Diretto da Pierluigi Montalbano

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giovedì 31 luglio 2014

I precursori della civiltà Europea

I precursori della civiltà Europea e la ruota
di Franco Sarbia

Per nostra buona sorte i predecessori della cultura europea avevano orizzonti più ampli di visioni localistiche limitate nello spazio e nel tempo. Secondo il filologo Giovanni Semerano - dell’opera del quale conosco il rigore scientifico - ritroviamo l’idronimo Ebro (Iber) anche nell’affluente della Morava Ibar, nell’Ucraino Ibr e in altri ambiti non Iberici. Hibernus, Ἴβηρ, l’Ebro, come il nome antico del fiume Maritza, Hebrus, Ἧβρος, fiume principale della Tracia sulle cui rive Orfeo fu lacerato dalle baccanti, come il nome “Hebrides” delle Western Islands, con il mare delle Ebridi, il braccio di mare dell’Atlantico; deriva dalla stessa base che indica passaggio da una riva all’altra, così “Hiberia” è la terra di là dallo stretto; tale base corrisponde ad accadico ebēru, ḫabāru (to cross: water, to extend beyond), eber nāri (di là dal fiume, far bank, Beyond the River: Euphrates), ebar (beyond), eberru (travelling across).
La storia scritta inizia con i primi documenti sumerici della fine del quarto millennio proprio in corrispondenza con le prime testimonianze scritte sul carro, nella città Sumera di Ur attorno al 3000 a.C. L’epopea di Sargon sarebbe iniziata settecento anni dopo. La prima sepoltura scita con carro a due ruote è del I Millenio a.C. Sicché non abbiamo bisogno d’inventarci altri successivi inventori della ruota e del carro. Con i primi tentativi di fissare alla slitta i rulli, normalmente utilizzati per favorirne lo scorrimento, restringendone la parte centrale a forma di asse per facilitarne la rotazione negli anelli di legno sotto i pattini, si giunge a un veicolo che, in assenza di strade carrabili, per molto tempo supererà la slitta solo nella steppa desertica dove questa continua a incagliarsi negli arbusti. Subito dopo, infatti, lo troviamo diffuso nelle steppe dell’altopiano persiano e da lì nella valle dell’Indo. L'etimologia della parola Carro segue la sua storia. La voce latina originaria non è carrus bensì “currus” cocchio, carro trionfale. currus è dal sumerico guru gurru (tras)portare: mentre currō (corro), il verbo latino con esso incrociato, è dalla diversa radice gur, correre serpeggiare (La ritroviamo in toponimi che richiamano vie serpeggianti nella foresta come Garonne o Groane), accadico qarāru, e ḫarrānu, carovana, strada, percorso, viaggio. Sull'uso preferenziale di Currus invece di Carrus, dei parlanti latini, troviamo nell'"Agricola" di Tacito (dopo il 100 dC): «Ac saepe vagi "currus", exterriti sine rectoribus equi». (Spesso i carri vaganti, e i destrieri atterriti senza guida). Carrus invece è la voce gallica latinizzata carros, carro da trasporto, la troviamo autonomamente attestata anche nell’Irlandese carr come nell’antico alto tedesco karro, ha come antecedente comune l’accadico ḫarû, parte del carro e garru, recipiente che prende poi il senso finale di carro, vagone e ruota, con l’accadico ma-garru.
La parola ruota potrebbe essere di origine celtica  in quanto il latino ha la sua parola "rota-ae", rotundus (rotondo), ma ugualmente hanno: il lituano, rātas; l'antibo alto tedesco, rad; l'irlandese, roth; l'antico irlandese, rethid; il sanscrito, ráthaḥ; l'avestico, raѳo; il gallico, rhôd; il semítico, rdī; l'accadico, redû, l'assiro, radā’u. Tutte queste parole che condividono la stessa radice, molte delle quali documentate prima dei celti, derivano dal celtico.


mercoledì 30 luglio 2014

Ripescata in Sardegna un'ancora in pietra di 4000 anni fa

Ripescata un'antica ancora in Sardegna
di Grazia Terenzi


La Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Alghero ed i subacquei di Cagliari hanno riportato alla luce un'ancora litica del peso di circa 50 chilogrammi, risalente a 4000 anni fa. Il prezioso reperto è stato, poi, consegnato ai responsabili della Soprintendenza Archeologica di Sassari.
L'ancora è una lastra dalle forme geometriche trapezoidali con tre fori. Uno di questi fori, praticato nella parte superiore, serviva per assicurare l'ancora alle navi per mezzo di cime di fibra vegetale o animale. Gli altri fori, posti in basso, ospitavano delle marre di legno che si attaccavano al fondo marino. Ancore come questa arrivavano a pesare fino a 600 kg.

