Diretto da Pierluigi Montalbano

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martedì 16 settembre 2014

Evento: La notte dei Nuragici nel Bosco del Parco Selèni, a Lanusei.

La Notte dei Nuragici, Sabato 20 Settembre, dalle ore 19.00 fino alla mezzanotte.

Nell’ambito della 31^ edizione delle “Giornate Europee del Patrimonio”, il Selèni Green Park è lieto di invitarvi alla “NOTTE NURAGICA”.
Programma della manifestazione:

ESCURSIONE [dalle 19:30 alle 20:30]
A cura dell’Associazione Andhalas Ogliastra, visita guidata alle spettacolari valenze ambientali della piana del bosco Selèni.

VISITA GUIDATA PARCO ARCHEOLOGICO SELÈNI [dalle 20:30 alle 21:30]
A cura della Coop. La Nuova Luna, visita guidata nei segreti dello splendido parco archeologico Selèni.

ESIBIZIONE LIVE “FUSIONI SOTTO LE STELLE” [dalle 21:30]
A cura dell’Associazione Sulle Tracce di Dan (Pres. Andrea Loddo), tramite le antiche tecniche di fusione a cera persa verrà riprodotto il bronzetto nuragico scoperto a Lanusei denominato “La Libagione”. 

MOSTRA “SUTILES NAVES”

A cura dell’Associazione Archistoria (Pres. Gerolamo Exana), esposizione delle ricostruzioni sperimentali di navi nuragiche mediante la tecnica arcaica a cuciture e perni
Il Prof. Pierluigi Montalbano illustrerà la scoperta dei metalli in Sardegna, i processi di lavorazione e le rotte commerciali della preistoria, con tante curiosità e nuove scoperte.
Intervalli musicali con sa trunfa e su sulittu di Alberto Agus


Esibizione live + ingresso mostra + Buffet con prodotti tipici ogliastrini: 10 Euro
Escursione 3 Euro

Posti limitati, si consiglia di prenotare
Per informazioni e prevendite: 389-1314561   /    328-3232461

lunedì 15 settembre 2014

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Gli uccelli: strumenti di navigazione nel mondo antico

Gli uccelli: strumenti di navigazione nel mondo antico
di Pierluigi Montalbano

Secondo gli specialisti dei sistemi occasionali di navigazione nel mondo antico, i comandanti delle navi minoiche e micenee imbarcavano nei lunghi viaggi per mare, qualche uccello che servisse al preciso scopo di fornire un aiuto durante la navigazione. Una reminescenza sicura di questa pratica la possiamo trovare ritrovare nel mito di Giasone. Il viaggio degli Argonauti segnava un itinerario che rendeva percorribile la rotta verso la Colchide e, nel contempo, fondava misticamente la possibilità di seguire una via marittima mai tracciata prima di allora.
Tutto il complesso del mito di Giasone parrebbe confermare l'ipotesi relativa all'uso degli uccelli come elemento per favorire la navigazione. Significativo, a questo proposito, è l'episodio delle rocce Simplegadi. Gli Argonauti avevano superato quell'ostacolo lasciando volare un non precisato uccello davanti alla nave, vogando poi a gran forza riuscirono a passare tra le rocce, nello stretto indicato dal volatile.
E' difficile pensare che tale stratagemma costituisca soltanto un espediente narrativo. Trattando del tema relativo all'uso degli uccelli come sistema occasionale di navigazione, lo studioso R. W. Hutchinson - pur ammettendo che "sarebbe interessante sapere se i comandanti dei mercantili minoici si valessero di un simile mezzo, poco necessario quando navigavano verso le Cicladi, ma non disprezzabile nel caso di viaggi più lunghi, senza terre in vista, dato che le stelle non erano sempre visibili neppure nelle acque del Mediterraneo" - ritiene che "nei poemi omerici non se ne trova traccia". Ma le cose non stanno in questo modo, si possono ritrovare inequivocabili elementi di questa pratica nei testi omerici ed esiste in proposito una lunghissima tradizione che arriva fino alla letteratura cristiana medioevale.
L'uso degli uccelli come aiuto alla navigazione è citato nel mito di Utnapishtim (il Noè dei sumeri), contenuto nell'epopea dell'eroe sumerico Gilgamesh. In quest'importante racconto troviamo la ben nota narrazione dalla quale venne in seguito tratto l'episodio biblico del diluvio universale. La famosa vicenda lascia pochi dubbi sull'uso effettivo che nel mondo antico si faceva della pratica in argomento.
Per approfondimenti sul poema: http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/sintesi.htm
Utnapishitim aveva fatto costruire un'arca, "aveva navigato per sette giorni e sette notti, mentre le acque salivano e al settimo giorno l'arca aveva fatto approdo su una montagna "agli estremi limiti della terra", ed egli aveva aperto una finestra dell'arca, e ne aveva fatto uscire una colomba per vedere se il livello delle acque fosse sceso ma la colomba era tornata perché non aveva trovato un luogo dove posarsi poi aveva fatto uscire un corvo, e il corvo non aveva fatto ritorno. Il particolare del corvo che non ritorna al luogo della sua partenza indica chiaramente che il volatile ricopre la funzione di segnare una direzione, precisamente quella nella quale si sarebbe potuta trovare una terra emersa.
Nel mito di Utnapishtim, così come nell'espediente di Noè nel racconto biblico, l'uso di mandare in volo degli uccelli è la derivazione di una precisa consuetudine: quella di utilizzare dei volatili come "animale guida" con il preciso compito di "aprire nuove e più sicure vie". E' facile supporre che una tale abitudine "marinaresca" non sia stata inventata dai sumeri ma che venisse praticata già da epoche precedenti.

