Diretto da Pierluigi Montalbano

Ogni giorno un nuovo articolo divulgativo, a fondo pagina i 10 più visitati e la liberatoria per testi e immagini.

Directed by Pierluigi Montalbano
Every day a new article at the bottom of the 10 most visited and disclaimer for text and graphics.
History Archaeology Art Literature Events
Storia Archeologia Arte Letteratura Eventi

Translate - Traduzione - Select Language

venerdì 28 novembre 2014

Reperti archeologici in vendita ai privati? C'è chi dice si.

Vendere reperti archeologici ai privati: perchè no?
di Giovanni Lattanzi



















La domanda mi passa per la testa da tanti anni, ma noto che nessuno in questo paese ha mai seriamente preso in considerazione, non dico l’ipotesi di attuare questa pratica, ma la semplice discussione sul tema, quasi che fosse una “bestemmia” il solo parlarne. Si parla di tutto, di discute dell’impossibile, si argomenta sulle cose più frivole e su questo argomento no? Perchè?

Partiamo da alcuni assunti.
Musei e magazzini
I musei nazionali, soprattutto quelli più storici e anziani, soffrono di una palese inadeguatezza sotto molti punti di vista. Se paragonati agli omologhi stranieri mostrano una distanza siderale in termini di fruibilità e gestione, ma anche di vitalità. Per contro, i loro magazzini sono stracolmi di reperti, per la maggior parte condannati a un sorta di beffardo destino a seguire la scoperta: tornati alla luce dopo secoli sotto terra, illusi di una riconquistata utilità, e riseppelliti nei sotterranei polverosi di qualche deposito. Materiali che, nella maggioranza dei casi, non hanno futuro. La capacità di turnazione nelle vetrine dei musei è minima, per cui è difficile che qualcuno di essi possa un giorno rivedere la luce. Molti di questi materiali, soprattutto i più poveri dal punto di vista scientifico, sono ancora da catalogare e spariscono a centinaia.
Fondi
L’archeologia nazionale, e in generale tutto il mondo dei beni culturali, soffrono di una perenne carenza di fondi, che si aggrava ogni anno per via dei tagli che si accaniscono sempre su questo settore, quasi fosse l’ultima ruota del carro. Comprensibile in un paese ottuso e ignorante, dove dal dopoguerra hanno trionfato i palazzinari e i pirati del soldo facile, gli spendaccioni di stato e i furbi della mazzetta. L’edilizia, l’industria, il commercio muovono fiumi di soldi, l’archeologia no. Dove si muovo fiumi di denaro ci possono essere tangenti, posti di lavoro, appalti; dove c’è micragna no. Ecco perchè la cultura, fatta salva qualche rara isola virtuosa e qualche filibusta dove si è capito che si possono fare tangenti e mazzette anche su musei e cantieri archeologici, langue nella miseria dell’elemosina nazionale.
Reperti
Nei magazzini dei musei ci sono due categorie di reperti, che possiamo classificare in base al loro valore scientifico, ma anche sulla

giovedì 27 novembre 2014

Divinità e religione: il panteon dei fenici.

Divinità e religione: il panteon dei fenici.
di Pierluigi Montalbano

In assenza di scritti mitologici e liturgici, le fonti sono le iscrizioni provenienti dalle città stato orientali. Gli autori principali sono: Sancuniatone, sacerdote di Beirut (XII a.C.), riportato da Filone di Biblos, giuntoci attraverso Eusebio; Damascio, neoplatonico (V a.C.), che cita una cosmogonia di Mecio; Plutarco e Luciano, che forniscono dati sulle credenze dell’epoca; l’Antico Testamento, sui Cananei; i testi di Ugarit; le fonti puniche.
La religione fenicia appare come un prolungamento di quella cananea del II millennio a.C. Ogni città fenicia aveva una divinità poliade generalmente associata a un partner, con determinate funzioni. A Tiro imperavano Melqart e Astarte, con un rito del risveglio annuale. Melqart è una divinità che garantisce ordine e benessere, Astarte è la dispensatrice di potere e vitalità, legata al trono e alla fertilità. A Sidone erano venerati Astarte ed Eshmun, dio guaritore assimilato ad Asclepio/Esculapio. A Biblos invece si credeva nella Baalat Gubal (signora di Biblos), insieme al Baal di Biblos, che è all’origine dell’Adone greco. Per loro si celebravano feste annuali di morte e resurrezione.
Altre divinità erano: Reshef, dio della folgore e del fuoco, originariamente nefasto poi benefico; Dagon, dio del grano; Shadrapa, conosciuto dal 600 a.C., un genio guaritore rappresentato con serpenti e scorpioni; diversi culti astrali, di età ellenistica; Chusor, inventore e lavoratore del ferro; Sydyk e Misor, divinità della giustizia e della rettitudine.
Filone di Biblos riporta una mitologia: all’origine del cosmo, della cultura e degli dei sono il vento e il caos, da cui nasce un uovo cosmico, detto Mot. La cultura sarebbe stata creata da Usoos, inventore delle pelli d’animali, mentre al vertice della genealogia divina sarebbero stati Eliun e Berut. Gli dei vivevano nei templi, o bet (casa o palazzo). Non ci sono pervenute statue, forse  a causa del diffuso aniconismo. Apprezzavano il culto di stele o betili, nonché di montagne, acque, alberi, e pietre ritenute sacre. Asherah è una piccola colonna votiva in legno, analoga al betilo, la dimora

