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domenica 31 agosto 2014

Considerazioni sulla Dea Madre

Considerazioni sulla Dea Madre
di Alberto Massazza

Immaginiamo che la nostra civiltà, fondata sulla centralità della religione cristiana, collassi e per alcuni secoli venga sepolta dall’oblio. L’archeologo del futuro che scavasse in un luogo di culto più o meno importante, si troverebbe di fronte due figure dominanti: una donna regale, serena, luminosa ed un uomo perlopiù raffigurato in situazioni penose, crocifisso, flagellato, deposto in un sepolcro. Cosa dovrebbe pensare quell’archeologo della civiltà che ha partorito una simile iconografia? Stando alle conclusioni che si vorrebbero trarre su determinati periodi del nostro passato, dovrebbe dedurre che quella civiltà scomparsa fosse rigorosamente matriarcale e che ai maschi fossero riservati i lavori più umili e faticosi e posizioni sociali di assoluta subalternità. Noi sappiamo benissimo che le cose non stanno affatto così; ciò nonostante, abbiamo la tendenza ad arrivare a frettolose conclusioni sulla base di ritrovamenti che, per quanto possano essere numerosi, rappresentano pur sempre un campione infinitesimale della cultura di appartenenza, specie se si tratta di reperti che affondano nel buio di una preistoria datata migliaia (se non decine di migliaia) di anni fa.
E’ il caso delle raffigurazioni della cosiddetta Dea Madre o Grande Madre, statue perlopiù di piccole dimensioni ritrovate in diverse zone europee, asiatiche e africane e ascrivibili a un lungo periodo della preistoria che va dal Paleolitico Superiore all’Eneolitico, con caratteristiche successivamente riproposte e diversificate in divinità femminili dei Pantheon delle civiltà monumentali e classiche, fino alla figura della stessa Madonna. Alla grande archeologa lituana Marija Gimbutas si deve il più imponente e dettagliato tentativo di ricostruzione dell’evoluzione del culto legato a queste raffigurazioni; ricostruzione evidentemente difficile e inevitabilmente aleatoria, vista l’ampiezza dei periodi di tempo e dei territori che sono stati interessati da questo culto. La Gimbutas, pur evitando di parlare di matriarcato, quanto piuttosto di matrifocalità e di maternalismo (evidentemente intuendo, da donna straordinariamente intelligente qual era, i pericoli di strumentalizzazione della sua ricostruzione in funzione di un estremismo femminista revanscista nei confronti del maschio), giunse comunque alla conclusione, a mio parere arbitraria e manichea, di una continuità culturale dal Paleolitico Superiore a tutto il Neolitico, fondata sulla centralità della Dea Madre; una civiltà pacifica e egualitaria, in cui la figura femminile era il punto di riferimento della comunità, destinata a durare fino alle invasioni dei bellicosi Indoeuropei che instaurarono il patriarcato, la società divisa in caste e il militarismo.
La rappresentazione della Dea Madre, com’è noto, inizialmente steatopigia (dai glutei abbondanti), con forte evidenziazione degli attributi sessuali e dell’essere fonte di vita e di nutrimento, rimase legata a questo modello fino al Neolitico antico, assumendo prerogative sempre più complesse, per subire successivamente una stilizzazione astratta e geometrica, fino alla frantumazione in divinità specializzate dalle quali deriverebbero numerose divinità femminili della storia antica e non solo. Il processo di stilizzazione è ben rappresentato in Sardegna, dove in un  arco di tempo relativamente breve si è passati dalla cosiddetta Venere di Macomer, di indubbia ascendenza paleolitica e di incerta attribuzione (tra la fine del Paleolitico e l’inizio del Neolitico, dal 10000 al 5000 ca. a.C.), alle diverse rappresentazioni della Dea ascrivibili alla Cultura di Bonu Ighinu (V-IV millennio a.C.), dalle forme ancora abbondanti, ma con una raffinata cura del dettaglio e un senso inedito dell’ordine (forse specchio di un’organizzazione del sacro e della società ben strutturata), fino alla stilizzata Venere della cultura di Ozieri, nella caratteristica forma a croce, con lineamenti e attributi sessuali appena accennati; echi della Dea Madre si possono ritrovare nella bronzistica nuragica, in particolare nella cosiddetta Madre dell’ucciso di Urzulei e quelle di Serri, interpretate come madri imploranti per i loro figli o come Dee Madri con figli divini.
A sostegno della tesi matriarcale si è avanzata l’ipotesi che l’uomo, non avendo ancora messo in relazione l’atto sessuale con la gravidanza e il parto, ritenesse la donna in grado di generare autonomamente. Questa tesi sottovaluta le capacità intuitive e analogiche dell’uomo preistorico che già da un buon milione di anni era capace di manipolare il fuoco e di utilizzarlo per cacciare le prede e per difendersi dai predatori. Si è anche sostenuto erroneamente, come chiarito dalla stessa Gimbutas, che la Dea Madre sia stata la prima e per lungo tempo unica divinità. In realtà, parallelamente alla Dea Madre (forse addirittura con qualche anticipo, stando alle datazioni più aggiornate), si sviluppò un’altra forma di religiosità legata alla rappresentazione parietale di scene di caccia, attività prettamente maschile e principale fonte di sostentamento per gli uomini del Paleolitico. In particolare, emerse una figura ibrida o comunque simulante l’ibridazione tra uomo e animale, attraverso l’utilizzo di maschere, pelli, corna ecc.; figura che suggerisce la pratica sciamanica. D’altronde, mi pare poco credibile che in comunità dove la caccia aveva un ruolo ancora preponderante, la figura femminile potesse rivestire un ruolo centrale.
Accanto alla caccia, piuttosto, come attività sussidiaria, c’era la raccolta. Mettiamola così: più o meno contemporaneamente, in zone fortunate per la caccia e/o per la raccolta, si manifestano due atteggiamenti ascrivibili alla sfera del sacro. Il primo è direttamente propiziatorio per l’attività umana, pratico, utilitaristico, maschile; il secondo è legato ai grandi interrogativi della vita, più concettuale e astratto, consolatorio, femminile. La crisi della caccia successiva alla fine dell’ultima glaciazione fece aquistare sempre più centralità alla Dea Madre, facilmente adattabile alle necessità spirituali dei primi agricoltori. Forse in questo frangente, una volta raffinate le tecniche agricole e dell’allevamento e messo a regime un ciclo produttivo in grado di sostenere la pressione demografica, si poté realizzare quella società armoniosa e prospera pensata da Marija Gimbutas (la mitica età dell’oro?), prima che criticità legate alla produzione agricola o alla pressione demografica (la stilzzazione e l’astrazione, in quanto trascendenti, potrebbero essere proprio il segno di una crisi), o le brame di conquista di nomadi militarizzati, o ancora i flussi oceanici indoeuropei, non la facessero crollare. Non un matriarcato, probabilmente, ma comunità che riconoscevano e valorizzavano le prerogative femminili.
O forse la mitica età dell’oro fu quando i paleolitici trovarono i luoghi ideali per le loro attività di caccia e di raccolta e, grazie all’aumento di tempo libero, poterono liberare la loro capacità immaginativa e crearsi delle divinità da ingraziarsi e ringraziare. Di sicuro, come rilevato da Jung, la figura della Dea Madre rappresenta un archetipo che attraversa tutta la storia dell’umanità, con caratteri che emergono in figure divine appartenenti alle più disparate culture del mondo.

