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mercoledì 23 aprile 2014

Ercole, Eracle, Melkart, l'eroe delle dodici fatiche

Ercole, l'eroe delle dodici fatiche
di Pierluigi Montalbano


I fenici lo conoscono come Melkart, i greci lo chiamano Eracle, per i romani era Ercole, il fortissimo eroe-semidio che affronta vittoriosamente fatiche sovrumane. È un eroe possente ma benefico: che compie imprese per liberare il mondo da pericolosi mostri. Alla sua morte viene accolto tra gli dei e le sue fatiche diventano il simbolo dei sacrifici che ogni eroe virtuoso è tenuto a esercitare. La sua apoteosi è l’assunzione nell'Olimpo, tra gli dei, simbolo della virtù premiata.
Eracle è figlio di Zeus (Giove per i Romani) e della mortale Alcmena, a cui il dio si unì assumendo le sembianze del marito di lei, Anfitrione. Sin dalla nascita è odiato da Era (Giunone), adirata per il tradimento di Zeus. Ha ancora pochi mesi quando la dea invia contro la sua culla due enormi serpenti ma Eracle, già in possesso di una forza straordinaria, li strangola con le mani. Era fa sì che l'eroe da adulto sia colto da follia e uccida i figli e la moglie Megara. Per espiare questo orrendo delitto deve compiere le dodici fatiche, imposte da suo cugino Euristeo.


Per compiere le sue imprese Eracle dovrà affrontare:
1) il leone di Nemea, una belva invulnerabile che divorava gli abitanti e il bestiame: Eracle lo uccide soffocandolo con la morsa delle sue braccia, poi ne indossa la pelle dopo averla scorticata con gli stessi artigli dell'animale;
2) l'idra di Lerna, un serpente a più teste, ciascuna delle quali, una volta tagliata, ricresceva. Ercole riesce a sconfiggerla bruciando le ferite con tizzoni ardenti e impedendo così alle teste di ricrescere;
3) il cinghiale di Erimanto: Eracle riesce a catturarlo vivo dopo averlo immobilizzato in mezzo alla neve. Quando lo porta a Euristeo, questi per il terrore si nasconde in una grande giara;
4) la cerva dalle corna d’oro, Cerinea, sacra a Artemide. Eracle la cattura dopo un anno d'inseguimento, ferendola mentre guada un fiume;
5) gli uccelli del lago Stinfalo, predatori dei raccolti. Eracle li fa uscire dalla foresta in cui si annidavano facendo risuonare nacchere di bronzo e li stermina con le frecce;
6) la pulizia delle stalle del re Augia, in cui si era accumulata una quantità immensa di letame: Eracle riesce a pulirle in un solo giorno deviando nel cortile delle stalle il corso dei fiumi Alfeo e Peneo;
7) il toro di Creta, spirante fuoco dalle narici: l'animale viene catturato vivo, benché furioso;
8) le giumente di Diomede, re della Tracia, che si cibavano di carne umana: Eracle riesce ad ammansirle dando loro in pasto lo stesso crudele re;
9) la cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni: per conquistarla l'eroe deve combattere contro il popolo delle donne-guerriere e uccidere Ippolita;
10) i buoi di Gerione, gigante a tre teste che abitava nell'Estremo Occidente, nell'isola di Erizia. Eracle, dopo aver innalzato due colonne fra Europa e Africa in ricordo del suo passaggio, attraversa l'Oceano sulla coppa del Sole, uccide il mostro e si impossessa delle mandrie;
11) Cerbero, il mostruoso cane infernale a tre teste e coda di serpente, che l'eroe riesce a domare e a portare sulla terra dopo essere sceso vivo nell'Ade;
12) la conquista dei pomi delle Esperidi: Eracle viaggia ancora a Occidente per rubare dal giardino delle Esperidi le mele d'oro che crescevano su un albero meraviglioso custodito da un drago immortale.
Ercole è anche protagonista di innumerevoli altre imprese: partecipa alla spedizione degli Argonauti, combatte contro i Centauri, strappa a Thanatos, cioè alla Morte, Alcesti, e altre ancora. Muore per l'inganno in cui cade la sposa Deianira, che gli invia in dono una veste intrisa del sangue del centauro Nesso: la donna crede che si tratti di un talismano d'amore, ma la veste, una volta indossata, corrode le carni dell'eroe.
Eracle, in fin di vita, ordina che gli venga preparata una pira sul monte Eta e lascia che il suo corpo sia consumato dal fuoco. Ma il suo destino è tra gli immortali: è accolto nell'Olimpo tra gli dei, ove ha come sposa Ebe, la dea della giovinezza.

La figura di Ercole ha posto vari problemi all’indagine: in primo luogo se debba essere annoverato tra gli dei o tra gli eroi. Le tradizioni greche ci parlano dell’eroe figlio di Zeus e della mortale Alcmena, ma anche di un Eracle concepito come Dattilo Ideo, primo di un gruppo di cinque Dattili, nati direttamente dalla grande Dea Madre di Creta, e quindi un dio. Questo suo aspetto divino è riconoscibile anche nella maggior parte delle imprese raccolte nella tradizione relativa alle dodici fatiche sostenute per volere di Era. La dea in questa tradizione è presentata come nemica dell’eroe-dio, ma comunque resta, anche in questa prospettiva, una grande divinità femminile al servizio della quale una figura maschile sovrumana compie una serie di imprese.
Nelle tradizioni tebane, Zeus possedette la mortale Alcmena avendo assunto l’aspetto del marito Anfitrione. Era, gelosa di Alcmena, anticipò la nascita di Euristeo rispetto a quella del cugino Ercole, perché potesse sottometterlo. Appena nato, mentre era in culla con il gemello Ificle, strozzò i due serpenti mandatigli contro da Era mostrando da allora la sua forza sovrumana. Crebbe a Tebe educato in ogni disciplina da uno specialista mitico: da Eurito nell’arco, da Autolico nella lotta, da Castore nelle armi. L’uccisione di Lino, che gli insegnava la scrittura e la musica, lascia intravedere l’aspetto selvaggio della sua natura. Mandato per punizione dal padre sul Citerone a custodire il gregge, diede a 18 anni la prova della sua forza uccidendo un leone. Tornando a Tebe, mutilò del naso e delle orecchie i messi di Ergino, re dei Mini in Orcomeno, che pretendevano un tributo da Tebe e li rimandò incatenati. Ne sorse una guerra in cui Ercole vinse. In ricompensa ottenne per moglie la figlia di Creonte, re di Tebe, Megara, dalla quale ebbe almeno tre figli.
Quando Euristeo, re di Tirinto e Micene, lo chiamò al suo servizio, uccise i propri figli e due di quelli di Ificle in un accesso di follia mandatagli da Era per costringerlo al servizio di Euristeo con una colpa tale che rendesse necessaria l’espiazione. Sceso negli inferi (nell’Ade) per ordine di Euristeo, al suo ritorno sposò Deianira, sorella di Meleagro, che fu causa della sua morte.
Al servizio di Euristeo compì le dodici fatiche, impostegli dall’oracolo di Delfi per la durata di dodici anni come prezzo per la sua immortalità e come espiazione per l’uccisione dei figli.
Il culto di Ercole si diffuse nelle province d’Italia e nelle regioni dell’Impero, e fu dato spesso il suo nome a divinità indigene analoghe. Gli imperatori Caligola e Commodo si fregiarono dei suoi attributi (pelle leonina e clava). Massimiano si chiamò Erculeo. Il culto dell’Ara massima fu in vigore fino al tempo di Costantino.
L’iconografia greca e romana insiste sugli attributi della clava e della pelle leonina e talvolta compaiono anche l’arco e la faretra. La muscolatura del corpo è sempre vigorosa, resa con grandiosa efficacia soprattutto nel tipo attribuito a Lisippo, noto dalla copia Farnese (Napoli). Particolari figurazioni sono l’Ercole banchettante, quello che suona la cetra, quello ebbro, quello in abiti di Onfale.

martedì 22 aprile 2014

Sardegna, l’isola delle grandi pietre, di Giovanni Lilliu.

Sardegna, l’isola delle grandi pietre
di Giovanni Lilliu.


La civiltà dei sardi antichi è impregnata di grandi costruttori. Di fronte all’architettura le altre esposizioni del gusto, per quanto non ne manchino di egregie, rappresentano un valore minore. Le vaste distese, le forme potenti e suggestive di roccia, la morfologia incisa nel paesaggio a bastioni e torri, le rupi bucate dalle forze elementari della natura, furono il sedimento spontaneo e l’incitamento istintivo di questa architettura di pietre accumulate e scavate con arte dall’uomo. Poi, sulla disposizione fisica agì lo stato economico e sociale dell’agricoltura che volle edifici stabili e duraturi, agirono gli ideali religiosi che vollero cose eterne per i morti e per gli dei, quali solo la pietra poteva dare, infine agirono artigiani naturali esterni, ossia le onde del Mare Mediterraneo. E poi il vento, il grande nemico, con la sua sfida demolitrice che fu accettata dai costruttori, dette l’ultimo slancio ai sardi per concludere la loro architettura che, come in tutte le isole flagellate dai venti,fu per conseguenza espressa a moduli giganteschi, con stile e spirito megalitici. Il gusto architettonico megalitico fu il sigillo primordiale della civiltà dei sardi, un’apparenza ciclopica che segnò per sempre l’isola, con miracoli di pietra che davano un sapore genuino e naturale all’arte del costruire. Fin dalla preistoria nacquero in Sardegna varie forme di architettura funeraria, religiosa e cultuale, e raggiunsero espressione e livello di autentici monumenti.

