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venerdì 28 agosto 2015

Arte e manufatti della Sardegna: Le ceramiche nuragiche del Bronzo Recente e Finale

Arte e manufatti della Sardegna: Le ceramiche nuragiche del Bronzo Recente e Finale
di Pierluigi Montalbano


Bronzo recente:
In questo periodo abbiamo due fasi: Murru Mannu di Tharros e Antigori.
Nella prima fase abbiamo tegami regolari con solcature che si intrecciano, come già scrisse l’Acquaro (bisogna fare attenzione a non scambiare i frammenti per pezzi appartenenti ad olle a tesa interna). Le superfici sono nere lucide, non ornate, e le forme sono caratterizzate da pareti sottili che non sono testimoniate nel Bronzo Medio, caratterizzato da pareti spesse. Le ciotole carenate hanno anse che si insellano, documentate anche nella successiva fase Antigori. Anche le grandi olle con colletto basso proseguono nella facies Antigori. Gli orci hanno spesso due grandi anse. I bollitori sono simili a quelli dell’Appenninico, a dimostrazione del parallelismo fra Sardegna e Italia peninsulare. Le spalle dei tegami sono concave o oblique, e la decorazione a pettine, che compare nel Bronzo Recente, non compare mai nei tegami delle facies precedenti.
Nella fase Antigori, il labbro è appiattito o obliquo, ma comunque ingrossato e le forme persistono fino al I Ferro. Le anse sono quasi sempre ad anello, e in questa fase la forma dell’ansa è ellittica: allungata e appiattita. Ritroviamo queste anse anche nelle ollette a collo. Queste presentano le anse a orecchia ellittica sulla pancia.
Le conche con labbro ingrossato a spigolo interno presentano generalmente delle piccole anse regolari di forma ellittica. Altre conche hanno labbro a chiodo che tende a diventare triangolare nella parte superiore, ossia ad ingrossarsi. Le scodelle e i calici per il vino somigliano molto ai modelli micenei: sono basse e presentano una piccola bugna come presa.
Le fuseruole discoidali iniziano ad assumere una forma lenticolare. Una caratteristica delle fuseruole è un ciclico cambio di gusto che si ricicla nei vari periodi e bisogna stare attenti alle classificazioni.
I tegami a volte sono decorati anche all’interno, con solcature a pettine o disegni a scacchiera simili a quelli del Bronzo Medio. Alcuni studiosi confondono i tegami con i coperchi delle grandi anfore, e sono proprio le decorazioni che svelano l’utilizzo reale.