mercoledì 26 novembre 2014

Offerte commerciali. Auto della settimana

Offerte commerciali.  Auto della settimana



Usato per usato - Finanziamenti fino a 60 mesi - Garanzia di conformità 12 mesi
Visibili in Via Fratelli Bandiera 100, Cagliari - Pirri - Tel. 0702044611  -  3382070515

Scoperta una fortezza dell’età del Bronzo a Cipro

Scoperta una fortezza dell’età del Bronzo a Cipro



















Un recente ritrovamento archeologico dell’Università di Cincinnati suggerisce che l’antica città cipriota di Bamboula fosse ben protetta dalle minacce esterne.
La città portuale di Bamboula fiorì nell’Età del Bronzo, tra il XIII e l’XI a.C., costituendo un importante centro commerciale per Medio Oriente, Egitto e Grecia. Oggi si trova presso l’odierna Episkopi, lungo la costa sud-occidentale di Cipro. L’area ha in parte prosperato perché i vicini Monti Troodos contenevano rame che poteva essere trasportato a valle grazie a un fiume.
Le ultime ricerche nel sito hanno rivelato i resti di una fortezza della Tarda Età del Bronzo (1500-750 a.C.) che potrebbe aver protetto il centro urbano economico più all’interno, che non sembra essere stato fortificato.
“È chiaro che si tratta di una fortezza a causa della larghezza e della solidità delle pareti. Nessun muro di una casa di quel periodo sarebbe stato così solido. Sarebbe stato del tutto inutile”, dice Gisela Walberg, direttrice degli scavi, notando che una parete è spessa 4,80 metri. “Ed è su un altopiano separato, che ha una posizione meravigliosa: si può guardare a nord verso le montagne o il fiume, e si può vedere il Mediterraneo a sud, in modo da poter vedere chiunque si avvicina”.

Inoltre, sono stati trovati resti di scale che portavano ad una distrutta struttura circolare tipo torre, che sarebbe stata utile per controllare l’area.
“Abbiamo trovato le prime mura, che abbiamo pensato essere interessanti, nel 2005″, racconta Walberg. “Abbiamo continuato, e quest’anno abbiamo trovato un’intera scala”.
Secondo Walberg, la scala sembra essere stata rotta durante una violenta catastrofe, il che getta luce sull’inizio della Tarda Età del Bronzo di Cipro, un periodo di cui si sa poco, ma che è caratterizzato da grandi sconvolgimenti sociali e cimiteri contenenti ciò che un certo numero di studiosi ha identificato come sepolture di massa.

La recente scoperta è anche particolarmente significativa perché c’è un altro sito della Media Età del Bronzo nelle vicinanze della fortezza.



A monte vi sono i resti di un grande centro economico, chiamato Alassa, un centro per il commercio dei prodotti agricoli e del metallo.
“La nostra scoperta, la fortezza, colma il vuoto temporale tra questo primo insediamento e il grande centro economico. Probabilmente era il centro, il nucleo, da cui iniziò l’urbanizzazione dell’area”, dice Walberg.