Nell'immagine, una navicella nuragica al Museo Archeologico di Cagliari. Notare l'abbondanza di volatili sul bordo.


domenica 14 settembre 2014

Luna e Sole, a Sassari il valore simbolico di un portale.

Luna e Sole, a Sassari il valore simbolico di un portale.
di Alessandro Ponzeletti

I due simboli derivano dalla rappresentazione artistica della Crocefissione di Cristo. Con il nome “Luna e Sole” i sassaresi conoscono il vasto quartiere che si estende a nord-est, la porzione collinare bassa di quello che poi diviene Monte Bianchinu. Il quartiere ha una via con lo stesso nome che va a terminare, nella parte alta, presso l’antico portale di campagna che diede il nome a questa zona. Il portale è posto a sinistra arrivando, presso un vero e proprio “ritaglio” di quello che era un tempo l’area, formata da uliveti chiusi da muri a secco: oggi ancora si mantiene l’antica “T” formata dal bivio delle strade vicinali e si percorre questo tratto per arrivare alle numerose ville poste a Monte Bianchinu nella regione Barca.
La struttura del portale, eretto tra fine Seicento e primo Settecento, è quella visibile in vari esemplari coevi superstiti nelle campagne intorno Sassari: una porzione rettangolare di muratura, a pietrame misto o a cantone, sormontata da un cornicione scolpito. Al centro il varco ad arcata c’è l’apparato decorativo che consisteva nella presenza ai lati del varco centrale in alto di un sole e una mezza luna ad altorilievo, oggi purtroppo erosi dal tempo. Da qui il nome del portale e della campagna intorno. Ma la Luna e il Sole cosa significano? Derivano dalla rappresentazione artistica della Crocefissione di Cristo e dovrebbero simboleggiare la partecipazione del Cosmo al momento più alto e intenso del Nuovo Testamento, il sacrificio del Dio divenuto uomo per redimere l’umanità, ma anche stare per “fine” e “inizio” insieme, o ancora il transito dalla tenebra del Paganesimo alla luce del Cristianesimo. Si tratta quindi di una simbologia molto antica che a Sassari rappresentata spesso, soprattutto nei secoli XVII e XVIII, dato che troviamo luna e sole sia nelle Crocefissioni dipinte presenti nelle chiese del centro storico sia, nella facciata del Duomo, scolpiti ai lati dello stemma dell’Arcidiocesi sopra l’arcata centrale.

