Diretto da Pierluigi Montalbano

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mercoledì 29 luglio 2015

Archeologia. I popoli del mare e la fine dell’età del Bronzo. 7 Agosto convegno a Cagliari.

Archeologia. I popoli del mare e la fine dell’età del Bronzo. 

In attesa della conferenza che si svolgerà Venerdì 7 Agosto, dalle ore 19, alla lega navale di Cagliari, nei pressi del molo Su Siccu in Viale Colombo, con le relazioni di Giovanni Ugas e Pierluigi Montalbano, abbiamo pensato di offrire qualche riga per inquadrare l'argomento. Buona lettura.


Così sono conosciuti gruppi di popolazioni che invasero il Vicino Oriente tra la fine del XIII e l’inizio del XII sec. a.C. E’ una definizione moderna, ispirata ai testi egiziani, raccontata in due eventi principali: sotto il faraone Merenptah, nel 1230 a.C., alcuni gruppi di origine mediterranea (eqwesh, lukka, shekelesh, teresh/tursha e sherden) si unirono all’invasione dei libici nel Delta occidentale; poi sotto Ramses III, nel 1190 a.C., un più consistente complesso di invasori (peleset/filistei, zeker, shekelesh, danuna, weshesh) arrivò alle soglie del Delta orientale dopo aver travolto l’Anatolia (khatti, arzawa, qode), Cipro (alashiya) e la Siria (karkemish, amurru). Le raffigurazioni di Ramses III sulle pareti del tempio di Medinet Habu mostrano l’avvicinamento marittimo, su lunghe navi, e terrestre, su carri pesanti, la grande battaglia e le caratteristiche acconciature e armature degli invasori. La spiegazione data dagli egiziani per questa pressione è la carestia, probabilmente dovuta a una serie di annate aride, effettivamente documentate dalla dendrocronologia, ossia calcolando i cerchi all’interno dei tronchi d’albero. Questa visione migratoria e per grandi eventi è molto discussa: il testo di Ramesse II sembra mettere insieme a scopo celebrativo vari episodi minori, e i coevi testi di Ugarit denunciano l’arrivo di piccoli gruppi di navi. Inoltre gli sherden sono attestati come mercenari nel Levante e in Egitto già prima delle invasioni. Anche certi indicatori archeologici (sarcofagi filistei, ceramica submicenea) sono presenti nel Levante prima dell’episodio di Ramesse III. Comunque dai testi di Ugarit sappiamo di uno sbarramento per mare e per terra stabilito dagli ittiti in Anatolia occidentale, sbarramento che fu evidentemente travolto. L’effetto di devastazione è ben documentato archeologicamente, con la distruzione di numerose città in Anatolia e nel Levante (da Khattusha a Ugarit), e l’effetto politico è evidente, con la fine dell’impero ittita e il ritiro dell’Egitto entro i suoi confini. Invasione dunque vi fu, e servì da fattore moltiplicatore per la crisi socioeconomica latente nel Mediterraneo orientale: i livelli di urbanizzazione e di aggregazione politica crollarono nell’Egeo, in Anatolia e nel Levante, e occorsero tre secoli per tornare a livelli analoghi a quelli del Bronzo Finale. L’invasione, infatti, segna convenzionalmente il passaggio dall’Età del bronzo all’Età del ferro, con una complessa ristrutturazione socioeconomica, politica, territoriale e con l’adozione di nuove tecnologie, in particolare la metallurgia del ferro. Considerando che il moto migratorio travolse e coinvolse innanzi tutto il mondo miceneo, per spostarsi poi verso est, si pensa che la provenienza ultima fosse nella Penisola Balcanica. L’identificazione mediterranea dei vari popoli è in qualche caso ovvia, ad esempio quella di eqwesh con achei, e lukka con lici. In altri probabile, come gli sherden con i sardi, gli shekelesh con i siculi e i teresh/tursha con gli etruschi. Lo stanziamento finale è noto per i filistei nella costa palestinese, per i danuna in Cilicia e per gli zeker, al confine con i filistei.