Fonte: http://albertomassazza.wordpress.com/


sabato 30 agosto 2014

La misteriosa iscrizione di San Nicola di Trullas

La misteriosa iscrizione di San Nicola di Trullas
di Massimo Pittau

Nella mia opera La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi (Sassari 1981, pg. 118) ero stato io il primo a segnalare e a pubblicare una strana iscrizione che è incisa su un masso accuratamente levigato dell'abside esterna della chiesa medioevale di San Nicola di Trullas, in agro di Semestene (SS); centro religioso e culturale in cui è stato composto e scritto il famoso “Condaghe di San Nicola di Trullas”. L'iscrizione, in andamento destrorso, è in alfabeto greco, ma nessuno dei suoi vocaboli è greco. Eccone la trascrizione esatta.

ANKΩ · PAMAFAME
TANKΩ ː PAΠΩΔA ː
PHΠHNA
       ΣATIE

Risulta subito chiaro che l'incisore dell'iscrizione era in possesso di una cultura medio-superiore: conosceva infatti il greco e aveva una certa infarinatura di nozioni di epigrafia, come dimostra l'uso – parziale - che fece della punteggiatura. Inoltre – come vedremo più avanti – era un amante e cultore di poesia popolare in lingua sarda.
Dato che alcuni vocaboli mi sembravano corrispondere ad altrettanti etruschi, io ne avevo tratto l'opinione che si trattasse di una iscrizione in lingua nuragico-etrusca, ma scritta in alfabeto greco. Però non avevo neppure tentato di prospettare alcuna traduzione.
In seguito, soltanto in una mia opera immediatamente successiva (Lessico Etrusco-Latino comparato col Nuragico, Sassari 1984, pg. 44) avevo fatto un breve cenno dell'iscrizione, ma poi l'ho trascurata del tutto, dato che alla lunga non mi ero più sentito di insistere sulla mia interpretazione iniziale.
Sull'argomento invece sono in seguito intervenuti Giulio Paulis, dell'Università di Cagliari, e Nello Bruno, del Liceo Azuni di Sassari, i quali hanno sostenuto che in realtà il testo è in sardo-logudorese e inoltre conterrebbe una “dichiarazione di amore”.
Di recente ha ripreso il problema di questa strana iscrizione Alberto Areddu, nell'ultimo fascicolo della rivista “Almanacco Gallurese – 2014-2015, pgg. 11-15), il quale ha messo le basi essenziali - a mio giudizio - per una esatta interpretazione dell'iscrizione e pure quelle di una sua verosimile traduzione. In effetti egli ha interpretato che siamo di fronte a una iscrizione semicriptata, con la quale «chi ha scritto voleva esser letto e capito fino a un certo punto». E infatti l'incisore ha adoperato il sardo-logudorese, ma scrivendolo in alfabeto greco e inoltre operando finti tagli e finte connessioni di vocaboli, di sillabe e di lettere.
Anche l'Areddu ha fissato la sua attenzione sugli ultimi tre vocaboli, che ha ricomposto e interpretato come po dare penas a tie «per dare pene a te». Si tratta di una formula che l'Areddu ha ritrovato, tale e quale, nei numerosi frastimos «impropreri» che il bravo studioso Salvatore Patatu di Chiaramonti ha raccolto, studiato e pubblicato. Un esempio di frastimu è il seguente:

Ancora m'agatto ancora
ancora m'agatto ancora
pro dare penas a tie     

cioè
«Ancora mi trovo (in vita) ancora
Ancora mi trovo ancora
per dare pene a te»

