. La fibula a doble resorte, quanto resta di dediche di vesti alla divinità, individua con immediatezza il rapporto dell’area atlantica con l’isola, il cui potenziamento si deve all’iniziativa dei Phoinikes; oggetti analoghi si ritrovano a Pitecusa e a Bitia, in questo secondo sito eseguite in ferro bagnato in argento, ornamenti di “uomini in armi” che esibiscono le loro panoplie, tra le quali i caratteristici stiletti da lancio indigeni, vasi da vino etruschi, unguentari greci e di tradizione greca. La scarna bronzistica figurata della regione sulcitana che possiamo ricondurre alle fasi del Ferro fa intravedere sia la vivacità culturale delle botteghe locali, in cui si radicano e fermentano stimoli, suggestioni e mode orientali, sia gli orientamenti ideologici di una committenza che va assumendo connotati di progressiva emergenza e distinzione attraverso la combinazione originale di cifre di tradizione autoctona e di modelli allogeni. I quadri sociali di riferimento, ancora troppo tenui e frammentari, impediscono di definire questi “signori di bronzo” come aristocratici, ma essi, con l’esibizione delle proprie armi e armature o della propria abilità negli athla, appartengono all’itinerario che disegna le nuove società dominanti nell’Età del Ferro nell’area mediterranea e atlantica. Il guerriero che impugna con la sinistra lo scudo con gli spadini applicati e stringe nella destra la spada, oggi non conservata, indossa un’elaborata armatura completa di elmetto cornuto e reca sul dorso, assicurata a due anelli di sospensione, l’asta (o una lancia) con l’insegna familiare o di clan, oggi scomparsa; si tratta plausibilmente non di una veste cerimoniale, da parata, ma della reale panoplia di un uomo che celebra socialmente il proprio protagonismo “gentilizio”. Un secondo personaggio, con il capo coperto da un elmetto crestato, è infagottato in una curiosa corazza borchiata che ricorda i grembiali catafratti degli arcieri di Sardara, per i quali già Lilliu richiamava generiche mode orientalizzanti; i guerrieri sono accomunati anche dagli ornamenti (o protezioni) ad anello che serrano il collo. Questi personaggi hanno, a mio parere, un possibile riferimento “archeologico” nei contesti funebri della necropoli fenicia di Bitia, della fine del VII a.C.: qui i defunti abbinano alle armi in ferro di tipo “interna- zionale” (spade, lance, pugnali) e agli stiletti da lancio e ai pugnali nuragici in tecnica bimetallica (bronzo e ferro) sontuosi ornamenti in metallo: bracciali in argento, fibule e cavigliere in ferro bagnato in argento, anelli in argento con scarabeo inserito nel castone o con cartiglio di tradizione “faraonica”. Sono gli uomini emergenti di quella società sardo-fenicia in formazione, di quelle comunità prodotte da forti processi di interrelazione e commistione culturale che disegnano orizzonti “meticci” di grande vitalità e impulso culturali. L’uomo che usa l’arco tenendosi in piedi sul dorso di un animale, verosimilmente un cavallo, ha una lunga serie di modelli e riferimenti orientali, tra i quali di particolare interesse sono gli esemplari di coroplastica cipriota e fenicia tra Bronzo e successivo Ferro, che presentano l’associazione uomo-cavallo in contesti di tipo agonico; l’arciere saldamente assicurato all’animale per mezzo delle briglie che circondano il bacino e salgono intorno alle spalle dell’atleta. I cavalli dovettero essere certamente rari e preziosi nella Prima Età del Ferro, quindi socialmente e ideologicamente rilevanti per chi li possedeva; se fino a oggi nessuna attestazione del cavallo è stata ritrovata dagli osteologi negli insediamenti fenici, l’animale appare in un contesto indigeno, il santuario di Siligo. Il santuario di Fluminimaggiore, immerso nella verdeggiante vallata di Antas, è lo specchio delle pulsioni della società indigena tra il IX e l’VIII a.C.; all’area sacra fa riferimento, secondo una tipologia e un modello distributivo meglio noti nel celebre santuario di Monte Prama in territorio di Cabras, una serie di tombe individuali a inumazione del tipo a pozzetto, una delle quali ha restituito una figurina di divinità ignuda che impugna la lancia, di sicura influenza egeo-orientale. È il dio padre, babay, che sarà successivamente ripreso dal punico Sid e dal romano Sardus Pater; ma, in questi versanti cronologici, è il dio cacciatore cui sono dedicati, entro fossette rituali, faretrine, fasci di spiedi, figurine di cinghiale e parti e porzioni di animali; un altro bronzo