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venerdì 22 agosto 2014

Addio agli etruschi: prevista la cancellazione della Soprintendenza

Addio agli etruschi: prevista la cancellazione della Soprintendenza


Che fine faranno affreschi come questo nella foto, con nobili e musici che suonano e danzano allietando le giornate delle comunità etrusche di 3000 anni fa? 
La spending review cancellerà 75 anni di storia, scavi e ricerche. Questo è previsto dalla nuova organizzazione del Ministero ai Beni culturali. La Soprintendenza per i Beni archeologici dell'Etruria Meridionale, istituita nel 1939 in considerazione dello straordinario patrimonio del territorio dove per 1000 anni fiorì la civiltà etrusca, potrebbe presto sparire. Lo prevede la riforma del Mibact, voluta dal ministro Dario Franceschini e ora in attesa del via libera del Consiglio dei Ministri, che potrebbe arrivare il 29 agosto.
Una decisione che ha scatenato una rivolta, non solo del mondo accademico. La soprintendenza sarà accorpata a quella per i Beni archeologici del Lazio, in un'unica istituzione, senza tenere in considerazione la specificità del territorio e dei siti che oggi tutela e valorizza: un patrimonio archeologico diffuso fra 90 Comuni della provincia di Roma e di Viterbo, con punte di diamante riconosciute in tutto il mondo, iniziando dalle necropoli di Cerveteri e di Tarquinia, iscritte nella lista dell'Unesco come siti patrimonio dell'Umanità.
Ma anche un sistema integrato di una decina di musei, che proprio da quei siti archeologici e dagli quegli scavi trae linfa. Coordinato dalla prestigiosa sede del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia,  riconosciuto come il più importante al mondo per le antichità etrusche e uno dei primi musei istituiti in Italia,  che da qualche anno si estende anche nella splendida Villa Poniatowski, realizzata nell'Ottocento dal Valadier e acquistata dallo Stato nel 1989.

Intanto è partita una petizione, sostenuta e portata avanti dalle maggiori personalità dell’etruscologia italiana e non solo, che conta ad oggi più di quattrocentocinquanta firme. Il testo sottolinea l’unicità di reperti presenti nell’area quali, ad esempio, quelli rinvenuti nelle necropoli di Tarquinia, Vulci, Veio, Cerveteri, per non parlare dei reperti mobili quali il “Sarcofago degli Sposi”, conservato al Museo di Villa Giulia. “L’accorpamento in un’unica Soprintendenza con quella del Lazio meridionale, di fatto un appiattimento, ne ridurrebbe la capacità operativa e la spinta al rinnovamento”; sarebbe inoltre un “regresso” a una situazione di inizi ‘900, che annullerebbe importanti riforme e istituzioni.

Ecco l’intervista a MarioTorelli apparsa su Repubblica:

Sono fra i non pochi archeologi che hanno solo notizie vaghe del progetto di legge di riordino delle soprintendenze studiato dal ministro Franceschini. Leggiamo sui giornali che ci sarà un accorpamento delle tre specialità su base regionale: dovranno sparire moltissime creature della riforma Bottai (1939) e delle parcellizzazioni degli anni Sessanta. Ed è proprio questa la soprintendenza dove ho avuto la fortuna di iniziare la mia carriera mezzo secolo fa. In sé scelte di questo genere non sono a priori né buone né cattive: diceva Bianchi Bandinelli che è il professore che fa la cattedra e non la cattedra che fa il professore. Ora, poiché non è pensabile che la nuova riforma affidi a non specialisti la vita di istituzioni museali antiche e consolidate, come il Museo di Villa Giulia, nato subito dopo l'Unità assieme al Museo nazionale romano, per mostrare al mondo il volto del nuovo stato italiano, capace di prevalere sui grandi Musei vaticani, occorrerà vedere di quale grado di autonomia disporranno quanti saranno preposti alla conservazione e alla valorizzazione del museo, e quale organismo sarà in grado di assicurare l'alto livello specialistico richiesto dagli interventi sull'immenso patrimonio etrusco, finora affidato alla soprintendenza per i Beni archeologici dell'Etruria meridionale.
Questo è ciò che preoccupa persone come me, che agli etruschi hanno dedicato una parte non secondaria della propria vita scientifica, esattamente come sono preoccupati anche gli storici dell'arte per i destini di gioielli unici, come ad esempio la Galleria Borghese, e più in generale, per i destini della conoscenza e della difesa di opere d'arte mobile, di cui l'Italia è ancora depositaria, malgrado i saccheggi e l'incuria di governanti che da sempre avrebbero dovuto provvedere alla salvaguardia dei nostri  tesori artistici e non lo hanno fatto. Ci dica il ministro Franceschini, lasciando per un momento da parte manager e bookshop, che cosa ha in mente per l'architettura di dettaglio dei futuri organismi di tutela, che tutto il mondo ci ha invidiato, e speriamo, dovrebbe continuare a invidiarci.

giovedì 21 agosto 2014

Archeologia. Infrastrutture portuali e un cimitero di animali di 2500 anni fa scoperti dagli archeologi a Berenice, sul Mar Rosso, in Egitto.

Archeologia. Infrastrutture portuali e un cimitero di animali di 2500 anni fa scoperti dagli archeologi a Berenice, sul Mar Rosso, in Egitto.