Questo genere di ancore rimasero in uso fino al VII e VI secolo a.C., quando furono sostituite da ancore a ceppo litico. I più antichi esemplari sono stati ritrovati a Cipro e Creta. Il ritrovamento nelle acque sarde non fa che confermare che le coste dell'isola, in particolare quelle occidentali, erano luoghi di partenza, transito e scambio di merci tra i paesi del Mediterraneo già in epoche molto remote.
Questo tipo di ancore è stato rinvenuto anche in Turchia, Egitto, nel Mar Nero, in Grecia, a Malta, inFrancia, in Spagna e persino in Inghilterra. Non appena restaurato, il prezioso reperto sarà esposto al Museo Archeologico di Bosa.

martedì 29 luglio 2014

La collezione Canese: Arte buddhista birmana in mostra al Museo Cardu di Cagliari

La collezione Canese: Arte buddhista birmana in mostra al Museo Cardu di Cagliari
di Ruben Fais

Il Museo d’arte siamese “Stefano Cardu” espone un’importante collezione d’arte birmana, concessa in deposito dal proprietario Silvio Canese e da sua moglie Erika. Le opere un tempo appartenevano ad Antonio Gallo, raccolte amorevolmente da quest’ultimo durante gli anni della sua permanenza in Myanmar in qualità di console vicario. L’incontro di chi scrive con i collezionisti e la scoperta della collezione, sono stati il risultato di eventi casuali e di fortunate coincidenze. Nonostante ciò, la reciproca profonda fiducia e la stima professionale, ci hanno convinto a intraprendere un percorso, a volte non facile, che si è concluso con l’emozionante arrivo a Cagliari delle opere, e la recente e suggestiva inaugurazione della collazione nell’aprile del 2011, nei locali del Museo. Viva e palpabile l’emozione davanti allo splendore delle opere, che hanno ricompensato la fatica e l’impegno di tutti coloro che hanno contribuito all’evento.
Il nostro consiglio di acquisire le opere, invocato sin dal 2009 e favorevolmente accolto dal museo cagliaritano, si basa su motivazioni di diversa natura. La raccolta difatti si rivela preziosa in quanto costituisce un corpus omogeneo per provenienza e contenuti. Il materiale è pervenuto in buono stato di conservazione, nonostante le normali lacune e le relative rughe del tempo, tipiche di antichi oggetti di provenienza archeologica e realizzati in materiali deperibili. 

La collezione è composta da manufatti di alta qualità esecutiva, datati tra il XVIII e il XIX secolo. Le opere provengono in buona parte dal regno Shan e da quello costiero di Arakan, regioni e manifatture periferiche birmane meno note e studiate, caratterizzate da un’eleganza più sobria e rigorosa rispetto all’arte coeva più documentata e fastosa, prodotta nella capitale Mandalay (1885-1912).