figurato, la cui associazione con la necropoli è soltanto probabile, esibisce, accanto al gesto orientale della preghiera nella mano aperta, il pugnale appeso al petto, probabile segno di status sociale o di identificazione con un gruppo particolare entro la comunità di appartenenza. L’apparizione di tombe singole di cultura indigena, ancora pochissimo rappresentate nell’isola, ma non per questo da considerare, come abbiamo visto, rare o eccezionali, si accompagna, nei casi noti, a espressioni artigianali e culturali di estremo rilievo, come bronzi figurati, arredi di particolare sontuosità la statuaria monumentale, elementi tutti nei quali i fermenti orientali sono ben presenti e profondamente operanti; ma ad Antas vi sono anche uomini che si incontrano con la forza dirompente della scrittura e che cercano di carpirla nella sua essenza magica e nel suo valore sociale; è il caso dello spillone indigeno in bronzo, già ricordato, che conserva una corta iscrizione incisa in lettere fenicie, indicazione forse del nome del dedicante o del possessore. I paesaggi che abbiamo evocato, quelli straordinari di Monte Prama e di Sant’Imbenia o il santuario della valle di Antas, sono paesaggi nei quali sono all’opera potenti strumenti di dialogo e di confronto, sono, in definitiva, paesaggi di potere, in cui si forgia la nuova fisionomia dell’Età del Ferro; ma dobbiamo evocare uno scenario analogo, purtroppo soltanto intuibile, di nuovo nella regione sulcitana, nel sito di Crabonaxia (San Giovanni Suergiu), dove, forse in connessione con una necropoli, appare di nuovo la statuaria monumentale. Qui una ricognizione di superficie ha recuperato, tra le pietre ammucchiate dal dissodamento dei campi, una straordinaria testa umana in pietra arenaria, sormontata da un alto e ricurvo copricapo a lebbadè, ornato da zanne di animale; i tratti del volto, rovinatissimi, conservano ancora un occhio reso con lo stilema del doppio cerchiello e il mento fortemente appuntito; altri frammenti sembrano appartenere a un torso umano, solcato da una bandoliera, mentre più chiara è l’immagine di una palmetta, scolpita a rilievo e parzialmente dipinta in rosso. Anche nel panorama tradizionale delle tombe megalitiche, dette “di giganti”, emergono elementi di novità l’architrave di un sepolcro di questo tipo nel sito di Cramina Lana (San Giovanni Suergiu) conserva una rozza e corsiva figurazione che è forse interpretabile come una scena funeraria, una próthesis: vi appare un carro, una figura umana con le braccia tese e allargate, un’altra figura associata a un cavallo; dal medesimo territorio è nota un’altra lastra simile, con carro e figura con le braccia in alto. I motivi decorativi a triangoli che individuano il carro tornano in una serie di manufatti tipici dell’Età del Ferro, che siano le fiancate di alcune navicelle in bronzo, numerose ceramiche, i modelli di nuraghe o le pintaderas; la figura umana richiama strettamente iconografie orientali, come quelle documentate nel santuario di Santa Cristina a Paulilatino e, soprattutto, la straordinaria figura seduta (in trono?) che leva le braccia in alto dal territorio di Furtei, esposta nel Museo archeologico nazionale di Cagliari. L’associazione dell’altra figura umana con il cavallo richiama di nuovo un possibile contesto di giochi funebri, associati al funerale, secondo modelli già suggeriti per la celebre figura di atleta pugilatore della tomba di Cavalupo di Vulci, datata entro la seconda metà del IX a.C., e forse presenti in alcune iconografie di Monte Prama a Cabras. La società vivace e variopinta che stiamo tentando di evocare in queste pagine, per quanto disperatamente smembrata dal suo tessuto connettivo originario, assomiglia davvero molto poco a una società di “fantasmi”.
L’Età del Ferro è anche, nel divenire del fenomeno storico degli stanziamenti fenici e greci sulle coste mediterranee, il periodo di formazione dei nuovi centri urbani, la genesi della città in questo lungo e articolato processo, gli autoctoni dell’Occidente non sono il topo di campagna davanti al topo di città della famosa fiaba che spesso è divenuta materia di ricostruzione storica. Dobbiamo, per prima cosa, interrogarci su cosa intendiamo, in queste fasi storiche, con il nome “città”; sul tipo o modello di insediamento che nasce attraverso un fenomeno forte e costante di interrelazione che unisce comunità indigene e naviganti provenienti dall’Egeo e dall’Oriente e che modifica entrambi, con pari profondità. Non nasce ora