Foto di http://digilander.libero.it/

lunedì 21 aprile 2014

La Pasqua

La Pasqua.

Gli ebrei celebrano con questa festa la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Il nome viene dal verbo pāsaḥ, ossia passare oltre, a commemorazione del “passare oltre” del Dio d’Israele, che nella notte dell’uccisione dei primogeniti egiziani risparmiò quelli ebrei. I cristiani con la Pasqua commemorano, invece, la risurrezione di Cristo, massima solennità dell’anno liturgico.
L’istituzione della Pasqua ebraica è basata sulla narrazione biblica della liberazione degli Ebrei dall’Egitto (Esodo, 12). Il faraone impediva agli Ebrei di lasciare la terra d’Egitto, nonostante le prime 9 piaghe che Mosè fece scatenare sugli egiziani. Per ordine di Dio, Mosè dispose la 10° piaga: nel pomeriggio del 14 del mese di abīb ogni famiglia ebrea avrebbe dovuto immolare un agnello e spalmare il suo sangue negli stipiti e l’architrave della porta di casa. Ordinò, inoltre, che le carni fossero arrostite e mangiate, insieme con pane non fermentato (azimo) ed erbe amare. Quella notte, Dio passò dinanzi alle case egiziane e uccise tutti i primogeniti, risparmiando quelli israeliti, le cui abitazioni erano riconoscibili dal sangue sugli stipiti. Vinto da quest’ultima prova, il faraone acconsentì all’esodo degli ebrei.
La Pasqua cristiana è la più antica e la più solenne delle feste cristiane. Cade la prima domenica dopo il plenilunio di primavera secondo il computo di Dionigi il Piccolo (525 d.C.), che si basa su quello alessandrino (più antico), fra il 22 marzo e il 25 aprile. È quindi una festa mobile, che regola parte dell’anno liturgico (l’inizio della Quaresima e alcune solennità successive come l’Ascensione e la Pentecoste).
La Chiesa intese continuare la solennità giudaica, ma incise un suo significato proprio. Specialmente in Oriente, una errata etimologia della parola (sofferenza) accentuò il ricordo della passione e della morte (ancora oggi i Greci chiamano il venerdì santo Pasqua della Crocifissione). L’interpretazione paolina, che contrappose la festa cristiana a quella ebraica, nel 3° secolo d.C. originò una questione fra l’Oriente, che intendeva mantenere la data ebraica (14 nisān, qualunque fosse il giorno della settimana), e l’Occidente, ove il giorno si faceva cadere sempre di domenica. Nel Concilio di Nicea (325) si decise di celebrarla nella domenica che segue il plenilunio successivo all’equinozio di primavera (21 marzo). La controversia tra cristiani celti e romani circa la data si concluse in favore dell’uso romano nel sinodo di Whitby (664).
Alla sera del sabato santo, durante la veglia o vigilia notturna, gradatamente si passa dal lutto alla gioia della risurrezione, rievocata da letture, canti e preghiere, con la messa solenne all’alba della domenica, che intende celebrare con la massima solennità la risurrezione di Cristo, culmine della sua opera di redenzione.

domenica 20 aprile 2014

I marinai Shardana e le unità di misure sarde dell'età del Bronzo.

I marinai Shardana e le unità di misure sarde dell'età del Bronzo
di Giovanni Ugas


Tra gli studi di Giovanni Ugas vanno segnalati, i sistemi ponderali e metrico lineari in uso nella Sardegna dell’antichità, basati sulla ricorrenza del 5,5 (grammi e centimetri) come parametro ricorrente. Nel contributo che pubblichiamo il professore presenta una breve sintesi dell’articolo “I segni numerali e di scrittura in Sardegna tra l’età del Bronzo e il I Ferro” nel quale affronta la problematica dei codici numerali e di scrittura al tempo dei nuraghi. Questo studio è edito nella collana di Studi Archeologici “Tharros felix” (V) per conto della casa editrice Carocci di Roma.


È noto che per circa sette secoli, tra l’età del Bronzo medio e finale (dal 1600 al 900 a.C.), le popolazioni sarde furono governate dai capi tribù che risiedevano nei nuraghi mentre il resto della popolazione dimorava nelle modeste abitazioni dei villaggi. Il commercio intertribale era aperto alle transazioni con regioni d’oltre mare e almeno dal XIV a.C. la Sardegna fu raggiunta da contenitori in ceramica dipinta, grandi lingotti ox-hide in rame, manufatti in avorio e vetro del bacino orientale del Mediterraneo, mentre i Sardi navigavano con le loro merci in Sicilia, Grecia e Creta. É chiaro che, allora, i Sardi frequentavano popolazioni che adoperavano la scrittura e non a caso in 8 lingotti in rame importati (forse tramite Creta) sono stati rilevati contrassegni di scrittura lineare egea. Tuttavia, a parte l’esiguo numero e l’origine incerta di questi marchi, non è attestata nell’isola alcuna iscrizione avente almeno due caratteri sillabici insieme e allo stato attuale delle ricerche non esistono ragioni valide per sostenere che nella Sardegna del Tardo Bronzo fosse stato adottato un sistema di scrittura lineare affine a quello egeo, né di altra natura. A partire dal IX a.C., abbattuti i nuraghi, le comunità dei villaggi compirono un passo fondamentale verso una società urbana, sostituendo le residenze dei capi tribali con organismi collegiali e costruendo maestosi edifici pubblici, in particolare sale del consiglio, palestre per i giovani, terme, templi destinati a divinità celesti e dell’acqua. Le condizioni economiche e sociali migliorarono e ben presto i villaggi santuariali accumularono notevoli ricchezze. Allora la Sardegna fu raggiunta da mercanti fenici (che in parte vi si stabilirono), greci ed etruschi, ma non di meno i Sardi lasciarono le tracce dei loro movimenti (ceramiche e artistici bronzi) in Etruria e altre regioni peninsulari, Creta, Africa del Nord e Penisola iberica, mentre qualche Nivola o Sciola protosardo scolpiva le grandiose statue di Mont’e Prama. Non c’è da stupirsi se in questo clima di benessere e di apertura culturale del I Ferro anche in Sardegna maturarono le condizioni per la nascita della scrittura. Oggi si può contare su un complesso di 32 manufatti del I Ferro (IX-VI a.C.), in particolare vasi, pesi da bilancia e lingotti provvisti di 55 segni di scrittura alfabetica. Spesso i grafemi si presentano isolati per registrare misure di peso o di capacità, ma talora possono aver segnalato la proprietà o la fabbrica. Le iscrizioni con due e più grafemi finora individuate sono appena sei, ma le stesse e i segni isolati consentono di definire un omogeneo e originale sistema di scrittura alfabetica connesso con un codice numerale. Le iscrizioni fanno pensare ad un fenomeno d’élite, ma l’articolata distribuzione dei segni in ambito regionale porta a ipotizzare un’ampia diffusione; d’altronde, a oggi, sono assai poco indagati i templi e le sepolture del I Ferro (in particolare del VII-VI a.C.) da cui attendiamo nuove iscrizioni.

sabato 19 aprile 2014

Conferenza a Cagliari sulla origine della civiltà nuragica.

Conferenza a Cagliari sulla origine della civiltà nuragica.

Archeologia a Cagliari. Si svolgerà Giovedì 24 Aprile 2014, alle ore 19, nella sala dell'Associazione Itzokor, in Via Lamarmora 123, una serata dedicata all'approfondimento delle origine delle genti nuragiche. Con l'ausilio di immagini, il relatore Pierluigi Montalbano esporrà una relazione che evidenzia l'apporto culturale delle genti eneolitiche del Vaso Campaniforme e di Monte Claro nella formazione del substrato sul quale prenderà forma, nella prima metà del II Millennio a.C., l'età del Bronzo in Sardegna.
Saranno esaminati gli spostamenti in Europa dei primi cercatori di metalli, il loro modo di vivere, l'evoluzione degli edifici funerari fino alle Tombe di Giganti, i sistemi di antropizzazione del territorio. Un viaggio nella storia che aprirà un punto di vista nuovo nella comprensione delle vicende che caratterizzarono il passaggio dal Rame al Bronzo nella Sardegna preistorica.