lunedì 28 luglio 2014

Archeologia. Porti e approdi antichi del Sulcis

Porti e approdi antichi del Sulcis
di Piero Bartoloni

Il Sulcis-Iglesiente è la regione della Sardegna in cui troviamo la maggior concentrazione degli insediamenti fenici. La ragione è la ricchezza mineraria della zona, soprattutto per quanto riguarda l’argento, metallo di riferimento per i popoli del vicino oriente: 7.2 grammi di argento erano l’unità di misura della moneta orientale. I sardi, proprietari delle miniere d’argento scambiavano questo metallo con il rame perché le miniere di questo elemento sono solo 8 e non erano sufficienti al fabbisogno dell’isola. Solo Funtana Raminosa forniva una buona quantità di rame, le altre miniere erano povere. Oggi è l’oro il metallo di riferimento, ma anticamente avevamo l’argento nel Vicino Oriente e il rame in Sardegna. I fenici avevano bisogno di porti, luoghi dove sostare con le navi che offrivano anche la possibilità di penetrare verso l’interno. Qualunque porto, per quanto grande e attrezzato possa essere, se ha le montagne alle spalle perde quasi completamente il suo valore strategico. Da Guspini, a nord, fino all’attuale Carbonia, si trovano miniere di piombo argentifero e di galena argentifera. I greci affermavano che la Sardegna era l’isola dalle vene d’argento, e sono state censite 399 miniere di questo metallo. I principali insediamenti nella Sardegna meridionale sono Monte Sirai, Carloforte, Sant’Antioco, Pani Loriga-Santadi e Bithia. I porti importanti per imbarcare l’argento erano Guspini a nord, nello stagno di San Giovanni, e Sulki a sud. Il metallo veniva semilavorato negli insediamenti, e imbarcato sulle navi dirette nel Vicino Oriente. Già nella carta ottocentesca di Alberto Ferrero La Marmora si nota come la città di Sulki, il più antico agglomerato urbano sardo (780 a.C.), sia affacciata sullo stagno di Sant’Antioco e sul Golfo di Palmas.
Era un sito favorevole e ricercato dai marinai, tanto che nella prima guerra punica ci fu una importante battaglia navale nel Golfo di Palmas perché i romani volevano impadronirsi del porto. Nella battaglia di Sulki l’ammiraglio cartaginese fu sconfitto, riparò a terra e, come avveniva in quelle circostanze, fu crocifisso. Nelle monete romane dell’epoca si notano una serie di rostri, importanti perché rappresentavano il trofeo delle battaglie navali. Inoltre erano denaro contante in quanto realizzati in bronzo. Il porto fenicio di Sulki si trovava dove ancora oggi i diportisti ormeggiano le barche, protetto dal castello di Castro e da quello di Su Pisu. Contro la tramontana, l’unico vento dannoso per questo porto, c’era il becco roccioso di Sant’Isandra, oggi sprofondato, sopra il quale abbiamo individuato un edificio costruito, anch’esso oggi sommerso.



Questo edificio era realizzato con i blocchi delle fortificazioni cartaginesi. Si tratta di due quadrilateri affiancati, che sono stati recentemente demoliti perché i pescatori si sono serviti di questi blocchi per fare dei pedagni per le reti. Probabilmente si trattava di un piccolo santuario collocato lungo una strada rotaia, parallela alla linea di costa, che consentiva alle navi di essere trascinate in porto con delle corde legate a buoi, secondo una tecnica utilizzata anche in altri luoghi.

domenica 27 luglio 2014

Archeologia Sperimentale. Fusione a cera persa a Talana e Jerzu.

Archeologia Sperimentale. Fusione a cera persa a Talana e Jerzu.

Domenica 3 Agosto, Talana, ore 21.00, in piazza. Archeologia sperimentale. In occasione delle "Giornate Archeo Sperimentali: Fusione sotto le stelle", il maestro fonditore Andrea Loddo preparerà un pugnaletto in bronzo con elsa gammata e un bronzetto nuragico di sacerdotessa offerente con il metodo della cera persa. Durante l'avvenimento, Pierluigi Montalbano illustrerà la storia dei metalli in Sardegna e i processi tecnologici per la preparazione dei bronzetti. La giornata è dedicata alla sagra del prosciutto con l'allestimento di bancarelle, palcoscenico con musicisti e balli.

Lunedì 4 Agosto, Jerzu, ore 21.00, replica della giornata precedente con il maestro Andrea Loddo che preparerà altre opere artistiche con il metodo della fusione a cera persa. Pierluigi Montalbano illustrerà la "Via dei Metalli", con le antiche rotte commerciali che interessarono il Mare Mediterraneo di 4000 anni fa. La giornata è dedicata alla sagra del vino con l'allestimento di bancarelle, palcoscenico con musicisti e balli.