la città che culturalmente, figli dell’era moderna e del colonialismo, siamo portati a riconoscere anche dove non c’è; si formano, viceversa, insediamenti fluidi e flessibili, che continuamente si aprono e si modificano, si riformano e si rigenerano tra precarietà e continuità come le terre che lottano con le maree a Gadir o a Lixus. Sono gli insediamenti aperti del Mediterraneo in perenne movimento, che vivono prima del karum e della polis, che nascono, a volte, dalle loro radici e dalle loro esperienze; la città organizzata e gerarchicamente ordinata e frazionata, la città chiusa e circoscritta sarà in Sardegna, e in tempi diversi e successivi, quella cartaginese. I primi secoli del Ferro (IX e VIII a.C.) sono i tempi dell’insediamento dei saperi condivisi, delle comunità miste che organizzano paesaggi del potere e della conoscenza, di indigeni che incrociano e fondono le loro tradizioni e le loro esperienze con genti altre, che si apprestano ad abitare lontano da casa; questo è il significato vero del termine greco apoikía, che non significa “colonia”, così come interrelazione e osmosi non sono colonizzazione. Nella regione sulcitana Sulky è uno degli insediamenti di cui stiamo parlando, il principale del territorio, fondazione fenicia degli anni 770-750 a.C.; l’abbondante seriazione delle ceramiche fenicie e le associazione con vasi euboici e pitecusani di fase tardo-geometrica e corinzi del protocorinzio antico non lascia dubbi al riguardo. La componente materiale di tradizione autoctona è poco attestata nei livelli dell’insediamento fenicio dell’area dell’Ospizio, anche considerando la circolazione di macine indigene; ma i dati dell’abitato vanno riconsiderati e riletti in parallelo con le indicazioni che provengono dal santuario tofet dell’insediamento, che forniscono elementi più organici e continui sotto questo punto di vista. Il tofet è in realtà il santuario dove si mescolano le etnie, dove circolano, accanto ai vasi fenici, urne di tradizione indigena e altri oggetti, come la mazza in basalto o le punte in ossidiana, che testimoniano dei riti e della pietas di famiglie etnicamente composite; nel santuario, fondato in parallelo alla nascita dell’insediamento e dedicato alla conservazione e alla sopravvivenza della comunità l’elemento indigeno assume, come è ovvio, spessore e rilevanza e una più ampia visibilità archeologica. Ma il fenomeno delle comunità allargate, la rete dell’interrelazione e dell’osmosi, si diffondono in tutta la regione; nella necropoli di Monte Sirai un adolescente è sepolto in un grande vaso che si ritiene, inesplicabilmente, di una cultura preistorica (Monteclaro) scavata e musealizzata ante litteram dai Fenici e non invece, come pare ovvio, oggetto semplice e funzionale della coeva produzione indigena; ceramiche indigene e fenicie si trovano fianco a fianco negli strati d’uso dell’abitato che circonda le maestose torri del nuraghe Sirai; un’enclave fenicia vive a Tsirimagus, all’ombra delle torri e delle cortine di un altro imponente nuraghe; un’altra si organizza ai piedi del nuraghe di Tratalias. È il tempo in cui ceramiche nuragiche si diffondono nel Mediterraneo e nell’Atlantico e in cui le comunità autoctone della Sardegna diventano protagoniste attive della nuova rete mercantile che Fenici e Greci stendono su questi mari. Tutto questo potrebbe definirsi “meticciato”, secondo quanto suggerisce Alfonso Stiglitz ; tutto questo, a mio parere, appartiene alla realtà composita e articolata del processo storico, a un mondo in divenire, a una realtà in cambiamento: changing in progress. Gli indigeni fantasmi che popolerebbero la Sardegna dell’Età del Ferro sono il frutto dell’ideologia moderna; la bella età dei nuraghi dell’Età del Bronzo fu davvero bella, anzi bellissima, ma anche destinata a vivere e a trasformarsi nella nuova dimensione degli anni del Ferro, a comporsi in nuovi fenomeni di cultura e di costume nella cornice di quel mare dinamico e in perenne movimento, strada di incontri, che è il Mediterraneo antico. In una Sardegna dell’Età del Ferro, dove scenari possibili e probabili nascono da necropoli impossibili, si estinguerà finalmente una consuetudine antica: quell’abitudine a dare cronologie incomprensibili e inutili, che collocano in un limbo nebbioso e opaco processi storici precisi e di grande spessore; non vi saranno più nell’isola luoghi e giacimenti legati a tempi senza tempo: quelli collocati, o meglio sospesi, nel “Bronzo Finale-Prima Età del Ferro”.