Questa volta, durante gli scavi, ci ha sorriso la fortuna perché abbiamo portato alla luce gli elementi di legno che formano lo scafo di una nave che ha navigato durante la prima età romana. Sono le parole di Iwona Zych del Centro di Archeologia del Mediterraneo, presso l’Università di Varsavia, che dirige la ricerca in collaborazione con il prof. Steven E. Sidebothamem dell'Università del Delaware negli Stati Uniti.
Si tratta del primo scafo di nave di questo periodo completamente conservato e documentato in Egitto. Il luogo di ritrovamento conduce i ricercatori a credere che la nave sia stata smantellata e le sue parti conservate in un magazzino della baia del porto. Oggi, gli archeologi esaminano i reperti per le misure dettagliate, così da riuscire a elaborare una ricostruzione delle dimensioni della nave.
"Questa sarà la prima volta che potremo stabilire con certezza le dimensioni reali e il metodo di costruzione delle navi che solcavano il Mar Rosso, perché fino ad oggi non erano sopravvissute unità antiche o relitti" dice Zych.
A nord-est del porto, gli archeologi hanno scoperto un grande cimitero di piccoli animali con 60 sepolture: gatti, cani e due piccoli cercopitechi e babbuini. La maggior parte degli animali sono stati sepolti all'interno dei contenitori danneggiati oppure ricoperti di frammenti di vasi di terracotta e anfore. Un fatto interessante è che uno dei cercopitechi indossava un girocollo metallico.
La missione Archeozoologica di Marta Osypińska, ritiene che un tale accumulo di sepolture può essere il risultato di una pestilenza nei pressi del porto, oppure lo sfruttamento di giovani animali in rituali magici, durante i quali l'oracolo suggeriva il sacrificio prima di un lungo viaggio in mare. Sono noti vari casi nella letteratura romana e si conoscono altri esempi di cimiteri di animali. Ulteriori ricerche potrebbero chiarire questo puzzle.
Dopo diverse stagioni di lavoro a Berenice finalmente si è riusciti a fare una mappa completa della posizione geografica utilizzando un metodo archeologico che si avvale di strumenti legati al magnetismo in grado di stabilire con precisione le zone in cui vi è una struttura.
"I risultati di quest'anno sono stati promettenti. Abbiamo registrato strutture completamente invisibili in superficie. Tra queste c’è un edificio con un cancello e quattro ingressi posto all'incrocio di due strade principali e un grande complesso legato al culto e alla pubblica amministrazione nelle città del nord", dice Zych, e aggiunge “con i risultati dell’indagine geofisica potremo pianificare i prossimi scavi e riuscire a scoprire altri siti e reperti interessanti”.
Berenice, fondata nel III a.C. dal faraone Tolomeo II (285-246 a.C), era munita di un porto che gestiva la spedizione di elefanti africani. Il sovrano utilizzava questi animali nelle battaglie contro i nemici che volevano sottrargli il controllo delle provincie orientali. Non riuscendo ad avere accesso agli elefanti indiani, utilizzati dai nemici, Tolomeo tentava di opporsi ai loro elefanti ottenendoli da fonti indipendenti: Sudan, Eritrea ed Etiopia. Gli animali giungevano con l'aiuto delle navi che attraversavano il Mar Rosso, e Berenice era uno snodo strategico per le operazioni navali. Successivamente gli animali arrivavano dal deserto orientale della valle del Nilo. Oltre agli elefanti, al porto sono stati trovati vasi con le merci provenienti da India, Ceylon e Sud Arabia.La città era un rifugio e un luogo di soggiorno temporaneo per marinai, commercianti e persone provenienti dagli angoli più remoti del mondo.


mercoledì 20 agosto 2014

Giganti di Monte Prama. Conferenza sotto le stelle nei pressi di Cagliari

Giganti di Monte Prama. Conferenza sotto le stelle a Costa degli Angeli, nei pressi di Cagliari 

Si svolgerà Venerdì 22 Agosto alle 20.30 in Via Liri, nel litorale di Quartu a Costa degli Angeli, il convegno sulle statue di Monte Prama.
La conferenza settimanale organizzata dall'Associazione ACSRD, in collaborazione con l'Istituto Sardo Universitario, è dedicata ai “giganti di pietra”, ritrovati nei pressi di Cabras e recentemente restaurati al centro di Li Punti. Saranno illustrati la storia e i risultati dell’importante ritrovamento archeologico di Mont’e Prama. Parlerà dell’argomento Pierluigi Montalbano.
Il relatore, con l'ausilio di immagini proiettate, evidenzierà il concetto che la scoperta cambia la storia della Sardegna e del Mediterraneo Occidentale. Il prezioso tesoro venuto alla luce nel Sinis, a quasi 40 anni dal ritrovamento, ha finalmente trovato una adeguata e definitiva collocazione museale a Cagliari e Cabras, pur suscitando alcune perplessità per la separazione in quanto alcuni studiosi avrebbero preferito un'esposizione unica di tutto il corpus scultoreo.

Il rinvenimento risale a marzo del 1974, nella località di Mont’e Prama, da un contadino che durante l’aratura del suo terreno, toccò con la lama dell’aratro la testa a grandezza reale di una statua. Chiese aiuto alle autorità che fecero intervenire due illustri archeologi sardi dell’epoca, Giovanni Lilliu e Enrico Atzeni, che diedero il via a una delle più importanti ed enigmatiche scoperte archeologiche sarde. Le statue furono ritrovate all’interno di un’area sacra sopra delle basi che delimitavano alcune tombe. Erano presenti anche alcuni nuraghi miniaturizzati e diversi betili. Anni dopo, lo stesso Lilliu, raccontò che al momento della scoperta il sole limpido e caldo che caratterizzava la giornata, fu improvvisamente oscurato da una tempesta tremenda che si era abbattuta mentre si portavano alla luce le statue, quasi che gli antichi eroi si fossero risvegliati insieme alle statue, una sensazione impossibile da descrivere ricordava con paura l’archeologo.
Gli scavi, diedero alla luce trenta gigantesche statue di guerrieri in pietra locale, alte oltre due metri, risalenti a 2800 anni fa. Riportano fattezze anomale, con occhi realizzati con due cerchi concentrici e con la bocca appena accennata, formata da una semplice fessura. Hanno una pettinatura a trecce e vestono abiti che riportano ad ambito siriano, ma ciò che li rende unici, sono le grandi dimensioni, un unicum in tutto l’Occidente. Sono realizzate in pietra arenaria delle cave oristanesi e sono in posizione eretta, con braccia piegate a tenere scudi o armi.
Ingresso libero.

Nelle immagini:
sopra, le statue al centro di restauro di Li Punti
sotto, rappresentazione di un guerriero (autore Beppe Cardone, foto di Antonella Carpentieri)

martedì 19 agosto 2014

Dov'erano le Colonne d'Ercole? E già che ci siamo…dov'era Atlantide?

