Diretto da Pierluigi Montalbano

Ogni giorno un nuovo articolo divulgativo, a fondo pagina i 10 più visitati e la liberatoria per testi e immagini.

Directed by Pierluigi Montalbano
Every day a new article at the bottom of the 10 most visited and disclaimer for text and graphics.
History Archaeology Art Literature Events
Storia Archeologia Arte Letteratura Eventi

Translate - Traduzione - Select Language

venerdì 30 gennaio 2015

Archeologia. Vino, scoperto in Sardegna il vitigno più antico del Mediterraneo occidentale

Vino, scoperto in Sardegna il vitigno più antico del Mediterraneo occidentale
di Monica Rubino

Semi di vernaccia e malvasia risalenti al 1000 a.C. ritrovati nella cisterna di un nuraghe nelle vicinanze di Cabras. La prova del carbonio 14 effettuata dal Centro conservazione biodiversità dell'Università di Cagliari conferma la datazione e fa ritenere che la coltura della vite nell'Isola fosse conosciuta sin dall'età del bronzo.
Il ritrovamento degli archeosemi di vite è avvenuto nell'Oristanese da parte dell'équipe del Centro Conservazione Biodiversità dell'Università di Cagliari 
Una scoperta che riscrive la storia della viticultura dell'intero Mediterraneo occidentale. A farla gli studiosi dell'Università di Cagliari. L'équipe archeobotanica del Centro Conservazione Biodiversità (CCB), guidata dal professor Gianluigi Bacchetta, ha rinvenuto semi di vite di epoca Nuragica, risalenti a circa 3000 anni fa, e  ha avanzato l'ipotesi che in Sardegna la coltivazione della vite non sia stata un fenomeno d'importazione, bensì autoctono. 
Sino a oggi, infatti, i dati archeobotanici e storici attribuivano ai Fenici, che frequentarono l'isola attorno all'800 a.C., e successivamente ai Romani, il merito di aver introdotto la vite domestica nel Mediterraneo occidentale. Ma la scoperta di un vitigno coltivato dalla civiltà Nuragica dimostra che la viticoltura in Sardegna era già conosciuta, quindi ebbe un'origine locale e non fu importata dall'Oriente. A supporto di questa ipotesi, il gruppo del CCB sta raccogliendo materiali in tutto il Mediterraneo: dalla Turchia al Libano alla Giordania si cercano tracce per verificare possibili parentele tra le diverse specie di vitigni.
 

Nel sito nuragico di Sa Osa, nel territorio di Cabras, nell'Oristanese, nei pressi della necropoli monumentale nuragica di Monte Prama, la squadra di archeobotanici ha trovato oltre 15.000 semi di vite, perfettamente conservati in fondo a una cisterna che manteneva freschi gli alimenti. "Si tratta di vinaccioli non carbonizzati, di consistenza molto vicina a quelli reperibili da acini raccolti da piante odierne, spiega Bacchetta. Grazie alla prova del Carbonio 14 i semi sono stati datati dal 1300 al 1100 a. C., età del bronzo medio e periodo di massimo splendore della civiltà Nuragica.
 

Gli archeosemi ritrovati e analizzati sono quelli della Vernaccia e della Malvasia, varietà a bacca bianca coltivate proprio nelle aree centro-occidentali della Sardegna. Più che un fenomeno di importazione da parte dei fenici, in Sardegna si sarebbe verificata una domesticazione in loco di specie di vite selvatiche, che ancora oggi sono diffuse ampiamente in

giovedì 29 gennaio 2015

Musica e danza fra i fenici nel Vicino Oriente e fra i punici in Occidente

Musica e danza fra i fenici nel Vicino Oriente e fra i punici in Occidente
di Anna Chiara Fariselli