Fonte: Science Daily
University of Cincinnati

martedì 25 novembre 2014

Nuove scoperte retrodatano l’epoca della domesticazione di cane e cavallo

Nuove scoperte retrodatano l’epoca della domesticazione di cane e cavallo
di Martina Calogero



















Cavallo e cane sono stati addomesticati dall’uomo molto prima di quanto pensato fino ad ora. A retrodatare il processo di domesticazione sono stati due ritrovamenti archeologici. Si tratta di un nuovo sito archeologico, quello di Al-Maqar, in Arabia Saudita, che ha rivelato che i cavalli furono addomesticati già nove mila anni fa, invece di 3500; e del cranio e della mandibola fossilizzati di un canide, databili a trentatré mila anni fa e scoperti sui monti Altai, in Siberia, che avrebbe intrapreso la strada dell’avvicinamento all’uomo che si concluderà molto più tardi.
La scoperta dei resti del canide è molto importante per fornire nuovi dati sul luogo dove nacque e sulle modalità in cui si sviluppò lo straordinario rapporto tra l’uomo e il cane. Probabilmente, l’animale in questione non era completamente addomesticato perché mostrava ancora alcune caratteristiche da lupo, come i denti lunghi. La caverna di Razboinichya, dove è avvenuto il ritrovamento, era abitata soltanto per brevi periodi da raccoglitori e cacciatori. Si presume che il canide si sia avvicinato a questo accampamento, attirato dai resti delle prede cacciate. È probabile che simili contatti tra uomo e lupo si svolsero allo stesso tempo in luoghi diversi dell’Europa, ma anche in altre località come in Cina e in Medio Oriente. È possibile il rapporto tra le due specie si sia consolidato circa diciannove mila anni fa, solamente dopo la fine della ultima glaciazione.
Infatti, la domesticazione è un processo che richiede tempo, per far sì che le trasformazioni caratteriali e fisiche, causate dagli incroci selettivi per ottenere uno specifico carattere, si stabilizzino nel DNA e vengano poi trasmesse da una generazione all’altra. È probabile che l’imminente glaciazione spinse i cacciatori a rarefare la loro presenza nella grotta di Razboinichya e le avverse condizioni ambientali obbligarono i nostri antenati a cacciare i canidi semiselvatici, per procurarsi cibo e pellame.
Invece, il sito di Al-Maqar, che un tempo offriva un fertile territorio verdeggiante sul quale prosperò una raffinata e florida civiltà, come stanno rivelando gli scavi archeologici, ha restituito numerosi manufatti, fra cui scheletri mummificati, strumenti per la tessitura e la filatura, punte di freccia e altri utensili. Inoltre, sono emerse statue di animali come cani, capre, falchi e un busto che raffigura un cavallo di un metro di altezza, dimensioni mai riscontrate finora. Prima di questa scoperta la domesticazione del cavallo veniva fatta risalire a cinquemila cinquecento anni, a opera di un popolo semisedentario di civiltà Boltai, che abitava l’attuale Kazakistan.

fonte: Archeorivista.
Immagine di www.archart.it

lunedì 24 novembre 2014

Trovata ocra in una conchiglia del Paleolitico. Scoperta la bottega di un artista?

La bottega di un pittore di 100.000 anni fa scoperta in Sud Africa.



