Diretto da Pierluigi Montalbano

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lunedì 27 aprile 2015

Torri costiere in Sardegna

Torri costiere in Sardegna

In seguito alla battaglia di Lepanto e alla conquista de La Goleta, nelle coste del Mediterraneo, la Corona di Spagna e l’Impero Ottomano si indirizzavano reciprocamente continue azioni di pirateria. Si verificò pertanto uno stato di perenne insicurezza delle frontiere e negli stati mediterranei della Corona di Spagna si rispose con la creazione di una catena di fortilizi costieri (Napoli, Sicilia, Sardegna, Maiorca, Valenza, Murcia, Granada e Catalogna), a spese di ciascuno Stato.
Le Torri costiere della Sardegna furono erette dal 1570 circa, per volontà della Corona di Spagna, proprio in attuazione di un piano di difesa dalle scorrerie dei Saraceni nelle coste sarde che, intensificatesi, provocavano gravi danni e la perdita di vite umane.
L’intero sistema difensivo era amministrato dalla Reale Amministrazione delle Torri, istituita da Filippo II di Spagna, nel 1581. Tale istituzione rimase in attività anche in periodo sabaudo per essere definitivamente soppressa soltanto nel 1842 e doveva provvedere alla progettazione e costruzione di nuove torri, alla manutenzione di quelle già esistenti, all'arruolamento dei soldati e al rifornimento di armi, munizioni e tutto l’occorrente per il funzionamento delle guarnigioni. Inoltre, rientrava nei suoi compiti l’arruolamento del personale di guardia non solo per le torri ma anche per chi doveva perlustrare le zone di costa non protette. Infine, doveva occuparsi delle paghe dei soldati di guardia, nonché riscuotere le tasse necessarie per la gestione delle difese. Il rafforzamento delle piazzeforti fu accompagnato da una sorveglianza capillare delle regioni meno popolate sotto l’aspetto militare, fiscale e sanitario. 

Le torri costiere, nel loro insieme, costituivano un vero e proprio sistema difensivo (di avvistamento e di segnalazione) statico ed integravano il sistema difensivo mobile costituito dalle galere, più incisivo ma maggiormente oneroso. Le decisioni unitarie erano prese in sede di Consiglio di Stato o di Guerra ma ogni regno mediterraneo della Corona di Spagna, in base al proprio potere contrattuale ed alle risorse economiche disponibili, agiva autonomamente. Mentre le singole torri andavano a formare il sistema difensivo statico di ogni regno, controllato dal viceré, l’insieme di reti difensive dei vari regni costituiva il sistema più generale della Corona.
Solitamente ubicate in luoghi strategici di vedetta rappresentavano, pertanto, un valido strumento di controllo del territorio. Tale funzione è confermata dalla presenza di più aperture: una usualmente rivolta alla costa ed in collegamento visivo con le altre torri del circondario, l’altra rivolta verso l’interno. In particolare ciascuna torre, presidiata dai soldati e dotata di armamenti, era posizionata a vista rispetto alla torre precedente e alla successiva per consentire, in caso di avvistamento di incursioni nemiche, una rapida comunicazione lungo tutta la costa con appositi segnali visivi e uditivi che propagavano l’allarme. Durante il giorno gli allarmi venivano lanciati con l’uso delle fumate mentre in notturna con i fuochi, accompagnati da mortaretti per richiamare l’intervento delle milizie a cavallo che unitamente agli abitanti dei villaggi vicini avanzavano rapidamente per dissuadere gli invasori. 

A seconda della funzione, e conseguentemente ubicate in diversi ambiti topografici, si distinguevano tre tipologie di torri:
- le più grandi e meglio armate erano dette torri de Armas o Gagliarde, la cui guarnigione era comandata da un alcalde (Capitano), erano armate tipicamente di quattro cannoni di grosso calibro, due spingarde e cinque fucili, erano dunque di difesa pesante;
- quelle di media grandezza erano dette Senzillas o semplici, presidiate da un alcalde e quattro uomini e armate tipicamente di due cannoni di medio calibro, due spingarde e cinque fucili, erano dunque di difesa leggera;
- mentre le più modeste, le Torrezillas, presidiate da due soldati, fungevano quasi esclusivamente da punto di avvistamento. Le torri più piccole avevano l’ingresso in alto quindi i soldati di guardia entravano con una scala che veniva poi ritirata all’interno. 