Nell'immagine, un frammento di bassorilievo che mostra la battaglia navale del 1174 a.C. fra popoli del mare ed Egizi di Ramesse III

martedì 28 luglio 2015

Archeologia. Il gran pasticcio di un escavatore contro i giganti di Monte Prama

Il gran pasticcio di un escavatore contro i Giganti di Monte Prama

E' di questi giorni la notizia che nello scavo in corso a Monte Prama, nella Penisola del Sinis, si siano verificate alcune situazioni al limite del buon senso, se non della legalità visto che politica e forze dell'ordine sono state coinvolte nei fatti. Il motivo del contendere sono i segni lasciati dalla benna di un mezzo meccanico, un piccolo escavatore, utilizzato per "accelerare" i tempi nel portare alla luce un piccolo pezzetto di storia nuragica. Il soprintendente Marco Minoja minimizza i danni e getta acqua sul fuoco delle polemiche affermando che nessun danno rilevante ha interessato i reperti. Solo qualche graffio in alcune lastre di copertura delle tombe millenarie e un paio di abrasioni nella testa di un gigante di pietra. L'archeologo Alessandro Usai, direttore degli scavi o qualcosa del genere, tenta in qualche modo di spegnere le polemiche offrendo una versione più o meno coerente con le dichiarazioni di

lunedì 27 luglio 2015

Archeologia. Escavatore a Monte Prama. Barracciu assicura: "nessun danno". A seguire...la dichiarazione del soprintendente Marco Minoja

Barracciu. Senza danno sito Mont'e Prama. Il sottosegretario assicura: “innocuo uso miniescavatore”. A seguire...la dichiarazione del soprintendente Marco Minoja

"Nessun danno ai reperti di Monte Prama per l'uso del miniescavatore". Lo ha assicurato il sottosegretario ai Beni culturali Francesca Barracciu, questa mattina a Oristano per un incontro istituzionale col sindaco Guido Tendas. "Mi dispiace per l'onorevole Pili - ha aggiunto la Barracciu - ma è solo un capitano di sventura che cerca pubblicità sui giornali su presunte disgrazie di Mont'e Prama. Ma stavolta ha sbagliato obiettivo". Ieri il deputato di Unidos Mauro Pili aveva denunciato danni nell'area archeologica per un presunto uso improprio di un escavatore.
   
TOMBE INVIOLATE E RESTI GIGANTE DA NUOVI SCAVI - Sei tombe inviolate e intorno una interessante serie di frammenti di "gigante". Il più grande è una mezza testa, nessun torso, diversi pezzi di scudo, una gamba con polpaccio, il gomito di un pugilatore. Sul fronte delle grandi statue di arenaria, la campagna di scavi in corso nel sito di Mont'e Prama, finanziata direttamente dal ministero per i Beni culturali, non ha restituito finora niente di particolarmente spettacolare e straordinario. Il direttore scientifico Alessandro Usai lo ammette senza problemi. E ammette senza problemi anche l'uso di un miniescavatore - al centro di un esposto-denuncia del deputato Mauro Pili - e il fatto che questo abbia comportato qualche "graffio" e qualche "scalfittura" ai lastroni di copertura delle tombe scavate negli anni '70 e poi ricoperte, e perfino alla mezza testa rinvenuta a pochi passi dalla recinzione del cantiere.
"Niente di particolare, qualche infimo e trascurabilissimo segno le benne del miniescavatore lo hanno prodotto, ma lo abbiamo usato e continueremo a usarlo come si fa, quando è possibile e necessario, in ogni cantiere archeologico, cioè per rimuovere lo strato di terreno superficiale", ha sottolineato l'esperto spiegando che a Mont'e Prama è stato usato per rimuovere circa 300 metri cubi di terreno di riporto "che non si potevano certo rimuovere a mano con una cazzuola", ha chiarito. Della vicenda, dopo la denuncia del parlamentare di Unidos, si sono occupati comunque anche i Carabinieri, che stamattina hanno esaminato e fotografato tutti i reperti "danneggiati" e raccolto a verbale le spiegazioni di Alessandro Usai. Più che di questo, l'archeologo della sovrintendenza e il suo collega Franco Campus si sono detti preoccupati per le piogge che prima o poi arriveranno e per il conseguente rischio di allagamento della trincea scavata per riportare alla luce le tombe già esplorate negli anni '70. "Dobbiamo studiare una soluzione, perché uno dei principali obiettivi del nostro scavo - hanno spiegato - è proprio quello di ricomporre la necropoli per renderla visibile e quindi anche visitabile". La prima parte dello scavo ha riguardato una struttura nuragica già nota. "Si tratta di una struttura circolare, ma sicuramente non è un nuraghe e neanche una capanna, al quale è addossata una struttura più piccola ma forse di epoca più tarda", ha ricostruito Usai avanzando l'ipotesi che possa trattarsi di una sorta di sala di riunione o anche di luogo cerimoniale.
 I Giganti di Mont'e Prama sbarcano anche nella prima serata di Raiuno. Giovedì 13 agosto alle 21.15 SuperQuark manderà in onda l'intervista realizzata con Gaetano Ranieri da Barbara Bernardini. Le ricerche innovative dell'Università di Cagliari nel campo dell'archeologia e, in particolare, l'impiego del georadar nell'area dell'Oristanese, da parte dello staff del professor Ranieri, sono al centro del servizio della popolare trasmissione di divulgazione scientifica ideata e condotta da Piero Angela. Le immagini del servizio sono state realizzate a Mont'e Prama, in rettorato e nella facoltà di ingegneria di piazza d'Armi. Con il georadar l'équipe di Ranieri, ordinario di geofisica applicata alla facoltà di ingegneria a Cagliari, analizza le immagini del sottosuolo. Le radiografie elaborate evidenziano "una serie di puntini rossi. In realtà si tratta di strade, muri, tombe e forse altre statue. Abbiamo rilevate - spiega - circa 60 mila anomalie, Mont'e Prama è la più grande scoperta archeologica nel Mediterraneo occidentale negli ultimi cinquant'anni". Oltre ai Giganti il sito di fronte a Is Arutas e allo stagno di Cabras conterrebbe anche un santuario nuragico, una necropoli, edifici e centinaia di reperti.