Dalle più antiche fasi della civiltà fenicia in contesto siro-palestinese alle più tarde espressioni di quella punica nel Mediterraneo occidentale, la musica sembra esercitare un ruolo assai significativo rispetto a diversi momenti della vita pubblica. A fronte della scarse e poco puntuali informazioni ricavabili dalle fonti letterarie antiche, è il versante delle immagini, rintracciabili su vari supporti materiali, a fornire molteplici indizi in merito. Piccole orchestre, formate per lo più da personaggi femminili, solo raramente integrate da suonatori, documentano su manufatti eburnei e coppe metalliche la consuetudine dell’utilizzo di lire, timpani o cimbali e oboi. Spesso coinvolti in processioni e teorie che includono talora soggetti danzanti, i musici riprodotti sulle manifatture di provenienza orientale dovevano rappresentare una componente essenziale per il corretto svolgimento di cerimonie e liturgie connesse all’apparato regale.
Il re o la coppia sovrana, in alcuni casi manifestamente sostituiti da alter ego divini, sono i principali destinatari delle performance degli orchestrali, in grado di sottolinearne le vittorie militari, allietarne i banchetti festosi, accompagnarne i rituali di offerta e le attività

mercoledì 28 gennaio 2015

Videocorso di archeologia, settima lezione: I nuraghi a corridoio e il Sistema Onnis.

Videocorso di archeologia, settima lezione: I nuraghi a corridoio e il Sistema Onnis.



Università di Quartu Sant'Elena
Riprese di Fabrizio Cannas
Relatore Pierluigi Montalbano

In questa settima lezione si parla dell'insediamento di gruppi di famiglie nei territori che offrivano caratteristiche di vivibilità grazie alla presenza dell'acqua e di terre coltivabili. Si propone, inoltre, una teoria sul posizionamento dei nuraghi a corridoio e sulle varie funzioni ad essi attribuibili.

Il corso dell'anno accademico 2014/2015 si svolge nell'aula magna dell'Università di Quartu Sant'Elena, ogni martedì alle ore 17.00, in Viale Colombo 169.
Con la collaborazione dell'istituto, del videomaker Fabrizio Cannas e del docente, Pierluigi Montalbano, saranno offerte sul canale Youtube tutte le lezioni di archeologia previste nel programma. L'accesso è libero e gratuito.
I lettori sono invitati a proporre suggerimenti per migliorare la fruibilità o altre caratteristiche.
Se qualcuno fosse interessato a collaborare, ad esempio inserendo i sottotitoli in inglese, sarebbe il benvenuto. Per visionare le lezioni è sufficiente cliccare sui link sotto.
Buon ascolto e buona visione.


7° Lezione: I nuraghi a corridoio e il Sistema Onnis

6° Lezione: L'alba della Civiltà Nuragica

5° Lezione: Le Domus de Janas e il culto dei defunti


4° Lezione: Dall'età della pietra all'età dei metalli

3° Lezione: Le prime civiltà del Mediterraneo


2° Lezione: scavo, stratigrafia, fonti e materiali

martedì 27 gennaio 2015

Nuragici, cartaginesi, focesi e la battaglia del Mare Sardo

Nuragici, cartaginesi, focesi e la battaglia del Mare Sardo
di Rolando Berretta



Un piccolo evento si era svolto ai tempi di Ciro il Grande (559-530).
Paolo Orosio Historiarum adversus paganos libri septem IV 6 6/7:
“Itaque Carthaginienses...sicut Pompeius Trogus et Iustinus fatentur... cum in Sicilia diu infeliciter dimicassent , traslato in Sardiniam bello iterum infelicius victi sunt. Propter quod ducem suum Mazeum et paucos qui superfluerant milites exulare iusserunt ».
Senza perderci in discorsi dotti possiamo dire che i Cartaginesi, comandati da Mazeo, provarono a sbarcare in quel di Mozia, dove erano state edificate delle mura che risalgono alla metà del VI a.C. Gli abitanti si aspettavano un attacco da parte di Cartagine?
In seguito, Mazeo provò nuovamente con la Sardegna ma fu di nuovo sconfitto. Escludiamo subito che fosse il padre di Cartalone perché, dopo due sconfitte, non aveva nessun bottino da mandare a Tiro. Evitiamo di confonderlo con quel Malco che

lunedì 26 gennaio 2015

Archeologia. La Sardegna e la Grecia nel Bronzo del II Millennio a.C.