Fonte:  http://www.sardegnaambiente.it

Nelle immagini: Nora, Stintino, Su Pallosu

domenica 26 aprile 2015

Archeologia in Sardegna. Il tempio di Antas è quello del Sardus Pater?

Archeologia in Sardegna. Il tempio di Antas è quello del Sardus Pater?
di Pierluigi Montalbano


È uno dei monumenti antichi più importanti della Sardegna. Normalmente i grandi edifici di culto si trovano all’interno dei centri urbani rilevanti, come avviene a Tharros, Cagliari e Nora. In questo caso abbiamo una struttura monumentale di età punica, ristrutturata e ampliata in tempi romani, edificata in un territorio non legato ad una città ma alle sue risorse economiche di natura mineraria. Il tempio del Sardus Pater era noto dalle fonti classiche, in particolare del geografo greco Tolomeo, ma non si era ancora riusciti ad individuarlo con precisione. A partire dal Cinquecento, e fino alla metà del Novecento, vari studiosi hanno tentato di identificare il tempio del Sardus Pater noto dalle fonti, alcuni collocandolo a Capo Pecora, altri a Capo Frasca. Già nel Seicento un geografo olandese, Filippo Cluverio, proponeva Capo Frasca, così come il generale Alberto Ferrero La Marmora e anche il canonico Spano, fondatore dell’archeologia sarda, lo collocava lì, in località San Giorgio, dove aveva individuato una struttura alla quale aveva attribuito la funzione di tempio. Negli anni Cinquanta Lilliu dimostrò che non si trattava del tempio del Sardus Pater ma di una villa marittima romana. Intanto, si conosceva già quello della valle di Antas, ma si pensava fosse un tempio monumentale romano. Nel 1838 La Marmora visitò

sabato 25 aprile 2015

Lingua etrusca, e lingua punica. Le Lamine di Pyrgi, di Massimo Pittau

Lingua etrusca, e lingua punica. Le Lamine di Pyrgi
di Massimo Pittau





 (CIE 6314, 6315; TLE 874, 875; ET, Cr 4.4, 5)
 III versione revisionata e migliorata
Premessa
Circa 50 anni fa, e precisamente nel 1964, si è avuta una scoperta archeologica e linguistica che ha colpito in maniera immediata e notevole il mondo degli studiosi specialisti delle civiltà antiche, e non soltanto questi: a Pyrgi, cioè nel porto dell’antica città etrusca di Caere (attuale Cerveteri), durante gli scavi condotti in un santuario di cui si aveva già notizia per antiche testimonianze storiche, nei resti di un piccolo locale interposto fra i due templi (una edicola o cappella sacra), sono state trovate tre lamine d'oro. Su queste risultano incise delle scritte, due in lingua etrusca e una in lingua punica o fenicia, le quali sono state riportate alla fine del sec. VI od ai primi anni del V a. C.
La notizia rimbalzò da un capo all'altro nel mondo dei dotti, anche per l'immediata prospettiva che si intravide di avere finalmente trovato iscrizioni etrusche abbastanza ampie con la traduzione in un'altra lingua conosciuta e quindi con la speranza di vedere proiettate sulla lingua etrusca, scarsamente conosciuta, nuove e importanti cognizioni da parte della lingua fenicio-punica, che invece è conosciuta in maniera discreta.
Senonché questa speranza cadde quasi immediatamente, quando si intravide che l'iscrizione in lingua fenicio-punica e quella maggiore in lingua etrusca si corrispondono tra di loro, sì, ma non costituiscono affatto una esatta "traduzione" l'una dell'altra, cioè si intravide che si ha da fare non con un «testo bilingue etrusco-punico», bensì con un «testo quasi-bilingue etrusco-punico», nel quale cioè i due testi si corrispondono solamente a grandi linee.
D'altronde quella speranza cadde in larga misura, anche per la circostanza negativa che pure il testo punico si rivelò subito scarsamente aggredibile in fatto di interpretazione e di traduzione effettiva e minuta.
Dopo più di un cinquantennio di studio ermeneutico molto intenso delle lamine di Pyrgi, condotto sia dagli specialisti della lingua etrusca sia da quelli della lingua fenicio-punica, le conclusioni alle quali si è alla fine pervenuti sono che da un lato

venerdì 24 aprile 2015

Archeologia. Nazareth: scoperta la casa di Gesù?