L'Areddu ha avuto buon gioco nell'eliminare come insostenibili la interpretazione e le traduzioni di Giulio Paulis e di Nello Bruno, ma poi ha presentato una sua proposta di traduzione, che, a mio giudizio, è anch'essa insostenibile. Infatti in primo luogo egli ha forzato troppo la lettura della seconda sequenza grafica PAMAFAME dell'iscrizione, leggendola, in caratteri latini, come RAMAGA, con l'intento di interpretarla come m'agatto «mi trovo». In secondo luogo a lui in realtà è sfuggita una cosa molto importante: in un frastimu «improperio» unico ed unitario è assurdo che manchi il nome del destinatario, uomo o donna che sia.
Ebbene, a mio giudizio, il destinatario o meglio la destinataria del nostro frastimu è indicata nella sequenza MA FAME T. La quale appare come una sequenza criptata più delle altre, con l'intento del frastimadore di farsi capire dalla donna destinataria e da qualche altra persona e invece di restare lui e lei nascosti a tutti gli altri.
Probabilmente dunque l'autore della iscrizione semicriptata era un innamorato deluso, il quale era stato respinto oppure abbandonato o infine tradito, ed egli intendeva farla pagare cara alla donna superba o traditrice.

Alberto Areddu ha anche citato il dott. Giovanni Deriu di Semestene come colui che gli avrebbe fornito alcune indicazioni sull'autore della nostra iscrizione, innamorato deluso, ma il dott. Deriu – già mio allievo nell'Università di Sassari - si è lamentato di essere stato frainteso dall'Areddu e ha proceduto a darmi la sua seguente, testuale, precisazione:

«Ho visto per la prima volta l'epigrafe in oggetto, al mio rientro dal Belgio dove ero emigrato, durante la scampagnata di Pasquetta del 1971. Incuriosito, e allora del tutto a digiuno relativamente all'argomento, chiesi ai miei congiunti di Semestene di che cosa si trattava. Pietrina Bissiri, una delle mie zie materne (deceduta nel 2010), mi disse che tale "scrittura" era stata eseguita, per scherzo, da un bonorvese impiegato al comune di Semestene durante gli anni '50... Dopo la sua pubblicazione dell'epigrafe in un sua opera del 1981 ("La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi"), andai in "loco" col prof. Marco Tangheroni (allora docente al Magistero di Sassari) e con Salvatore Chessa di Semestene, ora coautore di alcuni miei libri (anche lui è stato suo allievo nel corso di linguistica sarda), il quale affermò che, quando era ragazzo, si divertiva con i suoi compagni a cercare di ritoccare l'epigrafe e ad aggiungere qualcosa. Ecco ciò che ho dichiarato ad Alberto Areddu, circa due anni orsono. Aggiunsi che, secondo Nello Bruno, un mio collega al liceo Azuni di Sassari, la scritta andava letta nel seguente modo: "Ancora m'affanno et ancora po dare penas a tie" (basandomi sulla memoria, visto che il mio collega me ne aveva parlato nel 2006 e non avevo preso appunti). Escludo del tutto che il prof. Michele Sanna (zio del linguista Antonio Sanna) e l'ins. Salvatore Marruncheddu possano aver contribuito a siffatta "mistificazione", diversamente da ciò che prospetta l'Areddu, seppure dubitativamente».
A questo punto io avevo affrontato il problema della sequenza MA FAME T con l'intento di tentarne almeno una interpretazione generica ed ero arrivato alla conclusione che erano possibili almeno cinque letture e altrettante interpretazioni verosimili.
Senonché qualche giorno dopo il dott. Giovanni Deriu mi ha mandato quest'altra importante precisazione, la quale ottiene l'effetto di risolvere del tutto il nostro rebus:

«Una persona anziana di Semestene, che non vuole essere nominata, mi ha riferito, di recente, che l'autore bonorvese dell'epigrafe, impiegato al comune di Semestene, sarebbe stato un innamorato non ricambiato di una certa Mafalda (classe 1932), mia cugina in secondo grado, ancora vivente, ma non più lucida (peraltro l'unica Mafalda di Semestene). Il significato della scritta sarebbe "ANCORA MAFA (E)T ANCORA PO DARE PENAS A TIE". Le due lettere "NN" o "ME" dopo MAFA corrisponderebbero, quindi, alle aggiunte dei ragazzi di Semestene...».
Bravo il dott. Deriu per la esatta soluzione prospettata del nostro rebus e molte grazie per la sua piena disponibilità.
Però intendo fare due mie precisazioni alla sua interpretazione. Il nome personale di Mafalda, del tutto isolato a Semestene e probabilmente anche nei villaggi vicini, è da attribuirsi alle usanze “patriottiche” dell'Italia degli anni Trenta, quando a molti neonati venivano assegnati i nomi del re Vittorio Emanuele III, della regina Elena o dei principi di Casa Savoia, Umberto, Maria Pia, Gabriella, ecc. E infatti Mafalda era il nome personale della secondogenita del re, nata nel 1902 e morta nel 1944 nel campo di sterminio nazista di Buchenwald.
In secondo luogo la lettera T isolata potrebbe essere la iniziale del cognome Tanchis oppure Tolu, due famiglie benestanti tuttora esistenti a Semestene.