Archeologia. La Sardegna e la Grecia nel Bronzo del II Milennio a.C.
di Riccardo Locci


In Sardegna e in Grecia, nel II Millennio a.C. si nota l’impiego di soluzioni architettoniche condivise. Fra queste, la diffusione delle camere di raccolta idrica circolari. I passaggi a luce ogivale delle riserve idriche a Tirinto e Micene e dei probabili ponti micenei, invece, trovano confronti nel XIII secolo a.C. nel mondo ittita e nuragico. A contatti fra le due aree in esame, infine, sembra ricondurre la copertura ad architravi digradanti nelle scalinate dei pozzi egei e dei templi dell’acqua nuragici.
1. La circolarità e la tholos negli edifici dell’acqua
Con il termine “edificio dell’acqua” si denota un manufatto incentrato su una camera di raccolta voltata o ipetrale, atta a convogliare l’acqua di vena, sorgiva o celeste. Tale genia di monumenti è, come noto, caratteristica della Sardegna nuragica, e presenta una diffusione ben definita geograficamente e cronologicamente nel continente e nelle isole greche. Non mancano, inoltre, testimonianze architettoniche affini e coeve nelle altre regioni mediterranee, a completare un quadro d’insieme ampio e complesso quanto confuso e disarticolato, nel quale è arduo isolare gli elementi architettonici utili a delineare i tratti essenziali del fenomeno. Fra questi possiamo annoverare la circolarità della camera di raccolta e la volta a tholos o a forma tendenzialmente emisferica, soluzioni architettoniche che sembrano essere, in associazione o meno, una tradizione costruttiva diffusamente attestata negli edifici dell’acqua mediterranei. Tale tematica, analizzata in particolare negli studi di P. Belli (1990; 1992; 1996), suscita numerose suggestioni, le quali difficilmente trovano conferma o falsificazione nel dato archeologico, poiché le informazioni che quest’ultimo ci fornisce sono spesso troppo frammentarie e non ancorate a dati stratigrafici certi.

domenica 25 gennaio 2015

Sodoma e Gomorra distrutte da un asteroide? Sulla mitica città una palla di fuoco equivalente a quattro bombe atomiche.

Sodoma e Gomorra distrutte da un asteroide? Sulla mitica città una palla di fuoco equivalente a quattro bombe atomiche.


Con tutte le cautele del caso, vi propongo oggi un articolo che ho "pescato" sul web. Personalmente sono scettico, ma la ricerca in questione dovrebbe essere vagliata da una commissione scientifica per verificare se è plausibile.