Archeologia. Nazareth: scoperta la casa di Gesù?



Venerata da secoli, risale al I d.C., e per la prima volta gli archeologi avvalorano la tesi che vi abitasse Cristo.
La Terra Santa è pronta ad arricchirsi di una nuova meta. Un gruppo di archeologi ha scoperto quella che potrebbe essere stata la casa di Gesù. Si trova a Nazareth, ovviamente, è costruita di malta e calcare, adagiata sul fianco di una collina rocciosa. Lo staff di studiosi  ha annunciato che saranno approfondite le ricerche per stabilire se si tratta effettivamente della casa in cui Giuseppe e Maria hanno cresciuto il loro bambino.
L’edificio, risalente al I secolo dopo Cristo, è ritenuto la sua abitazione fin da tempi remoti, ed è proprio per questo che è sopravvissuta alla rovina degli edifici suoi contemporanei, tutelata da bizantini e crociati, convinti che si trattasse di un luogo sacro. Su di essa sono state costruite prima una chiesa, poi il convento delle Sorelle di Nazareth. E sono state proprio le suore a scoprirla nel 1880, ma solo nel 2006 il gruppo di archeologi inglesi di Reading, guidato da Ken Dark, è riuscito a datare al I secolo d.C. la sua costruzione.
Fino al VII secolo è stata tutelata dall'impero bizantino, che l'ha decorata con dei mosaici e ci ha costruito sopra la Chiesa della Nutrizione. I crociati se ne sono presi cura restaurandola nel XII secolo.
Al suo interno gli archeologi di Reading hanno trovato diversi manufatti: pentole, un fuso, vasi di pietra calcarea. Tutto il necessario per la vita di una famiglia. L'uso del calcare, di cui è fatta anche la collina in cui è scavata la casa, fa inoltre pensare che si trattasse di ebrei, dal momento che

giovedì 23 aprile 2015

Videocorso di archeologia, diciannovesima lezione: Le Navicelle Bronzee

Videocorso di archeologia, diciannovesima  lezione: Le Navicelle Bronzee

Università di Quartu Sant'Elena
Riprese di Fabrizio Cannas
Relatore Pierluigi Montalbano