Nell’oristanese e nelle zone interne della Sardegna le colorazioni nere e grigio ardesia, tipiche locali, tendono a conservarsi, a differenza del nord e del sud dell’isola dove diminuiscono e si accompagnano alle ceramiche chiare e dipinte, di provenienza greca e micenea IIIB, ad Antigori di Sarroch e al Nuraghe Arrubiu di Orroli ad esempio.
Nelle zone meridionali della Sardegna compaiono olle con labbro quadrangolare, apparentemente arcaico ma le anse ellittiche suggeriscono un inserimento nel Bronzo Recente.
Iniziano anche delle anforette tornite con prese ampie che sembrano legate alla diffusione del vino.
Nel Campidano troviamo olle realizzate con tornio lento, di colore giallo o con tonalità rosate e grigie, con orlo semplice appiattito e 2 o 4 anse allungate.
Iniziano le prime brocchette a orlo piatto, con forma globulare o biconica e bugne forate o solcate.
Le ceramiche decorate a pettine sono realizzate con uno strumento a dentelli che imprime dei piccoli fori sulla superficie A volte le decorazioni sono realizzate con simboli ispirati al sole o al carro, con raggi o a fasce.
Bronzo Finale:
Proseguono le ceramiche prive di ornamenti ma verso la fase finale, e poi nel Ferro, iniziano ceramiche caratterizzate da belle decorazioni incise a spina di pesce o con motivi a piccole coppelle, simili ai vasi del proto-villanoviano.
Conosciamo due fasi (Oristano e Barumini) ma la classificazione è ancora troppo generica: pregeometrica e geometrica.
La fase Oristano si differenzia da quella successiva di Barumini perché è caratterizzata da ceramiche grigie inornate, meno pure dalle belle ceramiche lucide nere e grigio-ardesia. Il gran numero di scodelle suggerisce una maggiore sedentarizzazione della vita della comunità e un buon tenore di vita, almeno alimentare.
Le ciotole carenate con spalla alta e profilo dolce presentano bugne o anse a maniglietta, ad impostazione orizzontale, non presenti nel Bronzo Recente. Continuano le olle, sia a labbro triangolare che quadrangolare. Proseguono anche le anforette con 2 anse a gomito appiattite, e appaiono le ansa e gomito rovescio.
Compaiono le anfore a taglio obliquo e corpo carenato, quasi biconico. In alcuni vasi del centro-nord si notano dei peducci. La decorazione è generalmente sulle anse e sulla spalla.
Tutte queste forme della fase Barumini Surbale si trovano anche nelle fasi della distruzione di Lipari (Ausonio II), pertanto dobbiamo inquadrarle intorno al 850 a.C.
Dalle fonti emerge che l’acropoli di Lipari fu distrutta e abbandonata intorno al 850 a.C. per poi essere riabituata intorno al 650 a.C. ed è interessante trovare tanta presenza sarda (sia con produzione, sia con imitazione delle ceramiche) in quella zona e in quel periodo. Troviamo scodelle a calotta, a volte ombelicate, che presentano sia la bugna ellittica a rilievo sulla spalla, sia una piccola ansa ristretta, che deriva da quelle del Bronzo Recente. La colorazione è rosata e si diffonderà nel Primo Ferro.
Le decorazioni, spesso a foglie, sono impresse con punzoni. In alcune anse si notano dei beccucci, per favorire la bevuta dal vaso, ma nel Ferro compaiono anche brocchette a taglio obliquo senza beccuccio. In questa fase abbiamo grandi ciotole biansate a maniglie rialzate con spalle e vasca curvi. Le anforette con bocca piana iniziano nel Bronzo Recente e persistono fino al Ferro trasformandosi in quelle anfore con anse sulla spalla (e non sull’orlo).
Le olle a gomito rovescio caratterizzate da nervature alla base del collo, come quelle di Surbale, vedono motivi a cerchielli semplici impressi a cannuccia che mostrano la fase di passaggio fra Bronzo finale e Primo Ferro.
Le decorazioni del periodo geometrico sono in stretta sintonia con usi, costumi e religiosità della comunità. Abbiamo un cambiamento in ambito religioso con la comparsa di crescenti lunari e altri simboli legati al culto.
Fuseruole, pesi e contrappesi per telaio, alari per spiedi continuano nel loro ciclo di appiattimenti, forme arrotondate e forme discoidali.
Nel Primo Ferro compare un interessante cratere (a Ittireddu), simile a quelli del XII-XI a.C. nel Vicino Oriente (Israele e Palestina), caratterizzati da labbro ingrossato e arrotondato, forma carenata e rastremata verso il basso, anse a gomito, e a volte decorazioni.
A Surbale compare la Pintadera, con varie forme e vari utilizzi, anche come timbri per decorare il pane o come calendari.
Alcune forme interessanti sono state ritrovate a Sardara nella sala del consiglio e nella capanna 1. In quest’ultima si trova un ripostiglio con un ciotolone a spalla rientrante e ansa appiattita, ad anello, legato alla consacrazione della capanna, al suo rito di fondazione in prossimità dell’ingresso.

giovedì 27 agosto 2015

Acabadora, la sacerdotessa della morte

Acabadora, la sacerdotessa della morte
di Claudia Zedda






C’era un tempo in cui la gente di uno stesso paese si conosceva per soprannome, un tempo nel quale la morte non era fatto di stato, un tempo in cui le strade al crepuscolo, poteva succedere venissero attraversate da piccole donnicciole che è d’obbligo immaginare vestite di nero. Non foss’altro per il loro tentativo di passare inosservate. C’era un tempo chi le chiamava sacerdotesse della morte e chi le chiamava donne esperte. Avete compreso delle nonnette alle quali mi riferisco? C’era chi le chiamava più sbrigativamente Accabadoras. Il termine è pregno di una sonorità tutta spagnola, e mai nessun altro sarà tanto evocativo. Degradazione di acabar, queste donne che l’immaginario racconta d’età avanzata, “accabavano” appunto, ponevano la parola fine alla vita degli agonizzanti, che stentavano nell’abbandonarla. Ci si è interrogati ampiamente sulla veridicità della figura, ci si è spesso chiesti se non si tratti di un residuo tradizionale, che in effetti non faccia capo ad alcuna realtà. Quesiti questi che altri prima di noi si posero. Alberto Della Marmora nel 1826 era quasi sicuro che queste donnette fossero esistite per davvero, e per quanto sottovoce, avessero operato. Ne sarà certo almeno fino al 1839, quando con la seconda edizione del suo Voyage en Sardaigne, cercherà di smorzare i toni. In meno di dieci anni era nata una polemica infuocata, e di offese malcelate ne erano volate un bel po’. Protagonisti l’eccellente ricercatore e abate Vittorio Angius, osservatore oggettivo della realtà che nuda gli si proponeva e Giuseppe Pasella che sfruttando L’indicatore Sardo, di cui era direttore, lo accusò di screditare Sardegna e sardi. Quasi che lo si potesse fare con le parole, piuttosto che non con i gesti. Un vespaio insomma, per niente dissimile da quelli

mercoledì 26 agosto 2015

Archeologia. S’ARCU ‘E IS FORROS: Nuragici, Filistei e Fenici fra i monti della Sardegna