La storia dimenticata del sacrificio di Minnìa, ferita a morte dall’uomo che le faceva la corte.
di Alessandro Ponzeletti
La città di Sassari ha intitolato alla dottoressa Monica Moretti la bella piazza giardino realizzata in cima a viale Dante. Monica fu vittima, il 22 giugno del 2002, di uno stalker divenuto assassino e ciò purtroppo nella società contemporanea italiana è argomento se non quotidiano almeno settimanale delle cronache.
Con le righe seguenti, voglio ricordare un’altra giovanissima concittadina vissuta nella Sassari di metà Ottocento. La mattina del 30 agosto del 1854, ricorda Enrico Costa, il giovane ufficiale don Michele Delitala si presentò alla casa Quesada. Delitala aspirava alla mano di Giovanna Maria (Minnìa, abbreviato in sardo) Quesada, nobile e assai bella ragazza, di 19 anni. Lui ne aveva 29.
L’aspirazione del giovane militare fu però fermata dalla famiglia Quesada: la madre rifiutò per due volte la richiesta di matrimonio. Furioso, Delitala quella mattina d'agosto, armato di spada, di due pistole e di un pugnale, bussò e dietro la porta si trovò davanti la madre di Maria Anna, Donna Giuseppina: le chiese per la terza volta la mano della figlia e al terzo rifiuto fece fuoco contro la donna ma Minnìa, arrivata subito all’ingresso e compresa l’intenzione, fece scudo alla mamma prendendosi la pallottola in corpo. Malgrado ciò, Delitala con la spada ferì la madre e una domestica accorsa e subito dopo con l’altra pistola sparò contro il padre di Minnìa, Don Antonio, e uno zio accorsi, senza per fortuna ferire nessuno gravemente, infine provò senza riuscirvi a pugnalarsi. Minnìa, ferita mortalmente, morì il 5 settembre dopo sei giorni d’agonia, perdonando Michele.
L’assassino fu processato e condannato a morte malgrado la famiglia ingaggiò l’abilissimo Stanislao Mancini come difensore: scampato all’epidemia di colera del 1855, nel maggio 1857 dal carcere del Castello (riservato ai nobili) fu condotto alla forca di San Paolo (a Calamasciu) a “dar calci al vento”.
Fonte: lanuovasardegna.it


sabato 13 settembre 2014

I templi megalitici di Mnajdra e Haġar Qim, a Malta

I templi megalitici di Mnajdra e Haġar Qim, a Malta

Le isole dell’arcipelago maltese custodiscono una straordinaria concentrazione di monumenti megalitici, dotati di forme architettoniche peculiari che si identificano come un unicum nel panorama della preistoria del Mediterraneo e che non trovano confronti nella vicina Sicilia o negli altri territori più prossimi.
Il complesso archeologico di Mnajdra è, insieme al vicinissimo sito di Haġar Qim, uno degli esempi meglio conservati del suo genere. Il sito archeologico si trova nei pressi del villaggio di Qrendi, a meno di venti chilometri a sud-ovest de La Valletta, e domina dalla sua spettacolare posizione un ampio tratto della rocciosa costa meridionale dell’isola di Malta, di fronte all’inaccessibile isolotto di Filfla.
Le architetture megalitiche maltesi sono il risultato di un lungo percorso di affinamento delle tecniche costruttive che hanno portato a complessi cultuali frutto di aggiunte e ampliamenti anche molto distanziati nel tempo ma che mantennero, in linea di massima, la stessa concezione di sviluppo degli spazi, sia interni che esterni.