Una tavoletta svelerebbe il segreto: fu un asteroide a distruggere Sodoma e Gomorra, o almeno a dare origine alla storia biblica che riguarda le due città punite per i comportamenti sessuali disinibiti degli abitanti. Com’è noto, alcuni di loro minacciarono gli angeli del Signore mandati ad ammonirli, poi passarono a vie di fatto fracassando l’ingresso della casa di Lot, l’unico uomo giusto che aveva accolto i messaggeri. L’impresa non riuscì, e la punizione celeste si abbatté come un maglio, spianando col fuoco le due città e gli altri tre centri che costituivano la Pentapoli. Forse non ricostruiremo mai i fatti realmente accaduti, ma ora la spaventosa scena avrebbe una data precisa nel nostro calendario: il 29 giugno 3123 a.C., poco prima dell’alba.
L’hanno calcolata due scienziati inglesi, Alan Bond (membro di un centro ricerche di Abingdon) e Mark Hempsell, dell’Università di Bristol, che hanno tradotto una tavoletta sumera conservata al British Museum. I risultati delle loro ricerche sono stati pubblicati nel libro “A sumerian observation of the Köfels's impact event” (Un’osservazione sumera dell’impatto su Köfels).
Köfels è una località dell’Austria, dove un’intera montagna fu spianata dall’impatto di un asteroide. Secondo i due studiosi Köfels avrebbe uno stretto rapporto con Sodoma e Gomorra. Proprio decifrando la tavoletta (una copia risalente al 700 a.C.) hanno stabilito che il testo racconta la descrizione del cielo fatta da un astronomo sumero. I due scienziati hanno ricostruito la mappa del cielo come appariva nella notte fatale quando le genti di quei luoghi videro un grande oggetto luminoso che attraversava l’atmosfera a folle velocità, da est a ovest.
Era diretto a Köfels, e innescò un’apocalittica carambola di catastrofi. Secondo questa ricostruzione  l’asteroide, una gigantesca palla infuocata, si disintegrò sulla montagna austriaca. L’enorme potenza liberata fece rimbalzare un pennacchio di fuoco che risalì verso il margine dell’atmosfera per poi rientrare verso il Vicino Oriente e scaricare sulla Pentapoli qualcosa come l’equivalente di quattro bombe atomiche ad altissimo potenziale.



Immagine di http://www.aprenderebom.com.br/

sabato 24 gennaio 2015

Fenici e Punici in Sardegna, di Paolo Bernardini

Fenici e Punici in Sardegna 
di Paolo Bernardini



























Tra l’840 e il 775 a.C., quando iniziano le navigazioni fenicie verso l’Occidente, la Sardegna assume il ruolo di cerniera dei traffici che uniscono Atlantico, Mediterraneo e Vicino Oriente lungo quelle rotte che, già a partire dalla tarda età del Bronzo, vedevano nell’isola un protagonista di spicco nell’incontro tra Oriente e Occidente. L’impatto culturale con il Levante è particolarmente evidente con gli inizi dell’età del Ferro, in corrispondenza con lo sviluppo della bronzistica figurata locale, imbevuta di stimoli e suggestioni vicino-orientali, e che indica processi più complessi di mutamento in atto sui comportamenti sociali, sui modi di aggregazione, sulle ideologie di potere. Mercanti e artigiani fenici si stabiliscono nell’emporio indigeno di Sant’Imbenia, nel golfo di Alghero, dove organizzano con le comunità locali la commercializzazione del vino della Nurra che circolerà in abbondanza sulle nuove frontiere mediterranee e atlantiche dei Fenici, da Cartagine a Cadice e a Huelva; ma, entro la prima metà dell’VII sec. a.C., le regioni costiere della Sardegna centro-meridionale sono già caratterizzate dalla presenza di centri fenici organizzati: dal golfo di Palmas (Sulky, Monte Sirai, San Giorgio di Portoscuso, San Vittorio di Carloforte) a quello di Oristano (Othoca, Tharros, Neapolis); dall’approdo di Olbia al golfo di Cagliari. Precocissimi e intensi sono
i fenomeni di interrelazione culturale con le comunità locali, testimoniati dai prestigiosi oggetti veicolati dai Fenici circolanti nei grandi santuari dell’etnia nuragica, da Nurdole di Orani a Santa Cristina di Paulilatino, da S’Uraki di San Vero Milis a Sant’Anastasia di Sardara; tra il IX e il VII a.C., nascono le comunità sardo-fenicie, quella società composita, meticcia, il cui sviluppo sarà spezzato nel VI a.C., con l’espansionismo cartaginese nel Mediterraneo. La battaglia del Mare Sardo (540 a.C. ca.) segna un mutamento di orizzonte caratterizzato dal forte protagonismo cartaginese che ha le sue premesse nella prima metà del secolo nella formazione di uno stato forte e ben organizzato nell’Africa settentrionale. Tra il 540 e il 510 a.C. Cartagine riesce a controllare le coste della Sardegna; nei centri fenici di antica fondazione il mutamento radicale del rituale funerario, con il passaggio dall’incinerazione all’inumazione, le nuove tipologie funerarie (tombe a cassone, tombe a camera costruita), il mutamento della produzione ceramica e artigianale in genere documentano la portata del mutamento. Gli obiettivi che Cartagine persegue in Sardegna sono il diretto controllo delle aree di maggiore potenzialità agricola e mineraria attraverso una penetrazione capillare negli spazi fertili dell’isola. Al concludersi del primo cinquantennio del IV a.C. la Sardegna punica rappresenta una realtà completamente consolidata che emerge con chiarezza negli accordi del secondo trattato con Roma (348 a.C.).