sabato 26 luglio 2014

Il palazzo di Cnosso e la civiltà minoica

Il palazzo di Cnosso e la civiltà minoica
di Pierluigi Montalbano

L’antica città di Creta, nel Mediterraneo orientale, fu famosa e potente nella prima metà del II millennio a.C. quando fiorì la civiltà che Evans, dal nome del mitico re Minosse, chiamò minoica.
I primi ritrovamenti risalgono al 66 d.C., quando, in seguito a un terremoto, fu trovata una cassetta di metallo, con tavolette scritte in una lingua sconosciuta. Gli scavi moderni iniziarono nel 1900 con Evans specialmente nel grande palazzo del Bronzo, nella città e nelle necropoli.
L'abitato più antico era sulla bassa collina di Kephala, sulla riva sinistra del torrente Katsabà (Kairatos), allo sbocco di una valle fertile. Le leggende greche su Cnosso e sul re Minosse sono basate sui ritrovamenti archeologici risalenti al III e II millennio a. C. quando la città rivaleggiava in campo artistico e politico con le città della Creta orientale e, nel Sud dell'isola, con Festo. Cnosso si impose sui centri vicini, Amnisos, Tylissos, Nirou Chani, ma una supremazia su tutta l'isola non sembra possibile, specialmente dopo i recenti scavi di Festo, prima del XVII a.C.
Fin dal III millennio a. C. la città ebbe rapporti commerciali con l'Anatolia e la costa occidentale dell'Asia Minore, l'Egitto, le Cicladi e la Grecia. Le iscrizioni minoiche, in caratteri geroglifici prima, e poi in lineare A, non sono per ora state decifrate. A partire dal 1450 a.C. appare la lineare B in cui si è riconosciuto un dialetto arcaico greco. Intorno al 1400 a.C. il palazzo e la città furono distrutti ma le rovine, ristrutturate, furono abitate fino all’XI a.C.
All’inizio del X a.C. c’è una variazione del rito funerario e la cremazione si sostituisce alla inumazione, forse per la conquista da parte dei Dori. Le necropoli testimoniano la prosperità di Cnosso, e rapporti con le Cicladi, l'Attica, Corinto e Cipro, fino alla fine del VII a.C.
Dal VI a.C. all'età ellenistica mancano cimiteri e case, ma la prosperità della città è provata da iscrizioni e dalla monetazione. Fu in lotta con varie città dell'isola, ma ebbe come rivale soprattutto Gortyna, nella Creta meridionale, che prese il sopravvento nel IV a. C. Tuttavia Cnosso riconquistò una posizione di dominio, che conservò anche quando, dopo la conquista romana, Gortyna divenne la capitale della provincia di Creta e Cirene. Resti di strade del II millennio a. C. mostrano che la città era in comunicazione con le regioni meridionali, con il mare Libico, con il porto di Katsabà alla foce del Kairatos e con le regioni occidentali e orientali dell'isola.
Fu importante centro artistico in età minoica quando la sua produzione si distingueva dai centri vicini. La documentazione pittorica è frammentaria per cui non sappiamo se gli artisti locali furono attivi anche altrove. L’artigianato offre bronzi, gemme incise, oggetti in argento e oro, vasi, lampade in steatite e pietra, influenzando la Grecia fino al XV a.C.
La costruzione del più antico palazzo minoico è fatta risalire al 2000 a.C. L'attuale facciata occidentale fu costruita nel XX a.C. a Est di quella più antica, ed ebbe fin da allora i caratteristici ortostati di gesso alabastrino. Frequenti restauri e ricostruzioni, necessitati dai terremoti e dal desiderio di abbellimenti, hanno fatto sparire la maggior parte dei resti più antichi. Estese ricostruzioni si ebbero nella prima metà del XVIII e diedero al palazzo l'aspetto che conservò fino alla distruzione finale, avvenuta nel 1400 a.C.
Il palazzo è orientato lungo l’asse nord-sud ed è costruito intorno ad un grande cortile centrale. Il numero considerevole dei vani e la loro distribuzione intorno a pozzi di luce, l'intricato sistema dei corridoi, possono aver dato origine alla leggenda del labirinto di Cnosso. La facciata principale, a Ovest, non formava una linea diritta, bensì aveva le sporgenze e rientranze caratteristiche dell'architettura minoica, e sopra c’erano mattoni crudi e travi di legno. La strada minoica che portava all'ingresso Nord traversava un complesso sistema di scalinate, che l'Evans vuole adibito a rappresentazioni teatrali. Nell'ala Ovest c’erano magazzini,  officine e botteghe. A Est del Cortile Centrale, una scala, una delle più belle creazioni minoiche, scendeva al quartiere privato, dove erano un'ampia sala con tre portici e relativi pozzi di luce, una sala più piccola e altri annessi, fra cui bagno e latrina. La presenza di scale, le basi di colonna e gli stipiti caduti dall'alto, provano l'esistenza di un piano superiore su tutta l'area del palazzo, ma la ricostruzione di Evans è ipotetica. In tutto il sito è presente fin dalle origini un complesso sistema di fognatura.
Non è mai stata fatta un'esplorazione sistematica della città e perciò non ne abbiamo una pianta. Conosciamo resti di case isolate, con pavimenti e focolare fisso nel vano principale, forse vi si accedeva dal piano superiore per mezzo di scale di legno. I pavimenti sono in stucco rosso, o bianco. Il pianterreno è spesso privo di comunicazione diretta con l'esterno, e la porta d'entrata era sopraelevata, come vediamo su un bell'avorio, trovato nel 1957 vicino alla Casa degli Affreschi. Un modello di casa in terracotta, trovato in una tomba di Teké, a un solo piano, con camino, piccole finestre quadrangolari in alto alle pareti, aveva il tetto piatto probabilmente di canne e argilla.
Le tombe più antiche sono a inumazione, ma una tomba di Gypsades sembra avesse tracce di incinerazione. Il cadavere era rannicchiato o, in età più recente, disteso, posto in pithoi, in làrnakes di terracotta, in casse di legno, o posato sul terreno. Si hanno tombe a pozzo, a fossa,a camera scavate nella roccia, a thòlos, costruite con blocchi di calcare squadrati, a falsa vòlta e a falsa. Talvolta le ossa dei seppellimenti più antichi venivano riunite in un angolo, o in una fossa, per far posto alle nuove deposizioni.
Non sono state trovate tombe anteriori al 2000 a.C. All'inizio del X a.C. il rito funebre cambiò. Le tombe, a camera, a fossa, a thòlos, sono quasi unicamente a cremazione e l'inumazione riprende solo nel VI a.C.