Frammenti d'ocra, pestelli e macine di pietra, conchiglie usate come barattoli per la pittura, trovate ancora al loro posto, come erano state lasciate migliaia di anni fa: è il laboratorio di un pittore vissuto 100.000 anni fa. Si trova in Sud Africa, ed è stato usato per produrre e conservare l'ocra, il primo pigmento della storia. Annunciata su Science, la scoperta si deve a un gruppo di ricerca coordinato da Christopher Henshilwood dell'università di Witwatersrand a Johannesburg. Del gruppo fa parte anche l'italiano Francesco d'Errico che lavora all'università francese di Bordeaux e all'università norvegese di Bergen.
Scoperto nella grotta di Blombos, il laboratorio dell'Età della pietra, eccezionalmente, contiene tutti gli utensili per produrre l'ocra, come pestelli e macine di pietra. Le due conchiglie di abalone, noto anche come orecchio di mare, ''sono i più antichi contenitori finora scoperti nella storia dell'uomo'' ha detto all'ANSA d'Errico. Una delle conchiglie era anche chiusa da un ciottolo che ha la stessa morfologia della conchiglia e che molto probabilmente aveva la funzione di coperchio. ''Vi sono esempi più antichi di pezzi d'ocra con tracce di uso ma è la prima volta - ha proseguito l'esperto - che vengono trovati contenitori, residui di pigmenti e gli strumenti per produrli''. La cosa straordinaria, ha rilevato d'Errico, è che in questa grotta-laboratorio, tutto è rimasto come era: ''l'artigiano che ha usato il kit l'ultima volta ha lasciato le conchiglie a pochi centimetri di distanza, il tutto è stato rapidamente coperto dalla sabbia portata dal vento nella grotta''.
Sui fondi delle conchiglie sono stati trovati dei residui di pittura: una mistura di colore rosso ottenuta miscelando polvere di ocra, midollo e carbone. Secondo i ricercatori il pigmento era prodotto per sfregamento dei pezzi di ocra su lastre di quarzite o frantumando schegge di ocra. Da questo processo si otteneva una polvere di colore rosso che veniva poi miscelata agli altri ingredienti. A questa miscela veniva poi unito un liquido (probabilmente urina o acqua) e grasso animale. Fra gli strumenti è stato trovato anche un osso che era probabilmente utilizzato per mescolare e trasferire un po' di miscela fuori dal guscio. E' difficile, hanno rilevato gli esperti, immaginare l'uso che veniva fatto di questa pittura, probabilmente era usata dai primi Homo sapiens per dipingere i loro corpi o produrre rappresentazioni astratte o figurative. ''Sappiamo ormai molto su come questa pittura veniva prodotta ma nulla su come era utilizzata'' ha osservato d'Errico. ''Possiamo ipotizzare - ha aggiunto - che mescole di questo tipo erano usate nella preparazione delle pelli, per evitare il loro deterioramento, o per scopo simbolico''.
La scoperta, secondo Henshilwood, suggerisce che i primi uomini come noi avevano già una conoscenza elementare della chimica e la capacità di pianificazione a lungo termine, ossia di preparare e conservare, cruciale per l'evoluzione del pensiero.

Immagine di Science/AAAS

domenica 23 novembre 2014

Storia, leggenda, arte e culto dell'acqua in Sardegna e nel mondo

Storia, leggenda, arte e culto dell'acqua in Sardegna e nel mondo
di Efisio Lippi Serra


Il problema dell'acqua è fra i più antichi della millenaria, tormentata, storia della Sardegna. In questo articolo non v'è alcuna pretesa di indicare soluzioni all'annoso problema che da sempre angustia la nostra comunità e soffoca la nostra economia (specie agricola), ma il desiderio di provocare una riflessione su quel che l'acqua ha rappresentato e rappresenta nella storia dei popoli; nonché nella leggenda, nel culto e nell'arte della ultra millenaria storia della Sardegna.
Tutti sono consapevoli che l'acqua, fra gli elementi della natura, sia il più importante; tanto è vero che, nel comune sentire, non può esserci vita in assenza di acqua! E all'acqua, poeti e scrittori d'ogni tempo e latitudine hanno dedicato versi e pagine immortali.
In una recente relazione, Margherita Satta ha ricordato che Mircea Eliade, nella sua "Storia delle Religioni", ha affermato che "l'acqua è fonte e origine della vita umana" e vi ha descritto il ruolo che l'acqua ha avuto ed ancora ha in alcune culture del mondo.
Né possiamo tacere quanto sostengono autorevoli studiosi sul ruolo e il culto dell'acqua nel "preistorico" Sardo. Il Lanternari ha detto che "il culto preistorico dell'acqua nell'Isola si atteggia in un aspetto particolare che è il culto delle sorgenti". Per il Taramelli il culto delle grotte, nell'età del bronzo, era in Sardegna così intenso da essere considerato "patrimonio fondamentale della stirpe Sarda".
Per Giovanni Lilliu "il culto centrale e principale dei protosardi dell'età dei nuraghi era proprio quello