Fonte: Tharros/Felix 4

Nelle immagini:
Lo spillone con segni di scrittura pubblicato da Bernardini su Tharros/Felix

lunedì 27 ottobre 2014

Mummie, mummificazione e imbalsamazione

Mummie, mummificazione e imbalsamazione
di Samantha Lombardi

L’imbalsamazione, del cui impiego si perde il ricordo nei secoli, era un tempo ottenuta soprattutto con l’uso di sostanze balsamiche, da cui il nome.
Durante l’evolversi della storia dell’uomo, presso varie culture, si è fatto ricorso, in modo più o meno ampio, a tecniche di mummificazione che potremo definire “mummificazione artificiale”.
Sappiamo che la mummificazione esisteva in Assiria, in Media e in Persia. In Babilonia i rituali funerari erano molto simili a quelli usati in Egitto, mentre i Persiani avrebbero appreso dagli stessi Babilonesi l’uso di spalmare di cera il corpo imbalsamato degli imperatori. La tradizione di imbalsamare il corpo dei morti esisteva anche presso gli Sciti (tribù che vivevano nella Siberia meridionale), anche se mummie scite non sono mai state ritrovate.
Ma il paese “per eccellenza” dove veniva praticata l’imbalsamazione era l’Egitto. In precedenza i morti venivano semplicemente deposti direttamente sotto la sabbia, avvolti con stuoie o custoditi dentro casse di legno rosso, qui l’aridità dell’ambiente provocava una rapida disidratazione del corpo preservandolo da ulteriori decomposizioni. La più antica mummia egizia, conservata al British Museum di Londra, risalente, più o meno, al XXXIV secolo a.C. è proprio quella appartenente ad un cadavere sepolto nella sabbia del deserto e che si è conservata grazie alle condizioni ambientali.
Già nella I dinastia (3150-2925 a. C.), anche se è solo teoricamente attestata l’imbalsamazione, è comunque indubbio lo sviluppo delle tecniche usate per preservare l’integrità fisica e spirituale del corpo, poiché preservandolo dalla putrefazione, gli Egizi, volevano consentire all’anima del defunto di raggiungere il mondo sotterraneo per trascorrervi una seconda vita.
I rituali e le prime rudimentali tecniche di imbalsamazione compaiono solo nel corso dell’Antico Regno (2778-2220 a. C.), alla fine della III dinastia (2700-2625) i morti venivano semplicemente avvolti in bende impregnate di resina. In realtà i riti osiriaci della mummificazione non fanno che utilizzare una credenza molto più antica, infatti ci sono tracce di bitume perfino su qualche morto preistorico. La tecnica di imbalsamazione non era però ancora tanto evoluta da permettere una lunga conservazione dei corpi, tanto che sotto le fasciature, di alcune mummie rinvenute, sono rimaste soltanto ossa e brandelli di pelle, che si sono disintegrate al primo contatto con l’aria. E’ solo a partire dalla IV dinastia (2625-2510 a. C.) che si iniziò ad asportare i visceri quali: intestino, polmoni, fegato e stomaco che venivano collocati dentro i vasi canopi, pratica che a partire dal Nuovo Regno (1552-1069 a. C.) divenne abituale.
Nel Medio Regno (2160-1785) furono adottate tecniche più complesse delle quali usufruirono dapprima esclusivamente i faraoni e poi le persone più agiate. Fu però sotto la XXI dinastia (1069-945 a. C.) che i processi di mummificazione raggiunsero la perfezione grazie all’arrivo di prodotti asiatici e durò fino ai tempi cristiani, infatti, la stessa pratica, era presente anche presso i monaci copti sia pure in maniera diversa. Dopo la caduta del Regno Faraonico