Ingresso libero.

venerdì 18 aprile 2014

Antichi relitti, lingotti in rame e stagno e Porto Ferro


Il lingotto di stagno di Porto Ferro (Sassari), notizia preliminare
di Mario Galasso

La Nuova Sardegna ha riportato il 23 giugno 2010 la notizia del ritrovamento di un lingotto di stagno di circa 10 kg, dal fondale di Porto Ferro (Nurra, NO. Sardegna), da parte di un gruppo di subacquei dell’ass. sportiva Corallo sub di Alghero. Il loro istruttore Alberto Sechi fortunatamente non ha confuso il lingotto con uno zinco di quelli che si usano contro le correnti galvaniche sotto le chiglie delle barche e dopo averlo fotografato sia in situ, sia durante il recupero che fuori dall’acqua lo ha consegnato ai CC di S. Maria La Palma, per il successivo inoltro alla Soprintendenza Archeologica di Sassari. In un primo momento il fortunato rinvenitore si è convinto di aver trovato un lingotto di epoca punica per la somiglianza della forma dello stesso con quello a tutti familiare del simbolo della dea punica Tanit. Lo scrivente, che ha avuto la possibilità di esaminare il reperto nel brevissimo tempo anteriore alla consegna alle autorità competenti ne ha desunto un’altra cronologia che qui di seguito si documenta.
Il lingotto
Lo stesso ha forma tronco piramidale con un anello di sospensione e due corte e tozze
appendici all’altezza del raccordo fra anello a sezione vagamente semicircolare e corpo tronco piramidale. La lunghezza massima è di circa 34 cm, lo spessore massimo del corpo di circa 8 cm, la larghezza massima di circa 18 cm alla base, il peso di kg.10,300. L’oggetto è stato ottenuto colando il metallo fuso in una forma presumibilmente preparata nel terreno utilizzando un modello a tronco di piramide per il corpo e le dita per la forma dell’anello. I due cornetti che escono sui due lati sono con certezza i raccordi di questa forma con altre similari e vicine approntate per produrne una serie. A raffreddamento avvenuto le due appendici sono state sezionate e distaccate dai due lingotti limitrofi che qui si ipotizzano
non essendone stati trovati altri nelle vicinanze.
Non sono state effettuate analisi del materiale non essendo possibile asportarne dal lingotto per non incorrere in sanzioni, ma è certo trattarsi di stagno, probabilmente con inclusione di vari elementi come impurità. La superficie del lingotto è tutta erosa e bucherellata da vacuoli a causa della lunga permanenza in ambiente marino e dell’azione del sale che aggredendo le superfici ne ha
determinato distacchi sotto forma di cloruri e clorati di stagno. Utilizzando una fonte di luce radente sul lato più largo è stato possibile rilevare i resti di un
cartiglio rettangolare nel quale si leggono a fatica le lettere L V A.
Considerazioni
Il lingotto è stato avvistato a circa 10 metri di profondità nella parte sud della baia di Porto Ferro, in una zona ricca di frammenti di terracotta assegnabili tout-court all’epoca romana. Dalle foto effettuate dai partecipanti all’immersione si evincono frammenti di anfore e di altro materiale inquadrabile nel I secolo d.C., ma dato che nulla è stato prelevato dal fondale questa datazione è da considerare per lo meno sub judicio in quanto chi scrive non ha potuto esaminare fisicamente i frammenti fotografati. Nella zona non sono stati avvistati altri lingotti di stagno ma sempre a parere dello scrivente è plausibile che un oggetto di tal genere
non sia solo ed adespota ma faccia parte di un insieme da trovare, vuoi che si tratti di un relitto vuoi che ci siano altri lingotti similari. Tuttavia il fondale nel punto di ritrovamento è coperto da rocce e sassi sparsi, con poche zone sabbiose. Il sig. Sechi riferisce della presenza di molte lastre di scisto, di varia pezzatura, una presenza tutta da indagare. Attualmente salvo possibili omissioni sono conosciuti lingotti di stagno provenienti dai seguenti siti:
Età romana
- Relitto di Capo Bellavista, est Sardegna, datato verso la metà del I secolo dopo Cristo per confronto col relitto seguente.
- Relitto di Port Vendres II, Francia, datato a subito dopo il 42-43 d.C.
- Ischia (zona di mare Carta romana, fra Castello e spiaggia), recuperi isolati, età
romana non meglio precisata.
- Relitto Lavezzi II (detto anche Sud-Lavezzi 2 o Lavezzi B o Gilot) datato fra il 40 e 70 d.C.
- Relitto di Cala Rossano (Ventotene), datato fra il 30 ed il 60 d.C. in base al materiale anforaceo e ceramico.
- Relitto di Cap de Mèdes (Porquerolles) datato dubitativamente al 1° secolo a.C.
- Relitti di Cabrera, Redona e Conellera (Baleari, Spagna) databili genericamente ad età romana.
- Ritrovamento di Lipari, notizia orale da P. Gianfrotta a F.P. Arata. Non supportata da studi e pubblicazioni a conoscenza dello scrivente.
- Ritrovamenti inglesi isolati databili fra primo impero e IV secolo.
Età “preromana”
- Relitto di Rochelongue, Cap d’Agde, Herault (Francia), datato fra fine VII-inizi VI
secolo a.C.
- Relitto di Sa Domu e s’Orku, Arbus, ovest Sardegna, età del ferro, lingotti di stagno da cassiterite sarda.
- Haifa, recuperi isolati di lingotti con iscrizioni ciprominoiche o anteriori nel porto di Haifa e da probabile relitto dell’età del bronzo (max. fine XVI secolo a.C.) presso Hofha Carmel (Haifa).
- Relitto di Uluburun (Turchia),
- Relitto di Capo Gelidonya, fine XIII-inizi XII secolo a.C., lingotti di stagno in barre
- Ritrovamenti svizzeri ottocenteschi.
Età romana, confronti
Dalla forma dell’oggetto salta subito all’occhio la sua somiglianza con i materiali restituiti dai due relitti di Capo Bellavista e di Port Vendres (Port Vendres II) nonché da i lingotti del Museo di Lacco ameno (Ischia).