A una prima fase, datata intorno al V millennio, risalgono le prime strutture architettoniche semplici, ad esempio il sito archeologico di Skorba a Mġarr; a queste seguono, in una fase successiva, i primi esempi di tipo complesso, che vedranno la massima fioritura tra il 3600 e il 2500 a. C.Una datazione tra la metà del IV e la metà del III millennio è stata proposta anche per il complesso di Mnajdra. I due siti di Haġar Qim e Mnajdra, distanti tra loro poco più di cinquecento metri percorribili a piedi attraverso un moderno percorso lastricato che supera il pendio della scogliera, sono meno noti al pubblico rispetto ai più “turistici” siti di Ġgantija sull’isola di Gozo e di Tarxien a Malta, in quanto più distanti dalle principali località balneari e dalla capitale; nonostante questo, il loro eccezionale stato di conservazione ne fa uno degli esempi più suggestivi di architettura megalitica nel bacino del Mediterraneo.
I templi maltesi presentano una pianta a trifoglio, con un vano di fondo centrale a cui si addossano altri due ambienti contrapposti lungo l’asse principale dell’edificio, accessibile da un piccolo corridoio che comunica con l’esterno. Tutti gli ambienti mostrano un profilo a ferro di cavallo, che caratterizza lo sviluppo dello spazio interno e che viene riproposto nel perimetro esterno dell’edificio, con una cortina muraria di notevole spessore. 
Il muro di prospetto ha una esedra, al centro della quale si apre l’ingresso agli ambienti interni, sempre costituito da una porta architravata dal profilo rettangolare. 
A volte (ad esempio a Mnajdra) gli ambienti interni erano separati da grandi ortostati in cui si apriva il varco che permetteva il passaggio. Altri ambienti, la cui funzione non è chiara, seguono lo stesso sviluppo curvilineo delle pareti formando edifici più complessi.
La tecnica costruttiva è data da megaliti di dimensioni variabili, accuratamente tagliati e sistemati con estrema perizia tecnica. La copertura delle strutture più semplici e arcaiche era probabilmente con lastroni orizzontali; per i templi più complessi si è ipotizzata una copertura litica realizzata per mezzo del progressivo aggetto dei corsi di pietre, che andavano a chiudersi alla sommità; questa soluzione, verosimile per ambienti di piccole dimensioni, sarebbe stata diversa nei vani maggiori, dove i primi corsi di pietre aggettanti costituirebbero la base d’appoggio di travi a sostegno di una copertura lignea. Il complesso cultuale di Mnajdra presenta tre edifici affiancati e raccolti attorno ad un’ampia area d’ingresso a forma di esedra. A causa del dislivello del terreno, in decisa pendenza verso il mare, le tre parti del complesso hanno i piani di calpestio a livelli differenti. Tutti i vani si dispongono accuratamente secondo uno schema comune anche ad altri siti, allineandosi lungo un asse di simmetria che parte dall’ingresso e passa per la nicchia di fondo. L’esedra all’ingresso dei templi presenta un ampio bancone litico. Tutti e tre i templi che formano il complesso sono caratterizzati da un perimetro esterno a ferro di cavallo, che circonda gli ambienti interni con una cortina muraria spessa diversi metri.
Il rinvenimento di diversi elementi di arredo, ricollocati in fase di restauro, testimonia la presenza di altari all’interno dei vani del tempio. Alcuni siti (ad esempio Haġar Qim e Tarxien) hanno inoltre restituito numerosi frammenti di statue ed elementi architettonici con decorazioni scolpite a bassorilievo. Gli studiosi indagano gli orientamenti astronomici dei templi maltesi. Per quanto concerne il sito di Mnajdra è stato rilevato un orientamento che consente ai raggi del sole, durante gli equinozi, di penetrare all’interno degli ambienti principali del complesso secondo un percorso ben preciso.
I due complessi megalitici di Haġar Qim e Mnajdra attirarono l’attenzione degli studiosi verso la metà dell’Ottocento, cui seguirono interventi di scavo fino al radicale intervento conservativo conclusosi nel 2009, che ha visto la predisposizione di due enormi tensostrutture a protezione dei templi. 
Questo intervento invasivo è tuttavia giustificato dal processo di estremo degrado a cui gli edifici stavano andando incontro negli ultimi anni, soprattutto a causa delle piogge che avevano fatto crollare intere parti dei templi.

Fonte: Il Mulino del tempo



venerdì 12 settembre 2014

Attività e risorse nella Sardegna nuragica del periodo di Monte Prama.

Attività e risorse nella Sardegna nuragica del periodo di Monte Prama
di Pierluigi Montalbano