venerdì 29 agosto 2014

Scoperta in Israele una cantina di vini dell’età del Bronzo Medio

Scoperta in Israele una cantina di vini dell’età del Bronzo Medio

Secondo uno studio pubblicato da Andrew Koh, della Brandeis University, lo scavo di un palazzo cananeo, in Israele, ha rivelato l'esistenza della più antica cantina finora nota.  La produzione, la distribuzione e il consumo di vino erano attività importanti nella vita degli abitanti del Mediterraneo e del Vicino Oriente nel corso del Bronzo Medio (1900-1600 a.C.), ma abbiamo poche evidenze archeologiche disponibili nell’arte e nei documenti di quel periodo.
Durante lo scavo del palazzo cananeo israeliano, i ricercatori hanno trovato 40 grandi serbatoi di stoccaggio in una stanza chiusa a ovest del cortile centrale.  
Le analisi dei rifiuti organici, mediante spettrometria di massa, hanno rivelato che tutti i contenitori contenevano prodotti chimici indicativi di vino. Gli autori hanno anche rilevato sottili differenze negli ingredienti, e in un gruppo di vasi dello stesso tipo c’erano additivi come miele, resina, olio di trementina, cedro, cipresso, ginepro, menta, mirto e cannella.

I ricercatori suggeriscono che l'individuazione di questi additivi indica che queste genti avevano una sofisticata conoscenza delle piante e le competenze per produrre una bevanda complessa che bilanciava la conservazione, l'appetibilità e le competenze psicoattive. Secondo gli autori, questi risultati possono contribuire a una maggiore comprensione dell’antica viticoltura  e dell’economia cananea di palazzo.

giovedì 28 agosto 2014

Archeologia. In Iraq a Nassiriya, spunta un insediamento intatto nei pressi dell'antica Ur

Archeologia. In Iraq a Nassiriya, spunta un insediamento intatto nei pressi dell'antica Ur

Un'equipe italiana dell'università La Sapienza sta conducendo gli scavi ad Abu Tbeirah, dove in un'ampio zona di 43 ettari sta tornando alla luce un sito praticamente intatto

Mentre più a nord si combatte, in Iraq c'è anche tempo per scavare e per importanti scoperte archeologiche. Una missione italiana dell'Università La Sapienza di Roma, sta riscoprendo i resti e la storia di un grande insediamento tributario a Ur, la più celebre città della bassa Mesopotamia. 
Gli esiti degli scavi di Abu Tbeirah sono raccontati sulla rivista "Archeologia Viva" dall'equipe composta da Francesca Alhaique, Franco D'Agostino, Licia Romano e Mary Anne Tafuri.
Abu Tbeirah è un grande tell (una collinetta) di 43 ettari, diviso a metà in direzione nord-ovest/sud-est dalla traccia di un antico canale, a sua volta intersecato trasversalmente da una pipe-line, in modo che risultano quattro settori ben definiti. Ma, a parte questo, il sito non presenta alcuna traccia del saccheggio selvaggio che ha caratterizzato il sud mesopotamico negli anni 2003-2007, durante la seconda Guerra del Golfo. Sotto il profilo scientifico Abu Tbeirah offre quindi la possibilità di indagare un sito praticamente intatto e di media grandezza nell'orbita di una città maggiore, Ur, a cui era collegato con un canale. 
La presenza di Ur, d'altronde, famosa nella tradizione biblica per essere la patria da cui prese le mosse Abramo nella sua peregrinazione verso Canaan, è avvertibile anche nel nome arabo della zona, che significa appunto Colline di Abramo.

L'ultima campagna ha aiutato a definire meglio l'ambito cronologico e culturale di Abu Tbeirah. La zona è databile al III Millennio a.C., più precisamente al passaggio tra il cosiddetto periodo Protodinastico III e l'epoca sargonica, ovvero tra il 2400 e il 2150 a.C. circa.
Si tratta di un momento di svolta fondamentale nella storia sumerica, quando un sovrano semitico del nord, Sargon (sul trono dal 2335 al 2279 a.C.), partendo dalla sua capitale Akkad (Media Mesopotamia) riesce a conquistare il Sud (Bassa Mesopotamia), dov'erano stanziati i Sumeri, creando il primo impero dinastico a vocazione universale, che durerà circa due secoli.
In queste prime indagini, nulla è stato rilevato che faccia pensare, per il periodo successivo, a una sopravvivenza del sito, che sembra concludere la sua parabola storica appunto attorno al XXII a.C. 

Fonte: www.repubblica.it

mercoledì 27 agosto 2014

Convegni e dibattiti di archeologia.

Convegni e dibattiti di archeologia.

Buongiorno a tutti gli amici lettori,
con preghiera di diffusione ai vostri amici, sono lieto di comunicare i prossimi appuntamenti culturali:

30 Agosto 2014 - Dolianova, I Giganti di Monte Prama
L’Associazione Culturale Parteolla organizza una conferenza-dibattito sulla storia delle statue dei “Giganti di Monte Prama”. L’appuntamento inizierà alle ore 20.00 presso il Museo dell’Olio, a Dolianova.
Relatore della serata sarà lo scrittore Pierluigi Montalbano che illustrerà, con l’ausilio di immagini e filmati, la storia degli scavi nel sito e le vicende che hanno accompagnato il restauro delle sculture, fino all’esposizione nei musei di Cagliari e Cabras. Saranno raccontate le varie interpretazioni degli studiosi, e ci sarà spazio per un dibattito con domande e risposte che chiuderà il convegno.
Al termine sarà possibile cenare al museo con prodotti locali e vino, al costo concordato di 10 Euro.
Ingresso libero.