La forma del corpo è molto simile, la presenza di un anello di sospensione e le appendici residue sono riscontrate anche in alcuni dei lingotti francesi e sardi.
Il relitto di Capo Bellavista (Arbatax, fraz. Tortolì, Nuoro) fu segnalato il 13-10-1954 dalla Capitaneria di Porto di Cagliari all’allora unica Soprintendenza; i pescatori nelle cui reti erano rimasti impigliati i resti del relitto recuperarono e consegnarono 32 lingotti di stagno per kg 119,1, oltre a ferro e rame e 110 chili di “agglomerati marini” (sic). Nel dicembre 1954 la polizia tributaria (Guardia di Finanza di ?) segnalò di aver sequestrato a clandestini 584 chili di rame e 208 chili di stagno. Probabilmente in origine vi erano varie tonnellate di metallo, la gran parte delle quali andò rifusa clandestinamente. Anche la Soprintendenza non
è esente da colpe: quando nel 1960 le fu inviato un carico di lingotti non ne fu fatto elenco dettagliato né fu inventariato quando fu preso in carico; in conclusione gran parte del materiale andò disperso “dopo” essere stato consegnato alla Soprintendenza ed oggi restano solo 6 lingotti di stagno per un totale di 28,3 chili. A detta della stessa Fulvia Lo Schiavo, che nel 1986 ne scrisse sul Bollettino d’arte del Ministero, questa è una storia fra le meno gloriose
della storia dell’archeologia subacquea italiana. Chi scrive questa triste storia di cattiva amministrazione del bene pubblico in appendice dà un po’ di datazioni e dati sui 6 lingotti residuali esposti nel Museo A. Sanna di Sassari, facendoli coevi a quelli di Port Vendres II per la loro forma e assegnando provenienza simile ai due carichi (genericamente Spagna).
Il relitto di Port Vendres (P.V. II) ebbe invece sorte migliore: fu studiato da Dali Colls, Claude Domergue , Fanette Laubenheimer e Bernard Liou che nel 1975 pubblicarono i risultati delle loro ricerche su Gallia, quindi uscì un numero monograficodi Archeonauta che ne inaugurava la serie (1/1977) e ancora su Archeologia Classica XXXI del 1979 che ne pubblicò una recensione approfondita stante l’importanza del rinvenimento. Gli autori furono in grado di ricostruire sia cronologia che provenienza e riuscirono a dare un nome al funzionario imperiale al quale si riferivano le sigle dei cartigli di 12 su 14 lingotti di stagno. Su questi lingotti comparivano le lettere L. VALE AUG L A.COM che stanno per Lucius Valerius Augustae Libertus a commentariis. Riprendendo da Archeonautica 1/1977 p. 11 e segg. si trattava di un funzionario imperiale, aggiunto di un procuratore provinciale, affrancato da Valeria Messalina, moglie dell’imperatore Claudio. A causa della nascita di Britannico, prima della quale Messalina non avrebbe potuto avere il titolo di Augusta, emerge il terminus a quo, e cioè 41/42 d.C.. In nota gli autori precisano che si potrebbe slittare all’indietro di un anno (cioè alla data del matrimonio di Claudio) se si ammettesse che L. Valerius fosse stato un Aug(usti) l(ibertus) al quale, affrancandolo, Claudio avrebbe conferito il nome della sua sposa. Ma questo non cambia di molto la cronologia. I lingotti quindi sono stati marcati dopo che L. Valerius, affrancato, è stato incaricato delle funzioni di controllo, e cioè dopo il 42 d.C. Si può quindi ipotizzare un periodo di attività di Valerius come funzionario imperiale che va da tale data al terzo quarto del I secolo d.C., più o meno. La cronologia viene migliorata dallo studio del materiale ritrovato nel relitto che risale tutt’al più un decennio dopo tale data, cioè verso il 52 d.C. come scritto nell’introduzione del testo in Archeonautica 1/1977. In seguito Dali Colls restringerà ulteriormente al 48 d.C. il termine ante quem per la datazione del relitto e quindi dei lingotti. Gli autori, esaminando il carico nel suo complesso, lo attribuirono ad un luogo unitario del sud della Spagna, probabilmente l’Estremadura, vicina alla Betica ed alla stessa economicamente legata. Si spinsero ad ipotizzare che L. Valerius avrebbe potuto essere l’acommentarius del procuratore della provincia di Lusitania e residente nella sua capitale Emerita (Merida), che sarebbe stata il centro di controllo amministrativo della produzione dello stagno, (estratto e preparato in lingotti non in città ma nella regione circostante). Per via terrestre sarebbe stato trasportato da Albuquerque a Merida e da qui dopo la marcaturaal Guadalquivir per l’imbarco verso la destinazione finale. Per quanto riguarda i ritrovamenti di Ischia il discorso si fa più complicato. Dal web si ha la seguente notizia sul luogo di provenienza del materiale custodito nella sala 51 del Museo Archeologico di Pithecusae, Lacco Ameno:
Nel 1971, nello specchio d'acqua tra il Castello d'Ischia e la spiaggia di Cartaromana (plage romana), vennero alla luce dal fondo del mare materiali
archeologici riferentisi ad un villaggio di età romana. Si tratta di un centro industriale attivissimo con fabbriche di terrecotte e di fonderie di piombo, argento, stagno e rame, intestate a GN. Atellio e al figlio Miserino, come si legge su di un lingotto di piombo di Kg. 46. Dall'industria di questa variegata produzione
di metalli (Aenum=Aena) dovette originarsi il toponimo Aenaria che si estese a tutta l'isola: infatti, esso appare già nell'82 a.C. in sostituzione dell'antico toponimo greco Pithekoussai. Tra i materiali di piombo spiccano le frecce che gli arcieri romani usavano nelle guerre. Il villaggio "Aenaria" scomparve bruscamente nel fondo marino, per un assestamento tettonico che staccò l'isolotto Castello dall'isola maggiore, verso la fine del I se. a.C. e da questa catastrofe morfologica dell'isola prese origine un terzo toponimo distinto in "Insula Major" e "Insula Minor" detta"Castrum Gironis"… …lingotti in piombo e stagno della fonderia sommersa di Carta Romana (Ischia), dove si lavorava il piombo importato dalle miniere spagnole di Cartagena grazie alle capacità imprenditoriali degli Atellii, una gens campana nota da bolli presenti su lingotti databili tra la fine della Repubblica e la prima metà del I secolo a.C.
Dal sito istituzionale del Museo http://www.pithecusae.it/sala8a.htm invece si legge:
Nella vetrina 51 sono esposti i materiali archeologici recuperati con uno scavo subacqueo effettuato agli inizi degli anni '70 nella zona nord-orientale dell'isola, sui fondali antistanti gli scogli di S. Anna, che si trovano tra la spiaggia di Cartaromana e l'isolotto del Castello di Ischia. Qui si sono scoperti i resti di una fonderia di piombo e stagno, oggi sommersa ad una profondità tra i 5 ed i 7 metri sotto il livello del mare. Tra gli scarsi resti di strutture murarie in opera
reticolata, si sono rinvenuti blocchi di galena - il minerale dal quale si ricava il piombo, forse importato dalla Sardegna - scorie residuate dalla fusione, ghiande missili ed altri manufatti in piombo tra i quali un buon numero di lingotti del peso di oltre trenta chili ciascuno, e di stagno, tutti con i loro marchi di fabbrica impressi. La ceramica recuperata con lo scavo è per lo più grezza. I frammenti più antichi sono quelli di ceramica a vernice nera del III - II sec. a.C., mentre quelli più recenti sono di ceramica aretina. Sono esposti, insieme con un lingotto in piombo col bollo CN. ATELLI. C N. F. MISERINI (inv. 227925), alcuni lingotti in zinco, di forma trapezoidale (inv. 227926 e 227927), un frammento di galena (inv. 227928) e ghiande missili e grappe, sempre in piombo. Tra il materiale ceramico si segnalano un'anfora frammentaria, riferibile alla forma Dressel 1 (inv. 227945), ed un piccolo alabastron a vernice nera (inv. 227942). Non si posseggono i dati fisici dei 4 lingotti di stagno qui sopra riportati, che possono essere accostati al lingotto di Porto Ferro anche se le dimensioni e la forma divergono in parte. Infatti il loro peso è inferiore a 5 kg, mediamente più della metà del nostro in esame, ma la forma a tronco di piramide quadra con anello di sospensione è identica, mentre è presente in due lingotti una sola appendice di collegamento a fronte delle due dell’esemplare di Porto Ferro. Sulla faccia piana dei lingotti ischitani nei cartigli presenti si leggono le lettere ACA e sotto le stesse HLVIO, che in ipotesi riportano secondo chi li ha studiati ad una provenienza dalla Spagna meridionale come per quelli di Port-Vendres IIe di Capo Bellavista (Galizia o Lusitania). Ma non a Lucius Valerius a quanto pare. I lingotti ischitani sono stati datati sulla base della loro somiglianza con quelli di Port Vendres a circa la metà del I secolo d.C. Manca quindi una datazione assoluta per l’assenza di materiale sicuramente accompagnante. Tuttavia per la forma standardizzata si propende per l’accoglimento di questa datazione. Tutti i materiali di stagno qui sopra ricordati hanno forma e spesso dimensioni simili o più piccole di quelle del lingotto di Porto Ferro e pertanto si propende per una analoga origine e datazione con forchetta cronologica abbastanza coerente.
Il primo a parlare di metalli per il relitto di Lavezzi B (o Gilot) fu W. Bebko nel 1971 mentre Tchernia nel 1969 ne aveva dato solo informazioni relative ad anfore e ceramica. Bebko nel suo lavoro a p.30, Planche XXIV n.157 pubblicò il disegno di un Poids ou sonde (?) en plomb che nulla aveva a che fare con quelli conosciuti in letteratura mentre era identico nella forma ai lingotti di stagno troncoconici con anello di sospensione. L’altezza stimata dalla scala allegata è sui 25 cm, lo spessore fra 2,5 e 3 cm. Di questa anomalia fece riferimento A.J. Parker che a pag.240 della sua pubblicazione del 1992 (vedi bibliografia) scrisse testualmente:
An object illustrated by Bebko resembles the tin ingots from Port-Vendres B, though it is said to be of lead; it, too, may be a tin ingot (Beagrie 1985). Parker dà riferimenti per questa notizia in Bebko 1971: 2, 4-5 & 29-34. Il relitto fu studiato a fondo negli anni seguenti (vedi bibliografia) e venne datato fra il 40 ed il
70 d.C. a causa delle anfore Dressel 7-11, Camulodunum 186a con qualche Dressel 9, in
sintonia con lo stagno dei siti sopraindicati di epoca romana. Anche la sagoma del peso o sonda in piombo è simile a quella dei lingotti qui sopracitati.
Il relitto di Cala Rossano a Ventotene, scavato nel 1990, ha restituito 15 lingotti di stagno di provenienza spagnola, associati ad anfore prevalentemente del tipo Dressel 8 e Dressel 9 che hanno restituito 24 tituli picti dei mercatores. I lingotti sono di tipo diverso da quelli descritti qui sopra: quattordici si presentano in una forma definita da Arata “a pan di zucchero”, troncoconica, con una sorta di presa semilunata derivata dalla fusione. Il loro peso medio è di
kg 6,570 (poco più di 20 libbre romane di gr. 327,45), per 25 cm di lunghezza, 15 cm di larghezza, 9 cm di altezza. Presente un bollo (IVN) impresso tre volte sulla base piatta di uno di questi lingotti. Uno solo è conformato a pane rettangolare rigonfio nella parte superiore, per kg 8,840 di peso (circa 27 libbre romane), lungo cm 31, largo cm 13 e alto cm 7,5, Il relitto è stato studiato da Francesco Paolo Arata, che attribuisce ad una origine spagnola questi manufatti, anzi la identifica con quella dello stagno del relitto di Port-Vendres II. Il materiale è nel Museo dell’isola di Ventotene. Arata colloca il relitto “con buona sicurezza al secondo trentennio del I sec. d.C.” I lingotti di stagno sono di tipologia differente da quella finora descritta, anche se forse coeva, e di stesso areale di origine secondo quanto scritto da Arata.
Il relitto di Cap de Mèdes (Porquerolles, Francia) scoperto nel 1964 ha restituito due pani di stagno allungati e ne è stata data notizia nel 1969 da Tchernia (vedi bibliografia) in questi termini:
Il relitto è stato datato dubitativamente al 1° secolo a.C. per la presenza forse sporadica di un frammento di Dressel 1. Il giacimento è infatti un blocco omogeneo di concrezioni ferrose lungo circa 18,20 metri e largo 6, a 29 metri di profondità. La cronologia dovrebbe essere riveduta con uno scavo se è rimasto ancora qualcosa del relitto. La tipologia e la cronologia dunque sono differenti dai primi confronti esaminati come dal lingotto di Porto Ferro.
I lingotti “provenienti dall’isola di Redona” (Baleari)” sono mal citati da Colls, Domergue et alii in Gallia 33, nota 75, p. 83 e segg. (si cita Redona come luogo), nonché da Arata in Un relitto da Cala Rossano (Ventotene) ecc, p.147 (ne cita uno solo a Redona, mentre i sicuramente noti sono 2 ad Alcudia). In effetti la loro fonte è Mascarò Pasarius che a p. 84 del suo articolo (vedi bibliografia) parla di 3 ritrovamenti distinti nel mare che circonda gli isolotti di Conillera, Redona e Cabrera, nelle Baleari (Spagna) negli anni precedenti il 1961, data della sua relazione.
-ad est dell’isola Conillera, a 20 metri di profondità furono recuperati “pani” di stagno assieme a lingotti di piombo ed anfore di vari tipi non precisati. Non precisato il numero dei “pani”. Tutto fu trafugato. Sembra di capire che i cd. pani fossero di forma differente da quella del lingotto di Porto Ferro.
-a N.E. dell’isola Redona, a -33 m furono recuperati “pani” di stagno a forma di mezza arancia ed uno di 60 kg di peso, oltre a anfore e lingotti piani di bronzo (?). Tutto fu trafugato. In ogni caso forma e peso differiscono da quelli del lingotto di Porto Ferro. -Nella baia di Alcudia all’altezza del Can Picafort (Cabrera) furono recuperati 2 lingotti di stagno con tracce di argento in lega, di forma trapezoidale in pianta e a sezione trapezia in sezione. Nell’estremità più stretta è presente un foro per il trasporto. Peso 10,5 e 11,5 kg., Lunghezza 28 e 35 cm, larghezza massima 20 e 13 cm, minima 12 e 10 cm, spessore 7 cm, diametro dei fori 5 cm. Vedi foto più avanti, nella cui didascalia si legge parece habia un
cargamento bastante importante. Quindi non lingotti isolati ma provenienti da un relitto. La forma di questi lingotti si avvicina molto a quella del nostro, differendone per la semplificazione dell’anello di sospensione sostituito da un foro passante. Per azzardare una datazione occorre attendere qualche altro ritrovamento simile, anche se questi lingotti sono già diversi dai pani oblunghi non forati del I secolo a.C. Il lingotto proveniente da Lipari è citato da Arata in Archeologia subacquea, p.147 e nota 79 come inedito e come notizia fornita ad Arata da Piero A. Gianfrotta. Non se ne ha altra notizia e quindi non può essere preso ancora in considerazione. Da citare inoltre i vecchi ritrovamenti di lingotti provenienti “sans aucun doute des mines de Cornouaille” come dicono gli autori Colls, Domergue et alii in Gallia 33, 1975, p.83 e segg.: -un lingotto di 79 chili dragato nel porto di Falmouth (Regno Unito), anepigrafe, a forma d’astragalo che è la forma (secondo Diodoro,V, 22) con la quale i Britanni commercializzano il loro stagno.
-un lingotto da Newquay (Cornovaglia) a forma di Pinna nobilis, lungo 52,5 cm, largo max 20 cm, peso 17,5 kg, con marchi: testa con elmo che ricorda imperatori romani del IV secolo e DD NN (Dominorum nostrorum).
-due lingotti (1,250 e 3,100 kg) trovati nel Tamigi con un krismon costantiniano ed un marchio a nome Syagrius.
I ritrovamenti inglesi non mostrano alcuna somiglianza col lingotto di Porto Ferro né con gli altri ritrovati nel Mediterraneo. Anche se a questo punto si potrebbe fermare la ricerca di confronti, è tuttavia utile ad escludendum, un rapido excursus sui ritrovamenti più antichi.
Età “preromana”, confronti
Il relitto di Rochelongue ad Agde (Francia), scoperto negli anni sessanta dello scorso secolo non ha lasciato traccia dello scafo ma il solo carico: lingotti di rame, piombo, un ingente quantità di bronzo lavorato (asce, bracciali, fibule) e 32 fogli di stagno, di cui il più pesante è di 46 kg ed un lingotto discoide piano convesso di 14 cm di diametro. Con tutta probabilità si trattava di un carico di metalli semilavorati o di scarto da avviare forse verso l’Etruria e le officine specializzate locali. E’ stato datato fra fine VII-inizi VI secolo a.C. ed è finora l’unico relitto di tale epoca e carico ad essere stato trovato.
Non ci sono parametri di forma e peso confrontabili col nostro lingotto.
Il fantomatico (finora) relitto di Domu e s’Orku a sud di Arbus sulla costa occidentale sarda non ha ancora restituito nulla dell’imbarcazione ma solo alcuni materiali in parte esposti nel museo di Sardara ed in parte trasportati fuori Sardegna per le analisi (non sappiamo se rientrati).