Nella lettura del contributo di Giovanni Ugas intitolato "la stagione delle artistocrazie", all'interno del libro "I giganti di pietra", ho rilevato una minuziosa descrizione del modo di vivere dei sardi del Primo Ferro e ho deciso di pubblicare un articolo che riassume le tante notizie fornite dall'archeologo su vari aspetti della vita quotidiana dei nuragici.
Intorno al X a.C., abbandonati i nuraghi, gli abitati si ridussero di numero ma aumentarono in dimensioni, alcuni a spese di altri che rimasero piccoli villaggi rurali. Spesso le case furono realizzate direttamente a ridosso del bastione dei nuraghi, trasformati in luoghi di culto, e sopra le rovine della cinta antemurale. Le capanne sono generalmente a isolati circolari, con più ambienti disposti intorno a una piazzetta centrale. Si tratta di case dotate di laboratori, magazzini e altre infrastrutture. Il sistema urbanistico prevede un miglioramento delle architetture dei pozzi con canali di raccolta dell'acqua, forni per la ceramica e per il pane, fornaci per le fonderie e piccoli ambienti circolari con sedili a giro destinati a uso termale. Si notano le prime vie in vari villaggi, e la circolazione dei carri a buoi è testimoniata sia nella ceramica sia nella bronzistica. Una larga strada lastricata per carri è stata individuata a San Sperate mentre tre ponti costruiti con grandi massi sono presenti a Monte Baranta, Birori e Desulo. Fra le strade principali è da segnalare quella che coincide con l'attuale strada provinciale che da Tharros arriva fino a Riola, transitando per il sito di Monte Prama, e raggiunge le fertili vallate al Nord del Tirso. In vari abitati si notano le case allineate lungo percorsi rettilinei e nei villaggi più grandi compaiono le sale del consiglio, nuove sedi del potere politico delle comunità. Si tratta di edifici circolari con uno zoccolo murario provvisto di sedili in pietra addossati alle pareti, all'interno dei quali sono presenti anche alcuni elementi di tradizione nuragica come vasche per l'acqua e altari a forma di nuraghi posti al centro. 

Queste rotonde avevano una copertura in legno conica, come si nota in un pregiato bronzetto trovato a Sant'Anastasia di Sardara. In vari villaggi i templi a pozzo e a megaron già esistenti vengono inseriti in grandi aree santuariali che ospitano i nuovi templi a pozzo realizzati con pietre perfettamente squadrate. Nascono anche grandi case con cortile centrale munite di laboratori e altre sale con vario utilizzo. In alcuni grandi villaggi nuragici si predispongono dei recinti destinati ai mercati e ad altre manifestazioni festive che, insieme ai porti e ai santuari, sono i luoghi preferiti per gli scambi e consentono di accumulare le ricchezze della comunità, soprattutto in metalli. Le ricorrenze festive facevano incontrare nelle località santuariali gli abitanti dei villaggi circostanti e quelli che provenivano da abitati distanti. Durante le feste vi erano musiche, canti e danze, banchetti e bevande inebrianti come il vino, la birra e l'acquavite. In questo periodo si nota il culto di una divinità della luna nuova, legata certamente anche con l'acqua sotterranea, venerata come dea celeste con valenza fertilistica, a volte simboleggiata da una colomba.
A partire dal nono secolo avanti Cristo, l'isola godeva di uno straordinario benessere economico e sociale con abbondanza di materie di base per l'alimentazione e l'abbigliamento oltre a materie prime e manufatti in surplus per gli scambi la Sardegna contava su notevoli riserve alimentari dall'agricoltura e dell'allevamento del bestiame e garantiva carne, latte e derivati. Olio di lentischio e di ulivo insaporivano i cibi e il vino è documentato dalle numerose brocche e coperte in terracotta nonché dai vinaccioli e da torchi per la spremitura. Sono documentate macine in pietra, vasche e, attraverso la lettura dei bronzetti, è testimoniata la quotidiana presenza del pane e la coltivazione del grano e dell'orzo. L'agricoltura era favorita da un clima più fresco e umido di quello odierno, con falde freatiche superficiali che alimentavano i pozzi. La fertile piana del Campidano è celebrata dagli antichi autori per le granaglie ma si coltivavano anche altri cereali e legumi come fave, ceci, piselli, lenticchie e cicerchie. Oltre al latte e all'olio tra i prodotti alimentari c'erano il miele, i frutti e le bacche, con le tavole imbandite di fichi, mele, pere, mandorle, melagrane, nocciole, castagne, noci, more di rovo, corbezzoli, mirto, funghi e tante altre erbe. Anticamente la ricchezza di bestiame dell'isola era proverbiale, e ancora al tempo della Roma imperiale nei prati pascolavano greggi di capre, pecore e mandrie bovine che fornivano latte, carni e pellame. Altre proteine animali e pelli provenivano dagli animali selvatici, quali cervi, cinghiali, mufloni, da inni, volpi e lepri, come testimoniato dai resti di pasto e dai numerosi bronzi zoomorfi. 