6/7 Settembre 2014 -  Domus De Maria, Convegni di Archeologia
In occasione della 4° edizione della rassegna “Note di Settembre”, finanziata dal Comune di Domus de Maria e organizzata dall’Associazione “Ugo Tomasi”, si svolgeranno due serate dedicate alla storia e archeologia della Sardegna, con proiezione di immagini e filmati accompagnati dal racconto di relatori che descriveranno le vicende legate al territorio.
L’appuntamento è alle 19.30 nella piazza centrale di Domus De Maria, di fronte al Museo archeologico.
Sabato 6 si parlerà di navigazione antica e saranno proiettate le riprese subacquee relative a Capo Malfatano, con relatori Pierluigi Montalbano, Nicola Porcu e Manuela Sanna.
Domenica 7, stessa piazza e stessa ora, saranno presentate due relazioni: "L'origine dei Nuraghi" di Pierluigi Montalbano e "Le origini della lingua sarda" di Salvatore Dedola.
Dopo l’intervento dei relatori e l’eventuale dibattito, si terrà una degustazione di salumi tipici sardi prodotti da filiera sarda e una serata di musica etnica con la partecipazione dello storico duo Balia e Frongia denominato ARGIA che dopo anni di assenza dalla scena musicale sarda si esibiscono nuovamente dal vivo nella piazza museo sede anche del convegno.
Ingresso libero.

20  Settembre 2014 -  Lanusei, Bosco del Parco Selene, Archeologia Sperimentale.
5° edizione di “Fusioni sotto le stelle”
Nell’incantevole scenario naturalistico del Bosco Selene, a Lanusei, si svolgerà Sabato 20 Settembre, dalle ore 20.00, una serata dedicata all’archeologia sperimentale.  I maestri fonditori realizzeranno un bronzetto con il metodo della fusione a cera persa utilizzando attrezzature arcaiche (fornace, mantici, crogiolo…) della stessa tipologia di quelle utilizzate dagli antichi nuragici. La manifestazione ha riscosso successo nelle scorse edizioni (Talana, Jerzu, Santa Maria Navarrese, Cea- Tortolì) ed è stata oggetto di una trasmissione televisiva su Videolina.
Durante la dimostrazione saranno proiettate immagini sulla metallurgia antica, commentate da Pierluigi Montalbano.
Ingresso libero, fronte Tomba di Giganti, al tramonto.

A questo link il servizio al tg di  Videolina:
http://www.videolina.it/video/servizi/68552/tortoli-storia-e-turismo-in-spiaggia-rinascono-i-bronzetti-nuragici.html?fb_action_ids=605430586244995&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map=%5B688084041275899%5D&action_type_map=%5B%22og.likes%22%5D&action_ref_map=%5B%5D


martedì 26 agosto 2014

Monte Prama: distrutta dai cartaginesi? E dove sono gli indizi archeologici?

I Giganti distrutti con violenza”, gli archeologi certi sulla fine di Monti Prama
di Francesca Mulas

Ieri su Sardinia Post, è comparso questo articolo relativo allo scavo in corso a Monte Prama. Ho prodotto una serie di commenti ma oggi non ci sono più. Ho deciso, di conseguenza, di pubblicare l’articolo su questo quotidiano on line, e aggiungere, al termine, qualche riflessione personale per innescare un eventuale dibattito. Buona lettura

Qualcuno ha voluto distruggere le imponenti sculture in pietra che stavano a guardia dell’area sacra di Monti Prama, vicino a Cabras: una furia iconoclasta che ha buttato già le statue, ha colpito la pietra con brutalità, ha persino decollato le teste dal corpo e cancellato gli occhi severi dai volti. I misteri attorno ai Giganti e al sito del Sinis sono ancora tanti ma gli archeologi oggi hanno una certezza: le statue sono state distrutte intenzionalmente durante un episodio violento da un popolo ostile.
Le ultime novità su Monti Prama sono state illustrate questa mattina durante una conferenza stampa convocata a Cabras dai rappresentanti di Università di Sassari e Cagliari, Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano. Hanno voluto l’incontro con i giornalisti, il primo dall’avvio dello scavo, dopo una fuga di notizie incontrollata e confusa che ha lasciato parecchi malumori tra organi di stampa e comunità scientifica. “Una continua corsa alla notizia è deleteria – avvisa Alessandro Usai, archeologo della Soprintendenza cagliaritana – ecco perché abbiamo pensato a incontri periodici per parlare dello scavo”. Oggi dunque si illustra per la prima volta  il recente lavoro a Monti Prama: sono emerse nuove sculture dal terreno e il sito regalerà nei prossimi mesi ancora tante sorprese.
Il tesoro venuto alla luce nelle ultime settimane è custodito oggi nel deposito del Museo Civico di Cabras: ci sono tantissimi frammenti di pietra, lastrine di arenaria, ceramiche nuragiche e puniche da ricostruire.
Riflettori puntati, come è ovvio, sui nuovi Giganti ritrovati: ecco un volto di guerriero con i caratteristici occhi a cerchietti concentrici e l’elmo cornuto, e poi un grande busto di arciere con la faretra sulle spalle, il frammento di un piede, il modellino di un nuraghe quadrilobato con le sue torri, altre due teste molto rovinate, un grosso elemento in arenaria per ora di difficile interpretazione. E poi tante, tantissime pietre che saranno conservate in attesa del restauro: dalla campagna di scavo di fine anni Settanta, l’unica prima di oggi, vennero fuori cinquemila pezzetti di arenaria poi ricomposte in 26 statue esposte a Cabras e Cagliari. Grande emozione tra gli archeologi per la scoperta di una base che ha ancora attaccati due piedi di scultura con i sandali, si svela così il mistero su come queste sculture si reggevano in piedi ed emerge anche un particolare curioso: tutte le statue dei Giganti (tranne una) calzavano i sandali, mentre i tanti bronzetti ritrovati in Sardegna erano quasi tutti scalzi.
I materiali ritrovati saranno ora ripuliti, restaurati e studiati mentre nel frattempo prosegue lo scavo sull’area. A breve termineranno i finanziamenti per il progetto di ricerca “Archeologia di Monte Prama” sul bando regionale della legge 7/2007: “Contiamo di proseguire i lavori grazie al programma ministeriale “Arcus” che prevede anche un grande intervento di restauro sul vicino sito archeologico di Tharros – si augura Alessandro Usai - C’è ancora tanto da fare e, al di là dei grandi frammenti delle statue, il progresso dell’indagine su tutta l’area è fondamentale”. 
“Non sappiamo con certezza chi ha voluto distruggere le statue – conclude Raimondo Zucca, archeologo al lavoro sul campo per l’Università di Sassari – ma nel passato non mancano gli episodi di iconoclastia: la Bibbia racconta che Mosè chiese a Israele di distruggere gli idoli, e anche la storia recente ci dimostra tanti casi di accanimento contro le immagini religiose. Nel caso di Monti Prama tutto farebbe pensare che i responsabili possano essere stati i Cartaginesi: è vero, in tante parti dell’isola c’è stata una convivenza serena tra Punici e isolani ma non possiamo escludere conflitti e scontri anche violenti. Del resto i sardi di quell’epoca erano armati, e le armi che conosciamo non erano certo da parata”.