Fenici e Punici in Sardegna


La rete delle navigazioni fenicie nell’Occidente mediterraneo e atlantico produce tra l’ultimo quarantennio del IX e il primo venticinquennio dell’VII a.C. (840-775 a.C. circa) numerosi insediamenti nei quali il carattere e la funzione empirici si intrecciano con una più spiccata attitudine di popolamento; nonostante una crescente tendenza al rialzamento delle cronologie, propugnato soprattutto dagli studiosi di area spagnola, anche sulla scorta dei recenti, problematici e purtroppo decontestualizzati ritrovamenti di Huelva, le seriazioni in stratigrafia delle ceramiche greche ma anche il quadro complessivo di evoluzione delle forme vascolari fenicie ad oggi noto impedisce di raggiungere i proclamati versanti di X a.C. per l’avvio della presenza fenicia in Occidente. Nel processo di graduale espansione fenicia nei mari e nelle terre dell’Ovest un ruolo importante è svolto dalla Sardegna dell’età del Ferro, sia per la sua posizione strategica di cerniera dei traffici che si snodano tra l’Atlantico, il Mediterraneo e il Vicino Oriente, sia per la sua consolidata frequentazione con i naviganti e gli esploratori levantini di etnia siriana, palestinese, egea e cipriota che hanno stretto profondi rapporti di interrelazione con le comunità nuragiche a partire almeno dalle fasi mature dell’età del Bronzo, tra il XII e il X a.C. Al concludersi di questo periodo e in quella fase, una specificità fenicia inizierebbe a cogliersi, secondo la tradizionale visione degli studi, nella circolazione presso le comunità indigene della Sardegna di bronzi figurati di origine e tradizione vicino-orientale, la cui attribuzione cronologica e culturale resta peraltro ancora assai problematica; piuttosto l’impatto ideologico e iconografico del Levante assume

venerdì 23 gennaio 2015

Archeologia. La lente di Nimrud: parte di un telescopio antico o sfera di cristallo per vedere il futuro?

Archeologia. La lente di Nimrud: parte di un telescopio antico o sfera di cristallo per vedere il futuro?
di Pierluigi Montalbano