Dov'erano le Colonne d'Ercole? E già che ci siamo…dov'era Atlantide?
di Alberto Majrani

In un precedente intervento http://pierluigimontalbano.blogspot.it/2014/05/iliade-e-odissea-omero-racconto-delle.html abbiamo visto come i racconti omerici e la stessa mitologia classica assumano un significato molto più logico e coerente una volta che si sposta la loro origine nelle terre nordiche, da dove proveniva l'ambra che ritroviamo in molti siti archeologici mediterranei. Passiamo ora a localizzare le Colonne d’Ercole, un altro degli enigmi che già appassionavano gli antichi: in effetti la tradizionale ubicazione nei pressi dello stretto di Gibilterra è, come al solito, una mera ipotesi senza alcun sicuro elemento di prova. Le Colonne d’Ercole dovevano affacciarsi sull’Oceano ed essere l’ultimo limite del mondo conosciuto, ma dopo Gibilterra la costa spagnola e quella africana continuano per parecchi chilometri, e inoltre non ci sono nemmeno delle formazioni naturali che possano ricordare delle vere e proprie colonne, se non un ripidissimo pinnacolo di roccia. Quindi i geografi antichi dovettero piazzarle lì perché non sapevano dove altrimenti collocarle. Sulla possibile reale collocazione delle mitiche Colonne d'Ercole si è detto e scritto di tutto negli ultimi tempi, anche sulle … colonne di questo blog; mi sembra ora di dire la mia.
Ma andiamo ad esaminare chi era questo eroe fortissimo, dai Romani chiamato Ercole (Hercules), e dai Greci Eracle. Era figlio del dio Giove e di una mortale, Alcmena, e fu divinizzato dopo la morte. Il suo culto, con vari nomi, era diffuso nell’antichità in tutta Europa. Alcuni storici antichi riportano che siano esistiti due (o forse addirittura tre) personaggi simili, con lo stesso nome, di epoche diverse.

Senza stare ad elencare tutte le sue famose 12 fatiche, possiamo notare come alcune di esse abbiano una decisa collocazione nordica: il gigantesco cinghiale di Erimanto affonda nella neve fresca; i buoi di Gerione ricordano la saga danese dei buoi di Gefione; i pomi delle Esperidi crescono nelle terre iperboree, cioè l’estremo nord. Inoltre, per raccoglierli, Ercole si fa aiutare da Atlante, il gigante che regge la volta stellata: ma il firmamento apparentemente gira intorno al polo nord celeste, quindi dove poteva stare Atlante per fare da perno e reggerlo, se non in prossimità del polo nord terrestre?
Infine, la vicenda della cerva di Cerinea, una cerva dalle corna d’oro, che stava aggiogata al carro della dea Artemide (Diana), e che fugge anch’essa fino alle terre iperboree prima di essere catturata da Ercole. Ora, l’unico cervide in cui la femmina abbia le corna è la renna, l’unico cervide che può essere aggiogato a un carro è ancora la renna (Babbo Natale insegna…), e infine il cervide tipico dell’estremo nord, dove compie lunghe migrazioni, è sempre lei, la renna! E le renne non vivono in Grecia, ed è certo che mai vi hanno vissuto nel passato, visto che non si sono mai trovati resti fossili e che la loro caratteristiche fisiologiche non sono adatte all’ambiente greco. Eppure c’è un bronzetto miceneo dell’VIII secolo avanti Cristo che rappresenta una cerva che allatta un piccolo, quindi indubbiamente una femmina, con un bel paio di corna… certo è una raffigurazione stilizzata e non assomiglia a una vera renna, ma può darsi benissimo che l’ignoto artista si sia basato sui racconti dei genitori o dei nonni senza averne mai vista realmente una.

Delle altre otto fatiche non si può dare con certezza una collocazione geografica, anche se spesso sono ambientate in territori ricchi d’acqua, quali fiumi e paludi, come del resto anche molti altri miti “greci”: i nomi dei luoghi, come al solito, possono essere frutto di una trasposizione. I miti nascono da avvenimenti reali poi trasfigurati dalle interpretazioni e dai continui passaparola successivi: il difficile è riuscire a risalire alle vicende e alle collocazioni originarie. A questo proposito, si può notare come la Selva Ercinia, cioè la selva di Ercole, corrispondesse alla foresta che ricopriva la Germania, e inoltre che il culto di Ercole, chiamato anche Ogmio (o Ogmios, o Ogma, o Ogham), era diffusissimo in tutto il Nord Europa, isole britanniche comprese, fin dalla più remota antichità. Quindi se Ercole era una divinità nordica, si capisce perché la collocazione delle Colonne d’Ercole nel Mediterraneo generi tanti dubbi... semplicemente, non erano nel Mediterraneo!
E allora dove potevano essere queste colonne gigantesche, situate all’estremo limite del mondo conosciuto, prima del pauroso salto nell’Oceano, il “fiume Oceano” che ricorda la corrente del Golfo? Felice Vinci, l'autore di "Omero nel Baltico", pensa che potessero corrispondere alle isole Fär Oer, mentre io ritengo che la localizzazione ideale sia la costa nord dell’Irlanda, dove sorge una straordinaria formazione naturale, oggi nota come il “Selciato del Gigante”, costituita proprio da decine di migliaia di enormi colonne di basalto!  Quindi non solo due misere colonne, come vengono spesso rappresentate, ma circa quarantamila!

Secondo le leggende irlandesi, le colonne furono edificate dal gigante Fionn Mac Cumhaill (pronunciato Fin Mec Cul), un nome che presenta una strana assonanza con Hercules. In realtà, tale meraviglia naturale risale a un'eruzione vulcanica verificatasi circa 60 milioni di anni fa, ben prima che l'uomo facesse la sua comparsa sulla faccia della terra.
E infine, non è che quei banchi di sabbia poco profondi che si trovano al largo delle Isole Britanniche siano proprio i resti di una certa isola affondata nell’Oceano al di là delle Colonne d’Ercole che in tanti stanno cercando?  Tra il 4000 e il 3000 a.C. c’è stato un picco di freddo che ha interrotto il lungo optimum climatico postglaciale. Per effetto di questa piccola era glaciale, il livello del mare è rimasto più basso per circa un millennio, portando allo scoperto una vasto territorio, che i geologi chiamano Doggerland, ma poi questo territorio è stata nuovamente ricoperta dall’Oceano. Qualcosa di analogo è avvenuto nel periodo tra il 2000 e il 1500 avanti Cristo. Premesso che (sto scherzando, è chiaro!) finché non si troverà uno zerbino con su scritto “Benvenuti in Atlantide” qualsiasi luogo per la localizzazione della mitica isola perduta è buono, magari sarà il caso di fare un giretto in sommergibile da quelle parti…