Riflessioni:
Sulle sculture in pietra di Monte Prama si è scritto molto e si continuerà a farlo in futuro, soprattutto alla luce delle dichiarazioni degli addetti allo scavo. Colpisce il loro malumore sulla "fuga di notizie" e, soprattutto, l'attribuzione ai cartaginesi della distruzione violenta delle statue.
Sul primo punto c'è da osservare che per gli archeologi, retribuiti con soldi pubblici per dirigere gli scavi e riferire sul materiale trovato, dovrebbe essere motivo di orgoglio lavorare in un sito così importante e, oggi, sotto i riflettori dell'opinione pubblica. Non si capisce il motivo del risentimento sulle notizie che trapelano, diffuse dai media e sempre rispondenti alla realtà dei ritrovamenti. I reperti, bisogna ricordarlo, non appartengono a chi li scava o alla soprintendenza che ne dispone secondo proprie idee. I beni archeologici appartengono allo stato italiano, cioè ai cittadini che con i tributi compongono la nostra grande comunità denominata, appunto, stato italiano. Già questo dovrebbe far riflettere gli archeologi sui toni e sulla tempistica (a semplice richiesta sono obbligati a riferire) che dovrebbero adottare. I cittadini potrebbero essere di grande aiuto per la tutela e valorizzazione dei siti archeologici, e la loro collaborazione attiva (non dentro lo scavo ma ai margini) costituisce un deterrente per i tombaroli.
Sul secondo punto, la presunta identità cartaginese dietro la distruzione, Zucca non mi trova d'accordo perché nel sito non c'è, al momento, alcun indizio archeologico riferibile a Cartagine. Se fossero loro i responsabili dovrebbero esserci tracce, anche alla luce delle oltre 10 tonnellate di materiali disintegrati. Il sito è nuragico, le sepolture sono nuragiche, il territorio circostante è nuragico. Cartagine è parecchio lontana, inoltre era alleata dei sardi e non avrebbe violato la loro religiosità. C'è da rilevare, invece, che Roma durante le guerre puniche, e successivamente, si macchiò di una violenza sistematica verso i nemici che non si arrendevano con le buone. C'è da rilevare, tuttavia, l'assenza totale di frequentazione del sito dal VI al III a.C., come se per oltre 300 anni nessuno si preoccupò di quelle sculture. Con il rasoio di Occam direi che ci sono due possibilità: 
1) ha visto bene Ugas che è convinto di una distruzione precedente il VI a.C. da parte di tribù nuragiche ostili.
2) ho visto bene io che parlo di azione militare dei romani durante le guerre puniche.
Un suggerimento che indirizzerei allo staff di archeologi che operano a Monte Prama è di continuare a scavare, riferire puntualmente sui ritrovamenti e astenersi da commenti interpretativi, soprattutto se si tratta di opinioni personali non suffragate da reperti. Certe idee, a volte, sono prese per buone senza verifiche e diventano letteratura, portando a clamorosi errori di valutazione e alla necessità di fare qualche passo indietro nella ricerca.
Detto ciò auguro buon lavoro agli esperti e auspico in una maggior collaborazione con gli organi di diffusione delle notizie, veri amplificatori delle possibilità di conoscenza del sito in ambito mondiale.



lunedì 25 agosto 2014

Scoperto un relitto fenicio a Malta, forse il più antico del Mare Mediterraneo.

Scoperto un relitto fenicio a Malta, forse il più antico del Mare Mediterraneo.
(ANSA)

Un relitto di un vascello fenicio è stato scoperto a circa 120 metri di profondità al largo del isola di Gozo. La notizia è stata data dal ministro maltese della Cultura, Owen Bonnici, che ha spiegato che si potrebbe trattare del più vecchio relitto fenicio mai scoperto nel Mediterraneo. Secondo il ministro, sommozzatori hanno già prelevato un numero considerevole di anfore ed altri oggetti di valore.