sabato 22 novembre 2014

L'acqua nell'antica civiltà sarda

L'acqua nell'antica civiltà sarda
di Pierluigi Montalbano

Le acque lustrali sono state e sono tutt’ora usate in vari ambiti religiosi. Anche il cristianesimo ha fatto sua l’usanza antica di utilizzare l’acqua per le cerimonie religiose. L’uso dell’acquasantiera all’ingresso delle chiese ad esempio richiama la presenza di un bacile di trachite all’ingresso di templi,nuraghi e pozzi sacri.
Nell’accurata descrizione degli scavi all’interno del santuario nuragico di Serri il Taramelli annotò la presenza di un bacile in trachite appena varcato l’ingresso dal lato sinistro della curia o capanna delle riunioni. Tale bacile era in tandem con altri reperti dal chiaro carattere cerimoniale-religioso: sempre sul lato sinistro presso il muro a una distanza di tre metri venne rinvenuta una piccola ara, un cippo e incastrato nel muro un altro bacile rettangolare. Un altarino elegantemente lavorato fu trovato durante i primi scavi anche nel vestibolo del primo pozzo di Matzanni: testimonianza di un uso sacrale della costruzione.
Un altarino di simile fattura fu trovato anche nel pozzo C, o terzo pozzo, in tempi relativamente recenti. Esso è stato preso dagli scavatori e portato a Villacidro dove si trova tutt’ora presso il museo sacro ex-oratorio, davanti alla chiesa di S. Barbara.  Il pozzo sacro è l’edificio che sembra aver la sua ragione d’essere nel culto delle acque. In Sardegna esistono tutt’ora molti esempi, più o meno conservati di pozzi sacri risalenti al periodo nuragico. Nella località Matzanni in territorio di Vallermosa, al confine col comune di Villacidro si trovano tre pozzi sacri a breve distanza l’un dall’altro. Quasi tutti hanno il medesimo schema costruttivo: Il pozzo vero e proprio ricoperto dalla tholos o cupola, il tutto in pietre più o meno lavorate, la scala e l’atrio o vestibolo. Ogni sezione probabilmente aveva un diverso livello d’accesso e diversità d’uso.
Si distingue il pozzo vero e proprio del diametro che va dai 2 ai 3 metri costruito con perizia specialmente evidente nella copertura realizzata con la tecnica ad aggetto e chiamata tholos dal nome che i greci avevano dato alle costruzioni sarde che richiamavano le loro Tholoi. Dal fondo del pozzo una scala di 12/13 gradini portava all’atrio pure in pietra ma ricoperto da travi in legno e altri materiali. Questo locale era lastricato in pietra. Lungo i lati lungo di un muro si trovava un sedile continuo pure in pietra. L’ atrio del pozzo C di Matzanni aveva il sedile solo dal lato destro. Questo locale aveva una sua funzione specifica sempre legata al pozzo e alle acque sacre. Si trovano nei pressi segni di cerimoniali sacri quali aree sacrificali…e al suo interno sono stati rinvenuti oggetti riconducibili ad un uso cerimoniale.
Sempre a Serri nell’atrio si nota ancora un bacile e una canaletta che percorre un lungo tratto e porta all’esterno del vestibolo. In tale spazio erano sistemati gli ex-voto sotto forma di bronzetti. Nell’atrio del pozzo A di Matzanni, come già ricordato fu rinvenuta una piccola ara peraltro scomparsa. Il Lovisato aveva fatto in tempo ad operare uno schizzo di essa. Il Taramelli se ne era interessato e aveva trovato riscontri di oggetti simili in altre località del mediterraneo orientale. Quali cerimonie religiose civili o terapeutiche si celebrassero non è dato sapere con precisione: studi e ricerche hanno tentato di dare spiegazioni più o meno convincenti. Uno dei primi e certamente tra i più importanti è stato Petazzoni che studiò la religione primitiva in Sardegna e dedicò al culto delle acque una parte rilevante della sua opera sull'argomento.
Egli descrisse i due pozzi (il terzo non era ancora stato scoperto) e fece uno schizzo del pozzo A.