Alfonso Stiglitz commenta a tale proposito su
(http://www.gentedisardegna.it/topic.asp?TOPIC_ID=2629&whichpage=16) :
Sul relitto di Arbus purtroppo non sappiamo ancora niente, salvo che per il carico. Sarebbe interessante operare degli scavi subacquei e verificare, una volta per tutte, se si tratta di un effettivo relitto. Il materiale invece è stato studiato ed è molto interessante, intanto perché ci porta a datare il contesto all’età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.), ad attribuirlo ad ambito nuragico e a fare alcune osservazioni, in particolare sui lingotti di stagno che trasportava. Sono stati analizzati
e danno una compatibilità con i giacimenti stanniferi dell’aree tra Gonnosfanadiga e Villacidro;
il dato non è però condiviso da Valera, che è uno dei nostri maggiori studiosi di
archeometallurgia. Non si è in grado di dare dimensioni e forma dello stagno di questo giacimento in questo lavoro. Tuttavia essendo il materiale attribuito all’età del ferro si suppone che i lingotti siano di tipologia differente da quelli di età romana, come negli altri esempi qui sotto.
I ritrovamenti di stagno presenti nel Museo di Haifa
Come già scritto si tratta di recuperi isolati di 2 lingotti (1976) con iscrizioni già definite da De Palma ciprominoiche ed ora decifrate come geroglifi indu da S. Kalyanaraman (2008) presso il porto di Dor a sud di Haifa4 e nel 1970 di vari lingotti da un relitto dell’età del bronzo (finora datati a fine XVI secolo a.C.) presso Hof ha Carmel (Haifa) con marchi Harappa e Indu.
Kinglsdey e Ravey nel 1990 scrivono che le forme dei materiali metallici ritrovati (piombo, rame e stagno) sono totalmente differenti dalle forme romane (Amongst a relatively extensive collection of lead, copper and tin ingots gathered from various points along the Israeli coast, the Roman forms so clearly defined archaeologically in the western Mediterranean is almost entirely absent, p. 119). In effetti (vedi foto in basso) sono differenti dagli esemplari di epoca romana e dal nostro sotto esame. In ogni caso la ricerca su questi materiali è sempre in itinere. Non ci sono parametri di forma e peso confrontabili col nostro lingotto.
Il relitto di Uluburun (costa sud dellaTurchia), scoperto nel 1982, è datato al XIV secolo a.C. e forse il suo ultimo viaggio è collocabile fra il 1316 ed il 1305 a.C., nella tarda età del Bronzo; fra le molte merci recuperate ha restituito 40 lingotti di stagno contenenti pochissimo piombo, oltre ad a lot of tin cups e molto stagno pulverulento, assai difficile da recuperare, residuo di preesistenti lingotti o altro materiale dello stesso metallo. La provenienza dello stagno è ancora oggetto di discussione: Spagna (Tarshish) o Afganistan.

Il relitto turco di Capo Gelidonya, studiato da Peter Trockmorton e George Bass, ha restituito materiale straordinario datato per due vasi in stile Miceneo III B al tardo XIII al primo XII secolo a.C. La nave era fenicia o cananea. Oltre a 40 lingotti d’oro da 20 kg l’uno, 30 di bronzo a forma di disco e 20 in barre, l’imbarcazione trasportava anche stagno: 19 lingotti in barre oltre a tre masse informi relative forse a lingotti corrosi. Quindi di tipologia differente da quello recuperato a Porto Ferro.
Dal website del Darthmout College
http://projectsx.dartmouth.edu/classics/history/bronze_age/lessons/les/22.html#6 del 18-3-2000 si legge che
Under the copper ingots in Areas G and P were found three piles of powdery, white tin oxide, seemingly all that remained of the tin which the ship was also carrying as part of its cargo. The source of tin for the Bronze Age cultures of the Aegean is a very hotly disputed question. Although the ultimate source of the Gelidonya tin is unknown, specialists are quite sure that it did not come from Cyprus. The tin from this wreck is significant in a larger sense as the earliest known, purely industrial tin after that recently found in much greater quantities and in the form of oxhide ingots of metallic tin at the Ulu Burun wreck, which dates some 100-150 years earlier.
Non ci sono parametri di forma e peso confrontabili col nostro lingotto.
Inoltre altri vecchi ritrovamenti per l’età del Bronzo e del Ferro:
Ritrovamenti ottocenteschi in siti lacustri della Svizzera: piccole barre a sezione triangolare e lingotto discoide (1800 gr.) munito di anello di bronzo; da Genève Eaux-Vives un lingotto di forma ovale (asse maggiore 7 cm).
Un lingotto lenticolare dalla grotta Roc de Buffens (Caune-Minervois, Aude, Francia).
Per la relativa bibliografia vedere Colls, Domergue et alii in Gallia 33, 1975, p. 83 e segg.
Conclusioni

I lingotti “preromani” sopracitati non sono confrontabili con quello di Porto Ferro, essendone molto diversi. La forma e la stazza del nostro lingotto trova invece confronto in modo stringente con Port Vendres II, ma anche con Capo Bellavista, mentre per Ischia il peso dei lingotti è notevolmente inferiore, restando simile la forma; per il relitto di Cala Rossano (Ventotene) si può dire che la forchetta cronologia è leggermente più bassa per l’età post quem, mentre per la forma ci sono sostanziali differenze. I 2 lingotti da Cabrera hanno molta somiglianza ma
l’anello di sospensione è sotituito da un foro passante, mentre il peso è similare.
La definitiva conferma ci viene dal cartiglio che a malapena e parzialmente si legge nelle lettere VA precedute da una L poco facilmente leggibile, quanto basta però a supporre si tratti di una parte del cartiglio di L. Valerio di cui sopra.
A questo punto si può ipotizzare che anche per lo stagno di epoca romana vi sia stata una rotta “sarda” verso Ostia come per altri materiali che viaggiavano in lungo e largo dai confini dell’impero verso Ostia o ne partivano verso le provincie. Abbiamo quindi di stessa probabile provenienza 2 relitti e questo lingotto, stesso plausibile controllore (L. Valerius) per Port-Vendres II e Porto Ferro, mentre per C. Bellavista non abbiamo dati sufficienti ed affidabili dalla letteratura. Le onerariae che partivano dalla zona del Guadalquivir risalivano la Spagna e poi, verso la zona dell’attuale confine con la Francia, facevano rotta ad est per il
Fretum gallicum col vento di maestrale al gran lasco.
Ovviamente queste sono solo note preliminari, la ricerca dovrà essere approfondita, sperando in ulteriori ritrovamenti nella zona di mare da cui il lingotto è stato prelevato. Da questa breve nota si evince però la necessità di procedere ad una catalogazione per la compilazione di un database contenente tutti i lingotti di stagno conosciuti, onde tentare di approntare una tavola tipologica e cronologica delle varie forme e tipologie utilizzate nel tempo. Già con queste sole notizie si intravede l’evoluzione cronologica e le differenze geografiche, pur con grandi vuoti relativi ad esempio al periodo fra fine dell’età del ferro e primo secolo d.C. con l’eccezione del relitto di Rochelongue, un unicum fra fine VIII e inizi VII secolo a.C.

giovedì 17 aprile 2014

Straordinaria scoperta archeologica a Roma: Il Tevere divideva in due la città, scoperto un quartiere più grande di Pompei.