Cnosso è celebre per gli affreschi e gli stucchi, a partire dal XVIII a.C. e fino al 1450 a.C. con pittori che si ispirano alla natura. Piante e animali formano il soggetto del quadro, talvolta sono lo sfondo sul quale agisce la figura umana, ma sempre la natura ha parte preponderante. Dal 1450 a.C. il carattere delle pitture cambia, con la figura umana che prende il sopravvento su piante e animali stilizzati. 

venerdì 25 luglio 2014

Archeologia. Scoperta una città del Neolitico Finale.

Individuata una città di 5000 anni fa
di Pierluigi Montalbano

Scoperta una civiltà del Neolitico Finale che realizzava edifici con mattoni di fango e ceramiche senza l’uso del tornio.
Il sito è stato scoperto per caso durante gli scavi per un progetto di costruzione nella regione Khajeh Askar, vicino alla città di Bam. Il direttore del team è Nader Alidadi-Soleimani ed è stato intervistato dal giornale persiano “Mehr News Agency”.
"Purtroppo, una parte del sito è stata danneggiata durante lo scavo e, sulla base dei reperti rinvenuti, il sito può essere classificato come uno dei primi insediamenti umani in Iran. Gli abitanti avevano un collegamento con altre civiltà, come quella Jiroft", ha spiegato.
Il team ha anche scoperto un certo numero di pezzi di ceramica intatta e frammenti. Lo studio dei reperti suggerisce che l'uso del tornio non era conosciuto.
Alidadi-Soleimani ha anche detto che vi erano due tipi di sepoltura, una per l’uomo e l’altra per la donna, identificate in due cimiteri scoperti presso il sito. Uno dei corpi è stato sepolto in posizione fetale e un altro era disteso con la faccia rivolta verso l’alto.
I corpi erano stati sepolti con diversi manufatti accanto, come ad esempio una conchiglia contenente materiale cromatico usato per la cosmesi femminile.
La civiltà di Jiroft è stata scoperta vicino al fiume Halil Rud, in provincia di Kerman, grazie ad una indagine su alcuni scavi clandestini di gente del posto che aveva saccheggiato molti pezzi storici dal valore inestimabile.