La sua interpretazione del culto delle acque è di largo respiro, i parallelismi con altre culture, esempi attuali di comportamenti umani che richiamano tutt’ora le antiche usanze trovano ampio spazio nella sua appassionata trattazione. Invero alcune sue supposizioni sono state superate dalle scoperte e studi successivi.
Secondo lui il pozzo in sé non era una fonte bensì un deposito d’acqua, in alcuni casi addirittura protetta da un coperchio di legno posto in fondo al pozzo.
Che uso si poteva fare di quella acqua così preziosa e sacra?
Le acque dei pozzi sacri avevano un fine terapeutico, magico-religioso e civile, se è lecito operare una tale distinzione riferita a quel tempo. Antichi autori greci affermano che in Sardegna esistevano delle sorgenti di acqua miracolosa fredda e calda. Tra Vallermosa e Villasor, in località s’Acqua Cotta esiste tutt’ora una sorgente d’acqua calda utilizzata per secoli a scopo terapeutico e recentemente ceduta ad una società produttrice di acque minerali. Gli stessi autori riferiscono che quell'acqua aveva benefici effetti sugli occhi.
Altri riferiscono che gli effetti terapeutici si estendevano anche ai dolori alle ossa e ad alleviare altri malanni tra cui i danni provocati dal morso di un insetto particolare che sembra procurasse notevoli disturbi.
Nell’atrio dei pozzi venivano collocati dei bronzetti; la loro presenza sembra strettamente legata alle ceromonie religiose che avevano luogo presso il pozzo. Essi sono stati anche interpretati come una specie ex-voto. A Serri è stata trovato il bronzetto che rappresenta una madre che ringrazia per la guarigione del figlio, a volte confusa con la madre dell’ucciso di Urzulei. Riguardo alla località di Matzanni il Lovisato dà notizia di ritrovamenti operati dai primi scavatori clandestini:quasi tutto è scomparso eccetto una ciotola di bronzo dorato, una moneta e il famoso bronzetto denominato Barbetta o Offerente che rappresenta secondo l’interpretazione di Lilliu un popolano in atto fare offerte votive alla divinità. L’intreccio tra religione, medicina,magia e dato fisico è praticamente inscindibile per i nostri protosardi. L’origine dei malanni può essere d’origine divina o dovuta a cause misteriose, certamente note alla divinità che può intervenire in favore dei fedeli che utilizzano l’acqua sacra come mezzo per entrare in contatto con la divinità e ottenere benefici. La malattia è curata con cerimonie religiose in cui l'acqua ha una parte importante.Non per niente il Petazzoni, citando le scoperte del Lovisato avanza l’ipotesi che le costruzioni circolari, i cui resti sono situati tra i pozzi A e B di Matzanni, fossero ricoveri o dimore per sacerdoti o per fedeli convenuti per pratiche medico-religiose (sul modello di quelle più note del Santuario di S.Vittoria). Invero altre pratiche magico-religiose avevano luogo probabilmente nei santuari nuragici come la pratica della incubazione. Il culto delle acque sacre riveste tuttavia un ruolo molto importante con una valenza profonda nel rapporto tra religione e vita sociale: se infatti l’acqua lustrale aveva il potere di guarire gli infermi aveva per contro anche quello di smascherare i colpevoli di vari delitti.
Questo avveniva col rito dell’ordalia. Il luogo per eccellenza deputato a svolgere questo compito era il pozzo sacro peraltro dedicato ad una divinità (Il Petazzoni indica il Sardus Pater;oggi si propende per altre indicazioni, forse una divinità locale o forse le antichissime divinità primitive naturali). Questo rito sembra fosse abbastanza comune nell’antichità tra i popoli del Mediterraneo (Sicilia)e in altre parti del mondo antico (Africa). Ma l’ordalia sarda ha una sua peculiarità ed è citata più volte dagli antichi scrittori latini e greci.