Clicca qui per vedere il video del ritrovamento


C'è da dire che fino a oggi, l’imbarcazione di Zambratija, scoperto nei fondali della Croazia nel 2008 è il più antico relitto che testimonia la navigazione marittima dell'età del bronzo nel Mediterraneo. Datato all’XI a.C., è conservato a Istria, a pochi chilometri dal confine italiano poco a sud del capo di Savudrija (a nord di Umag) in prossimità di un villaggio del Bronzo. Lo scafo, largo 2,5 m e lungo 7,5 m, mostra legature con fibre vegetali secondo la tecnica arcaica di cucitura di tavole in legno di olmo e ontano. Questo relitto mostra molte similarità costruttive con le imbarcazioni di Comacchio della provincia romano-padana. Nel 2011, in un convegno presso il Museo locale, sono stati illustrati i dettagli costruttivi dell'assemblaggio della chiglia e delle cuciture, ben conservate nel relitto.



Divers have discovered what could be the oldest shipwreck in the Mediterranean - a 700BC Phoenician boat found about a mile off Gozo.
Justice and Culture Minister Owen Bonnici said the wreck is in waters 120 metres deep. The divers found around 50 amphora of seven different types - indicating the vessel had been in different harbours.
They also found 20 lava grinding zones weighing some 35 kilos each. Samples have been raised to the surface for study. The whole operation is being supervised by the Superintendence of National Heritage.

Foto di www.archeologiasubacquea.com

Da un collezionista trovato un tesoro archeologico trafugato con il metal detector in una necropoli

A casa di un collezionista trovato un tesoro archeologico trafugato con un metal detector nella necropoli di Spina.

La guardia di finanza ha trovato a casa di un cittadino di Ferrara più di 300 monete di epoca romana fra le quali un denario del 90 a.C. raffigurante Lucio Pisone. Una collezione di monete da far impallidire Dionigi di Alicarnasso. Chissà come avrebbe descritto lo storico greco, che immaginava Spina fondata dagli Argonauti, le meraviglie che due millenni dopo le divise della guardia di Finanza hanno scoperto in un salotto privato di un ferrarese. Per le fiamme gialle di Ferrara la descrizione si appoggia semplicemente al dettato del codice penale: ricettazione di beni archeologici. Dove l’oggetto dell’ipotesi di reato sono oltre 300 monete di epoca romana.
È partito tutto da un semplice controllo in località Valle Pega, nelle vicinanze della necropoli di Spina, antico porto sull’Adriatico e oggi sito archeologico ricco di oltre 4.000 tombe etrusche e reperti successivi dei conquistatori romani. Qui una pattuglia della Finanza ha notato un uomo aggirarsi con un metal detector tra gli scavi. Un bastone da passeggio quantomeno inusuale, che non poteva non attirare le attenzioni dei militari. Questi lo hanno fermato per un controllo una volta che l’uomo, un ferrarese di 50 anni, era salito in auto. Con sé aveva una moneta antica. Un motivo sufficiente per estendere la perquisizione all’abitazione del cinquantenne, in provincia di Ferrara.

E qui davanti agli occhi attoniti dei finanzieri si è aperto un arsenale di preziosi reperti antichi. In tutto 311 pezzi, in gran parte monete e monili, di rilevante interesse archeologico. Il fiore all’occhiello di questo tomb raider post litteram era un denario d’argento datato 90 a.c. raffigurante Lucio Pisone, politico romano dell’età repubblicana, mentre altre due monete sempre d’argento risalgono all’87 e 76 a.c. Molte di più le monete di bronzo che, dal primo imperatore di Roma, tocca quasi tutta la storia dal 1 a.c. al 4 secolo d.c. Tutti potenzialmente appetibili sul mercato nero.
“Abbastanza per far catalogare quella collezione come un crimine contro la conoscenza”.
Sono le parole del comandante della Guardia di finanza di Ferrara Sergio Lancerin davanti al maxi sequestro operato dai suoi uomini. “L’indagato aveva la precisa volontà di andare a caccia di reperti archeologici – aggiunge l’archeologo Mario Cesarano, incaricato come consulente tecnico per la prima perizia degli oggetti rinvenuti – perché ha selezionato materiali autentici e antichi, dimostrando la conoscenza dei siti e una certa competenza nella ricerca e nella selezione a monte”.

Ora questa “scoperta sensazionale”, come la definisce Marco Edoardo Minoja, soprintendente per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, andrà ad arricchire, dopo l’iter burocratico per poter ricevere in custodia il materiale, il Museo Archeologico nazionale di Spina, a Ferrara.
Fonte: Il Fatto Quotidiano, articolo di Marco Zavagli.

A margine di questo articolo, vorrei fare una mia personale considerazione. Premesso che vi è una sacrosanta legge che attribuisce allo Stato la proprietà di tutto ciò che sta sotto terra (e dunque il signore ha commesso un reato e va punito), c’è da osservare che i tombaroli generalmente agiscono per profitto, non tengono le monete e i monili dentro teche di cristallo ma ben nascosti in attesa di venderli. Inoltre il denario di Pisone non credo valga più di 100 euro. Riguardo alla monetazione romana di bronzo ha valori molto bassi (20/30 euro) a parte rare eccezioni. Tuttavia, le antichità non sono tali per la loro età o la loro bellezza intrinseca ma per il loro valore storico e culturale, atto a ricostruire la storia dei popoli.


domenica 24 agosto 2014

In Italia, nella costa ligure, l’ultimo rifugio dei Neanderthal?

In Italia, nella costa ligure, l’ultimo rifugio dei Neanderthal?