Dalle lagune, dai fiumi e dal mare di sardi avevano a disposizione grandi quantità di sale, pesci e molluschi che giungevano anche nelle terre più interne. La natura forniva il necessario anche agli uccelli selvatici e domestici che proliferavano in tutta l'isola, e testimoniati nella bronzistica per il loro simbolismo religioso: colombe, anatrelle, gabbiani e galli. Oltre alle carni saporite i volatili fornivano piume e penne. Le esigenze della vita quotidiana richiedevano che una parte consistente della popolazione si dedicasse alla pratica del lavoro agricolo, all'allevamento del bestiame, alla raccolta di specie vegetali e animali selvatiche, alla caccia e alla pesca, ai lavori di cava e di miniera e alle attività artigianali e commerciali. La caccia grossa al cervo, al muflone e al cinghiale doveva essere praticata da specialisti ben armati, probabilmente aiutati dai cani e troviamo frequentemente ritratti nella bronzistica. I rivestimenti di sughero, arbusti ed erbe palustri, oltre alle canne, rendevano più confortevoli le abitazioni. Certamente nelle capanne si trovavano cassapanche e stipetti in legno, recipienti in sughero, cestini, tende per le pareti e tappeti per i pavimenti. Tra gli oggetti in bronzo figurano coppe e scodelle finemente ornati, fibule, spilloni e aghi, specchi impreziositi da cornici, collane di perle in ambra, cristallo di rocca, pasta vitrea. La Sardegna era celebre per le sue risorse minerarie e contava su importanti giacimenti di galena che fornivano argento e piombo. Era presente anche il rame, lo zinco e il ferro che favorivano l'artigianato metallurgico, come testimoniato dai numerosi ripostigli. L'enorme ricchezza di piombo consentiva l'impiego di questo metallo per fissare i bronzetti che coronavano gli altari e per saldare tra loro i massi squadrati per gli edifici pubblici. Tra gli attrezzi di lavoro sono diffusi asce di vario genere, scalpelli, seghe, trapani e altri attrezzi strumentali che documentano una grande perizia nella carpenteria e nella lavorazione del legno e della pietra. Sono molto diffuse le armi, dalle spade ai pugnali alle lance. Intorno all'800 a.C. si registrano distruzioni nei villaggi, comprese le sale del consiglio e altri edifici importanti, e nello stesso periodo compaiono tombe a fossa con le armi dei guerrieri sepolti. Nel campo dell'edilizia, pietre di varia consistenza e colore, dal granito al calcare, dall'arenaria a trachiti e basalti, oltre a foreste e boschi, assicuravano materiali abbondanti e a portata di mano. Nei Campidano vi erano marne e ottime argille per i mattoni di fango, oltre a canne in abbondanza per i muri e per le coperture delle case. Di grande rilievo è l'artigianato in pietra, con grandi statue, altari a forma di nuraghi e betili. Nell'isola vi era grande disponibilità dei prodotti di base per l'abbigliamento, in primo luogo l'ama di capre e pecore, Lino, pelle, cuoio, cui si aggiungevano i pregiati bisso e la porpora. I sardi inviavano a Roma, oltre al grano, migliaia di tuniche e mantelli di lana.

Nelle immagini: bronzetti al Museo Archeologico di Cagliari

giovedì 11 settembre 2014

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Le mummie e le catacombe di Palermo in un libro.

La mummificazione e le catacombe di Palermo in un libro di Ivan Cenzi e Carlo Vannini (Editore Logos)