S’ARCU ‘E IS FORROS
Nuragici, Filistei e Fenici fra i monti della Sardegna
di Maria Ausilia Fadda
(Per gentile concessione della fonte: Archeologia Viva).



L’antico villaggio alle falde del Gennargentu ha restituito una grande quantità di oggetti di bronzo e di ferro che lo attestano come il centro metallurgico più importante della Sardegna nuragica, in stretto rapporto di scambi con l’Etruria e il Levante tanto da riservarci la straordinaria scoperta di un’iscrizione in caratteri filistei e fenici graffita su un’anfora arrivata nell’isola insieme ad altri prodotti dell’Oriente mediterraneo.
Nel villaggio santuario di S’Arcu ‘e is Forros (Villanova Strisàili), risorge il più grande centro metallurgico della Sardegna nuragica, gestito da principi sacerdoti che coniugavano autorità religiosa, tecnologia e potere economico. Il sito era già noto dal 1986, e la campagna di scavo del 2010 si concluse con l’esplorazione di un tempio a megaron con altare interno e di un ambiente con forno per la lavorazione dei metalli inserito in un isolato abitativo composto da quindici vani che si affacciano su un grande cortile circolare con un focolare al centro. Nella parte più scoscesa di questo agglomerato si accedeva a un vano quadrangolare, un’officina, con l’ingresso ricavato da un varco aperto nel grande muro che delimitava esternamente tutti gli

martedì 25 agosto 2015

Archeologia. Una semplice ricetta per i beni culturali: assumere giovani preparati

Archeologia. Una semplice ricetta per i beni culturali: assumere giovani preparati
di Lucinia Speciale

È vero che d’estate si vedono solo repliche. Un anno fa a Ferragosto l’Italia si interrogava sulla classifica dei musei, oggi si discute sull’esito della selezione per i direttori dei primi venti musei italiani.
Non so quanti abbiano seguito la trasmissione “In onda”, che nella puntata di qualche sera fa, dedicata alla graduatoria dei nuovi direttori, aveva tra gli ospiti Vittorio Sgarbi e Ilaria Borletti Buitoni. Sgarbi si è ricordato di essere stato un funzionario, e ha spiegato – purtroppo urlando – che genere di meccanismo sia stato adottato per la selezione dei superdirettori. Assordata ma incuriosita, ho dato un’occhiata alle carte del concorso, quel poco che era on-line. Lo spareggio tra “sommersi e salvati” si è giocato sui colloqui. 15 minuti per stabilire chi andrà a dirigere alcune raccolte storiche tra le più importanti del mondo: ovunque si dà più tempo all’esposizione di un progetto di dottorato. Sono prevedibili ricorsi, soprattutto se davvero non si è tenuto conto del fatto che un dirigente dello Stato, per legge, deve avere la cittadinanza italiana.
Dispiace che una commissione di spessore abbia fornito le premesse per quello che appare l’ennesimo colpo d’immagine di un ministro evanescente su molte questioni gravi.
Quanto ai neodirettori, in fondo, ha poca importanza quale passaporto abbiano o se abbiano scritto o no un buon libro, non sono stati nominati per far funzionare meglio il sistema, ma per paralizzarlo del tutto. Persino la sottosegretaria Borletti Buitoni l’altra sera ammetteva imbarazzata che qualche difficoltà organizzativa e di mezzi i musei italiani la scontano. Quanto ci metteranno persone che le conoscono forse solo per averle visitate, a impadronirsi dell’indispensabile bagaglio di conoscenze pratiche necessarie a mandare avanti strutture complesse, ridotte ai minimi termini dalla penuria di

lunedì 24 agosto 2015

Archeologia e navigazione. Il mare di Gela restituisce il più antico relitto di nave greca mai ritrovato in Sicilia

Archeologia e navigazione. Il mare di Gela restituisce il più antico relitto di nave greca mai ritrovato in Sicilia