Questa la dichiarazione del soprintendente Marco Minoja:
Polemiche sugli scavi a Mont'e Prama: comunicato della Soprintendenza Archeologia della Sardegna

27 luglio 2015, Monte Prama
Alle polemiche infondate di questi giorni è necessario che la Soprintendenza fornisca risposta con l'evidenza della verità.
Il lavoro in corso in queste settimane a Mont'e Prama rappresenta un intervento di grande qualità i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti: per la prima volta è stata integralmente riaperta l'area archeologica evidenziando la posizione delle tombe di tutti gli interventi precedenti, quelle già scavate e quelle ancora da indagare, la presenza delle loro lastre di copertura nonché ogni ulteriore dato stratigrafico e strutturale, in modo finalmente esaustivo a comprendere nella sua integrità lo stato del complesso archeologico di Mont'e Prama.
Il lavoro di ripristino delle superfici di scavo degli anni '70 ha comportato lo scavo di strati già rimossi e incoerenti, ossia centinaia di metri cubi di terreno di riporto; per tali operazioni in ogni scavo archeologico vengono impiegati, con le dovute precauzioni, mezzi meccanici che supportano l'attività degli archeologi in modo del tutto proficuo e corretto dal punto di vista metodologico; questa affermazione non teme alcuna smentita e potrà essere confermata da qualunque archeologo che abbia una minima esperienza di cantiere: l'asportazione a cazzuola di enormi cubature di terra già mossa o superficiale rappresenterebbe non solo un procedimento metodologicamente inutile, ma anche un immenso spreco di risorse pubbliche.
In questi termini anche a Mont'e Prama è stato impiegato proficuamente un piccolo mezzo meccanico, di dimensioni adeguate all'intervento, del tipo a lama piana, tra tutti il più indicato per la rimozione di strati superficiali in un cantiere archeologico.
Ridotti contatti con materiali archeologici, mai del tutto escludibili, non possono dunque che avere determinato minime scalfitture, che non hanno minimamente danneggiato i reperti, in questo caso peraltro incontrando superfici già abrase; nel caso delle lastre bisogna poi rilevare come questi reperti abbiano subito, nel corso dei decenni, diversi spostamenti durante lo scavo e i successivi riposizionamenti; la pietra tenerissima di cui esse sono costituite può avere dunque subito nel tempo qualche minimo danneggiamento, che non altera in alcun modo il dato archeologico, che è sicuro, chiaro e ben tutelato dalla Soprintendenza.
A Mont'e Prama si sta operando dunque con la massima diligenza; quanto ai dubbi sulla professionalità impiegate mi fa piacere sottolineare che per la prima volta a Mont'e Prama scavano esclusivamente specialisti di archeologia nuragica, in particolare il dottor Usai della Soprintendenza, ad oggi il massimo conoscitore del Sinis nuragico, e il dott. Franco Campus per la cooperativa Archeosistemi, selezionato proprio in virtù del suo specifico e ampio curriculum di archeologo protostorico sardo; entrambi validissimi colleghi sardi, come sardo è il personale di supporto tecnico al cantiere e di manovalanza. Un'archeologia integralmente sarda al servizio di Mont'e Prama.
Si è rilevato come questo intervento sia in contrasto con gli scavi effettuati di concerto da Soprintendenza e Università; niente di più sbagliato. Il cantiere attuale, già programmato, prevedeva sin dall'inizio l'esecuzione a cura della Soprintendenza, ben inteso, della Sardegna. Gli scavi delle Università e della Soprintendenza, attualmente sospesi, sono oggetto di una revisione progettuale già chiaramente indicata dalla Soprintendenza ai Rettori delle due Facoltà, dal momento che alcuni aspetti del progetto devono essere meglio chiariti proprio per soddisfare le esigenze di piena scientificità e correttezza metodologica; va da sé che per il miglior prosieguo di tale progetto sarà precisa cura della Soprintendenza tenere conto delle giuste sollecitazioni sorte dal mondo accademico, in merito alla titolarità delle Università di dispiegare le proprie competenze, specificatamente quelle rivolte alla protostoria sarda e all'archeologia nuragica, ottimamente rappresentate tanto a Sassari come a Cagliari.