Già nel 1840 il Lamarmora  classificava le navicelle nuragiche come “oggetti votivi d'origine orientale con una colomba in cima all'albero, animale dedicato a Venere”. Poiché, secondo Tacito, Iside era adorata attraverso il simbolo della barchetta (per la sua forma lunata), il Lamarmora avanzò l'ipotesi che le navicelle fossero dedicate ad Astarte, che riuniva in sé i caratteri di Iside e di Artemide. Nel 1884 il Crespi rifiutò l'opinione di coloro che vedono in questi bronzi delle lucerne. La protome, comune a tutte le navi antiche, rappresenta per il Crespi una "divinità tutelare, sotto la cui protezione si mettevano le navi. Le barchette erano per il Crespi modelli di navi reali, e a suo avviso potevano essere appese, in qualità di ex voto, nell’ambiente domestico della casa per la scampata avventura o per il felice arrivo nella nuova terra. 
Nel 1884 il Pais si sofferma sull'uso, comune tra le popolazioni antiche, di ornare la prora e la poppa delle navi con un'immagine animale. In quelle sarde, il toro sostituisce nella decorazione prodiera il cavallo, animale che caratterizza la protome della hippos fenicia. La protome ritenuta di antilope dimostrerebbe per il Pais e il Crespi che queste navicelle appartenevano a un popolo che aveva navigato fuori dalle coste di Sardegna. Poteva anche trattarsi di ex-voti dei soldati sardi che militavano presso potenze d’oltremare. L'idea che le barchette nuragiche fossero un oggetto in qualche modo legato all'uso funerario e votivo, accreditato dai luoghi e dal contesto dei rinvenimenti (tombe o templi), nonché dall'immediato confronto con le navicelle dell'antichità orientale ed egizia, è condiviso anche dal Taramelli nel 1913. Lo Zervos considera non diversamente le navicelle come barche simbolico-funerarie. Nel 1962 Lilliu, propone un uso non solo votivo, ma anche quotidiano di questi oggetti, nei quali riconosce delle lucerne. Egli distingue tra un tipo lungo esplicitamente paragonato alla hippos fenicia e un tipo corto simile alla gôlah. Sostenendo l'uso sia pratico, come lampada, che votivo funerario dell'oggetto, Lilliu vede nelle barchette sarde una prova dell'esistenza di una marineria nuragica di cabotaggio e d'alto mare. 
La cronologia delle navicelle viene fatta concordare con quella degli altri bronzi, con inizio nel IX a.C. Lo scafo può assumere svariate forme stabilite dalle leggi dell'idrodinamica e dalle diverse esigenze di navigazione o di carico. Scafi di foggia circolare erano in uso presso le antiche civiltà fluviali della Mesopotamia. Scafi allungati sono comuni a tutte le marinerie antiche, da quella egizia fino all'etrusca e alla fenicia. Le tecniche di costruzione di uno scafo variano secondo i materiali utilizzati: si va dai fasci di papiro legati tra loro, a zattere di tavole sovrapposte fino alle strutture con chiglia, coste e bagli. 
Quest'ultima è la più perfezionata perché consente la realizzazione di scafi di grandi dimensioni con ottime caratteristiche di resistenza e leggerezza. Le navicelle nuragiche mostrano generalmente uno scafo aperto, privo di ponte di coperta, e il fondo a volte piatto. Lo scafo aperto è sinonimo di navi non superiori a 8 metri di lunghezza in quanto la mancanza di elementi trasversali di rinforzo comprometterebbe, in strutture di maggiori dimensioni, le necessarie doti di resistenza alle sollecitazioni laterali, longitudinali e torsionali. Barche più grandi dovrebbero mostrare, anche nel modello, efficaci strutture trasversali di rinforzo delle quali sono rarissimi gli esempi offerti sulle navicelle sarde. La maggior parte delle navicelle sarde mostra uno scafo ellittico-convesso con il fondo più o meno appiattito. Abbiamo due possibilità: 
a) lo scafo delle navicelle, convesso nelle barche reali di cui esse sono il modello, è stato volutamente appiattito al fine di posare meglio in piano l'oggetto, per usarlo come lucerna;
b) lo scafo delle navicelle è la non fedele riproduzione di quello di imbarcazioni osservate in fase di navigazione, quando la chiglia (opera viva) è sommersa e la parte emersa (opera morta) è la sola che appaia chiara alla vista.

Il corso dell'anno accademico 2014/2015 si svolge nell'aula magna dell'Università di Quartu Sant'Elena, ogni martedì alle ore 17.00, in Viale Colombo 169.
Con la collaborazione dell'istituto, del videomaker Fabrizio Cannas e del docente, Pierluigi Montalbano, saranno offerte sul canale Youtube tutte le lezioni di archeologia previste nel programma. L'accesso è libero e gratuito.
I lettori sono invitati a proporre suggerimenti per migliorare la fruibilità o altre caratteristiche.
Se qualcuno fosse interessato a collaborare, ad esempio inserendo i sottotitoli in inglese, sarebbe il benvenuto. Per visionare le lezioni è sufficiente cliccare sui link sotto.
Buon ascolto e buona visione.