Ostia Antica segreta: era più grande di Pompei

La scoperta della Soprintendenza archeologica di Roma: una parte di Ostia Antica, fino ad oggi segreta, era più grande di Pompei. Recenti indagini archeologiche svelano, infatti, che l'area era molto più vasta di quanto ritenuto. La Soprintendenza parla di risultati eccezionali perché nel I secolo a.C, il Tevere non chiudeva la città a nord, ma la divideva in due parti.
Torri, magazzini, nuove mura di cinta e tracciati stradali finora sconosciuti. Ostia antica diventa ora una vera e propria città, e rivela tutta la sua grandezza, come nessuno l'aveva mai immaginata fino a oggi.
Per la prima volta, la sua pianta integrale scavalca le sponde del Tevere e arriva fino a Isola Sacra, nella zona settentrionale del fiume. Una scoperta archeologica eccezionale partita nel 2007, a pochi chilometri dall'aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, quando una squadra di archeologi italiani e inglesi ha intrapreso indagini geofisiche nell'area che si estende fra gli antichi scali marittimi di Portus e di Ostia. Un impegno che ha visto lavorare insieme Angelo Pellegrino e Paola Germoni della soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma e i professori Simon Keay della University of Southampton-British school at roma e Martin Millett della university of cambridge che hanno diretto archeologi e geofisici nell'ambito del Portus project.
I risultati della ricerca sono stati presentati oggi a palazzo Massimo dalla soprintendente ai beni archeologici di roma, Mariarosaria Barbera, Paola Germoni, Simon Keay e dall'archeologo Fausto Zevi. "E' una sorpresa - ha detto Barbera - ma anche il risultato di una progettazione comune che ha trovato terreno fertile non solo con gli accordi con gli istituti stranieri, ma che affonda le sue radici nella politica di tutela degli anni sessanta. Il vincolo apposto nel '62 - ha specificato Barbera - ha consentito la conservazione e il successivo varo di questo progetto a cui la soprintendenza pensava da molto tempo. I risultati sono strepitosi e ci inducono a ben sperare nel futuro", anche se "non sara' più sotto forma di campagne di scavi, che non ci possiamo più permettere, ma sarà con scavi mirati sulla base dei risultati della ricerca geofisica".
I resti dell’antica Ostia si inseriscono in un contesto geografico e territoriale molto diverso da quello antico: infatti in età romana il Tevere costeggiava il lato settentrionale dell’abitato, mentre ora ne tocca solo in minima parte un tratto del settore occidentale, essendo stato il suo letto trascinato a valle da una rovinosa e famosa alluvione, nel 1557; inoltre la linea di costa, in origine vicina alla città, risulta attualmente distante di circa 4 km, per l’avanzata della terraferma dovuta ai detriti lasciati dal fiume negli ultimi 2.000 anni. Ostia era quindi una città sorta, con un suo porto fluviale, sul mare e sul fiume, e questa sua particolare posizione ne determinò l’importanza attraverso i secoli sotto il profilo strategico-militare e sotto quello economico.
Un’antica tradizione ne attribuiva la fondazione al quarto re di Roma, Anco Marzio, intorno al 620 a.C., per lo sfruttamento delle saline alla foce del Tevere (da cui il nome Ostia, da ostium = imboccatura). Comunque, i resti più antichi sono rappresentati da un fortilizio (castrum) in blocchi di tufo costruito dai coloni romani nella seconda metà del IV a.C., con scopi esclusivamente militari, per il controllo della foce del Tevere e della costa laziale. Successivamente, soprattutto dopo il II a.C., (quando Roma aveva ormai il predominio su tutto il Mediterraneo), cominciò a venir meno la funzione militare della città, destinata a diventare in poco tempo il principale emporio commerciale della capitale.
Fonte: http://roma.repubblica.it/