domenica 26 ottobre 2014

Autonomia speciale e Lingua Sarda di Massimo Pittau

Autonomia speciale e Lingua Sarda
di Massimo Pittau

Tutte le volte che incontro l'amico Diego Corraine provo un senso di malinconia e pure di mortificazione: perché corro con la memoria agli anni Settanta, quando fondammo la «Sotziedade pro sa Limba Sarda», io presidente e lui segretario, e in questa veste organizzammo incontri e manifestazioni in tutta la Sardegna per la salvaguardia e il recupero della lingua sarda. Dopo però ci separammo e la Sotziedade scomparve, quando lui credette di proporre per la Sardegna una “lingua unificata”, creata a tavolino e scritta alla maniera della lingua spagnola, mentre io non ci credetti per nulla. Sta però di fatto che il suo tentativo fallì per due volte per l'ostilità dei Sardi, soprattutto dei Campidanesi - che sono i parlanti più numerosi - quando si accorsero che avrebbero dovuto adoperare una “lingua unificata”, che era una forma di logudorese annacquato. E da allora abbiamo continuato ad assistere alla dissardizzazione linguistica dei Sardi, effettuato in forma massiccia dalla scuola, dai mass media, dalle canzonette, dallo sport, ecc.
E malinconia unita a mortificazione mi è venuta quando qualche giorno fa Diego ha pubblicato un articolo, del quale condivido quasi tutte le considerazioni: che la lingua costituisce il fattore primo e principale di ogni etnia; che la Regione Sarda non si è impegnata al fine di applicare e far applicare realmente una legge regionale e una statale, che pure sono state promulgate, in difesa del sardo e delle altre lingue di minoranza; che una politica in difesa della lingua sarda, mandata avanti con chiarezza e con impegno avrebbe anche le sue ricadute positive di carattere occupazionale a favore dei giovani sardi, ecc.
Eppure, come ho detto e scritto altre volte, ci sarebbe un mezzo del tutto facile e molto efficare, il quale, adottato, consentirebbe non soltanto la salvaguardia della lingua sarda, ma pure il suo recupero nella scuola, nell'amministrazione, nella politica e nella cultura. Si tratterebbe di fare entrare nello Statuto della Regione Autonoma Sarda, un solo nuovo articolo, in perfetta analogia con quanto avviene per gli Statuti delle Regioni Autonome Valdostana e Altoatesina: nella Val d'Aosta e in Alto Adige nessuno può entrare e operare nella scuola e negli uffici pubblici se non conosce la lingua francese e quella tedesca rispettivamente. Ebbene, se noi Sardi vogliamo salvaguardare veramente la nostra lingua sarda, la nostra cultura e la nostra etnia, dovremmo chiedere e pretendere l'inserimento nello Statuto Regionale Sardo di questo nuovo unico articolo, con tre commi: «In Sardegna nessuno può insegnare e operare nelle scuole se non conosce e adopera la lingua sarda. A) Ogni insegnante ha l'obbligo di conoscere in maniera passiva e attiva una delle varietà dialettali della lingua sarda e conoscere in maniera passiva almeno un'altra varietà. B) Nell'elenco e nella scelta delle varietà dialettali da adoperare nelle scuole sono da includere, con uguali diritti e uguale dignità, anche quelle di ulteriore minoranza, cioè alloglotte: gallurese, sassarese, algherese e tabarchina. C)  L'uso della lingua sarda e/o delle varietà alloglotte, unitamente a quello della lingua italiana, deve avere anche un carattere strumentale, cioè deve valere anche nell'insegnamento di tutte le altre discipline scolastiche».
A questo punto prevedo un'obiezione: quale sarebbe la lingua sarda da adoperare nelle scuole? Per me la risposta è del tutto facile e semplice: la lingua sarda ha due varietà fondamentali, il logudorese e il campidanese, entrambe ormai formalizzate, entrambe intercomprensibili per tutti i Sardi, la prima adoperata nel Capo di Sopra, la seconda nel Capo di Sotto, entrambe ormai in possesso di un notevole patrimonio di letteratura in poesia e in prosa.  A questo proposito si deve pur sapere che ormai abbiamo sia nella varietà logudorese sia in quella campidanese, componimenti poetici di elevato valore letterario, spesso molto superiore a quello della poesiola “T'amo o pio bove” o alla lunga tiritera di “Davanti San Guido”.
 Però io escludo con decisione che come lingua sarda sia considerata quella che è stata inventata e denominata la “limba comuna”: secondo me - che sono il linguista che ha scritto più di tutti sulla lingua sarda - questa non è altro che un “grosso pasticcio messo su da grandi pasticcioni”, che la Regione ha avuto la sventatezza di adottare ufficialmente, mentre, esclusi gli inventori, nessun altro Sardo la adopera e nessun altro Sardo la vuole.
Un'ultima considerazione, ma non la meno importante: nell'insegnamento e nell'uso del sardo nelle scuole si dovrebbero distinguere bene due momenti, l'”orale” e lo “scritto”: ebbene rispetto all'orale nelle scuole si dovrebbe insegnare e adoperare il “suddialetto locale”, anche quello del più piccolo villaggio dell'Isola: a Cagliari si dovrebbe insegnare su casteddaju, a Villaputzu su sarrabbesu, a Lanusei su lanuseinu, a Nùoro su nugoresu, a Ollolai su ollollaesu, a Ozieri su ottieresu e via dicendo. Con questo procedimento si otterrebbe il grande risultato di coinvolgere nell'operazione della salvaguardia e del recupero della lingua sarda anche la generazione dei vecchi, i quali sarebbero assai contenti di poter insegnare ai loro nipotini il suddialetto del loro sito natale. Invece nel momento dello scritto gli insegnanti dovrebbero richiedere dagli alunni l'uso del logudorese comune nel Capo di Sopra e del campidanese comune nel Capo di Sotto. Nelle zone alloglotte, Carloforte, Alghero, Sassari, Castelsardo, Gallura si dovrebbero ovviamente insegnare le rispettive parlate.
Massimo Pittau, dell'Università di Sassari