Fonte: www.ansa.it


Archeologia. Ritrovati in un tempio testi di invocazioni a Dio. Oracolo o tribunale?

Oracolo. Dio, sacerdoti e invocazioni: i piccoli papiri ci parlano
di Manuela Campanelli













Le frasi scritte in 300 reperti del III secolo a. C. testimoniano che ci si rivolgeva al dio per chiarire i sospetti su un furto e invocare la giustizia divina
Chi mi ha rubato l’abito da sposa? Tizio, Caio o Sempronio? Recitano più o meno così la maggior parte delle frasi scritte nei 300 piccoli papiri risalenti al III secolo a. C., trovati di recente a pochi metri dal tempio appartenente al sito archeologico di Umm-el-Breigat (Tebtynis) nell’oasi del Fayum a 170 km a sud-ovest del Cairo, ai margini del deserto. Per un furto i postulanti si rivolgevano ai sacerdoti affinché il loro dio li aiutasse a far luce sul possibile ladro. Segno che il clero all’epoca aveva ancora tanto potere.
«Se le pratiche oracolari erano d’uso abituale nell’Egitto del Nuovo Regno (1200 a. C.) quando le sentenze ottenute con il responso di un dio avevano efficacia esecutiva alla pari di quelle emesse dai tribunali ordinari, del tutto insolito è stato scoprire che esistevano ancora in piena epoca ellenistica (300-250 a. C.) quando il potere temporale non aveva lasciato più spazio alla giustizia divina: per infliggere qualsiasi sanzione al reo sarebbe stata sempre necessaria una sentenza emessa dal giudice competente», commenta Claudio Gallazzi, docente di papirologia all’Università degli studi di Milano e direttore della missione archeologica franco-italiana di Umm-el-Breigat, artefice del ritrovamento.
Questi piccoli papiri, scritti nell’85 % dei casi in demotico cioè nella lingua egiziana, in molti casi sigillati con argilla e rinvenuti nel pattume dove erano sparpagliati in pochissimi metri quadrati e coperti da sabbia e breccia per non essere recuperati e letti, destano non pochi interrogativi.
Uno di questi è il seguente: perché ricorrere all’oracolo per un reato, se il responso del dio non aveva nessuna efficacia per la punizione del colpevole? Gli esperti archeologi hanno dato più di una risposta. Forse per profonda devozione. Forse per evitare lungaggini e costi: se qualcuno aveva solo vaghi sospetti e non certezze, era certamente più economico rivolgersi al proprio dio che intraprendere un processo dall’esito incerto. O forse per la soddisfazione di aver segnalato al dio il torto subìto nella speranza che un giorno o l’altro il castigo divino si abbattesse sulla persona che aveva recato l’offesa.
«A fianco di questi motivi di tipo morale, ce ne può essere stato uno più concreto. Quello che l’opinione pubblica fatta di credenti poteva esercitare una pressione tale sulla persona indicata come colpevole tanto da indurlo ad accettare il verdetto del dio, ad ammettere le proprie responsabilità e a riparare il torto subìto», dice Claudio Gallazzi. Sembra inoltre impensabile che il responso richiesto fosse lasciato al caso. Più verosimilmente i sacerdoti eseguivano una vera e propria indagine per non disattendere la fiducia data loro dai postulanti, qualora il responso dato non fosse stato corretto, e per non vedersi ridurre i proventi derivati dalla compilazione dei biglietti e dalle offerte fatte dai fedeli.