Si potrebbe obbiettare che, secondo il racconto tramandato da Platone, Atlantide sarebbe però scomparsa in modo improvviso, magari a causa di un catastrofico tsunami, un’onda gigantesca di maremoto, come quelli che nel 2006 hanno  portato morte e devastazione sulle coste dell’Oceano Indiano e nel 2011 in Giappone. Ebbene, se guardiamo verso nord, ad un migliaio di chilometri dalle coste irlandesi, troviamo l’Islanda, isola di ghiacciai e vulcani attivi. Nel 1996,  l’eruzione di un vulcano, situato sotto l'enorme  ghiacciaio del Vatnajökull,  ha sciolto circa 3 chilometri cubi di ghiaccio creando un enorme lago che, a distanza di un mese, ha fatto crollare una parte del ghiacciaio stesso. Una spaventosa massa di  acqua, ghiaccio e fango si è riversata a valle sommergendo una vasta regione, fortunatamente pressoché disabitata, distruggendo tutto quello che incontrava sul suo cammino. Non è difficile immaginare che qualcosa di simile, su scala ancora maggiore se verificatosi durante un periodo freddo, con la calotta glaciale ancora più spessa, possa aver provocato l’ondata gigantesca in grado di distruggere la  civiltà atlantidea.  Le grandi nubi di cenere potrebbero avere portato modifiche al clima e insoliti fenomeni ottici nell’atmosfera, interpretabili come conseguenza dell’ira divina. Qualcosa di molto simile all’evento di Santorini, per cui i due avvenimenti potrebbero aver finito con il fondersi e… confondersi nell’immaginario dei popoli primitivi. Il fatto stesso che il dio del mare, Poseidone, è detto Enosictono, cioè “scuotiterra” fa sospettare che già gli antichi avessero correttamente messo in relazione i maremoti con i terremoti. Recentemente, uno studio geologico condotto dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha scoperto che qualcosa di analogo si verificò nel Mediterraneo circa 8000 anni fa, quando una gigantesca frana sull’Etna, di ben 35 km³, causò l’inondazione distruttiva di diversi villaggi neolitici fino sulle coste mediorientali. Nel 6200 a.C. una frana di un'enorme massa di ghiaccio sulle coste della Norvegia, conosciuta come Storegga Slide, provocò un catastrofico tsunami che devastò l'isola che emergeva in quel periodo al centro del Doggerland, ed ebbe un impatto enorme sulle popolazioni mesolitiche. In effetti, Platone parla di una catastrofe verificatasi 9000 anni prima di Solone, il che corrisponderebbe all’incirca con la fine dell’ultima era glaciale, però non esistono tracce di una civiltà evoluta, simile a quella da lui descritta, a quell’epoca. Certo, si può sempre sostenere che anche quello di Platone sia solo un racconto fantastico, creato appositamente per scopi didattici, e che non abbia nessuna attinenza con la realtà. Ma come ho già detto, molto spesso i miti nascono da eventi reali o da fenomeni naturali, di cui si perde il senso quando vengono trasportati al di fuori del loro originario contesto temporale e geografico. Si tratta di capire fino a che punto il racconto di Platone, che è il primo nella storia che parli esplicitamente di Atlantide, anche se molti miti simili si ritrovano un po’ ovunque, possa essere preso alla lettera. Altre frane di dimensioni colossali sono avvenute nelle regioni nordiche, a causa del rapido innalzamento di tutto il territorio, avvenuto con lo scioglimento della pesante coltre glaciale. Le ripide scogliere norvegesi sono il risultato di quello che i geologi chiamano sollevamento glacioeustatico; da esse si sono staccati pesantissimi blocchi di roccia, in grado di provocare ondate distruttive. Se ha ragione Vinci ad identificare la Scheria con la Norvegia, si potrebbe ipotizzare che il “gran monte”, con cui il vendicativo Poseidone copre la terra dei Feaci, sia il ricordo di una di queste disastrose frane.