Il lettore viene accompagnato a scendere i gradini che conducono alle catacombe e, oltrepassato il cancello, eccole: le mummie. Riposano in piedi nelle nicchie bianche, nei loro antichi abiti, e assomigliano a una versione macabra delle vecchie foto in bianco e nero, in cui uomini con grandi baffi e donne con grandi sottane se ne stavano in posa, impalati come manichini. Tra queste spicca la piccola Rosalia, dolcemente adagiata nella sua minuscola bara: il suo volto è sereno, la pelle appare morbida e distesa, e le lunghe ciocche di capelli biondi raccolte in un fiocco giallo le donano un’incredibile sensazione di vita. Se Rosalia Lombardo è stata imbalsamata, come altri corpi presenti nelle Catacombe, la maggior parte delle salme ha invece subìto un processo di mummificazione naturale – vale a dire senza che fossero eliminati viscere e cervello oppure iniettati particolari liquidi conservanti. La mummificazione è una tradizione antichissima in Europa, che in Sicilia ha preso particolarmente piede, e le Catacombe di Palermo rimangono l'espressione più straordinaria di questa tradizione, in ragione del numero di corpi conservati al loro interno (1252 corpi e 600 bare in legno, alcune delle quali vuote, secondo un censimento del 2011). 

Pagina dopo pagina, il libro si offre come una guida storica e storico-artistica alla più grande collezione di mummie spontanee e artificiali al mondo.
I Frati Cappuccini si stabilirono a Palermo, presso la chiesa di Santa Maria della Pace, nel 1534. Inizialmente furono gli unici a essere sepolti in loco anche se, più che una vera e propria sepoltura, si trattava piuttosto di una fossa comune, o “carnaia”, com'era chiamata al tempo: i corpi venivano calati dall'alto avvolti in un lenzuolo, e adagiati in questa fossa sotterranea che si apriva, come una grossa cisterna, sotto l'altare di Sant'Anna.

mercoledì 10 settembre 2014

Annibale Cartaginese in una iscrizione etrusca


                  Annibale Cartaginese in una iscrizione etrusca
di Massimo Pittau



Nel vasto quadro della cultura etruscologica odierna è comunemente nota la notizia che in una iscrizione etrusca compare in maniera abbastanza chiara un riferimento ad Annibale, il grande condottiero dell'esercito cartaginese. Come molti sanno, costui, durante la seconda guerra punica (216-202 a. C.), sottopose Roma a una prova durissima, che sarebbe potuta concludersi in maniera esiziale per questa città, se alla fine non fosse intervenuta la grande vittoria di Scipione l'Africano a Zama.
L'iscrizione si trova in una tomba a camera nella necropoli di Monterozzi di Tarquinia, dipinta su una parete, ed essa recita testualmente:

FELSNAS : LA : LEΘES
SVALCE : AVIL : CVI
MURCE : CAPUE
TLEXE : HANIPALUSCLE


Nella iscrizione gli etruscologi hanno individuato facilmente i significati di quasi tutti i singoli vocaboli, nonché i loro valori morfologici. In particolare hanno individuato il nome del condottiero cartaginese nel vocabolo HANIPALUSCLE e precisamente col significato «di quello (esercito) di Annibale» (HANIPALUS-CLE). Il riferimento al grande condottiero cartaginese è confermato dalla presenza nell'iscrizione del nome della città campana di Capua, la quale fu da lui conquistata nel 212/211 e la quale ha giocato un ruolo notevole nello svolgimento successivo della guerra.

martedì 9 settembre 2014

Eutanasia nella tradizione della Sardegna? Accabadoras, le sacerdotesse della morte

Accabadoras, le sacerdotesse della morte
di Claudia Zedda


C’era un tempo in cui la gente di uno stesso paese si conosceva per soprannome, un tempo nel quale la morte non era fatto di stato, un tempo in cui le strade al crepuscolo, poteva succedere venissero attraversate da piccole donnicciole che è d’obbligo immaginare vestite di nero. Non foss’altro per il loro tentativo di passare inosservate. C’era un tempo chi le chiamava sacerdotesse della morte e chi le chiamava donne esperte. Avete compreso delle nonnette alle quali mi riferisco?
C’era chi le chiamava più sbrigativamente Accabadoras. Il termine è pregno di una sonorità tutta spagnola, e mai nessun altro sarà tanto evocativo. Degradazione di acabar, queste donne che l’immaginario racconta d’età avanzata, “accabavano” appunto, ponevano la parola fine alla vita degli agonizzanti, che stentavano nell’abbandonarla. Ci si è interrogati ampiamente sulla veridicità della figura, ci si è spesso chiesti se non si tratti di un residuo tradizionale, che in effetti non faccia capo ad alcuna realtà.


Video gentilmente offerto dall'amico Fabio. Clicca quì per vederlo.