Chi desiderava interrogare il proprio dio su un certo furto presentava infatti al tempio tanti piccoli papiri quanti erano i sospettati e riteneva poi colpevole colui il cui nome era tracciato sul foglietto scelto come risposta del dio. Ritornando dunque alla domanda «chi mi ha rubato l’abito da sposa?», poiché gli indizi cadevano su tre persone, tre erano stati senz’altro i biglietti consegnati ai sacerdoti. Scriverli all’epoca tuttavia costava, perché bisognava pagare uno scriba. Per risparmiare, molti piccoli papiri recavano al loro interno solo il nome dell’ipotetico ladro invece di sette od otto righe di testo precedute da un’intestazione e seguite da una richiesta conclusiva, alcuni appena una croce e altri nessuna scritta. In quest’ultimo caso i postulanti presentavano al dio un biglietto bianco e un altro (o anche più d’uno) con qualche segno sopra, conferendo a essi significati diversi: a seconda di quale biglietto fosse stato loro restituito, stabilivano da sé quale fosse il responso ottenuto.

Fonte: Corriere della Sera

domenica 26 luglio 2015

Archeologia. Scrittura di 2700 anni fa in un vaso cerimoniale trovato a Roma.

Il misterioso vaso di Dueno

Il vaso di Dueno, in bucchero, formato da tre recipienti rotondi conglobati, custodito nel Museo di Stato di Berlino, appartiene alla categoria dei cosiddetti "oggetti parlanti" ed è al centro di studi da più di 130 anni, proprio a causa della scritta che vi è incisa. Si tratta di un'iscrizione piuttosto difficile da interpretare, ordinata da destra verso sinistra, articolata in tre frasi che non presentano spazi tra una parola e l'altra. Finora nessuno è riuscito a trovare il significato definitivo delle misteriose parole incise sul vaso.
A Roma la scrittura fece la sua comparsa nel VII secolo a.C., il periodo in cui è stato prodotto il vaso di Dueno che, pertanto, costituisce una delle attestazioni di scrittura più antica. Non solo, si tratta di un oggetto di pregevole fattura, sicuramente appartenuto ad una persona piuttosto abbiente.
Il vaso venne ritrovato in un deposito votivo sul Quirinale, nel 1880. In merito al suo utilizzo gli studiosi dell'epoca non erano concordi. Nel 1958 Peruzzi attribuì al reperto un uso

sabato 25 luglio 2015

Marinai fenici

Marinai fenici
di Pierluigi Montalbano

Una questione importante per capire i movimenti dei traffici commerciali è quella delle direzioni navali, e pochi archeologi hanno interpretato al meglio quali fossero le direzioni. La rotta più realistica vede un movimento circolatorio antiorario che costeggia la zona settentrionale del Mediterraneo, da Oriente verso Occidente, mentre a sud prevede un percorso sotto costa lungo il nord Africa. L’antica arte del navigare è influenzata sia dalle correnti sia dai venti, e con la navigazione d’altura di bolina o di traverso, possibile attraverso l’imbroglio della vela quadra alla base per renderla triangolare, e con la possibilità di inclinare in avanti e indietro l’albero, si può procedere con una rotta a zig zag che consente di risalire il vento, riuscendo a percorrere anche direzioni apparentemente difficili. In età fenicia, le conoscenze nautiche erano all’avanguardia e i navigatori sapevano orientarsi anche la notte con le stelle, quindi potevano affrontare lunghe navigazioni d’altura e approdare laddove sapevano di trovare popoli amici e