E’ anche possibile che il maremoto sia stato causato dalla caduta nell’oceano di un grosso meteorite o di una cometa, ma che potrebbe non aver lasciato tracce geologiche visibili. Un evento di cui sarebbe rimasta testimonianza nel mito di Fetonte , il figlio di Elio, dio del Sole, che precipitò nel fiume Eridano per aver guidato maldestramente  il carro solare del padre troppo vicino alla Terra; le ninfe piangevano lacrime d’ambra, a conferma di una molto più logica collocazione nordica del mito: il termine Eridano indicava anticamente un fiume europeo (non si è mai capito se il Rodano o il Reno, o qualcun altro) e poi ha designato il Po, con il solito meccanismo di designare luoghi diversi con nomi simili. Nel febbraio 2013, la caduta in Russia di un meteorite di una decina di metri di diametro ha fornito uno spettacolare ed inquietante esempio di quale avrebbe potuto essere l’effetto di un simile avvenimento. Il bolide incandescente ha attraversato l'atmosfera alla velocità di 54.000 km/h, circa 44 volte la velocità del suono, lasciando una scia di fumo lunga centinaia di chilometri, e si è disintegrato sopra la città di Čeljabinsk con una esplosione paragonabile a quella di una  bomba atomica, mandandone in frantumi tutti i vetri, ferendo migliaia di persone e danneggiando sei città della regione, per poi concludere la sua corsa in un lago ghiacciato. (video https://www.youtube.com/watch?v=dpmXyJrs7iU )
Di sicuro, anche se si parla di Atlantide come di un “continente” perduto, non può essere scomparsa in pochi giorni un’isola con le dimensioni di un intero continente, senza che se ne trovino tracce evidenti; e inoltre non possiamo fare della fantageologia condensando in un tempo così breve dei processi geologici che richiederebbero comunque centinaia di milioni di anni! E’ possibile, invece, che sia esistita una civiltà marinara  che viveva sulle zone costiere o su una piccola isola, che sia stata in gran parte spazzata via da un evento catastrofico, e che alcuni suoi rappresentanti siano sopravvissuti, magari in altri luoghi, trasmettendo ai loro discendenti in forma di mito il ricordo dei bei tempi passati. I resti di questa civiltà potrebbero essere costituiti dal vasto insediamento neolitico presente nelle isole Orcadi, che per la sua importanza è stato inserito dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità. Di certo, in nessun luogo del mondo ci sono tracce di un’antica civiltà tecnologicamente avanzata paragonabile alla nostra attuale; anche se qualche scultura o graffito dal significato ambiguo  ha scatenato l’immaginazione di molti appassionati di misteri,  gli archeologi non hanno mai trovato degli oggetti che fossero più “moderni” degli archeologi stessi. Purtroppo in una tomba antica non è mai stato rinvenuto né un barattolo di plastica, né una racchetta di fibra di carbonio, né tantomeno una spada laser! Nessuno, nei tempi andati fino ai giorni nostri, ha mai trovato qualche oggetto o qualche strano materiale che non fosse stato già inventato: se qualcuno trovasse qualcosa di assolutamente nuovo diventerebbe immediatamente famosissimo e ricchissimo!
Ritornando al tema dei basalti colonnari, vale la pena di dare un’occhiata ad un altro luogo molto caratteristico: l’isola scozzese di Staffa, nelle Ebridi. In essa si apre una grotta (Fingal’s cave, grotta di Fingal, altro nome del medesimo Fionn) in cui la risacca produce una specie di ululato molto suggestivo, tanto da avere ispirato anche il musicista Felix Mendelssohn per un suo poema sinfonico https://www.youtube.com/watch?v=zcogD-hHEYs , e in tempi più recenti, anche il gruppo dei Pink Floyd per un brano psichedelico, mai però pubblicato nei dischi ufficiali, e ripreso in parte nella lunga suite intitolata Echoes https://www.youtube.com/watch?v=Y9BQhmIShrg .  Ma quello che è più degno di nota è il confronto tra il suo aspetto e la descrizione che Omero fa del mostro di Scilla:
Là dentro Scilla vive, orrendamente latrando:
la voce è come quella di cagna neonata,
 ma essa è mostro pauroso, nessuno
potrebbe aver gioia a vederla, nemmeno un dio, se l'incontra.
I piedi son dodici, tutti invisibili:
e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa
 da fare spavento; in bocca su tre file i denti,
 fitti e serrati, pieni di nera morte.
Per metà nella grotta profonda è nascosta,
ma spinge le teste fuori dal baratro orribile,
e lì pesca, e lo scoglio intorno intorno frugando
 delfini e cani di mare e a volte anche mostri più grandi
 afferra, di quelli che a mille nutre l'urlante Anfitrìte. (Od. XII, 85-97)

Singolare poi che più a sud, al largo della Cornovaglia, si trovi l’arcipelago delle isole Scilly… 

lunedì 18 agosto 2014

I Celti, un antico popolo europeo che influenzò l’Occidente mediterraneo

I Celti, un antico popolo europeo che influenzò l’Occidente mediterraneo
di Pierluigi Montalbano

Appartenenti a uno stesso gruppo linguistico di famiglia indoeuropea, all'inizio del II millennio a.C. migrarono dall'Asia Minore in Europa, stanziandosi principalmente nelle regioni del Danubio e del Reno. Organizzati in tribù, i celti basavano la loro coesione interna sulla religiosità verso numerose divinità.
Dall’VIII a.C., dopo aver dato vita alla cultura di Hallstatt, una località austriaca dove sono state ritrovate 2.000 tombe, i Celti compirono una serie di migrazioni, occupando gran parte del continente e delle isole britanniche e dividendosi in diverse tribù: Galli, stanziati nell'odierna Francia; Britanni, Cimri e Gaeli in Gran Bretagna; Belgi; Celtiberi nella Penisola Iberica; Galati nei Balcani. Gli spostamenti originarono alcuni fenomeni, fra i quali l’aumento demografico e uno spirito di conquista che causò numerosi conflitti con altri popoli. Dal V a.C. il centro di diffusione della loro civiltà fu La Tène, località svizzera presso Neuchâtel. Intorno al 400 a.C. alcuni Galli (Insubri, Leponzi, Senoni, Boi e Cenomani) attraversarono le Alpi e si stanziarono nella Pianura Padana, conosciuta con il nome di Gallia Cisalpina. Da qui si mossero per compiere cruente scorrerie in tutta Italia, saccheggiando anche Roma nel 390 a.C. guidati da Brenno. Nel III a.C. i Galati fondarono in Asia Minore un regno, che sopravvisse fino al 25 a.C. ma la loro spinta espansionistica si esaurì lasciando il posto a una rapida decadenza.
L'espansione dei Romani e dei popoli germanici sottrasse ai Celti molti territori e cancellò la loro lingua ovunque, salvo che in Britannia, l'odierna Gran Bretagna, dove, nonostante l'occupazione romana, i Celti conservarono il Galles, la Scozia, l'Irlanda e alcune isole, come l'Isola di Man. Qui i loro dialetti sopravvissero nelle varianti gaelica (Scozia e Irlanda) e cimrica (Galles, Cornovaglia) che si affermò anche in Bretagna (nord della Francia), occupata dai Britanni in fuga a causa dell'occupazione da parte degli Anglosassoni dell'isola avvenuta nel 410. In tali dialetti i loro poeti e musici (bardi) celebrarono le gesta epiche degli eroi e si sviluppò una letteratura che espresse opere come i cicli di Ossian (in gaelico) e di Re Artù (in cimrico).
La società celtica era organizzata in tribù, suddivise in clan familiari a struttura patriarcale e governate inizialmente da re, poi da magistrati elettivi. Giulio Cesare incontrò in Caledonia (la Britannia) alcune tribù governate da donne che praticavano la poliandria, avevano cioè più di un marito. I clan si alleavano con legami di sangue, consolidati da scambi di doni denominati potlach. Le tribù raramente si legavano in federazioni, preferendo conservare la propria autonomia.
Al vertice della società stava la ricca e potente aristocrazia costituita da guerrieri, druidi (sacerdoti, maghi, insegnanti e giudici) e popolani che si dedicavano ad agricoltura, allevamento, caccia e artigianato. In tempo di guerra l'assemblea dei nobili nominava il comandante dell'esercito che disponeva di una valorosa cavalleria e di ottime armi e carri da guerra. I Celti decapitavano i nemici e trasformavano i loro crani in coppe, convinti che questo trofeo aumentasse la forza di un guerriero. La decapitazione di un nemico era un rito di iniziazione del giovane al mondo adulto.
La religione celtica si fondava sul culto di numerosi dei la cui triade principale era costituita da Teutanes, Taranis ed Esus, ai quali erano dedicati anche sacrifici umani. Nonostante credessero nell'esistenza di un aldilà e si dedicassero al culto dei morti, i Celti esaltavano la vita e la natura e immaginavano che gli dei risiedessero in luoghi nascosti: isole lontane, foreste e grotte. La loro arte fu decorativa, legata alla produzione di gioielli, vasellame, armi e monete. Tipico era l'uso di forme geometriche e astratte, con oggetti non riprodotti fedelmente ma rappresentati da simboli.