mercoledì 16 aprile 2014

I sumeri

I Sumeri
di Pierluigi Montalbano


L'origine dei Sumeri è avvolta nel mistero, infatti abbiamo tre possibilità: giungono nella bassa Mesopotamia dal sud (Golfo Persico), o da oriente (Iran), o dal nord (Caucaso). Gli indizi (lingua, archeologia, antropologia, storia) non sono sufficienti a chiarire il problema. La lingua è tuttora isolata, non attribuibile a nessun gruppo con certezza; l'archeologia serve a determinare l'inizio della loro presenza in Babilonia, ma tace sul luogo d'origine; l'antropologia mostra risultati in contrasto con le raffigurazioni dei monumenti. Mentre, infatti, questi riproducono un tipo brachicefalo (ossia basso e robusto), i reperti antropologici paiono dare una maggioranza di dolicocefali (alti e magri, con il cranio allungato). Il problema, molto discusso nei passati decenni, sulla precedenza dei Semiti o dei Sumeri in Babilonia, ha perso oggi molto del suo interesse per il complicarsi dei dati, e i Sumeri, sebbene non i primi in Babilonia, sono in genere considerati gli iniziatori della civiltà in Mesopotamia.
Gli importantissimi scavi tedeschi a Warka, l'antica Uruk, hanno permesso di fissare nel periodo 3000-2800 a. C. lo sbocciare e il rapido fiorire della civiltà sumera. Esso è segnato dall'invenzione della scrittura cuneiforme e dalla costruzione di grandiosi edifici religiosi di consumata tecnica artistica. Glittica, manufatti, strumenti e altro, attestano l'alto grado raggiunto. Quel primo periodo di creazione e di affermazione fu seguito da una fase, detta di Gemdet Nasr (2800-2600), di produzioni più modeste, ma di espansione a largo raggio. Nel periodo successivo, fino all'avvento della dinastia semitica di Akkad (Protodinastico in tre fasi), affiorano il primo nome e i primi documenti di carattere storico: Mesilim (circa 2600), il quale dedica una mazza di guerra al dio Ningirsu e celebra le sue costruzioni. A lui succede la prima dinastia di Ūr, nota per i nomi di Mesanipadda e di suo figlio Aannipadda, il quale a el-Obeid costruisce un tempio alla dea Ninkhursag. Ma a Lagash compare una serie più lunga di governatori nelle iscrizioni, le quali narrano le rivalità delle due città di Lagash e Umma, a proposito del canale divisorio sul cui decorso aveva già arbitrato Mesilim di Kish. Alla situazione di città indipendenti e rivali cerca di metter fine circa il 2360 Lugalzaggisi di Umma, che tenta e realizza l'unificazione del paese con una violenta guerra. La conquista gli è quasi strappata di mano dal fondatore della prima dinastia semita (2350-2150) Sargon di Akkad, che sconfigge Lugalzaggisi e raggiunge nelle sue campagne militari il Mediterraneo, fondando un grande Impero. Tra i suoi successori solo il nipote Narām-Sin riesce a tener alta la dinastia, la quale in due secoli si esaurisce, rendendo facile ai barbari Guti, scesi dalle montagne d'oriente, il rovesciarla definitivamente. Circa un secolo dura lo scompiglio portato dalla distruzione dei Guti, finché circa il 2060 Utukhegal di Uruk, ribellandosi, riesce ad abbattere il dominio barbarico. A sua volta però un suo intraprendente generale, Urnammu di Ūr, rendendosi indipendente, prende nelle mani il potere di Sumer e fonda una nuova dinastia (la III di Ūr). Già Ūr-Nammu, e suo figlio Shulgi, si danno alla ricostruzione del paese, cominciando dai templi e dalla riforma della giustizia, facendo rifiorire l'agricoltura e l'industria, portando Sumer al più alto grado di benessere. In questo periodo la civiltà sumerica tocca il suo apogeo, da cui poi decade rapidamente, terminando sotto i colpi degli invasori elamiti. Il dominio politico viene diviso tra le due dinastie di Isin (1970-1935) e di Larsa (1960-1698), ancora sumeriche di civiltà e di lingua, ma già in gran parte semitiche nei capi e in strati della popolazione. Spostandosi un po' più a nord il centro dell'autorità passa nelle mani di una nuova dinastia di Amorriti, infiltratisi da occidente verso il Medio Eufrate e stanziatisi a Babel, che diventa capitale (1830-1530). I Sumeri, come nazione, scompaiono dalla scena politica.
Per quanto concerne la religione e l'organizzazione, il Pantheon sumerico comprendeva una triade cosmica, formata di An, Enlil e Enki (o Ea), i quali avevano come sfera d'azione una porzione del cosmo, considerato come una costruzione a tre piani: il cielo, l'atmosfera, la terra con le regioni sotterranee. An godeva altresì dell'autorità di dio supremo, ma Enlil, il cui santuario principale era a Nippur (Ekur, casa della montagna), andò poi guadagnando autorità e prestigio, e sostituì An come dio supremo. Il suo santuario divenne il centro religioso riconosciuto di tutta la regione di Sumer. Ea, o Enki, abitando le profondità a contatto dell'Absū (abisso), era il dio della sapienza e dell'astuzia, il dio della magia e degli scongiuri; la sua sede principale era a Eridu. Oltre a questa triade cosmica, esistevano divinità maschili e femminili considerate come dèi personali da questo o quel governatore o monarca. Così a Lagash presiedeva Ningirsu, figlio di Enlil, e tra le divinità femminili emergevano Baba (Bau) sua sposa e Gatumdug la "Madre della Città". Utu, corrispondente al semitico Shamash (Sole), era venerato in modo particolare a Sippar; Nanna (Sin, Luna) a Ūr, e Inanna, corrispondente alla Ishtar dei Semiti, aveva il suo santuario principale, l'Eanna, a Uruk. Il Pantheon sumerico comprendeva più di seicento divinità. Agli dèi si attribuiva l'organizzazione del mondo. Dal caos primitivo, Enlil separò il cielo dalla terra. Questa era stata organizzata nel territorio di Sumer, creando i fiumi Tigri e Eufrate, e poi le case, i villaggi e le città, l'agricoltura con il relativo bestiame, le singole attività, cui erano state poste a presiedere divinità secondarie. L'uomo era stato creato per il servizio degli dèi, i quali erano gelosi di questo loro privilegio e punivano chi lo avesse trascurato, con malattie e disgrazie, causate da demoni, sempre pronti a insidiare gli incauti che non sapessero difendersi con amuleti, talismani e scongiuri.
La duplice concezione del mondo come opera degli dèi e loro dominio assoluto e degli uomini come servi degli dèi era a base della struttura sociale in Sumer. Ogni villaggio aveva un dio considerato il padrone di tutto. Persone e beni senza distinzione gli appartenevano e tutti i cittadini erano al suo servizio. A capo vi era l'autorità religiosa (ensi), che rappresentava nel tempio la divinità, e godeva anche dell'autorità politica e amministrativa. L'ensi organizzava, dirigeva, controllava la società con un sistema accurato di amministrazione. Sfruttando tutte le energie a uno scopo comune, le città sumere raggiunsero ben presto una situazione di benessere che facilitò l'accumulo di ricchezze e lo sviluppo della tecnica e dell'arte, come è testificato dai ritrovamenti di tombe reali a Ūr (ca. 2500 a. C.). Accanto al rappresentante religioso c’era un'autorità politico-militare, dapprima come ufficio temporaneo in funzione di en (signore), e poi più specificamente in qualità di lugal (re), con carica permanente ed ereditaria. Di questa evoluzione sono manifestazione e documento i palazzi reali che sorgono nel periodo protodinastico. Autorità secondarie controllavano i singoli istituti sociali e le varie attività agricole e artigiane.
La letteratura si rivela di grande importanza, perché fu la dell'evo antico. Copiosa nelle sue produzioni, rivelatrice del mondo sumerico, fornitrice dei modelli alla letteratura babilonese e ad altre orientali. La letteratura mitologica comprende una ventina di miti sulle origini e sull'organizzazione del mondo, la creazione dell'uomo, la preminenza di una città sulle altre per intervento di qualche divinità, la nascita e gli sposalizi di dèi e di dee, le imprese eroiche, ecc. Vi è il mito del diluvio (regalità discesa dal cielo, fondazione delle cinque città antidiluviane, avvento del diluvio), Enki e Ninkhursag (sulle vicende dell'isola di Dilmun, la nascita di Utu e le maledizioni di Ninkhursag contro Enki per aver egli divorate delle piante). Poi il leggendario viaggio di Nanna-Sin a Nippur; la discesa di Inanna agli Inferi; lo sposalizio di Inanna con Dumuzi; lo sposalizio di Martu, ecc. Poi vi sono miti organizzativi come: Enki e l'ordine del mondo; Inanna e Enki, in cui si parla del trasferimento delle arti e della civiltà da Eridu a Uruk; Enlil e la creazione della zappa, strumento primo dell'agricoltura. Di testi epici, celebranti le imprese di eroi e semidei, se ne conoscono 10, divisi in tre cicli distinti: di Enmerkar (Enmerkar e il Signore di Aratta; Enmerkar e Ensukushsiranna); di Lugalbanda (Lugalbanda e Enmerkar; Lugalbanda e il monte Khurrum); di Gilgamesh, l'eroe dell'omonimo poema babilonese (Gilgamesh e la terra del vivo; Gilgamesh e il Toro celeste; Gilgamesh e Agga; Gilgamesh e il Diluvio; la Morte di Gilgamesh; Gilgamesh, Enkidu e gli Inferi). Anche le scienze furono coltivate dai Sumeri, come l'astronomia (con intento astrologico), la matematica (equazioni, geometria, teorema di Euclide), la medicina, la chimica (più spesso per scopi magici), ecc.

Immagine di: http://startbyzero.com/

martedì 15 aprile 2014

Il Malocchio e i rimedi tradizionali per curarlo.


Il Malocchio e i rimedi tradizionali per curarlo.
di Fabrizio e Giovanna


Questo articolo, scritto dagli amici Fabrizio e Giovanna (redattori del Mulino del Tempo) è il più letto nel blog "Il Mulino del Tempo" e ritengo sia interessante proporlo nel quotidiano on line per richiamare l'attenzione dei lettori sulle pratiche legate a ideologie ancora in uso presso le nostre comunità, e diffuso a carattere internazionale con altre denominazioni.