19° Lezione: Le Navicelle Bronzee

18° Lezione: I Bronzetti Nuragici

17° Lezione: L'antica metallurgia in Sardegna

16° Lezione: I Pozzi Sacri 

15° Lezione: Le Capanne delle Riunioni

14° Lezione: Dai Nuraghi a Tholos all'urbanizzazione

13° Lezione: Le guerre dei Popoli del mare

12° Lezione: I micenei nel Mediterraneo

11° Lezione: La Civiltà Minoica e la talassocrazia

10° Lezione: Le antiche ceramiche sarde

9° Lezione: I Nuraghi a Tholos

8° Lezione: Architetture funerarie, le Tombe di Giganti


7° Lezione: I nuraghi a corridoio e il Sistema Onnis


6° Lezione: L'alba della Civiltà Nuragica

5° Lezione: Le Domus de Janas e il culto dei defunti


4° Lezione: Dall'età della pietra all'età dei metalli

3° Lezione: Le prime civiltà del Mediterraneo




mercoledì 22 aprile 2015

Archeologia in Sardegna. Il Sulcis nell'età del Ferro

Archeologia in Sardegna. Il Sulcis nell'età del Ferro
di Paolo Bernardini



























La vasta concentrazione di insediamenti che distingue il territorio sulcitano nel Bronzo è il necessario palcoscenico sul quale introdurre un nuovo protagonista: il paesaggio della successiva Età del Ferro nella regione del Sulcis. Per quanto i processi interni di organizzazione del territorio e di gerarchizzazione degli insediamenti siano ancora privi di approfondimenti di tipo cronologico e diacronico, la distribuzione del popolamento, preso nel suo aspetto generale, indica immediatamente un fervido dinamismo e un sofisticato livello di appropriazione e di gestione del territorio e delle sue risorse da parte di quelle comunità di cultura nuragica che vivono, secondo la felice espressione di Giovanni Lilliu, nella «bella età dei nuraghi». Il medesimo studioso, dopo aver presentato, in un dettagliato studio del 1995, i quadri nuragici del Sulcis nel Bronzo, si scusava con i lettori per non aver potuto dare conto con altrettanta dovizia di dati della successiva Età del Ferro, per la quale venivano indicate linee estremamente generali di sviluppo culturale in linea con il divenire di quella “età delle aristocrazie” propugnata altrove dallo stesso autore. Oggi la situazione non è cambiata di molto; la comprensione dei quadri culturali e organizzativi dell’età nuragica è stata limitata in modo notevole dal prevalente orientamento della ricerca sui contesti di cultura fenicia e punica del territorio sulcitano, in qualche modo sollecitata dalla presenza in questa regione di importanti giacimenti legati alla problematica dell’irradiazione fenicia e del successivo dominio cartaginese. Vi è, in realtà, alla base della settorializzazione delle indagini e della prevalenza di una “specializzazione” sull’altra, una metodologia discutibile di impostazione della ricerca, la quale, fino a tempi recenti, ha avuto poco interesse, sia sul versante degli studi fenicio-punici che di quelli preistorici e protostorici, a indagare i punti sensibili dell’interrelazione e dell’osmosi tra culture ed etnie diverse e che

martedì 21 aprile 2015

Scoperta una cantina per la conservazione del vino del 4000 a.C.

Scoperta una cantina per la conservazione del vino del 4000 a.C.
























Una cantina vecchia di 6000 anni. La scoperta è di un gruppo di archeologi impegnato in uno scavo in Armenia, finanziato anche dalla National Geographic Society. Le popolazioni che vivevano in quella che oggi è l'Armenia, avviarono una produzione vinicola all'interno di una caverna in prossimità di un sito funerario, forse un rito dedicato ai defunti e che verosimilmente veniva effettuato a piedi nudi.
Nella medesima grotta dove è stata rinvenuta una scarpa in pelle eccezionalmente conservata, risalente al 3500 a.C., gli archeologi hanno scoperto una pressa per l'uva, alcuni recipienti per la fermentazione e la conservazione del vino, diverse coppe e persino resti di graspe, semi e bucce.
"Si tratta della più antica e affidabile testimonianza di produzione vinicola - ha affermato l'archeologo Gregory Areshian -. Per la prima volta disponiamo di un quadro archeologico completo, risalente a 6100 anni fa, di questo tipo di attività".
Secondo la ricerca, il vino sarebbe stato custodito in giare e l'ambiente fresco e asciutto della grotta avrebbe fatto il resto. Nell'ultima campagna di scavo, gli archeologi hanno individuato