Immagine di Wikipedia: una coppa celtica


domenica 17 agosto 2014

Archeologia subacquea. Torna alla luce il decimo rostro delle Egadi

Archeologia subacquea. Torna alla luce il decimo rostro delle Egadi

Proseguono i lavori di ricerca condotti dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e dagli americani della RPM Nautical Foundation nelle acque delle isole Egadi, laddove il 10 marzo del 241 a.C. si scontrarono, per il dominio del Mediterraneo, le potenti flotte di Romani e Cartaginesi, durante le fasi finali della Prima Guerra Punica. 
A partire dal 2005, tra gli altri materiali individuati grazie all'operato di un team internazionale e all'ausilio di un potente apparato tecnologico, sono stati individuati ben undici rostri (ne davamo notizia, da queste stesse pagine nel 2008, nel 2010 e nel 2012). Nelle scorse ore, un ROV filoguidato, calato dalla nave Hercules, ha raggiunto il rostro Egadi 10, a 70 metri di profondità, 7 km ad Ovest dell'isola di Levanzo, e lo ha imbragato e recuperato, restituendolo, dopo quasi 23 secoli, alla luce del sole. 

Il prezioso reperto si trova in un buono stato di conservazione, e mostra notevoli affinità con i rostri Egadi 7 e Egadi 9, recuperati nel corso delle varie campagne del progetto Archeo Egadi. Si tratta di un massiccio rostro in bronzo, appartenuto a una nave da guerra romana e caratterizzato da una struttura a tridente, con una decorazione raffigurante un elmo del tipo Montefortino e, con tutta probabilità, con le indicazioni epigrafiche relative all'attività dei quaestores, al di sotto delle concrezioni. Alcuni chiodi e frammenti di legno rappresentano le ultime tracce superstiti della giunzione dell'arma alla struttura della nave. 

I rostri già recuperati hanno permesso di ricostruire dettagli importanti di un capitolo fondamentale della storia di Roma. Si attendono ora i risultati del trattamento di restauro del nuovo manufatto, nella speranza di poter aggiungere ulteriori informazioni alla storia della battaglia.


Si ringrazia la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana per le splendide immagini
Fonte: http://archeologiasubacquea.blogspot.it/


sabato 16 agosto 2014

Sardegna, archeologia sperimentale. Domani sera in Ogliastra sarà realizzato un bronzetto nuragico con la tecnica della fusione a cera persa.

Sardegna, archeologia sperimentale. In Ogliastra sarà realizzato un bronzetto nuragico con la tecnica della fusione a cera persa.


Domenica 17 Agosto, con inizio intorno alle 21.30, il lido di Cea (di fronte ai faraglioni di Tortolì) ospiterà i maestri della fusione a cera persa per uno scintillante spettacolo notturno nell’incantevole scenario balneare della baia che sarà illuminato dal fuoco prodotto dalla fornace.
L’Associazione “Sulle tracce di Dan” realizzerà il bronzetto nuragico nella foto con la tecnica della fusione a cera persa. Lo spettacolo sarà arricchito da una relazione di Pierluigi Montalbano che illustrerà le varie fasi del procedimento metallurgico e racconterà la storia dei metalli in Sardegna.
I giorni scorsi la manifestazione è stata apprezzata a Talana,  Jerzu e Santa Maria Navarrese, davanti a un caloroso pubblico incantato davanti agli sbuffi di fuoco prodotti dalla fornace azionata dai mantici dei maestri fonditori Andrea e Gianni. Vedere all’opera questi artigiani del bronzo che adoperano strumenti identici a quelli di 3000 anni fa, per realizzare i gioielli oggi esposti nelle vetrine dei musei di tutto il mondo, è un avvenimento imperdibile. Si raccomanda la massima partecipazione con macchine fotografiche nel momento di colata del bronzo fuso dal crogiolo allo stampo, un istante di alchimia che vede il fuoco protagonista principale.
L’archeologia sperimentale non pretende di dimostrare alcunché, ma fornisce uno strumento attraverso il quale è possibile valutare nel loro sviluppo e significato alcune delle attività economiche fondamentali dell'uomo antico, in primo luogo la sussistenza e la tecnologia. Consente, inoltre, di sottoporre a ulteriore verifica ipotesi e modelli, tanto nel campo della tecnologia produttiva che in quello dei processi formativi. La Manifestazione in programma Domenica 17 sarà allietata dalle musiche di Alberto e il momento più intenso sarà quello della colata del bronzo nella matrice contenente la cera sagomata con la forma del famoso bronzetto della Dea Madre benedicente che tiene in braccio il futuro sovrano della comunità. Molti studiosi si sono cimentati nell’interpretazione dei bronzetti, sempre nel campo di ipotesi soggettive perché si tratta di oggetti artistici. Per capire l’ideologia dei nuragici  occorre anzitutto sgombrare il campo da false verità: nulla è stato trovato scritto su questi preziosi reperti (quindi nessuno ha la verità in tasca) e bisogna affidarsi all'intuito, esaminando con estrema attenzione l’oggetto per  catturare visivamente ogni più piccolo dettaglio. 