venerdì 24 luglio 2015

Archeologia. L'artigianato artistico in metallo in età fenicia

L'artigianato artistico in metallo in età fenicia
di Pierluigi Montalbano


Un’altra categoria importante nell’artigianato artistico è quella delle coppe metalliche. Abbiamo due forme: emisferica e a tazza larga, con ombelico centrale a rilievo. Sono realizzate martellando una placca fino a darle una forma arrotondata, poi si decorava a sbalzo e si cesellavano i dettagli. La decorazione è realizzata a sbalzo e le figure sono poi rifinite a cesello. Anche questa produzione mostra manufatti di varie scuole, pertanto lo studio iconografico è obbligatorio.
In età fenicia c’era l’esigenza di procurare stagno e rame per ottenere il bronzo, e si scambiavano argento e manufatti pregiati, pertanto, le coppe e gli avori, sono prodotti attestati solo fuori dal Libano, in quei luoghi dove c’erano personaggi di rango. La produzione è divisa in due fasi: una più antica (X-VIII a.C.), che attesta coppe di bronzo in Grecia e Oriente, in necropoli e santuari; e una più recente (VII-VI a.C.), con una produzione in argento e argento-dorato.
Come per i bronzetti, la maggior parte degli oggetti provengono da aree esterne alla costa libanese perché sono materiali di gran pregio utilizzati per l'esportazione. E’ più facile trovarli nelle aree di