lunedì 20 aprile 2015

Archeologia. La circolazione del rame: i lingotti ox-hide

Archeologia. La circolazione del rame: i lingotti ox-hide
di Fabio Serchisu


I primi lingotti a pelle di bue furono scoperti da G.Spano nel 1857 col rinvenimento di Serra Ilixi–Nuragus (NU), in Sardegna, e, tuttora grazie alle continue scoperte e all’evoluzione dei metodi di ricerca continua il loro studio. La ricerca si è concentrata soprattutto sull’origine, sui luoghi e sui metodi di produzione, sulla loro diffusione nel tempo e nello spazio. Per ottenere tali risposte ci si è adoperati, soprattutto negli ultimi decenni, con le analisi chimico fisiche e agli isotopi sul metallo. In particolare,queste ultime possono definire la miniera di provenienza del metallo usato. Tuttavia una serie di dati di diversa natura forniscono un panorama più ampio, le cui risposte possono risultare tutt’altro che scontate.
La categoria dei reperti noti come lingotti a pelle di bue, ormai può vantare una lunga tradizione di studi. Nel 1857 avvenne la prima scoperta, ad opera di G. Spano, nel territorio comunale di Nuragus, in località di Serra Ilixi (Spano 1857, p. 94; 1858, p. 12). Quel ritrovamento constava di ben 5 lingotti, dei quali solo tre si salvarono grazie all’intervento dello studioso. Nel corso del tempo i ritrovamenti si sono moltiplicati e, soprattutto nel bacino del Mediterraneo orientale, sono divenuti numerosissimi; in questa sede, per non dilungarmi troppo, citerò alcune delle scoperte più notevoli, quali i ripostigli cretesi, in particolare quelli di Haghia Triada, i vari rinvenimenti ciprioti, e gli eccezionali relitti di Capo Gelidonya e di Ulu Burun, lungo le coste della Turchia. Come accennato prima, si tratta di un argomento molto dibattuto, per svariati motivi, ma soprattutto perché mediante gli ox-hide risulta più facile, in linea teorica, piuttosto che con altre categorie di reperti, individuare precisi centri di produzione e rotte di scambi commerciali. Eppure in quest’ambito rimangono ancora alcuni punti oscuri, da meglio definire. Il luogo di origine di questa forma particolare non è stato ancora accertato. Secondo la gran parte degli studiosi pare fosse stata Creta minoica la sede originaria da cui poi si sarebbe diffusa la forma. A sostegno di tale teoria sono i numerosi ritrovamenti compiuti sull’Isola, soprattutto nei magazzini di vari palazzi minoici; ad Haghia Triada la missione italiana guidata da F. Halberr, all’inizio del ‘900, rinvenne un magazzino contenente 19 lingotti, alcuni dei quali recavano

domenica 19 aprile 2015

10 antiche civiltà sconosciute, dimenticate fra gli oceani del tempo

10 antiche civiltà sconosciute, dimenticate fra gli oceani del tempo

Isaac Newton diceva: “Se ho visto più lontano è perché sono salito sulle spalle dei giganti che mi hanno preceduto”.
Questa affermazione può essere estesa anche a tutte le civiltà moderne, che devono molto agli antichi popoli vissuti in epoche precedenti. La storia di Sumeri ed Egizi, così come degli antichi Greci e Romani, fanno parte del bagaglio culturale di ognuno di noi, ma ci sono altre civiltà, poco conosciute e studiate, che forse hanno ugualmente contribuito allo sviluppo dell’umanità.

Gli Harappani


Conosciuta anche come la civiltà della valle dell’Indo, gli Harappani erano una popolazione che viveva in alcune zone dell’attuale Pakistan e dell’India. Intorno al 2600 a.C., alcuni villaggi degli Harappani si svilupparono in vere città, che contavano migliaia di abitanti. Probabilmente per repentini cambiamenti climatici, tutte le città furono completamente abbandonate intorno al 1800 a.C. Le popolazioni migrarono in altre zone, fino a che si perse la memoria della civiltà della valle dell’Indo, e del suo nome. Harappa e Mohenjo-Daro sono i due più grandi siti di questa civiltà.