Il mare di Gela, città della Sicilia meridionale dalla storia antichissima, continua a rivelarsi uno scrigno di straordinari tesori archeologici. Grazie alla segnalazione del sub gelese Franco Cassarino, si è pervenuti al ritrovamento del relitto navale greco più antico di tutta la Sicilia. Sulla base dei materiali recuperati, l’imbarcazione risalirebbe alla prima metà del VI a.C. Datazione che la fa risultare di 60 anni più vecchia della famosa nave arcaica recuperata nel 2008 nelle acque gelesi e restaurata in Inghilterra. Il rinvenimento è avvenuto al largo della costa di contrada “Bulala”. Diversi i materiali recuperati nei fondali, fra i quali figurano un’anforetta, una brocca, una kylix a vernice nera d’importazione dall’Attica e un vaso detto cothon d’importazione corinzia. I reperti, rinvenuti a circa 300 metri dal litorale, si trovavano a circa 4 metri di profondità nei pressi di alcuni elementi lignei emergenti dalla sabbia e ancora non recuperati.  

Sulla scoperta il Soprintendente del Mare della Regione Sicilia, Sebastiano Tusa, ha dichiarato che “questi beni dimostrano come l’area di contrada Bulala sia ricca di giacimenti archeologici” e che ci troviamo di fronte a “tasselli di storia dai quali emerge una Gela ricca, una città da cui transitava mercanzia pregiata.” Lo studioso ipotizza che probabilmente nella attuale località di Bulala ci fosse lo scalo marittimo dell’antica Gela: uno fra i primi insediamenti greci in Sicilia, una potentissima colonia dorica che alla lunga estese il proprio dominio su gran parte dell’isola e che secondo la tradizione sarebbe sorta nel 689 a.C. ad opera di Antifemo ed Eutimo su un precedente insediamento indigeno siculo, in un’area i cui

domenica 23 agosto 2015

Archeologia. In Italia, un rito di scarnificazione di 7000 anni fa

In Italia, un rito di scarnificazione di 7000 anni fa


Circa 7.000 anni fa in Italia, i primi agricoltori praticavano il macabro rituale di sepoltura noto come "scarnificazione". Quando le persone morivano, le loro ossa venivano rimosse dal corpo, messe da parte e poi mischiate con i resti animali in una grotta vicina. La pratica aveva lo scopo di separare i morti dai vivi, dicono i ricercatori.
Secondo John Robb, archeologo all'Università di Cambridge e capo del progetto di ricerca, si tratta "del primo caso ben documentato di scarnificazione funebre da parte dei primi agricoltori in Europa". "La scarnificazione è qualcosa che avviene nei riti di sepoltura in tutto il mondo, ma finora non conoscevamo dei casi in Europa".
Robb e il suo team hanno analizzato le ossa sparse di almeno 22 uomini del Neolitico - di cui molti bambini - morti tra i 7.200 e i 7.500 anni fa. I loro resti furono sepolti nella grotta di Scaloria, in Puglia.
La grotta di Scaloria - sigillata fino alla sua scoperta nel 1931 - contiene resti umani ben conservati, mischiati in modo casuale a ossa animali, pezzi di ceramica e utensili di pietra. Le comunità neolitiche di solito seppellivano i loro morti sotto o di fianco alle loro case, oppure nei dintorni dell'insediamento. Tuttavia in questo caso gli agricoltori portarono i loro morti a ben 15-20 km di distanza. Perché lo fecero, e cosa ci dice riguardo la

sabato 22 agosto 2015

Sant'Agostino, reliquie, Liutprando e i Saraceni.

Sant'Agostino, reliquie, Liutprando e i Saraceni.
di Rolando Berretta



Se vi capita di passare nel largo Carlo Felice, a Cagliari, vicino alla Banca d’Italia, troverete una bella vetrata dietro la quale si scorgono delle statue di vescovi. Entrate tranquillamente. Padre Vincenzo sarà felicissimo di parlarvi della cripta che ha ospitato il corpo di Sant’Agostino.
Sant’Agostino di Ippona! Sulla vita del Santo e del trasferimento dei suoi resti a Cagliari …è Storia.
Adesso un po’ di cronaca.
Nel 599 il re longobardo Agilulfo fu ributtato in mare dai Cagliaritani. Poi subirono la stessa sorte nel nord dell’Isola. (Giuseppe Luigi Nonnis – Cagliari Passeggiate semiserie Marina).
Poi arrivarono i Mori. Dopo la conquista del nord Africa passarono a Gibilterra e conquistarono la Spagna. Verso il 720 fecero una puntatina su

venerdì 21 agosto 2015

Archeologia sperimentale: Domani sera a Villasimius, al tramonto, produzione di un bronzetto nuragico con la tecnica della fusione a cera persa.