Gli elementi concreti a nostra disposizione sono la donna, il bambino che si affida alle sue braccia, il trono, il pugnaletto tipico nuragico e il vestiario dei due personaggi. Personalmente, ritengo che la donna possa essere la Dea Madre, colei che da la vita, la massima divinità delle culture antiche. Il bimbo è forse suo figlio, o comunque un importante e nobile maschietto, dotato di un segno di potere (uno scettro) che lo distingue dagli altri membri della comunità. Il trono potrebbe essere la testimonianza concreta del ruolo della donna: il capo religioso della comunità, il massimo punto terrestre dell'unione fra comunità e divinità, la porta che separa il mondo dei vivi da ciò che sta nell'alto dei cieli, l'unica creatura in grado di garantire la sopravvivenza della specie, colei che da la vita e ci protegge. Per quanto riguarda il vestiario, concordo con altri studiosi che ritengono il mantello un tipico capo d'abbigliamento dei sacerdoti e delle sacerdotesse, quindi un segno distintivo di chi incarna la religiosità all'interno della comunità. E poi...c'è quel gesto benevolo di saluto, quella mano sollevata ma non minacciosa, quel rassicurante messaggio di pace che chiude il cerchio sulla funzione della donna e suggerisce serenità.

Dopo l’età della pietra, l’invenzione delle tecniche metallurgiche migliorò notevolmente le condizioni di vita degli uomini preistorici. Prima dell’invenzione delle tecniche fusorie, in alcune regioni asiatiche si utilizzavano i metalli allo stato nativo (in particolare oro, rame, argento e ferro meteorico) che venivano lavorati a freddo, soprattutto a martellatura, per ottenere piccoli utensili o oggetti d’ornamento come ami o spilloni. Questo tipo di produzione è noto in Persia e nel Vicino Oriente fin dal VII millennio a.C.
La metallurgia più antica è quella del rame, attestata dalla metà del IX millennio a.C. nella regione fra Anatolia e Afghanistan. Il bronzo è una lega di rame e stagno (in rapporto di 9:1) che offre numerosi vantaggi per quanto riguarda sia la lavorazione sia le qualità del prodotto finito. E’ stato osservato che anche agli inizi si adoperava rame contenente un’alta percentuale di arsenico come impurità naturale, più facile da lavorare e più resistente.
I più antichi processi erano semplici e si praticavano in rudimentali forni fusori, utilizzando carbone di legna e immettendo ossigeno forzatamente con dei mantici. Il metallo ottenuto conteneva impurità naturali, soprattutto perché le forme di fusione erano aperte. Più tardi le matrici bivalvi divennero la regola e alcuni casi di adozione della tecnica della cera persa, che utilizza una forma di fusione chiusa, sono documentati in figurine di animali di rame, oro e argento trovate nelle tombe reali di Alaca Hoyuk, in Turchia, datate verso la fine del III millennio a.C.
In Mesopotamia dal V millennio a C. e in Egitto dal IV Millennio, la fusione dei metalli giunse nelle culture greche del Mar Egeo nella fase iniziale dell’Elladico Antico (3300-2900 a.C.), testimoniata a Lerna e nel Peloponneso da un’industria metallurgica fiorente. In Europa i centri più importanti si collocano già nel 3000 a.C. nelle regioni ricche di giacimenti minerari, ad esempio la Transilvania e la Penisola Iberica. La metallurgia del ferro, invece, risale all’inizio del I Millennio a.C., anche se questo metallo era già noto da tempo. Il bronzo fu così a lungo preferito perché la lavorazione del ferro è più difficile a causa del suo più elevato punto di fusione rispetto al rame e alle sue leghe. Non potendo modellarlo per mezzo di forme di fusione, gli artigiani del XII secolo a.C. lo forgiavano e tempravano per ottenere quel grado di resistenza che rende armi e strumenti di ferro molto più efficienti di quelli di bronzo.

In quel periodo, la metallurgia del ferro era praticata dagli Ittiti e, dall’XI a.C. in Grecia, con armi e strumenti che sostituiscono quasi del tutto quelli di bronzo. In Sardegna il ferro non conosce una vera e propria diffusione prima del IX a.C., ma rapidamente la nuova tecnica metallurgica conquistò le varie regioni europee, probabilmente proprio grazie all’influenza dei sardi e degli etruschi.

Nelle immagini, da sopra:
La locandina
Il bronzetto da realizzare
Il bronzetto originale del museo

venerdì 15 agosto 2014

Le vestigia del nostro passato, perfettamente inserite nel paesaggio costiero italiano, sono vittime della devastazione moderna

Le vestigia del nostro passato, perfettamente inserite nel paesaggio costiero italiano, sono vittime della devastazione moderna
di Michele Stefanile


L'italico bagnante che in questa settimana si rosola al sole lungo le coste del Bel Paese, godendosi quel che resta delle un tempo proverbiali ferie d'agosto, faccia, se crede, questo esperimento: sollevi gli occhi dalla linea dell'orizzonte e dalla serenità delle vele nel blu, lasci un secondo da parte il libro, il giornale, lo smartphone o l'iPad, e provi a percorrere con lo sguardo lo spazio circostante, a 360 gradi; conti le case, le tettoie, i parcheggi, evidenzi il cemento, il vetro, i tendoni, i tondini di ferro arrugginito; faccia caso, insomma, a tutte le tracce dell'antropizzazione recente del paesaggio, e, socchiudendo per un attimo gli occhi, provi a immaginare quello stesso spazio senza il moderno, con dune e pinete selvagge, e tutti i profumi della macchia mediterranea, affacciato su un mare cristallino, e con i verdi monti dell’Appennino, il bianco delle Alpi Apuane o qualche morbido colle sullo sfondo.
Vedrà un paesaggio unico e incontaminato, effetto della singolare varietà geografica di una penisola in cui aspre montagne, vulcani, baie di smeraldo e sabbie dorate possono coesistere nello spazio di poche decine di chilometri, e forse coglierà per un momento la grande bellezza che si dischiuse un tempo alla vista di Enea, e di chi come il mitico eroe troiano giunse in queste terre e vi fondò città e regni. Il bagnante di cui sopra si domandi ora cosa è stato di quella bellezza, e in nome di chi o di cosa il cemento ha preso il posto delle dune, l'allumino anodizzato dei canneti, l'asfalto della sabbia.