Il Malocchio è una pratica malefica che affonda le sue radici nel passato più remoto; le modalità di trasmissione, come lascia intendere la parola, passa dallo sguardo, infatti si dice che gli occhi abbiano la capacità di trasmettere all’esterno le forze nascoste nel corpo.
Si parla di Malocchio anche nella mitologia dei popoli antichi, lo sguardo rabbioso delle donne dell'Illiria poteva uccidere, il gigante Balor delle leggende celtiche poteva addirittura trasformare il suo unico occhio in un'arma letale e Medusa aveva la capacità di tramutare in pietra chiunque incontrasse il suo sguardo.
Il potere degli occhi viene attribuito soprattutto agli esseri umani sospettati di stregoneria, in particolar modo alle donne.
Secondo la tradizione alcuni esercitano involontariamente con il semplice atto di posare lo sguardo su un'altra persona. I sintomi del malocchio sono, a livello fisico, mal di testa frequenti senza averne mai sofferto prima e senza una causa patologica, cattivo umore e sindrome depressiva; possono accadere degli eventi negativi spesso all'interno della famiglia, come ad esempio una immotivato abbandono da parte del partner, un guasto alla macchina o eventi di estrema gravità .
Il Rito Magico contro il Malocchio elimina tale influenza ripulendo l'Aura, riportando il soggetto nello stato psicofisico di prima, cessando immediatamente gli eventi nefasti di cui era vittima .
Esistono diversi modi per proteggersi dal malocchio, nella tradizione popolare troviamo un sistema che consiste nell'inviare un fiore per nove giorni consecutivi alla persona che ci ha fatto il maleficio. Il metodo funziona soltanto se i fiori sono inviati con un sentimento di sincera amicizia.
Il più delle volte il malocchio agisce sulla sfera sessuale: ecco perchè, secondo una vecchia usanza, toccandosi i genitali si viene protetti dal malocchio.
Nel caso in cui il malocchio sia stato trasmesso, esistono dei riti atti a debellarlo che variano a seconda della regione e della località.
Questi riti possono essere tramandati soltanto in linea femminile, infatti è solo la donna l'unica depositaria del segreto della formula e a lei soltanto spetta esercitare il rito.
Il malocchio in Sardegna assume diverse denominazioni secondo le località, come ocru malu nel nuorese, ogru malu nel logudorese e ogu malu nel campidanese. Esistono interessanti espressioni dialettali anche per designare l’avvenuto maleficio: l’occhio che aggredisce è un occhio cattivo (ogu malu) oppure un occhio che si posa (si ponidi) recando danno, oppure che prende d’occhio (pigai de ogu).
Malocchio è l’occhio dell’altro, solitamente di chi non fa parte della famiglia e non è quindi legato da vincoli di sangue, che, una volta giunto alla meta, crea una situazione di difficoltà portando via un determinato bene, che può essere la bellezza, la salute o la fortuna, che viene perciò mangiato dal colpo dell’occhio (manigara de su corpu ‘e soju).
Nei paesi sardi la donna ha la prerogativa di essere sia soggetto che oggetto del malocchio: è colei che è più esposta al rischio del malocchio ma è anche colei che getta il malocchio più potente. È sempre in linea femminile che vengono ereditati gli oggetti magici, gli amuleti, che preservano dal malocchio ed è sempre la donna che gestisce la vita e la morte attraverso la pratica della “medicina dell’occhio”.
La denominazione “medicina dell’occhio” è l’unica che si riscontri in maniera diffusa in tutte le province sarde.
Questa pratica si può apprendere sia in famiglia che da estranei. Per diventare guaritori è necessario essere riconosciuti persone adatte, infatti solo in pochissimi casi il passaggio a tale condizione è avvenuto attraverso prove di verifica o attraverso un vero e proprio rito.
Per quanto riguarda il rito terapeutico sono stati registrati ben ventiquattro modi diversi di esecuzione all’interno dei quali si riscontra la presenza, diversamente combinata, dei seguenti elementi: i “brebus”, preghiere quali il Padre Nostro, l’Ave Maria, la recitazione del Credo, spesso assieme all’uso di grano, acqua, sale, olio, orzo, riso, pietra, corno di muflone, di cervo o di bue, l'occhio di Santa Lucia, il carbone e la carta. Per conseguire la guarigione il rito va ripetuto da un minimo di tre ad un massimo di nove volte. Per la risoluzione dei casi più gravi in genere è previsto l’intervento di tre diversi operatori.
L’altro sistema fondamentale di difesa, quello preventivo, è costituito da tutta una serie di oggetti come gli amuleti e gesti apotropaici destinati ad annullare qualunque possibile influsso malefico proveniente dagli altri.
Tra gli scongiuri rivolti al possibile portatore di malocchio ricordiamo l’uso di sputare per allontanare il male, attestato in Sardegna da un manoscritto anonimo del settecento, toccare un oggetto di ferro, di corno o le parti genitali, bestemmiare al suo passaggio, tirar fuori velocemente la punta della lingua per tre volte, oppure fare le fiche al suo indirizzo a fura (di nascosto), ecc. Il fare sas ficas è usanza diffusa sia fra gli uomini che fra le donne, tale uso era certamente noto anche a Cagliari, dove i vecchi ricordano il detto “Ti dexit comenti sa fica in s’ogu” (ti giova come la fica nell’occhio).
Oltre alle tecniche gestuali nell’isola si è sviluppata tutta una serie di oggetti apotropaici, di tipologia tipicamente mediterranea, che hanno acquisito valori culturali con particolari connotazioni; le ricerche svolte a tal proposito dimostrano, infatti, che gli amuleti sardi, pur avendo molteplici valenze, sono quasi tutti riconducibili all’ideologia del malocchio.
Purtroppo molti amuleti erano così poveri e deperibili che nessuno ha mai avuto occasione o interesse a conservarli e sono giunti fino a noi solamente attraverso il ricordo dei vecchi; diverso è il discorso riguardante gli amuleti che erano anche oggetti di oreficeria o costituiti da materiali ritenuti in qualche modo preziosi. La maggior parte di essi ha radici precristiane e ha subito un’evoluzione nel tempo; se prima, ad esempio, erano caratterizzati dall’uso di un determinato materiale, in periodi successivi il materiale è cambiato, conservando solo similitudini di forma o colori. Ad es. Sa sabegia, che era inizialmente tonda prevalentemente in pietra nera o in corallo, si è evoluta con l’utilizzazione di materiale non naturale, come il vetro sfaccettato nero o addirittura la pasta di vetro policromo, di sicura importazione, il cui uso può essere stato introdotto sia per la difficoltà di reperire e lavorare il materiale originario, sia per una maggior ricercatezza che il nuovo materiale “esotico” poteva vantare.
È certo tuttavia che sostituendo il materiale, l’amuleto non perdeva né l’eventuale significato simbolico, né la sua funzione apotropaica. L’unica condizione perché l’amuleto agisca è “aver fede”, credere cioè nel suo potere; in alcune zone, infatti, l’efficacia dell’amuleto è data dal fatto che esso debba essere abbrebau, su di esso devono cioè essere stati recitati is brebos le “parole, le preghiere magico-religiose”.
Nota in Sardegna come anti-malocchio per eccellenza, è la pietra nera in gavazzo o giaietto (lignite picea), onice, ossidiana; tonda, sempre incastonata in prata (cioè in argento, perché si credeva avrebbe perso il suo potere se legata in oro).
La sabegia simboleggia il globo oculare, nella fattispecie l’occhio buono che si contrappone a quello cattivo attirandone lo sguardo; la sua funzione consiste nel salvare chi ne è munito, spaccandosi al posto del cuore della persona “guardata”.
La terminologia con cui viene identificata è varia e difficilmente localizzabile. Nota come sabegia nel Campidano di Cagliari, se ne è perduta la memoria nel capoluogo, dove deve essere stata però usata, tanto che se ne conservava il ricordo nei primi decenni del secolo scorso.
Con pochissime varianti fonetiche ritroviamo questo termine nella Barbagia dove è invece conosciuta come cocco, nella Gallura, nel Logudoro e ad Orgosolo è invece generalmente noto col nome di pinnadellu, mentre nell’oristanese, a Desulo e nella Barbagia di Belvì viene denominato pinnadeddu.
Tradizionalmente nero, l’amuleto si ritrova talvolta anche rosso, di corallo, specialmente in Gallura e in alcuni paesi barbaricini, dove prende il nome di corradeddu ‘e s’ogu leau (corallino del malocchio) e dove lo si portava appeso alla spalla e ricadente sul braccio, unito a mazzo con altri amuleti sempre di corallo e incastonati in argento. In ogni caso la sabegia mantiene sempre la caratteristica di essere simbolo dell’occhio.
Sa sabegia veniva appesa alle culle, mentre i bambini più grandicelli la portavano generalmente al polso, legata con un fiocchetto verde e veniva loro tradizionalmente regalata dalla nonna o dalla madrina di battesimo.
Le donne invece la esibivano al collo o appesa al corsetto.

Fonte: http://ilmulinodeltempo.blogspot.com/2011/06/la-medicina-tradizionale-in-sardegna.html

lunedì 14 aprile 2014

Archeologia in Sardegna. La tomba del re di Tharros


Tharros, i segreti della tomba del re
di Patrizia Mocci

San Giovanni di Sinis. Una stretta scala d'accesso consente di entrare in un vano dotato di banconi. Il gioiello che non ti aspetti è nascosto tra i cespugli di macchia mediterranea, nella necropoli meridionale di Tharros. A pochi passi lo splendido mare di Capo San Marco, punta estrema di San Giovanni di Sinis. Il nome la dice lunga: La tomba del re, e fa pensare alla sepoltura di un personaggio importante che poteva permettersi un monumento. Con tanto di corredo e oggetti preziosi, tutti spariti chissà dove: lo sconosciuto scopritore di questa sepoltura monumentale fu, infatti, un tombarolo che si è appropriato di quanto trovato all'interno. In altre parole nessuno scavo, ufficiale, ha consentito di portare alla luce un simile gioiello dell'archeologia, ma solo il lavoro di un anonimo appassionato, che magari poteva essere interessato più al valore
Di questa preziosa testimonianza, finora l'unica venuta alla luce, si sa poco o nulla. Se non che sorge all'interno di quella porzione di necropoli racchiusa in un giardino privato verso Capo San Marco, fuori dal sito archeologico di Tharros. «Si tratta di una tomba inedita e non inserita nei percorsi guidati all'interno del sito: finora nessuno studioso si è mai preso la briga di andare a fondo per scoprire qualcosa di più su questa tomba, di cui è stata pubblicata una foto, con disegno e rilievo» spiega l'archeologa Del Vais. «Ora, però, stiamo cominciando a interessarci perché può rivelare elementi significativi per conoscere meglio Tharros». Che aveva una vasta necropoli, tanto che si ipotizza l'esistenza di due centri abitati con due diverse necropoli sorte nelle periferie, una a nord e una a sud. Solo ipotesi che attendono di trovare riscontri: «La zona delle tombe è vastissima, dalla base di San Giovanni fino a Capo San Marco» dice ancora Del Vais. «Solo una minima parte è stata scavata e gran parte degli scavi risalgono all'Ottocento, con gli interventi del canonico Spano e degli archeologi Cara e Nissardi. Tutti i reperti delle grandi collezioni oristanesi e di Cabras arrivano dalla necropoli meridionale. Sono succeduti, purtroppo, anni di violazioni continue».
Diverse le fasi di sepoltura: «La prima, dal VII al VI a.C., prevedeva il sistema a incinerazione con fosse ovali, scavate nella terra o nella roccia, completate dal corredo funerario fatto di ceramiche e oggetti di ornamento. La seconda fase, quella punica, con tombe a camera scavate nella roccia, dotate di vano con accesso gradinato. Questo tipo di sepoltura custodiva un tesoro se si pensa che gli ori di Tharros arrivano proprio da queste tombe».
Sulla necropoli da qualche anno si sta soffermando l'interesse degli studiosi. Nei giorni scorsi è terminata la seconda campagna di scavi nella parte settentrionale grazie alla collaborazione fra Università di Cagliari e di Bologna. «Gli studenti hanno lavorato per diverse settimane in questa parte della necropoli poco conosciuta che si sviluppa nella fascia costiera dalla zona del centro visite dell'Area marina Sinis-Maldiventre fino all'ultimo lembo di spiaggia. Quest'anno abbiamo raccolto elementi sulle tombe inviolate e dati sui rituali: come erano disposti i materiali e i defunti. Nella deposizione primaria il defunto veniva incinerato altrove e poi sistemato nella tomba con il corredo ceramico e gli oggetti personali. Dell'età punica abbiamo meno indicazioni, ma abbiamo trovato tracce di bare lignee e resti di chiodi».
Nell'immagine uno scorcio dei ruderi di Tharros.

Fonte: unionesarda.it