La Lente di Nimrud, oggi conservata al British Museum, è un pezzo di cristallo di rocca molato scavato da Austen Henry Layard nel 1850 nel complesso del palazzo di Nimrud, nell'Iraq settentrionale. La sua funzione più probabile è  quella di lente d'ingrandimento. Gli artigiani assiri creavano complesse incisioni, e potrebbero aver utilizzato questa lente nei loro lavori. C'è una discussione in corso fra gli accademici sulla natura della Lente di Nimrud poiché una piccola minoranza, sostenuta dallo studioso Giovanni Pettinato, la propone come prova dell'esistenza di antichi telescopi, che potrebbero spiegare la grande accuratezza dell'astronomia assira, ma gli specialisti di archeologia assira dubitano che una tale lente avesse una qualità ottica sufficiente per un uso di tipo astronomico. Gli antichi Assiri affermavano che il pianeta Saturno fosse circondato da un anello di serpenti; Pettinato vede in questo una delle prove che gli anelli di Saturno furono osservati attraverso un telescopio. Altri studiosi ribattono però che la figura del serpente ricorre spesso nella mitologia assira e che non esiste menzione alcuna di un oggetto simile a un telescopio negli scritti di astronomia assira.
Nimrud divenne capitale dell’Assiria nell’880 a.C. per opera di re Assurnasirpal, e tale rimase fino al 706 a.C. allorchè Sargon II riportò la capitale a Ninive. Inizialmente si pensò a una lente utilizzata per accendere fuochi sfruttando la luce solare, ma poi si aggiunse l’ipotesi di una lente di ingrandimento parte di uno strumento astronomico creato 3000 anni fa. L’oggetto dispone di superfici convesse, di forma lievemente ovale, con dimensioni di 35×4 1 mm, per uno spessore di circa 6 millimetri, e ha una lunghezza focale di circa 10 cm.
David Brewer pensò che uno strumento di ingrandimento sarebbe stato utile per la stesura e la lettura delle minuscole incisioni cuneiformi sulle tavolette di argilla usate dagli scribi assiri. Anche un impiego come accendino solare  è una ipotesi plausibile, e non sarebbe il primo caso nella storia: nell’antichità venivano usati perfino frammenti di ghiaccio per innescare piccoli fuochi, sfruttando il loro effetto lente per concentrare i raggi solari su un mucchietto di erba secca o di ramoscelli.
Se queste due ipotesi risultano essere accettabili per l’archeologia ufficiale, molto più difficile e problematico da accettare è invece il possibile utilizzo della lente per la costruzione di uno strumento astronomico. Il professor Giovanni Pettinato (1934-2011) pone tuttavia la seguente obiezione: com’è possibile che gli Assiri abbiano descritto il pianeta Saturno come un dio circondato da un anello di serpenti? Saturno è infatti visibile, pur con difficoltà, a occhio nudo sulla volta celeste nelle limpide notti che in quei tempi non erano ancora turbate dall’inquinamento visivo dei giorni nostri. E’ visibile solo come un puntino luminoso indistinguibile dalle stelle che lo circondano, e solo l’osservazione con un telescopio permette di far notare la serie di anelli che avvolgono il gigante gassoso.
Gli studiosi del mondo mesopotamico tuttavia negano che tale descrizione di Saturno rappresenti una prova di tale eventualità, sostengono che gli Assiri vedevano serpenti dappertutto (dato il significato simbolico-mistico connesso all’immagine del serpente) e, soprattutto, nelle tavolette di argilla ritrovate e tradotte non si farebbe cenno ad alcuno strumento astronomico.
Nell’antichità si utilizzavano rudimentali strumenti astronomici, quali ad esempio tubi di legno o di carta utilizzati per ridurre la luminosità delle stelle circostanti, ma la qualità di questo cristallo non è adeguata perché la rifrazione della luce è imprecisa e sono presenti almeno due fuochi, il più luminoso dei quali è osservabile a una distanza di circa 11 centimetri. L’analisi al microscopio ha inoltre rivelato che la molatura della lente è rozza, con numerosi graffi che ne diminuiscono notevolmente la trasparenza. Altri studiosi propongono che la lente fosse usata come strumento divinatorio, cioè come le attuali sfere di cristallo che, per chi ci crede, forniscono indicazioni sul passato, sul presente e sul futuro. 

giovedì 22 gennaio 2015

Videocorso di archeologia, sesta lezione: L'alba della Civiltà Nuragica

Videocorso di archeologia, sesta lezione: L'alba della Civiltà Nuragica



Università di Quartu Sant'Elena
Riprese di Fabrizio Cannas
Relatore Pierluigi Montalbano