giovedì 14 agosto 2014

La Carta de Logu, l’opera legislativa più interessante del medioevo europeo

La Carta de Logu, l’opera legislativa più interessante del medioevo europeo
di Alberto Massazza

La Carta de Logu è sicuramente il frutto più sorprendente della plurisecolare Civiltà dei Giudicati sardi. Venne promulgata con ogni probabilità il giorno di Pasqua del 1392, come atto conclusivo della reggenza di Eleonora d’Arborea, a causa dell’acquisita emancipazione dalla tutela materna del figlio Mariano, al compimento del suo quattordicesimo anno d’età. La Giudicessa Eleonora diventò reggente alla morte di suo fratello Ugone III  (ucciso in una sommossa popolare causata dalla sua condotta tirannica ed abilmente cavalcata dagli aragonesi) per conto dei figli Federico, morto nel 1387 in età ancora immatura, e Mariano. Entrambi i figli furono il frutto delle nozze che Eleonora contrasse nel 1376 con Brancaleone Doria, discendente della potente famiglia genovese. I due sposi, entrambi piuttosto attempati per quei tempi, si stabilirono dapprima a Castelgenovese (Castelsardo), dove verosimilmente avvenne il concepimento dei due figli, e successivamente a Genova. Nella città ligure ebbe modo di mostrare le sue capacità diplomatiche, concedendo un prestito di quattromila fiorini d’oro al doge Nicolò Guarco e giungendo ad un accordo di massima per il futuro matrimonio tra suo figlio Federico e la di lui figlia Bianchina.
Pochi mesi dopo, all’inizio di marzo del 1383, non appena le giunse la notizia della morte violenta del fratello Ugone III, si precipitò ad Oristano per rimettere ordine e far valere il diritto del suo primogenito alla successione. Intanto, il marito si era recato a Barcellona per intessere trame diplomatiche con la corte di Pietro il Cerimonioso. Questa politica del doppio binario, rafforzare l’intesa con Genova e mantenere buoni rapporti di facciata con Barcellona, riportava l’ormai prossima famiglia reale in continuità con l’opera del titanico padre d’Eleonora Mariano IV, dopo l’interregno di guerra aperta e totale di Ugone III. Ma una volta ottenuta la reggenza del Giudicato, Eleonora palesò l’intenzione di riprendere la politica paterna antiaragonese. Pietro IV, per tutta risposta, fece arrestare Brancaleone, che ancora soggiornava a Barcellona, per poi trasferirlo a Cagliari ed usarlo per riportare Eleonora a una condotta più remissiva, ma la Giudicessa, da buona sarda e degna figlia di Mariano, tenne lungamente testa al Re, cedendogli solo nel 1388, con un accordo piuttosto vantaggioso per gli aragonesi. Brancaleone venne liberato solo due anni più tardi e, preso il comando militare del Giudicato, compì vittoriose campagne antiaragonesi, rinverdendo i fasti del suocero.

mercoledì 13 agosto 2014

L’organizzazione dei Giudicati in Sardegna

L’organizzazione dei Giudicati in Sardegna
di Alberto Massazza


Formatisi in un lungo percorso di trasformazione durato circa tre secoli, dal 700 al 1000 d.C., conseguenza del progressivo indebolirsi dei rapporti dell’isola con Bisanzio, causato dall’espansione inarrestabile degli arabi nel Mediterraneo, i Giudicati sardi apparvero sulla ribalta della storia nel corso dell’XI secolo, all’indomani dell’estenuante lotta, intrapresa dall’alleanza tra essi e le Repubbliche Marinare di Pisa e Genova contro i tentativi di invasione di Mujahid al-Amiri (italianizzato in Museto, Musetto o Muscetto), schiavo affrancato di origine slava, divenuto governatore di Denia e delle Baleari grazie alle sue straordinarie doti militari, politiche e intellettuali. Mujahid era riuscito a instaurare dei presidi stabili lungo la costa settentrionale dell’isola, tra Alghero e Olbia, e da qui aveva comandato spedizioni veloci e improvvise a Luni e a Pisa, approfittando del temporaneo impegno delle truppe pisane nel sud Italia per fronteggiare altri pirati arabi. Coordinati dal Papa, sardi, pisani e genovesi si coalizzarono per scacciare Mujahid dalle basi sarde. Si aprì una guerra destinata a durare per quasi trent’anni, con il condottiero arabo costretto a indietreggiare, ma sempre pronto a riorganizzarsi e a rifarsi minaccioso. Solo con la morte dell’ormai ultraottantenne Mujahid (pare per mano di un soldato sardo) nella spedizione degli alleati contro la roccaforte algerina di Bona (Ippona) nel 1044, il Tirreno fu definitivamente liberato dalle incursioni saracene.
Ristabilita la tranquillità del mare, la Sardegna fu interessata dall’espansione commerciale delle due Repubbliche Marinare e dalla volontà del papato di portare la chiesa sarda, fossilizzata sul rito bizantino, nell’orbita di Roma, in un periodo di forte tensione tra latini e greci, sfociato nello scisma del 1054. Mercanti e monaci diedero l’impulso alla ripresa dell’utilizzo della scrittura, necessaria per le operazioni mercantili, ma soprattutto utilizzata dai monaci per redigere i Condaghes, termine greco-bizantino con cui si indicano i registri delle attività dei monasteri. Questi registri, oltre che come fonte diretta di notizie, sono importanti anche perchè la lingua utilizzata è un latino volgare che si va trasformando in sardo, tanto da potersene considerare le più antiche testimonianze scritte. L’esempio dei condaghes fu seguito anche all’interno delle corti giudicali, facendo aumentare esponenzialmente le notizie sulle vicende storiche e sull’organizzazione della vita quotidiana di quei tempi. Affiorarono così regnanti dai nomi esotici (Torchitorio, Barisone, Orzocco), contrasti tra giudicati, traffici (non solo mercantili) pisani e genovesi, ma soprattutto un’organizzazione politica e amministrativa capace di sbalordire, se confrontata con le coeve esperienze statuali europee e mediterranee.