giovedì 23 luglio 2015

Archeologia. L'artigianato prezioso in età fenicia

Archeologia. L'artigianato prezioso in età fenicia
di Pierluigi Montalbano

In età fenicia, l’economia si basava sul commercio, sull’intermediazione e sull’artigianato sfarzoso di metalli e avorio, quest’ultimo ricavato da zanne di elefante e denti d’ippopotamo, animali africani. L’avorio, lavorato anche in Siria, era ritenuto più pregiato dell’oro ed era impreziosito ulteriormente dalla lavorazione. Nelle aree vicine non vi erano ricchi sovrani in grado di acquisire questi manufatti, per cui la grande produzione di avori è concentrata in zone diverse da quelle di produzione. I principali luoghi di rinvenimento sono le grandi corti assire, in particolare Nimrud, dove i prodotti erano acquisiti come tributi. Anche Sammaria in Israele è luogo di rinvenimenti. Si tratta sempre di manufatti decontestualizzati, ritrovati lontani dai luoghi di produzione, pertanto il loro studio può essere fatto solo su base stilistica e iconografica. Le principali scuole artigianali sono tre: nord-siriana, ben attestata dal X all’VIII a.C.; sud-siriana (con tecniche miste); fenicia, influenzata dalla tradizione egizia. Gli avori presentano spesso la faccia a vista rivestita in oro e il principale utilizzo riguarda due tipologie di manufatti: mobili cerimoniali (troni e letti) con placchette in avorio incastonate nella struttura lignea, e oggetti prestigiosi per la cura della persona (pissidi, manici di specchio, scatolette per il trucco). I manufatti di tradizione nord-siriana sono i più antichi, e tendono all’esasperazione della plasticità e alla decorazione dettagliata. Questa scuola non lasciava spazi vuoti, intagliando tutto e dando plasticità e fisicità ai personaggi, con cura dei dettagli e bassorilievo: animali muscolosi, sfingi che guardano dritto verso l’osservatore, vesti degli uomini impreziosite da lamine in oro e pettorali con raffinate miniature calligrafiche. Applicazioni auree e riempimenti degli spazi non hanno simmetrie. Il gusto volumetrico, realizzato con rilievi, e le muscolature in evidenza non appartengono alla scuola fenicia. Inoltre, nelle sfingi nord-siriane il volto mostra la parte anteriore, mentre in quelle di scuola fenicia orientale la vista è laterale.
La seconda tradizione, quella sud-siriana, ha Damasco come centro di maggiore produzione. Situata a est del Libano, è una città commerciale strategica, lungo la via di comunicazione fra oriente e occidente.
Gli avori sono frutto di tradizioni che s’incontrano: faraoni egizi contro grifoni siriani, animali possenti con lo sguardo distaccato, oppure sfingi con ali slanciate inquadrate con difficoltà all’interno del bordo del manufatto, a dimostrazione di una scarsa padronanza di quel tipo di prospettiva. Se fosse nord siriana, sarebbe a tutto tondo, muscolosa, lavorata in basso rilievo. Spesso, per rinforzare la struttura quando gli intagli la indeboliscono, è necessario inserire palmette e altri elementi decorativi. In altri avori abbiamo decorazioni vegetali con palme sovrapposte, di tradizione cananeo-cipriota, associate a fiori di loto.
Gli avori della terza tradizione, quella fenicia, sono caratterizzati da una placchetta a bassorilievo con lavorazione a giorno, nata per decorare i mobili di pregio. I legni non si sono conservati ma sappiamo del loro utilizzo perché alla base e alla sommità delle placchette vi sono delle linguette per il fissaggio ai mobili. I temi di tradizione siriana sono orientali mentre quelli fenici sono ripresi da quella egiziana, eccetto alcuni di gusto siro-palestinese. Lo stile egizio si nota dall’allungamento e dall’eleganza delle figure rappresentate: i muscoli sono solo accennati e gli animali sono slanciati, al contrario delle figure siriane che sono tozze e muscolose. Le sfingi guardano davanti, quasi a mostrare un distacco con l’osservatore. Anche la tecnica è diversa: gli avori siriani prediligono il rilievo sullo sfondo, quelli fenici preferiscono la lavorazione a giorno e l’eliminazione dello sfondo, che indebolisce la struttura e ha bisogno di elementi decorativi (fiori di loto o altro) che la rinforzano. Un’altra tecnica degli artigiani fenici è il cloisonnè: si lasciano spazi vuoti fra i bordi a rilievo (alveoli) e all’interno si incastrano vetri policromi o pietre preziose. L’iconografia egizia negli avori si nota dalla presenza di vari elementi: la corona rossa dell’Alto Egitto e bianca del Basso Egitto, il klaft, il pettorale, il grembiule, i paesaggi nilotici con elementi vegetali, sfingi con corpo da leone e volto con attributi faraonici. Il grifone, invece, è ripreso dalla tradizione orientale ed è rappresentato in stile egiziano, allungato, elegante, con corpo da leone e testa da uccello predatore. Anche l’albero della vita, di tradizione medio-orientale, è trattato con un linguaggio elegante e slanciato ma a volte è rappresentato con iconografie egiziane (cartigli e corone) trattate con il cloisonnè.
In Libano i committenti non potevano permettersi botteghe per la produzione di questi manufatti e ordinavano avori d’importazione arricchiti con lo stile locale. In occidente mancano le grandi corti palaziali, la classe committente delle elìte, per cui i manufatti in avorio sono rari. Sono sostituiti da lavori in osso (Monte Sirai), meno raffinato ma più reperibile. Il livello stilistico è inferiore e la lavorazione è più semplice perché ci sono minori disponibilità economiche. Questi manufatti in osso sono prevalentemente pettini e manici di specchio.