Archeologia sperimentale: produzione di un bronzetto nuragico con la tecnica della fusione a cera persa.


Domani sera, a Villasimius nella piazza centrale, al tramonto, il maestro Andrea Loddo e lo staff di archeologia sperimentale, realizzeranno dal vivo e con gli strumenti dell'epoca nuragica, un bronzetto con la tecnica della fusione a cera persa. Ingresso libero.





Il video della fusione cliccando sul link:


https://www.facebook.com/video.php?v=784892108242991&pnref=story


https://video-mxp1-1.xx.fbcdn.net/hvideo-xtp1/v/t42.1790-2/10700080_784901308242071_1221134682_n.mp4?efg=eyJybHIiOjQ4MCwicmxhIjoxMjc0fQ%3D%3D&rl=480&vabr=267&oh=69089ff5b06253c61fec5795ae9d2d1d&oe=55D6F4D3


L’archeologia sperimentale si occupa di verificare ipotesi formulate su aspetti pratici delle società umane scomparse. Si prendono in considerazione gli aspetti relativi alla costruzione di abitazioni, di fortificazioni e di mezzi di trasporto, alla produzione, alla raccolta e alla conservazione del cibo, alla fabbricazione e all'utilizzazione di strumenti, alla creazione di arti figurative e musicali. I più antichi esperimenti si svolsero in conseguenza delle scoperte, avvenute intorno al 1835 in Scandinavia e nelle isole britanniche, di alcuni straordinari strumenti musicali metallici dell'età del Bronzo. Alla fine dell'Ottocento, A.H. Pitt-Rivers fu il primo ricercatore a utilizzare antichi attrezzi agricoli per

giovedì 20 agosto 2015

Porti e approdi nella Sardegna Nuragica: La costa sud occidentale, Nora e Bitia

Porti e approdi nella Sardegna Nuragica: La costa sud occidentale, Nora e Bitia
di Pierluigi Montalbano



(Tratto dal libro: "Fenici, antichi popoli del mare" - in pubblicazione)

Questo tratto di costa favorisce l’approdo per le rotte che vanno da Oriente a Occidente, e offre un buon porto per i viaggi verso la Sicilia e Cartagine. I venti e le correnti suggeriscono queste rotte e certamente le attività marinaresche antiche tenevano in gran conto gli eventi naturali. Il Mar Tirreno si presenta come un triangolo che ha un vertice in Sicilia, uno nell’Africa Settentrionale e l’ultimo nel tratto fra la Corsica e la Toscana. Le terre che si affacciano in questo triangolo d’acqua sono da sempre in contatto fra loro.
Nell’età del Bronzo, la zona sud occidentale sarda partecipava attivamente alle navigazioni che attraversavano il Mediterraneo Occidentale alla ricerca di metalli. Nelle zone costiere, le comunità sarde entrarono in contatto con genti iberiche, con la Grecia micenea e con Cipro, scambiando reciprocamente materiali e idee.
Nora offre un approdo riparato e accogliente, con due corsi d’acqua e una fascia di pianura che consente di collegarsi al Campidano, la grande pianura fertile che

mercoledì 19 agosto 2015

Archeologia. La navigazione preistorica e i nuragici. Intervista di Mauro Atzei a Pierluigi Montalbano

La navigazione preistorica e i nuragici. Intervista a Pierluigi Montalbano
di Mauro Atzei ( mauro.atzei @comune.cagliari.it )

Buongiorno Pierluigi,
negli ultimi mesi l'associazione culturale cagliaritana Honebu, di cui sei fondatore, ha ospitato e patrocinato una serie di pregevoli iniziative culturali sulla storia antica della Sardegna. Inoltre, venerdì 7 agosto, alla Lega Navale di Cagliari, e lunedì 17 Agosto a Teulada nel Palazzo Baronale, sei stato relatore dell'interessante Convegno sulla Navigazione Preistorica. 

D: Nell'immaginario popolare si pensa che gli antichi sardi non navigassero invece, come hai ampiamente dimostrato, addirittura frequentavano con le loro imbarcazioni le acque del Mare Mediterraneo, già dal neolitico. Quali dati archeologici disponiamo a proposito?

“La ricerca archeologica, soprattutto negli ultimi anni, ha sviluppato una serie di strumenti con i quali si è riusciti ad analizzare l’ossidiana sarda e a ricostruire la via seguita per diffondere questo pregiato materiale. Gli studi su aree e tecniche di estrazione dell’ossidiana nel Neolitico, forniscono una quantità impressionante di informazioni: quali erano le rotte di spostamento delle