In cinque stagioni di scavo portate a termine presso il sito di Jiroft, sotto la supervisione di Yusef Majidzadeh, gli archeologi hanno portato alla scoperta di una ziggurat composta da più di quattro milioni di mattoni di fango, risalente al 2200 a.C. circa. Inoltre, molte antiche rovine e reperti interessanti sono stati scavati in uno strato ancora più antico di Jiroft, conosciuto come il “paradiso perduto degli archeologi”.
Dopo le numerose scoperte uniche nella regione, Majidzadeh Jiroft è stato dichiarato “culla dell'arte”. Molti studiosi hanno proposto varie interpretazioni in quanto non erano ancora stati scoperti scritti o strutture architettoniche, ma recentemente il team ha individuato iscrizioni nella Ziggurat a Konar Sandal, inducendo gli esperti a rivedere le varie opinioni.
Queste scritte sono più vecchie dell’iscrizione Inshushinak, e suggeriscono che la recente scoperta è stata utilizzata alla metà del XXIII secolo a.C.
Gli specialisti iraniani e stranieri, vedono i risultati di Jiroft come segni di una grande civiltà, coeva a quella Sumerica dell’antica Mesopotamia. Majidzadeh ritiene, infatti, che Jiroft è la città di Aratta, descritta come una grande civiltà in una iscrizione di argilla sumerica.
La provincia di Kerman, ospita tra i più importanti siti archeologici dell'Iran, oltre la città preistorica di Bam sede della più grande struttura in mattoni al mondo, proclamata patrimonio dell'umanità dall'Unesco e quasi completamente distrutta da un terremoto nel 2003.



giovedì 24 luglio 2014

Göbekli Tepe. Scoperta la più antica raffigurazione erotica maschile.

Göbekli Tepe. Scoperta la più antica raffigurazione erotica maschile.
di Saverio G. Malatesta


Desta curiosità la notizia del rinvenimento di quella che sembrerebbe essere la raffigurazione di un uomo nudo, colto nel momento della piena erezione: se così fosse, si tratterebbe della più arcaica rappresentazione erotica maschile. La scoperta è avvenuta nel famoso sito turco di Göbekli Tepe, nei pressi del confine con la Siria, all’interno di quello che viene ritenuta la struttura templare in pietra più antica al mondo, databile intorno al XII Millennio a.C., ben 7000 anni prima dell’erezione delle Grandi Piramidi in Egitto.
Prescindendo dalle interpretazioni di carattere fanta-archeologico, che vedrebbero la località, frequentata per circa cinque secoli prima di essere misteriosamente interrata, all’origine – o controprova – del mito del giardino dell’Eden, si tratta comunque si un’area archeologica straordinaria: il complesso, infatti, si compone di una collina artificiale delimitata da grezzi muri a secco e di quattro grandiosi recinti circolari, delimitati da imponenti monoliti dal peso di circa dieci tonnellate l’uno, riccamente decorati con svariate specie animali in bassorilievo, oltre che con motivi geometrici; sono state rinvenute inoltre alcune statue in argilla, molto rovinate, raffiguranti forse una volpe o un cinghiale. Grazie alle analisi paleobiologiche, si è potuto ricostruire l’ambiente che permise a gruppi di uomini di abbandonare il nomadismo e di insediarsi stabilmente in un luogo: solo un’organizzazione stabile, o in via di stabilizzazione, poteva concepire un progetto tanto monumentale e protrarlo per diverse generazioni, sebbene non siano stati rinvenuti (per il momento) resti di abitazioni o animali domestici.
Al posto dell’attuale deserto, querce, ginepri e mandorle, oltre ad animali selvatici, di cui si sono rinvenuti i resti negli strati più antichi dello scavo, accanto agli strumenti utilizzati per cacciarli ed utilizzarne al meglio carne, ossa, pelli; semi di piante selvatiche e tracce di legno carbonizzato indicano che, già prima della costruzione del santuario, il luogo doveva essere frequentato con una certa regolarità. Forse la sedentarizzazione, e di conseguenza l’agricoltura, ebbe il suo primo, fondamentale impulso proprio qui. In attesa di nuove scoperte, intanto, qual era lo scopo di tanti immani sforzi? Propiziarsi le divinità della caccia (ma i bassorilievi delle formiche e gli scorpioni, allora)? Una celebrazione cosmica delle ricchezze che la natura offriva? Riti sciamanici? Cerimonie legate alla fertilità? Culti apotropaici? La scoperta della raffigurazione maschile potrebbe servire a rispondere ad alcune domande.
Jens Notroff, portavoce del Deutsches Archäologisches Institut, l’ente che sta curando gli scavi nella zona, ha affermato che l’immagine è “senza dubbio di un uomo con un pene in erezione”. Figure di nudi femminili così antiche erano già conosciute, questa sarebbe quindi la prima riguardante un maschio: la caratterizzazione fallica indicherebbe fertilità, dunque prosperità ed abbondanza, come si riscontra esplicitamente nella cultura greca e romana, ma con una piccola differenza. L’uomo del bassorilievo, infatti, è privo del capo. “La testa dell’uomo risulta mancante – continua Notroff – Essa era vista come sede dell’anima, dunque un’immagine che ne è priva vuol rappresentare che egli è morto e trapassato nell’aldilà”. A questo vanno ad aggiungersi le figure di contorno – più grandi di quella maschile – un volatile ed uno scorpione, in linea con un inusuale disco, forse il sole. Comprenderne il senso, dunque, diviene ancora più difficoltoso.
Klaus Schmidt, direttore della missione tedesca, illustra epigraficamente quale sia l’insormontabile problema che deve affrontare chi cerca di gettare luce su un apparato iconografico così remoto: “Questa era un’epoca in cui la scrittura non esisteva, quindi i nomi non potevano essere trascritti”, e dunque tramandati attraverso i millenni. Basti pensare all’Egitto: senza geroglifici, non sapremmo che quello che le fonti classiche ci dicono di loro, ed è ben poco. Ma, senza Stele di Rosetta, anche la scrittura geroglifica risulterebbe del tutto inutile. Non basta, infatti, il segno: bisogna anche interpretarlo. “Ad essere onesti – spiega Notroff – stiamo ancora cercando di capire il senso delle immagini: vediamo le figure, ma non ne comprendiamo il significato. È come se si scavasse una chiesa cristiana ritrovando la croce e tutti gli altri simboli, senza alcun indizio su cosa essi significhino. Sappiamo che queste immagini hanno valenza religiosa, ma di tutto il resto non abbiamo alcuna idea”. Dunque il dubbio rimane, e forte, a meno che non intervengano altre insospettabili scoperte a gettare nuova luce, qui a Göbekli Tepe, santuario di oltre tredicimila anni fa.