La Liguria è stata uno degli ultimi rifugi degli uomini di Neanderthal. La ricerca internazionale anticipata dalla rivista Nature, in cui si ipotizza con maggiore precisione la scomparsa definitiva di questi uomini per lasciare il campo agli homini sapiens, cioè gli uomini moderni, a 40.000 anni fa. E proprio a questo periodo, secondo le ricerche che tuttora si fanno nella Grotta dei Balzi Rossi, vicino a Ventimiglia, risalirebbero i reperti.
«Quello che emerge – spiega Elisabetta Starnini, direttrice del Museo nazionale preistorico dei Balzi Rossi – è che le due specie hanno convissuto per qualche migliaio di anni. Ancora non è chiaro quanto abbiano interagito né se, come suggeriscono alcune ricerche, fossero interfertili e abbiano messo al mondo degli ibridi».
Quello che si cerca di fissare con le ultime ricerche è proprio il momento del “passaggio del testimone” tra le due specie: i Neanderthal si sono estinti lasciando campo libero a quelli che scientificamente si definiscono “uomini anatomicamente moderni” o “proto – aurignaziani”.
«Dalle aree archeologiche del Riparo Bombrini e del Riparo Mochi sono arrivati dei campioni che sono entrati nella ricerca di Nature, ad opera di ricercatori di due equipe internazionali, in cui lavora anche Fabio Negrino dell’Università di Genova – continua Starnini – noi conserviamo stratigrafie che conservano elementi che dimostrano la frequentazione, negli stessi luoghi, di entrambe le specie».
Allo studio, proprio in questi giorni, un dente ritrovato nel sito archeologico dell’imperiese. «Stiamo cercando di capire se appartiene a uno degli ultimi neanderthaliani o a uno dei primi aurignaziani», spiega Starnini, che aggiunge come sia difficile compiere ricerche in assenza di scheletri completi, finora mai trovati.
In Portogallo, a Lagar Velho «è stato trovato lo scheletro di un bambino e secondo alcuni potrebbe appartenere a un ibrido, perché ha tratti neanderthaliani non del tutto sviluppati. Ma potrebbe invece trattarsi semplicemente del fatto che, proprio perché bambino, fosse ancora in fase di sviluppo». Quello che è certo, conclude Starnini, è che la Liguria (non solo i Balzi Rossi ma anche, per esempio, le grotte di Toirano nel savonese e altri siti ancora) è una delle aree più interessanti per questo tipo di ricerche.
Ricordiamo che l’uomo di Neanderthal si è estinto gradualmente dal continente europeo, a macchia di leopardo, dando così la possibilità di incontri ravvicinati con gli uomini moderni che avevano già fatto la loro comparsa in diverse zone, come nel sud Italia.
A rivelarlo è la datazione ultra precisa dei reperti archeologici raccolti in 40 siti sparsi dalla Russia fino alla Spagna. Lo studio, pubblicato su Nature, è stato condotto dagli archeologi dell’università di Oxford guidati da Tom Higham, in collaborazione con diversi ricercatori delle università di Genova, Trento, Ferrara e Siena.
Secondo la nuova ricostruzione, l’uomo moderno e il Neanderthal sono stati scomodi vicini di casa per periodi di tempo che variano da regione a regione, fino ad un massimo di quasi 5.400 anni nel sud dell’Europa: un tempo più che sufficiente per dare vita a scambi di tipo culturale e genetico. L’estremo rifugio degli ultimi Neanderthal prima dell’estinzione sarebbe stata la Francia circa 40.000 anni fa, mentre non ci sono prove che confermino la presenza di superstiti oltre questa epoca nella penisola iberica.
Per riscrivere questa pagina della preistoria, i ricercatori hanno accuratamente selezionato reperti (ossa e manufatti) provenienti da 40 siti sparsi tra le sponde dell’Atlantico fino a quelle del mar Nero. Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, sono stati studiati reperti provenienti dalla Grotta del Cavallo e dal Riparo l’Oscurusciuto in Puglia, dal Riparo Bombrini in Liguria, dalla Grotta di Fumane in Veneto e da Castelcivita in Campania. I reperti sono stati sottoposti a una innovativa tecnica di datazione ad altissima precisione, messa a punto nei laboratori di Oxford, basata sulla spettrometria di massa con acceleratore.

Fonte: Il Secolo XIX
Immagine di: http://tylertretsven.files.wordpress.com/

sabato 23 agosto 2014

Archeologia in Sardegna. Un nuovo arciere viene alla luce nello scavo di Monte Prama.

Archeologia in Sardegna. Un nuovo arciere viene alla luce nello scavo di Monte Prama.

Il sito di Mont'e Prama, nei pressi di Cabras (OR) continua a stupire e a regalare nuovi pezzetti di una storia antichissima. Ecco cosa sta accadendo nel Sinis.
Adesso c'è anche un torso di un arciere, ma non solo. Dalla collina di Mont'e Prama ieri mattina è venuta alla luce la prima base con due piedi ben saldi alla pietra. Le teste invece non sono più due ma tre. L'ultima è stata ritrovata appena due giorni fa. Queste sono le ultimissime scoperte fatte dal gruppo di archeologi nel sito di scavo che si trova nella penisola del Sinis.
Venti giorni fa le mani degli esperti hanno trovato diversi piedi, mani, parte di uno scudo, un busto e due teste con orecchie e trecce in evidenza. Senza dimenticare due modellini di nuraghe e due grandi betili da due metri ciascuno.
Ricordiamo che i primi frammenti furono trovati verso la metà degli anni Settanta e il restauro è terminato recentemente a cura del centro di Li Punti.

Fonte: L'Unione Sarda