sabato 25 ottobre 2014

Festa del Quotidiano on line di storia e archeologia, oggi a Cagliari

Una festa a Cagliari per brindare al milione di visite: oggi, sabato 25 Ottobre, dalle ore 18.


A tre anni dalla pubblicazione del primo articolo, il nostro quotidiano di storia e archeologia ha superato un milione di ingressi, e viaggia a una media di 1500  visite giornaliere. Sono numeri importanti che mi invitano a fornire un servizio di qualità. Tutto l'impegno che metto a disposizione dei lettori è, tuttavia, condizionato  da due problematiche: il tempo a disposizione e le competenze specifiche. Il ruolo che ho scelto nel settore culturale è quello della divulgazione e mi scontro quotidianamente con i due problemi che ho citato. Pur curando al meglio la scelta degli argomenti da proporre, non ho tempo sufficiente per filtrare selettivamente ogni frase degli articoli, pertanto possono esserci errori dovuti alla fretta. Per ciò che riguarda le competenze specifiche, essendo specializzato solo nella fase nuragica, devo spesso affidarmi alla "penna" di autori  preparati che nella disciplina di cui scrivono offrono garanzia di qualità. Parlo di professionisti del calibro di Paolo Bernardini, Massimo Pittau, Giovanni Ugas, Alfonso Stiglitz, Mauro Perra, Momo Zucca, Piero Bartoloni, Marco Rendeli e tanti altri che colgo l'occasione per ringraziare e invitare a continuare a scrivere su questo quotidiano di divulgazione.  Ho avuto l'onore di pubblicare articoli dei miei professori universitari, di coloro che mi hanno ispirato la strada che ho scelto di percorrere nel mondo culturale, primi fra tutti il compianto Roberto Coroneo e la professoressa Rossana Martorelli. Oggi vorrei ricordarli tutti,  e mi scuso con quelli che non ho citato.  L’indagine sul nostro passato ha portato alla luce anche argomenti di difficile lettura, ad esempio la cartografia nautica di Rolando Berretta e gli articoli tecnici scritti con un linguaggio accademico e destinati agli addetti ai lavori. Parlo di alcune tesi di laurea, di approfondimenti su scavi e stratigrafie e altri. Personalmente continuerò a scrivere di economia e traffici nel Mediterraneo antico, segmento storico/geografico che ho avuto la possibilità di studiare a fondo. 