Foto di apertura: particolare della stele raffigurante un uomo nudo, nell’angolo in basso a destra.

mercoledì 23 luglio 2014

Cristoforo Colombo, la bussola e la declinazione magnetica

Cristoforo Colombo, la bussola e la declinazione magnetica
di Rolando Berretta

Wikipedia dice che la declinazione magnetica è il valore dell'angolo sul piano orizzontale tra la direzione dell'ago magnetico e la direzione del meridiano del luogo. Più semplicemente è la distanza angolare tra Nord Geografico (il punto di intersezione dell'asse di rotazione terrestre con la superficie dell'emisfero boreale) e il Nord Magnetico (il punto di intersezione dell'asse del campo magnetico terrestre con la superficie dell'emisfero boreale). Il suo valore varia da luogo a luogo e varia nel tempo in quanto il Nord Magnetico a differenza di quello Geografico non è statico. La declinazione può essere Est (E) od Ovest (W) in funzione dell'orientamento delle locali linee di flusso del campo magnetico terrestre (parallelamente alle quali si allinea l'ago magnetico della bussola) rispetto al meridiano locale. Poiché i poli magnetici terrestri non coincidono con i poli geografici (intesi come i punti di intersezione dell'asse di rotazione con la superficie terrestre), il nord magnetico, indicato da una  bussola magnetica, non indica esattamente la direzione del nord geografico. Per orientarsi correttamente al nord occorre correggere l'indicazione della bussola di un valore angolare che è dato dalla declinazione magnetica. Tale valore alle coordinate di Roma (41° 53' 42" N, 12° 29' 05" E), calcolato al 25/03/2014, è pari a 2° 37' 20" Est e varia ogni anno di 6,6' Est.
Per poterla misurare, bisogna servirsi di un ago magnetico libero di ruotare intorno ad un asse verticale alla superficie terrestre; una volta che quest'ago ha raggiunto la posizione di equilibrio, misurando l'angolo che si forma tra il piano verticale passante per l' ago e il piano del meridiano terrestre nel punto considerato, si ottiene la declinazione magnetica.
La declinazione magnetica varia da punto a punto sulla superficie terrestre e varia nel tempo, in quanto il polo nord magnetico cambia continuamente posizione; attualmente si trova nel nord del Canada. Storicamente fu Edmund Gunter, un matematico e astronomo inglese, ad accorgersi della variazione annuale della declinazione magnetica.
…. Il merito del riconoscimento, da parte europea, si deve attribuire a Cristoforo Colombo, il quale nel 1492, uscito con le caravelle spagnole nell'Atlantico, si avvide che l'ago della bussola aveva sensibilmente cambiato direzione dal meridiano vero e poté così constatare il fatto della declinazione, nonché la sua variabilità, passando da un meridiano all'altro nella navigazione da oriente verso occidente. Il primo poi che fece una vera misura (per quanto grossolana) dell'angolo di declinażione fu Giorgio Hartmann, prete di Norimberga, il quale, nell'occasione d'un viaggio a Roma nel 1510, misurò l'angolo eguale a 6° verso est.