Gli Hatti


Quella degli Hatti era una antica civiltà, che abitava l’attuale Anatolia, che significa appunto terra di Hatti. Probabilmente si trattava di una popolazione indigena, presente nella zona da 26° secolo fino al 18° secolo a.C. Questo fu il primo popolo a realizzare un centro abitato in muratura, Çatal Huyuk, la cui caratteristica era di non avere strade, ma case attaccate una all’altra, a cui si accedeva tramite scale a pioli, appoggiate sui tetti a lastrico solare e passando da un tetto all’altro. Gli Hatti vivevano in città-stato o in piccoli regni teocratici che, dal 2200 a.C. furono progressivamente conquistati dagli Ittiti. Certamente parlavano una lingua propria, ma non hanno lasciato testimonianze scritte, e quello che si sa di questo popolo si deve proprio agli Ittiti, che assorbirono molta della loro cultura.

Gli Hurriti


Un’altra civiltà che influenzò molto gli Ittiti fu quella degli Hurriti, che vissero nel nord della Mesopotamia durante l’età del bronzo. Nel terzo millennio a.C. questo popolo viveva in città-stato, la più importante delle quali era Urkesh, dove sono stati scoperti i primi documenti in lingua hurrita, e la statua di un leone, ora al museo del Louvre di Parigi. Purtroppo, esistono pochissimi manufatti della loro civiltà; la maggior parte di ciò che si sa proviene dagli scritti di altre culture, tra cui gli Ittiti, i Sumeri, e gli Egizi, che apprezzavano particolarmente i loro oggetti in ceramica. Verso la fine del 16° secolo a.C., gli Hurriti furono sottomessi dagli Ittiti e persero la propria autonomia.

La civiltà di Nok


Prende il nome dal villaggio nigeriano in cui sono stati scoperti i primi reperti di questa misteriosa cultura: la civiltà di Nok fiorì durante il primo millennio a.C., prima di scomparire nel II secolo d.C. Alcune teorie ipotizzano che l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali abbia giocato un ruolo importante nel declino della popolazione. In ogni caso, gli studiosi ritengono che questo popolo svolse un ruolo importante nello sviluppo di altre culture nella zona, come ad esempio quella degli Yoruba e degli abitanti del Benin. Forse gli esempi più noti dei loro manufatti artistici sono le figure in terracotta, che probabilmente rappresentano i loro dei. Furono anche il primo popolo dell’Africa subsahariana a praticare la siderurgia, forse appresa dai Cartaginesi. Nessun reperto scritto può aiutare a conoscere meglio questa cultura, e anche se è ritenuta una delle prime civiltà africane, gli studi su questo popolo sono lentissimi, perché purtroppo la Nigeria è una nazione dove è difficilissimo effettuare studi archeologici.

La Terra di Punt


La terra di Punt è un luogo quasi leggendario: non si sa con certezza dove fosse, l’attuale Somalia rappresenta l’ipotesi più convincente. La prova dell’esistenza di questa terra e del popolo che la abitava, arriva da alcune iscrizioni sul tempio di Amon, in Egitto, fatto edificare dalla regina Hatshepsut (XV° secolo a.C.), che inviò una spedizione commerciale in quel paese ricco di incenso, mirra, ambra, oro, lapislazzuli, avorio ed ebano. Anche la Bibbia cita il Punt, come il luogo dove si stanziarono i discendenti di Cam, figlio di Noè.

La civiltà di Norte Chico


La civiltà di Norte Chico, che prende il nome dalla regione costiera del Perù centro- settentrionale, rappresenta la più antica forma di organizzazione sociale del Sud America, costituita da una decina di popolazioni, che vissero in quel territorio tra il 5000 ed il 1800 a.C., costruendo palazzi e piramidi, città e sistemi di irrigazione. Una società evoluta, che influenzò tutte le successive civiltà andine, compresa quella degli Incas. La loro scomparsa è probabilmente dovuta alla perdita di fertilità del territorio in cui vivevano.

Gli Elamiti


Anche se il nome che questo popolo dava a se stesso era Haltam, il nome di “Elam” deriva dalla trascrizione ebraica della parola. La civiltà Elamita si sviluppò principalmente nell’odierno Iran, ed in una piccola porzione dell’Iraq. Fu una delle prime civiltà della regione, nata nel terzo millennio a.C., e che per più di mille anni rimase un regno indipendente. Si sa molto poco di questo popolo, perché gli scribi elamiti non documentavano la loro mitologia o le espressioni artistiche, la scrittura era usata solo per onorare il re o svolgere compiti amministrativi, quindi la ricostruzione della storia dell’Elam si base principalmente su fonti esterne mesopotamiche.