Nell'immagine: Vallermosa, Matzanni. Il pozzo 3


venerdì 21 novembre 2014

Istanbul, Turchia. Scavi italiani portano alla luce il rilievo del Re di Tuwana a Ivriz

Il rilievo del re di Tuwana a Ivriz (IX a.C.) 
di Rodolfo Calò

















Sono in corso gli scavi archeologici in un mega sito dell'Anatolia destinati a far emergere dal buio della storia un antico regno ricco ma dimenticato, quello di Tuwana, cui sarà dedicato un museo a cielo aperto.
La segnalazione è stata fatta da Lorenzo d'Alfonso, un archeologo italiano che guida la missione congiunta delle Università di Pavia e di New York e che ha fornito dettagli sugli scavi in una conferenza stampa in cui, questo mese, sono stati illustrati a Istanbul i risultati delle missioni archeologiche italiane in Turchia. Questa nuova scoperta dell'archeologia preclassica, da portare avanti nella Cappadocia meridionale, è stata fatta a Kinik Hoyuk, in un sito del IX a.C. L'area fa parte del regno dimenticato di Tuwana, finora noto attraverso geroglifici e alcune fonti dell'impero assiro ma mai studiato archeologicamente. Un sito intatto, in cui nessuno ha messo mano cercando di collocarlo storicamente per capire a che civiltà appartenga e che ruolo abbia svolto in questa regione.
Quello di Kinik Hoyuk, per dimensioni è fra i siti di maggiori dell'Anatolia preclassica, se si esclude Hattusa, la capitale degli Ittiti: le stime più caute lo inquadrano su 24 ettari ma i topografi ci dicono che potrebbe essere di 81 ettari. A lavorarci è una missione avviata congiuntamente dall'Universita' di Pavia e da quella di New York, aperta a collaborazioni con università turche quali Erzurum e Nigde. Il sito era stato lambito da ricognizioni di altri archeologi, ma la sua importanza è emersa dalla ricognizione che abbiamo fatto noi, ha detto d'Alfonso ricordando che la Cappadocia meridionale è importante perchè aveva il controllo sulle Porte cilicie, ossia sul passaggio fra Oriente e occidente, e fra l'Europa e l'Asia: insomma uno degli snodi più importanti del mondo in quel periodo e al cui centro si colloca Kinik Koyuk.
Quello di Tuwana era un piccolo stato cuscinetto fra il regno di Frigia e l'impero assiro e proprio per questo particolarmente ricco: uno dei grandi temi del nostro studio è legato alla ricchezza culturale di questo regno, ha sottolineato l'archeologo riferendosi soprattutto allo sviluppo dell'alfabeto. In particolare sono state rinvenute nelle vicinanze tre stele di età del ferro, non in ottimo stato di conservazione ma che dicono molto dell'importanza che doveva avere il sito.
La strategia di scavo è stata guidata da prospezioni geomagnetiche che avevano evidenziato uno stato di conservazione particolarmente significativo della cinta muraria dell'acropoli e di edifici al centro dell'acropoli stessa: mura monumentali scavate per un alzato che per arriva a sei metri e in uno stato di conservazione che non trova facili paragoni all'interno dei siti preclassici dell'Anatolia, in particolare di quella centrale. Delle mura è stato rinvenuto l'intonaco originale e si punta ad un consolidamento in vista di un restauro già a partire da quest'anno. Lo scavo infatti è stato pensato fin dall'inizio per una musealizzazione all'aperto: Kinik Hoyuk, un luogo facilmente accessibile. Il suo punto di forza è quello di essere a 45 minuti dai maggiori centri di attrazione turistica della Cappadocia (e a meno di 2 km da una delle maggiori arterie della regione, a 4 corsie).
Insomma è nel cuore di un circuito turistico fra i più importanti di tutta la Turchia e quindi il governo locale supporta pienamente la missione vedendo, in questa, una grande possibilita' di sviluppo.

Fonte: ANSA

giovedì 20 novembre 2014

Corso di Archeologia della Sardegna

Corso di Archeologia della Sardegna




Inizieranno martedì 25 novembre le lezioni di archeologia della Sardegna presso l'aula magna dell'università di Quartu, in Viale Colombo 169. Docente per il 4° anno consecutivo sarà il Dr. Pierluigi Montalbano. 
Il numero di lezioni previste è 24, e termineranno in Maggio 2015.
Per le iscrizioni telefonare in segreteria al numero 0708696096

In riferimento ai contenuti del corso, si proporrà una panoramica a 360° sulla preistoria in Sardegna. Con l'ausilio di immagini e filmati, le lezioni documenteranno il modo di vivere dei sardi dal Neolitico all'età del Ferro. 
Saranno forniti gli strumenti concettuali per l'interpretazione dei manufatti, delle architetture e delle sepolture presenti in Sardegna. Il corso prevede un approfondimento sulla civiltà nuragica e sul sistema economico che ha consentito all'isola di mantenere i contatti con gli altri popoli del Mediterraneo  antico. 
Ogni lezione sarà legata ad un argomento specifico e gli argomenti saranno trattati con un linguaggio divulgativo pur mantenendosi strettamente scientifici. 
Sono previste alcune visite guidate nei musei per legare la teoria alla visione diretta dei manufatti studiati nelle lezioni. 






Sito internet  - http://www.univerquartu.it





Nelle immagini...una selezione di alcuni corsi che potrete frequentare nella nostra Università.