Questo passa il convento. Da tutto ciò si deduce che l’ago della Bussola non punta verso il nord/geografico ma punta verso un punto, variabile, che oggi si trova in Canada.
Quindi, se si naviga dentro il Mediterraneo, facendo la spola tra Alessandria e Gibilterra, si dovrebbe léggere lo scarto della bussola. Perfetto! Discorso ineccepibile.
Veniamo alla grande scoperta di Colombo.

martedì 22 luglio 2014

Abside della chiesa di San Nicola di Trullas: spoiler di una rivelazione epigrafica

Abside della chiesa di San Nicola di Trullas: spoiler di una rivelazione epigrafica
di Alberto Areddu


Come è tristemente noto l'argomento "epigrafia" in Sardegna è diventato da diversi anni quasi un argomento scandaloso. Trattarne senza esser uno specialista riconosciuto del mestiere, o analizzarlo in maniera superficiale, sconclusionata o appoggiando tesi al limite dell'eresia se non del misticismo, può dar adito, dopo un iniziale indifferente ironia, a forti levate di scudi del mondo accademico quando traspaiono tesi esoteriche e sibilline, le quali poi si arricchiscono senza soluzione di continuità di nuove e sconvolgenti attestazioni riscoperte in luoghi precedentemente insondati. Ora, capita il caso che al giusto gridare accademico contro la pattumiera rivelativa e interpretativa, non risponda talora un contrappeso interpretativo lucido e misurato, quando suoi esponenti sono posti di fronte a un'epigrafe che li interroghi. Ecco che i nostri Edipi, impiegati dallo Stato per dare luce e ragione quando si richieda, si lascino invischiare in interpretazioni che, se non sono paradossali, son tuttavia fantasiose o squisitamente personali.
L'epigrafe di cui parlo, una misteriosa scritta sull'abside della chiesetta di San Nicola di Trullas a Semestene, è stata già illustrata da ben quattro esponenti dell'ambiente universitario sardo. Il primo fu Massimo Pittau che definì il corpo del testo schiettamente etrusco, ma si astenne dal tradurlo. Poi venne Attilio Mastino, che la definì non genuina (cioè non greca) e non diede corso al suo disvelamento, successivamente venne Giulio Paulis che, in vena di romanticherie, vi lesse una dedica d'amore (su una chiesa!) in sardo e, infine, su questo stesso blog il 20 marzo 2013 e in un articolo sulla rivista Bollettino Studi Sardi  l'oristanese Raimondo Zucca secondo cui si trattava di una scritta in italiano, di cui non offrì alcun contorno interpretativo. Da ultimo ci sono io, che approfondendo la lettura del testo traggo conclusioni assai diverse da quelle fornite dagli emeriti accademici.
Mi è stato offerto spazio sull'Almanacco Gallurese, uscito in questi giorni (costo 13 €) dove offro la chiave definitiva al testo, che non posso rivelare qui, come non si rivela la trama di un film. Semplicemente posso dire che la Soluzione va trovata nella poesia tradizionale sarda. Faccio notare che probabilmente per un infortunio grafico nell'articolo non sono presenti le numerose note che ho mandato all'editore, per cui chi fosse interessato, una volta letto il testo sulla rivista, è invitato a contattarmi su academia.edu per avere le note. Aggiungo che sulla rivista (di cui potete trovare le annate precedenti sul sito issuu.com), troverete anche qualche bell'articolo tranquillo piano sereno, come quello di Michele Pintore sulla figura dell'arcivescovo Ottorino Alberti, il quale soleva dire "le strade sono tristi, Nuoro non è più la stessa Nuoro, perché mancano i giganti". Ah che profondo parlare !