In questa sesta lezione si affronta un nodo cruciale della storia della Sardegna preistorica, ossia la fusione fra genti di Monte Claro, residenti nell'isola, e gruppi di cercatori di metallo provenienti prevalentemente dalla penisola iberica, portatori della cultura beaker (vaso campaniforme). Queste genti sono facilmente distinguibili attraverso il corredo funerario composto da punte di freccia, brassard, ornamenti in avorio (denti e conchiglie), bicchieri in ceramica (beaker) e scheletro possente (brachimorfo), differente da quello dolicomorfo delle culture precedenti. Si tratta di un fenomeno culturale che caratterizza gran parte dell'Europa e trova le sue manifestazioni più monumentali nell'utilizzo dei dolmen come camere funerarie. Queste sepolture megalitiche, realizzate dalle culture precedenti, accolgono anche i nuovi arrivati e suggeriscono un'integrazione pacifica con i locali, dettata forse dall'interesse suscitato da questi prospector del metallo lucente (il rame).   Attraverso le coste iberiche orientali e il ponte delle isole Baleari, le genti del vaso campaniforme giungono nella Sardegna nord occidentale e nel sito di Monte Baranta (nella zona di Alghero/Olmedo) intrecciano relazioni con i locali, con benefici reciproci oggi visibili nella possente muraglia che caratterizza il promontorio che domina sul golfo. Proprio in questo luogo si possono ammirare i primi corridoi passanti che saranno la matrice di quei primi tentativi di edificazione di strutture monumentali che oggi conosciamo con il nome di nuraghi a corridoio.

Il corso dell'anno accademico 2014/2015 si svolge nell'aula magna dell'Università di Quartu Sant'Elena, ogni martedì alle ore 17.00, in Viale Colombo 169.
Con la collaborazione dell'istituto, del videomaker Fabrizio Cannas e del docente, Pierluigi Montalbano, saranno offerte sul canale Youtube tutte le lezioni di archeologia previste nel programma. L'accesso è libero e gratuito.
I lettori sono invitati a proporre suggerimenti per migliorare la fruibilità o altre caratteristiche.
Se qualcuno fosse interessato a collaborare, ad esempio inserendo i sottotitoli in inglese, sarebbe il benvenuto. Per visionare le lezioni è sufficiente cliccare sui link sotto.
Buon ascolto e buona visione.


6° Lezione: L'alba della Civiltà Nuragica

5° Lezione: Le Domus de Janas e il culto dei defunti


4° Lezione: Dall'età della pietra all'età dei metalli

3° Lezione: Le prime civiltà del Mediterraneo


2° Lezione: scavo, stratigrafia, fonti e materiali

mercoledì 21 gennaio 2015

Archeologia. L'evoluzione parallela di linguaggio e tecnologia

Archeologia. L'evoluzione parallela di linguaggio e tecnologia

La produzione delle schegge di pietra che i nostri antichi antenati usavano come lame ha favorito lo sviluppo del linguaggio. A dimostrarlo è uno studio sperimentale sull'efficienza di diverse modalità di trasmissione culturale delle tecniche di scheggiatura per produrre quegli strumenti.
Capacità tecnologiche e linguaggio si sono coevoluti nel corso di un lungo processo iniziato fra i nostri antenati 2,5 milioni di anni fa, durante il periodo Olduvaiano, e acceleratosi circa 1,7 milioni di anni fa, agli inizi del periodo Acheuleano. E' la conclusione di un gruppo di ricercatori dell'Università di St. Andrews, in Gran Bretagna, dell'University College di Londra e del Max Planck Intitut per l'antropologia evoluzionistica di Lipsia, autori del più vasto studio sperimentale mai condotto sulla trasmissione culturale nell'età della pietra, descritto in un articolo su “Nature Communications.
Osservare un altro che lavora non basta a imparare bene la tecnica che usa. Prodotti probabilmente da Homo abilis (ma forse anche da Australopithecus garhi), gli strumenti litici olduvaiani sono i più antichi che si conoscano e sono costituiti da schegge e ciottoli taglienti (chopper) ottenuti dalla percussione di due pietre. La loro struttura è poco elaborata, ma si può notare la scelta del materiale adatto e l'intenzionalità delle operazioni che li hanno prodotti.
Questo tipo di scheggiatura rimase invariato per circa 700.000 anni, e fu poi