Non ho mai pensato alla durata di vita di questo blog e ho sempre cercato di farlo coincidere con gli impegni lavorativi estranei al mondo della cultura. 
Questo pomeriggio vorrei avervi tutti vicini, in un momento delicato che segna il mio percorso lavorativo. Dopo dodici anni ho deciso di ritornare in quel mondo che mi ha formato professionalmente e alla passione che mi accompagna da quando, appena diciottenne, acquistai la prima auto mentre Niki Lauda trionfava nelle piste con il cavallino rampante, e Marku Alen e Hannu Mikkola sfrecciavano nei polverosi sentieri e nelle piste innevate del mondiale Rally. Inaugurerò un negozio a Cagliari per provare, nuovamente, alcune di quelle sensazioni che i nostri avi vivevano nel loro mercanteggiare. L'incontro fra i due attori dello scambio, venditore e compratore, è una danza che coinvolge l'emotività, l'intelligenza, l'abilità oratoria, la gestualità, la capacità di comprensione dei bisogni del compratore...insomma, un piccolo mondo racchiuso in una trattativa commerciale. 

Ringraziandovi ancora per aver scelto questo quotidiano per trascorrere qualche momento della giornata, questo pomeriggio, a partire dalle 18.00, sarò lieto di brindare con voi nei locali di Cagliari (Pirri) in Via Fratelli Bandiera 100. Per l’occasione sarà esposta, in anteprima, una mostra di fotografie intitolata “Indonesia, vite parallele”. Sarà presente l’autore che racconterà la sua esperienza a Giakarta. Sarà allestita anche una suggestiva mostra di pietre a forma di uccelli diurni che, secondo la proposta dell’autore, Salvatore Craba di Bono, erano dei veri e propri messaggeri verso le divinità. Erano gli Angeli dell'antichità.

Il link facebook dell'evento https://www.facebook.com/events/699412303467667/?ref_dashboard_filter=upcoming

venerdì 24 ottobre 2014

Trovata una Bibbia di 1400 anni fa in cui ci sarebbe scritto che Gesù non è stato crocifisso. Fake o realtà?

Trovata una Bibbia di 1400 anni fa in cui ci sarebbe scritto che Gesù non è stato crocifisso. Fake o realtà?


Con tutte le cautele del caso, e suggerendo che potrebbe trattarsi di una notizia costruita ad hoc da qualche organizzazione, o individuo, che vuole screditare il Vaticano, ho pensato di proporre questo breve articolo su un ritrovamento poco chiaro del Vangelo di Barnaba


Attualmente esposto nel Museo Etnografico di Ankara, il libro contiene il Vangelo di Barnaba, un discepolo di Cristo, il quale afferma che Gesù, non è stato crocifisso e non è il figlio di Dio, ma solo un profeta. Il libro, inoltre, apostrofa l’apostolo Paolo come un impostore. Il libro sostiene anche che Gesù ascese al cielo vivo, e che Giuda Iscariota fu crocifisso al suo posto. Un articolo del National Turk riporta che la Bibbia è stata sequestrata ad una banda di contrabbandieri durante un’operazione in un porto siriano. L’articolo afferma che la banda è stata accusata di contrabbando di antichità, scavi illegali e possesso di esplosivi. Il libro è valutato 40 milioni di lire turche, oltre 30.000 euro.
Secondo i rapporti, le autorità religiose di Teheran insistono sul fatto che il libro sia originale. È scritto con lettere d’oro in aramaico, la lingua di Gesù. Il testo mantiene una visione simile a quella dell’Islam, contraddicendo gli insegnamenti del Nuovo Testamento del cristianesimo. Gesù prevede anche la venuta del Profeta Maometto, che avrebbe fondato l’Islam 7 secoli dopo. Si ritiene che durante il Concilio di Nicea, la chiesa cattolica raccolse a mano i vangeli che formano la Bibbia come la conosciamo oggi, omettendo il Vangelo di Barnaba e altri a favore dei quattro vangeli canonici: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Vari testi biblici sono comparsi nel corso del tempo, compresi quelli del Mar Morto e i Vangeli Gnostici, ma questo libro in particolare sembra preoccupare il Vaticano che ha chiesto alle autorità turche di poterne esaminare il contenuto tramite una commissione di esperti nominati dal Vaticano stesso.