La civiltà Dilmun


Una fiorente civiltà, che si sviluppò grazie alla posizione privilegiata lungo le vie commerciali del Golfo Persico, fu quella di Dilmun, che comprendeva un’area situata tra gli attuali Bahrain, Kuwait, e zone costiere dell’Arabia Saudita. Anche se esistono poche prove concrete, gli studiosi ritengono che alcuni siti, in particolare Saar e Qal’at al-Bahrain, siano antichi insediamenti del popolo Dilmun. Saar è ancora in fase di studio, ma un gran numero di reperti già trovati risalgono al III millennio a.C., dando credito alla teoria che sia stata costruita dalla civiltà Dilmun. Numerose sorgenti d’acqua scorrono in tutta l’area, e i ricercatori ritengono che ciò possa aver fatto nascere la leggenda che il Giardino dell’Eden si trovasse in Bahrain. Descritto come “il luogo dove sorge il sole”, Dilmun ha svolto un ruolo importante nella mitologia sumera: secondo la leggenda, Dilmun era il luogo dove Utnapishtim, eroe divinizzato, fu portato dagli dei a vivere per l’eternità.

Gli Zapotechi


Le civiltà Maya ed Azteca sono le più conosciute dell‘America Centrale, è poco nota invece quella degli Zapotechi, che furono tra i primi, in quella zona, a praticare l’agricoltura e ad usare la scrittura. Le prime tracce di questa civiltà risalgono al 1000 a.C. Costruirono una delle prime città conosciute del Centro America, Monte Alban, edificata intorno al 500 a.C., che raggiunse i 25.000 abitanti, e cominciò a declinare solo dopo il 1000 d.C. A Monte Alban, una classe privilegiata composta da sacerdoti, guerrieri, e artisti governava sulle classi inferiori. Malgrado gli Zapotechi siano stati sottomessi dagli Aztechi, rimasero sempre un popolo fiero e guerriero, che si ribellò per molto tempo anche ai conquistadores spagnoli.

La civiltà di Vinča


La cultura di Vinča, che deve il nome al villaggio dove fu ritrovato il più grande insediamento neolitico in Europa, fu una civiltà preistorica che si sviluppò neiBalcani tra il VI e il III millennio a.C. Le popolazioni assimilabili a questa cultura, sapevano lavorare i metalli, e forse furono i primi ad usare il rame. Alcuni simboli, disegnati su statuette e piatti di ceramica, fanno pensare ad una sorta di proto-scrittura; numerosi oggetti di culto fanno supporre che la vita spirituale rivestisse grande importanza; i morti venivano sepolti in apposite necropoli.


Fonte: http://www.vanillamagazine.it/

sabato 18 aprile 2015

Archeologia e scrittura. I triangoli apicati nel Mediterraneo: una piccola indagine

Archeologia e scrittura. I triangoli apicati nel Mediterraneo: una piccola indagine
di Marcello Cabriolu



La presenza di un enigmatico segno[1] nel tofet di Sant’Antioco, inciso sulla roccia sacra fulcro del nucleo originario, costituisce tutt’oggi argomento di discussione e confronto relativo sia alla natura dell’incisione, ideologica o scientifica, sia all’inquadramento culturale[2]. L’incisione, ricavata su rocce riolitiche del Cenozoico[3], è costituita da un triangolo acutangolo i cui lati obliqui (cateti) si prolungano verso Ovest oltre il punto di incontro (angolo opposto all’ipotenusa). La tecnica incisoria sembrerebbe a martellina indiretta resa ad ottenere una figura geometrica[4] morfologicamente mista. Considerando lo stato di conservazione e la concentrazione dei colpi si osserva una buona qualità del segno (fitto e profondo) nonostante la qualità dell’esecuzione sia poco accurata. Il contorno della figura si presenta netto e definito mentre il contorno del tratto è poco definito. La figura si presenta posta sul piano orizzontale della sommità del pinnacolo riolitico la cui superficie parrebbe non trattata o deteriorata per fenomeni naturali. La sezione del solco pare semi-ellissoidale e continua mentre i margini si presentano da molto smussati ad arrotondati. La larghezza del tratto parrebbe