mercoledì 22 luglio 2015

I Sumeri, gli inventori della scrittura

I Sumeri, gli inventori della scrittura
di Pietro Mander

I Sumeri sono originari del Sud della Mesopotamia, dove fondarono alcune città-Stato. Al Centro e al Nord della Mesopotamia c’erano altre genti semitiche che parlavano l’accadico, la lingua dei Babilonesi e degli Assiri. La lingua dei Sumeri non ha parentele dirette con nessun altro idioma conosciuto. Era una lingua agglutinante, ossia che univa alla base della parola diversi elementi, attaccandoli secondo un ordine rigoroso. Per esempio, in sumerico «ai figli del re» si direbbe così: dumu.lugal.ak.ene.ra = figlio + (re del) plurale + a. Oggi esistono tante lingue agglutinanti (la più parlata è il turco), ma la lingua dei Sumeri non è affine a nessuna di esse.
La scrittura inventata dai Sumeri fu adottata dai popoli vicini, che parlavano lingue diverse tra loro: basti pensare all’accadico, all’ittita (indoeuropeo) e all’elamico (altra lingua agglutinante). Il sistema sumerico consisteva di oltre un migliaio di segni, ognuno dei quali non rappresentava i suoni delle parole (come le lettere del nostro alfabeto), bensì un’idea o un oggetto. I segni stessi, nella loro più antica forma, altro non erano che disegni schematizzati. Così, l’insieme di 5 segni ad angolo più la forma schizzata di un pesce (in sumerico ku) significa: «50 pesci». Naturalmente, siccome per poter scrivere di tutto sarebbero stati necessari milioni di

martedì 21 luglio 2015

Archeologia. Ballatoio terminale del nuraghe e modellini di nuraghe, di Massimo Pittau

Ballatoio terminale del nuraghe e modellini di nuraghe.
“Petizione di principio”
di Massimo Pittau 

La calura continua e continua pure l'usanza di tentare di evitarla con le chiacchiere fatte tra amici nei tavolini dei bar all'aperto e fino a sera tarda.
1) Ovviamente non provo vergogna a dire che, oltre la laurea in Lettere Classiche, ho conseguito quella in Filosofia. Ebbene nella “Logica”, che è la parte della filosofia che studia il corretto modo del “ragionare”, viene citata la “petitio principii” «petizione di principio», detta comunemente “circolo vizioso”, come errore che consiste nel cercare di dimostrare A con B e B con A. Orbene i miei contradditori non si accorgono di commettere appunto un “circolo vizioso” o una “petizione di principio” quando sostengono che i nuraghi avevano il ballatoio terminale perché lo hanno i cosiddetti modellini di nuraghe e sostengono che certi reperti in pietra o in bronzo sono modellini di nuraghe perché hanno il ballatoio terminale, proprio come i nuraghi. Senonché è evidente che questo è un “ragionamento logicamente scorretto”, cioè logicamente inattendibile.
2) È un fatto strano, ma pure reale che fino ad ora nessuno dei sostenitori dell'esistenza dei “modellini di nuraghe” ha mai detto alcunché sulla loro natura e sulla loro funzione e destinazione: Che cosa erano effettivamente? A che cosa servivano? Io sono vissuto e ho insegnato a Pisa per 9 anni e vi ho sempre visto un largo smercio di modellini in metallo oppure in alabastro della “torre pendente”, la quale quasi certamente è il monumento architettonico più fotografato nel mondo sia per la sua bellezza architettonica, sia per la sua strana e curiosa pendenza. Ebbene, il largo smercio di modellini della Torre di Pisa ha una sua chiara natura e sicura funzionalità in vista del loro smercio come “oggetti di ricordo” fra i turisti di tutto il mondo che visitano la famosissima “Piazza dei Miracoli”. Ciò premesso, insisto nel chiedere quale fosse la natura, il significato e la destinazione dei cosiddetti “modellini di nuraghe”? Non ci si venga a dire che erano “oggetti di ricordo” acquistati da un grande flusso di turisti, sardi e stranieri, che si aggiravano attorno ai nostri nuraghi!
3) Ma in realtà i “modellini di nuraghe” non esistono affatto! Quelli che sono stati definiti tali sono:
a) Capitelli di colonne, come ha visto e detto bene Giovanni Lilliu per quelli trovati a Monti Prama.
b) Statuine di candelieri o candelabri, con sulla cima una cupoletta indicante la fiamma accesa, che probabilmente facevano parte dell'acroterio del tempio del Sardus Pater di Monti Prama, quello già segnalato dal geografo-astronomo Claudio Tolomeo (III 3, 5) proprio nel Sinis.
c) Modellini di candelieri o candelabri a cinque becchi come i bronzetti di Olmedo e di Ittireddu, implicanti, come ha detto l'architetto Franco Laner, una “simbologia cosmica” (nord, est, sud, ovest; basso ed alto).
d) Semplici altari, anche forniti di una cavità sulla cima per abluzioni e lavacri rituali, come quello della sala delle riunioni del nuraghe di Palmavera di Alghero e come qualcuno di Monti Prama.