Fonte: http://gazzettinoweb.altervista.org/trovata-bibbia-1500-anni-in-ce-scritto-gesu-non-crocifisso/ 

giovedì 23 ottobre 2014

L’incontro tra i Fenici e gli indigeni nel golfo di Oristano, in Sardegna

L’incontro tra i Fenici e gli indigeni nel golfo di Oristano, in Sardegna
di Laura Napoli e Elisa Pompianu


Il presente intervento ha lo scopo di offrire un quadro aggiornato sulle modalità d’incontro sorte tra i Fenici e gli indigeni nell’attuale regione di Oristano, ubicata sul versante centro-occidentale della Sardegna. La scelta di focalizzare la nostra attenzione su una particolare area geografica dell’isola nasce dalla convinzione di una concreta specificità delle strategie insediative messe in atto dalla componente levantina in Occidente, fortemente influenzata dal contesto ambientale e dalle diverse comunità indigene con cui si dovette relazionare. Appare sempre più chiaro, infatti, come le forme di interrelazione e di integrazione sorte tra i Fenici e le civiltà autoctone presenti nel Mediterraneo antico dovettero seguire percorsi affatto lineari, bensì scanditi da processi microstorici distinti ed esclusivi anche all’interno di una stessa regione. Nello specifico, l’oristanese (fig. 1) si presenta particolarmente stimolante in quanto il progresso delle ricerche archeologiche ivi condotte, unitamente alla messa a punto di alcune cronologie su contesti già noti, permettono di effettuare una rilettura delle testimonianze materiali disponibili sull’argomento. L’evoluzione della civiltà nuragica nelle fasi finali dell’età del Bronzo appare una necessaria premessa per cogliere appieno le trasformazioni avvenute nella successiva Età del Ferro con il concretizzarsi della presenza levantina sull’isola. Dal punto di vista urbanistico, uno degli sviluppi più significativi è, a nostro avviso, la definitiva connotazione di alcuni spazi pubblici quali luoghi volti a raccordare la vita comunitaria e tutte le attività ad essa connesse. Le “capanne delle riunioni”, sorte all’interno di numerosi villaggi indigeni, riflettono la nascita e la definitiva affermazione di una società gerarchizzata il cui potere doveva risiedere nelle mani di una classe ristretta; i “templi a pozzo”, invece, sembrano divenire il punto d’incontro tra i differenti cantoni nuragici e l’epicentro dove più spesso si palesano i contatti con il mondo coloniale. Nel contempo le comunità nuragiche che popolavano la regione cominciano a realizzare un’accorta selezione delle sedi dei loro stanziamenti abbandonando i siti meno favorevoli ad un controllo del territorio e delle materie prime da esso offerte. Questo processo evolutivo trova il suo apice nel corso dell’età del Ferro e ha come naturale conseguenza una decisiva rarefazione delle testimonianze materiali riferibili alla cultura indigena sia all’interno della stessa regione di Oristano sia, più in generale, nell’intera isola di Sardegna. Contrariamente alla tendenza diffusa tra alcuni studiosi, tale situazione è a nostro avviso inquadrabile nell’ambito di una riorganizzazione territoriale funzionale a nuove esigenze piuttosto che a un presunto declino della civiltà nuragica.

mercoledì 22 ottobre 2014

Perché le Chiese più antiche sono orientate astronomicamente verso est?

Perché le Chiese più antiche sono orientate astronomicamente verso est?
di Pierluigi Montalbano




Prima del XII d.C. le Chiese erano edificate secondo i canoni costruttivi e soprattutto di orientamento, stabiliti già nelle Costituzioni Apostoliche redatte nei primi secoli del cristianesimo. Sin dagli albori del cristianesimo era diffusa la tradizione di orientare i templi o più in generale i luoghi di culto verso la direzione cardinale est (Versus Solem Orientem) in quanto per i cristiani la salvezza era collegata alla generica direzione cardinale orientale.Infatti Gesù aveva come simbolo il Sole (Sol justitiae, Sol invictus, Sol salutis) e la direzione est era simbolizzata dalla croce, simbolo della vittoria.Nel Medioevo le chiese erano generalmente progettate a forma di croce, generalmente latina, con l'abside orientato ad est. L'ingresso principale era quindi posizionato sul lato occidentale, in corrispondenza dei piedi della croce in modo che i fedeli entrati nell'edificio camminassero verso oriente simboleggiando l'ascesa di Cristo. La direzione orientale corrisponde a quel segmento di orizzonte locale in cui i corpi celesti sorgono analogamente, dal punto di vista simbolico, alla stella della nascita di Cristo, nota come "la stella dell'est". Le chiese dovevano assolvere agli aspetti puramente liturgici quindi le istruzioni che venivano date agli architetti in fase di progettazione si basavano su tutta una serie di indicazioni tratti dalla simbologia liturgica della religione cristiana. Era poi l'architetto ad impiegare Matematica, Geometria e Astronomia al fine di esprimere simbolicamente la funzione liturgica del culto.